Archive | gennaio 5, 2010

L’Aquila, perizia sul crollo della casa dello studente: Mancava un pilastro portante

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di Jolanda Bufalini

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Errori umani gravi, quasi inimmaginabili, hanno causato il crollo della casa dello studente dell’Aquila. Mancava un pilastro in quella maledetta ala nord sotto le cui macerie sono morti Marco Alviani, Luana Capuano, Davide Centofanti, Alessia Cruciano, Francesco Esposito, Hussein Hamade, Luca Lunari. E dove altri 17 ragazzi e ragazze hanno subito lesioni gravi fisiche e psichiche. Mancava un pilastro, è l’incredibile scoperta dei periti della Procura del capoluogo abruzzese, guidati da Francesco Benedettini e Antonello Salvatori. Pilastri sostenevano invece le altre parti dell’edificio , che hanno retto alla forza sismica della scossa delle 3 e 32 del 6 aprile scorso. Una forza giudicata dalle 160 pagine della perizia depositata ieri di «magnitudo moderata». Una tragedia, dunque, evitabile, quella che ha visto cancellare l’esistenza di giovani che erano rimasti a l’Aquila, nonostante la paura, per l’imminenza degli esami. E nessuno, da quando le scosse facevano tremare la vita, si era peritato di sottoporre a controlli quell’edificio destinato a loro. La convinzione dei periti «è avvalorata dal fatto che sono rimaste in piedi le altre due ali e dalle condizioni degli edifici adiacenti dopo il sisma». Né allora né mai. Nessuno, denunciano i periti, nei numerosi passaggi di proprietà dell’edificio costruito nel 1965, si era preoccupato di chiedere o effettuare controlli. Nemmeno quando l’edificio fu destinato alla funzione di ospitare gli studenti. Gli adeguamenti funzionali sono stati fatti senza che si valutasse l’impatto sulla struttura di nuovi pesi, come nel caso dei pannelli solari, 400 chilogrammi collocati proprio sull’ala nord, quella crollata.

La struttura
Si è badato soltanto a miglioramenti di tipo estetico, senza che nessuno rilevasse i difetti strutturali che l’edificio aveva sin dall’inizio. La costruzione, notano i periti, non era antisismica. Il progettista non ha previsto un sistema resistente a movimenti orizzontali provenienti da tutte le direzioni, l’impresa costruttrice non ha eseguito, ciò che invece il progetto prevedeva, staffe di rafforzamento dei pilastri. Il calcestruzzo disomogeneo e di scarsa qualità. Anche gli impianti idrici, elettrici e termici sono stati messi in posa male, causando danni alle strutture. I periti, inoltre, sembrano escludere che, in quell’area, possa aver influito sugli effetti disastrosi del terremoto i sedimenti alluvionali del fiume Aterno che, altrove, hanno amplificato gli effetti del sisma. Anche in questo caso è il raffronto con gli edifici circostanti a far pendere il giudizio verso l’insieme di errori e negligenze degli ex titolari, del costruttore Claudio Bova, dei restauratori (Giorgio Gaudiano, Walter Navarra, Bernardino Pace,Carlo Giovani, Pietro Centofanti, Tancredi Rossicone, Massimiliano Andreassi) e degli amministratori Pietro Sebastiani, Luca Valente e Luca D’Innocenzo. Le imputazioni sono di omicidio colposo e lesioni gravi.

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05 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93356

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AI CONFINI DELLA REALTA’ – La stazione metafisica di Milazzo

http://danieleandaloro.blogspot.com/
Milazzo, la stazione fantasma –
non funziona nulla, solo una bilancia –
servizio e video di Nino Luca – Corriere della Sera

