Archivio | dicembre 27, 2009

SESSO (poteva mancare?), Il sesso del 2009…tutte le scoperte che non si conoscono / Sesso nel bistrò

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Il sesso del 2009…tutte le scoperte che non si conoscono

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“Braccia rubate all’agricoltura” potrebbe dire qualcuno quando si legge di come certi “scienziati” spendono il denaro dei cittadini nel condurre ricerche che, spesso, lasciano il tempo che trovano.
A mantenere però alto l’onore di certe ricerche, ci sono quelle che riguardano il sesso e la sessualità che, in molti casi, anche se non ci mettevano al corrente dei risultati cambiava poco o nulla. Ma non per tutti è così, ovviamente, e ognuno è libero di pensarla come meglio crede.
E forse è quello che hanno pensato quelli di Live Science che hanno stilato un elenco delle più “eclatanti” ricerche sul sesso del 2009.

LE SCOPERTE– Non si sa mai che possa tornare utile sapere che:

Il sudore dell’uomo cambia odore quando è sessualmente eccitato, secondo uno studio pubblicato sul “Journal of Neuroscience” e confermato dalle donne che sanno riconoscere l’odore “normale” da quello “scostumato”.

Il coito interrotto come metodo anticoncezionale è efficace “quasi” quanto un preservativo, secondo un articolo pubblicato nel mese di giugno sulla rivista “Conception”. Che qualcosa fosse andato storto lo hanno poi scoperto dopo nove mesi il 18% di quelli che hanno praticato l’interruzione del coito contro il 17% di quelli che hanno usato il preservativo.

Il 25% dei bambini (di famiglie a basso reddito) tra gli 11 e i 16 anni d’età hanno già fatto sesso almeno una volta. L’età media del primo rapporto è di 12,77. Tutto questo, secondo uno studio dell’Iowa State University (Usa).

Ricordate il tormentone spam nelle e-mail “Enlarge your penis”? Bè, pare funzioni. Secondo uno studio italiano dell’università di Torino pubblicato sul “British Journal of Urology”, gli estensori del pene potrebbero risultare utili per allungare il membro di quasi un centimetro…

Gli uomini tra i 20 e i 30 anni d’età che si masturbano con frequenza sono a rischio di cancro alla prostata… secondo i ricercatori dell’Università di Nottingham. Così, oltre a “diventare ciechi”…

L’FDA americana ha chiesto alla Bayer di modificare la pubblicità della pillola anticoncezionale Yaz che veniva presentata come rimedio per l’acne e la sindrome premestruale. Meglio un chiaro messaggio per evitare di far crescere inaspettatamente un grosso grosso brufolo proprio sulla pancia…

Le donne scelgono i partner sessuali in base a un impulso biologico che premia la selezione naturale verso partner più idonei e all’altezza della situazione. Gli uomini possono solo attendere e sperare di essere all’altezza della sfida… secondo una ricerca pubblicata sul “Journal of Theoretical Biology”

Senso di colpa: gli uomini si sentono in colpa dopo una relazione extraconiugale o un tradimento; le donne solo se si tratta di una trasgressione emotiva che coinvolge i sentimenti, secondo uno studio della St. Mary’s University in Canada. Tutti e due, però, ‘o fanno ‘o fanno…

Bene, adesso che sappiamo tutte queste cose potremo felicemente avviarci verso il nuovo anno con più consapevolezza e sicurezza di sé… forse.

Luigi Mondo & Stefania Del Principe

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24 dicembre 2009

fonte:  http://www.affaritaliani.it/cronache/sesso_sesso_2009_tutte_scoperte_che_non_si_conoscono221209.html

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Una scuola di sesso in Giappone

Sesso nel bistrò

Nessun overbooking alla giapponese e, soprattutto, nessun uomo non accompagnato. Le lezioni della (alta) scuola di sesso di Helène Lechevalier si svolgono in zona Montmartre

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Lubrificazione, massaggi perineali, stimolazione e fellatio sono alcuni dei temi discussi al Bistro Sexo, gli incontri organizzati dalla psicanalista tantrica Helène Lechevalier attorno ai tavolini del 48Condorcet, tipica brasserie dalle parti di Montmartre, Parigi.

Le iscrizioni sono aperte tutto l’anno, e chiunque abbia superato i 18 anni può raccontare la propria esperienza e confrontarsi con il resto del gruppo per soli dieci euro, prezzo che comprende una prima consumazione.

Helène modera gli interventi, raccoglie le provocazioni e le rilancia. Sculacciare il partner fa bene al rapporto? Sesso orale: come e quando praticarlo? Helene Le Chevalier, con alle spalle un’esperienza ventennale di congressi, documentazione disponibile online e tanta serità, chiarisce molti dubbi.

Alle ventuno la serata finisce e i partecipanti sono liberi di andarsene. Qualcuno rimane per la cena, che non deve essere male, qualcun altro va a mettere in pratica gli insegnamenti appena appresi, forse.

Monica Piccini

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fonte : http://www.marieclaire.it/magazine/ricreazione/sesso-nel-bistro

Ispra, sul tetto arriva Franceschini: «Indennità disoccupazione universale»

Il presidente dei deputati Pd incontra i precari in occupazione della sede di Casalotti da oltre un mese

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Franceschini sul tetto con i precari (Eidon)
Franceschini sul tetto con i precari (Eidon)

ROMA«La prima riforma da fare è dare una indennità di disoccupazione universale, come avviene in Francia o in Germania, a prescindere dal tipo di lavoro che si è svolto. Cominciamo da lì e non parliamone solo per riempire i giornali». Lo ha detto Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, incontrando i precari dell’Ispra a Roma che occupano la sede dell’istituto da 35 giorni chiedendo la stabilizzazione dei contratti. «Tre giorni sono più che sufficienti perchè ci sia un atto concreto conseguente alle parole del ministro», aggiunge Franceschini sottolineando che il 31 dicembre scadrà il contratto di circa 200 precari dell’Ispra.

«INTERVENTO IMMEDIATO» – Salutando i precari, Franceschini ha detto: «Chiedo al governo un intervento immediato al fine di scongiurare il licenziamento per 250 ricercatori dell’Ispra, che a fine mese avranno i contratti scaduti e si troveranno senza lavoro».

LE VISITE – Come lui, altri parlamentari del Pd hanno fatto visita ai ricercatori in lotta: tra questi i deputati Realacci, Bratti, Colombo, Bachelet e i senatori Ferrante e Marino.

Le tende sul tetto della sede di via Casalotti (Eidon)
Le tende sul tetto della sede di via Casalotti (Eidon)

«PATRIMONIO PREZIOSO» – «È assurdo e inaccettabile che né il ministro Prestigiacomo nè il Commissario dell’Ispra abbiano finora accettato d’incontrare i lavoratori in lotta», ha dichiarato Roberto Della Seta, senatore Pd e capogruppo in Commissione Ambiente, che dopo il giorno di Natale anche domenica 27 è andato a portare solidarietà alle decine di ricercatori dell’Ispra. «Li trattano come avversari, quasi come degli intrusi, mentre sono un patrimonio di conoscenza e di intelligenza prezioso, di cui qualunque altro Paese andrebbe fiero. Chiedono solo di poter dare il loro contributo di lavoro e di ricerca in un campo, l’ambiente, che in tutto il mondo vede crescere anno dopo anno gli investimenti sia pubblici che privati». Molti dei lavoratori che occupano da fine novembre la sede Ispra di Via Casalotti hanno i contratti in scadenza il 31 dicembre: «Bisogna che il governo si muova con rapidità, e il Partito democratico farà di tutto per favorire l’unica soluzione degna di questa incredibile vicenda: la continuità del lavoro per tutti i ricercatori dell’Ispra».

