Archivio | dicembre 23, 2009

GAZA: “La comunità internazionale ha tradito i palestinesi” / Palestina: Dopo quello israeliano, arriva anche il Muro dell’Egitto

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Osservatorio Iraq, 22 dicembre 2009

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L’embargo imposto da Israele su Gaza testimonia il “fallimento” della comunità internazionale e rappresenta un “tradimento” nei confronti della popolazione della Striscia.

È quanto si legge in un appello congiunto che 16 organizzazioni non governative hanno voluto pubblicare in occasione dell’anniversario dell’offensiva israeliana contro Gaza, iniziata il 27 dicembre scorso.

Nel documento le ong – tra cui figurano Oxfam e Amnesty Intenational – condannano non solo lo Stato ebraico, ma anche la comunità internazionale, che non è stata in grado di mettere in atto un’azione diplomatica efficace per alleviare le sofferenze degli abitanti del territorio palestinese.

“Le potenze mondiali hanno fallito e hanno tradito la gente comune di Gaza”, ha dichiarato il direttore di Oxfam, Jeremy Hobbs, secondo cui è grave che alle tante parole spese non siano seguite “azioni concrete per garantire la fine del blocco israeliano, che sta impedendo la ricostruzione e la ripresa”.

Le ong puntano l’attenzione sulla gravità della situazione attuale nella Striscia – dove vi è penuria di tutto, compresi i materiali edilizi – e chiedono alla comunità internazionale di fare pressione su Tel Aviv perché metta fine a quella che definiscono “una punizione collettiva e illegale della popolazione di Gaza”.

Secondo quanto dichiarato nell’appello, nell’ultimo anno Israele ha consentito l’ingresso di soli 41 camion di materiali edilizi, impedendo così ai palestinesi di riparare “gli enormi danni” causati dagli attacchi e dai bombardamenti dello Stato ebraico, che hanno distrutto un numero elevato di abitazioni e compromesso infrastrutture ed edifici pubblici.

Il blocco israeliano sulla Striscia è stato imposto nel giugno 2007, quando il movimento islamico Hamas ha preso il potere nella Striscia al termine di un violento conflitto armato con i rivali di Fatah.

Le cose sono peggiorate da un anno a questa parte, in seguito all’offensiva militare israeliana del dicembre-gennaio scorso che ha causato oltre 1400 morti, in maggioranza civili.

Un ulteriore colpo agli abitanti di Gaza è stato dato, infine, dall’Egitto, che di recente ha avviato i lavori per una barriera di acciaio super-resistente da costruire lungo il confine meridionale della Striscia per impedire il contrabbando transfrontaliero attraverso i tunnel.

[c.m.m.]

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fonte: http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=8641

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Palestina: Dopo quello israeliano, arriva anche il Muro dell’Egitto

Osservatorio Iraq, 10 dicembre 2009

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Dopo aver subito la “barriera di sicurezza” costruita da Israele in Cisgiordania, presto i palestinesi dovranno fare i conti con un altro Muro.
Questa volta non si tratta di una struttura di cemento, ma di una barriera di acciaio super-resistente, che l’Egitto sta già costruendo lungo il confine meridionale della striscia di Gaza.
La notizia è stata diffusa oggi dalla Bbc, che cita funzionari anonimi dell’intelligence del Cairo.

Secondo questa fonte, la nuova infrastruttura è stata progettata con l’assistenza di ingegneri dell’esercito degli Stati Uniti. Il suo scopo è di porre fine al contrabbando di beni che ogni giorno avviene attraverso i tunnel illegali che uniscono l’Egitto al territorio palestinese per ovviare all’embargo imposto da Israele.

La parte del muro a nord dell’attraversamento di Rafah, lunga quattro chilometri, è già stata completata e a breve inizieranno i lavori a sud, che proseguiranno lungo il confine, sul tracciato di una recinzione già esistente.

Al termine dell’opera, tra un anno e mezzo, il muro si estenderà per oltre dieci chilometri di lunghezza e penetrerà sotto terra per 18 metri.

Sempre secondo le indiscrezioni apprese dal network britannico, la barriera è fatta di acciaio super-resistente. I blocchi, di fabbricazione statunitense, vengono assemblati sul posto e sono testati per resistere a ogni tipo di forzatura, compresi gli esplosivi.

Per il momento i lavori proseguono in segreto e non esistono conferme ufficiali da parte del governo del Cairo.

Fino ad oggi vi erano state solo le segnalazioni degli abitanti della zona, che avevano notato attività insolite lungo il confine, tra cui l’abbattimento di numerosi alberi.

[c.m.m.]

fonte: http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=8596

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ANALISI – Berlusconi: L’autunno del Patriarca

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BERLUSCONI: L’AUTUNNO DEL PATRIARCA

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di Valerio Evangelisti

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[Questo editoriale era già apparso su Carmilla nel 2006, col titolo Berlusconi socialista. Lo ripropongo perché lo trovo più attuale oggi che allora, salvo alcuni dettagli corretti in nota alla luce del presente. In origine, il testo era quello di una relazione pronunciata a Siviglia il 27 ottobre 2005, in un convegno sulle “nuove destre” organizzato dall’Università dell’Andalusia e dalla rivista spagnola Archipiélago.]

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La versione italiana del fenomeno mondiale chiamato “nuova destra”, e comprendente aspetti disparati ma coerenti come il neoconservatorismo statunitense, il fondamentalismo cristiano, il revisionismo storico, in Italia ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Non perché questo monopolista industriale passato alla politica sia individualmente all’origine del fenomeno, ma perché ha saputo farsene il catalizzatore nella penisola, e radunarne in un’unica compagine le diverse espressioni. Ciò malgrado l’assenza di un pensiero univoco e di una cultura unificante, sostituiti da tutta una gamma di atteggiamenti e di prese di posizione contingenti, a brevissimo respiro.