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Le Ferrovie Italiane sono ormai ai confini della realtà. In qualche città viene persino messa in dubbio la loro esistenza. Milazzo, 3 gennaio 2010, ore 18: tabellone luminoso Partenze/Arrivi con gli orari senza connessione; biglietteria chiusa; monitor fuori servizio; biglietteria veloce con la scritta internazionale: “Fast Ticket” non agibile perchè la macchinetta automatica è sottoposta a sequestro della Polizia Ferroviaria su disposizione della Procura della Repubblica Tribunale di Barcellona; Punto Informativo Turistico chiuso; Ufficio capo gestione merci chiuso (all’esterno compare il cartello: “Non siamo in grado di dare informazioni sui treni passeggeri“); biglietteria self service chiusa con cartello: “Per atto vandalico è guasta. Non mettere denaro“; tabelloni sui binari disconnessi; ufficio telegrafo chiuso: bagni aperti, ma solo fino alle 19.30; bar serrato con il cartello: “Per il Comune di Milazzo questa stazione non risulta agibile, per le Ferrovie invece è tutto in regola“. Ferrovie sempre più veloci, là, verso l’ignoto.

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05 gennaio 2010

fonte:  http://www.beppegrillo.it/2010/01/le_ferrovie_ita.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Frss+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29

Polonia: agli ex comunisti pensioni tagliate del 50%

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Il provvedimento riguarda circa 40 mila persone

Polonia: agli ex comunisti
pensioni tagliate del 50%

Il generale Jaruzelski, 86 anni, ha visto dal 1° gennaio la sua pensione passare da 2.100 euro mensili a 1.050

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Il generale  Wojciech Jaruzelski
Il generale Wojciech Jaruzelski

A partire dal 1° gennaio, 40 mila ex comunisti polacchi si sono visti ridurre la loro pensione del 50%. La legge governativa prevede una «misura punitiva nei confronti di coloro che mantennero un sistema di potere inumano». Tra i «puniti» la principale figura di spicco è il generale Wojciech Jaruzelski di 86 anni che vedrà la sua pensione passare da 2.100 euro mensili a 1.050. Nell’inverno del 1989 Jaruzelski diede inizio ai cosiddetti dibattiti della «Tavola Rotonda» in modo da passare gradualmente il potere a Solidarnosc. Eletto presidente della repubblica, il generale formò un governo di coalizione con Solidarnosc stessa. Nel 1990 gli succedette Lech Walesa e Jaruzelski si ritirò a vita privata.

40MILA PERSONE – Come scrive l’inglese Telegraph, il provvedimento riguarderà circa 40 mila ex comunisti (uomini e donne) di cui molti erano agenti della polizia di Stato o degli apparati di sicurezza. Nonostante il taglio del 50%, alcune forze politiche polacche sostengono che le pensioni degli ex comunisti sono ancora troppo alte, considerato che un medico riceve una pensione di circa 400 euro al mese. È ovvio, però, che ben pochi dei 40 mila avevano pensioni «alte» come quella di Jaruzelski. L’Alleanza della sinistra democratica (partito degli ex comunisti) ha fatto sapere che porterà la legge sui tagli all’esame della Corte Costituzionale perché ritiene che questa legge sia un’imposizione collettiva che non tiene conto di presunti e specifici reati individuali.

I KACZYNSKI – La legge sulle pensioni rientra nel quadro della «guerra al comunismo» che vede i prima fila i gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski, rispettivamente presidente della repubblica e capo del partito Diritto e giusitzia nonché ex primo ministro. Una delle ultime misure è stata la legge varata nel dicembre 2009 che proibisce il possesso o l’esposizione dei simboli comunisti quali falce, martello, bandiera rossa. In Polonia, dunque, è vietato indossare anche una maglietta con l’immagine, per esempio, di Che Guevara. L’articolo 256, paragrafo 2, di detta legge recita: «Viene privato della libertà fino a due anni chi propaganda, produce, importa, affitta, immagazzina, presenta, trasporta o invia oggetti contenenti simboli o recanti simboli comunisti». A ben vedere, la lotta al comunismo dei gemelli Kaczynski ha obiettivi anche economici, oltre a quelli ideologici: cercare di influenzare altre nazioni della Ue nell’opposizione al North Stream, ovvero il gasdotto russo-tedesco che porterà il gas in Europa passando dal Baltico. Adesso, in Polonia si parla di abbattere il «Palazzo della cultura» di Varsavia. Il motivo? Fu regalato da Stalin in nome dell’eterna amicizia tra i russi e i polacchi.

