Archive | gennaio 9, 2010

Usa, «Move your money»: La Rete contro le grandi banche

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Usa, «Move your money»

La Rete contro le grandi banche

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La rabbia degli americani contro le grandi banche salvate oltre un anno fa dai soldi di tutti e che hanno ricominciato a fare solo i propri interessi ha trovato uno sfogo: è la campagna «Move your money», vale a dire sposta il tuoi soldi, che in poche settimane, grazie ad Internet, Facebook e Twitter, ma anche anche da uno sponsor come Arianna Huffington, ha convinto migliaia di americani a chiudere il conto corrente presso grandi banche, quelle salvate con i bailout, per aprirle in piccoli istituti di credito, orientati agli interessi delle piccole comunità.

Banche, si legge sul sito dell’iniziativa, che «generalmente evitano gli investimenti irresponsabili e le manovre finanziarie che hanno portato alla crisi». «Bisogna dire basta», titola oggi l’Huffington Post, il sito della famosa commentatrice liberal e ora sempre più affermata imprenditrice dell’informazione online, che è stata sin dall’inizio la paladina della campagna anti-banche.

Così, mentre attraverso la Rete ed i social network si allarga di minuto in minuto la rete degli americani che vogliono «spostare il sistema finanziario da Wall Street a Main Street», anche i grandi media si sono interessati al fenomeno al quale l’«Abc» ieri ha dedicato un servizio di approfondimento.

«Una campagna che sta avendo risonanza per una ragione» titola l’American Banker, esprimendo preoccupazione che per un fenomeno che, per quanto marginale considerato «il settore limitato della società a cui si rivolge l’Huffington Post», dà la misura di come «la rabbia ed il sospetto che si sono costruiti contro le banche, potrà creare dei danni».

Il Christian Science Monitor
anche oggi dedica un articolo alla campagna, in cui spiega che sul sito di «Move your money» è disponibile un motore di ricerca che, introdotta la città e il codice postale, di residenza, offre una lista di banche alternative alle grandi da contattare. Da quando il sito è stato creato il motore di ricerca viene consultato almeno 40-45mila volte al giorno, assicurano i responsabili che del resto non hanno ancora dati più concreti dell’effetto della loro campagna. Il boom si è registrato soprattutto dopo che Arianna Huffington è andata alla Cnn per promuovere la campagna: nelle 48 ore successive 80mila persone hanno usato il motore per trovare una banca locale.

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09 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93504

SCUOLA – Tetto del 30% agli studenti “stranieri”. In ballo 500 scuole, quasi tutte al Nord

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I numeri del ministero indicano che il problema esiste soprattutto nel Settentrione
Una ricerca della Moratti dimostrava che gli italiani vanno meglio in classi multietniche

Tetto del 30% agli studenti “stranieri”
In ballo 500 scuole, quasi tutte al Nord

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di SALVO INTRAVAIA

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Una classe multietnica in una scuola materna ed elementare milanese

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ROMA – Il tetto al numero di stranieri in classe è una partita quasi tutta padana. I dati sulla presenza nelle aule scolastiche degli oltre 629mila alunni con cittadinanza non italiana lo indicavano già: nelle otto regioni più settentrionali ce ne sono quasi 411 mila, il 65 per cento del totale.
E a confermarlo arrivano anche i numeri diffusi ieri sera da viale Trastevere sulle scuole con una presenza di allievi stranieri superiore al 20 per cento e su quelle che superano addirittura il 30 per cento. E a conti fatti, si può affermare che al Nord una scu.ola su tre ha più del 20 per cento di alunni stranieri.
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Nello scorso anno scolastico, comunicano da Palazzo della Minerva, “490 sono state le istituzioni scolastiche, concentrate soprattutto al Nord, che hanno avuto una presenza di alunni con cittadinanza non italiana superiore al 30 per cento, mentre 1.103 sono state quelle, sempre in prevalenza al Nord, con presenza di allievi stranieri pari al 20/30 per cento”.
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In totale, dunque, si tratta di 1.593 istituzioni scolastiche quasi tutte nel settentrione d’Italia, dove in totale si contano 3.686 scuole. Le cifre ufficiali del ministero sono contenute nella circolare sulle “Indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana”, che ha riportato la scuola al centro del dibattito politico. Questa volta per il tetto del 30 per cento al numero di alunni stranieri introdotto, a partire dal prossimo anno scolastico, dal ministro Mariastella Gelmini. “Non certo per un problema di razzismo ma per un problema soprattutto didattico”, ha dichiarato la stessa Gelmini che, con questo provvedimento, intende “favorire l’integrazione”, evitando “la formazione di classi ghetto con soli alunni stranieri”.