Ora che il tempo di Berlusconi sembra volgere al fine, è il momento di interrogarsi con pacatezza e lucidità su ciò che ha rappresentato in Italia. Esiste tutta una letteratura che si è concentrata sul personaggio, per sottolinearne le caratteristiche sgradevoli o equivoche, e che ne ha interpretato l’opera, quale presidente del consiglio, in chiave di instaurazione di un regime semi-totalitario.
Chi fa propria questa interpretazione di solito non dispone di strumenti critici storico-economici capaci di raggiungere il livello strutturale dei fenomeni; e ciò in quanto per lo più professa un’ideologia liberale o neoliberale – vale a dire la stessa ideologia di cui Berlusconi è alfiere, sia pure in una variante estremistica e tinta di populismo. Se si compartiscono le coordinate ideologiche, diventa difficile situare con precisione sotto il profilo storico o delle idee l’oggetto studiato, perché le strutture contestuali appariranno date e non discutibili. Ci si arresterà quindi all’epifenomeno – specie se un’analisi più approfondita approderebbe al riconoscimento di una responsabilità propria, per non dire di una corresponsabilità.
Chi adotta il taglio epifenomenico, tra l’altro, finge di dimenticare che Berlusconi è stato regolarmente eletto, e che i provvedimenti che lui e i suoi alleati di governo hanno adottato, inclusi i decreti e le leggi più aberranti, sono passati non in virtù di presunti “colpi di mano”, bensì con un uso totalmente legale della maggioranza schiacciante offerta loro dal sistema elettorale maggioritario. Chi si è battuto per quest’ultimo ha pochi titoli per denunciare il “regime” di Berlusconi, visto che ha approntato o approvato gli strumenti di cui l’avversario si è poi servito.
Dovrebbe piuttosto chiedersi perché gli elettori abbiano votato un personaggio simile, dotato di un programma teso solo a soddisfare egoismi propri e altrui. L’ “offerta Berlusconi” non si sarebbe affermata se non avesse trovato nella società una domanda corrispondente, essenzialmente suscitata da altri.

Di norma, chi critica il Berlusconi “autocrate” e instauratore di un regime è consapevole del fatto che il personaggio gode delle simpatie di una parte consistente dell’elettorato, in alcuni momenti maggioritaria. Tende ad attribuire un consenso così largo al monopolio sui mezzi di comunicazione, e soprattutto sulla televisione (i canali Mediaset, poi, dopo l’ascesa alla presidenza del consiglio, anche quelli Rai). Lo stesso Berlusconi ha d’altra parte dimostrato di attribuire al controllo dei media un valore strategico, e il recente abbandono di ogni parvenza di par condicio in tema di spot elettorali basta a dimostrarlo.
Tuttavia, se l’egemonia sui media costituisce condizione necessaria per creare consenso, non è condizione sufficiente. L’Italia non è l’unico paese occidentale in cui, nel campo della comunicazione, esistono condizioni di monopolio pieno, parziale o di fatto. E’ stata l’Unione Europea, e non già il governo italiano, a esigere che le trasmissioni satellitari avessero in Rupert Murdoch (Sky) un gestore unico.
D’altro lato, si è visto ripetutamente come l’unanimità dei media non sempre riesca a condizionare la società, quanto meno di fronte a scelte di fondo. Ne è esempio recente il rifiuto francese della costituzione neoliberale europea (1), malgrado infinite pressioni mediatiche. E che dire, quanto all’Italia, della ripulsa popolare della guerra all’Iraq, fino a obbligare un’opposizione reticente a farla propria, seppure tra mille ambiguità? Di converso, quando un presunto opinion leader come Giuliano Ferrara, con l’appoggio di quasi tutte le forze politiche e di quasi tutti i media, ha indetto una manifestazione a sostegno di Israele, è riuscito a radunare solo una folla sparuta di simpatizzanti.
Non basta il potere mediatico a dare ragione delle fortune di Berlusconi, così come non bastano le troppo facili tesi cospiratorie. Bisogna andare più a fondo, il che significa partire da più addietro nel tempo.

Silvio Berlusconi non ha mai nascosto il proprio debito verso Bettino Craxi, per i molti favori ricevuti dal defunto leader socialista. Il debito andrebbe però esteso ad altri lasciti di natura immateriale. L’epoca dei governi di centrosinistra guidati da Craxi fu quella in cui le classi medie italiane presero coscienza di se stesse e rivendicarono il ruolo propulsivo che, fino agli anni Ottanta, era sembrato appartenere agli operai, usciti vincitori dal lungo autunno caldo ’69-’70.
Il segnale era venuto dalla marcia dei 40.000 quadri intermedi della Fiat di Torino contro l’occupazione della fabbrica, nel 1980. Craxi completò l’opera sfidando direttamente i sindacati sul tema della scala mobile e riportando una vittoria schiacciante. Nello stesso tempo, a partire dal laboratorio di Milano, incoraggiò in ogni maniera l’ascesa di ceti di derivazione medio borghese e impiegatizia, spinti a investire in ambiti non direttamente legati alla produzione, come l’edilizia, le attività di servizio, la borsa; campi nei quali anche capitali modesti, se bene impiegati, potevano condurre a un rapido arricchimento.
Craxi, malgrado l’ideologia apparentemente diversa, fu l’equivalente italiano di Margaret Thatcher. Come lei indebolì fortemente le organizzazioni operaie, spingendole a politiche di conciliazione con il padronato; come lei agevolò la nascita di una borghesia di nuovo tipo, arrogante, intraprendente, sicura ormai di costituire il cuore della società. Si passò dalla timidezza dei ceti medi inferiori e dall’aristocratica distanza di quelli superiori a esibizioni sguaiate, in una corsa alla ricchezza che attribuiva ogni virtù al vincitore e ogni colpa al vinto. Se non si approdò a un vero e proprio “reaganismo” fu solo perché lo stato sociale non fu manomesso che marginalmente. Solo, si cominciò a metterne in discussione, se non la legittimità, quanto meno l’utilità.

Simili tendenze rimasero operanti anche dopo che Craxi fu costretto all’esilio e i maggiori partiti politici italiani furono travolti e distrutti dai processi per corruzione. La prima repubblica, a ben vedere, andava stretta proprio ai nuovi ceti medi rampanti, infastiditi da un’intelaiatura istituzionale che, ancora modellata su basi ideologiche “storiche”, non coincideva con la loro spregiudicatezza.
Nella seconda repubblica fu proprio a quei ceti che si rivolse l’attenzione ossessiva delle forze politiche obbligate a ristrutturarsi. Sinistra e destra abbandonarono connotazioni classiste e retaggi ideali per fare delle classi medie l’unico referente, mentre, sul piano delle scelte internazionali, sopravviveva quale solo orizzonte un Occidente mitizzato, a sua volta visto come paradiso dei ceti medi.
I governi di centrosinistra della fase post-craxiana fecero ogni sforzo per spostare il risparmio dei cittadini dai tradizionali titoli di Stato al mercato azionario, mentre cercavano di abbellire la nozione di “flessibilità” per renderla appetibile a ciò che rimaneva della classe operaia – e spingerla così al suicidio definitivo. Questo, certo, in obbedienza ai dettami dell’economia mondiale dopo la caduta del muro di Berlino; ma anche quale scelta ideologica propria, conseguente all’opzione per i ceti medi quale primario referente sociale.
Sotto il profilo culturale, cominciarono rapidamente a essere messi in discussione tutti i parametri su cui la prima repubblica era stata edificata, a iniziare da quello fondante: l’antifascismo. Già Craxi aveva promosso lo “sdoganamento” degli ex fascisti, invitati a partecipare attivamente alla vita politica dopo che avevano, a loro volta, eletto i ceti medi a referente e rinunciato alle asperità della loro ideologia (tipo il discorso antidemocratico, sostituito da un blando autoritarismo di tipo presidenzialista, o l’antisemitismo). Durante i governi di centrosinistra del dopo Craxi si moltiplicarono le rivelazioni di “crimini” antifascisti, a opera di comunisti pentiti, e si fece strada la tesi di una pari dignità di chi, nel 1943-45, aveva combattuto su fronti opposti. Tesi che trovò cordiale accoglienza in ambito accademico e nella pubblicistica corrente.
Ovviamente, non era nell’interesse di nessuno – nemmeno dei post-fascisti – una piena rivalutazione di Mussolini. Era invece nell’interesse di tutti sommare +1 (antifascismo) a –1 (fascismo), per avere come risultato 0. Bisognava insomma azzerare ogni ideologia, per crearne una nuova, priva di addentellati storici, corrispondente alla richiesta dei nuovi ceti medi. Inclini per natura, come è ovvio, al puro pragmatismo.

