Archivio | dicembre 4, 2009

SACCHEGGIATORI D’ITALIA – Vuoi donare soldi al Pdl? Alle Poste lo fai gratis

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di Giuseppe Vespo

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Al numero 10806040 corrisponde un conto corrente postale particolare. È l’unico per il quale allo sportello non è previsto il pagamento di alcuna tassa o commissione. Almeno così è stato da maggio al 25 novembre scorso per più di un migliaio di operazioni. Il conto fa capo ad un’organizzazione che rientra nella categoria «Istituti ed Enti con finalità di assistenza e beneficenza». Quell’organizzazione si chiama Pdl: Popolo delle Libertà.

Se per Natale vi viene voglia di fare una buona azione e destinare qualche euro ad un’associazione di volontariato, impegnata magari nella lotta a qualche male incurabile, sappiate – ma lo saprete già – che inviare dei soldi con un bollettino postale costa 1,10 euro. Che sia per i terremotati d’Abruzzo, gli alluvionati di Messina, i bambini adottati a distanza, poco importa. La commissione o tassa viene richiesta – legittimamente – allo sportello. Solo se siete ultrasessantenni o se l’operatore è autorizzato la tassa può essere eliminata. Viceversa è lo stesso sistema operativo (PGO), cioè il computer, che applica automaticamente la tariffa al bollettino. Salvo in un caso, appunto. Quello del conto 10806040, intestato al partito del presidente del Consiglio e del quale l’organizzazione si serve per raccogliere le adesioni e le associazioni presso la sede di Via Ufficio del Vicario 49, a Roma.

Una stranezza che è stata segnalata
dagli stessi dipendenti delle Poste, che in uffici e regioni diverse hanno provato quello che stiamo raccontando. Trovatisi di fronte a neofiti delle Libertà, che volevano iscriversi al Pdl attraverso il modulo prestampato che si può scaricare anche sul sito del partito (www.ilpopolodellaliberta.it), gli ignari impiegati hanno pensato di aver sbagliato qualcosa nell’operazione. Hanno provato e riprovato più volte. Ma niente: nelle Marche, nel Lazio, in Toscana, sempre lo stesso risultato. Non paghi, e rispettosi della par condicio, i suddetti lavoratori hanno voluto verificare se anche il Partito democratico godesse dello stesso privilegio e hanno destinato qualche spicciolo (come si vede dalla foto) all’organizzazione guidata da Pierluigi Bersani. Con grande sorpresa, però, hanno scoperto che, seppur il Pd sia registrato nella speciale classificazione di Poste Italiane come «Ente con finalità di assistenza e beneficienza», come tutti paga la tassa.

Perché al Pdl è stato applicato lo sconto, se di questo stiamo parlando? O forse si è trattatto più semplicemente di un problema tecnico che si è prolungato per mesi? Ad ottobre il sito delle Poste è stato attaccato da hacker poi individuati. Qualche giorno dopo invece «anomalie derivate dall’aggiornamento della piattaforma tecnologica» hanno madato in tilt i titolari di Banco Posta. Alcuni – secondo Adoc il 70-80% dei 6,2 milioni di titolari di Postamat – hanno visto per un giorno i loro conti andare in rosso per migliaia di euro. Interpellata sulla questione del bollettino Pdl, l’azienda controllata dal ministero del Tesoro e dalla Cassa Depositi e Prestiti, ha risposto – mercoledì sera – che la cosa «non è possibile. Poste incassa sempre la tassa». Al massimo il Pdl potrebbe aver chiesto di accollarsi l’onere di tutti i bollettini e pagare dopo. Ai lavoratori però sembra strano che questo sia avvenuto fino al 25 novembre, mentre dal giorno dopo il sistema è tornato a chiedere un euro e dieci centesimi anche per le operazioni del conto 10806040.

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4 dicembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=92201

I talenti scrivono al Presidente Napolitano: “Torneremmo, ma via i dinosauri”

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fonte immagine:  http://www.cervellinfuga.com

Lettera di un gruppo di professionisti all’estero. “Ecco perché ce ne siamo andati
L’Italia è un concentrato di nepotismo e gerontocrazia”

“Affidiamo nelle sue mani la speranza di immaginare un futuro meno nomade”

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di CINZIA SASSO

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I talenti scrivono al presidente "Torneremmo, ma via i dinosauri"Il presidente Napolitano alla cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico

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MILANO – “Illustrissimo Presidente, negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani italiani sono emigrati all’estero, per fuggire dal paese più immobile d’Europa. Un concentrato di immeritocrazia, nepotismo e gerontocrazia che ha pochi pari nel nostro Continente”.

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA

Comincia così la lettera che sedici giovani italiani costretti a scegliere di andare a lavorare all’estero, hanno scritto a Giorgio Napolitano, e le parole pronunciate ieri del presidente sono una prima immediata risposta. Sono artisti, manager, ricercatori, ingegneri, professori, che negli Stati Uniti, in Spagna, Francia, Gran Bretagna, Belgio, hanno trovato quello che cercavano: la possibilità di dimostrare il loro valore, di sfruttare le loro capacità, di dare un senso alla propria vita, di vedere riconosciuto il loro impegno.

Ragazzi che non avevano voglia di stare a casa a fare i bamboccioni; giovani – tra i 28 e i 40 anni, che in nessun altro paese sarebbero ancora definiti ragazzi; uomini e donne che credono in se stessi e nelle competenze che con impegno hanno acquisito. Persone che hanno però raggiunto una convinzione: l’Italia non è un paese per giovani e nemmeno per chi è bravo.

A Napolitano hanno raccontato perché, dopo aver provato inutilmente a sfondare in Italia, se ne sono andati; ma anche a quali condizioni potrebbero tornare. E a lui hanno chiesto di fare qualcosa per “rendere questo paese un luogo dove i giovani possano vivere e affermarsi solamente sulla base del merito, senza bisogno di parentele e cooptazioni”.