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Ma un documento elaborato nel 2005 dal ministero dell’Istruzione ai tempi di Letizia Moratti sembra confutare questa tesi. Quel documento affermava che l’aumento della percentuale degli studenti stranieri in classe non incideva sul tasso di promozione. Anzi la presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane migliora anche i risultati degli alunni italiani. Nelle scuole elementari di medie dimensioni (con oltre 300 alunni), pur essendo inferiore a quello dei compagni italiani, il tasso di promozione degli alunni stranieri aumenta man mano che  cresce la presenza degli stranieri stessi in classe.
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Alle medie le cose vanno diversamente. Ma la percentuale di alunni italiani promossi a fine anno è maggiore nelle scuole elementari e medie con almeno un alunno straniero rispetto alle scuole dove non ci sono alunni di altre nazionalità. E, di nuovo, la variazione sul tasso di promozione al crescere della percentuale di stranieri in classe è poco significativa, quando non aumenta addirittura.
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09 gennaio 2010
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“No a Via Craxi”, manifestazione a Milano / VIDEO: Marco Travaglio ci racconta di Bettino Craxi

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Povero Bobo, deve mancargli davvero, il babbo, per essere sempre pronto a difenderlo così strenuamente fino a giungere all’invettiva. Da Hammamet. Dalla sua villa. Che il padre, se non ricordo male, acquistò grazie ai buoni uffici di un faccendiere legato al regime, e in odore di malavita.. Mah, chi siamo noi per giudicare. Magari era pure un sant’uomo (il padre, che il figlio, mi risulta, pare sia ancora in vita). Certo è, diciamola tutta, che quanto ai ‘patetici’ uno come lui è proprio messo male. Bobo. Mah.

mauro

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IN UN CENTINAIO AL CORTEO INDETTO CONTRO LA DECISIONE DEL SINDACO MORATTI

“No a Via Craxi”, manifestazione a Milano

Di Pietro e Grillo in piazza: «È una violenza alla storia». Il figlio Bobo da Hammamet: «Patetici»

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Grillo in piazza
Grillo in piazza

MILANO – Oltre un centinaio di persone ha manifestato nel pomeriggio, sotto un’intensa pioggia, contro l’intenzione dell’ amministrazione Moratti di intitolare una via a Bettino Craxi. Al presidio, organizzato da Piero Ricca e dall’associazione “Qui Milano Libera” in piazza Cordusio hanno partecipato tra gli altri anche il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro e il blogger Beppe Grillo che hanno parlato da un piccolo palco allestito nel piazzale, sotto un grande striscione con la scritta “No alla via a Craxi”.

GRILLO IN PIAZZA – «Riteniamo – ha detto Di Pietro – che si stia facendo una violenza alla storia nel far credere che deve essere riabilitata una persona senza informare i cittadini che questa sul piano politico ha indebitato il Paese, su quello giudiziario ha fatto il latitante, e che ha usato le istituzioni per fregare i soldi ai cittadini». «Utilizzare questa persona come punto di riferimento per il riscatto del Paese – ha concluso Di Pietro – è come usare Lucifero per inneggiare a Dio». Caustico Grillo: «Non sono contrario ad una targa, un vicoletto dedicato a Craxi purché siano intitolate vie anche ad altri: ci potrebbe essere, ad esempio, Buenos Dell’Utri al posto di corso Buenos Aires a Milano, o Largo Mangano». «La verità – prosegue Grillo – è che chi ci amministra non sa nulla di quel che pensano i cittadini. Se avessero fatto Dario Fo sindaco di Milano a quest’ora avremmo una cittá capitale della cultura in Europa e non una m…».

