Archivio | dicembre 1, 2009

Mafia, 83 arresti e 220 milioni sequestrati. Indagati professionisti e deputata Pdl

L’operazione condotta dalla Guardia di finanza a Bari ha permesso di smantellare una cosca mafiosa pugliese. Sequestrata anche una società londinese di scommesse sportive

Elvira Savino, parlamentare, indagata per trasferimento fraudolento di valori

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di ROBERTO LEONE

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Mafia, 83 arresti e 220 milioni sequestrati anche professionisti e  deputata PdlSavino Parisi

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BARI – Tanti soldi, un giro milionario. Dai conti correnti dei clan a quelli di insospettabili prestanomi, il tutto con la compiacenza, anzi secondo la procura di Bari, con la copertura di avvocati notissimi e con un importante passato politico. Non solo. Tra chi ha riciclato migliaia di euro, figura anche il nome di una parlamentare del Pdl, Elvira Savino, 32 anni di Conversano, eletta alla Camera un anno e mezzo fa. Nella sua disponibilità una carta di credito appoggiata sul conto di Michele Labbellarte, testa di legno del boss Savinuccio Parisi, il re di Japigia tornato in carcere la notte scorsa. Con lui sono state arrestate 83 persone, in quella che viene definita dagli inquirenti un’operazione storica, tanto che per illustrarne i risultati, a fianco del procuratore capo di Bari Antonio Laudati, è arrivato anche Piero Grasso, capo della Direzione nazionale antimafia. Entrambi i magistrati hanno insistito sull’intreccio messo alla luce da quest’inchiesta: quello tra affari, politica e criminalità. Una situazione grave e allarmante: a Valenzano un grosso centro alle porte di Bari, ad esempio, i clan sono stati in grado di influire pesantemente sulle elezioni comunali. Emerge – affermano i magistrati – il vero volto della mafia pugliese. Per la prima volta – viene fatto rilevare – l’indagine “fotografa” il coinvolgimento di persone appartenenti alla Bari bene in indagini sulla criminalità organizzata. Nell’inchiesta non ci sono solo intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche filmati, alcuni video ritenuti dagli inquirenti particolarmente significativi. Nelle indagini risultano convolti anche due avvocati molto noti in città e il notaio Francesco Mazza. Per loro la procura ha chiesto e ottenuto misure interdittive dalla professione. Gli avvocati sono Gianni Di Cagno, ex componente del Csm, ex vicepresidente della Provincia e di Onofrio Sisto, anche lui ex vicepresidente della Provincia, attuale presidente del circolo del tennis. I due professionisti sono accusati di concorso in riciclaggio. Entrambi i legali si dichiarano estranei alla vicenda. Anche Elvira Savino ha affidato ad una nota la sua autodifesa: Sono sconvolta e stupita. Ho fiducia nella magistratura ma non voglio entrare in alcuna polemica perché da alcuni mesi sono totalmente assorbita nella cura di mio figlio, gravemente ammalato”.

