Archivio | gennaio 6, 2010

PARMA, DANNOSO INCENERITORE SU SUOLO AGRICOLO / esempio di non conformità urbanistica passato sotto silenzio a Parma

Emilia Romagna: a Parma il dannoso inceneritore su suolo agricolo

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Un progetto definitivo sottoposto a Valutazione di Impatto Ambientale deve per legge avere la conformità urbanistica.

Semplice e indubitabile.
Senza tale requisito un progetto non può essere avallato né approvato.

Il progetto del PAI, il Polo Ambientale Integrato all’interno del quale si intenderebbe costruire l’inceneritore, quando è stato approvato non aveva la conformità urbanistica.


Il 27 giugno 2008 il comune di Parma presentò la delibera di variante al Poc per modificare la destinazione d’uso dell’area a Ugozzolo destinata alla costruzione dell’inceneritore.


La stessa variante venne approvata in consiglio comunale il 29 settembre e diventò operativa solo il 21 ottobre, con la pubblicazione sul Bollettino Regionale.

Peccato che il PAI sia stato approvato dalla Conferenza dei Servizi il 15 e 21 luglio, quando quel terreno era ancora destinato ad agricoltura.

Neanche appellandosi al fatto che la stessa Valutazione di Impatto Ambientale possa costituire variante agli strumenti urbanistici, perché in questo caso si sarebbe dovuto passare attraverso un iter ben specificato dalla legge regionale, iter non utilizzato in corso di approvazione del Pai.


Abbiamo quindi davanti l’approvazione di un progetto che non possedeva i requisiti di legge, nel caso specifico la conformità urbanistica: un bell’autogol di superficialità e pressapochismo.


Neanche una traccia nemmeno di Valutazione Ambientale Strategica né di Verifica di assoggettabilità, richieste sia dalla legislazione regionale che da quella nazionale nei casi in cui un progetto comporti la modifica degli strumenti urbanistici, come in questo caso.


Appare evidente la superficialità generale della procedura e la noncuranza o voluta perdita di memoria sulle normative da rispettare per un corretto svolgimento del progetto.


Enia ha presentato il Polo Ambientale Integrato ottenendo dalla Conferenza dei Servizi una autorizzazione viziata dalla non conformità urbanistica in violazione alla legge regionale 19/1999, del decreto legislativo 152/2006.


Immaginiamo che le autorità demandate al rispetto delle leggi abbiano in essere tutte le indagini e le procedure utili a punire questo illecito. O no?

Coordinamento Gestione Corretta Rifiuti

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06 gennaio 2010

fonte:  http://www.unonotizie.it/8512-parma-dannoso-inceneritore-su-suolo-agricolo-esempio-di-non-conformita-urbanistica-passato-sotto-silenzio-a-parma.php

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Enia e i tredici punti. Da dimenticare in tutta fretta

L’intervento del Coordinamento Corretta Gestione Rifiuti

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Nel tortuoso percorso di approvazione dell’inceneritore di Ugozzolo, progetto presentato nel novembre 2007 da Enia, dettagli importanti fanno emergere drammaticamente il grado di competenza e serietà della ex municipalizzata di strada Margherita.
Il progetto e lo Studio di impatto ambientale presentati da Enia, al fine di ottenere l’autorizzazione a costruire l’inceneritore, sono stati infatti praticamente demoliti per la loro insufficienza e inconsistenza.
Enia è stata così costretta a stravolgere i progetti e, a seguito delle integrazioni, a presentare in pratica una vera e propria rielaborazione ex novo, finalizzata a recuperare le carenze della prima stesura.
Le critiche mosse da Comuni e Provincia ad Enia furono riassunte in 13 punti, pesanti sottolineature dell’inadeguatezza e superficialità dell’impianto progettuale e dei suoi contenuti.
Perfino Arpa emise una sentenza senza appello: “il progetto sottoposto non può essere definitivo in quanto carente delle più elementari caratteristiche stabilite per detto progetto”.
“Elementari caratteristiche”! Sembra di essere alla scuola dell’obbligo e non davanti ad una Spa quotata in Borsa.