E’ in questo contesto che Berlusconi poté affermarsi quale uomo politico di largo seguito e, nel 1994, accedere una prima volta al governo. Molti rimasero stupiti di come fosse stato capace di costituire il proprio partito praticamente da un giorno all’altro, e attribuirono l’evento al solo potere su televisioni e giornali (questi ultimi peraltro di scarso prestigio, almeno nel caso dei quotidiani). In realtà, Berlusconi intuì meglio di ogni altro che, nel vuoto e nella confusione lasciati dalla prima repubblica, ogni avventura politica era possibile, inclusa la costituzione di un partito fondato su palesi schemi aziendali.
I quadri che raccolse, oltre che cooptati dal suo stesso impero economico, provenivano proprio da quella classe media “d’assalto” che si era coagulata nei due decenni precedenti e che avvertiva la mancanza di forme di rappresentanza adeguate – rimpolpati da figure secondarie di professionisti della politica sopravvissuti all’ecatombe di “mani pulite”.
Ciò, come era avvenuto con Margaret Thatcher, provocò il disgusto dei conservatori tradizionali (ben rappresentati allora, in Italia, dal giornalista Indro Montanelli), che preferirono trarsi in disparte. Non erano più i ceti medi o medio alti a cui si riferivano a esercitare un’egemonia sociale. Era invece una piccola e media borghesia, spesso giovanile, di recente estrazione plebea, priva di solida cultura, dagli appetiti famelici, incline alla volgarità e allo strepito, edonista, spudorata nell’esibire il proprio cinismo.
Che di “egemonia” si trattasse lo rivelarono i risultati elettorali, in cui si vide che la nuova classe era capace di mobilitare le altre, sia superiori che inferiori, anche contro i loro interessi immediati. Quanto al tessuto ideologico, esso era quanto mai confuso e cangiante. I nemici erano chiari: la “sinistra” (Berlusconi sembra non avere mai annoverato in tale schieramento il suo padre putativo, il socialista Bettino Craxi) e il suo equivalente semantico, “i comunisti”. Dove per “comunisti” devono intendersi anche i più timidi keynesiani, i riformisti all’acqua di rose e persino i liberali e i conservatori di vecchio stampo.
Quanto alla pars construens, essa era molto meno definita. Si trattava, almeno in origine, di accentuare il liberismo già operante in economia, riducendo ulteriormente le remore poste dallo Stato all’azione imprenditoriale, soprattutto sul piano delle normative e della fiscalità. A ciò, in politica, corrispondeva solo in parte il liberalismo, visto che esso era temperato, da un lato, da una vistosa tendenza al bonapartismo e, dall’altro, da influenze clericali per ciò che atteneva ai diritti civili. La politica estera, per sua parte, era interamente delegata agli Stati Uniti, di cui l’Italia ambiva a essere una sorta di rappresentante in Europa, anche a scapito dei rapporti con gli altri paesi dell’Unione (2).
Se vogliamo cercare analogie, le troviamo, bizzarramente, fuori dal vecchio continente, nelle politiche del presidente messicano Vicente Fox. Ma si tratta di un esercizio sterile. In realtà il “modello Berlusconi”, se tale si può definire, non ha base ideologica dai contorni netti. In certi momenti diverrà catalizzatore di ogni tipo di tendenza reazionaria; in altri si colorirà di populismo. Unica costante, la base sociale di cui dicevo, blandita in tutte le maniere, e un perenne pragmatismo, nemico dei progetti di troppo lunga portata.
Le nuove classi medie, giunte al governo dopo avere schiacciato le vecchie, e con esse tutte le altre classi, adottarono dunque – nel leader carismatico prescelto – il punto di vista dettato dalla loro nascita recente. Insofferenza per le costrizioni istituzionali; ricerca dell’impunità; soddisfazione degli interessi immediati a scapito della nozione di “bene comune”; visione incapace di spingersi nel futuro. Ciò che viene di solito attribuito a Berlusconi, appartiene invece ai ceti di cui questi era ed è espressione.
Più di recente, alcuni intellettuali di modesta levatura hanno cercato di strutturare questo coacervo di impulsi e di cercare vincoli col pensiero neocon statunitense. Tempo perso. La base che sostiene Berlusconi è irriducibile a un sistema ideologico qualsiasi, e costituisce una specie di “destra apolitica”. In questo senso, e solo in questo, si può parlare di una “nuova destra” in Italia.

