Archivio | dicembre 7, 2009

Nando Dalla Chiesa: Contro l’indecenza

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DAL BLOG DI MARCO SCIPOLO

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lunedì, 7 dicembre 2009

Contro l’indecenza

Ospito sul mio Blog l’intervento del professor Nando dalla Chiesa, docente universitario di sociologia della criminalità, pronunciato sabato scorso in occasione della manifestazione pubblica “No B Day” a Milano e a Genova. E’ un discorso sulla decenza ormai scomparsa nel nostro Paese. Un discorso contro l’indecenza. Lo condivido in toto. Ci aiuta a ricordare fra l’altro quanto sia quotidianamente violato, da chi oggi ricopre alte cariche dello Stato, l’art. 54 della nostra Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. L’intervento si intitola “Il bello della decenza” (tratto dal Blog www.nandodallachiesa.it):

<<Volete voi che vi parli di Gaspare Spatuzza? Volete voi che vi parli dell’avvocato Mills? Non vi parlerò né dell’uno né dell’altro. Vi parlerò invece della decenza. Perché se oggi sono qui è per un bisogno di decenza. Non ho bisogno di rivelazioni. Mi basta, mi avanza, mi toglie quasi il respiro quel che ho visto e sentito in questi anni.

Un paese decente non può. Non può avere per capo del governo un signore che disconosce l’autorità delle leggi e pretende di non sottomettersi loro per ciò che ha fatto ieri, che fa oggi e che farà domani. Un capo del governo che insulta senza coraggio (perché sempre pronto a smentirsi) tutte le istituzioni del suo paese, se solo lo ammoniscono che le leggi esistono e vanno rispettate. Un capo del governo che disfa i codici, scassa la giustizia, manda liberi i criminali per non rispondere dei reati che gli vengono contestati. Non è decente un paese in cui sono gli indagati, gli imputati e i pregiudicati a scrivere il codice penale e ad attaccare i loro giudici senza contraddittorio sulle televisioni di Stato.

Non lo è nemmeno un paese in cui il capo del governo offre alle sue favorite non gioielli e profumi ma posti di governo, poltrone istituzionali e pubbliche responsabilità in nome del popolo. In cui il capo del governo impiega la metà del suo tempo -di questo sì abbiamo le prove- non a lavorare per il paese ma a corteggiare signorine e tramare contro la giustizia. In cui gli aerei di stato vengono usati per sbarcare menestrelli e ballerine nei luoghi di sollazzo del capo del governo e della sua corte variopinta, minorenni comprese. Nessuna civiltà, nessuna decenza possono riconoscersi a un paese in cui i luoghi sorvegliati e protetti dalle forze dell’ordine vengono violati da donne sconosciute e noleggiate da imputati di traffico di droga per divertire i potenti di Stato, anzi, il più potente tra loro. Non è decente il paese in cui il capo del governo dà pubblicamente e per strada della “stronza” a una cittadina che lo contesta con parole civili. In cui il capo del governo risponde alla giovane che lamenta l’assenza di lavoro invitandola a sposarsi con un ricco. Od offende il sedicenne che gli denuncia l’ indigenza di suo padre rispondendogli “si vede che non ha lavorato abbastanza”.

C’è in tutto questo la perdita del decoro; del rispetto e della rispettabilità. Non c’è decoro quando dopo una calamità naturale il capo del governo annuncia pubblicamente ospitalità nelle proprie residenze per i disperati senza tetto e poi non ne dà ad alcuno. Quando le relazioni internazionali del paese si costruiscono su ospitalità libertine e su scherzi d’infanzia o ammiccamenti senza intelligenza. Quando appuntamenti diplomatici di prima importanza vengono disertati d’improvviso per attardarsi in convegni erotici da basso impero. Non c’è decenza se nel paese sfregiato e straziato dalla mafia il capo del governo grida che strozzerebbe con le sue mani chi ha fatto film e libri sulla mafia. Se egli ha tenuto per anni come suo ospite e commensale un capomafia sanguinario spacciandolo per stalliere. Se il suo socio di sempre e senatore definisce quel capomafia un eroe, in un evidente impeto di gratitudine per non avere egli raccontato nulla ai magistrati di quanto aveva visto e saputo.

Io non ho bisogno di sapere da Spatuzza della trattativa. A me basta vedere. Vedere che è stato appena deciso che i beni sequestrati alla mafia possono essere rivenduti all’asta, dove la mafia li ricomprerà intimidendo la concorrenza. A me basta vedere la campagna condotta contro i collaboratori di giustizia, indeboliti per legge e bersagliati senza fine dai giornali posseduti o controllati dal capo del governo. A me basta vedere che il carcere duro viene ridotto progressivamente nelle sue applicazioni dai giudici di sorveglianza e dalle burocrazie. Che il concorso esterno in associazione mafiosa (pensato e voluto da Falcone e Borsellino) viene oggi attaccato per salvarsi dai processi. Non ho bisogno di Spatuzza. Io vedo che mentre le forze dell’ordine e i magistrati prendono i latitanti indipendentemente dai governi, le leggi (che sono l’espressione più chiara della volontà politica) rendono sempre più difficili o impossibili i processi e ostacolano le indagini, o rendono irriconoscibili le tracce e i movimenti dei capitali sporchi. E che il governo non scioglie per mafia i comuni che i prefetti e perfino il ministro dell’interno chiedono di sciogliere. Questa è la trattativa.

Non è decente un paese in cui l’opposizione e chi non si fa servo nella maggioranza vengono ricattati con video, foto, notizie, minacce di notizie sulla vita privata, a opera dei giornali del capo del governo. In cui si colpiscono le intercettazioni telefoniche legali e si moltiplica il controllo illegale delle persone a opera di gruppi privati, del sottobosco dei servizi o di faccendieri senza scrupoli. Dove i testimoni scomodi vengono ammazzati o intimiditi. Dove i giornalisti e gli opinionisti critici vengono ripetutamente portati in giudizio civile per rovinarli economicamente. Dove i giudici scomodi vengono pedinati e filmati e poi messi alla gogna in pubblico per il colore del calzino. Dove si assiste alla più ossessiva campagna ideologica della storia repubblicana contro i comunisti ma si adottano i metodi di controllo dei regimi comunisti e si innalzano ad amici privilegiati e a esempi di democrazia gli avanzi più ripugnanti di quei regimi.