Sono parole tombali, che descrivono la serietà dell’azienda a cui il nostro territorio demanda la gestione dei rifiuti, un servizio che richiederebbe invece ben altra competenza. Una concessione di fiducia che riguarda strettamente la salute dei cittadini non andrebbe conferita con approssimazione.
Le richieste di integrazioni, vista l’inadeguatezza del progetto, furono inviate il 5 maggio 2008 ad Enia, che il 10 luglio rispose depositando il malloppo: 155 pagine, 11 allegati, 8 volumi. Un’enciclopedia.
Ma ecco il colpo di bacchetta magica.
In questa nostra Italia dove è la lumaca e non certo la lepre che detta i tempi, la Conferenza dei Servizi si distinse per eroismo.
La mole di dati pervenuti da Enia fu digerita e approvata in 5 giorni: non avete capito male.

Il 10 luglio era un giovedì: quindi di mezzo c’era anche un sabato e una domenica. Ma il martedì successivo il progetto era bell’approvato. Bingo!
Gli atleti del Decathlon della Conferenza dei Servizi, probabilmente impiegando il giorno e pure la notte, riuscirono in un’impresa per le persone comuni impossibile.
Ma fecero anche di più, approvando una valutazione di impatto ambientale senza indicarne i termini temporali, rendendola praticamente eterna.
La valutazione di impatto ambientale e di autorizzazione integrata ambientale nonché il progetto dell’inceneritore sono depositati presso il TAR di Parma a seguito del ricorso straordinario al Capo dello Stato presentato dal WWF nel marzo del 2009.
In attesa di conoscere l’esito di questo ricorso il progetto prosegue e nel sito di Ugozzolo le ruspe spianano il terreno destinato all’impianto.
Nulla è dato sapere sui tempi di valutazione di questo ricorso presso il TAR di Parma.

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Coordinamento Gestione Corretta Rifiuti

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03 gennaio 2010

fonte:  http://www.parmadaily.it/Notizie/Dettaglio.aspx?pda=CTT&pdi=28660

Israele, il nazionalismo che annebbia i laburisti

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Israele, il nazionalismo che annebbia i laburisti

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di Zeev Sternhell

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La sinistra israeliana è impotente, priva di una ideologia in grado di guidare il Paese fuori dal pantano del neocolonialismo e del neoliberismo. È una realtà apparsa del tutto chiara sia nel febbraio scorso in occasione del rovescio elettorale, sia all’epoca della storica sconfitta del 1977 quando la destra conquistò il potere per la prima volta. Molti israeliani sono consapevoli di assistere all’inesorabile declino, se non alla morte della sinistra. Nemmeno a dire che la sinistra si sia logorata per i troppi anni passati al potere o che il suo declino possa essere considerato il risultato dell’evoluzione della società israeliana. La crisi va attribuita all’incapacità della sinistra di gestire la vittoria militare del giugno 1967 sull’Egitto, sulla Siria e sulla Giordania o la storica svolta degli accordi di Oslo del 1993. In entrambe queste circostanze la sinistra ha evidenziato la sua natura conservatrice e le sue debolezze.

Sin dall’inizio, obiettivo del movimento nazionalista ebraico fu quello di fare della Palestina terra di immigrazione, di colonizzarla e di privarla della sua indipendenza. «Il progetto sionista è un progetto di conquista», disse nel 1929 Berl Katznelson, ideologo del sionismo laburista. «Naturalmente sia chiaro che non intendo parlare di conquista in termini militari». Il movimento nazionalista giustificava questa posizione invocando il diritto storico degli ebrei a rientrare in possesso della terra dei loro antenati. Sin dalla fine del 19° secolo, tutti i sionisti ritenevano che gli ebrei in Europa fossero sull’orlo della catastrofe. La seconda guerra mondiale dimostrò che avevano ragione.

