Archivio | gennaio 10, 2010

Medioriente, gli errori della Cia e la schizofrenia americana

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Medioriente, gli errori della Cia e la schizofrenia americana

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di Robert Fisk

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Nel grande edificio che ospita l’ambasciata americana sulle colline in prossimità della capitale giordana, Amman, un ufficiale superiore delle Forze Speciali americane gestisce un ufficio altrettanto speciale. L’ufficiale compra informazioni dagli ufficiali dell’esercito e dei servizi della Giordania – in contanti, ovviamente – ma contribuisce anche ad addestrare soldati e agenti di polizia afgani e iraniani. Le informazioni che cerca non riguardano esclusivamente Al Qaeda, ma anche gli stessi giordani, la lealtà dell’esercito al re Abdullah II nonché gli insorti anti-americani che vivono in Giordania, per lo più iracheni, ma anche i rapporti tra membri iracheni di Al Qaeda e l’Afghanistan.

In Medio Oriente è facile comprare ufficiali dell’esercito. Gli americani hanno passato gran parte del 2001 e del 2002 a mettere a libro paga i signori della guerra in Afghanistan. Hanno pagato le truppe giordane perché si unissero all’esercito di occupazione americano in Iraq – e proprio per questa ragione l’ambasciata giordana a Baghdad è stata bombardata dai nemici di Washington.

Quanto ha fatto l’agente doppio della Cia, Humam Khalil Abu-Mulal al-Balawi – anch’egli medico come molti seguaci di Al Qaeda – era del tutto normale. Lavorava per entrambi gli schieramenti in quanto da tempo i nemici dell’America hanno infiltrato loro agenti nei servizi segreti dei Paesi arabi «alleati« di Washington. Anche Abu Musab al-Zarqawi, un giordano che è stato alla testa dell’insurrezione di Al Qaeda in Iraq, ha mantenuto i contatti con i servizi di Amman, il cui ufficiale superiore Sharif Ali bin Zeid, è stato ucciso questa settimana insieme ad altri sette americani in quello che è stato il più grave colpo subito dalla Cia dopo il bombardamento dell’ambasciata americana a Beirut nel 1983.

Tuttavia lo spionaggio in Medio Oriente non ha alcunché di romantico. Numerosi agenti della Cia uccisi in Afghanistan erano stati ingaggiati come mercenari mentre le spie giordane del «mukhabarat» (NdT, servizio segreto), per cui lavoravano sia bin Zeid che al-Balawi, torturano regolarmente i presunti nemici della Giordania e hanno torturato uomini che erano stati «trasferiti» ad Amman dalla Cia durante la presidenza Bush.

Il mistero tuttavia non consiste tanto nella presenza di agenti doppi all’interno dell’apparato di sicurezza degli Stati Uniti in Medio Oriente, quanto nell’utilità, tutta da dimostrare, di una «talpa» giordana in Afghanistan. Pochissimi arabi parlano Pashtun o Dari o Urdu, mentre al contrario sono numerosi gli afgani che parlano arabo. La cosa, tuttavia, induce a ritenere che ci siano stati legami molto più stretti tra gli insorti iracheni anti-americani ad Amman e gli insorti afgani.

Quindi sul piano squisitamente logistico è del tutto chiaro che – malgrado tra i due Paesi si trovi il vasto territorio dell’Iran – gli operativi iracheni e afgani di Al Qaeda sono in condizione di collaborare. In altre parole, così come la Cia riteneva sconsideratamente di poter stringere rapporti amichevoli e di potersi fidare degli agenti dei servizi dei Paesi musulmani, la stessa cosa pensavano gli insorti. La presenza in Afghanistan di una spia giordana anti-americana – disposta a correre il rischio di perdere la vita a molta distanza dalla sua patria – è la prova di quanto stretti siano i legami tra in nemici dell’America ad Amman e nella parte orientale dell’Afghanistan. Non sarebbe azzardato ipotizzare che i giordani anti-americani abbiano contatti che arrivano fino ad Islamabad.

Se vi sembra una ipotesi troppo fantasiosa non dimenticate che se fu la Cia ad appoggiare i combattenti arabi contro l’esercito sovietico in Afghanistan, fu il denaro saudita a finanziare la resistenza. All’inizio degli anni 80, il responsabile dei servizi segreti dell’Arabia Saudita incontrava regolarmente Osama bin Laden nell’ambasciata saudita di Islamabad e aveva rapporti con il servizio segreto pakistano che forniva aiuto logistico ai «mujahidin» come poi fece – e continua a fare ancora oggi – con i talebani. Se gli americani credono che i sauditi non stiano inviando denaro ai nemici dell’America in Afghanistan – o agli altri nemici fondamentalisti in Iraq e in Giordania – allora vuol dire che la Cia non capisce nulla di quanto accade in Medio Oriente.

Ma disgraziatamente le cose stanno proprio così. Il desiderio dell’America di essere amata e al contempo temuta ha erroneamente indotto i suoi servizi segreti a fidarsi di quanti appaiono amici, criminalizzando quelli che si suppone siano nemici. È esattamente quanto è accaduto in Libano prima che l’attentatore suicida sciita facesse saltare in aria, nel 1983, l’ambasciata americana di Beirut durante una riunione di quasi tutto il personale della Cia impegnato in operazioni in Medio Oriente. La maggior parte degli agenti morirono nell’attentato. L’ingresso agli uffici della Caia nell’edificio dell’ambasciata situato sul lungomare di Beirut era strettamente sorvegliato, ma tra gli operativi in Libano c’erano uomini e donne che lavoravano sia per gli israeliani che per la primitiva versione di Hezbollah e gli addetti alla sicurezza dell’ambasciata americana uscivano con donne libanesi che non erano state sottoposte a nessuna seria verifica.