SIPARIETTO – Di Pietro e Grillo sono stati anche protagonisti di un piccolo siparietto inscenato davanti alle telecamere. Mentre il leader dell’Idv si intratteneva a parlare con i cronisti sotto il palco, il comico genovese gli è arrivato alle spalle lanciandogli al volto un foglio di carta appallottolato. «Ecco – ha scherzato Grillo abbracciando Di Pietro – vedi che ti ho tirato anch’io qualcosa».

LA REAZIONE DI BOBO – «Di Pietro e Grillo sono un po’ patetici: fanno una manifestazione contro un uomo politico che non c’è più. Un caso unico al mondo: c’è di che riflettere…» è stato il laconico commento di Bobo Craxi, figlio di Bettino, in una nota da Hammamet.

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09 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_09/grillo_craxi_milano_d8489470-fd38-11de-9229-00144f02aabe.shtml

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Marco Travaglio ci racconta di Bettino Craxi

Basta con l’assedio di Gaza, fateli vivere in Pace e con Dignità

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Basta con l’assedio di Gaza, fateli vivere in Pace e con Dignità

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Scritto da Greta Berlin | 08 Gennaio 2010
Posted in News

Questa notte F16 Israeliani hanno attaccato Gaza a nord, ovest , sud e al centro, provocando ingenti danni, e terrorizzando una volta ancora i Palestinesi di Gaza con le bombe Americane e la politica genocida Israeliana. Viva Palestina è ancora lì, e la Gaza Freedom March è appena terminata.

Esortiamo quanti di noi, Palestinesi, Internazionali e Israeliani,  continuano ad essere oltraggiati, a far sentire la propria voce. Guardate questo video che mostra quanto è accaduto nel mondo mentre i sostenitori marciavano il 31 dicembre 2009 ed il 1° gennaio 2010 che chiedere ai propri governi di “Interrompere l’assedio di Gaza e di lasciarli vivere in pace e con dignità”.

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Il famoso brano musicale che sentirete: Va pensiero di Giuseppe Verdi è stato rappresentato la prima volta a Milano nel 1842, quando gran parte dell’Italia del nord era sotto il dominio Austriaco, occupata come la Palestina oggi. Il coro esprime la sofferenza degli Ebrei quando furono conquistati e poi esiliati dalla propria terra dal Re Babilonese Nabucodonosor .

Il coro è diventato un potente canto per la libertà di tutti i popoli oppressi ed è dedicato alla lotta dei Palestinesi per la giustizia, dalla Cisgiordania occupata all’assediata Gaza.

Fate attenzione al prossimo annuncio, in primavera, di una flotta di barche del Free Gaza Movement dirette a Gaza.

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fonte:  http://www.freegaza.org/

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Cresce il debito delle famiglie italiane, ma gli altri europei stanno peggio

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I dati della Cgia di Mestre rivelano che l’indebitamento ha superato i 524 miliardi di euro
Situazione più difficile in Spagna, Francia, Germania e soprattutto Gran Bretagna

Cresce il debito delle famiglie italiane
ma gli altri europei stanno peggio

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La spesa al mercato della frutta