Sotto il profilo culturale, continuò ovviamente la voga revisionista, in sintonia del resto con tendenze restauratrici operanti su scala mondiale. La complicità di parte del mondo universitario fu in questo senso determinante, dato che è nelle università che si elaborano le tesi destinate poi a essere riprese, se in sintonia col clima politico, dagli editorialisti dei media più influenti.
In Italia ciò assunse le forme – tuttora operanti – di una vera e propria offensiva tesa a ribaltare giudizi consolidati, su momenti storici in cui erano in gioco rapporti di forza. Ancora oggi, nelle università italiane, opera una minoranza molto agguerrita di docenti che riabilita l’Inquisizione contro il libero pensiero, il colonialismo contro le idee di autodeterminazione, i moti reazionari plebei contro i riflessi in Italia della Rivoluzione francese, il franchismo contro la “repubblica dei senza Dio”, ecc. Tesi prontamente riprese e divulgate dai quotidiani, non sempre e solo di destra, e dai (pochi) programmi “culturali” televisivi.
Naturalmente, cuore di ogni revisione resta il giudizio sull’antifascismo, e cioè sulle idee fondanti della repubblica italiana. Qui si è manifestato con maggior vigore uno dei fenomeni che hanno accompagnato le fortune di Silvio Berlusconi: il “pentitismo” di non pochi esponenti, veri o presunti, della sinistra. Tra i sostenitori del premier si contano a dozzine gli ex comunisti, gli ex antifascisti, gli ex militanti dell’estrema sinistra. Nel campo del revisionismo storico, sono stati costoro a giocare un ruolo fondamentale.
Un caso tipico è quello del giornalista Giampaolo Pansa. Con un passato di antifascista, collaboratore del settimanale di sinistra (più un tempo che oggi) L’Espresso, si è specializzato in volumi, partoriti a getto continuo, sui “crimini” della Resistenza. La documentazione è dubbia o lacunosa, le imprecisioni sono innumerevoli, ogni episodio è isolato dal contesto. Ma ciò non conta, rispetto allo scopo; che non è rivalutare il fascismo, quanto fare tabula rasa di ogni sistema di valori e di ogni valutazione autenticamente storica, sostituita da una sorta di cronaca nera a posteriori.
Un sistema già adottato, da parte della sinistra moderata, nei confronti dei sommovimenti sociali degli anni ’70, letti solo in base al concetto di legalità, strappati al quadro temporale, ridotti a fatti di interesse solamente giudiziario – fino ad approdare, nei casi peggiori, alle teorie cospirative che sono il surrogato, in ambito neoliberale, della filosofia della storia.
E’ triste dirlo, ma la “nuova destra” italiana non sarebbe mai sorta senza il concorso attivo della sinistra.

Malgrado uno scenario estremamente favorevole, il progetto di Silvio Berlusconi ha raccolto in ambito culturale risultati miserabili. Sono intellettuali di levatura secondaria quelli accorsi al suo appello, commentatori giornalistici e televisivi, divulgatori senza peso che non sia epidermico, spesso strappati agli alleati di destra o agli avversari di sinistra. Appaiono con frequenza ossessiva nei talk show, nelle trasmissioni sportive, nei programmi di varietà. E’ chiaro che la dimensione mediatica è la più confacente a chi è portatore di un pensiero la cui unica base, liberismo economico a parte, è la guerra contro la memoria e contro ogni forma di profondità.
Ancora peggio è andata a Berlusconi e ai suoi seguaci in ambito letterario. Non vi è in Italia alcuno scrittore di rilievo che si dica “berlusconiano”, a parte il manipolo di ignoti che si ritrova sulle pagine della rivista Il Domenicale, stampata in migliaia di copie che regolarmente rimangono invendute (completamente diverso sarebbe il discorso su chi invece si colloca più a destra di Berlusconi e rifiuta il centrodestra in nome della destra pura).
Se il calibro mediocre degli intellettuali è sintomatico della non-ideologia di Berlusconi, l’assenza di scrittori alla mensa del premier indica molto di più. Vuole dire che la colonizzazione dell’immaginario degli italiani non è stata totale, visto che non ha coinvolto quanto meno un segmento dei fabbricanti di immaginario. E il discorso potrebbe essere esteso, con differenti articolazioni, a cinema, teatro, arti figurative ecc. Strumenti comunicativi meno immediati della televisione o dei quotidiani, ma capaci di lasciare un’impronta più profonda.
L’essere “estranei” a Berlusconi, naturalmente, non significa essere “contro”, né avere colto la sostanza ideologica e sociale del suo sistema. Sta di fatto che il mancato controllo dell’ambito letterario e culturale tradizionale, malgrado il possesso di alcune delle principali case editrici (costrette a pubblicare autori ostili al massimo azionista, essendo i soli richiesti dal mercato), costituisce un fattore di debolezza. A esso Berlusconi non può porre rimedio, perché la cultura “di lunga durata”, con le sue dinamiche, è ignota a lui e alla maggior parte dei suoi collaboratori.
L’ostilità del mondo culturale e letterario può essere valutata, in tutta la sua pericolosità, solo da chi con essa abbia dimestichezza.

Silvio Berlusconi è in crisi e la sua caduta, al momento, appare ineluttabile. Non che i nuovi ceti medi che ha saputo rappresentare per alcuni anni siano scomparsi; tutt’altro, la loro egemonia perdura. Solo che, in una fase in cui le possibilità di arricchimento rapido si restringono, manifestano la necessità di qualcosa di più solido di una forma di governo fatta di nulla, priva di programma, di ideologia, di proposte che non siano contingenti, di visioni ampie. Sicuramente quei ceti, all’allievo di Craxi, preferirebbero oggi un nuovo Craxi. In mancanza di meglio, si volgono al centrosinistra (3).
Un giorno bisognerà riconoscere che Berlusconi è stato, a suo modo, un “rivoluzionario”. Ha sovvertito la vita politica, la comunicazione, lo Stato, ogni istituzione che ha potuto sovvertire. Ma il suo ruolo ricorda quello che gli agitatori giocano agli inizi di una rivoluzione, salvo essere messi in disparte pochi anni dopo da chi possiede un progetto più duraturo.
La “nuova destra” italiana, il neoliberalismo, non sono morti, ma certo non hanno più in Berlusconi il loro esponente di punta. Se anche, per miracolo, vincesse nuovamente le elezioni, sarebbe comunque già morto. Ha eretto un sistema fondato sulla finzione, operazione di sicuro successo nel paese che ha dato i natali alla commedia dell’arte e ha un culto per i Pulcinella. Ha reinventato i comunisti per avere un nemico identificabile, ha simulato basi ideologiche per giustificare il proprio empirismo, ha evocato mete chiaramente irraggiungibili credendo di farle concrete attraverso la reiterazione del rituale evocativo, ha spacciato sogni suoi nel tentativo di renderli collettivi. In simultanea – ed è tratto caratteristico – modificava se stesso attraverso ripetuti interventi di chirurgia plastica, nello sforzo (in parte riuscito) di far dimenticare la propria identità di vecchietto settantenne.
Di Berlusconi e della sua “insurrezione” neoliberale, dopo l’abbandono da parte dei ceti medi, rimarrà una maschera. Ma con lui non sparirà la “nuova destra” italiana. Al contrario. La destra vera deve ancora venire.

NOTE:

(1) L’odierna versione della costituzione neoliberale, il “Trattato di Lisbona”, è poi passata quando il governo francese ha deciso di adottarla per via parlamentare, senza più consultare direttamente i cittadini. Popoli che avevano votato in modo “sbagliato”, come quello irlandese o danese, sono stati rimandati alle urne per un nuovo referendum, finché non è uscito il risultato “giusto” – cioè voluto dal potere. La celebrata “democrazia occidentale” è una semplice facciata.