Ma l’asse giordano-americano èdi ben altra natura. In questo caso la Cia agiva in un ambiente quasi completamente musulmano sunnita tra giordani che, pur accettando il denaro della Cia, avevano molte ragioni per contrastare le politiche di Washington e del re di Giordania. Un minoranza consistente di agenti dei servizi segreti giordani sono di origine palestinese e sono del parere che l’acritico, servile appoggio di Israele da parte degli Stati Uniti abbia distrutto la «nazione» palestinese e schiacciato il suo popolo. Il desiderio della Cia di fidarsi dei «collaboratori assunti sul luogo» non è dissimile dalla fiducia che i britannici nutrivano nei confronti dei Sepoy (NdT Parola di origine persiana che indicava qualunque militare indigeno dell’India facente parte dell’esercito britannico) alla vigilia della ribellione degli indiani contro la dominazione della Gran Bretagna.

I «loro» reggimenti locali non si sarebbero mai opposti al comandante; i «loro» ufficiali indiani sarebbero rimasti leali. Ma non andò così.  La vittima giordana di Balawi, bin Zeid, ha avuto onoranze funebri da martire alla presenza del cugino, il re Abdullah. Vediamo chi presenzierà alla sepoltura del suo assassino – sempre che sia rimasto qualcosa da seppellire.

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© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

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10 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93522

Libertà di religione? Per 5 miliardi di uomini è un sogno proibito

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Libertà di religione? Per 5 miliardi di uomini è un sogno proibito

Lo dimostra il Pew Forum con la più grande indagine mai compiuta sul tema. Alle restrizioni dei governi si sommano le ostilità sociali. Anche i paesi più liberi non ne sono immuni. In Israele, incidenti tra ebrei ultraortodossi e cristiani

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di Sandro Magister
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ROMA,
8 gennaio 2010 – Il diagramma riprodotto qui sopra classifica le cinquanta più popolose nazioni del mondo sulla base delle rispettive restrizioni alla libertà religiosa: sia le restrizioni imposte dai governi, in misura crescente da sinistra verso destra, sia quelle prodotte da violenze di persone o di gruppi, in crescendo dal basso verso l’alto.

Le violazioni della libertà religiosa saranno un tema rilevante del discorso che papa Benedetto XVI terrà l’11 gennaio – come ogni inizio d’anno – al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Il tema non è nuovo. Eppure mai prima d’ora era stato analizzato con la precisione scientifica messa in campo dal Pew Forum on Religion & Public Life di Washington, nell’indagine da cui è tratto il diagramma.

L’indagine riguarda 198 paesi,
tra i quali manca la Corea del Nord per l’invincibile scarsità di dati, e copre i due anni che vanno dalla metà del 2006 alla metà del 2008.

La sintesi dell’indagine e le 72 pagine del rapporto finale possono essere scaricate gratuitamente dal sito del Pew Forum:

> Global Restrictions on Religion, December 2009

Nel diagramma la grandezza dei cerchi è commisurata alla popolazione di ciascun paese. Come si vede, tra i paesi con più restrizioni alla libertà religiosa hanno un peso schiacciante l’India e la Cina, ciascuna con una popolazione ben sopra il miliardo. Col corredo di altri paesi illiberali anch’essi densamente popolati, va a finire che il 70 per cento dei 6,8 miliardi della popolazione del globo vivono in nazioni con alti o altissimi limiti alla libertà di religione.

Viceversa,
sono appena il 15 per cento della popolazione mondiale coloro che vivono in paesi ove le religioni sono accettabilmente libere.

Naturalmente, le modalità con cui nei vari paesi la libertà religiosa incontra ostacoli sono dissimili.

In Cina e in Vietnam, ad esempio, le popolazioni non mostrano ostilità verso l’una o l’altra religione. Sono i governi a imporre forti limiti alle espressioni di fede. In Cina le restrizioni colpiscono i buddisti del Tibet, i musulmani dell’Uighur, i cristiani privi di registrazione governativa e i seguaci del Falun Gong.

L’opposto avviene in Nigeria e in Bangladesh. Lì i governi optano per la moderazione, mentre è nella società civile che esplodono atti di violenza contro l’una o l’altra religione.

Anche in India l’ostilità è più opera delle parti sociali che delle autorità, nonostante anche queste impongano pesanti restrizioni.

Tra 198 paesi, ce n’è uno solo in cui gli indici di ostilità contro le religioni “nemiche” toccano i picchi massimi sia da parte del governo che da parte della popolazione. Ed è l’Arabia Saudita.

Ma anche Pakistan, Indonesia, Egitto ed Iran hanno indici complessivamente molto negativi, al pari dell’India. In Egitto, le restrizioni alla libertà religiosa si abbattono soprattutto sui cristiani copti, che sono circa il dieci per cento della popolazione.

Metà dei paesi del mondo proibiscono o limitano fortemente l’attività missionaria. Alcuni governi sostengono una sola religione (in Sri Lanka, Myanmar e Cambogia il buddismo) reprimendo tutte le altre. In alcuni paesi l’ostilità è tra frazioni dello stesso mondo religioso. In Indonesia, il paese islamico più popoloso del globo, a soffrire sono i musulmani Ahmadi. E in Turchia i musulmani Alevi, che pure si contano in milioni.

