Archivio | dicembre 18, 2009

Povia, pure Eluana Englaro! / LA VERITA’ SU POVIA: FAME DI SOLDI

https://i2.wp.com/www.blogscienze.com/wp-content/uploads/2007/12/matematica-neuroscienza-operazioni-scimmie-studenti-duke-university.jpgUna intensa immagine di Povia in piena creazione artistica

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Povia

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Peccato, sarò in Honduras e mi perderò il Festival di Sanremo.

Mi toccherà perdere l’ultima hit di Povia su Eluana Englaro e il suo padre (snaturato, obviously) Beppino che l’ha voluta far morire mentre invece qualcuno (al quale esprimiamo in ginocchio la nostra più totale solidarietà) aveva l’agghiacciante fantasia erotico-necrofila di immaginare che potesse rimanere incinta nel suo coma vegetativo e legata al suo lettino da mille tubi.

Povia (come il viejo verde di cui sopra) è uno dei simboli dell’Italia revanscista di questi anni e di come tutto vada alla rovescia in questo paese. Non che Sanremo sia salvabile ma anni sono passati sotto i ponti da quando Pierangelo Bertoli sul palco dell’Ariston cantava Italia d’oro: “mangiati quel che vuoi fin quando lo vorrai, tanto non paghi mai”.

Faccio a meno di Bruno Vespa, faccio a meno di Barbara Palombelli, farò a meno anche di Povia. Ma Bertoli me lo canto ancora a squarciagola!

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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Confermata dalla direzione artistica del Festival di San Remo 2010 la partecipazione di Povia con la sua nuova ‘pensata’ in forma di canzone, che ha per tema la storia della povera Eluana. Mi mancano i termini per definire un simile individuo, me ne vengono in mente tanti ma per lui sono totalmente inefficaci, perché la bestialità dei suoi intenti è assolutamente inarrivabile.

Non voglio sprecare molte parole, perché per lui le parole non servono ma servono i fatti. E dato che, per ora, il testo di questa ‘canzone’ non è ancora disponibile (per cui non è giudicabile a priori, al di là del bieco intento del menestrello da quattro soldi) aspetterò di poterlo leggere.

Ma se, come credo, visti i precedenti, mi riterrò anche solo minimamente offeso nei miei sentimenti (e in questo caso, con me, vi saranno sicuramente migliaia di altre persone) proporrò da questo blog un’azione legale collettiva.

Questo signore deve imparare che non si può ‘violentare’ le persone (morte oltre che vive) solo per soddisfare le sue brame di successo con assurde pretese ‘artistiche’, da ‘artista’ fallito qual’è. Perchè, mi pare, più che esserci ci fa.

mauro

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STRANU ‘STU FATTU!

https://i2.wp.com/www.ilfriuli.it/uploads/ilfriuli/images/contentsgr/6982.jpgScritta un anno fa, ‘Eluana’ è stata arrangiata da Raffaele Chiatto, già chitarrista di Povia..

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da Facebook logo

LA VERITA’ SU POVIA: FAME DI SOLDI

http://profile.ak.fbcdn.net/v226/880/20/t1663744975_4564.jpgGiovanna wroteat 03:41 on 29 January 2009

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«Povia? L’ho mollato in dicembre» dice Angelo Carrara, storico titolare della casa discografica Target. «Si è messo a fare il De André, ma non ha spessore. Troppe cose di cattivo gusto, ci rimettevano la mia immagine e le mie attivitià» confessa Carrara a Io donna che l’ha intervistato nell’ambito di una inchiesta – che sarà pubblicata nel numero in edicola sabato 31 – sulla vicenda Povia/Darfur di Sanremo 2005, conduttore anche allora Paolo Bonolis.

Il produttore spiega di non aver mai digerito il comportamento del cantante in quella occasione, ma che la rottura è stata causata soprattutto dalla bagarre mediatica sulla canzone «Luca era gay», che Povia si appresta a cantare in questa edizione di Sanremo. «E’ ispirata alla vera storia di un mio amico, che fino a 37 anni era gay. Poi ha conosciuto una ragazza, ora ha anche dei bimbi e vive a Roma» racconta amareggiato: «Le sue dichiarazioni sull’omosessualità come malattia le ho lette sui giornali, da sei mesi non ci parliamo più».

Ma Carrara attacca anche sull’esordio di Povia nell’edizione in cui Bonolis dedicò una serata benefica per i bambini del Darfur: «Se non fosse salito su quel palco nel 2005 poteva finire nel dimenticatoio». Nel 2005 l’esordiente Povia era stato escluso dalla gara perché aveva già partecipato al festival di Recanati, ma Bonolis lo resuscitò per fare da colonna sonora alla raccolta fondi con la sua canzone “Quando i bambini fanno ooh”. Niente sms dal pubblico, il milione per un centro ospedaliero, una struttura sanitaria satellite e una scuola elementare era un’iniziativa tutta interna a Sanremo: «Un’autotassazione da parte degli ospiti, di me stesso, della Rai, dei Monopoli, degli sponsor e delle case discografiche» disse Bonolis. Invece da Sanremo arrivarono solo 250 mila euro, di cui 50 mila offerti da Bonolis. Quanto a Povia, che si era impegnato pubblicamente e versare «tutti gli incassi della canzone» arrivarono 35 mila euro che la Target versò – incalzata da chi aveva già avviato il progetto in Darfur – «quale anticipo in attesa dei rendiconti Siae».