(2) Simile approccio alla politica estera ha subito notevoli modifiche durante l’esperienza governativa in corso. Berlusconi, rischiando critiche e rotture (ben riflesse dai quotidiani conservatori internazionali), ha intrecciato rapporti non graditi dagli Usa o dalla UE con Libia, Russia e Bielorussia. Ciò non va ingenuamente interpretato quale preludio a scelte di tipo policentrista o addirittura antimperialista. I vincoli tra il governo italiano e quello israeliano, per dirne una, restano solidi, e la partecipazione alle cosiddette “missioni di pace” è stata addirittura incrementata. Siamo invece in presenza del tradizionale pragmatismo berlusconiano (da intendersi come assenza completa di ideologia), volto a conseguire vantaggi immediati in materia energetica. Senza contare la probabile simpatia di Berlusconi per governi del tutto o in parte autocratici, fondati su personalità carismatiche capaci di operare al di fuori di lacci istituzionali.

(3) Una previsione in parte sbagliata. La fiducia dei ceti medi nel governo Prodi, già controversa, è durata un attimo. Il centrosinistra – in realtà una coalizione di opposti – non ha saputo realizzare nulla di significativo, e ha finito per alienarsi gran parte delle simpatie delle stesse classi subalterne. Il mantra ossessivo sulle potenzialità salvifiche del rigore, le menzogne grossolane sui benefici dell’euro, l’insistenza sulle privatizzazioni, la continuazione di avventure militari insensate, l’aumento della pressione fiscale, l’incapacità di affrontare riforme degne di nota, l’amore non corrisposto per la Confindustria, la fedeltà di fondo al neoliberismo hanno fatto di Romano Prodi e della sua compagine il governo meno credibile degli ultimi decenni. Il centrosinistra si è affossato, l’estrema sinistra (sospettata a ragion veduta di complicità dagli elettori) è sparita dal parlamento.

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23 dicembre 2009

fonte:  http://www.carmillaonline.com/archives/2009/12/003286.html

SALUTE – Cura del tumore al cervello: Scoperta italiana, ma negli Usa

Pubblicati su Nature online i risultati degli studi di Antonio Iavarone e Andrea Califano. Entrambi hanno lasciato il nostro Paese

Una conferma di quanto da noi la ricerca sia poco considerata

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di ELENA DUSI

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<b>Cura del tumore al cervello<br/>scoperta italiana, ma negli Usa</b>Antonio Iavarone

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Uomini e computer a braccetto hanno decifrato e sconfitto il più aggressivo fra i tumori: il glioblastoma che colpisce il cervello. L’esperimento è stato condotto sui topi di laboratorio, in cui le cellule maligne hanno smesso di proliferare. E la rivista Nature ha deciso di pubblicare l’articolo che descrive la ricerca nella sua edizione online, saltando i tempi imposti dalla stampa.
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Lo studio (che ha ottenuto un finanziamento straordinario di circa tre milioni di dollari da parte dell’amministrazione Obama già a livello dei risultati preliminari) è stato condotto da un gruppo di scienziati italiani. Ma ben lontano dal nostro Paese. Antonio Iavarone e Andrea Califano, alla testa dell’équipe dei ricercatori, si sono ritrovati alla Columbia University di New York dopo aver abbandonato l’Italia. E alla prestigiosa istituzione americana, che ha sostenuto i loro esperimenti, appartengono ora i brevetti ricavati dagli studi, insieme ai diritti sui farmaci che saranno sviluppati da qui in poi.
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Antonio Iavarone in particolare divenne un caso emblematico del trattamento riservato alla ricerca nel nostro Paese quando decise di denunciare gli episodi di nepotismo subiti all’università Cattolica di Roma con la moglie Anna Lasorella (che ha co-firmato la pubblicazione di oggi su Nature). “Il nostro primario – raccontarono a Repubblica nel 2000 – ci rendeva la vita impossibile. Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle pubblicazioni scientifiche. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Poi abbiamo deciso di denunciare tutto. Da quel momento, era chiaro, non avremmo più potuto mettere piede nel laboratorio. Ce l’avrebbero fatta pagare troppo cara”.

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La linea di ricerca di Iavarone e Lasorella consiste nel cercare i geni all’origine dei tumori del cervello. Ma questa volta le loro provette si sono alleate con la potenza di calcolo dei computer. E insieme ad Andrea Califano – che alla Columbia insegna bioinformatica – l’équipe di scienziati ha ricostruito la più vasta “mappa della circolazione stradale” di geni, segnali chimici e fattori di trascrizione che agiscono all’interno di un tessuto quando un tumore si sviluppa. “Siamo partiti – spiega Iavarone – da un gruppo di cellule malate prelevate dai pazienti. Le abbiamo messe in coltura e attraverso un algoritmo informatico abbiamo osservato l’evoluzione della malattia. In questo modo siamo risaliti ai “master genes”, i frammenti di Dna che guidano lo sviluppo del tumore”.
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I due geni C/Ebp e Stat3 sono stati soprannominati la “Cupola” del glioblastoma. Come dei veri e propri boss, distribuiscono pizzini alle altre cellule per cooptarle nel sistema perverso della malattia. “Quando la coppia di geni è attiva simultaneamente, inizia ad “accendere” centinaia di altri geni che trasformano le cellule normali del cervello in cellule molto aggressive, con la tendenza a migrare ed estendere il loro raggio d’azione”, spiega Iavarone. “Sopprimere la coppia di geni può rappresentare l’unica opportunità di trattamento per i pazienti che non rispondono alle cure usate finora”, aggiunge Califano.
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La tecnica è stata sperimentata su un gruppo di topolini di laboratorio. Le cellule malate sono state sottoposte a una terapia genica mirata a disattivare i due geni della “Cupola”. La proliferazione del tumore è subito cessata. Ma per portare il trattamento anche all’uomo si sta cercando una strada diversa rispetto alla manipolazione del Dna. “Sperimentazioni di terapia genica sull’uomo esistono. Recentemente ne è stata avviata una per il tumore del fegato negli Usa – commenta Iavarone – Ma non c’è dubbio che trovare uno o più farmaci che interferiscano con i fattori di trascrizione dei geni, anziché sui geni stessi, rappresenterebbe una via più semplice”.
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Il prossimo obiettivo degli scienziati italiani sarà proprio trovare il farmaco giusto: la sostanza chimica in grado di inceppare il sistema di comunicazione della “Cupola” e bloccare la circolazione dei pizzini. “E’ proprio con questo fine – spiega lo scienziato – che l’amministrazione Obama, attraverso i National Institutes of Health, ci ha concesso il finanziamento straordinario. Sono fondi che arrivano dallo “stimulus package” erogato per superare la crisi. Negli Stati Uniti hanno capito che l’economia si rimette in moto anche così, con la scienza”. Una cosa che l’Italia sembra non aver ancora capito, come Iavarone ha sottolineato ancora l’estate scorsa: “Il nostro non è certo un caso isolato”.
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23 dicembre 2009
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Arriva il turno di D’Alema: L’uomo per tutte le poltrone

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Bafomet..