Non è decente un paese dove si continua a parlare di Dio, di patria e di famiglia da gente senza Dio, né patria né famiglia. Dove il potente può tutto, senza confini, e il più debole diventa il capro espiatorio indifeso di tutti i rancori e degli umori peggiori, dei coraggi repressi e delle quotidiane frustrazioni di persone che hanno messo in vendita la loro libertà e la loro pietas. Noi viviamo oggi in un’orgia di indecenza.

Ma l’indecenza, cari amici, non sta tutta da una parte. Da quella parte è grande, sterminata. Ma proprio perché lo sapevamo, avremmo dovuto fare l’impossibile perché non tornasse al potere, dopo che per cinque anni di fila gli italiani avevano fatto vincere le elezioni al centrosinistra. L’indecenza sta anche nell’essersi infischiati del pericolo di quella indecenza più grande per inseguire le proprie personali o partitiche ambizioni. Nell’averle messe davanti all’ Italia e agli italiani. Nulla c’entra Berlusconi se un killer della camorra risulta iscritto al Pd, se amministratori del centrosinistra finiscono in scandali di ogni tipo e di ogni livello quasi in ogni regione, se un senatore dell’opposizione divide il suo braccio destro a mezzadria con un boss di Cosa Nostra.

Non siamo tutti uguali. Ma a me piacerebbe che questo No B Day fosse l’inizio di una vera, grande, consapevole, partecipata rivolta morale contro tutto ciò che rende possibile il dominio di Berlusconi e ce ne fa assimilare i modelli di vita e di pensiero. Una rivolta morale in nome di un paese capace di riscoprire l’orgoglio di sé. Che scopra la bellezza senza fine, la rigorosa serenità, la grandezza civile della decenza>>.

INCHIESTA L’ESPRESSO – Razzisti senza vergogna

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In edicola

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Razzisti senza vergogna

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di Fabrizio Gatti
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In tutto il Nord le nuove regole volute dalla Lega creano un clima di apartheid. Che testimonia come ormai anche l’intolleranza sia accettata da intere comunità. Ecco come

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Bregnano è un piovoso paesino della provincia di Como, se si vuole consultare la cartografia ufficiale. Ma è anche un Comune della “locale” di Cermenate, secondo i territori con cui la ‘ndrangheta ha suddiviso la Lombardia. Ed è stato perfino un avamposto segreto dei mafiosi di Totò Riina nel traffico di armi e soldi con la Svizzera. Però se leggi il programma della nuova giunta di centrodestra eletta sei mesi fa, il pericolo da combattere va sotto il titolo di “Immigrazione, sicurezza e ordine pubblico”. Non un solo accenno alla piaga criminale che ha reso gli italiani famosi nel mondo. Anche perché il piano sicurezza di Bregnano non è stato pensato e scritto a Bregnano: è un banalissimo copia-incolla, paro paro, del “Programma elettorale per i Comuni 2009” sotto il simbolo “Lega Nord – Bossi”, stampato e distribuito dal comitato centrale del senatur. Lui le pensa e i suoi amministratori in camicia verde le devono mettere in pratica. Sarà per questo che il neo sindaco di Bregnano, Evelina Arabella Grassi, bionda leghista di 35 anni, professione contabile, alla domanda de “L’espresso” «Qual è la chiave del suo successo elettorale? », candidamente risponde: «Sinceramente non lo so».

Ci sarebbe da ridere se non stessimo precipitando dalla xenofobia al vero razzismo. L’importante è sfruttare ogni occasione per dividere, aprire ghetti mentali e alimentare il sacro fuoco del consenso. La Svizzera boccia i minareti? Facciamolo pure noi. Anche se nessuno si è mai lamentato dell’unico, piccolo, minareto costruito al Nord, all’ingresso di Milano 2, il quartiere che rese famoso l’impresario edile Silvio Berlusconi. Il Tricolore? Mettiamoci in mezzo una croce, come vorrebbe il sottosegretario leghista, Roberto Castelli. Anche se a Venezia il suo principale, Umberto Bossi, aveva annunciato pubblicamente che con la bandiera degli italiani ci si sarebbe pulito il culo. Il risultato è un’Italia sempre più spinta verso l’apartheid e sempre meno disposta a investire sui suoi nuovi cittadini.

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Grazie soprattutto a questa generazione di sindaci e assessori che con la superbenedizione del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e l’approvazione di milioni di elettori, stanno smascherando il volto della tolleranza zero. Contro le infiltrazioni di mafia e camorra? Ma no, il programma clone dei leghisti non ne parla. Altrimenti Bossi e Maroni dovrebbero spiegare ai loro elettori che ci fanno al governo dalla parte di un viceministro sotto inchiesta per camorra, come Nicola Cosentino, e nella stessa coalizione di un senatore condannato in primo grado per reati di mafia, come Marcello Dell’Utri. Più facile prendersela con gli immigrati. Non votano, non hanno partiti, non hanno sindacati, nemmeno controllano i programmi tv e al massimo possono essere espulsi.
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Così perfino il mansueto Comune di Bregnano sta dando filo da torcere a una residente che dopo essere stata convocata in municipio per l’assegnazione di un monolocale, se l’è visto sfilare legalmente sotto il naso. L’interessata, 47 anni, vedova, operaia in un’impresa di pulizie a meno di 500 euro al mese, è cittadina italiana. Ma è nata in Marocco, ha un nome arabo e il suo accento non apre le vocali come fanno gli abitanti nati in questi paesi al confine tra la Brianza milanese e comasca. Per non parlare di Coccaglio, provincia di Brescia, dove la prima uscita pubblica del neo assessore alla sicurezza, Claudio Abiendi, avrebbe dovuto coprire di vergogna l’Italia intera. Perché chiamare “White Christmas” un’operazione di polizia municipale significa attribuire connotati religiosi e di colore all’applicazione della legge. E la legge, in uno Stato laico, non ha colore né religione. Invece? Invece il ministro Maroni ha approvato di persona.