L’inchiesta che si è conclusa in queste ultime ore, è durata quattro anni. Un’indagine coordinata dal pm antimafia Betty Pugliese, che ha ricostruitio lo scenario nel quale si muovevano trafficanti e riciclatori, prestanome e politici. Quello del riciclaggio è uno dei capitoli più importanti. I capitali passavano attraverso società che facevano da paravento. Come la ‘Paradisebet limited’ di Londra che – secondo l’accusa – dal febbraio 2001 ad oggi ha fatturato milioni di sterline raccogliendo scommesse (come pubblicizzato dalla stessa società nel sito web) in molti Stati, tra cui Cina, Australia, Stati Uniti, fino ai Paesi dell’Europa dell’Est e in Italia. Nel nostro Paese – secondo la procura antimafia – la società, costituita da affiliati al clan Parisi, raccoglie da anni scommesse su primari eventi sportivi, primi tra tutti calcio, tennis, Formula uno, motomondiale, sci alpino, basket, rugby e football americano. La Paradisebet era già stata al centro di indagini della Dda di Bari conclusesi nel novembre 2007 con una imputazione nei confronti di nove indagati accusati di aver costituito e preso parte a un’associazione per delinquere finalizzata all’esercizio delle scommesse clandestine in Italia.
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Il clan di Savinuccio Parisi, secondo l’accusa, aveva gettato inoltre le fondamenta per un’opera colossale: un progetto di edilizia universitaria, noto come Centro integrato universitario, una struttura tra le più grandi d’Italia capace di accogliere oltre 3.500 studenti offrendo strutture didattiche d’avanguardia. Le concessioni per la costruzione, già ottenute dal clan da parte del Comune di Valenzano alle porte di Bari, stavano per fruttare all’organizzazione guadagni milionari anche grazie alla presunta collusione di imprenditori compiacenti. Il valore dei lotti sequestrati è pari a 30 milioni di euro. L’associazione criminale si sarebbe servita di insospettabili professionisti e di amministratori pubblici del Comune di Valenzano, in particolare dell’ex vicesindaco Donato Amoruso e dell’assessore Vitantonio Leuzzi, che si sarebbero adoperati per agevolare l’iter burocratico legato all’approvazione delle concessioni, con la promessa – secondo le indagini – di partecipare agli utili frutto della vendita dei beni realizzati.
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Nel corso dell’operazione i militari della Guardia di Finanza hanno sequestrato quote della società ‘Sport&More’, leader a livello internazionale nel commercio di abbigliamento sportivo e ritenuta dagli investigatori la ”lavanderia” dei guadagni illeciti del clan Parisi. Nella società il clan barese avrebbe investito circa tre milioni di euro.
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01 dicembre 2009
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Fini e il fuori onda su Berlusconi: «Confonde consenso con immunità»

«Spatuzza può aprire scenari da bomba atomica». Il pdl: «Chiarisca le sue frasi»

Gianfranco Fini

Il Presidente della Camera Gianfranco Fini (da tg24-sky.it)

Fini e il fuori onda su Berlusconi: «Confonde consenso con immunità»

Registrata a Pescara una conversazione privata tra il presidente della Camera e il procuratore Trifuoggi

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MILANO – Berlusconi «confonde il consenso popolare, che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo: magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento. Siccome è eletto dal popolo…». Lo ha detto il Gianfranco Fini, in un fuori onda (realizzato da Vincenzo Cicconi di Pacotvideo e rilanciato da Repubblica.tv) registrato all’insaputa del presidente della Camera. Fini parla con il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi, seduto accanto a lui, in occasione della giornata conclusiva del Premio Borsellino, il 6 novembre scorso a Pescara, non sospettando minimamente che i microfoni del tavolo della presidenza siano aperti e stiano registrando la conversazione privata.

«IN PRIVATO GLI HO DETTO: “STATTE QUIETO”» – Nella conversazione con Trifuoggi Fini si riferisce ancora a Berlusconi quando dice: «Io gliel’ho detto. Confonde la leadership con la monarchia assoluta. Poi in privato gli ho detto: ricordati che gli hanno tagliato la testa a… quindi “statte quieto” » replica il presidente della Camera a una battuta del procuratore che si riferisce a Berlusconi con queste parole: «È nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l’imperatore romano».

SPATUZZA Con Trifuoggi Fini parla anche delle ultime rivelazioni del pentito di mafia Gaspare Spatuzza. «Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza, può aprire scenari… speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da… perché è una bomba atomica» afferma. «Lei lo saprà – dice il numero uno di Montecitorio al suo interlocutore – ma Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro degli interni…Uno è vicepresidente del Csm, l’altro è presidente del Consiglio». E al suo procuratore che osserva che comunque le indagini vanno fatte, la terza carica dello Stato risponde: «No, ma ci mancherebbe altro». Dopo la diffusione del video, però, Fini telefona proprio a Mancino per chiarire l’equivoco da lui commesso tra le dichiarazioni del pentito Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino. Il presidente della Camera spiega di aver fatto confusione attribuendo a Spatuzza quanto aveva detto in un primo tempo il figlio del sindaco di Palermo a proposito della presunta trattativa tra lo Stato e la Mafia.