Da quindici anni il lìder Maximo è il “candidato ideale” al Copasir. Ora è a un passo dalla presidenza del comitato sui servizi segreti

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Massimo D'Alema Stavolta dovrebbe farcela. Il condizionale è d’obbligo, visto che Massimo D’Alema, suo malgrado, è diventato in questi quindici anni l’eterno candidato della politica italiana. Un uomo per tutte le poltrone. Forse anche per questo lunedì sera, intervistato dal Tg3, Pier Luigi Bersani alla domanda se Baffino potesse o meno diventare il presidente del Copasir (il Comitato parlamentare che «controlla» i servizi segreti) ha risposto secco: «Beh, il curriculm ce l’ha. Non c’è dubbio».

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E che curriculum. D’Alema è stato in corsa per qualsiasi posto dello scacchiere politico-istituzionale. E qualche volta ha perfino centrato l’obiettivo. Nel 1994, ad esempio, riuscì a diventare segretario del Pds. La «gioiosa macchina da guerra» che Achille Occhetto aveva abbandonato dopo la sconfitta shock contro Silvio Berlusconi. In realtà un referendum tra i 19.000 dirigenti centrali e locali del partito aveva consegnato le «chiavi di casa» a Walter Veltroni. Ma il Consiglio Nazionale rimise le cose a posto e Massimo diventò il lìder Maximo. Tre anni di successi (sotto la sua guida il Pds diventa, nel 1996, il primo partito nazionale) ed ecco che D’Alema viene chiamato a guidare la Bicamerale. Il flop di quell’esperienza non lo condiziona anzi, nel 1998, grazie ad Oscar Luigi Scalfaro che gli affida l’incarico e gli evita il problema di doversi confrontare con il verdetto delle urne, diventa il primo presidente del Consiglio ex comunista della storia d’Italia. L’ebbrezza di Palazzo Chigi dura fino al 25 aprile del 2000. E Baffino fa in tempo a collezionare la sua prima poltrona sfumata. Anche se solo ufficiosamente.

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Nel maggio del 1999, infatti, Il Foglio di Giuliano Ferrara parla di una sua possibile salita al Colle. Ma lui smentisce: «Ho un altro lavoro». Da questo momento, però, il lìder Maximo diventa il «candidato ideale». Si parla di lui, ad esempio, come leader ideale del centrosinistra in vista delle Politiche del 2001. Non se ne fa niente. Al suo posto corre Francesco Rutelli che, sfiora l’impresa, ma non riesce a fermare Berlusconi. D’Alema, dopo aver schivato una disonorevole sconfitta, si rifugia in Europa. Il 2006 è, indubbiamente, il suo annus horribilis. Il centrosinistra torna al governo con Romano Prodi e Baffino non può rimanere in un angolo, deve giocare in prima linea. Il Professore ha in mente per lui una poltrona prestigiosa: presidente della Camera. «Il candidato unico alla presidenza della Camera è Massimo D’Alema, se Prodi scegliesse Bertinotti non saremo contenti» dice il 19 aprile il deputato della Quercia Peppino Caldarola.

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Qualcuno si ricorda come è andata a finire? Ma il Professore è politico avveduto. Non può permettersi una maggioranza in cui il principale partito che lo sostiene è scontento. Così alza la posta in gioco. Sfumata la Camera il lìder Maximo si trova, con la benedizione di Silvio Berlusconi, in corsa per il Quirinale. «Se si riesce a trovare un’intesa – spiega il 7 maggio il numero uno dell’Udeur Clemente Mastella -, certamente auspicabile, al primo turno ci può essere un candidato. Viceversa, laddove ciò non si verificasse, evidentemente il candidato più probabile mi appare D’Alema». Il 10 maggio 2006, alla quarta votazione, Giorgio Napolitano diventa presidente della Repubblica.

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Massimo se la cava con una poltrona da vicepremier e una da ministro della Difesa. Un po’ come la pubblicità del Dash, due al prezzo di uno. E siamo ai giorni nostri. Il governo Prodi cade e Walter Veltroni, diventato segretario del Pd, sfida Berlusconi. La sconfitta è cocente e per l’ex sindaco di Roma inizia un calvario che lo porta, nel febbraio di quest’anno, alle dimissioni. Pier Luigi Bersani è già in corsa per la successione, ma qualcuno pensa bene di gettare nella mischia il «candidato ideale». Lui non si tira subito indietro, anzi. L’11 giugno, intervistato dalla «sua» Red Tv, spiega: «Siccome sono favorevole al ricambio della classe dirigente, il ritorno di una persona che ha già ricoperto certi ruoli va considerato come un’extrema ratio». Per fortuna non ce n’è bisogno.

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Così D’Alema, liberato dall’incombenza di dover guidare un partito allo sbando, può dedicarsi ad un obiettivo all’altezza della sua levatura: guidare la politica estera della Comunità europea. Mr Pesc non può che essere lui. Lo pensa il governo, lo pensa Silvio Berlusconi in persona, lo pensa il Pse che è pur sempre la «famiglia» europea del Pd. Non lo pensano Gordon Brown e un altro po’ di leader socialisti che gli preferiscono Catherine Ashton. Un inglese che, per dirla con le parole di Bersani, il curriculum sembra proprio non avercelo. Poco male. Dopo le polemiche infinite sulla sua bocciatura (con rimbalzo di responsabilità tra Bruxelles e Roma) finalmente D’Alema ha davanti a sé l’occasione del riscatto.

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A meno di clamorose sorprese, infatti, Baffino dovrebbe prendere il posto di Rutelli alla presidenza del Copasir. I malumori non mancano ma alcuni fedelissimi raccontano che già domenica a Cortona, in occasione della convention di «Area Democratica» (la «corrente» di Dario Franceschini), Veltroni assicurasse che la cosa andrà in porto. Il che non è certo garanzia di successo, ma visto che si tratta del «principale leader dello schieramente avverso a Baffino», è comunque un segnale. E poi D’Alema su quella poltrona conviene anche alla maggioranza. In un periodo in cui si parla di confronto e dialogo, chi potrebbe contestare un «incontro riservato» tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, che ha la delega ai servizi segreti, e il presidente del comitato che li controlla? Un inciucio? Forse. Ma come dice Baffino, ci sono «certi inciuci che farebbero bene al Paese».