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Paolo Torretta
05 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_05/polonia-pensioni-tagliate_82b24984-fa1d-11de-ad79-00144f02aabe.shtml

Io, 21, anni, bocconiana, sieropositiva, vi chiedo: Non chiudete gli occhi sull’Aids

A Milano 2 nuovi casi di infezione da Hiv al giorno

Pubblichiamo la lettera inviata al Corriere della Sera da una ragazza di 21 anni, iscritta alla Bocconi

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Scrivo questa lettera perché mi sento in dovere di farlo. Ho 21 anni e vivo a Milano, studio all’università Bocconi, sono una ragazza solare e appaio come una ragazza «normale». Eppure c’è un però, sono sieropositiva, e l’ho scoperto qualche mese dopo aver compiuto i miei 18 anni. Sono in cura al Sacco da circa 3 anni, è un’ottima struttura con personale competente, i miei genitori non sono a conoscenza della mia situazione. Vorrei, forse utopicamente, che lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni prendessero seriamente questa pandemia. Si dovrebbe parlare molto più spesso di questa malattia, forse non tanto agli studenti, che sono informati per le sessioni di educazione sessuale fatte a scuola, bensì ai genitori, agli adulti, agli over 30.

Due milanesi al giorno si infettano, e questi non sono ragazzini di 16 anni, ma sono padri di famiglia, che tradiscono le proprie mogli e che le infettano, e che rovinano la vita dei loro familiari. Non credo di essere esagerata nel definire questa malattia una pandemia, io davvero non mi capacito del perché non venga fatta una diffusione a livello nazionale di tali informazioni. Ogni malato come me, viene a costare al servizio sanitario 1.500 euro al mese solo per i medicinali, senza contare le visite mensili ed i vari controlli. Non mi piace l’idea di pesare sugli altri, ma se ci fosse stata una maggiore informazione o una rieducazione sessuale, io probabilmente non avrei fatto sesso non protetto con il mio ragazzo con il quale stavo da 4 anni, se gli uomini smettessero di tradire le proprie mogli e fidanzate, io ora non sarei malata di Hiv, e non sarebbe per me così difficile tante volte trovare una ragione di vita.

A 21 anni è difficile dire ad un proprio coetaneo che si è malati. Si teme l’ignoranza, l’allontanamento… Insomma ho 21 anni e sono malata, vorrei tanto che la gente acquisisse consapevolezza e che comprendesse che l’Aids non è poi tanto lontano da ognuno di noi. Vorrei che nessuno dovesse passare ciò che passo io tutti i giorni. Vorrei che qualcuno finalmente trovasse una cura, e se non è possibile, vorrei almeno che la gente non mi guardasse male per la mia malattia, perché io non sono una drogata, una dai facili costumi, o una persona sessualmente ambigua, io sono una ragazza normale che è stata per 4 anni con lo stesso ragazzo, che non lo ha mai tradito, al suo contrario.

Io penso che sia sbagliato ed immorale che la nostra società venga bombardata da messaggi promozionali che seguono esclusivamente la logica del profitto. Penso che nella nostra società, nel 2010, non sia accettabile che informazioni di vitale importanza, quali quelle sull’Hiv, non vengano diffuse allo stesso livello se non a livello superiore di quelli commerciali. Spero che i media riescano a trovare lo spazio per tali informazioni e per la pubblicità a scopo sociale, in quanto il prossimo caso di Hiv potrebbe essere vostro figlio, vostro marito o anche vostra moglie. Ognuno di noi può fare la differenza! Io ci sto provando, ma sono solo una studentessa di 21 anni, forse voi che avete in mano i mezzi di comunicazione e di informazione potete fare molto più di me!