«NON DOBBIAMO ABBANDONARLI» – «Il 31 dicembre scadrà il contratto di circa 200 precari dell’Ispra – spiega il senatore del Pd Ignazio Marino – non dobbiamo abbandonarli, abbiamo il dovere di sostenerli e raccogliere le loro istanze. Sono pronto anche a passare la sera di Capodanno insieme a loro per dimostrare tutta la mia solidarietà nel momento in cui rischiano di perdere il posto di lavoro. Il governa ascolti i reali bisogni della gente invece di focalizzarsi sulle necessità di una singola persona. La prima riforma da mettere in campo è dare un’indennità di disoccupazione universale a tutti, a prescindere dal lavoro svolto. Spero che nelle prossime ore arriverà un segnale concreto anche dal governo, al momento troppo miope per capire che lo sviluppo del paese passa in buona parte da quanto decidiamo di investire sui giovani e sulla ricerca pubblica. Se non puntiamo su queste due risorse non abbiamo un futuro».

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27 dicembre 2009

fonte:  http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/09_dicembre_27/ispra_visita_franceschini-1602213113133.shtml

SCIENZA – La memoria resta viva anche in provetta

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ROMA (27 dicembre) – Per la prima volta sono stati immagazzinati dei ricordi in frammenti di tessuto prelevati dal cervello e mantenuti attivi. La prima memoria in provetta, descritta nell’edizione online della rivista Nature Neuroscience, è stata osservata in azione in cellule di ratto e ha permesso di individuare i circuiti che controllano la memoria a breve termine. La ricerca è stata condotta negli Stati Uniti, presso la Case Western Reserve University di Cleveland (Ohio).

La memoria a breve termine, capace di conservare informazioni molto semplici (come un numero di telefono da comporre) per un periodo massimo di 20 secondi, è uno dei tre tipi di memoria finora classificati. Gli altri due tipi riguardano la memoria a lungo termine, distinta in dichiarativa, che immagazzina fatti o ricorda eventi specifici; procedurale, come quella che conserva le istruzioni utili per suonare uno strumento o guidare l’automobile.

Punto di partenza dei due autori della ricerca, Ben Strowbridge e Phillip Larimer, è stata l’osservazione che nelle persone colpite dall’epilessia che soffrono di disturbi della memoria risultano spesso danneggiate particolari cellule nervose chiamate astrociti, che si trovano nella regione del cervello coinvolta nella memoria, l’ippocampo. È stato studiando queste cellule che i ricercatori hanno osservato che riescono a mantenere una normale attività elettrica anche nei frammenti di tessuto prelevati dal cervello.

È così che i due studiosi hanno stimolato il tessuto cerebrale con degli elettrodi, dopodichè hanno verificato che le cellule nervose in provetta hanno conservato per 10 secondi la memoria dell’evento: una durata confrontabile a quella della memoria a breve termine immagazzinata anche dal cervello umano. «È la prima volta – ha osservato Strowbridge – che sono state immagazzinate informazioni in frammenti attivi del tessuto cerebrale di un mammifero. Probabilmente non è un caso che siamo riusciti a dimostrare questo effetto nell’ippocampo, la regione cerebrale più associata con la memoria umana».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=85653&sez=HOME_SCIENZA

Racconto di Natale. Scrooge incontra Marley / VIDEO – Canto di Natale di Topolino / Anteprima: Disney’s A Christmas Carol

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di Giovanni Nucci

tutti gli articoli dell’autore

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Merda!». Ebenezer Scrooge s’era tirato su dritto nel suo letto, guardandosi intorno con l’aria di chi ha decisamente bisogno di essere rassicurato. L’imprecazione, quindi, veniva fuori nella speranza che ciò potesse aiutarlo a ritrovare una quota di quotidiana normalità: insomma che lo destasse da quell’incubo. E s’era subito estesa (la speranza) a che la colonna del baldacchino sul letto fosse in effetti una colonna e non l’ombra di un mantello nero riempito da uno spirito etereo e vacuo, sì, ma altrettanto nero.

Ebenezer Scrooge s’era tirato su dal letto come chi ha appena fatto un orribile sogno (anzi tre) e cerca di riappropriarsi della realtà: cioè capire in quale giorno, in quale casa e in quale vita sia. Dopo aver rimesso a fuoco (passo passo) ogni pezzo dei tre sogni appena fatti (per non dirle visioni spiritiche o divagamenti spirituali), Scrooge aveva felicemente constatato di essere ancora vivo, di stare ancora nel suo letto e che era proprio il giorno che doveva essere. A quel punto s’era concesso una sonora risata, come non ne faceva più da parecchio tempo. È per questo che sentì l’eco della sua voce risuonare per la stanza vuota (e gelata): «Buon Natale, vecchio mio!». Era perfettamente consapevole di dirlo solo a se stesso (che diavolo, almeno questo se lo ricordava: cioè di vivere irrimediabilmente solo in quello sconsolato appartamento), ma se lo volle ugualmente ripetere: «Buon Natale!».

Ma (per cominciare dall’inizio), andrebbe premesso che Marley era morto. Il vecchio socio di Scrooge era (ormai da sette anni) morto come è morto il chiodo d’una porta. (E non starei lì a questionare su quanto invece potrebbe essere molto più morto il chiodo di una bara. Io non sono affatto degno di stare lì a sindacare la saggezza di certe metafore). Insomma: Jacob Marley era morto e questo Scrooge lo sapeva benissimo: d’altronde era stato lui a mettere la firma sull’atto di morte, lui a pagare (poca cosa) il funerale, ed era stato lui l’unico a seguire il carro fino al camposanto oltre al becchino. È importante essere precisi a riguardo, perché in caso contrario questa storia perderebbe gran parte del suo interesse. Quindi lo ripeto: Marley era morto.

Ebenezer Scrooge, invece, ancora no. Anche se decisamente rattrappito, tanto nel fisico quanto nell’anima, era vivo. Come molti sanno, non è difficile leggere nello sguardo, nel portamento di qualcuno, la miseria della sua anima. (Per dire: i tacchi alti del re o le risate dei cortigiani alle sue stupide ed egotiche barzellette). Ecco: Scrooge non aveva problemi a che il rattrappimento della sua anima fosse mostrato da quello del corpo. Era il tipo che perfino i cani dei ciechi cercano di evitare incontrandolo per strada (la qual cosa a Scrooge non dava troppo fastidio: per lui meno trattava con gli altri esseri umani e meglio era).

A parte ciò, per quanto lo riguardava, quel giorno lì non differiva in nulla da tutte le altre giornate dell’anno. Così il fatto che il cielo fosse completamente buio già dal primo pomeriggio (buio di nebbia e di bruma oltre che per la normale mancanza di luce nel vicolo dove aveva sede la ditta Scrooge & Marley), si addiceva perfettamente al suo naturale stato d’animo. Dunque era perfetto: nebbioso, cupo ed oscuro: il giusto tono per poter lavorare senza distrazioni, con un ottimo e pungente freddo a rafforzare la concentrazione. Come è facile immaginare risparmiava sul riscaldamento, il buon vecchio Ebenezer: la qual cosa lo rendeva doppiamente felice, ma non altrettanto il suo impiegato.

Comunque: sarebbe stata un’altra proficua giornata di lavoro, se non fosse che era la vigilia di Natale: questo sì, questo fatto poteva decisamente rovinare il già (di suo) pessimo umore. E avrebbe fatto volentieri a meno di prenderne coscienza (dell’essere la vigilia di Natale) se non fosse che suo nipote Fred era entrato in ufficio continuando a sorridere dichiarando: «Buon Natale, zio… E Buon Natale a tutti quanti». Naturalmente Scrooge aveva risposto con una specie di grugnito, nel tentativo di trovare la via più rapida per toglierselo di torno. Quello invece, cioè il nipote, aveva cercato di dilungarsi consapevolmente sulla questione: il Natale, il bene, la bontà: sì insomma la gioia di potersi dimenticare del resto e, almeno per un giorno, pensare agli altri in modo generoso e gratuito (sconsiderato, lo avrebbe definito Ebenezer, altro che gratuito). Insomma Fred filosofeggiava, aveva perfino messo lì tutto un ragionamento comparativo tirando in ballo l’ipotesi d’un suo lontano innamoramento.

E si riferiva allo zio Scrooge, proprio a lui: che se c’era qualcosa che considerava peggio del Natale, era proprio l’amore e l’essere innamorati. Alla fine Scrooge aveva trovato il modo di liberarsi del nipote cominciando a rispondere «arrivederci!», ogni volta che quello accennava a qualche ulteriore cogitamento o augurio di buon Natale. Al quinto «arrivederci», quello finalmente aveva trovato il modo di andarsene.