In una mappa del mondo inclusa nel rapporto, con i singoli paesi colorati a seconda del grado di restrizione della libertà religiosa, balza agli occhi che le aree di maggiore libertà sono quelle in cui è più presente il cristianesimo: l’Europa, le Americhe, l’Australia e l’Africa subsahariana.

Ma anche qui qualche restrizione c’è. In Grecia solo i cristiani ortodossi, gli ebrei e i musulmani possono organizzarsi in quanto tali e detenere proprietà. I cristiani di altre confessioni no.

In Francia, la legge che nelle scuole proibisce il velo alle ragazze musulmane vieta anche ai cristiani di portare una croce troppo visibile e ai sikh di portare il turbante.

In Gran Bretagna, dove pure il capo dello Stato è anche capo della Chiesa d’Inghilterra, una sentenza ha consentito che un’azienda imponesse ai propri dipendenti cristiani di nascondere i simboli della loro fede sul luogo di lavoro, lasciando però liberi gli appartenenti ad altre religioni di far vedere i loro simboli.

E in Israele? La novità più incoraggiante è che in tutto il 2009, per la prima volta da molti anni a questa parte, non si è registrata alcuna uccisione di ebrei ad opera di terroristi suicidi musulmani.

La novità esula dall’arco temporale dell’indagine del Pew Forum. Che però ha registrato in Israele anche restrizioni di altro tipo alla libertà religiosa: soprattutto per i privilegi accordati, ad esempio nella legislazione matrimoniale, agli ebrei ortodossi, nonostante questi siano solo una piccola parte degli ebrei residenti nel paese.

Nelle scorse settimane – anche qui al di fuori dell’indagine del Pew Forum – vi sono stati inoltre a Gerusalemme degli atti di violenza commessi da ebrei ultraortodossi ai danni di cristiani.

Quello che segue è il comunicato emesso il 5 gennaio 2010 dall’ambasciata d’Israele presso la Santa Sede dopo i passi compiuti per porre fine a questi incidenti, accompagnato da un appello alla pacificazione firmato dalle autorità preposte alla comunità ebraica implicata.


COMUNICATO

In seguito alle lamentele causate dalle molestie dirette verso sacerdoti e luoghi cristiani nella capitale d’Israele, il consigliere del sindaco di Gerusalemme per le comunità religiose, il signor Jacob Avrahmi, ha preso delle iniziative intese a mobilitare il sostegno della comunità ultraortodossa degli Haredim per combattere la tensione lungo la linea di separazione tra gli ebrei ultraortodossi e i loro vicini cristiani.

In un incontro tra i rappresentanti del ministero degli affari esteri e la municipalità di Gerusalemme con il rabbino Shlomo Papenheim della comunità degli Haredim, è stata presentata una lettera di denuncia verso gli attacchi, che cita come i saggi di tutte le epoche hanno sempre proibito di molestare i gentili.

Qui di seguito si riporta la traduzione della lettera del Beth Din Tzedek – il tribunale della comunità ebraica ortodossa e la più alta istanza della comunità ebraica ultraortodossa a Gerusalemme – scritta in un ebraico piuttosto originale:

PROVOCAZIONI PERICOLOSE

Recenti e ripetute lamentele sono state fatte da gentili a proposito di reiterate molestie ed insulti diretti verso di loro da giovani irresponsabili in vari luoghi della città, specialmente nei pressi di Shivtei Yisrael Street e nei pressi della tomba di Shimon il Giusto.

Oltre a dissacrare il Santo Nome, che già di per sé rappresenta un peccato assai grave, provocare i gentili, secondo i nostri saggi – benedetta sia la loro santa e virtuosa memoria – è proibito e può portare tragiche conseguenze sulla nostra comunità, possa Dio avere pietà.

Noi quindi invochiamo chiunque abbia il potere di porre fine a questi vergognosi incidenti, attraverso la persuasione, di attivarsi per rimuovere questi pericoli, affinché la nostra comunità possa vivere in pace.

Possa il Santissimo, che Egli sia benedetto, diffondere il tabernacolo di una vita misericordiosa e pacifica su di noi e sulla Casa d’Israele e Gerusalemme, mentre noi aspettiamo la venuta del Messia presto e nel nostro tempo, Amen.

Firmato oggi, il 13 di Tevet 5770 (30 Dicembre 2009) dal Tribunale di Giustizia della comunità Haredim, nella santa città di Gerusalemme.

Le parole del tribunale sono chiare e semplici, e si spera che tutti coloro che le ascoltano e che possono prevenire queste azioni lo facciano.

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La home page dell’istituto di ricerca autore dell’indagine “Global Restrictions on Religion”:

> The Pew Forum on Religion & Public Life

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Gli ultimi tre precedenti servizi di http://www.chiesa:

4.1.2010
> Anna e i suoi fratelli. I mille volti del vero islam
In un libro che illumina come pochi, una giovane italo-marocchina racconta di sé e dei suoi tanti parenti musulmani. Amori, rovine, passioni, fanatismi. E l’Europa come sogno incompiuto. Un islam multiforme e sconosciuto. Tutto da scoprire

30.12.2009
> In Olanda non c’è più posto per il bambino Gesù. O invece sì
Chiese che non sono più chiese ma condominii, negozi o moschee. Un cattolicesimo in pericolo di sparire. Un reportage da Amsterdam con un’intervista al cardinale Simonis: “Dobbiamo ricominciare da capo”

25.12.2009
> “Il segno di Dio è che egli si fa piccolo, diventa bambino”
“Non è più il Dio distante, che attraverso la creazione e mediante la coscienza si può in qualche modo intuire da lontano”. A Betlemme irrompe la notizia che cambia tutto, anche i “cuori di pietra”. L’omelia del papa nella notte di Natale

__________Altre notizie e commenti in

E-mail: s.magister@espressoedit.it
Indirizzo postale: Sandro Magister, “L’espresso”, via C. Colombo 90, 00147 Roma

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fonte:  http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1341657?ref=hpchie

SESSUALITA’ – Gli ultrasuoni con effetto Viagra

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Scoperta di un andrologo italo-israeliano del Rambam Medical Center di Haifa

Il Viagra sostituito dagli ultrasuoni?