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Lettera firmata
05 gennaio 2010

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fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_gennaio_5/lettera-studentessa-bocconi-sieropositiva-aids-contagio-1602245805088.shtml

La fotografa ricercata come una terrorista: i suoi scatti spaventano il regime uzbeko

 Uzbekistan, gli scatti di Umida Akhmedova

Umida Akhmedova è accusata di aver offeso il suo popolo con il suo lavoro

La fotografa ricercata come una terrorista i suoi scatti spaventano il regime uzbeko Umida Akhmedova

Una storia simbolo di un paese chiuso e retrogrado, fermo all’era sovietica

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dal corrispondente di Repubblica NICOLA LOMBARDOZZI
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MOSCA – La sua macchina fotografica è un’arma letale per un regime oscuro e chiuso al mondo che nulla vuol far sapere delle miserie del suo popolo. Umida Akhmedova, 54 anni, nata e cresciuta nell’ex repubblica socialista sovietica dell’Uzbekistan, è braccata come una terrorista, ricercata dalla polizia del suo paese. Rischia sei mesi di carcere oppure, molto peggio, fino a due anni di un non meglio definito “lavoro rieducativo”. E’ accusata di aver offeso l’immagine del popolo uzbeko avendo pubblicato all’estero un reportage fotografico tra i poverissimi contadini della valle di Fergana, tra i vecchi malcurati di Samarcanda, tra le altre strazianti miserie di un paese dimenticato che un tempo fu la culla della civiltà persiana e che adesso sembra cristallizzato in un medioevo senza futuro.

La disavventura di Umida Akhmedova è cominciata un paio di mesi fa: convocazioni della polizia, interrogatori sempre più assurdi ed estenuanti, poi l’incriminazione e ieri la sua prudente decisione di allontanarsi da casa e far perdere le sue tracce. Ma l’Uzbekistan è un paese lontano da tutto, la vicenda della fotografa perseguitata non fa clamore sui media occidentali. Se ne accenna in qualche blog russo, qualche associazione per la difesa dei diritti umani organizza improbabili petizioni al governo uzbeko ma della sorte di Umida si sa poco.

Il libro incriminato è uscito un anno fa insieme a una collezione di filmati e documentari curati dall’ambasciata svizzera in Uzbekistan. Si chiama “Donne e uomini dall’alba al tramonto” e segue lo schema classico di un’opera etnografica cercando di documentare usi, costumi e, inevitabilmente, condizioni economiche e culturali di un popolo. Ci sono immagini di nozze di campagna, di funerali di paese, di giovanissime prostitute per le strade dell’unica città, la capitale Taskhent. Immagini inoffensive, perfino poetiche che però hanno fatto scattare l’indignazione dell’Agenzia per la Stampa e l’Informazione Uzbeka, organismo ereditato dalla cultura sovietica e non troppo aperto verso la libera espressione. La denuncia dell’autorevole organismo ha fatto scattare le indagini e poi la persecuzione.


La Akhmedova, che da qualche anno ha acquisito una certa notorietà in Russia e anche una consacrazione internazionale dopo una mostra a Copenaghen nel 2006, ha fatto in tempo a raccontare per mail le fasi dei suoi primi interrogatori condotti dal capitano Nodir Akhnadzhanov, giudice istruttore del nucleo di polizia distrettuale di Taskent. “Mi ha detto che insultavo il mio popolo – ha raccontato – ed è rimasto molto perplesso davanti al termine etnografia. Probabilmente non sa nemmeno che cos’è. Gli ho detto che mi limito a fotografare le usanze, i costumi popolari, che non c’è una sola foto preparata prima. Ma continuava a dire che io calunniavo la mia gente”. In più la polizia uzbeka ha aggiunto sul conto della signora vecchi arretrati da pagare. A cominciare dalla sua partecipazione a due documentari, anche questi finiti in Occidente e non graditi dal regime: “Uomini e donne nei costumi e nei riti” e “L’onere della verginità”.