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VENEZIA – Oltre 524 miliardi. E’ la quota raggiunta dall’indebitamento complessivo delle famiglie italiane nel 2009. Lo rileva l’analisi periodica dell’ufficio studi di Cgia di Mestre, sottolineando come, seppur in crescita, si tratti di un importo più contenuto di quello registrato nei principali Paesi dell’Ue. In Spagna, ad esempio, l’indebitamento delle famiglie ha toccato la quota di 896,7 mld di euro; in Francia è di 942,4 mld di euro; in Germania di 1.515,2 mld di euro e nel Regno Unito arriva a 1.605,3 mld di euro. Per ogni famiglia italiana l’importo medio dell’indebitamento nel 2009 è stato di 21.270 euro, contro i 36.150 euro registrati in Francia, i 37.785 euro dei tedeschi, i 55.886 degli spagnoli e i 63.477 euro degli inglesi.
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Dall’analisi della Cgia emerge inoltre che i 524 miliardi di euro di debiti dei nuclei familiari italiani incidono sul Pil nazionale per il 34,2%. Un valore ben lontano da quello rilevato in Francia dove gli oltre 942 miliardi fanno arrivare tale rapporto al 49,1%. I risultati più preoccupanti riguardano Germania, Spagna e, soprattutto, Regno Unito. Oltre Manica l’indebitamento delle famiglie (1.605 miliardi di euro) incide per più del 100% sul Pil. In Spagna, invece, il rapporto dei debiti delle famiglie sul Pil scende, ma non di molto, toccando quota 83,6% mentre in Germania è pari al 63,5%.
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“Seppur in affanno, le famiglie italiane sono le meno indebitate d’Europa – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – . Le statistiche non lasciano dubbi: nonostante gli effetti della crisi non accennino a diminuire, reggiamo il confronto con gli altri paesi Ue. Abbiamo i nostri conti pubblici che continuano a peggiorare, ma fortunatamente livelli di risparmio privato molto elevati e quote di indebitamento delle famiglie italiane molto contenute”.
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09 gennaio 2010
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L’uomo che sapeva troppo e i segreti della mafia bulgara

No Official Charges Yet for Detained Top Bulgaria Crime Bosses: No Official Charges Yet for Detained Top Bulgaria Crime Bosses

Krasimir Marinov, the Big Marguin (l) and Stefan Bonev Sako(c) were arrested Tuesday after the murder of controversial journalist Bobi Tsankov while police is still searching for Marinov’s borther, Nikolay, the Little Marguin (r) Photo by BGNES (fonte: http://www.novinite.co/view_news.php?id=111684)

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LA STORIA | Il reporter investigativo è stato freddato con cinque colpi di pistola nel centro di Sofia la mattina del 5 gennaio

Perché hanno ucciso il giornalista Bobby Tsankov

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Boris «Bobby» Tsankov aveva pubblicato nel 2009 un libro sulla mafia bulgara. È stato ucciso il 5 gennaio a 31 anni

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Si sentiva braccato da mesi. «I fratelli », «Sako», Mityo detto «l’occhio», i padrini della mafia bulgara con quei soprannomi da romanzo criminale li conosceva tutti. Qualcuno aveva già dato l’ordine, lui aspettava. Martedì 5 gennaio Boris «Bobby» Tsankov è stato freddato sulle scale di un condominio nel centro di Sofia, poco distante dalla chiesa ortodossa di Santa Nedelia. Nevicava, era appena passato mezzogiorno, quattro proiettili vicino al cuore, uno alla testa. L’ex speaker radiofonico che aveva «detto troppo» sui legami tra crimine e affari è morto sul colpo, aveva 31 anni, sarebbe diventato padre in primavera. È il primo omicidio eccellente dell’era di Boiko Borisov, il premier in carica dallo scorso luglio che ha promesso di riportare in Bulgaria legalità, ordine, e i fondi Ue congelati per gli scarsi risultati nella lotta alla corruzione.