Io donna nell’inchiesta svela tra l’altro come Povia non abbia onorato il suo impegno a fronte di 450 mila euro di proventi complessivamente maturati dalla canzone nel 2005. «L’iniziativa per il Darfur fu determinante per lanciare Povia» dice Carrara che ricorda come «nel 2006, l’anno dopo il botto della serata benefica, vinse il Festival anche perché i bambini avevano votato per lui. Quando andava a cantare in giro, prima del concerto faceva sempre una visita ai bimbi negli ospedali».

COMPLIMENTI POVIA.
ORA, VORREI CAPIRE, COSA I SUOI SOSTENITORI VOGLIANO DIRE A RIGUARDO… O FORSE è MEGLIO ELIMINARE IL MESSAGGIO?
RAGAZZI, SVEGLIATEVI, ANCHE QUESTA CANZONE CH PORTERà A SANREMO è MOTIVATA DAL FAR SOLDI… IO SPERO CHE VOI SIATE COSì INTELLIGENTI DA NON CADERCI E DA FAR CADERE NEL DIMENTICATOIO PIù ASSOLUTO QUEST’UOMO CHE DI VOLTA IN VOLTA HA SFRUTTATO TEMI DELICATI SOLO ED ESCLUSIVAMENTE PER FINI ECONOMICI.

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29 January 2009

fonte:  http://www.facebook.com/topic.php?uid=32655699669&topic=9057

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Caro Povia, questo era un cantautore..

Quest’anno a Natale si sta a dieta

Un terzo degli italiani spenderà meno per i regali. In calo anche gli acquisti di cibo per i cenoni. Crolla la piccola distribuzione, si salvano solo gli ipermercati

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di Maurizio Maggi

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Una campagna acquisti natalizia sottotono: il 33 per cento degli italiani spenderà meno di prima per fare regali. E rallenteranno pure gli acquisti di cibi destinati al pranzo di Natale e al cenone di Capodanno, occasioni da trascorrere sempre più in casa, anche se il panettone e gli altri tipici prodotti da ricorrenza non dovrebbero flettere sensibilmente, come accadrà invece ai piccoli elettrodomestici. Sorridono i supermercati, perché cresce la propensione a fare shopping nella grande distribuzione (prevede di utilizzarla di più il 7 per cento dei clienti), sono buoni i segnali prenatalizi per gli ipermercati (più 4 per cento), mentre arretra la voglia di rifornirsi presso i discount (meno 3 per cento), i grandi negozi di elettronica e abbigliamento e i supermercatini sotto casa (meno 2 per cento).
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Sono alcune delle previsioni che emergono dal Barometro sugli acquisti di Natale messo a punto da Coop Italia in collaborazione con KKien, società specializzata nelle ricerche di mercato. Il Barometro Coop è lo strumento di cui si è dotata da inizio anno la Coop Italia presieduta da Vincenzo Tassinari per anticipare le tendenze. Il campione è di 3.500 persone, clienti abituali e occasionali delle Coop, ma anche responsabili degli acquisti dei punti vendita. Per il focus sul periodo delle festività, tra il 20 e il 30 novembre è stato fatto un approfondimento tra 855 clienti che risiedono nei bacini dei negozi Coop, presenti un po’ ovunque in Italia, con l’eccezione di Val d’Aosta e Calabria.
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Dove colpisce la crisi
Acquisti alimentari per Natale e Capodanno per area geografica (Fonte Coop Italia)

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Era lecito attendersi che in piena crisi economica i discount facessero sfracelli. Perché le cose non vanno così lo spiega Francesco Cecere, curatore della ricerca e direttore pianificazione e controllo di Coop Italia: “Non c’è la rincorsa ai prodotti di primo prezzo. I discount crescono solo se aprono nuove superfici, altrimenti sono plafonati. E i consumatori preferiscono rinunciare alla quantità che alla qualità”. Alla base di questa considerazione c’è la costante crescita dei prodotti commercializzati con il marchio dell’insegna, i cosiddetti ‘private label’. “Nel nostro caso”, sostiene Cecere, “i prodotti venduti con il marchio Coop costano circa il 25 per cento in meno rispetto alle marche leader e con una qualità che, stando alle inchieste presso il pubblico, è valutata sostanzialmente pari a quella delle marche note”. Il supermarket, poi, piace anche perché può offrire il miglior rapporto tra costi e benefici, dove i costi sono rappresentati dal tempo necessario per andare a fare la spesa e dalla lunghezza dello spostamento (che in certe zone riduce l’appeal degli iper), e vende prodotti di primo prezzo sovente in linea con quelli del discount.