Del resto i controlli casa per casa alla ricerca di lavoratori irregolari fanno parte del programma clone leghista, adottato a Bregnano, a Coccaglio e da tutte le piccole giunte locali del Nord. Punto due, pagina 12: “Potenziamento della vigilanza municipale in modo tale che, nel corso delle attività di verifica, si richieda l’esibizione del permesso di soggiorno”. Se l’avessero chiamato “aggiornamento dell’anagrafe” l’assessore Abiendi e il sindaco di Coccaglio, Franco Claretti, 38 anni, architetto, avrebbero avuto il loro minuto di popolarità? Proprio Maroni, dopo aver dato più potere ai sindaci con il pacchetto sicurezza, aveva chiesto loro di amministrare con fantasia. Ed eccolo servito. A San Martino dall’Argine, 1.800 abitanti a 45 chilometri da Mantova, il sindaco invita a denunciare tutti i clandestini.

Agli abitanti, se si rileggono i risultati in zona delle elezioni amministrative 2009, piace così. Perché con gli slogan xenofobi i primi amministratori leghisti hanno fatto pubblicità alle loro città. Prendete Treviso con le proposte razziste e i vagoni piombati dell’ex sindaco Giancarlo Gentilini. Treviso ha più o meno gli stessi abitanti di Caserta, 82 mila contro 78 mila. Ma Treviso in questi ultimi anni è stata completamente restaurata. Ed è una delle province con il più alto tasso di integrazione. Mentre a Caserta i caporali e la camorra continuano a controllare la manodopera straniera della ricca agricoltura.

E a Napoli un giudice considera una minorenne nomade a rischio di recidiva criminale solo perché “pienamente inserita nella cultura rom” e la tiene agli arresti.

«Se il prezzo da pagare è una maggiore severità contro gli immigrati, viva la severità », dice un commerciante del centro di Coccaglio che aggiunge di non sentirsi affatto razzista. E chiede l’anonimato perché, rivela, ha paura. Ma alla domanda su cosa lo spaventi di più, non sa dare risposta.

Coccaglio e Bregnano sono due esempi dell’attuale espansione leghista, nella testa e nel voto della gente. Per anni gli elettori di questi due paesi, 8 mila e 6 mila abitanti, hanno scelto il centrosinistra. In giugno hanno fatto il ribaltone. Il perché va cercato anche nei dati demografici. Soprattutto a Coccaglio. In dieci anni, dal ’98 al 2008, gli stranieri residenti sono passati da 177 a 1.562. Cioè dal 2 al 18,5 per cento. Un incremento che nell’Inghilterra degli anni Settanta ha portato a sanguinosi scontri razziali. E che qui è stato finora governato.

Da questo punto di vista la storia recente può essere riletta chiamando in causa Confindustria, che nelle imprese del bresciano ha una grande base. È una storia identica a tutto il Nord Italia. La massiccia immigrazione ha compensato il calo demografico nelle fabbriche. E in molti settori ha permesso di ridurre il costo del lavoro. Ma girando in queste zone è impossibile trovare cosa abbiano fatto gli industriali dell’ultima generazione per sostenere l’integrazione nelle scuole e nei paesi. Non si trova perché non hanno fatto nulla. Se non scaricare sulle amministrazioni locali, quindi sulla gente, i problemi che hanno accompagnato l’arrivo di nuova manodopera. E nello stesso tempo sostenere le scelte estreme del governo.

A cominciare da Berlusconi che a giugno a Milano aveva liquidato così il futuro del Paese: «C’è chi vuole una società multietnica e multiculturale, ma noi non siamo di questa opinione».
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La crisi economica ora rende tutto maledettamente più difficile. Perché chi perde il lavoro può rinnovare il permesso soltanto per sei mesi. Poi, senza un’altra assunzione regolare, è fuori: diventa clandestino. Quanti immigrati irregolari avete trovato durante i controlli casa per casa? «Nessuno», risponde Donato Nardelli, comandante dei vigili di Coccaglio. Nessuno? «L’ultimo clandestino l’abbiamo fermato e accompagnato in questura a inizio aprile. Aveva fatto un incidente stradale ed era senza permesso di soggiorno». Tanto clamore, l’operazione White Christmas e nessun clandestino? «È così», risponde il comandante: «I nostri controlli sono nei confronti degli stranieri residenti, per aggiornare l’anagrafe. E cancellare chi non abita più qui. Ma noi, intendo noi della polizia locale, in nessun atto l’abbiamo mai chiamata White Christmas». L’operazione viene definita così la prima volta il 6 novembre su un giornale locale. Al quale l’assessore Abiendi dichiara: «Ora la musica è cambiata, gli extracomunitari non fanno più quello che vogliono».

È la forza della Lega. Inventano minacce e problemi. Adattano la legge ai propri slogan. E si propongono come soluzione. Poco importa che a Coccaglio l’ultimo clandestino sia stato fermato in aprile. Se proprio non fanno paura le notizie in paese, si cercano nella cronaca del circondario. E spesso a ragione. Come nella vicina Rovato. Pochi giorni fa un marocchino, pieno di cocaina, accoltella un ragazzo e violenta per ore la sua fidanzata, 19 anni. Qualche sera dopo durante una manifestazione degli abitanti, un gruppo di estremisti di destra ferisce a bastonate due stranieri scelti a caso. Ma c’è notizia e notizia. Sempre a Rovato l’inverno scorso viene condannato a 6 anni in primo grado Roberto Manenti, l’ex sindaco leghista. Ha promosso retate contro le prostitute, firmato ordinanze contro i musulmani che si avvicinavano alle chiese e intitolato una piazza ai fascisti di Salò. Il reato dell’ex sindaco? Stupro di gruppo di una prostituta. Ma in questa Italia dalla memoria corta nessuno, nemmeno i leghisti di Rovato si ricordano più.