L’attesa di Bobby era cominciata a novembre con la pubblicazione del suo primo libro, «I segreti dei gangster». Aveva in cantiere «I segreti 2 — La guerra della droga» e progettava il terzo capitolo. Scriveva di cronaca nera per un giornale scandalistico, riceveva minacce, aveva fatto più volte i nomi di chi lo voleva morto. Negli ultimi tempi avevano fatto rumore due interviste tv nelle quali Tsankov aveva parlato di passati omicidi mafiosi e raccontato nei dettagli il sottobosco malavitoso dell’area balcanica, leggi non scritte e protagonisti che conosceva a fondo. «Ho fatto parte di quel mondo» dichiarava apertamente.

Era stato uno degli uomini di Anton Miltenov chiamato «il becco», trafficante di droga ucciso nel 2005. Secondo la stampa MarkoMilosevic, figlio del dittatore serbo Slobodan, gli aveva recentemente consigliato di non diffondere informazioni sulle rotte del contrabbando di sigarette che passano dalla Bulgaria. Lo stesso Bobby era sopravvissuto a due attentati nel 2003 e nel 2004. Negli anni aveva collezionato una lunga serie di denunce per frode, dai registri della Corte regionale di Sofia sono emerse dodici condanne: era nota quella del 2007 a tre anni e mezzo di reclusione per aver estorto denaro promettendo pubblicità occulta durante i suoi programmi radiofonici. La condanna era stata sospesa.

Poi il malvivente dall’aria infantile aveva deciso di fare il salto e mettere la sua conoscenza dei codici malavitosi al servizio dello Stato, seguendo le orme di Georgi Stoev, lo scrittore anti-crimine assassinato nel 2008, in pieno giorno nel centro di Sofia. I vecchi nemici di Bobby attaccavano le sue manie di grandezza, i detrattori più tiepidi se la prendevano con la prosa colorita e sgrammaticata. Le forze dell’ordine si fidavano di lui. Era diventato un informatore prezioso. C’erano le sue soffiate dietro la decapitazione della banda degli «Insolenti», 25 arresti a fine dicembre che avevano sbaragliato la rete dei sequestri e segnato il primo successo della linea dura promessa dal nuovo governo di centrodestra. L’omicidio potrebbe essere la risposta dei clan alla maxioperazione. Gli inquirenti non tralasciano alcuna ipotesi, vendetta, regolamento di conti, episodio marginale nella faida per il controllo del mercato della droga. Subito dopo l’assassinio la polizia ha lanciato perquisizioni a tappeto da Sofia a Plovdiv e arrestato uno dei signori della droga, «Sako» Bonev, subito rilasciato. Resta invece in carcere il maggiore dei «fratelli », il boss Krasimir Marinov sospettato di aver ordinato l’esecuzione; il fratello minore, Nikolai, è latitante. Alla macchia anche i due killer, ripresi dalla telecamera di un bancomat di fronte all’edificio della sparatoria nella quale sono rimasti feriti una guardia del corpo e l’avvocato di Tsankov. Secondo la stampa l’arma del delitto sarebbe stata trovata nella sede di una grande compagnia di assicurazioni.

Un personaggio che divide, Tsankov. Per l’ex ministro degli Interni Tsviatko Tsvetkov il reporter stava per svelare pesanti collegamenti tra la criminalità organizzata e politici di primo piano, sarebbe stato ucciso per questo. L’attuale responsabile del dicastero Tsvetan Tsvetanov ha invece invitato stampa e popolazione a non trasformare in martire un uomo «che è stato un indagato piuttosto che un giornalista investigativo».

«Se sono orgoglioso del mio passato? — aveva detto Bobby in una delle ultime interviste — Non ho risposte, né rimpianti».

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Maria Serena Natale
09 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_09/natale-uomo-ucciso-mafia-bulgara_0b528dac-fcf4-11de-9229-00144f02aabe.shtml

Intervista a Saviano: Il coraggio di insorgere contro la mafia

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Saviano: il coraggio di insorgere contro la mafia

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di Giorgio Santilli

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«Gli immigrati non vengono in Italia solo a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma anche a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere». Roberto Saviano, autore trentenne del bestseller mondiale Gomorra, simbolo della lotta alle mafie che il Sole 24 Ore ha inserito nella classifica dell’uomo dell’anno per la battaglia di legalità, non rinuncia a vedere negli incidenti di Rosarno un lato positivo. L’altra faccia della luna. A mostrarla sono gli immigrati che protestano contro le mafie oggi come a Villa Literno nel settembre 1989, dopo l’omicidio del sudafricano Jerry Masso, e a Castel Volturno nel settembre 2008 dopo l’uccisione di sei immigrati.