A quel punto Scrooge potette avviarsi verso la squallida osteria dove avrebbe consumato la sua solita, e solitamente squallida, cena in compagnia di se stesso. Questo però non dopo aver mandato letteralmente al diavolo due signori che avevano chiesto di Marley al solo scopo di estorcergli non so bene quale cifra in beneficenza (credetemi: beneficiere!) di non so bene quali orfani nel nome, guarda un po’, del Santo Natale. Scrooge non si era fatto problemi a rispondere lui al posto del socio morto e, appunto, a cacciarli in malomodo. Poi s’era rivolto al suo commesso: «immagino domani vorrete una giornata, non è così?». E quello, timidamente: «se non vi dispiace, signore». «Certo che mi dispiace, echeccazzo: scommetto che se ve la trattenessi dalla paga vi sentireste maltrattato, precario e subissato dall’ingiustizia». Quello accennò ad un sorriso e Scrooge borbottò qualcosa sul fatto che l’ingiustizia la subiva lui, sborsando un’intera giornata di salario in cambio di niente. Detto ciò, finalmente, s’era potuto anonimamente immergere nell’oscurità dei vicoli che l’avrebbero portato all’osteria, e di lì a casa.

Ma è quando Ebenezer Scrooge fu arrivato in fondo al cupissimo vicolo dove viveva, che la morte di Marley divenne un fatto (narrativamente) rilevante. Già perché il batacchio della porta prese ad avere le fattezze della sua faccia: sua di Marley. Insomma Scrooge stava per stringere in mano le guance (e le basette, le basette!) del suo vecchio socio. Naturalmente lo vide e se ne restò lì, impietrito, con il braccio proteso in avanti e sospeso nel vuoto. Come se avesse visto un fantasma. Non c’è modo di dirlo altrimenti, un fantasma: e se non fosse perché di solito sussistono allo stato gassoso, sarebbe da aggiungere che il batacchio della porta era d’improvviso diventato lo spettro, in carne e ossa, della faccia di Marley. Il tutto durò un attimo, cioè nella sua pochezza il tempo sufficiente a che Scrooge alzasse le spalle considerandola una bizzarra illusione, il riflesso di un lampione nell’ottone del batacchio: «sciocchezze», disse infatti. E quello aveva già smesso di avere la faccia di un altro ed era tornato a fare il batacchio di una porta. «Sciocchezze», ribadì.

Ora, ritenere che fossero sciocchezze (nello stesso modo con cui lo pensava del Natale, o degli innamoramenti) non gli impedì di farsi insediare da una buona misura di cattivi pensieri che racchiudevano, a loro volta, conseguenti orribili visioni. Così salendo le scale trovò il modo di pensarle tanto larghe da farci stare, ad esempio, una bara di traverso. Alla seconda rampa si trovò (gli sembrò di trovarsi) la strada sbarrata da una bara, appunto. Per di più con tutto il carro che la sorreggeva: stava lì come se volesse chiedere strada, la precedenza per il passaggio. E per quanto continuava a considerarle come delle sciocchezze: quando i campanelli di tutta (quell’enorme) casa cominciarono a suonare, uno dopo l’altro, prima piano e poi sempre più freneticamente, a Scrooge venne il sospetto che la sciocchezza che veniva preannunciata da quel tintinnare infernale, non doveva essere poi tale. Scrooge era ormai preso, travolto dal terrore. Faceva finta di no, nella speranza che del sano sarcasmo spiattellato a se medesimo, potesse cambiare di qualcosa la questione: ma non s’aspettava di meno che vedere le porte dell’inferno spalancarsi. Invece, naturalmente senza che le imposte neanche si scostassero, il fantasma di Marley venne fuori attraversando le spesse tende verdi della sala. Un fantasma: non il riflesso sul batacchio di una porta, o un carro funebre che scende giù per le scale: il fantasma di Marley, trasparente al punto che da davanti Scrooge poteva vedergli i bottoni della giacca. Quello, comunque e per sottolineare la faccenda, slacciò la fettuccia che gli fasciava il volto lasciando cadere, di botto (e con grande effetto) la mandibola.

Scrooge lanciò un urlo, e non aggiunse altro. 1.

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Continua con Il Racconto di Natale 2/3/4 qui

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27 dicembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93087

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Canto di Natale di Topolino (1 di 3)

Il Canto Di Natale Di Topolino parte 2/3

Il Canto Di Natale Di Topolino parte 3/3

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Disney’s A Christmas Carol -Trailer Italiano- (High Definition HD)

A Christmas Carol – Secondo Trailer Italiano

Un anno fa l’operazione Piombo Fuso: Gaza ricorda le 1.400 vittime / Ashkenazi: “La prossima guerra sarà a Gaza”

Mivtza Oferet Yetzukah

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operazione piombo fuso

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Un anno fa, l’Operazione Piombo Fuso: il Genocidio di Gaza

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Scritto il 2009-12-27 in News

Un anno fa, alle 11,30 del 27 dicembre del 2008, ebbe inizio la brutale aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza sotto assedio. Un crimine contro l’Umanità. Uno dei tanti compiuti dallo stato sionista, abituato all’impunità totale e alla complicità silente della comunità internazionale.

Bambini, donne, poliziotti fatti a pezzi. Feriti a migliaia. Disabili permanenti. Neonati nati malformati. Acqua, cielo e terra contaminati da Adm.

Il bilancio immediato e successivo dell’Operazione Piombo Fuso, un vero e proprio genocidio, è degno di un Tribunale internazionale.

Confidiamo nella saggezza della Giustizia e del Diritto internazionali, che possano giudicare Livni-Barak-Olmert e i capi dell’Esercito “più morale del mondo” per i crimini di cui si sono macchiati.

Israele, stato genocida, non può continuare ad agire impunito, massacrando innocenti.

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La cronaca

27 dicembre, ore 11,30: sono 206 i morti e 750 i feriti in poche ore.

La maggior parte dei cadaveri e dei feriti giunge in ospedale a pezzi.

Diversi bambini e anziani muoiono d’infarto, per la paura.

Tra i bersagli definiti del “terrorismo palestinese” dalla propaganda mediatica israeliana, ripresa acriticamente dai nostri mezzi di informazione-disinformazione, c’è anche il reparto infantile di un ospedale di Gaza.

È strage di bambini. Gli obitori traboccano di salme e gli ospedali non sanno più dove e come curare i feriti.

È l’“Operazione Piombo Fuso“: 22 giorni di bombardamenti di terra, cielo e mare che hanno portato alla morte di intere famiglie, di bambini, donne, giovani, anziani, e al successivo e lento stillicidio di decessi e di neonati malformati, a causa degli effetti devastanti provocati sull’ambiente e sulla salute dalle bombe al fosforo, dalle Dime e da altre armi di distruzione di massa usate dall’esercito israeliano.

Il bilancio dei bombardamenti

1366

palestinesi uccisi

• 430 bambini

• 111 donne

•     6 giornalisti

•     6 medici

•     2 operatori Onu

5360 feriti

• 1870 bambini

•  800 donne

152 persone rese disabili permanenti

Oltre 258 persone muoiono perché le forze israeliane impediscono i soccorsi. La maggior parte delle vittime è colpita a morte in casa o nelle vicinanze. 519 fatta a pezzi dai droni e 473 dagli aerei.

Gli sfollati sono 50.000, di cui 20.000 sono ancora senza tetto.

Più di 3.600 abitazioni sono distrutte totalmente e 11.000 parzialmente.

Oltre alle abitazioni, vengono bombardati, ospedali, scuole, luoghi di culto, infrastrutture, industrie, campi, acquedotti.

1 milione di kg di bombe (di cui il 5% ancora inesplose) lanciate dall’aviazione, dalla marina e dall’artiglieria israeliane.

Israele ha fatto uso di fosforo bianco, di droni e altri veicoli telecomandati (UAV), di F16, elicotteri Apache e Cobra, navi da guerra, tank, bulldozer militari Caterpillar, soldati armati di M16.