Il riferimento all’apartheid non è un’esagerazione. È la legge. «Un immigrato ha solo sei mesi di tempo per trovare un nuovo lavoro, pena la perdita del permesso di soggiorno», spiega l’avvocato Domenico Tambasco: «Un immigrato deve necessariamente avere un alloggio idoneo secondo la normativa regionale per poter stipulare un contratto di lavoro e mi chiedo cosa c’entra. Un impiego pubblico o che comporti un incarico di pubblico servizio può essere attribuito solo ad un cittadino italiano. Se hai un grave infortunio che ti compromette irrimediabilmente le capacità lavorative e non hai la carta di soggiorno, non puoi percepire la pensione di invalidità. Risultato: non hai più redditi, perdi il permesso, vieni espulso ».

La discriminazione riguarda anche la burocrazia. Se uno straniero in regola chiede la casella di posta elettronica certificata all’Inps, gli rispondono che solo i cittadini italiani possono averla. Per provare una parentela e ottenere il ricongiungimento familiare, un immigrato deve sottoporsi al test del Dna. E, a differenza di un italiano, non deve dimenticare i documenti a casa. Anche se lavora sotto la pioggia, deve avere sempre con sé l’originale, mai la fotocopia. In caso contrario è punito con l’arresto e una multa fino a 2 mila euro.

Sempre grazie al pacchetto sicurezza voluto da Berlusconi e Maroni. «I vigili nei paesi, ma anche i poliziotti, non fanno sconti», rivela Alessandra Ballerini, avvocato a Genova: «Arrivano casi di lavoratori, madri e padri di famiglia che rischiano il carcere e faranno fatica a pagare la multa».

Per Najat B., l’operaia di Bregnano, dimenticare i documenti non è più un pericolo. È cittadina italiana. Il suo caso è ugualmente finito davanti all’associazione Tribunale per i diritti dell’immigrato di Milano e all’Ufficio antidiscriminazioni razziali del ministero per le Pari opportunità. In ottobre il Comune di Bregnano convoca Najat e un’impiegata dell’ufficio tecnico le mostra la piantina dell’alloggio assegnato, in via Rampoldi. «Mi ha anche abbracciato per congratularsi», racconta Najat nella denuncia. In quei giorni gli alloggi disponibili sono tre. Poi si riducono a uno, assegnato a una famiglia italiana. Najat è subito dietro. Sempre secondo la denuncia, il sindaco Evelina Arabella Grossi, alla presenza di un avvocato del Tribunale per i diritti dell’immigrato, «ha detto che dovevamo capirla perché avevano la cittadinanza che faceva pressioni su questo caso». A “L’espresso” il sindaco spiega invece che le decisioni le prende l’Aler, l’azienda case popolari, e che gli appartamenti vuoti devono essere ristrutturati.

La prima domenica di Avvento a Bregnano, nella chiesa di San Michele Arcangelo, ci sono soprattutto pensionati. Il parroco, don Aldo Milani, predica dal pulpito: «Quando qualcuno dice: vogliamo togliere il crocifisso dalle scuole, dagli ambienti pubblici, io dico: vai a casa tua, no, come io rispetto te, tu rispetti le mie usanze. Quando io sono andato in Turchia, il collarino da prete non l’ho messo… Per cui ho rispettato la sua identità, la sua usanza. Quando vieni qui tu, rispetti le mie. Non sono io che devo adeguarmi».

Messa così, sembra siano gli immigrati musulmani in Italia a voler far togliere il crocefisso dai luoghi pubblici. Eppure chi ha sollevato la questione davanti alla Corte di Strasburgo è una cittadina italiana, di origine finlandese. Ma se lo dice il parroco, sarà pur vero. E tutti ascoltano impassibili. Secondo una ricerca della Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti, il 23 per cento delle violenze sugli stranieri è commesso da rappresentanti delle istituzioni. Dopo anni di propaganda leghista, siamo un Paese senza più anticorpi. Lo dimostrano le fredde reazioni agli insulti razzisti al calciatore dell’Inter Mario Balotelli. Per chi può l’alternativa è scappare all’estero. Oppure unirsi alla supplica che qualcuno ha scritto sui muri del centro di Genova: “Immigrati, non lasciateci soli con gli italiani”.

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2 dicembre 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/razzisti-senza-vergogna/2116107&ref=hpsp

CLIMA, CI RESTA POCO TEMPO: Un’unica voce da 56 giornali / Al Gore: “Chi nega l’emergenza è pagato dai grandi inquinatori”

COPENAGHEN

Clima, ci resta poco tempo
Un’unica voce da 56 giornali

In occasione della conferenza che si apre in Danimarca, i quotidiani di 45 Paesi pubblicano questo editoriale comune e si appellano ai rappresentanti dei 192 stati presenti