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La crisi, comunque, morde. E parecchio. Una quota compresa tra il 16 e il 20 per cento dei consumatori dichiara che le proprie condizioni economiche future peggioreranno e nutre decrescenti aspettative di spesa. La contrazione coinvolge tutte le fascia di età, con saldi negativi – rispetto all’anno scorso, anche del 14 per cento per gli acquisti di prodotti di marca da parte dei consumatori di sesso maschile. Così si scatena la caccia alle promozioni: il 29 per cento dei clienti Coop annuncia di puntare sui prodotti alimentari in offerta anche per pranzi e cenoni legati alle prossime festività. Tra le più rilevanti differenze geografiche, spicca la ‘voglia di marca’ del Sud. “Nel Meridione il ciclo del consumo è ancora in una fase arretrata e il pubblico è meno smaliziato sul tema delle marche, in confronto alla clientela di zone in cui la grande distribuzione è presente e radicata da tempo”. Nella sua veste di sociologo dei consumi, Cecere enfatizza le risposte del campione sui comportamenti di consumo in tempi di crisi (illustrati dal grafico qui sopra): “Siamo davanti a un orientamento post-consumistico che non è solo il frutto della crisi. Sette italiani su dieci dicono di voler assumere atteggiamenti di maggiore attenzione contro gli sprechi e si dicono favorevoli al riutilizzo delle cose e alla raccolta differenziata”. Il post-consumismo, però, non è roba per giovani: “Nelle famiglie coesistono modelli diversi, con i più anziani che di fatto finanziano il consumismo dei ragazzi”. Gli over 50, che hanno vissuto il boom consumista, s’interrogano sul senso della fruizione della merce. Una riflessione che, sostiene Cecere, “non coinvolge i giovani e le famiglie immigrate, specie quelle di origine slava, arrivate da noi proprio per accedere al consumismo”.

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16 dicembre 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/questanno-a-natale-si-sta-a-dieta/2117429&ref=hpsp

VIDEO – MAFIA (censurato dal governo Berlusconi) / La Realtà Berlusconi – documentario statunitense censurato in Italia

Parte del documentario di Lucarelli (Blu Notte) su RAI TRE sulla Mafia e sulle inchieste, censurato dal governo Berlusconi

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Documentario scottante realizzato e trasmesso dalla Wnet Thirteen New York, la maggiore emittente della tv pubblica statuninenze Pbs e censurato in Italia (in sei parti)

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L’ESPRESSO – La mafia e i silenzi di Silvio / Ciancimino e i terreni di Milano 2

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Marcello Dell’Utri

I pm di Palermo a Palazzo Chigi per interrogare Berlusconi. Che scelse di tacere. Ecco i quesiti che gli volevano porre. Per chiarire l’origine dei capitali di Fininvest