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Nicola Imberti

23/12/2009

fonte:  http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/12/23/1107830-forse_anche_questo_lunedi_sera_intervistato_pier_luigi_bersani_alla_domanda_baffino_potesse_meno_diventare_presidente_copasir_comitato_parlamentare_controlla_servizi_segreti_risposto_secco_curriculm.shtml

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Yamaha di Lesmo, accordo raggiunto: Gli operai scendono dal tetto dopo 6 notti

L’azienda chiederà la cassa integrazione per tutti i dipendenti

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Una giornata di intense trattative, poi l’intesa. Intervento dei pompieri e della Protezione civile

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MILANO – State scendendo? «Sì, proprio adesso. Ci sono i pompieri, la scala è ghiacciata. Ci stanno aiutando loro. È finita, è finita, è finita». Mezzanotte e trequarti di ieri. Al telefono c’è Emanuele Colombo, uno dei quattro operai della Yamaha Italia. In sottofondo rumore di voci, pioggia. Qualcuno grida «olé», o così pare di sentire. Nello stabilimento si assemblano la moto dal nome Ténéré, come il deserto. Al secondo e ultimo piano dello stabilimento c’è l’ufficio del presidente della Yamaha Italia, Hiromu Murata, giapponese. Quando una delegazione di lavoratori era entrata nell’ufficio per chiedere notizie sui licenziamenti, Murata aveva chiesto scusa e, raccontano, s’era messo a piangere. Da una settimana Murata non si vedeva più.

Per una settimana (era cominciato tutto mercoledì scorso) in cima allo stabilimento ci sono stati due tende e quattro sacchi a pelo. Nei sacchi, altrettanti operai: Paolo Mapelli (39 anni), Colombo (31), Martino Sanvito (27) e Jarno Colosio. Jarno al collo ha una sciarpa del Milan. «Gliel’ho messa io. Ha la stessa età, 21 anni, di mio figlio, morto pochi mesi fa», ha detto il 51enne Angelo Caprotti dal campo base a ridosso del cancello della Yamaha Italia. Sede a Gerno, frazione di Lesmo, quaranta chilometri da Milano e quattro da Arcore. Tutto è dunque finito in nottata, con la situazione sbloccatasi quando pareva ormai arenata: arriverà la cassa integrazione, salvo colpi di sorpresa e ripensamenti. Tutto era iniziato una settimana fa, quando la Yamaha aveva annunciato la decisione di trasferire l’assemblaggio in Spagna, decretando il licenziamento di 66 operai.

Al campo base c’erano una roulotte, bidoni dove bruciava della legna, il peruviano Rubio (uno dei 66, l’unico straniero) che armeggiava al barbecue, qualche politico locale venuto in gita. Nel 2001, ha raccontato Colombo, entrò in Yamaha e si fidanzò. Nel 2009, «mi sono lasciato e mi manderanno via. Un anno tremendo. O forse no. Stiamo tirando fuori il carattere. Noi, del marchio Yamaha, siamo sempre andati orgogliosi. Ci vantavamo con gli amici. Non volevamo arrivare a questo punto. Siamo stati obbligati. Per avere la cassa integrazione abbiamo dovuto fare il cinema». In quota ci sono state febbre, tosse, bronchiti. Fette di pizza, piatti di minestra. Bottiglie di grappa. Mazzi di carte. Tutte cose salite e scese grazie a un cestino azionato da una corda. Ai piedi dello stabilimento, alto una decina di metri, si incontravano gli impiegati della Yamaha (i tagli aziendali non li hanno coinvolti); qualcuno liberava il passaggio pedonale dalla neve, per non dar fastidio ai clienti in visita. Dal campo base alla fabbrica corrono duecento metri.

Le guardie all’ingresso, trincerate dietro imonitor delle telecamere, lasciano passare personale, clienti e, degli operai, soltanto quelli che andavano a portare i generi di conforto ai quattro. Ogni tanto, con quelli della security si è litigato un po’, li accusavano di esser troppo zelanti per compiacere il padrone. Abbiamo sentito un guardiano quasi piange: «Vi capisco. Ma un giorno sono andato al lavoro e c’erano i cancelli chiusi. Licenziati senza avviso. Ho trovato questo posto alla Yamaha, me lo tengo strettissimo». Oggi a Roma vertice annunciato dal ministro Sacconi, per ratificare l’accordo raggiunto nella notte. Presenti i vertici aziendali e i sindacati, con in testa il mite e tenace Gigi Redaelli (Cisl). Alla Yamaha gli operai guadagnano «1.200 euro». La sede di Gerno ospita anche il reparto corse, quello della scuderia di Valentino Rossi. «Gli abbiamo scritto, non s’è fatto sentire», dice Angelo Caprotti. Sua moglie, per la cronaca, è uno dei 66 operai. Nel tempo libero Jarno Colosio corre in moto; Martino Sanvito gioca a calcio in prima categoria, difensore; Paolo Mapelli sta con i suoi animali, serpenti; Emanuele Colombo prende i sentieri di montagna, adora le vette e le grandi sfide.

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Andrea Galli
23 dicembre 2009

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fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_dicembre_23/yamaha-lesmo-operai-scendono-tetto-accordo-1602198115673.shtml

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Yamaha, sesta notte sul tetto per gli operai (video)

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Carceri, due suicidi dietro le sbarre, settantuno vittime dall’inizio dell’anno / MORIRE IN CARCERE – L’altro modo di morire..

I casi di oggi riguardano un ex assessore di un paese del Vicentino e un pentito che si è tolto la vita nel carcere romano di Rebibbia

O suícidio da duLoren.

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VICENZA – Si allunga la lista di coloro che si tolgono la vita dietro le sbarre. Oggi è toccato a Plinio Toniolo, ex assessore di un paese del vocentino e a Giovanni Spirito, collaboratore di giustizia rinchiuso a Rebibbia. “Sono 70 dall’inizio dell’anno” dice l’osservatorio permanente sulle morti in carcere. Poco dopo la tragica conta aumenterà con l’impiccagione di Spirito.