Le onde stimolano l’afflusso di sangue in modo innocuo, bersagliando cinque aree specifiche dei genitali maschili

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Dall’inviato CorSera Francesco Battistini
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HAIFA (Israele) – Viagra vai via: l’erezione non è più una schiavitù da farmaco. E gli impotenti cardiopatici, ipertesi, priapisti, intolleranti (nel senso del glucosio), insomma tutti quelli che per ragioni di salute e di controindicazioni nell’ultimo decennio non hanno mai avuto accesso alla pillola blu della riscossa, forse la vera rivoluzione sessuale di questi Anni Zero, anche loro possono finalmente innalzare i cuori e il resto. La buona notizia è che erigere si può. Senza ricette, citrati, rischi del metabolismo. Bastano un po’ d’onde d’urto, ha scoperto un andrologo italo-israeliano del Rambam Medical Center di Haifa, il dottor Yoram Vardi: choc a bassissima energia, quanto basta per ridare al pene la posizione che gli compete, «e soprattutto eliminare il problema per un tempo relativamente lungo: anche dopo tre mesi, l’effetto permane».

ULTRASUONI – Il sistema è quello degli ultrasuoni che bombardano i calcoli renali. Le onde stimolano l’afflusso di sangue all’organo genitale, in modo innocuo, attivando il fattore di crescita endoteliale: «Non abbiamo fatto altro che ripetere una forma lieve di litotripsia – dicono gli andrologi -, la terapia per i calcoli messa a punto vent’anni fa. Ce n’eravamo accorti già con gli animali: con le onde, è possibile stimolare la creazione di nuovi vasi sanguigni, che vanno ad aggiungersi a quelli esistenti, ma “in crisi”. Bersagliamo cinque aree specifiche dei genitali e i risultati, con nostra sorpresa, sono stati davvero buoni». Su venti volontari, età media 56 anni e da almeno tre con disfunzioni erettili, sei sedute per tre settimane, in quindici casi ci sono stati notevoli miglioramenti. Lo studio è serio, supervisionato dall’International Society of Sexual Medicine, e i ricercatori sono i primi a mettere qualche stop: la terapia si applica solo a chi ha scarso flusso di sangue al pene (comunque l’80 per cento degli impotenti), non a chi ha problemi muscolari o nervosi, e in ogni caso bisogna attendere altri test per evitare che qualcuno abbia subito l’effetto placebo, una semplice suggestione.

OTTIMISMO – Fatte queste tare, l’ottimismo regna: «Ci sono buone speranze per ridurre il ricorso a farmaci come il Cialis o il Viagra, che peraltro risolvono il problema solo per qualche ora, lasciando inalterato lo stato patologico». Alla Pfizer, la multinazionale che in questi anni ha incassato miliardi grazie al Viagra, un estratto della ricerca è già arrivato. E letto con qualche preoccupazione: chi ha provato gli ultrasuoni, è passato felice a salutare i ricercatori nei laboratori del centro di Haifa. «La loro vita sessuale è tornata quasi normale – dicono i medici -. Senza effetti collaterali indesiderati. E perdipiù, spendendo molto meno».

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09 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/10_gennaio_09/viagra-ultrasuoni-battistini_225ae760-fd5d-11de-9229-00144f02aabe.shtml

Calderoli, ministro della complicazione

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Dopo il decreto taglia-leggi si è dovuto fare il decreto salva-leggi

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di Sergio Rizzo
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Il ministro della Lega Roberto Calderoli
Il ministro della Lega Roberto Calderoli

ROMA – Dal Carroccio aveva giurato battaglia, Alberto Da Giussano-Calderoli, alla burocrazia del Barbarossa romano. Mulinando sopra la testa lo spadone da ministro della Semplificazione Normativa: «Taglierò 50 mila poltrone! 34 mila enti impropri! 39 mila leggi inutili!». Ma di poltrone, finora, manco una. Degli enti impropri, poi, non ne parliamo.