Le loro storie, e anche molte di più, sono state raccolte in un libro, La fuga dei talenti (di Sergio Nava, edizioni San Paolo), che ha saputo anticipare il dibattito che sarebbe esploso. Nel 2006 la fuga dei giovani professionisti italiani è costata al sistema paese oltre un miliardo e 700milioni di dollari: tutto quello che si è speso per formarli, dalle elementari all’università, se n’è andato lontano, a portare ricchezza da un’altra parte. Perché – scrive da New York il compositore Oscar Bianchi – “in Italia la mia “categoria” non ha il diritto di esistere”. E Damiano Migliori, ingegnere in Francia: “Sento l’Italia come il mio paese, ma è in declino, e non vedo leve per migliorare”. Una sorta di Spoon River. Cristina Cammarano, America, professore universitario: “Come insegnante, in Italia, non avrei potuto nemmeno pagare l’affitto e avrei dovuto agonizzare per anni aspettando la morte del mio “barone” per prenderne il posto”. Marco Fantini, economista, Belgio: “L’Italia guarda solo al passato e i diritti “acquisiti” lo sono sempre dalle stesse persone”. Patrizia Iacino, designer, Usa: “Il nostro paese è fermo e ha un solo interesse: lasciare intatti i privilegi”. Giuliano Gasparini, consulente, Spagna: “Me ne sono andato perché non sono disposto ad accettare che le decisioni da noi vengano prese solo sulla base di interessi specifici”. Paolo Besana, ricercatore, Gran Bretagna: “Qui so quello che mi spetta, dalla posizione in coda all’ufficio postale ai riconoscimenti in università, e non devo combattere contro chi cerca di passarmi avanti”.

Tornerebbero, scrivono, e però hanno le idee chiare sul cambiamento che vorrebbero: “Se le tasse più alte e la retribuzione più bassa venissero compensate da una riduzione dell’aliquota fiscale”; “se la gente smettesse di pensare che la via furba è quella giusta per raggiungere i propri obiettivi”; “se ci fosse il rispetto dei valori di onestà e legalità”; “se qualche dinosauro venisse sostituito da un giovane di talento”; “se ci fosse trasparenza, non clientelismo e soprusi”. “Presidente – conclude la lettera – siamo consapevoli delle difficoltà, ma affidiamo nelle sue mani la speranza di immaginare un futuro meno nomade per i talenti italiani costretti a lasciare il paese che amano”.

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4 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/talenti-in-fuga/talenti-in-fuga.html

Il governo italiano a caccia di 007, per la prima volta il bando è online

AAAAHHHH!!! Ecco perché mi riprendevano col cellulare.. Un test d’ingresso!

Il prefetto Soi: “Il sito della sicurezza nazionale è attivo dal 23 ottobre. Abbiamo bisogno di profili di specializzazione e di alta qualità”

Disponibili una decina di posti, come analista di intelligence e network manager
“Ma non bisogna rivelarlo. A tutti dobbiamo dire che siamo impiegati pubblici”

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di GIOVANNI GAGLIARDI

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ROMA “Aaa, aspirante agente segreto cercasi anche part-time. Inviare curriculum, astenersi giornalisti, magistrati e sacerdoti”. Non è uno scherzo: chi vuole entrare nell’intelligence italiana adesso ha a disposizione il sito della presidenza del Consiglio dei ministri e non è escluso che possa ricevere un’offerta di lavoro a tempo determinato. Ma si può dirlo a nessuno: “Dobbiamo dire che siamo impiegati pubblici”.

Gli aspiranti 007 nostrani iniziano la loro carriera cliccando su www.sicurezzanazionale.gov.it: “Il sito è aperto dal 23 ottobre e finora è stato visitato da alcune decine di migliaia di persone. E abbiamo già ricevuto alcuni curriculum”, spiega il prefetto Adriano Soi, responsabile dei rapporti con la stampa del Dis, il Dipartimento informazioni per la sicurezza che coordina e verifica tutte le attività di intelligence di casa nostra. “E’ una novità assoluta per i nostri servizi di informazione che in questo modo, dopo l’apertura del sito web, proseguono nell’attuazione dei principi di trasparenza e di maggiore integrazione nel sistema-Paese che la legge di riforma ha affermato”.

“I curriculum arrivati fino ad adesso – spiega il prefetto – hanno il classico format del curriculum europeo, ben fatto ma a noi interessa sapere di più: sul sito c’è la foto con la mano che riempie il modulo e la frase: ‘Se pensi che la tua professionalità possa essere utilizzata per difendere l’indipendenza, l’integrità e la sicurezza della Repubblica clicca qui’. Ecco questi sono i requisiti di base”. Tra le cose che vengono richieste c’è anche il curriculum universitario esame per esame e i titoli post laurea di specializzazione: “Abbiamo bisogno di profili di specializzazione e di alta qualità”, sottolinea Soi.

Ai cittadini italiani maggiorenni che si collegano con il sito sono prospettate due carriere (“Ma in futuro ne aggiungeremo altre”, spiega Soi): quella di analista di intelligence e quella di network manager. L’analista (che il prefetto per semplificare paragona al Robert Redford dei Tre giorni del condor), svolge, “nella massima riservatezza, attività di ricerca, di selezione e studio dei fenomeni di minaccia che interessano la sicurezza nazionale (terrorismo, eversione, proliferazione, criminalità, immigrazione clandestina, ecc.)”. Sono richieste la laurea, in materie umanistiche o economiche e conoscenze relative all’attualità nazionale e internazionale, dalla politica all’economia alla finanza all’energia alla tecnologia al diritto, oltre a un elevato livello di conoscenza delle lingue, da quelle “veicolari” a quelle “rare”. Poi c’è la figura del network manager. In questo caso è richiesta la laurea in ingegneria delle comunicazioni o informatica, oltre ad almeno 5 anni di esperienza nel settore dell’ingegneria delle reti.