In edicola da ieri

La mafia e i silenzi di Silvio

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di Lirio Abbate
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Ci sono domande che lo inseguono da circa trent’anni, che tornano periodicamente alla mente di imprenditori, politici e investigatori. Sono i ‘buchi neri’ della vita professionale del cavaliere Berlusconi, affiorati durante indagini sulle presunte collusioni mafiose. Interrogativi semplici. Lo sono, perlomeno, per chi non ha nulla da nascondere. Gli investigatori ipotizzano che nelle casse che fanno capo alle aziende del premier potrebbe essere stato versato denaro proveniente dai traffici illeciti della mafia palermitana. Per i giudici avrebbe ricevuto finanziamenti “non trasparenti” fra gli anni ’70 e ’80. Dietro l’origine di queste fortune economiche, per gli inquirenti, si nasconderebbero i fantasmi del passato: incontri riservati nella ‘Milano da bere’ di trent’anni fa invasa dai siciliani, colloqui evocati da pentiti di mafia e testimoni. Ma di questi fatti Silvio Berlusconi non vuole parlarne nemmeno ai magistrati che processano il suo amico Marcello Dell’Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Preferisce restare in silenzio davanti ai giudici. E attaccarli appena mette la testa fuori dall’aula giudiziaria.
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Il codice di procedura penale gli ha consentito, sette anni fa, di avvalersi della facoltà di non rispondere, per via di un’inchiesta palermitana sul riciclaggio in cui era stato indagato e poi archiviato. Indagine che potrebbe essere riaperta se dovessero arrivare nuovi spunti investigativi.Era il 26 novembre 2002 ed il tribunale che processava Dell’Utri si era spostato nella sede istituzionale di Palazzo Chigi per sentire il premier nella qualità di ‘indagato di procedimento collegato’. E lui, dopo tanti rinvii per sopravvenuti impegni istituzionali, si è avvalso della facoltà di non rendere interrogatorio. Un po’ come ha fatto la scorsa settimana il boss Giuseppe Graviano chiamato dalla corte d’appello nel processo al co-fondatore di Forza Italia. Entrambi – Berlusconi e Graviano – davanti ai giudici hanno preferito restare in silenzio e non chiarire le posizioni del passato che potrebbero avere punti in comune fra il ’93 e ’94.
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A guardarli dall’esterno sono posizioni diverse, ma il messaggio che arriva è identico. Il presidente del Consiglio non ha certo contribuito a far luce su vicende che riguardavano un suo stretto e antico collaboratore oltre che su una serie di interrogativi che si pongono all’origine delle sue fortune finanziarie e sulla nascita di Forza Italia. Interrogativi che emergono dalle indagini. Per il mafioso e stragista Giuseppe Graviano “il silenzio è d’oro”, perché in Sicilia “la migliore parola è quella che non si dice”. Chi sostiene di prendere le distanze dal suo passato, senza pentirsi, è Filippo Graviano fratello di Giuseppe. Accettando di rispondere in aula alle domande dei pm nel processo d’appello a Dell’Utri, il maggiore dei Graviano afferma di non conoscere il senatore. Non riscontrando in questo modo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che coinvolgono Dell’Utri e il presidente del Consiglio nel groviglio istituzionale delle indagini sulle stragi e sulla ‘trattativa con lo Stato’. La deposizione dei Graviano è stata anomala. Nei processi di mafia i pm non citano mai le fonti dei collaboratori di giustizia ‘se si tratta di affiliati non pentiti’, perché – come sostiene la giurisprudenza – non potrebbero che negare. È come se Totò Riina fosse chiamato dai giudici a riscontrare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.
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Per cercare di dipanare le ombre che coprono i buchi neri nel passato di Berlusconi, i pm di Palermo, Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, sette anni fa avevano preparato una lunga lista di domande – un centinaio, che abbracciavano quasi trent’anni di attività – che gli avrebbero voluto rivolgere. ‘L’espresso’ è in grado di ricostruire i punti essenziali – contenuti in 90 pagine scritte dalla procura – che avrebbero costituito l’esame al quale il premier doveva essere sottoposto. A cominciare da chi gli avesse dato i soldi all’inizio della sua scalata imprenditoriale. Si sarebbero voluti far ricostruire al teste i flussi finanziari relativi alle società del gruppo Fininvest. La vera genesi e lo sviluppo del rapporto con Dell’Utri, con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e con l’imprenditore Francesco Paolo Alamia, entrambi amici di Vito Ciancimino, e con il mafioso palermitano Gaetano Cinà (deceduto due anni fa, coimputato di Dell’Utri e condannato in primo grado a 6 anni per associazione mafiosa ndr).
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I pm avrebbero voluto sapere dal premier perché nel 1974 ingaggiò come fattore Vittorio Mangano, nonostante i suoi precedenti penali e in base a quali competenze lo aveva scelto visto che gli unici due cavalli che il boss fino a quel momento aveva avuto erano stati proprio quelli di villa San Martino ad Arcore. Una spiegazione l’avrebbero voluta per comprendere l’assoluta assenza di preoccupazione di Berlusconi durante una conversazione telefonica con Dell’Utri dopo l’attentato che aveva subito in via Rovani a Milano, davanti gli uffici Fininvest il 28 novembre 1986, in cui veniva ipotizzato che l’autore fosse Mangano.
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Ai magistrati interessava sapere se Dell’Utri conoscesse Bettino Craxi e quali rapporti avessero, visto che dalle intercettazioni emergono riferimenti all’ex segretario del Psi. Se il capo del governo fosse informato dei continui contatti fra il suo amico Marcello e il mafioso Cinà: incontri avvenuti a Milano nel 1987 con l’uomo d’onore palermitano che avrebbe partecipato anche ad una riunione in cui si sarebbe discusso dell’acquisto di Rete 4 da parte della Fininvest. I magistrati avrebbero voluto sapere se Berlusconi avesse mai conosciuto i mafiosi Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il Gotha di Cosa nostra che nel 1974 lo avrebbe incontrato negli uffici della Edilnord per assicurargli ‘protezione’. E se è vero che cenasse insieme a Mangano e alla sua famiglia, in particolare la sera del 7 dicembre 1974 in cui avvenne il sequestro del principe D’Angerio dopo esser stato ospite ad Arcore.
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Ci sono anche i rapporti con l’imprenditore Flavio Carboni e il cassiere della mafia Pippo Calò. Gli investimenti immobiliari che avrebbero concluso in Sardegna. L’appartenenza alla P2 alla quale Berlusconi si era iscritto nei primi mesi del 1978 su invito di Licio Gelli. Nella lista ci sono domande sul pagamento di somme di denaro ad associazioni criminali per lo svolgimento di attività produttive, con particolare riferimento agli attentati ai magazzini Standa di Catania – di cui la Fininvest deteneva il 75 per cento – e per i quali l’azienda non si costituì parte civile nel processo ai responsabili del rogo. E il motivo per il quale non avesse denunciato le estorsioni subite dalle sue attività in Sicilia. Inoltre se avesse o meno saputo di rapporti tra la Fininvest siciliana e un lontano parente di Tommaso Buscetta.
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Le domande si allargano alla parte economica, in particolare al motivo per il quale nel 1998 il premier mandò a prelevare copia delle carte sulle holding che formano la Fininvest e le nascose ai consulenti della difesa di Dell’Utri che in questo modo non hanno potuto chiarire le “anomale” operazioni miliardarie. E il perché fossero state utilizzate le identità di casalinghe, disabili colpiti da ictus e disoccupati ai quali erano state intestate alcune azioni del gruppo. E da dove arrivassero tutti quei miliardi di lire di provenienza ignota affluiti nelle holding Fininvest tra il 1975 e il 1985. E poi perché non avesse reso noto i nomi dei soci effettivi, cioè di coloro che hanno versato le prime disponibilità finanziarie. E infine l’aspetto politico: se avesse avuto contatti nel 1993 con il partito Sicilia Libera voluto dal boss Leoluca Bagarella con il quale voleva stringere un accordo elettorale; e in quale data avesse preso la decisione di “scendere in campo”.
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Ma il premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Alla verità ha preferito il silenzio.
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In quella occasione, ad avviso del tribunale, come è riportato nella motivazione della sentenza di primo grado che ha condannato Dell’Utri a nove anni, Berlusconi “si è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica in esame”, cioè “sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio”.