Il governo uzbeko non ama che fuori dai suoi confini si sappia come vive la gente. Il suo presidente Islom Karimov, vecchio esponente dell’era sovietica che accettò di malavoglia la dissoluzione dell’Urss, si è trasformato per sua stessa ammissione in una sorta di satrapo orientale. Perfetto per una terra che le satrapie le inventò oltre duemila anni fa. Eccentrico e accentratore, usa ancora i metodi sovietici come la collettivizzazione delle terre, per gestire un regime in chiave sempre più personalistica. Famoso il suo serraglio personale e gli arredamenti a forma di pezzi della scacchiera scolpiti in marmo pregiato in onore alla sua passione. Governa in assoluto isolamento dopo aver strappato la neutralità e perfino la amicizia di Russia e Stati Uniti usando il pugno di ferro contro ogni forma di estremismo islamico e concedendo all’uno e all’altro basi militari e strutture di supporto logistico.

Il mondo esterno che poco sa del suo paese, ignora le rare voci di dissenso che raccontano di un sistema sanitario inesistente e di un’istruzione pubblica inadeguata e antiquata. E di quello che accade nello stato più popoloso dell’Asia centrale, 25 milioni di abitanti, viene solo a sapere da qualche coraggioso reporter come la Akhmedova, adesso ricercata come una latitante dalle stesse truppe speciali impegnate nella caccia ai terroristi.

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05 gennaio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/2010/01/sezioni/esteri/uzbekistan-fotografa/uzbekistan-fotografa/uzbekistan-fotografa.html?rss

Il “partito dell’amore” tra Orwell e Ceaucescu

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Il “partito dell’amore” tra Orwell e Ceaucescu

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di Paolo Flores d’Arcais, da “Il Fatto Quotidiano”, 2 gennaio

Quella del “Partito dell’amore” è una trovatina che farebbe acqua perfino nella più insulsa comicità da oratorio o nel più triviale umorismo da Bagaglino. Da scompisciarsi per la vergogna, insomma. Se i media la prendono per buona è solo in virtù (cioè in vizio) di un controllo ormai orwelliano – alla lettera – esercitato dal regime sui canali televisivi. Al punto che Berlusconi, vittima del dissennato lancio di souvenir da parte di uno psicolabile, pretende oramai alla santificazione, nemmeno avesse ricevuto le stigmate. A quando il moltiplicarsi delle reliquie, le boccette di terra di Arcore, le spine di cactus di Villa Certosa, i preservativi di Palazzo Grazioli? La vendita delle indulgenze è invece fiorente da tempo.

Siamo alla pretesa di un culto della personalità rivoltante, in perfetto stile Ceausescu. Del resto, la definizione di Berlusconi come un “Ceausescu buono” è del suo fedelissimo Confalonieri, che lo conosce da una vita e sa quel che dice. E che per correggere l’incresciosa definizione ha spiegato che voleva intendere uno “tipo il Re Sole”! Se questo è Berlusconi, uno che si crede il Re Sole, perché nella prossima riforma istituzionale bipartisan, non si stabilisce che l’inquilino di Palazzo Chigi venga sorteggiato fra quanti, scolapasta in testa o meno, credono di essere Napoleone? C’è poco da scherzare, infatti. Siamo al delirio quotidiano, reso possibile da una menzogna mediatica talmente onnipervasiva che ha trasformato in realtà l’incubo orwelliano della neolingua, nella quale le parole “significavano quasi esattamente l’opposto di quel che parevano in un primo momento” – il mafioso diventa eroe, l’odio amore, la latitanza esilio – ma il cui fine “non era soltanto fornire un mezzo di espressione alla concezione del mondo del Regime, ma soprattutto rendere impossibile ogni altra forma di pensiero”.