Il prefetto tiene subito a sgombrare il campo dal dubbio che si tratti di un lavoro da burocrati o passacarte: “L’analista deve avere grandi capacità di ricerca, selezione e studio, deve catturare il senso delle informazioni che arrivano da una quantità enorme di fonti. Non pensiamo solo a James Bond. Non a caso questa è la figura che abbiamo messo per prima. Oggi da un’intelligence tarata solo sulla difesa in blocchi contrapposti, siamo passati all’intelligence della globalizzazione”. Quindi compiti legati anche agli interessi economici. “Pensiamo ad un Paese come il nostro con molte imprese impegnate all’estero – spiega Soi – Oggi il mondo è pieno di persone che vanno in giro a carpire tecnologie che non hanno a casa”.

Ma di quanti ‘posti di lavoro’ stiamo parlando? “Anche se si tratta di impiegati pubblici a tutti gli effetti, non si deve pensare ai concorsi della P.A. Cerchiamo di creare un data-base articolato per profili professionali, per qualità e motivazione. In questo momento l’intelligence è alla ricerca di una decina di persone”. E come nel pubblico impiego si fanno contratti a tempo indeterminato e contratti a termine “che sono quelli più interessanti. Oggi abbiamo un profilo molto aziendale e anche l’approccio è aziendalistico: in questo senso abbiamo un modo di rivolgersi al mercato tipico. Una volta selezionati i curriculum le persone vengono chiamate e parte una procedura di selezione tra prove scritte, orali, e psico-attitudinali. Alla fine si ha chi si cerca”.

C’è poi l’aspetto economico: “Sono stipendi del pubblico impiego, si prende meno che nel privato, ma per la P.A. è un buon stipendio, però non si viene pagati per gli straordinari e l’orario di lavoro è più lungo. Chi lavora nell’intelligence ha l’onere della riservatezza nel lavoro e nella vita. Deve dire ‘sono un dipendente pubblico’, altrimenti rischia di diventare un bersaglio”. Diverse da un normale impiegato anche le procedura di sicurezza in ufficio: “Sono molto severe, l’impegno è alto, in uno standard di vita più serio. Ma tutto questo non lo fa considerare un lavoro usurante, si va in pensione come tutti gli altri”.

Chi viene assunto,
poi, segue un corso di formazione, ma è praticamente impossibile sapere i dettagli: “Ci sono dodici regolamenti di attuazione. Tranne quello sul segreto di Stato che è pubblico, gli altri sono riservati. Una volta entrati in servizio i dipendenti verranno formati sia su materie generaliste che inerenti al profilo di impiego”. Il nostro agente segreto viene addestrato anche su tecniche di difesa personale, ma è un addestramento che non sfocia in attività di tipo militare che non rientrano nei compiti dell’intelligence.

L’ultimo aspetto riguarda le attività sotto copertura: “Sono previste e regolate dalla nuova legge sull’intelligence”, ma se il cronista volesse fare domanda la risposta è garbata ma secca: “La legge ci vieta di assumere giornalisti, sacerdoti o magistrati”. Tutti gli altri possono farsi avanti.

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4 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/cronaca/agenti-segreti/agenti-segreti/agenti-segreti.html?rss

DIRETTA – Mafia, in aula il pentito Spatuzza “Graviano fece il nome di Berlusconi. Ci hanno messo il Paese in mano”

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Mafia, in aula il pentito Spatuzza
“Graviano fece il nome di Berlusconi.
Ci hanno messo il Paese in mano”

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza parla al processo d’appello contro Marcello Dell’Utri. La corte si è trasferita per motivi di sicurezza da Palermo all’aula bunker di Torino. Il pentito ha indicato il senatore e Berlusconi come i referenti politici nel periodo delle stragi di mafia del 1993. Berlusconi durante il Cdm: “Le accuse contro di me sono follia”. Bonaiuti: “La mafia attacca il premier perché il governo agisce contro la criminalità organizzata”. E Dell’Utri si difende: “Spatuzza è solo un petardo. Mai conosciuto i Graviano”. Nel ’94 al bar Doney di Via Veneto a Roma, prima del fallito attentato all’Olimpico, l’episodio centrale della deposizione. Il pentito ricorda l’incontro con Giuseppe Graviano: “Disse che avevamo ottenuto quello che cercavamo. Non come quei quattro socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ’89 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi fece i nomi di Berlusconi e quello del Canale 5, Dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il Paese nelle mani”. Il processo riprenderà a Palermo l’11 dicembre. Graviano parteciperà al dibattimento in videoconferenza

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Dell'Utri in aula
Dell’Utri in aula
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Il pentito Gaspare Spatuzza in aula con il volto nascosto
Il pentito Gaspare Spatuzza in aula con il volto nascosto

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16:50

Il processo rinviato all’11 dicembre

La corte ha deciso che il processo continuerà a Palermo l’11 dicembre con i boss Graviano, Giuseppe e Filippo, in videoconferenza

Il processo è ripreso

L’avvocato Valeria Maffei, legale del pentito di mafia,. ha detto: “Il mio cliente dice la verità, dice la sua verità, poi sarà la Corte d’Appello a fare le sue valutazioni”

Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha detto: “Da siciliana sono indignata che un uomo come Spatuzza, un pluriassassino che ha contribuito a massacrare la reputazione della mia terra, possa essere ritenuto attendibile”

Margherita Boniver, deputata del Pdl, ha detto: “Il sicario mafioso oggi convertito è una fantasia malata che ci auguriamo non sia presa per verità”

Il portavoce del Pdl Daniele Capezzone ha detto: “Sono indignato che una bestia che ha sciolto un bambino nell’acido improvvisamente ha una crisi di coscienza e dopo 15 anni sostiene che nel gennaio ’94 ha sentito alcuni mafiosi dire che chi ha Canale 5, aveva in mano il Paese quando Berlusconi doveva ancora scendere in politica. E su ciò è stata montata un’inchiesta e un circo mediatico che sputtana il Paese”

Spatuzza ha detto: “Il giorno dopo la strage di Via D’Amelio, Giuseppe Graviano si è complimentato perchè tutto era andato bene”

La Corte brevemente si ritira per valutare possibii domande al teste

A domanda della difesa di Dell’Utri, Spatuzza risponde: “Sono accusato di sei stragi, quaranta omicidi”