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Quando il Cavaliere stava per alzarsi dal banco dei testimoni anche i pm tentarono di rivolgergli un appello per non rinunziare al suo contributo alla verità, ma rimase inascoltato, dando così luogo ad un appuntamento mancato con la verità.
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Ciò nonostante, quel silenzio non è stato capace di cancellare con un colpo di spugna ciò che è stato faticosamente accertato durante le indagini preliminari che lo hanno riguardato: prima l’inchiesta in cui il capo del governo è stato indagato per riciclaggio insieme all’imprenditore Alamia, e poi in quella di Dell’Utri.
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I silenzi del premier, le resistenze dei consulenti della Fininvest, le insufficienze della documentazione bancaria e societaria messa a disposizione delle parti, non hanno annullato la valenza indiziaria degli elementi acquisiti dai magistrati che hanno indagato sulle prime basi finanziarie su cui si è creato l’impero economico del Biscione. Vero è che i riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo e a quelle dell’industriale Rapisarda non sono stati sufficienti per provare l’accusa di riciclaggio. E trovandosi senza elementi di diretta conferma a queste affermazioni, manca la prova specifica del reato: e infatti il procedimento per Berlusconi è stato archiviato dieci anni fa.
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Restano tanti interrogativi che ci vengono imposti dai numeri che sono emersi dall’analisi delle holding. Sono le cifre a nove zeri che i magistrati hanno trovato nelle società che formano la Fininvest. Miliardi di lire versati in contanti di cui Berlusconi non ha mai indicato l’origine. E il periodo coincide con quello segnalato da collaboratori di giustizia e testimoni che facevano riferimento alla disponibilità di Dell’Utri al reinvestimento di denaro di provenienza illecita, versato – come sostengono gli inquirenti – nelle casse della Fininvest. Rapisarda ha riferito di un impiego di dieci miliardi di lire nel 1978-79, e di un investimento di 20 miliardi nel 1980-81.
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Nessuno è autorizzato a trarre argomenti dal silenzio, perché il silenzio è nemico della verità. “Ma se tutto era davvero così chiaro”, come hanno sottolineato i magistrati, “bastava chiarire quel che c’era da chiarire”. Un appuntamento mancato sulla strada dell’accertamento dei fatti. Davanti ai giudici Berlusconi preferisce tacere. E, così, i dubbi sul suo passato restano.
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Ciancimino e i terreni di Milano 2

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L’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, negli anni Settanta investì somme di denaro in alcune società riconducibili alla speculazione edilizia di Milano 2, voluta da Silvio Berlusconi. I profitti di questo investimento immobiliare Vito Ciancimino li ottenne negli anni Ottanta. Il retroscena dell’operazione economica è stato svelato ai magistrati da Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco, il quale ha ricostruito gli intrecci societari che legavano suo padre ad un altro imprenditore palermitano, Francesco Paolo Alamia, ex assessore democristiano ai Lavori Pubblici di Palermo, che trent’anni fa aveva molti interessi nel capoluogo lombardo. Ciancimino jr avrebbe fornito indicazioni ai magistrati per poter ricostruire i flussi economici provenienti dall’affare di Milano 2.
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Il sospetto che Alamia potesse essere uno dei riciclatori al servizio di Cosa nostra era stato sollevato dai pubblici ministeri di Palermo già nel 1996, quando avviarono un’indagine nei suoi confronti. Nella stessa inchiesta vennero coinvolti anche Berlusconi e Dell’Utri, perché ritenuti i terminali degli investimenti dei boss palermitani. L’indagine poi venne archiviata. Adesso, però, con le nuove dichiarazioni del giovane Ciancimino la Procura ha riaperto il fascicolo iscrivendo nel registro degli indagati soltanto Alamia.
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Con la discrezione di una vecchia volpe abituata a muoversi con passi felpati nel labirinto degli affari siciliani, Alamia sarebbe tornato di nuovo a contattare Marcello Dell’Utri nei primi anni Novanta per proporgli alcuni investimenti immobiliari. Su questo intreccio fra politica, mafia e imprenditoria adesso ricominciano a indagare i pm di Palermo per far luce sui flussi di denaro dalla Sicilia a Milano e sui rapporti che i boss avrebbero cercato di allacciare proprio con il premier e il senatore.
L. A.