Ci siamo già dentro, se i Galli della Loggia, Panebianco e altri Ostellino insistono dal pulpito sempre più teocon del Corriere della Sera a farfugliare la leggenda nera delle colpe della sinistra, ostaggio dei “cattivi” (Travaglio, Di Pietro, Santoro. E i magistrati che non guardano in faccia a nessuno, naturalmente) perché non ancora sufficientemente conquistata all’amoroso arrembaggio bipartisan contro la Costituzione repubblicana. Proviamo perciò ad uscire dall’incantesimo totalitario della neolingua (“altre parole erano ambivalenti e avevano significato positivo se applicate al Partito e ai suoi membri e negativo se applicate ai loro nemici”). In buon italiano le cose stanno così: lasciati definitivamente alle spalle gli anni di piombo – Brigate rosse e stragi di Stato – nella politica del nostro Paese l’odio era per fortuna e da tempo solo un ricordo. I politici godevano di un crescente disprezzo, a dire il vero meritatissimo, ma nulla di più.

È stato Berlusconi, solo ed esclusivamente Berlusconi, con i suoi alleati e signorsì mediatici, a reintrodurre nella vita pubblica questo sentimento. E nel momento di più autentica pacificazione, gli esordi di Mani Pulite, quando ogni sondaggio raccontava l’afflato quasi unanime del Paese intorno ai magistrati del pool di Borrelli, che applicavano senza sconti la stella polare di ogni liberaldemocrazia, la legge eguale per tutti. In quel corale anelito del Paese per fare pulizia di corruzione e altra criminalità politica, se vi fu qualche voce stonata, inclinante all’odio, non fu certo il tintinnar di monetine di fronte all’hotel Raphael, innocua manifestazione di disprezzo per il partitocrate Craxi, ma il cappio sventolato in parlamento da quelli che col tempo sono diventati alleati “perinde ac cadaver” del berlusconiano “Partito dell’amore”, attraverso una sequenza di amorevolezze in dolce stilnovo, pulirsi il culo col tricolore e far pisciare maiali su terreni destinati a luogo di culto religioso.

È Berlusconi e solo Berlusconi, con i suoi alleati e signorsì mediatici, ad aver di nuovo trasformato in nemici gli avversari politici.

E, prima ancora, i più onesti servitori dello Stato, i magistrati integerrimi che non si facevano piegare né da minacce né da lusinghe (e magari scoprivano e dunque incriminavano i loro colleghi corrotti proprio dalle aziende di Berlusconi). È questo mondo che ha inveito al grido di “killer”, dai pollici catodici del santificando di Arcore, contro magistrati che nella lotta alla mafia rischiavano ogni giorno la vita. Mentre ad Arcore, non ancora Unto del Signore, il signore della menzogna televisiva aveva già tenuto come commensale uno stalliere poco aduso ai cavalli, Attilio Mangano, che finirà i suoi giorni all’ergastolo per mafia. A meno che i “cavalli” di Mangano non fossero le partite di droga, come sostenuto da Borsellino nella sua ultima intervista, in cui fa anche i nomi di Dell’Utri e Berlusconi.

È Berlusconi che ha radunato la piazza intorno a una gigantesca bara che auspicava la morte di un imbelle Prodi. Inutile continuare: grazie a Travaglio e Gomez i lettori di questo giornale hanno trovato un elenco assai ampio – e tuttavia niente affatto esaustivo – delle sistematiche manifestazioni di odio con cui Berlusconi ha imbarbarito lo scontro politico. Nulla di tutto ciò sanno invece quanti traggono l’informazione esclusivamente dai telegiornali, circa nove italiani su dieci. Ed è allucinante che nel maggiore (speriamo ancora per poco) partito di “opposizione” si continuino a considerare democratiche delle competizioni elettorali che si svolgono dentro questo incubo orwelliano, trasformato in realtà anche per la loro acquiescenza. Del resto, è il mondo berlusconiano che ha cancellato dalla scena pubblica (che oggi quasi coincide con quella televisiva) ogni residuo di argomentazione razionale, addestrando allo squadrismo dell’interruzione e del “man-darla in vacca” manipoli di cloni della menzogna über alles (“al membro del partito” si richiede la capacità di “esprimere opinioni corrette in modo automatico, come un fucile mitragliatore una scarica di pallottole… Si sperava, da ultimo, di far articolare il discorso nella stessa laringe, senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello”).