Sulle prime Roberto Calderoli li aveva definiti minacciosamente nel suo Codice delle Autonomie addirittura «enti dannosi»: consorzi di bonifica, bacini imbriferi, comunità montane, difensori civici, tribunali delle acque, enti parco… Poi, dopo aver cancellato con un tratto di penna quel termine «dannosi» (troppo crudo?) la lista degli enti da abolire è stata alleggerita fino a svanire completamente. Come neve al sole. Qualche taglietto era rimasto nella manovra del 2010? Via anche quello. Secondo Italia Oggi l’abolizione dei difensori civici (ma solo quelli comunali) e delle circoscrizioni nei Comuni slitterà di un anno grazie a un emendamento al decreto milleproroghe, varato dal governo tre giorni dopo la Finanziaria. E slitterà anche la prevista riduzione delle poltrone delle giunte e dei consigli degli enti locali. Mentre anche gli enti pubblici non economici che dovevano finire sotto la mannaia del cosiddetto taglia-enti hanno ottenuto una scappatoia per la sopravvivenza: gli è stato sufficiente presentare un piano riordino prima del 31 ottobre 2009. E la semplificazione delle leggi? Almeno quella è andata in porto, come ha orgogliosamente rivendicato il Nostro («Calderoli, missione compiuta, via 39 mila leggi», titolava l’Ansa il 19 ottobre 2009)? Dipende che cosa si intende per semplificazione. Eliminare migliaia di leggi inutili perché «esauste», che cioè hanno esaurito la propria funzione e quindi non sono più concretamente vigenti, anche se formalmente continuano a essere in vigore, è un’operazione di per sé inutile. Anche la legge che le elimina può quindi essere considerata una legge inutile.

La prova? Siccome lo spadone del ministro era calato all’inizio anche su provvedimenti magari un po’ vecchiotti ma forse non proprio inutili, come la legge che ha abolito la pena di morte o quella che ha istituito la Corte dei conti, dopo il decreto taglia-leggi si è dovuto fare il decreto salva-leggi. Ben altro è semplificare. Significa scrivere norme chiare e comprensibili a tutti i cittadini. Come evidentemente sa bene anche Calderoli. Lui stesso ha voluto che in una legge approvata il 18 giugno dello scorso anno ci fosse un articolo intitolato: «Chiarezza dei testi normativi». Una norma draconiana, con la quale si stabilisce che quando si cambia o si sostituisce una legge, esercizio da noi piuttosto frequente, sia obbligatorio indicare «espressamente» che cosa viene cambiato o sostituito. E che quando in una legge c’è un «rinvio ad altre norme contenute in disposizioni legislative», si debba anche indicare «in forma integrale, o in forma sintetica e di chiara comprensione» il testo oppure «la materia alla quale le disposizioni fanno riferimento». Ma si afferma pure il principio che le disposizioni sulla chiarezza dei provvedimenti «non possono essere derogate, modificate o abrogate se non in modo esplicito». Ebbene, da quando queste norme sono state approvate, il governo del Semplificatore ha scritto leggi se possibile ancora più indecifrabili e complicate. L’ultima perla scintillante è il cosiddetto decreto milleproroghe.

Un comma a caso. Il numero 14 dell’articolo 1: «Al comma 14 dell’articolo 19 del decreto legislativo 17 settembre 2007, n. 164, le parole: “Fino all’entrata in vigore dei provvedimenti di cui all’articolo 18 bis del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e comunque non oltre il 31 dicembre 2009, la riserva di attività di cui all’articolo 18 del medesimo decreto” sono sostituite dalle seguenti: “Fino al 31 dicembre 2010, la riserva di attività di cui all’articolo 18 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58…”». Che cosa vuol dire? Che fino a quando non sarà operativo l’Albo dei consulenti finanziari gestito dalla Consob, potrà fare il consulente finanziario soltanto chi già lo faceva alla data del 31 ottobre 2007. Un’altra norma a caso. Sempre articolo 1, comma 19: «All’articolo 3, comma 112, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 e successive modificazioni, le parole: “Per l’anno 2008” sono sostituite dalle seguenti: “Per l’anno 2010” e le parole “31 dicembre 2009” sono sostituite dalle seguenti: “31 dicembre 2010″». La traduzione? Il distacco di 21 dipendenti delle Poste presso la pubblica amministrazione viene prorogato di un altro anno. Se questo è il risultato, ministro Calderoli, non sarebbe stato meglio chiamare il suo dicastero in un altro modo? Magari «Ministero della Complicazione normativa»?

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10 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_10/calderoli_ministro_complicazione_04e598e2-fdbc-11de-b65b-00144f02aabe.shtml

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Mozart rilassa e fa crescere i neonati molto meglio di Bach e Beethoven

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Uno studio della scuola di medicina dell’Università di Tel Aviv conferma le virtù del compositore

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di CRISTINA NADOTTI

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A SUON di musica verso le braccia della mamma, a patto che la musica di accompagnamento sia quella di Mozart. Una ricerca della Scuola di medicina dell’Università di Tel Aviv ha accertato che i neonati prematuri acquistano peso più velocemente se cullati dalle note del compositore austriaco. Non succede la stessa cosa con Bach o con Beethoven. Per accelerare il processo fondamentale per il recupero dei neonati prematuri ci vuole proprio Mozart. Sulla rivista specializzata Pediatrics, i ricercatori spiegano come l’aumento di peso sia conseguenza dell’azione rilassante della musica e come quella di Mozart, in particolare, sia capace di far agitare meno i neonati, con conseguente rallentamento del metabolismo e riduzione del dispendio di energie.
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Durante la ricerca, i medici hanno fatto ascoltare Mozart ai neonati per trenta minuti, mentre ne misuravano il dispendio di calorie. Hanno poi messo a confronto i dati ottenuti con la quantità di energie spese dai prematuri in condizioni standard, cioè senza musica, oppure durante l’ascolto di altri compositori. L'”effetto Mozart” è stato lampante, con una riduzione notevole delle calorie bruciate. “Supponiamo che le melodie ripetitive di Mozart agiscano sulla corteccia cerebrale – ha dichiarato il coordinatore della ricerca, Ronit Lubetzky, alle agenzie di stampa – perché abbiamo verificato come lo stesso effetto non si ottenga con musiche di Beethoven, Bach o Bartok, dall’andamento meno lineare di quelle di Mozart. Per avere una accurata spiegazione scientifica del fenomeno sono necessari altri studi, ma è già evidente la ricaduta di tale scoperta sul trattamento dei neonati prematuri. L’aumento del peso è essenziale per ridurre i tempi di permanenza in incubatrice e in ospedale – continua il pediatra – e la musica di Mozart è soltanto uno degli elementi che possiamo utilizzare per creare intorno ai bambini un ambiente più favorevole”.