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16 dicembre 2009
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Addio “Vecchio cronista”: E’ morto Igor Man

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Firma de La Stampa, aveva 87 anni

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TORINO
E’ morto
il giornalista de La Stampa Igor Man, pseudonimo di Igor Manlio Manzella. Era nato a Catania il 9 ottobre 1922, aveva 87 anni. Figlio di Titomanlio Manzella, esperto di politica estera, Man è stata una delle firme più prestigiose del nostro quotidiano dove cominciò a lavorare nel 1963 sotto la direzione di Giulio de Benedetti.
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Studioso delle religioni e delle società, Man aveva una spiccata sensibilità e competenza per i temi riguardanti il mondo arabo ed islamico. Nel 2009 aveva ricevuto il Premio America della Fondazione Italia USA. Nel 2000 aveva vinto il premio di giornalismo Saint-Vincent alla carriera. Nella sua straordinaria carriera ha intervistato grandi personaggi, tra i quali spiccano i nomi di John Fitzgerald Kennedy, Nikita Khruščёv, Ernesto “Che” Guevara, Gheddafi, Khomeini, Yasser Arafat e Shimon Peres.
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«Con Igor Man è scomparso il testimone di un secolo, un giornalista di eccellenza, un grande inviato nella cronaca e nella storia di un mondo vissuto e conosciuto in profondità», è la testimonianza di Franco Siddi, segretario della Federazione nazionale della stampa. «I fatti prima di tutto, raccontati con sapienza avendone prima penetrato tutti i risvolti, affinchè chiunque, leggendo sul giornale, potesse avere accesso vero anche alle vicende più complesse di geopolitica, di politica internazionale, di cronaca». «Man – continua Siddi in una nota – si è sempre e solo voluto definire un ’vecchio cronistà; della gente e di ciò che accadeva, non qua e là per caso ma nei Continenti comprendendo subito come anche episodi che per taluni potevano apparire secondari fossero destinati ad incidere profondamente il corso della storia. Un cronista ma anche uno scrittore, studioso delle religioni, particolarmente attento alle questioni del mondo arabo e del medio oriente, eppure sempre radicato alla sua terra (la Sicilia di nascita, Torino da adozione, l’Italia nel cuore, per un figlio di scrittore siciliano e di una nobil donna russa)». «Per le sue qualità e doti, la Fnsi, fu tra i proponenti di base del Premio di Giornalismo Saint-Vincent alla carriera assegnatogli nell’edizione del 2000. Oggi lo ricordiamo con ammirazione e, esprimendo il cordoglio dei giornalisti italiani, formuliamo le più sentite condoglianze ai suoi familiari», conclude Siddi.
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18 dicembre 2009
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Ondata di gelo artico sulla penisola: E’ il weekend più freddo dell’anno

Allerta meteo della Protezione civile. Neve a bassa quota e gelate
Chiuso l’aeroporto di Genova, stop ai collegamenti tra Sicilia e isole minori

Ondata di gelo artico sulla penisola
E’ il weekend più freddo dell’anno

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Ondata di gelo artico sulla penisola E' il weekend più freddo dell'annoL’altamarea a Venezia sotto la bora