Questo odio si è fatto programma, reso esplicito di fronte ai parlamentari europei del Partito popolare (l’internazionale Dc, per capirsi): violentare la Costituzione repubblicana fino a sfigurarla, col vetriolo che costringa la “balance des pouvoirs” di magistrati e giornalismo al bacio della pantofola verso un governo “legibus solutus”. Il totalitarismo mediatico della menzogna onnipervasiva per tornare indietro di oltre tre secoli, prima di Jefferson e Montesquieu, in una parodia degradante e vomitevole della corte di Versailles.

L’odio berlusconiano contro la Costituzione – fondamento della nostra convivenza civile, che nasce dalla Resistenza, “questo patto/giurato fra uomini liberi/che volontari si adunarono/per dignità e non per odio” immortalato da Piero Calamandrei – è talmente attivo che ha costretto un cautissimo Presidente della Repubblica a denunciare il “violento attacco contro le fondamentali istituzioni di garanzia” perpetrato da Berlusconi, e un ondivago Fini a intimare “chiarimenti” (ma prendersi in risposta lo sputo di un “basta ipocrisie”, e rientrare nei ranghi).

È dunque da quella solenne – e colpevolmente rimossa – denuncia di Napolitano che l’Italia non ancora mitridatizzata nel gorgo orwelliano del totalitarismo televisivo deve ripartire (e il suo Presidente per primo): fermare l’odio significa infatti fermare questa violenza contro la Costituzione, le leggi ad personam e altri “vulnera”, non firmarle, e prima ancora non votarle.

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04 gennaio 2010

fonte:  http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-partito-dellamore-tra-orwell-e-ceaucescu/

La ‘Rete’ Nobel per la Pace? Partita la corsa per il 2010

Internet For Peace

Internet Nobel per la Pace?
Partita la corsa per il 2010

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28 dicembre 2009 | Emanuele Capone

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È di Taggia, in provincia di Imperia, uno degli ultimi firmatari della petizione che vuole candidare la Rete alla corsa per il Nobel per la Pace del 2010; lui, come tanti altri, da tante altre parti del mondo, si è collegato a www.internetforpeace.com per dare la sua adesione e leggere le motivazioni.

Come si legge nel “manifesto” preparato dagli organizzatori, Internet non è solo «una rete di computer», ma «un intreccio infinito di persone». Di più: «la cultura digitale ha creato le fondamenta per una nuova civiltà», che «sta costruendo la dialettica, il confronto e la solidarietà attraverso la comunicazione».

Considerato che «da sempre la democrazia germoglia dove ci sono accoglienza, ascolto, scambio e condivisione», e che «l’incontro con l’altro è l’antidoto più efficace all’odio e al conflitto», per tutto questo «Internet è uno strumento di pace».

Molti gli «ambasciatori» importanti che hanno già scelto di sostenere questa candidatura, come gli italiani Umberto Veronesi e Giorgio Armani, o Riccardo Luna, direttore responsabile dell’edizione italiana della popolare rivista Wired.

Voi come la pensate? Internet è davvero strumento di pace? Oppure l’anonimato che garantisce rischia a volte di scatenare gli istinti peggiori sopiti nell’animo delle persone? …

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fonte:  http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/cultura/2009/12/28/AMNKIDFD-internet_nobel_partita.shtml

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Internet For Peace

Watch the story
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We have finally realized that the Internet is much more than a network of computers.
It is an endless web of people. Men and women from every corner of the globe are
connecting to one another, thanks to the biggest social interface ever known to humanity.
Digital culture has laid the foundations for a new kind of society.
And this society is advancing dialogue, debate and consensus through communication.
Because democracy has always flourished where there is openness, acceptance,
discussion and participation. And contact with others has always been the most
effective antidote against hatred and conflict.
That’s why the Internet is a tool for peace.
That’s why anyone who uses it can sow the seeds of non-violence.
And that’s why the next Nobel Peace Prize should go to the Net.
A Nobel for each and every one of us.
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