BATTUTE SULL’IMMORTALITÀ – Seduto accanto a Trifuoggi, Fini scherza anche con il suo interlocutore. L’occasione gliela dà un passaggio del discorso di Aldo Pecora, portavoce del movimento antimafia “Ammazzateci tutti”: «Noi siamo di passaggio, qua nessuno è eterno, non si vive in eterno», dice il giovane. Allora Fini commenta: «Se ti sente il presidente del Consiglio si incazza…». «Qualche giorno fa – aggiunge ancora il presidente della Camera nel “fuori onda” – rileggevo un libro sull’Italia giolittiana e a Giolitti, che era considerato il ministro della malavita, un oppositore disse: ‘”ei rappresenta lo stato… participio passato del verbo essere”. Efficace, no?». «Potrebbe essere riesumata», replica il magistrato. «Infatti non escludo di farlo, citando la fonte… prima o poi lo faccio», conclude il presidente della Camera.

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01 dicembre 2009

fonte:  http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_01/fuorionda-fini-berlusconi_be0b721c-de7f-11de-b977-00144f02aabc.shtml

Parmalat, Tanzi risponde ai giudici: ho pagato i politici, anche Berlusconi

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Parmalt spostò la pubblicità da Rai a Mediaset per finanziare
nascita di Forza Italia. Confermati i rapporti con altri politici

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PARMA (30 novembre) – E’ un fiume di parole, Calisto Tanzi che senza i problemi di balbuzie che avevano fatto interrompere il suo interrogatorio di una settimana fa, risponde alle domande dei giudici che oggi lo hanno interrogato in aula per il processo parmigiano sul crac Parmalat. Tanzi è tornato a rispondere dei suoi finanziamenti alla politica. Parlando questa volta anche di Silvio Berlusconi. «Aveva chiesto un aiuto per fondare il suo partito. – ha ricostruito -. Partecipai a una riunione ad Arcore con altri imprenditori e lui ci disse che fare pubblicità sulle sue reti andava bene ugualmente». Sempre secondo il suo racconto, una parte delle inserzioni pubblicitarie destinate alla Rai furono «spostate su Mediaset».

Spot a tariffa piena. «Fu stabilito che avremmo pagato il costo degli spot senza sconti nè promozioni, che data la quantità delle nostre inserzioni pubblicitarie sarebbero state consistenti. In fattura quindi comparivano i pagamenti senza alcuna agevolazione o sconto». La Procura ha calcolato che l’ammontare degli sconti non praticati da Mediaset a Parmalat è di circa il 5% del totale. Tanzi ha confermato in aula che Mediaset ha continuato anche in seguito a non praticare un trattamento di favore ad uno dei più importanti inserzionisti.

Favori dalle banche: Tanzi a Palazzo Grazioli. Prima del crac del 2003 Tanzi, sempre secondo la sua ricostruzione, assieme al figlio Stefano fu ospite a Palazzo Grazioli. «Chiesi a Berlusconi di intervenire con le banche e con la Consob. Lui mi disse che poteva fare qualcosa con la Consob ma che sarebbe stato difficile intervenire presso le banche. Riuscimmo ad ottenere attenzione da parte della Consob anche per interessamento di Gianni Letta al quale chiesi le stesse cose che avevo domandato a Berlusconi».

Tanzi ha parlato anche di altri politici e di banchieri. «Mi sono rivolto all’allora ministro Goria e a Ciriaco De Mita perchè appoggiassero la candidatura di Luciano Silingardi a presidente di Cariparma», ha detto ripercorrendo le tappe della carriera di Silingardi, presente in aula come imputato e suo amico «conosciuto sui banchi di scuola». E in aula sono stati ricordati anche i rapporti con Franco Gorreri, ex numero uno di Bancamonte ed ex tesoriere di Parmalat, e Pellegrino Capalbo di Banca di Roma. Quella di poter influire sulle nomine dei vertici bancari italiani è una delle ragioni che hanno indotto Tanzi a finanziare alcuni politici anche se ha dato l’impressione di non ricordarlo. È stata la stessa pm Russo a riproporre quanto Tanzi aveva detto in un precedente interrogatorio.

«Finanziavo i politici per avere accesso al credito, per le nomine bancarie e per ottenere protezioni», spiegò nel 2004. Oggi l’ex patron Parmalat ha detto che «nel bilancio del dare e dell’avere dalla politica ho più dato che avuto».