Quando nel giugno 1967 scoppiò la guerra, la sinistra si chiese come reagire. Doveva sfruttare gli errori dell’Egitto e utilizzare i territori appena conquistati come merce di scambio per ottenere la pace? Doveva considerare la vittoria come l’occasione per portare a termine l’opera non completata nel 1949? Oppure doveva annunciare al mondo arabo che il sionismo aveva raggiunto i suoi obiettivi con la creazione dello Stato di Israele nel 1949 e che non ambiva alla conquista e alla colonizzazione di altre terre? Per fare questo la sinistra avrebbe dovuto essere ispirata da valori universali e non solamente dalla cultura e dalla politica del nazionalismo. Con qualche rara eccezione, nessuno degli esponenti politici di sinistra aveva questo bagaglio politico e culturale. (…) Il Partito Laburista non sottopose a revisione la vecchia dottrina delle conquiste territoriali quando governò il Paese nel 1967-77 o negli anni ’90. Nel partito non si discusse se il futuro del Paese doveva essere fondato non solo sul diritto storico degli ebrei a rivendicare la terra di Israele, ma anche sui diritti di tutti i suoi abitanti. Allora come ora, il dibattito ebbe come tema centrale il modo in cui trarre vantaggio dalla debolezza dei palestinesi. Il principio di non restituire mai alcun territorio se non costretti a farlo da una forza superiore è tuttora valido. Tanto vero che gli insediamenti nei territori occupati ebbero inizio con i governi laburisti del 1967-77 utilizzando gli stessi metodi in uso oggi: confisca della terra con qualsivoglia pretesto, forzatura delle leggi in vigore, diverso trattamento giuridico nei confronti degli ebrei e degli arabi. Malgrado gli accordi di Oslo, la situazione non fece registrare un significativo miglioramento quando i laburisti tornarono al potere nel 1992-96 e nel 1999-2001. Il Partito Laburista fece del suo meglio per compiacere i coloni e la destra.

Ma sebbene il Partito Laburista
fosse moralmente ed intellettualmente incapace di impedire la costruzione di nuovi insediamenti, non di meno a lui si deve la svolta degli accordi di Oslo. Il primo ministro Yitzak Rabin, eroe della Guerra dei Sei Giorni, assassinato nel 1995 da un nazionalista religioso, resta il solo leader politico ad essere stato capace di guardare oltre le idee del passato. Ma gli ci vollero venti anni e la guerra del 1982 in Libano perché capisse che la guerra israelo-palestinese non sarebbe mai terminata se non con il reciproco riconoscimento dello status di nazione. Rabin pagò con la vita questa convinzione maturata nel tempo. Gli accordi di Oslo furono malamente concepiti e pessimamente attuati. Ma forse Rabin sarebbe riuscito a salvarli: era troppo intelligente e pragmatico per continuare a battere su un argomento che trovava il suo fondamento in una rivendicazione vecchia di 3.000 anni e fondata sulle Scritture. (…) Il Partito Laburista israeliano espresse nei confronti del presidente George W. Bush lo stesso apprezzamento degli evangelici dell’Alabama o dei coloni della Cisgiordania. È questa la ragione per cui la sonora sconfitta subita nel 2009 dai laburisti è stata più morale che politica. Gli elettori laburisti hanno capito che il partito aveva smarrito la strada. Se tutto quel che aveva da offrire erano un trito appello alla storia e la promessa di ricorrere alla forza, tanto valeva votare per l’originale piuttosto che per la copia, per Netanyhau piuttosto che per Barak.