Il logo dell’iniziativa con le testate dei 56 giornali

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Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell’ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, la calotta artica si sta sciogliendo e i surriscaldati prezzi del petrolio e dei generi alimentari sono solo un assaggio della distruzione che ci attende. Sulle pubblicazioni scientifiche la domanda non è più se la causa sia imputabile agli essere umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo ancora a disposizione per contenere i danni. Nonostante tutto ciò, fino a questo momento la risposta del mondo è stata tiepida e debole.
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Il cambiamento climatico è stato prodotto nel corso di secoli, ha conseguenze che dureranno per sempre e le possibiità che abbiamo di controllarlo saranno determinate dai prossimi 14 giorni. Ci appelliamo ai rappresentanti del 192 paesi riuniti a Copenhagen affinché non esitino, non si lascino prendere la mano dalle controversie e non si accusino reciprocamente, ma che ricavino delle opportunità dal più grande fallimento della moderna politica. Si dovrebbe evitare una lotta tra il mondo ricco e quello povero o tra Occidente e Oriente. Il cambiamento climatico colpisce tutti e deve essere risolto da tutti.
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L’aspetto scientifico è complesso ma i fatti sono chiari. Il mondo deve prendere delle misure per contenere entro 2°C gli incrementi della temperatura, un obiettivo che richiederà che il picco globale delle emissioni e l’inizio del loro successivo decremento avvenga entro i prossimi 5-10 anni. Un innalzamento superiore di circa 3-4°C – la stima più bassa dell’incremento della temperatura qualora non si agisca – inaridirà i continenti e trasformerà le terre agricole in deserti. La metà di tutte le specie potrebbe estinguersi, un numero senza precedenti di persone sarebbe costretto all’esodo, interi paesi sarebbero innondati dal mare.
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Sono in pochi a ritenere che Copenhagen possa ancora produrre un trattato in una sua versione finale – verso un tale trattato si è potuto cominciare a fare reali progressi solo con l’arrivo del presidente Obama alla Casa Bianca e la fine di anni di ostruzionismo degli Stati Uniti. Il mondo si trova ancora oggi alla mercé della politica interna statunitense, dato che il presidente non può impegnarsi pienamente sulle azioni necessarie finché non lo avrà fatto il Congresso degli Stati Uniti.
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A Copenhagen però i rappresentanti politici possono e devono trovare un consenso sugli elementi essenziali di un accordo giusto ed efficace nonché – e questo è un punto cruciale – su un rigido calendario per trasformare questo accordo in un trattato. La prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima prevista per il giugno prossimo a Bonn dovrebbe essere considerata la data ultima o, come ha detto un negoziatore, “possiamo concederci un tempo supplementare ma non di rigiocare la partita”.
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Al centro dell’accordo ci deve essere una intesa tra il mondo ricco e quello in via di sviluppo che preveda, tra le altre cose, come sarà distribuito il costo della lotta al cambiamento climatico – e come si distribuirà una risorsa che solo recentemente è diventata preziosa: le migliaia di miliardi circa di tonnellate di anidride carbonica che rilasceremo prima che la colonnina del mercurio abbia toccato livelli pericolosi.
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Alle nazioni ricche piace ricordare la verità aritmetica secondo la quale non ci può essere una soluzione finché i giganti del mondo in via di sviluppo, quale la Cina, non adotteranno misure più radicali di quelle messe in atto finora. Il mondo ricco, però, è responsabile per la maggior parte dell’anidride carbonica che si è accumulata nell’atmosfera – tre quarti di tutta l’anidride carbonica rilasciata dal 1850. Il mondo ricco deve quindi ora indicare la strada e ogni singolo paese in via di sviluppo deve impegnarsi a ridurre le emissioni in modo tale da abbassare entro un decennio il proprio contributo di gas serra a livelli sostanzialmente inferiori a quelli del 1990.
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I paesi in via di sviluppo vorranno ricordare che loro hanno contribuito alle cause del problema solo in misura minore e che le regioni più povere del mondo saranno quelle più colpite. Tuttavia, questi paesi contribuiranno sempre di più al riscaldamento e devono quindi impegnarsi in prima persona in una azione significativa e quantificabile. Sebbene finora sia l’azione dei paesi avanzati sia quella dei paesi in via sviluppo non abbia raggiunto il livello auspicato da taluni, il recente impegno su nuovi target per le emissioni da parte dei due paesi che più inquinano al mondo, Stati Uniti e Cina, sono dei passi importanti nella direzione giusta.
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La giustizia sociale esige che il mondo industrializzato si dimostri generoso nel fornire risorse per aiutare i paesi più poveri a adattarsi al cambiamento climatico e a adottare tecnologie pulite che consentano loro di crescere economicamente senza che ciò comporti un aumento delle emissioni. Anche l’architettura di un futuro trattato dovrà essere stabilita in maniera ferma, prevedendo un monitoraggio multilaterale rigoroso, premi equi per la protezione delle foreste e una valutazione credibile delle “emissioni esportate”, in modo tale che il costo possa essere suddiviso in maniera equa tra chi produce prodotti inquinanti e chi li consuma. L’equità richiede inoltre che la dimensione del peso che ciascun paese sviluppato si accollerà tenga in considerazione la sua capacità di reggerlo; per esempio, i nuovi membri della Ue sono spesso molto più poveri della “vecchia Europa” e non dovrebbero soffrire di più dei loro partner più ricchi.
La trasformazione avrà un costo ingente che sarà in ogni caso molto inferiore al conto pagato per salvare la finanza globale e molto meno costoso delle conseguenze di non fare alcunché.
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Molti di noi, nel mondo sviluppato in particolare, dovranno cambiare il proprio stile di vita. L’era dei voli che costano meno del tragitto in taxi all’aeroporto sta volgendo alla fine. Dovremo acquistare, mangiare e viaggiare in maniera più intelligente. Dovremo pagare di più per l’energia e usarne meno.
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La prospettiva del passaggio a una società a basso impatto di anidride carbonica contiene tuttavia più opportunità che sacrifici. Alcuni paesi hanno già verificato che abbracciare la trasformazione può portare crescita, posti di lavoro e una migliore qualità della vita.
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Anche il flusso dei capitali ci dice che l’anno scorso, per la prima volta, gli investimenti destinati alle varie forme di energia rinnovabile hanno superato quelli impiegati per la produzione di elettricità da combustibili fossili.
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Liberarci della assuefazione all’anidride carbonica in pochi decenni che si riveleranno brevi, facendo fronte a una sfida senza uguali nella nostra storia, richiederà uno sforzo straordinario all’ingegneria e all’innovazione. Ma se mandare l’uomo sulla luna o scoprire i segreti dell’atomo sono state imprese nate dal conflitto e dalla competizione, la corsa contro l’anidride carbonica che sta per iniziare dovrà essere improntata a uno sforzo collaborativo che miri alla salvezza collettiva.
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Per avere la meglio sul cambiamento climatico occorrerà che l’ottimismo trionfi sul pessimismo, che una visione di ampia portata trionfi sulla miopia, su di ciò che Abraham Lincoln chiamò “i migliori angeli della nostra natura”.
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È con questo spirito che 56 giornali di tutto il mondo si sono uniti per questo editoriale. Se noi che proveniamo da ambiti nazionali e politici così diversi possiamo concordare su ciò che occorre fare, anche i nostri leader possono farlo.
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I rappresentanti politici che si riuniranno a Copenhagen hanno la possibiità di decidere quale sarà il giudizio della storia su questa generazione: una che ha capito la minaccia e che ne è stata all’altezza con le sue azioni oppure una talmente stupida da aver visto arrivare la catastrofe e di non avere fatto alcunché per impedirla. Vi imploriamo di fare la scelta giusta.
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(Traduzione di Guiomar Parada)
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7 dicembre 2009
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COPENAGHEN