Stefania Craxi, deputata del Pdl e sottosegretario agli Esteri, figlia dell’ex leader dei socialisti chiamati in causa dalle dichiarazioni di Spatuzza, commenta: “E’ una vicenda tragicomica, completamente assurda, dietro la quale si cela una mente politica diabolica”

La difesa domanda. “Ha mai sentito di trattativa Stato-Mafia prima del ’93? Spatuzza: “No”

Continua il controesame del teste da parte della difesa

Il viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli ha detto: “Sulla partita di Spatuzza, la magistratura si gioca la propria credibilità”

Spatuzza nel controinterrogatorio della difesa precisa che ha “deciso di togliere gli omissis sulle stragi del ’92 e ’93, dopo l’ammissione al programma pentiti. Prima di quella data, ai pm non parlai mai dei nomi dell’interlocutore politico dei Graviano”

Il commento del presidente dei senatori del PdL Maurizio Gasparri ha detto: “Spatuzza? E’ solo un refuso della parola spazzatura. Il governo continuerà a spedire altri mafiosi in galera”

Ripresa nell’aula bunker di Torino l’udienza del processo al senatore Marcello Dell’Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il difensore dell’imputato, Nino Mormino, ha iniziato il controesame del pentito Gaspare Spatuzza

Il senatore Marcello Dell’Utri ha detto: “Il pentito ha detto quello che aveva già riferito ai pm”.

Il senatore Dell’Utri ha detto: “Spatuzza? Uno così, Falcone l’avrebbe denunciato”

Durante la pausa del processo, Marcello Dell’Utri ha detto: “Che ne so io chi ci sta dietro Spatuzza. Ci sono delle persone, i pm, che ne so io”

Il processo è stato sospeso 15 minuti

Giuseppe Ayala, ex magistrato del pool antimafia di Palermo e stretto collaboratore di Falcone e Borsellino sulla deposizione di Spatuzza ha detto: “Sono affermazioni che non possono
lasciare indifferenti. Guai però a costruire una responsabilità penale solo sulla parola di un collaboratore”

Pierluigi Bersani, segretario Pd, ha detto. “Tocca ai giudici valutare le dichiarazioni di un pentito”

13:52

Bonaiuti: “Mafia attacca Berlusconi perchè il governo agisce contro la mafia”

Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto: “E’ del tutto logico che la mafia attacchi il presidente del Consiglio perché il governo agisce contro la criminalità organizzata. I risultati del governo contro la mafia non hanno precedenti negli ultimi vent’anni”

Spatuzza ha detto: “La mia missione è restituire verità alla storia e non mi fermerò di fronte a niente. E’ una mia missione per dare onore a tutti quei morti, a tutta quella tragedia. E’ mio dovere”

Gaspare Spatuzza ha detto: “I timori di parlare del presidente del Consiglio Berlusconi erano e sono tanti”

Spatuzza ha detto. “Se io ho messo la mia vita nelle mani
del male, perchè non la devo perdere per il bene? Chiedo perdono per il male fatto”

Il pentito Gaspare Spatuzza ha detto: “Il mio pentimento è la
conclusione di un bellissimo percorso spirituale cominciato grazie al cappellano del carcere di Ascoli Piceno. Mi sono trovato ad un bivio: scegliere Dio o Cosa nostra”

I contatti tra Gaspare Spatuzza e alcuni componenti del clan Graviano, sono avvenuti nel carcere di Tolmezzo (Udine). Lo ha detto Spatuzza: “Ho avuto contatti con Giuseppe e Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo dove i due erano detenuti”

“Nell’87 Giuseppe Graviano mi disse che dovevamo sostenere i candidati socialisti alle elezioni. All’epoca il capolista era Claudio Martelli. A Brancaccio facemmo di tutto per farli eleggere e i risultati si videro: facemmo bingo” dice Spatuzza

Spatuzza: “Graviano mi fece il nome di Berlusconi e mi disse che grazie a lui e al compaesano nostro ci eravamo messi il paese tra le mani. Graviano mi disse che avevamo ottenuto tutto quello e questo grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa storia, che non erano come quei quattro ‘crasti’ socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ’89 e poi ci avevano fatto la guerra”.

“Il progetto di attentato allo stadio Olimpico prevedeva 50 chili di tondini” rivela Spatuzza

“Non mi si faccia fare il magistrato, ne ho già tanti di mestieri da fare, tanti tranne quello”. Lo ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani.

“Quando avvennero Capaci e via D’Amelio abbiamo vigliaccamente gioito. Quelle sono stragi che ci appartengono. Mentre l’attentato di Firenze non ci appartiene” continua Spatuzza.

“Ho fatto parte dagli anni Ottanta al Duemila di un’associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa nostra. Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perchè dopo gli attentati di via D’Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre, come l’attentato al dottor Costanzo” dice Spatuzza

La seconda sezione della Corte d’appello di Palermo ha respinto l’istanza di revoca della testimonianza del pentito Gaspare Spatuzza presentata dai legali del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri sotto processo per concorso in associazione mafiosa.

E’ iniziata la deposizione di Spatuzza

Le accuse per le stragi mafiose del 1993 “non sono una bella cosa, devo fare un lavoro molto difficile su di me per non somatizzare tutte queste cose che sono gravissime.
Una persona normale o impazzisce o si uccide”. A dirlo è Marcello Dell’Utri.

E’ folle quello di cui mi accusano, sono cose incredibili: il nostro è il governo che ha fatto di più contro la mafia. E’ stato questo, secondo quanto riferito da fonti governative, il ragionamento svolto da Silvio Berlusconi nel corso del Consiglio dei ministri.

‘I Graviano? Non li ho mai conosciuti, io non conosco nessuno. Lo ha detto il senatore Marcello Dell’Utri, in una pausa del processo d’appello che lo vede imputato per il reato di concorso in associazione mafiosa. “Provenzano? Sta scherzando”, ha aggiuto rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se conoscesse questi personaggi. “Io conoscevo Vittorio Mangano – ha affermato Dell’Utri – punto e basta”.