Fonti: UNHCR e UNDP, giugno 2009; Al Mezan, Cast Lead Offensive, giugno 2009,
http://www.mezan.org/upload/8941.pdf; Al Haq Palestinian Human Rights Organisation, Operation Cast Lead – A
Statistical Analysis, agosto 2009
http://www.alhaq.org/pdfs/gaza-operation-cast-Lead-statistical-analysis%20.pdf

La “tregua”.

Il 19 dicembre del 2008 era scaduta una tregua di sei mesi, siglata il 19 giugno (mese contrassegnato da feroci bombardamenti israeliani contro la Striscia).

Israele aveva rotto ripetutamente la tregua con bombardamenti e assassinii mirati. In particolare, il 5 novembre, gli aerei da guerra fanno a pezzi sei palestinesi, resistenti delle brigate Qassam.

E poi, ancora, nei giorni successivi, altre bombe su pescatori, contadini, cittadini, resistenti, in un crescendo di aggressioni che hanno portato il governo di Gaza a rifiutare, il 19 dicembre, un rinnovo della tregua. Tra l’altro, quella siglata a giugno avrebbe dovuto portare alla fine dell’assedio di Gaza, ma così non è stato.

Già da mesi, come confermano documenti e dichiarazioni militari israeliane, il governo d’Israele aveva in mente un’operazione totale contro la Striscia. Ecco che il 27 dicembre s’abbatte sulla Striscia “Piombo Fuso”. Un’ecatombe con effetti devastanti anche per il futuro degli abitanti di Gaza.

Articoli correlati:

Un anno dalla guerra contro Gaza: migliaia di invalidi e neonati malformati.

Effetto ‘Piombo Fuso’: vaste aree della Striscia contaminate. Vietate le coltivazioni.

Giornate della Memoria del Genocidio dei palestinese a Gaza.

Striscia di Gaza, la denuncia del NWRC sugli effetti delle nuove armi israeliane.

‘Operazione Piombo Fuso’: la lista delle vittime.

ADM israeliane contro Gaza, in aumento le malformazioni dei neonati.

E molti altri nello spazio “Genocidio a Gaza”.

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fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=13147

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Ashkenazi: ‘La prossima guerra sarà a Gaza’

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Scritto il 2009-11-04 in News

Gaza – Infopal. “La prossima guerra sarà a Gaza”. E’ quanto ha dichiarato ieri il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, durante una cerimonia per cadetti.

L’ufficiale ha dunque affermato di credere che una nuova guerra contro Gaza sia prossima. L’obiettivo sarebbe quello di colpire le stazioni di lancio dei missili artigianali Qassam.

Egli ha aggiunto che “il nemico vuole costringerci a combattere in questo modo”, cioè nelle città, nelle moschee, negli asili, nelle scuole, neglio ospedali. Insomma, le forze di occupazione potrebbero nuovamente colpire edifici civili, come hanno fatto durante l’Operazione Piombo Fuso, lo scorso inverno, massacrando oltre 1400 persone e ferendone 5000.

Le affermazioni sono state mandate in onda dalla Radio israeliana, e giungono a poche ore dalla dichiarazione del capo dei servizi segreti militari israeliani, Amos Yedlin, secondo cui Hamas avrebbe condotto un test di lancio di un missile iraniano con una gittata di 60 chilometri in grado di colpire Tel Aviv.

Yedlin ha aggiunto che Hamas ha ottenuto dall’Iran missili simili a quelli in dotazione a Hezbollah, e che tali armamenti entrano nella Striscia attraverso i tunnel di Rafah.

Tuttavia, il movimento islamico a Gaza ha negato la notizia del test, sottolineando che tali affermazioni “provano che Israele sta cercando di distogliere l’attenzione del mondo dal Rapporto Goldstone”.

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=12670

Ass.Georgofili: ”l’ultima vergogna contro le vittime del terrorismo mafioso”

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Sab, 19/12/2009 – 14:30

Il Consiglio di Stato ha risposto alla Presidenza del Consiglio che per conoscenza ci ha informati, ha detto un bel no affinchè la legge206 del 2004 sia interpretata nel migliore dei modi possibile verso le vittime del terrorismo mafioso che hanno “percepito” nelle stragi l’80% di invalidità e non possono più lavorare. La norma dice che possono andare in pensione subito, ma nel tempo l’INPS ha precisato, in pensione subito se al momento della strage i soggetti lavoravano e godevano di una posizione pensionistica.
Non vale se sono andati a lavorare in seguito dopo la strage, perché secondo l’Ente è opportunistico subire una strage, contrarre una invalidità dell’80 %, provare malgrado tutto ad andare a lavorare, ma licenziarsi dopo poco perché il soggetto non ce la fa, e chiedere la pensione.
Eri un bambino di 11 anni al momento della strage, eri uno studente di soli 20 anni e non godevi di una posizione pensionistica? Peggio per te.
Carta straccia è stata considerata la direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 Luglio 2007 che correggeva il tiro della carente 206/2004 recitando così:

“Il secondo punto è costituito dalla necessità che il soggetto straniero ed i suoi familiari siano titolari al momento dell’evento, O ANCHE SUCCESSIVAMENTE , di una posizione contributiva obbligatoria in Italia.
E quest’ultimo , del resto, un requisito non diverso da quello che deve sussistere per i cittadini italiani e che è condizione per l’applicazione dei beneficio di cui trattasi.

Ancora più inutile è stato che noi le vittime e i parenti delle vittime, intorno ai mille tavoli preparati dal Governo insieme agli Enti preposti e al Ministero del Lavoro, avevamo dato per acquisito che gli invalidi all’80% della capacità lavorativa, in forza o no al momento della strage dovevano andare in pensione subito, se lo volevano, senza la lungaggine di una ulteriore norma prevista oggi dal Consiglio di Stato.
Due sono ora le strade a questo punto da percorrere o le Regioni interessate dalle stragi uniscono le forze e vanno contro il parere del Consiglio di Stato in una azione forte in supporto alle famiglie ancora una volta oltraggiate, con una azione che finalmente dia dignità alle vittime delle stragi di questo sciagurato Paese, che ha usato le vittime di strage in strage solo negli anniversari per farsi bello, oppure e su questo noi contiamo :
– in questo Santo Natale pervaso da tanta bontà, il Governo sani in queste ultime ore della finanziaria l’ultima vergogna di turno perpetrata contro le vittime del terrorismo mafioso .
O davvero dovremmo credere che i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano stanno avendo la meglio con i loro ricatti, ovvero stanno vincendo sulle loro vittime che hanno massacrato sotto migliaia di chili di tritolo conniventi con la politica.
Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Associazione tra i familiari delle vittime della strage i via dei Georgofili

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fonte:  http://roma.indymedia.org/node/15453

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marcovac2000
30 novembre 2008
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“Il paese della vergogna”. Teatro Civile di Daniele Biacchessi, accompagnato dai Gang, Marino (voce e chitarra) e Sandro Severini(chitarra). Sezione “Strage di Via dei Georgofili”. Daniele riporta …
“Il paese della vergogna”. Teatro Civile di Daniele Biacchessi, accompagnato dai Gang, Marino (voce e chitarra) e Sandro Severini(chitarra). Sezione “Strage di Via dei Georgofili”. Daniele riporta il commovente e poetico testo di Raja Marazzini, dedicato alle vittime della strage di Firenze, Via dei Georgofili. Recitato ad Anzola Emilia, Biblioteca Comunale, il 26 nov. 2008. Video by Marco Vaccari con Panasonic DMC-FZ7. Grazie a Daniele Biacchessi ed ai Gang.
La strage di via dei Georgofili è un attentato di stampo mafioso attribuito all’organizzazione “Cosa Nostra”.
Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l’Arno, sede dell’Accademia dei Georgofili.
Nell’immane esplosione perdono la vita 5 persone: Caterina Nencioni (50 giorni di vita), Nadia Nencioni (9 anni), Dario Capolicchio (22 anni), Angela Fiume (36 anni), Fabrizio Nencioni (39 anni); 48 persone rimangono ferite.
Oltre alla Torre vengono distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subisce gravi danneggiamenti.
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I mandanti della strage di via dei Georgofili