In Ecuador per turismo. Poi Tanzi ha ribadito che il suo viaggio in Ecuador poche settimane prima dell’arresto del 27 dicembre del 2003 a Milano, non riguardava il suo presunto ‘tesorò da nascondere: «Fu Ributti (Michele, all’epoca legale di Tanzi, ndr) a consigliarmi di andare in Ecuador – ha spiegato – perchè il Paese non aveva estradizione. Poi sono rientrato perchè non avevo niente da fare».

Il “tesoro” di Tanzi. Sono 27 i beni di valore che un funzionario della Reale Mutua Assicurazioni censì a metà anni ’80, in casa sua per stipulare una polizza che ne coprisse l’eventuale furto o danneggiamento. La lista comprende 23 pitture, tra cui opere di Matisse, Fattori, Balla, Signorini, Boldini; poi due sculture in bronzo di Messina e due tappeti Kirman Laver. Nella lista dei beni, non tutti assicurati, non figurano invece il Manet e il Van Gogh di cui hanno parlato a Report nel servizio di ieri sera su Rai Tre. «Non ne so niente dei quadri – ha detto Tanzi in una pausa dell’udienza -. Uno è stato dato a Bondi anni fa. Il Manet non l’ho mai avuto, senz’altro».

E per Report un’altra smentita rispondendo ai cronisti: «In casa mia non ci sono caveau» e non c’e «nessuno dei quadri di cui ha parlato la trasmissione». Invece, secondo Report, Tanzi avrebbe ‘trafugatò in Svizzera alcuni dei beni che si trovavano nella sua abitazione. «Non sono mai stato neppure a Ginevra», ha negato lui. Tra i molti dubbi sul crac Parmalat, anche una precisazione sullo strano rimborso del prestito obbligazionario che la multinazionale di Collecchio, affossata dai debiti e senza un euro in cassa, fece prima dell’8 dicembre 2003, giorno della scadenza. «Fu Enrico Bondi a trovare i soldi che hanno consentito il rimborso del bond dell’Immacolata», ha detto Tanzi. «Trovò i soldi anche grazie alla Banca Popolare di Lodi», ha specificato. Il bond dell’Immacolata ammontava a circa 150 milioni di euro.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=82554&sez=HOME_INITALIA


Caro Celli, fuggire o resistere?

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Che futuro offre l’Italia ai giovani? E’ meglio fare le valigie e trasferirsi in un altro Paese? Migliaia i commenti alla lettera inviata dal direttore generale della Luiss a Repubblica

Da “hai ragione” a “sei un ipocrita”

Molti condividono l’invito a lasciare l’Italia, qualcuno chiede invece di rimanere per migliorare il proprio Paese, altri ancora criticano l’autore, chiedendogli conto del suo operato e dei suoi privilegi

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di ROSARIA AMATO

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Da "hai ragione" a "sei un ipocrita" Caro Celli, fuggire o resistere?
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ROMA – Padri, madri e persino nonne che vivono drammaticamente il problema denunciato da Pier Luigi Celli, e che con la stessa amarezza hanno spinto o stanno per spingere i propri figli a trasferirsi all’estero, a lasciare un’Italia che non offre niente a chi s’impegna negli studi e nel lavoro. Giovani che già hanno fatto le valigie, e che spesso sono soddisfatti, ma a volte soffrono di nostalgia. Qualcuno che è tornato. Qualcun altro che non vuole andarsene, deciso a cambiare le cose da qui, a non arrendersi al malcostume, alla cattiva politica, alla pessima gestione del mondo del lavoro e della società in generale. Tanti che puntano il dito contro lo stesso Celli, chiedendogli conto di quello che lui, personalmente (nella sua posizione di responsabile di una grande università e, prima, di direttore della Rai) ha fatto per cambiare l’Italia, e rinfacciandogli le tante possibilità che comunque è in grado di offrire a suo figlio, possibilità non certo alla portata di tutti.