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Ancora una volta, la serenità e le linee armoniose della musica classica per eccellenza del genio austriaco mostrano di avere effetti più ampi di quelli del puro godimento. La letteratura scientifica è ricca di studi sugli effetti benefici della musica per la riduzione dello stress e il rallentamento del battito cardiaco, ma una volta di più è stato dimostrato che tra le medicine musicali le “pillole di Mozart” sono le più efficaci. Un precedente studio su adulti colpiti da ictus aveva accertato che le composizioni di Mozart, più che quelle di altri autori, aiutavano a diminuire la frequenza di altri attacchi ischemici transitori. Qualche tempo fa, inoltre, ebbe grande risonanza uno studio secondo il quale sonate e sinfonie mozartiane diffuse nelle stalle aiutavano le mucche a produrre più latte.
Persone, animali e persino piante sono sensibili all’effetto calmante della musica di Mozart, visto che nel 2005 l’Università di Siena decise di accertare quanto affermava un produttore di vino, Giancarlo Cignozzi, convinto che i suoi vigneti producano uve migliori se tra i filari si diffondono le note della musica classica. Il migliore, affermava il viticoltore, è Mozart, anche se la compilation da vendemmia non disdegna Tchaikovsky.
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10 gennaio 2010
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Rosarno: si abbattono i campi degli immigrati. Appello del Papa: “Rispetto e basta violenza”

Oltre mille trasferiti nei centri di accoglienza. In molti ancora nascosti nei campi

Il pm Cisterna : “A sparare sono stati i rampolli della ‘ndrangheta”

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di Carlo Ciavoni

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ROSARNO – Tutto sommato è  stata una notte tranquilla, quella appena trascorsa. La prima dopo tre giorni in cui, al comprensibile risentimento della popolazione di Rosario contro il degrado atavico della loro città, s’è mischiato il subdolo e bestiale avvertimento della ‘ndrangheta rivolto ai “negri”, che si sono semplicemente ribellati allo stato di schiavitù nel quale sono costretti e che li costringe a  sgobbare 15-18 ore per 2 euro l’ora, nei campi dove si raccolgono arance che nessun altro vuole raccogliere a quel prezzo e, oltre tutto, sbattuti a sopravvivere in veri e propri lager, tuguri indecenti fatti di cartone e platicatra, tra fango e topi.

La demolizione dei tuguri.
E così, mentre anche Benedetto XVI grida forte, durante l’Angelus di poco fa, che “gli immigrati hanno gli stessidiritti di tutti”, i vigili del fuoco, intanto, hanno cominciato a demolire la baraccopoli dell’ex Rognetta, l’ex deposito alimentare alla periferia di Rosario, occupato dagli immigrati. Le ruspe hanno abbattutto le capanne costruite alla meglio dai raccoglitori di arance, all’esterno della fabbrica.  Nelle prossime ore  –  è stato annunciato – verrà demolito anche il capannone principale, dove gli “schiavi” avevano costruito altre decine di tuguri e dove, molti di loro,  avevano contratto malattie alle vie respiratorie, provocate dal fumo delle immondizie bruciate per riscaldarsi. Costretti a lasciare in tutta fretta i loro “alloggi”, hanno abbandonato tutto quel poco che avevano: decine di biciclette, che servivano per raggiungere i campi delle arance e dei mandarini, vestiti, pentole e utensili da cucina, bombole del gas. Ma anche letti, coperte, resti di cibo, centinaia di carpe, valige…Molti si sono nascosti. La polizia ha anche prelevato e spostato 67 immigrati, che si erano sistemati nella baraccopoli in località “Collina”, nel territorio di Rizziconi, a circa 10 chilometri da Rosarno. In tutto, dall’inizio delle operazioni di sfollamento, sono quasi 1.300. Tutti sono stati portati nei Cie (centri di identificazione ed espulsione) in centri di accoglienza calabresi e pugliesi. Tuttavia, nella zona di Rizziconi risultano esserci ancora una cinquantina di extracomunitari che non hanno voluto lasciare la zona, perché tuttora impegnati nella raccolta degli agrumi. Del resto, risulta assai difficile stabilire quanti extracomunitari siano ancora nascosti nelle campagne o dagli stessi proprietari degli aranceti.

Sono poi oltre 350 gli immigrati arrivati nella notte nel Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Bari-Palese, dopo essere stati trasferiti ieri dall’ex Opera Sila, una delle strutture dove erano ospitati gli extracomunitari che hanno dato vita alla rivolta di Rosarno. Gli immigrati sono arrivati a bordo di pullman in due gruppi. I primi 204 sono giunti a Bari attorno alle 23 di ieri, gli altri 150 sono arrivati alcune ore più tardi, attorno alle 2 di oggi. Al loro arrivo gli immigrati apparivano particolarmente stanchi e provati dal viaggio. In molti hanno detto di essere andati via spontaneamente da Rosarno. Gli extracomunitari sono stati identificati, hanno avuto la possibilità di parlare con interpreti che hanno spiegato loro le condizioni di permanenza del centro. Hanno potuto quindi cenare e sono andati a dormire.
Il centro si trova nell’area dell’aeroporto militare di Bari-Palese e può accogliere sino ad un massimo di 900 persone. L’arrivo degli immigrati e tutte le procedure per la loro sistemazione si sono svolte con regolarità alla presenza di un presidio di forze di polizia e dalla Digos e anche di un gruppo di persone tra iscritti e simpatizzanti di partiti e associazioni.