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Le stragi del ’93 hanno dei moventi e dei mandanti, finora in galera ci sono finiti gli esecutori…

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“Gentilissimi, noi vogliamo quella verità
che da 16 anni ci negano, non importa quale sarà, purchè sia la verità sul perchè i nostri parenti hanno dovuto morire in via dei Georgofili. Ormai abbiamo pochi dubbi su come siano andate le cose in quella terribile notte del 27 maggio 1993. Ma ancora non sappiamo chi ha lasciato che la mafia facesse saltare la Torre de’ Pulci portando via la vita ai nostri figli, così come ancora qualche dubbio lo abbiamo sul vero movente di quell’eccidio. Ovvero abbiamo dubbi, ma solo perchè ciò che per noi è palese, non è ancora scritto sulla carta bollata dei documenti processuali. La magistratura non è libera e la verità si fa fatica a farla venire fuori in un processo. Non c’è né amore, né bene in tutto ciò. Tutto l’orrore, tutta la cattiveria dell’1,04 del 27 maggio 1993 è scolpita a fuoco nelle nostre menti, e solo una sentenza passata in giudicato potrà placare il dolore che ci accompagna nel quotidiano.”

Giovanna Maggiani Chelli, Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

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fonte:  http://www.beppegrillo.it/2009/12/i_mandanti_dell.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Frss+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29

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“C’erano tutti, altrimenti sapremmo la verità”

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Intervista con Giovanna Maggiani Chelli (Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili)
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Francesco “baro” Barilli

12 aprile 2007
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La cronaca dell’Italia repubblicana è disseminata di stragi. Ognuna ha le proprie peculiarità e la propria identità, ma chiunque voglia avvicinarsi ad esse con finalità storiche ha il dovere di cercare di iscriverle in “macrocontesti” che ne spieghino il disegno generale, per poi passare ad esplorazioni più dettagliate caso per caso. Così, ad esempio, è corretto parlare di strategia della tensione per le stragi che si sono succedute da Piazza Fontana (1969) al Rapido 904 (1984), anche se personalmente ho sempre ritenuto che i prodromi di quella strategia fossero visibili fin dal primo maggio 1947 (strage di Portella della Ginestra).
Come inserire in questo ambito la strage di Via dei Georgofili, avvenuta a Firenze nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993? Ritengo lo si possa fare parlando di una “seconda” strategia della tensione. Più breve, meno sanguinaria (quantitativamente parlando), ma non per questo meno grave o meno inquietante.

Il 1993 è un anno strano e cruciale, il giro di boa fra la prima e la seconda repubblica. A Milano l’inchiesta mani pulite sta sconvolgendo il mondo politico, con un terremoto che ne travolgerà un’intera generazione causandone il ricambio. A Palermo abbiamo l’arrivo di un nuovo Procuratore, Giancarlo Caselli, e l’arresto di Totò Riina. Pochi mesi prima sono stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (rispettivamente il 23 maggio e il 19 luglio 1992). La guerra tra Stato e mafia si è fatta più dura e spietata: lo Stato sembra voler estendere la lotta al livello di connivenze e protezioni politiche; la mafia risponde in modo sanguinario.
Nella primavera del 1993, l’Italia torna ad essere teatro di una serie di stragi, alcune fortunatamente sventate, che causeranno una decina di morti e molti feriti. Si comincia con la mancata strage di Via Fauro (attentato a Maurizio Costanzo), si prosegue con Firenze il 27 maggio, si arriverà agli attentati in contemporanea del 27 luglio a Milano e Roma. Si tratta di episodi che oggi, nonostante la loro gravità e nonostante siano più recenti di quelli della “prima” strategia della tensione, appaiono colpevolmente dimenticati.
Vediamo ora di ricostruire brevemente dinamica e storia processuale della strage di Firenze, che ha un antefatto inquietante il 5 novembre 1992, con la collocazione nel giardino dei Boboli (all’interno di Palazzo Pitti) di un proiettile di artiglieria risalente alla seconda guerra mondiale. Un ordigno inoffensivo, ma dal chiaro valore simbolico, fatto ritrovare ai piedi della statua del magistrato Marcus Cautius. Fu il catanese Santo Mazzei a portare il proiettile nel giardino, rivendicando l’azione (un chiaro avvertimento) con una telefonata all’ANSA. Passano pochi mesi e un Fiat Fiorino trasformato in autobomba (circa 250 kg di miscela esplosiva) deflagra all’1,04 del 27 maggio 1993 in Via dei Georgofili. Un impatto devastante, che provoca 5 morti, una cinquantina di feriti, molti sfollati dalle abitazioni circostanti (intaccate e rese pericolanti dall’esplosione) e gravi danni ad edifici storico/artistici, fra cui la celebre Galleria degli Uffizi. Le prime indagini sono efficienti: si scopre la provenienza della vettura (rubata a Firenze pochi giorni prima e trasformata in autobomba a Prato), e si individua in Cosa Nostra regia ed esecuzione della strage. La mafia ordinò e realizzò la strage, nell’ambito di una strategia che voleva realizzare una pressione sulle Istituzioni, in risposta ad un’offensiva che lo Stato aveva lanciato sul piano giudiziario contro la mafia stessa.
Chiudono la storia processuale, sanciti in via definitiva dalla Cassazione il 6 maggio 2002, numerosi ergastoli e pesanti condanne. Fra i condannati figurano i nomi maggiormente noti della mafia: Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano, Totò Riina e altri ancora. Le dure condanne verso i vertici di Cosa Nostra sono un risultato sicuramente notevole, ma purtroppo incompleto. I magistrati titolari dell’inchiesta (Gabriele Chelazzi e Giuseppe Nicolosi) palesarono fin dall’inizio delle indagini dubbi su una gestione in totale autonomia da parte di Cosa Nostra. Entità esterne ordinarono (o perlomeno collaborarono, coprirono, o finsero di non vedere) la strage di Firenze. Ma su queste entità esterne, su queste connivenze politiche con Cosa Nostra, non si è mai fatta chiarezza.

Il silenzio sulle stragi italiane è un macigno sulla dignità del nostro Paese. Ma appare paradossale che quel silenzio a volte venga squarciato sulle stragi “storiche” (piazza Fontana eccetera) mentre incombe in modo pressochè totale sulla stagione del ’93. Personalmente ho due spiegazioni, concorrenti e non contrastanti:
1. Quella che ho definito come “prima” strategia della tensione, pur in assenza di una compiuta verità giudiziaria, ha perlomeno goduto di una valida ricostruzione storica, indirizzata agli ambienti dell’eversione dell’estrema destra. E’ chiaro (ma voglio precisarlo) che questa è una ben magra consolazione per le vittime di quelle stragi, ma storicamente mi pare un dato acclarato (seppure messo a volte in discussione da revisionismi di comodo), che favorisce la discussione e gli approfondimenti.
2. Quella che ho definito come “seconda” strategia della tensione, ha visto una precisa ricostruzione processuale per quanto attiene il coinvolgimento della mafia, ma il livello di connivenza politica non lo si è mai riuscito ad esplorare. Parliamo di una stagione più vicina temporalmente, ma proprio questa vicinanza nel tempo causa paradossalmente le lacune sul piano storico. E’ infatti ipotizzabile che quei politici che fungevano da referenti di Cosa Nostra (con livelli diversi di coinvolgimento, s’intende, non tutti penalmente rilevanti) siano tuttora attivi.

Di tutto questo abbiamo parlato con Giovanna Maggiani Chelli, Portavoce dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili.

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12 aprile 2007

Francesco Barilli:
Le vittime delle stragi italiane, da Portella della Ginestra in poi, sono centinaia. Nelle indagini, a volte si è arrivati a scoprire “la bassa manovalanza” dietro a quegli attentati; quasi mai si è arrivati a colpire i vertici decisionali. A suo avviso, tra magistratura e politica, dove risiedono le maggiori responsabilità?