Saviano – che in questa intervista lancia l’allarme per il rischio di nuovi attentati di ‘ndrangheta e camorra dopo la bomba di Reggio Calabria – non nega che le modalità della rivolta siano criticabili, ma è convinto che «a ribellarsi è la parte sana della comunità africana» che non accetta compromessi con la criminalità. «Quello che colpisce – dice lo scrittore – è che gli immigrati hanno un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso. Per loro il contrasto alle organizzazioni criminali è questione di vita o di morte». Non vanno criminalizzati. «Piuttosto dovremmo considerarli alleati nella battaglia all’illegalità».
Saviano non vuole criminalizzare gli immigrati di Rosarno, che nelle regioni a rischio mafia entrano nella rete della criminalità organizzata fin dallo sbarco. «Mentre nel nord Italia la Lega ha continuato a ostacolare l’immigrazione, la camorra si è lentamente impadronita del monopolio dei documenti falsi: le leggi più severe sull’immigrazione le hanno fruttato milioni di euro».

Saviano, lei usò parole dure anche in occasione del massacro di Castel Volturno, territorio che conosce bene.
Di Rosarno come di Castel Volturno si parla solo quando c’è una rivolta. Anche questo mi colpisce: il silenzio favorisce le mafie e si perdono occasioni di sviluppo. Castel Volturno ha il maggior numero di abusi edilizi al mondo ed è il comune più africano d’Italia.

C’è una connessione fra le due cose?
Era una città abbandonata per via dell’abusivismo e nei palazzi vuoti arrivarono gli africani. È diventata così la prima città africana d’Italia. Anziché valorizzarla, l’abbiamo nascosta come fosse una suburra.

Valorizzarla, come?
Qualunque paese europeo avrebbe fatto un vanto di avere una città tutta africana e l’avrebbe messa sotto i riflettori mediatici. Avrebbe fatto un sindaco immigrato, avrebbe portato lì le ambasciate dei paesi africani, avrebbe organizzato un bel festival africano. Ne avrebbe fatto una porta sul Mediterraneo. Invece, si è consegnata la città in mano alla mafia nigeriana con il risultato di farne uno snodo del traffico della droga. Una città dove la maggior parte degli immigrati onesti vivono una vita d’inferno.

Cos’è che i media non raccontano?
La Calabria è, come la Campania, un territorio che vive una guerra quotidiana. Se si vedono i dati, ci sono tantissimi attentati alle associazioni antiracket o a consiglieri comunali, intimidazioni con un colpo sparato alla porta o una molotov su una tomba. Magistrati continuamente nel mirino come Raffaele Cantone o Nicola Gratteri. È una guerra silenziosa che non trovi sui giornali.

Che significa in questa guerra quotidiana la bomba alla procura di Reggio?
È il segno che la ‘ndrangheta alza il livello dello scontro. È una bomba artigianale, quindi un segnale di misura contenuta e simbolica ancora, un messaggino. La famiglia Condello possiede bazooka ed esplosivi C3 e C4, capaci di far saltare l’intero edificio della procura.

È credibile che l’attentato sia stato deciso da una riunione di tutti i capiclan?
Mi pare più probabile che l’abbia deciso una famiglia e abbia ottenuto il silenzio-assenso delle altre. Certo è un segnale condiviso in qualche misura da tutte le ‘ndrine.

Un segnale alla procura o a chi altro?
Alla procura, non c’è dubbio. Le grammatiche delle mafie sono disciplinatissime. Se avessero voluto intimidire la direzione antimafia, l’avrebbero messo alla loro sede.

