IMMIGRAZIONE & INGIUSTIZIA – Sei nato in Italia? Allora non sei Italiano

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Caro Samir, gli esami finiranno solo nel 2018

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di Khalid Chouaki

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Caro Samir, cara Chen. Siete nati in Italia all’inizio di questo nuovo anno, il 2010. E avrete la cittadinanza italiana, salvo complicazioni eventuali, solo nel 2028. Mi chiederete il perché di tale ingiustizia. Vi rispondo: chiedetelo a zio Bossi e zio Berlusconi. Siete nati tra decine di vostri piccoli coetanei, ma forse non siete italiani perché avete il colore della pelle diversa dalla vostra compagna di culla. Il vostro nome è impronunciabile per l’infermiera. La vostra religione è ormai associata ad una pericolosa setta di terroristi. Insomma: non siete uguali ai vostri colleghi di culla perché il vostro sangue è diverso da quello degli italiani veri. Non so se i due zii B&B vi darebbero queste risposte. Ma io, da ormai ex vostro collega extracomunitario, non me la sento di prendervi in giro fin da ora. Avrete ancora tempo da qui al 2028 quando compirete i vostri diciotto anni per sentirne delle belle: gente che vorrà sottoporvi a test di lingua e cultura italiana, test di dialetto bergamasco, test adesione ai valori repubblicani, escludendo però l’articolo 8 della Costituzione, perché se siete musulmani non avrete una moschea decente dove pregare.

E intanto che ci siamo anche un test di canto dell’Inno di Mameli e una prova di tifo della nazionale di calcio. Se supererete tutto questo, allora forse, nonostante siete nati sul sacro suolo della nazione, sarete italiani. Nel frattempo avrete fatto tante lunghe file per rinnovare il permesso di soggiornare in Italia. Per diciotto anni non potrete immaginarvi né poliziotti né giudici. Né giornalisti né sindaci. E se sarete insultati o offesi perché considerati dei diversi, il vostro coetaneo potrà giustificarsi rispondendovi che l’ha sentito in tv da zia Santanchè o da zio Calderoli. Insomma, benvenuti nel Paese della civiltà dell’accoglienza cari miei Samir e Chen. Vi dico subito che la vostra unica speranza sarà in un bravo parroco del vostro oratorio o in una delle tante maestre dalle ampie vedute. Un paese, il nostro, che regredisce giorno dopo giorno senza nemmeno accorgersene ignorando volutamente un presente che è mille volte diverso dal recente ieri e che ci riserverà un domani ancora più diverso. Un Paese che conosce ogni giorno la nascita di nuovi cittadini destinati a vivere da stranieri nel Paese loro destinato e di cui inevitabilmente si sentono di appartenere. E allora a cosa serve una politica che non riesce a emarginare gli imprenditori della paura e gli istigatori all’odio nei confronti del diverso. Samir e Chen sono figli della nostra società e abbiamo il dovere di considerarli tali riconoscendo loro il sacrosanto diritto di cittadinanza nel Paese dove hanno avuto la fortuna (o la sfortuna) di nascere. E se loro, insieme ai loro genitori, si sentiranno accolti e riconosciuti come normali cittadini, la loro migliore risposta sarà l’amore ancora maggiore per un paese che non ha ceduto alla tentazione di discriminarli e di umiliarli come ora invece stiamo continuando a fare per milioni di donne e uomini.

Persone che lavorano nelle nostre case, nelle fabbriche e a raccogliere sottopagati frutta e verdura nelle nostre terre. Nonostante tutto ciò, continuiamo a metter loro i bastoni tra le ruote, approfittando di ogni cavillo per destabilizzare la loro stabilità, accrescere la loro ansia e evidenziare a caratteri cubitali la loro diversità, per alcuni inferiorità, rispetto a noi. Magari i loro genitori si sentono anche legittimante ancora ospiti. Ma Samir e Chen non accetteranno più di essere additati come stranieri. E allora i due zii B&B saranno costretti a dar loro una spiegazione. In un italiano corretto e ripassandosi bene i valori della Costituzione.

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03 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/immigrazionestorie/93287/caro_samir_gli_esami_finiranno_solo_nel

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Mio figlio nato italiano, tanti altri senza patria

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di Dijana Pavlovic

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Io non sono scappata dalla povertà e dalla guerra. Sono arrivata per amore per un attore italiano conosciuto in un festival in Montenegro. Era il ’97, non c’era ancora la Bossi-Fini, ma le precauzioni erano tante e la legge rigida. Potevo venire solo con il visto turistico che mi è costato giorni di lunghissime file davanti all’ambasciata italiana.

Venivo intorno alle quattro di mattino e trovavo già una coda di persone che avevano passato lì la notte per prendere il numero. Per il visto turistico per dieci giorni mi chiedevano un assicurazione medica privata, 100.000 lire per ogni giorno di permanenza in Italia su un conto corrente anche se venivo ospitata da una famiglia di cui si verificava il reddito, il certificato che studiavo all’università di Belgrado come garanzia che sarei tornata e la fedina penale pulita. Dopo un mese ce l’ho fatta, e così iniziò una serie di viaggi turistici preceduti da file, certificati, spese per me enormi e moduli di cui ero oramai esperta, fino al ’99 quando decisi di sposarmi.

In realtà volevamo convivere un po’ prima di sposarci ma non era possibile, la legge non prevedeva questa possibilità tra un italiano e una extracomunitaria. Per il matrimonio ho dovuto pagare un traduttore perché io capissi tutto quello che riguarda diritti e doveri del coniuge. Poi di nuovo lunghe file davanti a commissariati di polizia e prefetture per il permesso di soggiorno per 5 anni.

Dopo 6 mesi e alcuni controlli di un impiegato, che si è informato dai vicini e dal portinaio se vivevo dove dicevo insieme a mio marito, ho avuto la residenza e potevo fare domanda per la cittadinanza. Dopo 2 anni mi è arrivata una convocazione in comune per prestare il giuramento alla Costituzione italiana.

Per me era un momento speciale, sono andata con la macchina fotografica, ma anche lì ho fatto una lunga fila e quando è arrivato il mio turno un impiegato mi ha chiesto solo se parlavo italiano. Ho risposto: sì. Mi ha detto: bene, firmi qui, mi ha regalato il libro della Costituzione e mi augurato la buona giornata. Davanti all’ufficio mi sono scattata una foto sorridente da sola ed era fatta.

Ora ho un figlio, lui è nato cittadino italiano, per lui abbiamo preso una casa che abbiamo ristrutturato. Gli operai delle imprese italiane erano albanesi, ucraini, egiziani, in regola con le tasse. I muratori albanesi mi hanno raccontato che sono in Italia da 16 anni e i loro figli sono nati qui, parlano italiano, non vogliono parlare albanese, quando vanno in Albania dopo un po’ si stufano e chiedono quando si torna a casa. Ma non sono cittadini italiani. Come migliaia di figli di immigrati e migliaia di rom slavi nati in Italia, non amano il paese dei loro genitori e parlano l’italiano come lingua materna, ma sono senza una patria. Chi deve si interroghi sul futuro di bambini che si sentono italiani, ma per la legge e per i loro compagni sono diversi, estranei, senza identità per l’unica colpa di non avere un genitore italiano.

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03 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/immigrazionestorie/93286/mio_figlio_nato_italiano_tanti_altri_senza_patria

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