Giovanna Maggiani Chelli:
Il processo per le stragi del 1993 inizia il 12 Giugno 1996 siamo in pieno governo di centro sinistra, c’è un Presidente della Repubblica che a novembre del 1993 ebbe a dire: “Prima hanno provato con le bombe…….”.
Dissi a mio marito “questa volta sono fregati sapremo i nomi degli stragisti……….”
Mi sbagliavo, mai un processo per strage fu così oscurato dalla stampa di governo come quello inerente le stragi del 1993.
Credo inoltre si sia arrivati attraverso articoli di stampa a “bruciare”, rendendole note, anche parte delle indagini in corso sui “mandanti esterni alla mafia”.
Per le stragi del 1993 è stata la politica a non volere fossero perseguiti i “mandanti esterni alla mafia”, primo perché coinvolta alla grande in grandi traffici per scopi economici e secondo perché ha avuto ed ha funzione di copertura per “Altri”.
Per le altre stragi è una mia opinione abbia giocato un ruolo importate anche la Magistratura, non a tutti è capitato un Magistrato come Gabriele Chelazzi, che mai si sarebbe fatto raggiungere politicamente da nessuno.

F. B. :
Ho letto con interesse alcune interviste al compianto Dottor Chelazzi (magistrato titolare dell’inchiesta) e all’avv. Ammannato (uno degli avvocati di parte civile nel processo su via dei Georgofili), e volevo fare con lei alcune riflessioni nate da queste interviste. Cominciamo con una riflessione comune ai due: entrambi parlano della collusione tra politici e mafia, ed entrambi, con accenti diversi, sottolineano come non si possa comunque parlare di “mandanti politici” ed “esecutori mafiosi”, evidenziando l’indipendenza in via gerarchica di Cosa Nostra e sostenendo quindi che è più corretto parlare di agganci e di concorrenze più che di rapporti subordinati. In altre parole, non bisogna pensare a qualcuno posto “sopra” la mafia a sovrintenderla, ma di qualcuno “a fianco” della mafia. Credo che per chiunque segua esternamente queste vicende si tratti di una distinzione difficile da comprendere (essendo più semplice immaginare una struttura piramidale e gerarchica). Lei, che si è trovata dolorosamente a seguire questa materia, che opinione si è fatta, circa le modalità con cui si intrecciano i rapporti tra mafia e politica?

G. M. C. :
La mafia è sovrana.
Un Giudice una volta ebbe a dirmi, lei sbaglia quando dice che Riina sedeva accanto ai politici, agli imprenditori, e quant’altro, Riina Presiedeva quel tavolo e loro ubbidivano..
Io credo, a Giuseppe Ferro, capo mandamento di Alcamo, “pentito”, quando dice nel processo di Firenze per le stragi del 1993: “a noi della mafia quelle stragi non interessavano”. Pur considerando che gli interessavo eccome, visto che il “41 bis” non lo volevano più, non volevano più l’ergastolo e neppure la confisca dei beni e volevano la revisione dei processi, non parliamo poi dei pentiti e credo anche che in questo Paese ci fosse chi aveva bisogno di un grosso favore da chi militarmente era organizzato come la mafia corleonese.
Il favore di fermare certe indagini su grandi traffici, in corso in quegli anni nelle procure di mezza Italia, non parlo di mani pulite, di tangentopoli, a meno che le tangenti non sfiorassero il 17 % al tempo delle vecchie lire, perché parlo di traffico di armi, di rifiuti tossici.
Per questo siamo stati messi nelle mani della mafia affinché con le sue azioni desse messaggi eclatanti, questo io credo. E’ chiaro il messaggio del proiettile di Boboli in tal senso anche se si minimizza e si fa finta di non “leggerlo”.
La mafia ha scelto come fare gli attentati, ha scelto il peso del tritolo da usare in proporzione al botto che doveva fare e ha scelto anche gli obiettivi perché i mafiosi studiano storia dell’Arte oggi.
La mafia è giustamente stata più che sovrana, e forse davvero Riina presiedeva quel tavolo, fra mafiosi ci si intende, anche se alcuni hanno un abito più blu di altri.

F. B. :
In un’intervista del 22 marzo 1998, Chelazzi spiega bene perché le indagini si indirizzarono quasi subito verso Cosa Nostra e non verso il terrorismo “tradizionale”: non c’erano elementi che facessero pensare ad un’attività da parte dell’eversione politica; inoltre l’autobomba era un po’ la “firma di fabbrica” della mafia, dopo Capaci e Via d’Amelio. Questo mi ha fatto pensare ad una certa sfacciataggine da parte della mafia, quasi un voler firmare gli attentati: si trattava di una convinzione di essere intoccabili o della precisa volontà di “parlare chiaramente” a chi “doveva ascoltare”? O un insieme di questi due fattori?

G. M. C. :
Il Ministro dell’Interno di allora alle ore 23 del 14 Maggio 1993, giorno dell’attentato di via Fauro, a Costanzo al telefono disse: è stata la mafia.
Più chiara e più sfacciata la mafia non poteva essere il messaggio era chiaro, inequivocabile e suonava così: chi ha da capire capisca.

F. B. :
Veniamo ora all’avvocato Ammannato, il quale (intervistato da Andrea Sorrentino per “Il Firenze”) parlando del contesto degli anni ’92-’94 dice: “Imprenditoria economica, politica, consorterie, massonerie e cose varie hanno tutti interesse a ricostruire un centro che è crollato. Per aiutare questo processo nasce la Lega, Forza Italia che nel ’94 vince le elezioni e da allora non ci sono più stragi. Allora uno si deve domandare perché iniziano le stragi e perché finiscono nel ’94 … Se poi andiamo negli anni successivi e vediamo nello stadio di Palermo uno striscione a caratteri cubitali ‘Berlusconi si dimentica della Sicilia e del 41 bis’ vuol dire che delle promesse ci sono state e delle promesse devono essere, poi, mantenute.”. Di massima concordo, però la faccenda mi sembra più complessa. Le stragi del ’93 si inseriscono all’interno di una strategia della mafia che dal ’92 vuole reagire alla campagna dello Stato contro la criminalità organizzata. La mafia mette nel mirino il regime carcerario duro (il famoso 41 bis) e il ruolo decisivo dei collaboratori di giustizia. Ma mi sembra che i 14 anni passati, con maggioranze politiche diversamente connotate alla guida del Paese, non abbiano evidenziato una reale maggiore indipendenza delle Istituzioni rispetto alle pressioni mafiose, e volevo un suo parere su questo aspetto.

G. M. C. :
L’ho già detto il mio pensiero, il mio parere: la politica fa da copertura a se stessa ed ad “Altri”. Lo fa in modo trasversale a tutto l’arco costituzionale, affinché non si sappia (giuridicamente parlando) la verità sulle stragi del 1993, e lo fa proprio perché è stata corrotta ed ha partecipato, anche a livello amministrativo locale, ai “banchetti” dei grandi traffici.
Bisogna necessariamente pensare che gli “Altri” siano nomi troppo altolocati, con gradi molto alti all’interno di varie gerarchie che contano, perché siano solo sfiorati dal dubbio che abbiano fatto morire Caterina, Nadia Nencioni, i loro genitori, e fatto bruciare vivo il giovanissimo Dario Capolicchio per i loro affari personali .
Non si spiega altrimenti l’omertà che regna intorno alle stragi del 1993.
Se tutto fosse così semplice da ricondursi ancora una volta ad un unico colore politico come pare sia stato per il passato, io non voglio entrare nel merito delle stragi degli anni 70, so troppo poco, ebbene non si capisce perché per le stragi del 1993 finalmente non si siano rinviati a giudizio anche “i mandanti esterni a cosa nostra”.
Anch’io quindi in linea di massima posso concordare con l’Avv. Ammannato, ma sono anche certa che se Gabriele Chelazzi non fosse morto, quel decimo anniversario chissà forse avrebbe iniziato a spiegare cosa esattamente volesse dire Brusca Giovanni con le parole “la sinistra di governo sapeva e ha taciuto”.
E perché poi alcuni anni dopo, Brusca Giovanni abbia cambiato il suo dire precisando, proprio a Firenze nell’aula bunker che chi sapeva era la “sinistra democristiana”, credo qualcuno lo dovrebbe spiegare a noi oggi.
Perché, vede, in questo Paese ci sono 39 persone politici e non, che hanno a suo tempo ricevuto il “papello” di Riina ossia un elenco di richieste della mafia, questo prima della strage di Firenze.
Non credo affatto che quei 39 soggetti che fecero finta di non aver ricevuto la missiva della mafia, condannando i nostri parenti a morte, stessero tutti a destra o al centro.