A poco più di tre ore dalla pubblicazione, la lettera inviata da Pier Luigi Celli a Repubblica, “Figlio mio, lascia questo Paese”, aveva raccolto centinaia di commenti, che con il passare delle ore sono diventati migliaia, segno di un’interesse straordinario nei confronti del tema sollevato. In molti casi si tratta di complimenti e di attestazioni di solidarietà, in molti altri di accuse. Qualcuno prova a rispondere da ‘figlio’, scrivendo lettere che iniziano con ‘Caro papà’ e dalle quali emergono accuse feroci non solo nei confronti di Celli, ma della sua “generazione di cannibali”. In tanti si limitano a raccontare la propria esperienza, racconti che si assomigliano tutti, a testimonianza che il problema esiste, e che gli italiani lo vivono sulla propria pelle, spesso con molta sofferenza.


I padri. Tantissimi i padri che s’immedesimano e condividono le parole di Celli. “Ho letto con sempre più commossa partecipazione questa lettera”, scrive aaquilas. “Ha saputo dire a suo figlio, con le parole che io non ho, quello che da tempo dico io a mia figlia”, scrive pasbill, che però non risparmia un’amara nota polemica: “Io vorrei avere la possibilità di fare studiare mia figlia all’Università dove lui è Direttore, ma non posso anche se la mia figliola è ‘eccellente'”. “Ai miei figli sto dicendo la stessa cosa da tempo oramai”, conferma pgsart. “Lettera amara e pienamente condivisibile, questo derelitto paese pare avviato velocemtne a un declino irreversibile, privo di qualsivoglia speranza per i giovani in gamba” (wreich).

Le madri e le nonne. Il tema coinvolge anche le nonne. “Da madre, da nonna, da italiana (all’estero) – scrive liviale – e da donna vorrei ringraziare Pier Luigi Celli per il coraggio di questa lettera pubblica, per la sincerità, la serietà ed il profondo senso morale delle sue parole. Forse una delle più belle lezioni di generosità e di amore in questo paese devastato”. E naturalmente le madri (anche se a scrivere sono stati molto di più i padri, forse per ragioni di ‘identificazione’ con l’autore della lettera): “Sono mamma di una figlia di 23 anni, licenziata già due volte da lavori in nero mal pagati. Ha deciso di andare all’estero sia per trovare un lavoro pulito e retribuito in maniera corretta. Condivido le sue scelte e condivido l’articolo. Vorrei dire ai giovani: vi trovate in una situazione certamente differente dalla nostra; 40 anni fa avevamo certezze ed ora non ne avete. Se volevamo studiare sapevamo che avremmo trovato un lavoro adeguato, se volevamo lavorare subito, che avremmo trovato un mestiere. Ora no, è tutto confuso, immorale, difficile”, commenta amara francescaromana49.

I figli: quelli che partono. A scrivere sono anche tanti figli, già andati via, o in procinto di farlo. Molti soddisfatti, qualcuno nostalgico al punto di essere tornato, naturalmente per pentirsene subito dopo. Come michelep1: “Sono tornato in Italia poco tempo fa e mi pento amaramente della decisione. Io me la posso anche cavare, ma sto avvelenando la mia famiglia. Forse sarebbe bene partire di nuovo”. Malacle non ha dubbi, ha già le valigie pronte: “Mi sto laureando con tanti sacrifici, ma so che alla fine dovrò portar fuori le mie esperienze e il mio sapere. Mi piacerebbe poter restare nel mio Paese, dove sono nata e cresciuta, dove ho il mio mondo, le mie radici e i miei affetti ma non sono diposta a mettere a disposizione di quache miserabile il mio ingegno… non sono disposta a lavorare 10 ore al giorno per trovarmi con 100 euro di buoni pasto, non sono disposta a fare stage per poi vedermi rimpiazzare dal successivo stagista perché nessuno ti fa un contratto”. “Sono contenta di essere andata via dall’Italia perché cosiì non dovrò scrivere un giorno una lettera del genere a mia figlia!!!”, afferma convinta fuzzy75. E come lei tantissimi, tutti entusiasti di Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti: “Vivo a Londra da più di quattro anni ormai, ho un buonissimo lavoro che in Italia avrebbe richiesto qualche decennio di gavetta e di umiliazioni, ho costruito amicizie vere con persone provenienti da tanti Paesi diversi e sono in un luogo dove non sono costretto ad aver paura delle istituzioni o di chi ha in mano il potere, perchè i contropoteri sono forti e in salute…”, afferma orgoglioso blackwings.