Deportati con treni speciali.
Hanno lasciato tutti la stazione di Lamezia Terme. Saranno stati 400, forse di più, arrivati nella serata di ieri da Rosarno. Una parte di loro erano rimasti in attesa di raggiungere Puglia, Lazio e Lombardia. bastava guardarli negli occhi per cogliere la delusione, la tristezza profonda, mista a rabbia, per la sorte loro toccata. Qualcuno ha avuto anche la lucidità e la forza di dire che la Calabria “non è tutta uguale. A Sibari, come in altre parti della regione, ad esempio – ha detto qualcuno di loro  – è meglio che a Rosarno dove ci hanno trattato male subito, fin dall’inizio”.

Qualcun altro aggiunge: “Si parla di Calabria terra di accoglienza, però mi chiedo: dove sta l’accoglienza? State perdendo tutti i vostri valori”. Dopo i primi due scaglioni del gruppo fermo per diverse ore e tenuto sotto controllo da Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza partiti intorno a mezzanotte, anche la parte rimanente ha potuto salire sui treni diretti verso diverse destinazioni come Milano, Napoli, Foggia, a nord di rosarno, e Palermo, a sud. Nel gruppo c’erano anche sei persone che, ignorando che Lamezia si trovasse a nord rispetto a Rosarno ed alla Sicilia, si erano imbarcate sul treno regionale assieme agli altri per poi dirigersi a Palermo. Quando, giunti in stazione a Lamezia, si sono accorti dell’errore, era già troppo tardi ed hanno aspettato nella sala d’attesa il treno che all’alba di stamani li sta portando in Sicilia

“Sono i rampolli della ‘ndrangheta”. “A sparare agli immigrati sono stati sicuramente uomini della ‘ndrangheta, per far vedere che sono loro a controllare il territorio”. Non usa mezzi termini il sostituto procuratore alla Procura nazionale antimafia, Alberto Cisterna che, in un’intervista al quotidiano della Cei,  Avvenire, ricostruisce la dinamica dei disordini registrati a Rosarno. “Quando la gente si è sentita aggredita – spiega – si è rivolta ai mafiosi che sono stati costretti ad intervenire perché non possono perdere la faccia”. “Così – racconta Cisterna – hanno mandato qualche squadraccia di giovani killer che hanno sempre a disposizione”, per incutere terrore. La questione di fondo, secondo il magistrato, è che “la gente si rivolge a loro, nel senso che sono loro la gente”, “sono onnipresenti”. “I primi che hanno sparato giovedì scorso addosso agli immigrati – ricostruisce Cisterna – sono stati sicuramente i rampolli di mafia”. Ogni volta che una minoranza crea difficoltà, “vanno e fanno un raid – aggiunge – . Tutti i giovani delle famiglie mafiose della Piana di Gioia Tauro vanno armati fin da ragazzi”. A qualcuno di loro sarà venuto in mente di sparare agli immigrati mentre passavano “per sport” ma non hanno messo in conto la reazione.

Roberto Maroni. “Purtroppo a Rosarno è avvenuto quello che noi temevamo”. Lo ha detto il ministro dell’interno in una intervista a sky tg 24. Dopo dieci anni “senza fare nulla”, ha aggiuto il titolare del Viminale, “e parlo delle autorità locali e territoriali”, sono nate comunità di extracomunitari che erano “delle vere e proprie bombe innescate”. In due anni, ha sottolineato Maroni, abbiamo rimpatriato 40 mila clandestini.

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10 gennaio 2010
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ROSARNO – La cacciata degli schiavi /Giuseppe Lavorato, ex sindaco di Rosarno: «E’ stata la ’ndrangheta ad accendere la miccia»

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La cacciata degli schiavi

A Rosarno, dopo due giorni di violenza e di scontri, ancora fuoco sugli immigrati: “ignoti” sparano, a freddo, e ne gambizzano due. Altrettanti presi a sprangate e ridotti in fin di vita. In serata si apprende di altri cinque investiti con le auto. Esplode la disperazione degli africani, una vita subumana, di sfruttamento inaudito, di stenti, nelle mani della ’Ndrangheta. Il conflitto con la popolazione che assedia il municipio. Inqualificabile il ministro Maroni: «Colpa loro e della tolleranza verso l’immigrazione clandestina»

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di Tiziana Barillà

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Rosarno
“Discrimination is too much”
è la scritta che appare sull’asfalto tra i detriti della rivolta iniziata giovedì sera a Rosarno dopo che due diversi
gruppi di braccianti immigrati erano stati presi a fucilate da ignoti.
Un messaggio che traduce tutta la rabbia sprigionata dalle insostenibili
condizioni di vita cui sono costrette le migliaia di migranti nella Piana di Gioia Tauro.