Al Gore: “Chi nega l’emergenza
è pagato dai grandi inquinatori”

L’INTERVISTA. Il Nobel respinge le critiche sulla falsificazione dei dati e a Barack dice: “Devi fare di più”

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dall’inviato di Repubblica ANGELO AQUARO

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NEW YORK – E allora, mister Gore? Come la mettiamo con lo scandalo degli scienziati che avrebbero truccato i dati sul global warming?
“Ma insomma: quei dati non cambiano nulla. La verità è che oggi c’è ancora chi crede che lo sbarco sulla Luna sia stato inventato al cinema”. “La differenza è che chi non crede allo sbarco sulla Luna non ha dietro i soldi degli inquinatori”. Al Gore, classe 1948, per due volte vicepresidente degli Stati Uniti, l’uomo che avrebbe potuto sedere alla Casa Bianca al posto di George W. Bush (mezzo milione di voti popolari in più), l’ambientalista più famoso del mondo – e più ricco, grazie ai suoi eco-investimenti: qui lo chiamano il “carbon millionaire” – adesso imposta la voce già simpaticamente tuonante e risponde direttamente alle critiche che gli stanno piovendo addosso dagli econegazionisti scatenati, un vero global storming: l’accusano di aver riportato quei dati truccati nel suo libro più famoso, “An Inconvenient Truth”, il bestseller che le ha regalato un premio Nobel, un premio Oscar (che due oscuri membri dell’Academy ora vorrebbero ritirargli), perfino un premio Grammy per il migliore degli audiobook… “I negazionisti del riscaldamento ambientale stanno ingannando la gente pretendendo che queste mail abbiamo più significato di quello che hanno”.
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Nel suo nuovo libro, “La scelta”, lei guarda al summit di Copenaghen come a un nuovo punto di partenza nella guerra al riscaldamento globale. È vero, Barack Obama ha cambiato i programmi, ha annunciato che parteciperà alla chiusura lasciando intendere un qualche accordo possibile. Ma la proposta americana – emissioni ridotte del 17% – resta debole. Non crede che il presidente per la sua prima uscita internazionale sul clima avrebbe dovuto osare di più?
“Certo, mi piacerebbe che gli Usa potessero fare di più. Obama ha fatto la scelta giusta presentandosi comunque a Copenaghen, apprezzo il fatto che abbia messo sul tavolo l’obiettivo-riduzione e capisco anche che il Congresso non abbia nessuna volontà di appoggiare una riduzione maggiore. Però si, è vero, la proposta è più debole di quella che dovrebbe essere”.
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E lei che tipo di messaggio porterà a Copenaghen? Nel suo libro elenca una serie di soluzioni alternative per la riduzione dell’anidride carbonica: dal cap & trade (che prevede limiti ma anche la possibilità di pagare se si inquina di più) alla tassa sulla CO2.
“Io sono favorevole a entrambe le proposte ma la realtà politica è un’altra: una tassa sulla CO2 sarebbe difficile da far passare al Congresso o in qualunque altro parlamento del mondo, e credo che nel medio termine sia più probabile puntare sul cap & trade. Anche perché per passare da un sistema basato sui combustibili a uno fondato sulle energie rinnovabili abbiamo ancora bisogno di introdurre più livelli di efficienza nelle nostre economie”.
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L’economia italiana resta legata all’energia fossile per il 93%. Lei scrive che nella guerra al global warming dobbiamo muovere tutti insieme. E velocemente. Ritiene che l’Italia stia andando troppo lentamente?
“Io non sono un cittadino italiano e dunque non sento di avere lo stesso diritto a intervenire nella vostra discussione politica… “.
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La loro opinione gli italiani l’avevano espressa vent’anni fa votando contro il nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi ha invece lanciato un piano di costruzione di nuove centrali.
“Io esorto tutti a fare di più. I leader che negano la realtà del riscaldamento globale indeboliscono la democrazia. E questa è la più grade minaccia della nostra civiltà”.
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Non è sempre colpa dei politici. La vicenda delle mail che gli scienziati si scambiavano per modificare i dati sul riscaldamento globale ha fatto scoppiare il cosiddetto “climategate”.
“Nulla di quelle mail, che erano private e sono state rubate, ha minimamente cambiato l’opinione condivisa dagli scienziati. I negazionisti del cambiamento climatico stanno ingannando la gente facendo credere che queste mail abbiano un significato maggiore di quello che hanno. La tesi promossa dai negazionisti prende corpo in un’aria di irrealtà: guardate a quello che sta avvenendo nel mondo reale”.
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Cioè?