E quelli che restano, o che tornano. “Io sto per fare la scelta inversa. – scrive luca2479 – Dopo anni all’estero ho deciso di tornare in Italia. E’ tutto vero quello che c’è scritto, però certe volte costruire una vita all’estero è difficile. Forse c’è il lavoro ma non tutto il resto, così è nel mio caso. (…) Inizi davvero a sentire la mancanza del tuo paese, dei tuoi “vecchi” e di quegli amici veri con cui hai condiviso quasi tutta la vita e che vedi soffrire nella speranza di trovare un lavoro”. E c’è chi proprio non se la sente neanche di provare ad andar via: “Rimpiango di non essermene andato dopo l’università”, dice marino76.

I ‘resistenti’. La fuga dall’Italia a qualcuno sembra una resa, un modo di rendere il nostro Paese ancora più povero e in declino. “Questo fenomeno ha già per molto tempo privato di giovani e grintose energie il Sud. E adesso sta facendo lo stesso per l’Italia. Ma non è andandosene che si risolverà il problema. E non basterà andare via per essere felici”, scrive warriors83. “Mi viene voglia di scrivere “Non avrei potuto trovare parole migliori”, ma così accettiamo la sconfitta, e non è giusto. Anzi sono proprio i giovani che hanno la possibilità di cambiare questo mondo marcio che gli stiamo consegnando, vedi i giovani Antimafia. I giovani e noi con loro” (clacampa1). Io non parto, dichiara orgogliosamente giorgioch: “Ho 49 anni, una vita di ricerca spesa tra l’Italia e gli USA. Per 26 anni ho rifiutato l’opzione di andare a lavorare negli USA. In questi anni ho speso la mia carriere aiutando la ricerca in Italia, costruendo realtà e portando know how in Italia. Ho un figlio di 12 anni e l’unica cosa che voglio dirgli è: combatti, e che io combatterò fino alla fine”.

Quelli che accusano Celli. Molti commenti sono però estremamente polemici nei confronti di Celli. Gli rimproverano una certa ipocrisia e i privilegi della sua posizione, sostenendo che è inutile criticare un sistema che si è contribuito a creare, e nel quale si occupa un’eccelente posizione. “Sì, ok, se ne vada pure il padre così stiamo più larghi”, scrive francopan1965. Parecchi commenti sono più articolati: “Non mi va bene. Questa è la lettera di un padre che ha condiviso e condivide, con lo stesso sistema che egli denuncia, il potere; lo sappiamo che non si diventa direttore generale della Rai o della Luiss per soli meriti professionali, ci vuole qualcos’altro: il compromesso”, jackfolla57. E in tanti gli rimproverano anche i privilegi che comunque ha potuto e potrà ancora offrire a suo figlio. “Mi piacerebbe che il sig.Celli spiegasse cosa ha tentato di fare, grazie ai suoi ruoli, per cambiare la situazione”, chiede jaakko. “I giovani italiani sono altri – dice tic – cara Repubblica, non pubblicare l’amarezza del direttore generale della Luiss, ma pubblica quella di un professore di liceo, di un operaio, di un impiegato, di un poliziotto, di un precario padre”.

“Caro papà…”. Molti lettori rispondono a tono, scrivendo una lettera da ‘figlio’ a Celli. Sono i commenti più amari, dai quali emerge forte il conflitto tra una generazione che apparentemente ha preso tutto, e quella alla quale non sono rimaste neanche le briciole. “Caro papà – scrive andmal – finalmente ti sei accorto di quello che la tua generazione ha combinato in questo paese…Caro papà, apprezzo il fatto che almeno tu ti sia resto conto dei disastri che ci avete lasciato (debito pubblico, pensioni ridicole, disoccupazione alle stelle, mancanza di stabilità lavorativa, and so on!) ma non mi aspettavo che ti lavassi le mani, esortandomi a lasciare l’Italia”. “Caro Babbo – rincara la dose tuofiglio – la tua generazione è stata tra le più dannose e ipocrite che si siano viste negli ultimi 100/200 anni. Una generazione di cannibali che, degne del miglior Crono, sta divorando i suoi eredi e il loro futuro (…). Ciao babbo. Vacci tu all’estero, e lascia a me questo paese”.

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30 novembre 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/commenti-celli/commenti-celli.html