F. B. :
Quale è il suo giudizio sull’attenzione che vi ha riservato (o negato…) il mondo dei media italiani?

G. M. C. :
Per l’amor di Dio, abbiamo tirato l’anima con i denti per strappare la pubblicazione di una lettera, o una trasmissione televisiva all’ora delle casalinghe, senza nulla togliere alle madri di famiglia che tutto capiscono, ma che non hanno voce in questo Paese.

F. B. :
Siamo ormai vicini al quattordicesimo anniversario della strage. Cosa significa oggi “ricordare” e cosa vi aspettate dalle Istituzioni?

G. M. C. :
Vogliamo ricordare, perché ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno che si capisca quello che ci hanno fatto, ma non è facile.
La gente ha troppi problemi e non riesce a capire che il motivo per il quale oggi si possono dare a cuor leggero stipendi da 1000 euro al mese ai ricercatori universitari, e agli operai, è proprio frutto di quel tritolo che per noi è stato causa di morte e disperazione, non ce la fa anche perchè come dicevo non li hanno informati in modo giusto. Ma non solo i giornali che hanno tendenze di destra o di centro.
Dalle Istituzioni ci aspettiamo che rimandino Cosimo Lo Nigro e Salvatore Benigno a 41 bis, e tutti insieme la smettano di prenderci in giro, visto che abbiamo già pagato.
Abbiamo già sofferto anche troppo per i fiumi di denaro di cui è stato defraudato questo Paese, quando veniva aggirata la legge 185 del 1990 quella sulla vendita delle armi. Una legge che tra l’altro oggi è stata rivista e ricorretta in modo “bipartisan”, affinchè si potesse rendere legale ciò che ieri era illegale.
Oggi in galera per le così dette “triangolazioni” non si andrebbe più nessuno, si può aggirare l’ostacolo, altro che disarmo di cui anche a Firenze ultimamente si è parlato.
Andremo presto a sentenza per le cause civili, e vedremo che succederà.
Una cosa è certa il Governo non emetterà di certo un Decreto da 5 milioni di euro a famiglia, come ha fatto per la famiglia del Prof Biagi per evitarci “l’umiliazione”, come è stato detto, delle cause civili.
Il prof. Biagi non aveva scorta, e ci spiace fare nomi, nel fare paragoni, ma non è colpa nostra se anche noi non siamo stati tutelati. Anzi siamo stati messi nelle mani della mafia, praticamente da tutti quanti.
Come diceva il Pacini Battaglia : “c’eravate tutti”. E per Dio è vero, in via dei Georgofili c’erano tutti, altrimenti oggi avremmo la verità.

Francesco “baro” Barilli

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fonte:  http://www.reti-invisibili.net/georgofili/articles/art_11258.html

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Georgofili, una via una strage

il racconto teatrale

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“Georgofili, una via una strage”, spettacolo di teatro civile scritto diretto e interpretato da Saverio Tommasi.

Musiche dal vivo del Manfred Von Richthofen.
Riprese e montaggio video Domenico Scarpino.

PER VEDERE IL VIDEO DELLO SPETTACOLO CLICCA QUI

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Georgofili, una via una strage

il libro

È il racconto, dettagliato e terribile, della strage di via dei Georgofili, inquadrata nelle sette stragi del ’93 e del ’94, successive agli omicidi di Falcone e Borsellino.
E dunque le bombe, la mafia, i processi, i colletti bianchi, i colpevoli in carcere e quelli ancora a volto coperto, le ipotesi e la ricerca della verità.

Prefazione di Rita Borsellino.

Scarica il testo.

Retro di copertina.

Sbanca i casinò per donare ai poveri: Robin Hood si è trasferito a Las Vegas

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Un esperto giocatore mette a servizio dei bisognosi la sua bravura al tavolo

Già eseguite molte “donazioni”. E sul sito è anche possibile chiedere aiuto

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TORINO
Si fa chiamarae Robin Hood 702
e ha già restituito il sorriso a molte famiglie che avevano perso le speranze. Assiduo frequentatore di casinò ed esperto giocatore, ha deciso di mettere al servizio dei più bisognosi la sua bravura “svuotando” le tasche gonfie dei ricchi, per donare ai poveri, in linea con l’etica proposta dal personaggio a cui si ispira.

E’ successo a Kurt e Megan Kegler, coppia che vive in una roulotte poco fuori Detroit con una filgia di 3 anni ammalata di tumore al cervello. Le cure avevano procurato loro debiti per oltre 35 mila dollari. Ma qui entra in scena “Robin Hood”. Una telefonata: «Siete stati scelti, ho deciso di giocare per voi». In breve tempo arriva la conferma del viaggio, tutto spesato, destinazione Las Vegas. Non appena sbarcati i Kegler vengono accompagnati in albergo con una Rolls Royce e poi accolti in una suite, tutto pagato. Arriva poi il momento tanto atteso. L’ignoto benefattore si siede al tavolo e inizia a giocare. Dapprima la fortuna non sembra assistere il “trio”, poi le cose iniziano a girare bene. A quota 35 mila dollari, come promesso, Robin Hood esce dal gioco e consegna il bottino alla coppia.

«E’ stato un sogno» commenta Kurt, «da quel giorno niente è stato più come prima». Da quel giorno a Las Vegas si sono ricorse voci e leggende sul giocatore che ha concesso anche un intervista televisiva (rigorosamente a volto coperto) dove ha raccontato alcune delle sue vincite. Le imprese vengono raccolte sul suo sito Internet dove è anche possibile chiedere “aiuto”. L’unico requisito è che il bottino non superi i 50 mila dollari. L’ultima buona azione ha aiutato una donna del South Carolina oberata dai debiti per aver sostenuto alcune spese mediche.

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IL SITO DI https://i1.wp.com/robinhood702.com/images/logo.jpg

http://robinhood702.com/

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alcune storie tratte dal sito

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amanda cormier (Debt Amount: 15000) – View Now

kay korsholm (Debt Amount: 200.000 d.kr) – View Now

Emily and Jim Teague (Debt Amount: $110,000) – View Now

nancy & eric bridge (Debt Amount: ?) – View Now

David Kelly (Debt Amount: 43,000) – View Now

Tara (Debt Amount: lots!) – View Now

Ronisha harris (Debt Amount: 40,000) – View Now

Jim Cross (Debt Amount: $30,000 Getting forclosed with 3 kids 1 has Cerabal Palsy Plz help) – View Now

Chris Solomon (Debt Amount: $2500) – View Now

Maria Guzman (Debt Amount: 30,000.00) – View Now

tamara r vann (Debt Amount: 17,000.00-25,.000.00) – View Now

Denise Ann Helmick (Debt Amount: $33,000.00) – View Now

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27 dicembre 2009

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200912articoli/50737girata.asp

Francia, vendetta delle donne: Rapita l’avvocato di Sos-papà

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Pascaline Saint-Arroman Petroff è una paladina dell’affidamento congiunto
Rapita perché ha difeso il marito della sequestratrice accusato di reati sessuali sulla figlia

Francia, vendetta delle donne,
rapita l’avvocato di Sos-papà

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dall’inviato di Repubblica  ANAIS GINORI

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Francia, vendetta delle donne rapita l'avvocato di Sos-papàPascaline Saint-Arroman Petroff