Perché ora?
Ci sono due livelli di risposta. Il primo riguarda la procura di Reggio Calabria. Il destinatario della bomba è il procuratore capo che è arrivato un mese fa e ha già fatto scelte importanti. Penso ci fossero correnti di magistrati, all’interno della procura, che le cosche preferivano. Non necessariamente colluse. Forse, più semplicemente, meno efficienti. Istruire le carte di un processo in tre mesi o due anni può cambiare il destino di una famiglia, saltano attività economiche, azioni criminose.

C’è un livello di lettura più generale dell’attentato di Reggio Calabria?
Molto è cambiato con gli arresti nel casertano e le sentenze di condanna in Calabria. Un anno e mezzo fa a Reggio è stato arrestato Pasquale Condello detto “il supremo”. Era il leader indiscusso, uomo capace di mediazione, anche con la politica. Il suo arresto ha messo in crisi assetti consolidati. Le mafie si aspettavano molto dai loro referenti politici e non sono disposte a vedere che se la cavano. Il problema non riguarda solo la Calabria.

Pensa che l’episodio della bomba non resterà isolato?
Non mi aspetto che sia finita qui. Chiedo molta attenzione al governo, ai media. Il 15 gennaio dovrebbe chiudersi in Cassazione il processo Spartacus contro i Casalesi. È il primo processo sull’intera organizzazione camorristica che arriva al terzo grado. È il più importante processo di mafia nella storia insieme al maxiprocesso di Palermo. Se le condanne saranno confermate, l’organizzazione non potrà non fare nulla, manderà segnali.

C’è il rischio di una escalation.
Tanto più se la cosa passerà sotto silenzio. Ricordo che questo processo era durato dieci anni in primo grado e, dopo che sono stati accesi i riflettori sui Casalesi, fino ad allora sconosciuti alla pubblica opinione, il processo di appello è durato un anno e mezzo e ora il terzo grado un anno.

C’è un collegamento fra questi gruppi? Siamo abituati a ragionare che le mafie sono sistemi isolati.

Le mafie non sono monadi isolate. Casertani e calabresi sono in continua connessione perché sono le mafie degli investimenti e delle regole. Non come i napoletani, sregolati, e i siciliani, ormai vecchi. In Romania stanno lavorando insieme, sui casinò investono insieme. Le loro strutture seguono la globalizzazione con ritmi più veloci di quanto riesca a fare lo Stato. Nelle loro strutture ci sono domenicani, boliviani, tedeschi. Negli ultimi arresti fatti a Caserta c’era un tunisino affiliato. La camorra è la prima mafia ad aver aperto agli stranieri e fra dieci anni avremo capicamorra arabi e slavi.

Il cambiamento di clima confermerebbe quel che dice il ministro Maroni: una risposta dello Stato c’è già stata. Che valutazione dà del modello Caserta?
È stato fatto un buon lavoro: arresti e molta pressione sulle amministrazioni pubbliche, sul risparmio, sul ciclo dei rifiuti. Però le mafie sono tutt’altro che sconfitte ed è un errore grave dirlo o anche solo farlo pensare.

Qual è la realtà della vita quotidiana?

Se cammini sulla Napoli-Caserta, anche stasera, continui a vedere, proprio come dieci anni fa, i fuochi delle discariche abusive che bruciano copertoni arrivati da tutta Italia. Non è vero che il ciclo dei rifiuti è stato sconfitto. Ancora sono liberi, per altro, Antonio Iovine e Michele Zagaria, latitanti da 13 anni, i capi, uomini del cemento che investono a Roma e in Romania.