La II Sezione della Corte d’Appello di Palermo, in trasferta a Torino per il processo al senatore Marcello Dell’Utri, è in camera di consiglio per decidere sulle eccezioni sollevate dai legali dell’imputato. I difensori del senatore hanno chiesto ai giudici di revocare l’ammissione dell’esame del pentito Gaspare Spatuzza, prevista per oggi, e hanno sollevato un’eccezione di legittimità costituzionale della norma sulla rinnovazione parziale del dibattimento nel secondo grado di giudizio.

Dell’Utri: “Spatuzza ha interessa a buttare giù il governo che gli lotta contro. Spatuzza non è un pentito dell’antimafia, ma della mafia. Sono tranquillo ma assisto ad uno spettacolo incredibile. Mi sento a teatro, ma il protagonista-imputato non sono io, è un altro”.

Nino Gatto, pubblica accusa al processo d’appello nega l’autorizzazione all’acquisizione di tutte le dichiarazioni rese dal pentito Gaspare Spatuzza e si oppone alle istanze dei difensori il procuratore generale di Palermo. Il Pg ha chiesto alla Corte di dichiarare manifestamente infondata un’eccezione di ncostituzionalità della norma sulla rinnovazione parziale del dibattimento nel corso del giudizio d’appello. Ha, inoltre, negato il consenso all’acquisizione dei verbali del pentito, tranne che la difesa non acconsenta all’ingresso nel processo delle rivelazioni degli altri collaboratori di giustizia sentiti a riscontro di Spatuzza e di un’altra serie di atti d’indagine.

“Altro che bomba atomica, Spatuzza è solo un petardo”. Lo ha detto uno dei legali del senatore Marcello Dell’Utri, l’avvocato Nino Mormino, al processo d’appello al politico in corso, a Torino, davanti ai giudici palermitani. Per il legale facendo entrare le dichiarazioni del pentito cambia l’oggetto del processo che si trasforma da un’indagine su una generica collusione con la mafia da parte del senatore Dell’Utri, ad una indagine dove si entra nel merito di fatti nell’ambito dell’attivita’ stragista.

Spatuzza ha trascorso la notte in una località segreta ed ora aspetta di essere chiamato a deporre. Spatuzza è guardato a vista dalle forze dell’ordine in una stanza protetta collegata alla maxiaula 1.

“Ciò che è successo in questo processo – continua Sammarco – ha messo in evidenza una grave forma di incostituzionalità nello schema del procedimento così come previsto dalla legge. E’ palese che la norma che prevede la rinnovazione parziale del dibattimento violi l’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo, l’art. 3 sul principio di uguaglianza e l’art. 24 sul diritto di difesa”.

E’ cominciato con la richiesta di revoca dell’ammissione della deposizione di Spatuzza il processo d’appello. A sorpresa l’avvocato Alessandro Sammarco ha chiesto ai giudici della seconda sezione della Corte d’appello di revocare l’ordinanza con cui avevano ammesso la testimonianza dell’ex boss. “Quello che sta accadendo in questo processo – ha spiegato – è del tutto anomalo. Il dibattimento era giunto al termine, quando è stato inondato da quintali di documenti relativi a temi diversi da quelli trattati in primo grado. Parole che precedono la richiesta di presentazione di una eccezione di incostituzionalità della norma del codice di procedura penale sulla rinnovazione parziale del dibattimento nel secondo grado di giudizio.

Il paravento bianco è già stato piazzato, nella maxiaula 1, e quattro poliziotti in borghese lo proteggono. Presente un numeroso pubblico: studenti di giurisprudenza, avvocati e semplici curiosi. Il tutto è blindato da un imponente dispositivo di sicurezza, con carabinieri e poliziotti in divisa e in borghese.

Il procuratore generale di Palermo, Antonino Gatto, ha parlato, rispetto all’udienza di oggi, di ”aspettativa eccessiva. Si sta enfatizzando troppo qualcosa che ha il rilievo ma non cosi’ eccessivo”.

Il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e’ arrivato all’udienza torinese per la deposizione.

E’ attesa tra pochi minuti, come previsto, la deposizione di Gaspare Spatuzza, il pentito di mafia affiliato alla famiglia del quartiere brancaccio di palermo, al processo d’appello contro marcello dell’utri. Spatuzza ha indicato Dell’Utri e Berlusconi come i referenti politici delle stragi di mafia del 1993. Tantissima folla all’ingresso del tribunale torinese, con una coda di decine di metri per superare i controlli del metal detector. All’udienza partecipano circa 250 giornalisti con numerose troupe di tv straniere.

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4 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/12/dirette/sezioni/cronaca/spatuzza-processo/spatuzza-processo/index.html

No-B Day: la Rai nega la diretta al Tg3

http://italianspot.files.wordpress.com/2009/11/no_b_day_io_ci_saro12.jpg

La manifestazione di sabato a Roma contro Berlusconi: «Saremo 350 mila»

Di Pietro accusa il Pd per la mancata concessione al telegiornale della Berlinguer: «Ci mettano faccia»

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Antonio Di Pietro (Insidefoto)
Antonio Di Pietro (Insidefoto)

ROMA – La Rai ha detto no alla richiesta della direttrice del Tg3, Bianca Berlinguer, di trasmettere diretta e approfondimenti della manifestazione «No-B Day», indetta sabato 5 dicembre a Roma contro Berlusconi («Saremo 350 mila con tante bandiere di colore viola», hanno detto gli organizzatori). La diretta sarà trasmessa da Rainews24. Antonio Di Pietro accusa il Partito democratico per la decisione della Rai: «Se la dirigenza del Pd avesse accettato di metterci la faccia, oggi la Rai non avrebbe avuto il coraggio di dire no alla diretta. Lancio un ramoscello d’ulivo ai dirigenti assenti per ripensarci», ha aggiunto il leader di Italia dei valori. «Farà più rumore la loro assenza che l’umiltà di chi sta in seconda fila. Ci appelliamo alla presidenza della Rai e alla commissione di Vigilanza per un ripensamento, altrimenti sarà la prova che il servizio pubblico segue due pesi e due misure».