Il vuoto ideologico del Partito Laburista abbraccia anche la politica economica e sociale. Il Partito Laburista israeliano non è mai stato simile ai partiti socialisti europei. Fin dalla sua fondazione con il nome di Mapai nel 1930, l’accento posto sul nazionalismo lo allontanava non solo dai partiti di Leon Blum, di Rudolf Hilferding e dagli auto-marxisti, ma anche dal Partito Laburista britannico che nel 1931 abbracciò il socialismo. Il Mapai respinse persino la versione più annacquata del marxismo ritenendo il capitalismo e la proprietà privata indispensabili per costruire la nazione. Barak, come il suo predecessore Shimon Peres, somiglia a Tony Blair, un politico che i neocon americani considerano dei loro. I leader laburisti sono spesso inclini ad abbracciare il neoliberismo nella convinzione che la libertà individuale sia garantita dal libero mercato e che il capitale. Il Partito Laburista non è riuscito ad elaborare una critica del capitalismo globale di mercato. I suoi vecchi e demoralizzati sostenitori continuano a votare laburista più per abitudine che per convinzione. Ma il sostegno va diminuendo: a febbraio è sceso al 10%, pari a 13 seggi nella Knesset. I giovani hanno abbandonato il partito e nelle università l’attivismo dei laburisti è ormai residuale. Gli operai palestinesi, cinesi e thailandesi hanno da tempo preso il posto degli israeliani che erano iscritti al sindacato Histadrut e al Mapai. Peres è uscito dal Partito Laburista per entrare a far parte di Kadima (fondata da Ariel Sharon) dopo la sconfitta patita nel 2005 ad opera del sindacalista Amir Peretz per la guida del partito. Molti sostenitori del Partito Laburista giunsero alla conclusione che se un ex primo ministro poteva abbandonare il partito e unirsi all’opposizione dopo 50 anni, voleva dire che il partito non aveva più idee e che non valeva la pena battersi per la sua sopravvivenza politica. Nel marzo del 2006 il Partito Laburista ottenne il 16% pari a 19 seggi, la qual cosa permise a Peretz di diventare ministro della Difesa nel governo di Ehud Olmert (un transfuga del Likud che aveva preso il posto di Sharon colpito da emorragia cerebrale). Peretz è di Sderot, non lontano da Gaza, proviene dal sindacato, parla a nome degli operai e del ceto medio, è stato membro di Peace Now (una organizzazione pacifista) e faceva sperare in un rinnovamento social-democratico del partito. Gli immigranti provenienti dall’Africa del nord e i loro figli, da sempre affascinati dai grandi personaggi della destra nazionalista quali Menahem Begin e Ariel Sharon, si sentivano compresi da Peretz. Dalla sconfitta subita nel 2009 dal Partito Laburista emergono alcune indicazioni positive. Che si sia trattato della sconfitta di Barak – un soldato arricchitosi con la vittoria a Gaza e di cui molti israeliani si vergognano – o del successo di Kadima, un raggruppamento politico guidato da una donna, Tzipi Livni (che aveva sconfitto il suo acerrimo rivale, l’ex generale Shaul Mofaz), vengono dall’elettorato segnali di maturità. Non sono più solo i maschi alfa a trionfare nelle battaglie politiche. Resta un problema che colpisce i partiti socialdemocratici europei: la mancanza di una guida politica dotata di una visione. L’assenza di idee e statisti nei partiti di sinistra non fa prevedere un radioso futuro. Forse il problema non riguarda solamente gli israeliani, ma la situazione di Israele è più urgente.

© 2009, Le Monde Diplomatique, distribuito da Agence Global

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

L'Unità - Fondata da Antonio Gramsci nel 1924

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06 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93375

UE – Chi ha visto la baronessa?

La Baronessa Ashton tace

L’Europa ancora in ordine sparso

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di Umberto De Giovannangeli

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Chi l’ha vista? Sull’Iran. Sullo Yemen. Sull’emergenza ambientale. Chi l’ha vista? Doveva essere la grande novità introdotta dal Trattato di Lisbona: poteri rafforzati, possibilità di realizzare una diplomazia comune, nelle linee e nel personale. Chi l’ha vista abbia la cortesia di segnalarla ai ragazzi dell’Onda Verde di Teheran che attendono ancora un atto forte dell’Europa a sostegno della loro lotta per i diritti, le libertà, la democrazia. E visto che c’è, la informi che il 2009 si è chiuso con un fallito attentato e il 2010 è iniziato con la psicosi-Al Qaeda. Con l’inquilino della Casa Bianca che mette a punto la strategia per la guerra al terrorismo jihadista in Afghanistan, Yemen, Somalia… informando poi a cose fatte i partner europei chiedendo loro di supportare quelle scelte con uomini (soldati) e mezzi. Il «sonno» della politica dell’Unione Europea ha il volto altolocato di Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, la neo ministra degli Esteri dell’Ue. Che fosse una scelta di basso profilo politico erano in molti ad averlo rimarcato. Ma pochi in quei molti potevano pensare che quel «low profile» divenisse «underground» a fronte di sollecitazioni così dirompenti come quelle emerse in questo fine 2009-inizio 2010.