“Il clima sta cambiando. I ghiacciai si stanno sciogliendo. La siccità aumenta. L’Europa meridionale è minacciata dalla desertificazione. E rifugiati per colpa del clima cominciano già a spostarsi dalle depressioni del Bangladesh, per esempio, minacciate dall’innalzamento del livello del mare. Lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia e nell’Antartico sta minacciando catastrofici innalzamenti del mare. Le alluvioni peggiorano. Le malattie tropicali si spostano dalle regioni equatoriali all’Europa e ad altre zone temperate. Questi sono fatti. E tesi propagandistiche basate sull’ideologia non possono cambiare questa realtà”.
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Solo propaganda?
“C’è ancora gente che contesta le scoperte di Galileo! C’è ancora gente che contesta l’evoluzione, c’è ancora gente che crede che la Terra sia piatta, che lo sbarco sulla Luna sia avvenuto in uno studio cinematografico: ma loro non hanno accesso a quelle grandi quantità di soldi, garantite dai grandi inquinatori di anidride carbonica per attirare l’attenzione sui loro falsi punti di vista”.
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Non pensa che sia un’ironia della storia? L’ha detto in tv anche il comico Jon Stewart: lei, Al Gore, è famoso per avere “inventato” Internet, per avere lanciato il suo sviluppo in America, per la contro-informazione e Current Tv, e ora proprio attraverso Internet e YouTube si sviluppa il movimento dei negazionisti.

“Ci sono più di un milione di nuove organizzazioni ambientaliste in tutto il mondo che si sono formate in pochissimi anni per sostenere i cambiamenti di cui abbiamo bisogno… No: quelli che fanno più rumore, quelli che si sono specializzati nell’uso della propaganda fatta con finanziamenti speciali, alla fine non vinceranno”.
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Ha visto il film “The Road”? È la storia – tratta da un romanzo di Cormac McCarthy – del lungo viaggio di padre e figlio in un mondo distrutto da un cataclisma ambientale.
“Non l’ho ancora visto ma ho sentito dire che si tratta di un film potente”.
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Uno shock: bisognerebbe proiettarlo a Copenaghen.
“Beh, non l’ho ancora visto ma mi sembra un’ottima idea”.
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Prima del summit Obama volerà a Oslo per il Nobel della pace che lei ha vinto due anni fa.
“Spero che lo incoraggi a mettere le soluzioni alla crisi climatica su un livello più alto di priorità. Gli Stati Uniti sono la nazione che può offrire più soluzioni e ha la leadership per farlo. Spero che il presidente voglia fare di più”.
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A proposito di presidenti. Colpisce nel libro la foto del capitolo “Ostacoli politici al cambiamento”: il bacio tra George W. Bush e il re saudita Abdullah. Ora – otto anni e due guerre dopo – Bush fa il pensionato, lei ha vinto tutto dal Nobel in giù. Non è che magari ogni tanto lo pensa? “Alla fine della fiera il vero vincitore sono stato io”…
Ride, adesso, mister Gore. “Guardi, da un pezzo mi sono lasciato dietro quella delusione del passato. E sono concentrato soltanto sul futuro”.
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6 dicembre 2009
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Foto dal film The Road - La strada
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02:02 -guardian.co.uk
A man and his son struggle for survival in a post-apocalyptic world overrun with cannibals in this Cormac McCarthy adaptation
guardian.co.uk
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Dal romanzo di Cormac McCarthy.
Un padre e un figlio attraversano l’America distrutta e nella morsa del gelo. Il loro viaggio li porta verso sud, verso un clima migliore, sebbene non sappiano cosa li attende là. Per difendersi nel loro viaggio hanno solo una pistola e come bagaglio solo gli abiti che hanno addosso e un sacco di cibo avanzato.

La Lega attacca il cardinale di Milano

Tettamanzi aveva chiesto di non rispondere ai rom solo con la forza

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La Padania: è il vescovo o un imam?

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ROMA (7 dicembre) – Lega all’attacco del cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. Dopo la Padania che, è chiesta se Tettamanzi fosse il vescovo o l’imam di Milano, oggi il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ribadisce le critiche al cardinale in una intervista a Repubblica.

Alla Lega non sono piaciute le parole del cardinale, secondo il quale in tema di immigrazione «la risposta della città e delle istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive». Per questo, ha osservato il porporato, «la chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo, per il bene di tutta la città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere».

Calderoli. «La grande capacità della Chiesa territoriale dovrebbe essere la vicinanza con il territorio. Tettamanzi con il suo territorio non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia», ha detto Calderoli. «Perché Tettamanzi non è mai intervenuto in difesa del crocifisso? Perché parla solo dei rom?», chiede Calderoli. «Negare che persone di una certa etnia facciano un tipo di attività è disconoscere la realtà. Seguendo la logica dei poverini non si va da nessuna parte, si trasformano solo i nostri poverini in agnelli sacrificali». Tettamanzi, aggiunge, «faccia quello che vuole. Noi continueremo ad andare nel senso opposto. A Milano o in Lombardia un sacerdote che fa politica non lo ascolta nessuno».

Il leader della Lega Umberto Bossi ieri aveva invece parzialmente smorzato le polemiche. «Leggo poco la Padania» ha detto, sottolineando che «la gente oltre alla cristianità dà peso alla tradizione e si sente sicura quando la tradizione è rispettata».

«Sono sereno, in questo momento riscopro il dono della libertà che trova radice e forza nella responsabilità», ha detto Tettamanzi ai giornalisti che gli hanno chiesto di commentare gli attacchi rivoltigli dalla Padania e dal ministro Calderoli. «La mia bussola – ha aggiunto – è la parola del Vangelo e le esigenze profonde stampate in ogni persona». E quando i giornalisti gli hanno chiesto di commentare l’affermazione di Calderoli secondo cui l’arcivescovo è lontano dal territorio, Tettamanzi ha replicato: «Non so se c’è ne è un altro in così alto loco che stia così in mezzo alla gente».

Oggi, nel giorno di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, il cardinale aveva lanciato un invito alla «serenità e responsabilità» per i vescovi e i presbiteri. Nell’omelia della messa solenne nella Basilica di Sant’Ambrogio, Tettamanzi ha sottolineato la figura del Buon Pastore e il suo compito di proteggere e custodire il gregge dai lupi che Ambrogio individuava negli eretici. «Non sono forse da paragonare a codesti lupi – continua Tettamanzi citando le parole di Sant’Ambrogio – gli eretici, i quali stanno in agguato presso gli ovili di Cristo, e fremono attorno ai recinti più di notte che di giorno? È sempre notte per gli increduli, i quali, per quanto è loro possibile, si danno da fare per offuscare e oscurare la luce di Cristo con le nebbie di interpretazioni sinistre. Stanno a spiare quando il pastore è assente, e per questo fanno di tutto sia per uccidere sia per esiliare i pastori delle Chiese, perché se i pastori sono presenti, non possono assalire le pecore di Cristo».