Toniolo aveva 55 anni, faceva l’artigiano ed era stato assessore del Comune di Nove (Vicenza). L’uomo, spiega l’Osservatorio permanente delle morti in carcere, è il quarto detenuto che muore suicida nella casa circondariale di Vicenza negli ultimi 4 anni. “Era stato arrestato domenica per un mandato di cattura europeo. Le autorità tedesche lo accusavano di fatti molti gravi: atti sessuali su minorenne – dice l’osservatorio – Ieri, dopo l’interrogatorio di garanzia, nel quale ha cercato strenuamente di spiegare che quelle accuse erano folli, perchè lui di mani addosso a bambini e bambine non ne ha mai messe nè aveva mai pensato di metterle, è rientrato in cella. E si è tolto la vita. Il corpo senza vita è stato scoperto intorno alle 16.30. Le guardie penitenziarie hanno dato l’allarme al 118, ma i medici, una volta arrivati, non hanno potuto far nulla. Toniolo era già morto per soffocamento”.

Giovanni Spirito, invece, si è impiccato nella sua cella in un settore del carcere di Rebibbia che ospita i collaboratori di giustizia. Secondo indiscrezioni, nei giorni scorsi, Spirito, nel corso di un colloquio con la moglie, aveva appreso la notizia che la donna voleva chiedere la separazione.

Le morti in cella, sempre secondo i dati forniti dall’Osservatorio, “sono più frequenti tra i carcerati in attesa di giudizio, rispetto ai condannati, in rapporto di circa 60/40: mediamente, ogni anno in carcere muoiono 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva e le statistiche degli ultimi 20 anni – conclude la nota – ci dicono che 4 su 10 sarebbero stati destinati ad una assoluzione, se fossero sopravvissuti”.

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23 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/carceri-affollamento/assessore-suicida/assessore-suicida.html?rss

MORIRE IN CARCERE – L’altro modo di morire..

Le Iene 3-11-2009 – La storia di Aldo Bianzino

Morte di Normale Brutalità. (Di Marco C.)

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ocram2977
17 luglio 2009

Negli ultimi nove anni nelle carceri italiane sono morte 1.310 persone (circa), di cui 1/3 per suicidio, nel 2008 fino al 24 ottobre sono morte circa 102 persone, 22 morti di cui la causa è da accertare, mentre 39 per suicidio!

Nelle carceri italiane si muore anche per sciopero della fame!

Nelle carceri italiane si muore in una sola notte!

In Italia si muore massacrati senza sapere bene il perche’…!!!

A Riccardo Rasman e ai suoi occhioni azzurri.
A Federico Aldrovandi e ad Aldo Bianzino.
A Niki Gatti e a Marcello Lonzi…,
a tutte le vittime di normale brutalità!

Mc.

Stefano Cucchi: vietato vederlo, vietato visitarlo, le 3 vertebre? Spezzate da sè (TG3 26 x 09)

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CORRADINIMAURO
28 ottobre 2009

Stefano Cucchi, prelevato dai Carabinieri, in ottima salute. Dicono alla famiglia che è morto, ma era morto già da giorni.

I familiari di Stefano Cucchi: “Vogliamo sapere che cosa è successo”

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cioccolatoevaniglia
28 ottobre 2009
“Vogliamo sapere che cosa è successo”, il padre e la sorella di Stefano Cucchi, non si spiegano la morte del ragazzo di 31 anni, avvenuta in circostanze non chiare all’Ospedale Pertini di Roma dopo…
“Vogliamo sapere che cosa è successo”, il padre e la sorella di Stefano Cucchi, non si spiegano la morte del ragazzo di 31 anni, avvenuta in circostanze non chiare all’Ospedale Pertini di Roma dopo l’arresto per possesso di 20 gr. di marijuana
rainews24

Fabrizio De Andrè-Un blasfemo-ricordo di Stefano Cucchi

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fedemirko1
30 ottobre 2009
Nessun effetto speciale o immagini raccapriccianti per questo semplicissimo ma spero gradito omaggio…buon ascolto.
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Di Pietro: “Letterina di Natale per un 2010 di ricostruzione”

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Testo del video: “letterina di Natale per un 2010 di ricostruzione”
Caro Gesù Bambino,

fai in modo che l’anno prossimo torni un po’ di libertà d’informazione e di democrazia partecipata nel nostro Paese.
Da più parti dicono che nel nostro Paese c’è democrazia, c’è confronto, c’è dialogo. Anzi, adesso dicono che bisogna riaprire la stagione del dialogo.

E se la prendono con noi perché a questo tavolo del dialogo non ci sediamo.
Ma, caro Gesù Bambino, tu lo sai bene com’è fatto il diavolo. Tu lo sai bene che non ci si può fidare di lui. Tu lo sai bene che a un certo punto l’hai dovuto pure mandare via dal Paradiso per relegarlo all’inferno.
Perché con alcune persone, soprattutto con il diavolo, non si può dialogare. Perché si monta la testa. Pensa! Voleva perfino prendere il tuo posto! Capisci che cosa voleva fare il diavolo?

Nel nostro Paese c’è “un diavolo” al Governo che pensa di usare le istituzioni solo per farsi gli affari suoi. Che vuole addirittura cambiare la Costituzione perché nella Carta non è previsto che lui non può essere processato.
Nella Costituzione c’è scritto, invece, che “tutti devono essere uguali di fronte alla legge” e che nessuno deve commettere reati.

Invece questo “diavolo” vuole che nella nostra Costituzione ci sia scritto che alcune persone (lui!) non possono essere processate, non che non possono commettere reati, intendiamoci.
Però lui questo lo chiama dialogo. E, come tu sai, caro Gesù Bambino, capita spesso che qualcuno abbocchi e dica: “Vabbé andiamo a dialogare”.

Te lo immagini? Ricordi la storia di cappuccetto rosso? Avrebbe mai potuto dialogare con il lupo cattivo?
Ecco la preghiera che Ti faccio, caro Gesù Bambino: l’anno prossimo mettici in condizione di liberarci politicamente, attraverso l’esercizio democratico del voto, di questo diavolo al Governo.

Soprattutto mettici in condizione di far comprendere ai cittadini italiani che non devono cadere nel trabocchetto dando il loro voto di fiducia a persone che fanno credere di fare il loro interesse, ma che in realtà fanno solo gli interessi propri.

Gesù Bambino apri gli occhi a coloro che, invece di fare opposizione, decidono di fare inciuci con questa maggioranza.

Tu lo sai, Gesù Bambino, che il diavolo non porta da nessuna parte. Non si va in nessun luogo se entrambe le parti non sono mosse da buone intenzioni. E Tu sai meglio di me che nel Governo Berlusconi non ci sono buone intenzioni. Ci sono soltanto intenzioni di una massa di lobbisti, massonica, che utilizza le istituzioni per farsi gli affari propri.

Ecco, questa è la letterina di Natale che consegno a Te, Gesù Bambino.

Apri gli occhi agli italiani prima che sia troppo tardi.

Tuo affezionatissimo, Antonio Di Pietro

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fonte:  http://www.antoniodipietro.it/