Parole di verità erano sfuggite al ministro degli Esteri italiano, che in una intervista al Messaggero non aveva nascosto perplessità, in rapporto al dossier yemenita, sul silenzio di «Mrs Pesc». La baronessa Ashton, rilevava il titolare della Farnesina, «non ha ancora convocato alcuna riunione che, a mio avviso, avrebbe potuto portare la questione all’attenzione di tutti…». Considerazioni forti, che nella granitica coerenza del ministro durano lo spazio di poche ore. Il tempo trascorso dalla pubblicazione dell’intervista al comunicato della Farnesina nel quale si esprime il «più convinto apprezzamento per la tempestiva azione intrapresa dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Baronessa Catherine Ashton e dal ministro degli Esteri spagnolo (Paese dal primo gennaio presidente di turno dell’Ue, ndr) Miguel Angel Moratinos, per favorire un più stretto coordinamento a fronte della delicata situazione yemenita…».

Prima la reprimenda. Poi la promozione a pieni voti. Il tutto nel silenzio regale della Baronessa sulla questione Yemen-Al Qaeda e sulla imbarazzante vicenda della «serrata» delle ambasciate occidentali a Sanaa. Si diceva: puntare su una rappresentante del Regno Unito alla guida della diplomazia europea può servire ad ancorare maggiormente la Gran Bretagna ad una politica estera europea condivisa. Illusione. Dall’Afghanistan allo Yemen, lo sguardo di Londra è sempre rivolto all’alleato di oltre Oceano piuttosto che alle altre cancellerie europee: in questa chiave, Gordon Brown sta a Barack Obama come Tony Blair stava a George W.Bush: asse privilegiato Usa-Gb, l’unità dell’Europa viene dopo. Se deve proprio esserci.

Silente sullo Yemen, Mrs.Pesc non è che si sia mostrata particolarmente comunicativa o attiva sull’altro fronte caldissimo: l’Iran. A Teheran le manifestazione dell’Onda Verde vengono represse nel sangue. Le carceri si riempiono di centinaia di manifestanti, i leader dell’opposizione sono minacciati di morte. La Baronessa tace. L’Europa parla ventisette lingue e dunque non incide. Indietro in ordine sparso. Come indietro è stata «rispedita» la delegazione dell’Europarlamento che avrebbe dovuto visitare l’Iran dal 7 all’11 gennaio. La missione è stata cancellata dalle autorità iraniane. «Mi dispiace molto per la cancellazione all’ultimo minuto della visita a Teheran della delegazione del Parlamento europeo, che offre una ulteriore triste prova delle autorità iraniane, le quali cercano di impedire ogni discussione sui gravi problemi irrisolti del loro Paese», è il commento della presidente della delegazione dell’Europarlamento, la deputata verde tedesca Barbara Lochbihler. «La delegazione aveva intenzione di esprimere solidarietà al movimento di protesta- aggiunge la capo delegazione – e questo è considerato troppo pericoloso dal governo iraniano». Lo schiaffo diplomatico è di quelli che lasciano il segno. Che chiedono risposte forti, prese di posizione adeguate. Ma l’imperturbabile Baronessa Ashton persegue nella linea del «low profile». Silenzio. L’Europa perde l’ennesima occasione per dare corpo ad una posizione comune.