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ROMA – Neve, freddo e temporali. Una perturbazione artica è in arrivo sull’Italia e per il fine settimana è allerta meteo, annunciata dal bollettino della Protezione civile. Previste nelle prossime ore nevicate anche in pianura sulle regioni settentrionali e su quelle centrali appenniniche. Probabili anche gelate dalla nottata di domani. Molto a rischio il Friuli Venezia Giulia dove arriverà bora forte e possibile formazione di ghiaccio al suolo a Trieste. L’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova è stato chiuso alle 15.30 per la nevicata in corso, la visibilità è scarsissima per la presenza di nubi basse. Sono stati cancellati diversi voli e mezzi antineve e spalatori sono al lavoro per togliere il ghiaccio dalla pista che si trova proprio sul mare.
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Massima marea a Venezia. Prevista per sabato alle 11 una punta massima di marea di 110 cm (codice arancio) e per domenica mattina marea sostenuta (codice giallo, tra 80 e 109 cm). Continuerà a soffiare vento di bora. Tutti i cittadini possono ricevere gli sms informativi inviando il messaggio “marea” al numero 33999.41041.
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Nevicate e temporali. Deboli nevicate sono previste anche sulle altre regioni centrali, con quota neve in calo fino ai 400-600 metri. Dalle prime ore di sabato inoltre rovesci o temporali di forte intensità anche sulle regioni meridionali e sulla Sicilia. Forti venti e possibili mareggiate lungo le coste esposte sono in arrivo sull’intera penisola.
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I consigli della Protezione civile. Alla luce del peggioramento delle condizioni meteo e in vista all’aumento del traffico del fine settimana pre-natalizio, la Protezione civile consiglia prudenza a quanti abbiano in programma spostamenti e viaggi, suggerendo di verificare le buone condizioni dei veicoli, di avere a bordo le catene o di montare pneumatici da neve. Il pericolo principale sarà il ghiaccio soprattutto se si percorrono zone in ombra, vicine ai corsi d’acqua e viadotti esposti al vento, dove è più facile che si formino le lastre.

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Mari mossi. Restano mossi i mari. Lo Ionio, lo stretto di Sicilia, il canale di Sardegna e i settori meridionali di Tirreno e Adriatico, con moto ondoso in calo. Sono ancora interrotti i collegamenti marittimi tra la Sicilia e le sue isole minori. Alle Eolie da due giorni sono irraggiungibili Lipari, Salina e Vulcano, e da quattro Filicudi, Alicudi, Panarea, Stromboli e Ginostra. In questo piccolo borgo la nave non attracca da quasi un anno e mezzo perché lo scalo è inagibile e scarseggiano viveri, farmaci e bombole di gas.
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Passeggeri bloccati a Milazzo. A Milazzo in provincia di Messina sono bloccati oltre 200 passeggeri tra isolani e una ventina di turisti che volevano trascorrere le feste di fine anno nell’arcipelago, ma anche i dipendenti pubblici, i docenti delle scuole isolane e i camion carichi di derrate alimentari. A Lipari sono un centinaio le persone che hanno potuto partire. I traghetti non hanno servito neanche Pantelleria e Lampedusa e Linosa come pure Ustica e le Egadi che non sono collegate nemmeno dagli aliscafi.
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Le previsioni per domenica. Domenica le temperature diminuiranno ancora nei valori minimi, specie sulle aree pianeggianti. A Nord sarà sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni salvo locali addensamenti sui settori costieri adriatici, ma dalla sera aumenterà la nuvolosità sui settori alpini e sulle aree pianeggianti si aspettano gelate e banchi di nebbia, soprattutto di notte. Al Centro e sulla Sardegna parzialmente nuvoloso con piogge. Nuvole anche su Marche e Abruzzo con neve e miglioramenti dal pomeriggio. Sereno o poco nuvoloso sulle altre regioni salvo passaggi nuvolosi mattutini lungo le coste tirreniche. Al Sud e sulla Sicilia la nuvolosità sarà irregolare, così come tra Molise, Puglia garganica e Campania. Molto nuvoloso sulle restanti regioni con piogge o temporali sparsi.
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18 dicembre 2009
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ORA BASTA POPULISMI, SI ALIMENTANO IN UNA SPIRALE CHE VA FERMATA CON LE RIFORME

17 Dicembre 2009
intervista di Maria Teresa Meli – Il Corriere della Sera

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Onorevole D’Alema, in Parlamento ci si azzuffa un giorno sì e un giorno no, tanto per dare il buon esempio alle piazze.

«Non si tratta del venir meno del “bon ton”, abbiamo un problema serio: l’elemento del populismo è diventato un dato strutturale del sistema politico italiano in questi ultimi quindici anni per cui il Parlamento ha cessato di svolgere la sua funzione di luogo della mediazione ed è diventato puro luogo di rappresentazione teatrale dello scontro. In Parlamento non si discute più nulla, vi è solo un susseguirsi di votazioni di parata, come la fiducia. Perciò è stata cancellata quella dialettica tra maggioranza e opposizione che portava all’assunzione di una comune responsabilità. E questo è il frutto di uno svuotamento del sistema democratico».

I conflitti potrebbero inasprirsi ulteriormente?

«Potrebbe esserci un’escalation. Il prevalere del populismo riduce gli spazi della politica, cancella l’idea che i conflitti vengono regolati perché c’è un bene comune che comunque non può esser distrutto. Sono stati i partiti, il Parlamento, insomma la politica, ad aver consentito nel dopoguerra a questo Paese di governare scontri di natura ideologica e sociale ben più radicali di quelli di oggi. Allora c’era una classe dirigente che incanalava dentro le istituzioni i conflitti, che così venivano governati. Se ne riduceva in questo modo la pericolosità. L’eccesso di personalizzazione della politica ha invece portato alla distruzione dei partiti e allo svuotamento del Parlamento, che è ormai ridotto ad uno stadio: c’è la curva nord, c’è la curva sud, manca qualsiasi dialettica governo-Parlamento. Fini a mio parere giustamente rivendica questo meccanismo elementare e difende le istituzioni».