BERSANI – Pronta la replica del segretario Pd, Pier Luigi Bersani: «Se qualcuno mette il cappello» sulla manifestazione «fa un danno all’autonomia dei movimenti e alla speranza che loro siano un presidio alla difesa dei valori costituzionali. Il Pd non è tentennante», ha aggiunto Bersani. «È rispettoso e in ogni caso, pur nel rispetto dell’autonomia dei movimenti, tanti nostri elettori e dirigenti saranno in piazza».

RIZZO NERVO – Il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo ha giudicato «molto grave» la decisione di negare al Tg3 la possibilità di realizzare un approfondimento con dirette: «Lede i poteri e l’autonomia del direttore di testata. Affermare che sarà gestita da Rainews24 è una grande ipocrisia, perché Rainews oggi è vista dal 30% della popolazione» sul digitale e sul satellite. La mancata diretta della manifestazione «No-B Day» è un’occasione mancata per la Rai anche perVincenzo Vita, commissario Pd alla commissione Vigilanza Rai.

PRESENZA PD – Saranno diversi però i dirigenti del Pd che hanno assicurato la loro presenza alla manifestazione di sabato. Tra questi l’ex segretario Dario Franceschini, mentre l’altro ex segretario, Walter Veltroni, ha annunciato che sarà presente «in spirito». Italia dei valori, Rifondazione comunista e Comunisti italiani hanno dato il loro appoggio ufficiale. Secondo gli organizzatori arriveranno a Roma in piazza S.Giovanni 700 pullman da 116 località, accolti da una rete di 250 volontari, oltre a quattro treni speciali. Il raduno in piazza è previsto per le 14, poi partirà il corteo.

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03 dicembre 2009(ultima modifica: 04 dicembre 2009)

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fonte:  http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_03/diretta-rai-nobday_94be72fe-e002-11de-9712-00144f02aabc.shtml

CASO CUCCHI – La direzione delle carceri accusa agenti e funzionari: «Una morte disumana»

Il Dap sul caso Cucchi:
«Una morte disumana»

La direzione delle carceri accusa agenti e funzionari: «Ci sono responsabilità a tutti i livelli»

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Stefano Cucchi (Ansa)
Stefano Cucchi (Ansa)

ROMA Stefano Cucchi «ha concluso la sua vita in modo disu­mano e degradante», mentre era nelle mani dello Stato e della sua burocrazia. Gli elementi che il 22 ottobre hanno portato alla morte del trentunenne detenuto in un re­parto d’ospedale, a una settimana dall’arresto per qualche grammo di hashish, sono l’esempio «di una incredibile, continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei di­ritti, in tutte le tappe che hanno vi­sto Stefano Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pub­blici». Mancanze che «si sono sus­seguite in modo probabilmente non coordinato e con condotte in­dipendenti tra loro», ma questo non assolve nessuno. A comincia­re dal personale dell’amministra­zione penitenziaria, agenti compre­si. Le possibili colpe di «altri orga­ni e servizi pubblici» dai quali Cuc­chi è transitato, non attenuano «la responsabilità di quanti, apparte­nendo all’amministrazione peni­tenziaria, abbiano partecipato con azioni e omissioni alla catena della mancata assistenza».

Sono le conclusioni a cui è giun­ta l’indagine della Direzione genera­le delle carceri sulla fine del tossico­dipendente arrestato dai carabinie­ri e deceduto all’ospedale «Sandro Pertini» di Roma, dov’era stato rico­verato per le fratture subite. Pic­chiato nelle celle di sicurezza del tri­bunale di Roma dagli agenti peni­tenziari, secondo l’ipotesi della ma­gistratura; non si sa dove, quando e da chi, secondo l’Amministrazio­ne penitenziaria che ha potuto ac­quisire solo alcuni atti giudiziari, non tutti quelli richiesti. Ora la rela­zione della commissione formata da Sebastiano Ardita, Maria Letizia Tricoli e Federico Falzone e altri funzionari del Dap è stata inviata al­la Procura di Roma, che la valuterà e ne trarrà eventuali conseguenze.

Vomito e sporcizia nelle celle

Sugli agenti carcerari l’ispezione dà atto delle «condizioni lavorativa­mente difficili» in cui gestiscono gli arrestati e i detenuti in attesa di giudizio nei sotterranei del tribuna­le di Roma. Ma spiega che «risulta difficile accettare che il personale non sia stato posto a conoscenza neppure dell’esistenza della circola­re per l’accoglienza dei ‘nuovi giun­ti’ (quella con le regole sulla ‘pri­ma accoglienza’ ai detenuti, ndr)» . Non c’era, ad esempio, il registro coi nomi degli arrestati e l’annota­zione dei movimenti con gli orari. «Appare incomprensibile — prose­gue la relazione — la mancata attua­zione di alcuni requisiti minimi di ordine amministrativo già previsti, e la mancata segnalazione di taluni gravi aspetti disfunzionali su caren­ze di carattere igienico sanitario e sulla gestione degli arrestati».

Tradotto dal linguaggio burocra­tico, significa che le camere di sicu­rezza del tribunale di Roma versa­no in condizioni degradate e degra­danti, perché hanno spazi ridotti, non ci sono servizi igienici, non prendono aria né luce dall’esterno ed è possibile che lì vengano richiu­se persone rimaste a digiuno anche da ventiquattr’ore: «All’atto del so­pralluogo le condizioni igieniche presentano evidenze di materiale organico ormai essiccato sui muri interni (vomito) che risultano in parte ingialliti e sporcati con scrit­te. Sul pavimento, negli angoli, si ri­levano accumuli di sporcizia».