Il multilateralismo evocato da Barack Obama resta così una suggestione che non si trasforma in politica. L’Europa arranca, si divide, al massimo riesce a trovare una quadra in dichiarazioni di principio destinata a restare tali. Altro esempio emblematico è il flop dell’Europa alla Conferenza di Copenaghen sul clima. A dominare è l’asse del G2: Usa-Cina. La Conferenza sarà ricordata per la tragica assenza di un leader, uno statista, una personalità in grado di guidare gli altri. La tanto invocata svolta epocale resta chiusa nel libro dei sogni. Qui, in verità, la Baronessa Ashton non ha colpe. I Ventisette divisi non incidono. Ancora una volta a manifestarsi è l’Europa del vorrei ma non posso, o non so come farlo. È l’Europa incapace di assumere un ruolo di leadership, di fornire garanzie e investimenti perché i Paesi più poveri e le economie emergenti decidessero di assumersi responsabilità dirette nella riduzione delle emissioni. Copenaghen racconta che i Paesi europei, tanto più se divisi, hanno ormai uno scarsissimo peso politico. Un’amarissima verità.

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06 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93371

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MALTEMPO – Brasile, crolla ponte per fiume in piena: almeno 20 morti

Il fiume Arno ingrossato dalle piogge battenti di questi giorni

Fuori dagli argini il Tevere e il Fiora
Arno e Elsa sopra i livelli di guardia

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VITERBO
Il fiume Fiora, dopo due giorni di piogge battenti
è esondato questa mattina vicino a Montalto di Castro. L’acqua ha invaso anche l’Aurelia che è stata parzialmente bloccata nel tratto viterbese. Frane e smottamenti si sono verificati in varie località della Tuscia, in particolare a Carbognano e Pianzano. Numerosi gli interventi dei vigili del fuoco e dei carabinieri.

Ed è esondato nel corso della notte in diverse località della provincia di Perugia anche il Tevere, ingrossato dalla pioggia caduta per tutta la giornata di ieri. Alla sala operativa della protezione civile attiva alla prefettura del capoluogo umbro non sono stati segnalati pericoli o particolari disagi per le persone. La situazione stamani è in via di miglioramento anche perchè su tutta la zona ha smesso di piovere. Le esondazioni del Tevere sono state segnalate in particolare a Città di Castello, in località Santa Lucia, e tra Perugia, soprattutto presso la frazione di Ponte Valleceppi, e Pontenuovo di Torgiano. Lambite dall’acqua anche le abitazioni più vicine al fiume. I vigili del fuoco sono impegnati in centinaia di interventi in tutta la provincia di Perugia. Per i problemi provocati da Tevere ma anche in seguito ad allagamenti e caduta di piante nell’area tra Gubbio e Castiglione del Lago. Nessun problema particolare viene invece segnalato in provincia di Terni.

Fiumi ingrossati anche in provincia di Firenze a causa delle piogge abbondanti degli ultimi due giorni: l’Arno ha superato di 40 centimetri il primo livello di guardia all’idrometro degli Uffizi (il limite è di 3 metri). È prevista un’ulteriore modesta crescita fino al colmo di piena, atteso intorno alle 12, poi si avrà il calo. Le dighe di Levane e La Penna stanno riducendo le loro portate. L’Arno, a Firenze, dovrebbe tornare a livelli di normalità nel pomeriggio. Il fiume Elsa ha raggiunto a Castelfiorentino il colmo di piena alle 5 di stamani con 2,61 metri (il primo livello di guardia è 2 metri), attualmente è a 2,35 metri, in calo. Personale del Servizio di Piena della Provincia di Firenze, con il supporto del volontariato, sta effettuando il monitoraggio dei fiumi. La Sala Operativa di Protezione Civile ed il Servizio di Piena monitorano costantemente la situazione. Le precipitazioni nevose, invece, sono terminate nel corso della nottatata su tutto il territorio provinciale. Al momento si registrano criticità legate alla presenza di ghiaccio sui passi appenninici del Mugello e pertanto si consigliano catene a bordo, o pneumatici invernali, e particolare cautela nella guida.