«Deploro questo attacco rozzo e volgare al cardinale Dionigi Tettamanzi» portato da «un esperto di matrimoni celtici che dà lezioni di pastorale cristiana», ha commentato il presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Pisanu.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=83382&sez=HOME_INITALIA

Iran, duri scontri a Teheran, la polizia spara i lacrimogeni

Teatro dei disordini piazza Enghelab, nei pressi dell’università
Nell’ateneo si gridano slogan contro il regime di Ahmadinejad

Arrestate le madri delle vittime della repressione del luglio scorso

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Iran, duri scontri a Teheran la polizia spara i lacrimogeni
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TEHERAN – Tensione alle stelle in Iran in occasione della giornata dello Studente. Duri scontri tra polizia e sostenitori del leader dell’opposizione Mir Moussavi, si stanno verificando a piazza Enghelab, nei pressi della principale università di Teheran. Due donne, vestite di verde (il colore scelto dagli oppositori del regime) sarebbero state arrestate, mentre (secondo un sito web vicino all’opposizione) sono stati disattivati i collegamenti cellulari nelle zone centrali della capitale e attorno all’università. “Gli agenti hanno lanciato gas lacrimogeni contro gruppi di manifestanti che scandivano slogan anti Ahmadinejad” dicono alcuni testimoni. E c’è chi parla di colpi di pistola sparati in aria. Dall’interno dall’università arrivano grida di ‘Allah Akbar’ (dio è grande) e slogan anti-governativi. Stesse scene sono segnalate all’università Sharif, l’ateneo scientifico più prestigioso dell’Iran. Le forze di sicurezza sono presenti in maniera massiccia anche in altri punti dell’area centrale di Teheran, specialmente sulla Piazza Haft Tir, da dove nei mesi scorsi sono partiti cortei dell’opposizione.
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Oggi, in Iran, si celebra la giornata degli studenti, per commemorare l’uccisione di tre giovani nel 1953 da parte dei servizi segreti del regime. E proprio per staccare la spina sull’opposizione, le autorità di Teheran, sabato, hanno sospeso gli accrediti ai corrispondenti stranieri. Nelle ultime settimane i siti riformisti avevano dato notizia degli arresti di diversi dirigenti studenteschi, mentre la polizia aveva fatto sapere che sarebbe intervenuta “”severamente” contro qualsiasi manifestazione “illegale”.

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Madri arrestate.
Secondo il sito riformista Mowjcamp oltre una decina di madri di giovani morti nelle manifestazioni di protesta dell’estate scorsa sono state arrestate mentre si radunavano come ogni settimana in un parco di Teheran. Le madri, precisa il sito, sono state affrontate dalla polizia durante un raduno che tenevano sabato nel Parco Laleh, nel centro della capitale. Gli agenti hanno cercato di farle sgomberare, ma quando le donne hanno opposto resistenza, diverse di loro sono state arrestate. Da mesi, ormai, le madri delle vittime nella repressione delle proteste, accompagnate da altre donne attiviste, si riuniscono ogni sabato al Parco Laleh per chiedere giustizia.
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7 dicembre 2009
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Grecia, ancora scontri e arresti. Non si ferma la protesta studentesca

Atene e le altre città infiammate per la commemorazione dello studente ucciso l’anno scorso dalla polizia

Una ventina i feriti, picchiato il rettore dell’Università ateniese

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Grecia, ancora scontri e arresti Non si ferma la protesta studentescaGli scontri ad Atene

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ATENE – Ancora scontri nella notte ad Atene e in tutta la Grecia. L’anniversario dell’uccisione dello studente quindicenne Alexandros Grigoropoulos continua ad incendiare la penisola ellenica. Decine di feriti e contusi, soprattutto tra gli agenti, e trecentocinquanta fermi ad Atene, Salonicco, Patrasso, Rodi, Creta e Ioannina, sono il bilancio di ieri . La stampa pur rilevando che “le cause dell’insurrezione del dicembre 2008 non sono state rimosse”, appare tuttavia concorde nel ritenere che gli incidenti sono meno gravi di quanto si poteva temere.

Nella capitale, dove le scaramucce con la polizia sono continuate fino alle prime ore di stamane, 20 persone, tra cui 16 agenti, sono rimaste ferite per lo più in maniera non grave, i fermati sono 180 gli arrestati alcune decine e il grande dispositivo poliziesco di 12.000 uomini rimane in piedi in vista della nuova marcia di oggi. A Salonicco stamane attacchi incendiari contro auto e cassoni delle immondizie.

Tra i feriti il rettore dell’Università di Atene, Christos Kittas, aggredito a bastonate da alcuni giovani e ricoverato per commozione cerebrale e un lieve attacco cardiaco. Le sue condizioni non sembrano tuttavia destare più preoccupazione.

Il partito di estrema sinistra Syriza ha accusato il ministro dell’ordine pubblico Michalis Chrisochoidis di “militarizzazione del conflitto” per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia ed ha chiesto l’intervento del premier Giorgio Papandreu.

Oggi di nuovo in piazza
a mezza giornata studenti, insegnanti e comuni cittadini, mentre alcuni sindacati hanno dichiarato una sospensione di tre ore dal lavoro per consentire a tutti di prender parte alla manifestazione.


Oggi saranno anche processati per direttissima i cinque anarchici italiani, quattro uomini e una donna, fermati sabato ad Atene (avevano capucci e bastoni) e accusati di violenza contro pubblico ufficiale e di aver partecipato alla distruzione di auto della polizia. Rischiano due anni e mezzo di carcere.

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7 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/esteri/grecia-ragazzoucciso/arresti-e-nuova-marcia/arresti-e-nuova-marcia.html?rss