La notte dell’arresto

Lì, secondo gli elementi d’accusa raccolti finora dalla Procura di Ro­ma, Stefano Cucchi è stato aggredi­to dagli agenti penitenziari, suben­do le fratture che hanno portato al ricovero sfociato nella morte del pa­ziente-detenuto. Gli ispettori del Dap non traggono conclusioni sul pestaggio (per cui sono indagate tre guardie carcerarie e non i carabi­nieri che avevano arrestato Cucchi la sera prima dell’udienza in tribu­nale, i quali hanno riferito e dimo­strato di non essere stati presenti nelle camere di sicurezza del tribu­nale) rimettendosi alle conclusioni dell’indagine giudiziaria. Però indi­cano la cronologia degli eventi at­traverso le testimonianze, a comin­ciare da quella dell’infermiere del Servizio 118 che visitò Cucchi la notte dell’arresto, tra il 15 e il 16 ot­tobre, nella stazione dei carabinieri di Torsapienza. Trovò il giovane in­teramente coperto, e poco o per nulla collaborativo. «Ho cercato di scoprirgli il viso per verificare lo stato delle pupille e guardarlo in volto… C’era poca luce perché nella stanza non c’era la luce accesa… Ho potuto notare un arrossamento, ti­po eritema, sulla regione sottopal­pebrale destra. Non potevo vedere la parte sinistra perché il paziente era adagiato su un fianco».

L’infermiere, visto che Cucchi «comunque rispondeva a tono e ri­fiutava ogni intervento», se n’è an­dato dopo mezz’ora. I carabinieri avevano chiamato il 118 «riferendo di una crisi epilettica», ma il neuro­logo dell’ospedale «Fatebenefratel­li » che ha visitato il detenuto la se­ra del 16 ottobre riferisce che Cuc­chi «precisò che l’ultima crisi epilet­tica l’aveva avuta diversi mesi fa». Al dottore, come ad altri, Cucchi disse che era «caduto dalle scale», ma nella relazione del Dap sono ri­portate anche testimonianze di al­tro tenore.

Viso tumefatto

L’assistente capo della polizia pe­nitenziaria M.D.C. ricorda che lo vi­de passando nelle celle de­gli arrestati «nella tarda mattinata, tra l’una e le due», del 16 ottobre: «Ave­va il viso appoggiato sullo spioncino aperto, ho nota­to che aveva il viso tumefat­to, di un evidente colore marrone scuro». Un altro assistente capo, L. C., che portò il detenuto dal carcere di Re­gina Coeli al «Fatebenefratelli» e al «Pertini» ricorda: «In un momento in cui sono rimasto solo con Cucchi gli ho chiesto cosa era successo, mi ha risposto con una voce alterata e forte ‘è successo fuori, voglio parla­re urgentemente col mio avvoca­to’. Io non ho detto più niente».

C’è poi la testimonianza del­­l’ispettore capo A.L.R., su Cucchi che disse come «durante la notte», dopo l’arresto, aveva avuto un in­contro di box, e gli altri detenuti ri­sposero ironici: «Sì, ma tu facevi il sacco». E c’è la deposizione dell’as­sistente capo B.M., che perquisì Cucchi già pesto e dolorante il po­meriggio del 16 ottobre, all’ingres­so a Regina Coeli: «Gli ho detto, in maniera ironica e per sdrammatiz­zare, ‘hai fatto un frontale con un treno’, e lui mi ha risposto che era stato ‘pestato’ all’atto dell’arresto». Quanto al ricovero nel reparto carcerario dell’ospedale «Pertini» — a parte l’odissea vissuta dai geni­tori di Cucchi che non sono riusciti a vederlo né ad avere notizie, e han­no saputo della morte solo dalla no­tifica del decreto che disponeva l’autopsia — il giudizio finale è che «le regole interne dell’ospedale ab­biano finito per incidere perfino su residui spazi che risultano assoluta­mente garantiti nella dimensione penitenziaria. Ragione per cui il trattamento finale del degente-de­tenuto è risultato essere la somma di tutti i limiti del carcere, dell’ospe­dale e della burocrazia».

Giustificazioni inqualificabili

Per gli ispettori questa vicenda «rappresenta un indicatore di in­sufficiente collaborazione tra re­sponsabili sanitari e penitenzia­ri», e certe giustificazioni avanza­te da alcuni responsabili «non me­ritano qualificazione». In conclu­sione, «risulta censurabile l’opera­to complessivo nei confronti del detenuti Cucchi e dei suoi familia­ri, in particolare nell’ambito del ‘Pertini’, laddove non è stata po­sta in essere delle prescrizioni vol­te all’accoglienza e all’interpreta­zione del disagio del detenuto tos­sicodipendente ».

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4 dicembre 2009

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_dicembre_04/cucchi_rapporto_carceri_giovanni_bianconi_49ffefac-e09f-11de-b6f9-00144f02aabc.shtml

Replica di Celli alle critiche: “Io, mio figlio e l’arte della fuga”

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immagine tratta da: nerotorino.blog.lastampa.it

IL CASO

Celli replica alle critiche dopo la lettera a “Repubblica”

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di PIERLUIGI CELLI

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CREDO che il dibattito sollevato dalla mia lettera e l’intervento di Benedetta Tobagi, del professor Veronesi e il richiamo autorevole e appassionante del Presidente della Repubblica, richiedano da parte mia un commento e alcune spiegazioni.

Era del tutto evidente, mi pare, che la forma scelta come espediente retorico classico, avesse proprio l’obiettivo di sollecitare un’attenzione meno superficiale su un tema che, come si è visto nella molteplicità e passione degli interventi, premeva sotto la pelle: il possibile destino alla sparizione di un’intera generazione di laureati, condannati se va bene al precariato, in un contesto in cui la crisi ha solo accentuato i problemi, rivelando come regole e meccanismi di mercato siano barriere fragili se la cultura di un Paese si rattrappisce e i valori civili sfumano fino a convertirsi in petizioni senza seguito.