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06 gennaio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201001articoli/50996girata.asp

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BRASILE, CROLLA UN PONTE
ALMENO VENTI MORTI

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Il maltempo che imperversa sul sud del Brasile da due settimane ha provocato altre vittime. Dieci persone sono morte e altre dieci sono disperse dopo che un ponte è stato travolto dall’onda di piena del fiume Jacuì, nel Rio Grande do Sul. Il ponte era pieno di gente al momento del crollo, perchè la popolazione della città di Agudo era andata ad osservare la spettacolare piena del fiume, che è straripato e ha allagato tutta la zona. Al momento del crollo si trovavano sul ponte anche il vice sindaco di Agudo e molti tecnici del Comune, che stavano ispezionando le strutture, per timore che non reggessero all’onda di piena. All’improvviso i pilastri hanno ceduto e il manufatto di circa 200 metri si è afflosciato sulle acque vorticose «come un pezzo di carta», come ha raccontato in televisione un testimone. I soccorsi sono stati immediati e decine di persone sono state ripescate da imbarcazioni di soccorso o sono riuscite a nuotare fino alle rive, issandosi sugli alberi semisommersi. Ma chi si trovava nel mezzo della struttura è stato portato via dalle acque. Finora sono stati recuperati dieci cadaveri, e mancano all’appello ancora una decina di persone.

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Il video

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06 gennaio 2010

fonte:  http://www.leggo.it/articolo.php?id=40449&sez=MONDO

Torna blocco per chiamate a 144: Stop a linee erotiche e maghi

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ROMA (6 gennaio) – Con il nuovo anno è tornato operativo il blocco automatico delle chiamate a sovraprezzo come i vecchi 144: tutti quei servizi, tra i quali spiccano oroscopi e linee «calde», che fanno lievitare le bollette telefoniche. E che spesso portavano anche ad addebiti ingannevoli per servizi che non erano stati nemmeno richiesti. È quanto ha previsto l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dopo che precedenti tentativi in questo senso erano stati bocciati dalla giustizia amministrativa.

Il provvedimento è stato approvato lo scorso 28 ottobre, dopo una consultazione pubblica durata 30 giorni. Si tratta di un “filtro” automatico: le famiglie che vorranno continuare a comporre dal telefono fisso questi particolari numeri a pagamento dovranno farne esplicita richiesta, con una telefonata al proprio gestore, altrimenti varrà la regola del silenzio-assenso e lo stop sarà confermato. È anche possibile richiedere al proprio gestore un codice pin con il quale autorizzare, volta per volta, le singole telefonate a sovrapprezzo. E tenere sotto controllo la bolletta.

«Il blocco automatico delle chiamate a sovrapprezzo come i vecchi 144, 166, 709, 899 e altri servizi di oroscopi e linee “calde” va nella giusta direzione di tutela dei consumatori», affermano in una nota Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, presidenti delle associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori.

Erano veramente troppe, lamentano le associazioni, «le truffe e le frodi a danno dei consumatori dai nuovi dialer, capaci di configurare la connessione ad internet su numerazioni satellitari intercontinentali, troppe bollette gonfiate, con connessioni di telefonate a numerazioni satellitari con prefisso 0088, 0011, 0016, al costo di 7,5 euro + Iva ogni 3 minuti, troppi raggiri attuati tramite mini-programmi pirata che esponevano i cittadini ad attivare numerazioni a pagamento. Centinaia di milioni di euro fatturati a danno dei consumatori ogni anno dovevano indurre l’Autorità garante per le comunicazioni a intervenire prima – concludono Adusbef e Federconsumatori -. Comunque meglio tardi che mai».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=86691&sez=HOME_NOSTRISOLDI

Feltri, contro Fini attacco senza freni: “Poveraccio, non sa quello che fa”

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Il direttore del Giornale si scaglia ancora contro il presidente della Camera

“Ha poche idee e confuse. E le prende a prestito dalla sinistra”

Nel mirino anche Renata Polverini: “Non mi ero accorto fosse una donna..”

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ROMA – Lo scontro non accenna a placarsi. Nonostante gli inviti ad abbassare i toni che arrivano dall’interno del Pdl, Vittorio Feltri continua la sua campagna personale contro il presidente della Camera Gianfranco Fini. “Non so quello che succederà tra Fini e Berlusconi nel corso di quest’anno, poichè nessuno sa cos’abbia in testa Fini e, forse, nemmeno lui”. E così, anche oggi, la polemica è servita. Condita da toni duri che non sono una novità: “Fini? Poveraccio, capisco che lui si trovi in difficoltà, dato che probabilmente ha poche idee e confuse. E le prende a prestito dalla sinistra”.