Secondo lei Berlusconi è responsabile di questo clima?

«Berlusconi è sicuramente un elemento di questo processo. Di quello che Piero Ignazi chiama, con un termine efficace, il “forzaleghismo”. In Italia c’è ormai una frattura tra politica e antipolitica che attraversa gli schieramenti. Da questo punto di vista, ci sono delle similitudini tra il populismo di Berlusconi e quello di Di Pietro: sono speculari e si alimentano a vicenda, nel senso che Di Pietro è l’opposizione ideale per Berlusconi. Mi ricordo che nel 2002 partecipai ad un’assemblea di studenti a Firenze, dove spiegai che parlare di regime era sbagliato, affrontando anche le dure critiche di quella platea. Non ho mai visto Berlusconi affrontare i suoi elettori per dire loro che la sinistra, nel nostro paese, è democratica. Queste considerazioni politiche non possono assolutamente giustificare una violenza barbara e insensata che colpisce non solo la persona di Berlusconi, ma l’istituzione Presidente del Consiglio che lui rappresenta. Abbiamo espresso la nostra solidarietà e Bersani ha fatto benissimo ad andare a trovarlo. Ci sono gesti che contano più di mille discorsi. Bisogna fermare la spirale dei due populismi che si alimentano a vicenda. Bisogna avere il coraggio di dire che le riforme istituzionali comportano una comune assunzione di responsabilità, senza temere l’accusa di voler fare inciuci. E respingo l’idea che il maggioritario debba essere una rissa. In questo senso il discorso di Cicchitto, con quell’incredibile elenco di “colpevoli”, aveva elementi di autentica irresponsabilità».

E qual è, secondo lei, onorevole D’Alema il modo in cui si può uscirne da questa situazione?

«L’unico modo di uscirne è quello di ripartire dal rispetto per le istituzioni e dalla necessità di correggere le distorsioni, come questa sorta di presidenzialismo di fatto a cui siamo giunti. Sul piano istituzionale il governo non ha mai avuto tanta forza. Il paradosso è che questo meccanismo non produce decisioni efficaci né riforme significative. Ci avevano raccontato che tolti di mezzo i partiti e la mediazione politica avremmo avuto finalmente una democrazia governante. Non era vero. Altro che aggiustamenti tecnici, qui c’è bisogno di rifondare il sistema politico e questo è l’unico spazio in cui il Pd può agire, tra gli opposti populismi. Non è facile, però Bersani lo sta facendo bene. Certo, per disegnare quest’altra idea di opposizione ci vorrà tempo, ma è l’unico cammino che possiamo intraprendere, interloquendo con quelle componenti riformiste presenti anche nel centrodestra. Spero che anche Berlusconi cominci a rendersi conto di tutto ciò. Ma non c’è solo lui da quella parte. C’è Fini, che appare consapevole dei rischi che ho descritto, non perchè sia diventato di sinistra, ma perchè è un uomo politico e ha senso dello Stato. Questo può avvicinare persone che hanno opinioni politiche tra loro diverse. In questi giorni non c’è stata solo violenta strumentalizzazione, abbiamo ascoltato anche considerazioni molto ragionevoli, come quelle, ad esempio, di Gianni Letta».

Certe prese di posizione di Di Pietro non le piacciono, ma che cosa pensa delle dichiarazione di Bindi su Berlusconi, dopo l’aggressione.

«Bersani ha detto cose sagge e giuste. A lui gli iscritti e gli elettori hanno assegnato il compito di rappresentarci. Ad altri consiglierei maggiore prudenza».

Fu lei il primo a rimettere in gioco Di Pietro candidandolo al Mugello.

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Lei parla di riforme ma per Berlusconi è preliminare la riforma della giustizia.

«La riforma della giustizia, per renderla migliore per tutti i cittadini, ci interessa e abbiamo le nostre proposte. Viceversa, quelle per fermare i processi a Berlusconi non sono riforme e non si può certo pretendere che l’opposizione le faccia proprie. Se per evitare il suo processo devono liberare centinaia di imputati di gravi reati, è quasi meglio che facciano una leggina ad personam per limitare il danno all’ordinamento e alla sicurezza dei cittadini. Ma una vera emergenza democratica è sicuramente quella della riforma del Parlamento, a cui occorre restituire autorità e centralità, riducendo il numero dei parlamentari e superando il bicameralismo perfetto in senso federalista. Ci vuole una legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti. Ripartiamo dalle proposte della Commissione Violante, che indicano la via per un governo forte in un quadro di poteri democratici e non di un populismo plebiscitario».

Fonte: Massimo D’Alema