Ora, si può essere più o meno d’accordo con la modalità della provocazione, ma non penso che si possa eludere il problema posto facendo riferimento a divagazioni di modesta attinenza con la sostanza della questione, se, ad esempio, sia compito dei padri o non piuttosto dei figli occuparsi di questi fatti, se sia corretto che a sollevarli sia qualcuno che occupa tale o talaltra posizione, magari con responsabilità e così via.
È evidente che il problema del rapporto tra padri e figli e lo scambio generazionale emerge come sfondo, in una transizione che sembra penalizzare proprio quelli che invece dovrebbero essere aiutati, consegnando proprio ai più giovani una realtà in cui sarà difficile orientarsi e far valere aspirazioni, sogni e saperi.


Chiarisco subito un fatto: avere una responsabilità evidente in un’università di prestigio mi ha semplicemente aiutato, forse, a essere preso in considerazione, consentendomi di dire quello che molti pensano e che per mia parte cercherò di argomentare. Non avendo altri interessi da difendere (basta pensare all’età), pensavo di essere nelle condizioni giuste per espormi, anche se non immaginavo l’eco che ciò avrebbe suscitato.

Sono in Luiss da cinque anni, dopo circa quarant’anni passati in azienda, e in questo tempo ho potuto misurare il progressivo acuirsi delle difficoltà, per i giovani che si laureano, di imboccare la via del lavoro contando solo sulla loro preparazione e sulla voglia e la passione che, a quell’età, è bagaglio quasi obbligato.
I percorsi di accreditamento si sono fatti più lunghi, tortuosi, spezzettati, spesso dei veri e propri percorsi di umiliazione, che non rendono onore né a un Paese, né a un sistema formativo costretto a cedere a logiche che nulla hanno a che fare col merito e la promozione dei valori civili.

Lo dico con cognizione di causa, perché quelli che mi conoscono bene sanno il lavoro fatto su questo confine tra università e lavoro, in un ateneo che certo è privilegiato, ma che sta sperimentando da qualche anno le forme più avanzate di integrazione università-impresa.

Non si trattava, dunque, il mio, di un discorso casuale né, semplicisticamente, disfattista (basterebbe informarsi un po’ più seriamente della biografia delle persone), ma del disagio e forse anche dell’indignazione per i racconti, le esperienze, le sconfitte e le rese senza condizione, raccolte proprio su questo terreno in anni di lavoro.

Capisco l’invito, ad essere più precisi ed argomentati (anche se basta guardarsi intorno e leggere i giornali o navigare in Internet per non aver bisogno di molto altro), ma credo che dovrebbe esser dato credito a chi dedica gran parte del suo tempo ad accompagnare i ragazzi verso il lavoro, utilizzando l’esperienza che sul lavoro ha fatto, che ci può essere un momento di scoraggiamento e di rabbia in cui condensare la voglia di dare voce a quanti diversamente non verrebbero ascoltati.

Anche se le parole sono meno precise dei numeri e i sentimenti più pericolosi da maneggiare.
Vorrei anche tranquillizzare tutti quelli che hanno avuto la sensazione di un discorso vagamente moralistico: so bene i limiti e i doveri dei padri (ho tra l’altro un figlio che, per fortuna, ha una grande autonomia e, per inciso, non frequenta la Luiss ma un’università pubblica), e tuttavia conosco bene le fragilità di molti ragazzi di questa età e il loro bisogno di riferimenti, in un contesto-Paese che offre, spesso, tutt’altro.

E non penso minimamente che si debba fuggire solo perché noi abbiamo fallito nel dovere di lasciare ai nostri figli un futuro almeno pari a quello che noi abbiamo avuto.

L’arte della fuga, così nobile musicalmente, per paradosso aiuta però a inquadrare un problema reale: per costruire un mondo in cui stare a proprio agio bisogna avere gli strumenti, e la libertà di usarli senza doversi piegare per necessità; altrimenti è inevitabile cercare soluzioni diverse.

Oggi, tutto questo viene molto limitato.

Gli strumenti, forse, li diamo in abbondanza. I fini, per cui usarli, riusciamo spesso a sporcarli facendo, nei fatti, quello che a parole neghiamo. Qui sta la nostra responsabilità.

Dove lavoro sanno bene la passione con cui si discute per garantire ai nostri allievi condizioni di sviluppo coerenti con le aspirazioni e l’impegno che esprimono.
Il misurare però il divario tra gli sforzi messi in atto e i contesti di approdo, induce a qualche riflessione se sia giusto soprassedere, magari pubblicando qualche dotta ricerca sul tema (e, al proposito, suggerirei di vedere i testi sulla classe dirigente del Paese, prodotti negli ultimi tre anni proprio da questa Università, con qualche piccolo merito anche personale), oppure dare voce al disagio, magari correndo il rischio di essere fraintesi.

L’estero non è una fuga, è una delle tante possibilità. Bastava leggere la lettera fino in fondo per capire che l’obiettivo era arrivare a una reazione che impegnasse a restare, nonostante tutto. E basta informarsi su quello che, accademici e non, fanno con orgoglio in questa e in molte altre università italiane. In un Paese in cui è sempre più facile fermarsi alla superficie dell’apparire, perché deve essere così difficile confrontarsi sulla sostanza drammatica di certe realtà, senza dover per forza contrapporsi pregiudizialmente? Quella dei giovani, a cui è resa difficoltosa ogni trasparenza per l’accesso al lavoro, è fino in fondo una realtà opaca, affidata alla casualità e risolta, spesso, da buone volontà singole.

Il futuro, se non si fa qualcosa di serio in questo campo – in logica collettiva dove efficienza, solidarietà e merito possano integrarsi – diverrà inevitabilmente una terra straniera per non pochi di loro.

Questa sì, senza legittimazione morale. È per questo che, a mio modesto parere, emerge drammaticamente il bisogno di dare a questa generazione a rischio la possibilità di credere, senza la quale non ci potrà essere la possibilità di capire e di impegnarsi. Ed è la prospettiva in cui può trovare un esito concreto il giusto richiamo del Presidente Napolitano: si resta perché si vogliono creare le condizioni, e proprio perché queste, spesso, mancano.

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4 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/celli-lettera/lettera-celli/lettera-celli.html?rss