Siamo in una fase di transizione?
C’è una operatività dello Stato che viene riconosciuta dalle mafie ma non ancora considerata fisiologica. Se lo Stato fosse unito e la risposta compatta, le mafie capirebbero che qualunque azione peggiorerebbe la loro situazione. Se alzano il tiro è perché sanno che ancora possono parlare con qualcuno all’interno dell’apparato statale. È un brutto clima, lo stesso che ha portato alla primavera siciliana, quando fu ucciso Lima.

Il sequestro di beni è strumento risolutivo?

Un salto di qualità c’è stato anche lì. Però rinnovo l’invito a non abbassare la guardia. Sequestrare la Lamborghini o la villa è importante, ma non abbiamo ancora intaccato i patrimoni attivi delle mafie. La cosa davvero importante è che non si mettano all’asta. Chiedo a Maroni che intervenga su questo punto: i beni vengano immediatamente riassegnati alle biblioteche, alle associazioni antiracket, alle università.

Sul piano repressivo che altro bisogna fare?

La repressione non basta. Bisogna sconfiggere l’economia mafiosa, passare al sequestro delle loro aziende. Ci vuole un segnale di cambiamento anche a livello di leggi: lo scudo fiscale, il limite alle intercettazioni, il patteggiamento per i reati di mafia non vanno bene.

Qual è l’obiettivo?
Deve essere premiato il mondo delle imprese pulite, si deve permettere all’imprenditore di guadagnare dalla prassi antimafia. Oggi per l’imprenditore pulito essere contro le organizzazioni mafiose porta solo svantaggi e danni.

Come?
Va bene quel che ha cominciato a fare Confindustria Sicilia: cacciare dal mercato chiunque partecipi all’economica mafiosa, prima ancora che per un fatto morale, per una concorrenza sleale. Prendiamo gli appalti. Il gioco del massimo ribasso fa vincere le mafie perché possono fare costi più bassi: pagano meno la manodopera in nero, ammortizzano i costi con altre entrate come la droga. Se non cambi le regole degli appalti, vinceranno sempre.

Ance propone di passare a un sistema di subappalti in cui l’appaltatore scelga in un elenco di imprese pulite selezionate dalle Procure. Che ne pensa?
Il certificato antimafia è una garanzia di partenza ma non basta. Bisogna togliere all’imprenditore pulito la possibilità di utilizzare il vantaggio competitivo che arriva dall’economia mafiosa. La proposta va in quella direzione.

Che significa uscire dal sistema del massimo ribasso?
Se un’impresa investe per lo sviluppo del territorio, per esempio con una scuola di formazione di carpentieri, va premiata. Di più: bisogna premiare l’attività antimafiosa delle imprese. Nelle gare d’appalto basta massimo ribasso, diamo un premio a chi si impegna in un’attività antimafiosa: chi denuncia il pizzo o l’economia mafiosa. Se vogliamo vincere questa guerra dobbiamo abbandonare il formalismo di certe gare e la legge del massimo ribasso.

Che altro si può fare per sconfiggere l’economia mafiosa?

Fare quello che fa l’associazione Libera. Porta lì ragazzi di Torino, del Friuli, romani o umbri a fare il lavoro con le bufale di Schiavone o i filari di vite portati via a Reina. Combatte l’economia mafiosa e occupa il territorio.

Vede segnali positivi?
Cresce il disgusto degli elettori per politici collusi di destra e sinistra. Penso alla Campania dove il coordinatore Pdl è Nicola Cosentino che dice di essere dalla mia parte, ma non lo è affatto. I processi faranno il loro corso. A un politico, però, bisogna chiedere non solo di essere lontano dagli affari criminali, ma anche di avere una reputazione lontana dagli affari criminali. Il fatto che sul territorio un politico sia considerato da tutti come interlocutore di quel mondo è di per sé imbarazzante anche qualora non fosse condannato. Aggiungo che anche le politiche del centro-sinistra degli ultimi anni sono state politiche di connivenza. Spero che gli elettori alle prossime regionali facciano pulizia dei collusi mandando un segnale chiaro.

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09 gennaio 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/01/rosarno-saviano-immigrati.shtml