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PARIGI – “Ogni papà deve avere gli stessi diritti della mamma”. Pascaline Saint-Arroman Petroff ha ancora sulla homepage del suo sito l’elogio della “cogenitorialità”. Questa avvocatessa parigina è famosa per essere una paladina dell’affidamento congiunto dei bambini in caso di divorzio, insieme al marito ha fondato un’associazione per i diritti dei padri, Sos Papà, ed è autrice di diversi libri sulla risoluzione dei “conflitti in famiglia”. Non poteva certo immaginare che con la sua battaglia avrebbe rischiato la vita. Presa in ostaggio per un giorno e mezzo, legata, imbavagliata e poi abbandonata al gelo in un bosco vicino alla capitale. “Volevano uccidermi lentamente” ha raccontato alla polizia.
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Tutto è cominciato con la telefonata di una sedicente giornalista di una tv belga allo studio legale di Saint-Arroman Petroff. La donna chiede di fare un’intervista, ottiene un appuntamento per un aperitivo alla Closerie des Lilas. Quando, lunedì scorso, l’avvocato arriva nel noto ristorante, incontra la finta giornalista accompagnata da una giovane. Le propongono di salire in macchina per registrare l’intervista all’albergo Fouquet’s. L’avvocato esita ma cade nella trappola. Viene colpita alla testa, chiusa nel cofano. “Per te è finita, sei una rappresentante dell’istituzione giudiziaria e criminale”, dicono le sequestratrici armate di una Beretta.
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Saint-Arroman Petroff passa la prima notte nel bagagliaio dell’automobile. Il giorno dopo, le due donne si fanno consegnare soldi e carte di credito. Vagano per ore nei centri commerciali, facendo acquisti. Ogni tanto, controllano che l’avvocato stia zitta. “Mi insultavano – ricorda Saint-Arroman Petroff – . Ripetevano ‘Gli uomini sono tutti delle merde’”. Infine, la sera di martedì, l’ostaggio viene scaricato in un bosco isolato dell’Oise, a cinquanta chilometri dalla capitale. “Avevo paura di soffrire. Ho detto: “Preferisco essere uccisa con un colpo secco””. Le due donne decidono invece di legarla a un albero, lasciandola in mezzo alla neve.

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L’epilogo del sequestro è misterioso. Nella notte tra martedì e mercoledì l’avvocato riesce a liberarsi. Alla polizia Saint-Arroman Petroff ha raccontato di aver tagliato le corde con i denti e camminato per due ore fino al paese più vicino. Le due sequestratrici sono una madre e sua figlia, protagoniste di una causa di separazione in cui l’avvocato aveva difeso il marito accusato, secondo lei “ingiustamente”, di violenze sessuali sulla figlia.
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Il giudice aveva riconosciuto l’innocenza e deciso l’affidamento congiunto contro il volere della madre e della ragazza. Fermate dalla polizia, le due donne hanno confessato di essersi volute vendicare. La madre è attualmente ricoverata nell’ospedale psichiatrico della Prefettura di Parigi. “Ora voglio dimenticare questa storia – ha commentato l’avvocatessa-. Sono viva e ho potuto passare Natale in famiglia. Questo solo conta”.
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27 dicembre 2009
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Teheran, secondo giorno di scontri: “Almeno dieci morti”. Sarebbe stato ucciso il nipote di Moussavi

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“Scontri in Iran, almeno dieci morti”
Sarebbe stato ucciso il nipote di Moussavi

 Giornata di scontri a Teheran

Secondo fonti dell’opposizione gli agenti hanno aperto il fuoco
La polizia nega. I disordini più gravi aTeheran e Tabriz

L’ammissione della Tv di Stato: “Ci sono state numerose vittime”

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Teheran, secondo giorno di scontri "Almeno quattro morti tra i manifestanti"Scontri a Teheran

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TEHERAN – Secondo giorno di violenti scontri tra polizia e manifestanti anti-governativi a Teheran durante il corteo per la festività sciita dell’Ashura. Il sito d’opposizione Jaras ha riferito che la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti e almeno quattro persone sono rimaste uccise e altre due ferite. Anche il sito Rahesabz parla di quattro morti, affermando che uno dei suoi reporter ne è stato testimone. Omid Habibinia, giornalista che è riuscito a entrare in contatto con alcune fonti a Teheran nonostante il blackout delle linee cellulari e di molti siti web, ha riferito invece di cinque vittime. Tra queste, secondo il sito Parlemannews, c’è anche il nipote del leader riformista Mir Hossein Moussavi: “Oggi, a mezzogiorno, Sayed Ali Moussavi, il nipote 35enne di Mir Hossein Moussavi, è stato colpito al cuore vicino piazza Enghelab ed è morto dopo essere stato trasportato all’ospedale Ebnesina”. Altre cinque vittime, sempre secondo i siti web dell’opposizione, si sono registrate nella città nordoccidentale di Tabriz.

Le forze di sicurezza, dal canto loro, negano: “Finora non ci sono notizie di morti, nessuno è stato ucciso”, ha detto il capo della polizia di Teheran, Azizollah Rajabzadeh, citato dall’agenzia Isna. Poi però è stata la televisione di Stato ad ammettere “numerosi” morti, tra cui anche il nipote del leader dell’opposizione, negli scontri nelle varie città dell’Iran. L’emittente iraniana ‘Press tv’ ha confermato che quattro manifestanti sono stati uccisi a Teheran da “sconosciuti”. La polizia ha negato ogni coinvolgimento, sottolineando che le milizie schierate nella capitale “non sono dotate di armi da fuoco”. “La polizia non ha sparato alcun colpo a Teheran”, ha riferito all’agenzia Isna il capo della polizia della capitale iraniana, il comandante Azizollah Rajabzadeh. Un testimone ha raccontato alla Bbc di aver visto un van della polizia investire un manifestante


Jaras ha riferito che diversi agenti hanno rifiutato di obbedire all’ordine di sparare sui dimostranti, cercando di sparare in aria quando sono stati messi sotto pressione dai superiori. Dal web arriva inoltre la notizia di scontri anche a Isfahan, nel centro dell’Iran, e nella vicina Najafabad, città natale del grande ayatollah riformista Hossein Ali Montazeri, morto una settimana fa.

Dopo le manifestazioni di ieri, quando gli oppositori hanno cercato di tornare in piazza ma sono stati affrontati con durezza da poliziotti in assetto antisommossa e miliziani Basiji, oggi il centro di Teheran era presidiato da centinaia di poliziotti. In risposta ai cortei dell’opposizione migliaia di sostenitori del presidente Mahmud Ahmadinejad sono scesi in piazza a Enghelab, la lunga strada nel centro della capitale da cui la polizia aveva cacciato i riformisti.

Nonostante la massiccia presenza di forze di sicurezza, migliaia di persone, giunte a piccoli gruppi, si sono radunate nel centro di Teheran. La polizia è intervenuta prima con i gas lacrimogeni e poi caricando la folla, che ha incendiato dei cassonetti.

Gli scontri si sono propagati in un’area molto vasta. Dalla piazza Imam Hossein, a est, alla piazza Enghelab, a ovest, distanti alcuni chilometri tra di loro. Incidenti sono stati segnalati anche sulla piazza Ferdowsi, sul viale Vali Asr e sul viale Hafez. Lungo quest’ultima arteria, in particolare, testimoni hanno riferito di aver visto dimostranti rovesciare e incendiare due veicoli della polizia e mettere momentaneamente in fuga le forze di sicurezza che controllavano un ponte. Un altro testimone ha detto di aver visto agenti e miliziani in borghese in una strada laterale mentre si organizzavano in un clima di nervosismo.

Le autorità hanno proibito qualsiasi manifestazione dell’opposizione in occasione dei giorni di Tasua e Ashura, ieri e oggi, quando processioni religiose attraversano in lutto le città iraniane nel ricordo del martirio di Hussein, il terzo Imam sciita, avvenuto a Kerbala nel 680 dopo Cristo. Ma era scontato che il cosiddetto ‘movimento verde’ che si oppone al governo di Ahmadinejad avrebbe approfittato di questa occasione per tornare a far sentire la sua voce. Anche perché proprio oggi cade il settimo giorno dalla morte del grande ayatollah dissidente Hossein Ali Montazeri, i cui funerali, lunedì scorso, hanno vista riunita nella città santa di Qom un’enorme folla di oppositori. La tradizione sciita vuole che si torni a commemorare i defunti una settimana dopo il decesso.

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27 dicembre 2009
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