Non usa metafore il direttore del quotidiano berlusconiano. E ripercorre, a suo modo, l’iter politico di Fini: “Aderì al Pdl perchè aveva paura di contarsi, chiese un ruolo istituzionale e lo ottenne divenendo presidente della Camera con una bella poltrona, un grande appartamento, camerieri, servitori: capite, per uno che non ha mai lavorato avere tutto quel po’ po’ di roba. Poi, una volta abituato agli agi si è accorto di non avere più un partito in cui comandare, perchè in quello nel quale era confluito uno che comandava c’era e c’è già: Silvio Berlusconi”.

E’ un fiume in piena Feltri. E a Cicchitto che gli ricorda come i suoi attacchi a Fini siano dannosi per il Pdl, ribatte con una fosca previsione: “Alle prossime elezioni regionali ci sara’ un travaso di voti dal Pdl alla Lega, questo avverra’ ”perche’ quelli che Fini al Nord ha deluso, voteranno per la Lega”.

Contro Fini a testa bassa, dunque. E contro tutti coloro che il direttore del Giornale individua come vicini al presidente della Camera. “Adesso hanno candidato una amica di Fini, Renata Polverini. Tutti i giornali di sinistra la appoggiano, ha un tale di nome Claudio Velardi, amico di D’Alema che gli fa la campagna elettorale, non si capisce più niente. Praticamente, in questo modo se prima nel Pdl c’era un’ala destra, ora c’è un’ala sinistra . Su di lei ho avuto anche una polemica con Daniela Santanchè: lei dice che è una donna e va incoraggiata. Io non mi ero accorto che fosse una donna, per questo non sono stato Cavaliere”.

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06 gennaio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/01/06/news/feltri-attacca-1860366/?rss

Pensioni, l’attacco di Bonanni: “Traditori gli ultimi governi”

PENSIONI

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L’attacco del segretario generale della Cisl
“Applicare la legge che sostuituì il legame con i salari”

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ROMA “I governi, tutti i governi degli ultimi 15 anni, hanno tradito i pensionati”, soprattutto quelli con i redditi più bassi. Si è trattato di un “tradimento pesante e ingiustificabile” a fronte di “un atto di responsabilità” da parte dei sindacati. L’attacco alla politica viene dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni.

“Le pensioni di base – ha detto il segretario della Cisl – sono state troppo esposte al vortice dei prezzi dell’ultimo decennio con l’euro e poi non hanno avuto mai fino in fondo una restituzione che fino agli inizi degli anni Novanta c’era completamente quando le pensioni erano legate ai salari”. Ma poi, aggiunge, “i governi, tutti i governi non hanno mai voluto adeguare le pensioni all’aumento medio della vita”.

“Per le pensioni alte – continua Bonanni – c’è irritazione ma la situazione alla fine è gestibile. Per le pensioni basse invece la situazione è davvero drammatica soprattutto per quelle persone senza famiglia o che vivono nelle grandi città dove il costo della vita è più alto”. Per il dirigente sindacale “si dovrebbe almeno applicare la legge che sostuituì il legame tra pensioni e salari”.

La Cisl da anni protesta per questo motivo e conduce una battaglia in questa direzione: “La stiamo conducendo da tempo – sottolinea il leader della Cisl – nella disattenzione generale, l’ultima protesta c’è stata proprio a giugno quando i pensionati del sindacato sono scesi in piazza del Popolo a Roma”. Negli anni Novanta “si staccarono le pensioni dai salari – spiega Bonanni –  perché questo suscitava anticipo di inflazione, un atto di responsabilità che noi facemmo per non aumentare l’inflazione è stata tramutato in un pesante e ingiustificabile tradimento nei confronti dei pensionati”.

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06 gennaio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/01/06/news/bonanni-pensioni-1856279/?rss