Ieri mattina il Commissario prefettizio ha incontrato una delegazione della comunità africana, dopo le 6 ore di scontri della sera precedente. «Abbiamo chiesto diritti e di poter lavorare senza essere ammazzati per strada» dicono i ragazzi africani, mentre lasciano il palazzo del Municipio scortati dalle forze dell’ordine, tra le invettive e le proteste di una piccola folla di cittadini rosarnesi in presidio davanti al palazzo comunale. Gli abitanti di Rosarno avevano già inveito contro gli immigrati durante le ore della rivolta, un’ostilità che si è tradotta ieri in una vera e propria “caccia al nero”. I fatti più gravi sono avvenuti in serata: due ragazzi sono stati gambizzati da ignoti lungo la strada che da Rosarno porta a Laureana di Borrello, questa volta con un fucile a pallini, e trasportati in ospedale, per fortuna in condizioni non troppo preoccupanti. Gravi invece altri due migranti, presi a sprangate e bastonate.

La reazione furiosa dei cittadini di Rosarno caratterizza la giornata: annunciano presto la loro contro-manifestazione dopo aver effettuato un blocco stradale al grido di “basta immigrati”. Ad incitarli, un giornalista pubblicista, Marcello Marzialetti, che dice alle agenzie di stampa: «Gli immigrati devono andarsene da Rosarno». Il prefetto Domenico Bagnato, a capo della terna commissariale che governa il Comune sciolto per infiltrazioni mafiose dal dicembre 2008, tenta di richiamare alla calma: «Occorre rasserenare gli animi. C’è stata un’azione inconcepibile da parte di coloro che hanno sparato contro i due extracomunitari. Ma la reazione degli immigrati è stata allo stesso tempo inaccettabile, perché si è reagito ad un atto criminale con la devastazione della città, un fatto che rischia di interrompere quel clima di solidarietà che si era creato tra la cittadinanza locale e gli stranieri». Raccomandazioni che nessuno ascolta. Prevalgono invece rabbia e violenza. Il bilancio provvisorio è drammatico: 36 feriti, 18 tra gli immigrati e 18 tra le forze dell’ordine, centinaia di auto distrutte e sette arrestati tra gli immigrati con l’accusa di devastazione, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Un rosarnese 37enne è stato invece arrestato
con l’accusa di tentato omicidio avendo tentato di investire un gruppo di extracomunitari col suo escavatore.

La “guerra civile” ha avuto inizio nel primo pomeriggio di giovedì, intorno alle 14,30, in contrada Spartimento, nei pressi dell’ex Esac, fabbrica dimessa dove vivono coloro che hanno perso il tetto dopo l’incendio dell’ “ex cartiere”. Un ragazzo africano viene ferito con un fucile ad aria compressa. Si tratta, pare, di un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno. Dopo qualche ora, intorno alle 17,30, altri due africani vengono
raggiunti dai colpi di un’arma simile, questa volta nei pressi della Rognetta, altro spazio di rifugio per i lavoratori migranti. Sono due ragazzi della Guinea e anche loro hanno un regolare permesso. I feriti, ricoverati negli ospedali di Gioia Tauro e Polistena, non sono in condizioni gravi. Dopo queste aggressioni hanno inizio le proteste. Dapprima con copertoni bruciati e piccole barricate fatte usando i cassonetti, fino alla vera e propria rivolta nella serata di giovedì, quando gli africani hanno bloccato la via nazionale all’altezza di Gioia Tauro.

Una tragedia annunciata. Quella degli immigrati impiegati nei campi come braccianti è, infatti, una “emergenza” che dura da circa vent’anni e li vede stretti in una morsa tra la filiera mafiosa e le leggi razziste in vigore. Episodi di razzismo, tra cui estorsioni e rapine, vengono da anni perpetrati ai loro danni e tutto ciò in un contesto di forte presenza ‘ndranghetista. Anche quest’anno, come ogni inverno da 20 anni, i braccianti africani sono giunti nella Piana di Gioia Tauro per la stagione delle arance. Sono circa 1500: un migliaio si stabiliscono nei pressi dell’inceneritore della Veolia, a Gioia Tauro, in un ex stabilimento destinato alla raffinazione dell’olio di oliva e poi abbandonato, appunto l’Ex Esac. Qui dormono nei silos di metallo giunti
dopo che, la scorsa estate, è stata sgomberata e murata la Cartiera, altra
ex fabbrica abbandonata che per anni ha ospitato la comunità africana.
Altre centinaia alloggiano presso la Rognetta, ulteriore stabilimento dismesso, fallito da anni dopo essere stato una ditta per la produzione di succo d’arancia. Sono ghanesi, ivoriani, sudanesi, maliani, togolesi, burkinabé e non tutti irregolari. In molti hanno il permesso per motivi umanitari, e tanti ne possiedono uno in scadenza, spesso provengono dalle regioni del Nord Italia dalle quali fuggono dopo aver perso il lavoro e a causa delle nuove politiche migratorie.

Già nel dicembre del 2008, dopo il ferimento di due ivoriani, la comunità africana aveva reagito con determinazione, dando vita a quella che è stata definita “la rivolta antimafia degli africani di Rosarno”. Nel marzo del 2009, Maroni giunge a Reggio Calabria e promette 200mila euro per l’emergenza migranti. Quei fondi sono arrivati solo di recente e ammontano a 930 mila euro per il “recupero urbano delle aree degradate” di Rosarno.

Maroni ha commentato ieri i fatti di Rosarno rimproverando la “troppa tolleranza con gli stranieri” nel nostro paese. In queste ore sono diverse e confuse le reazioni dei rosarnesi, ma l’ultimo dei rischi sembra proprio essere quello della “troppa tolleranza”. Gli africani non sono più in rivolta e sono rientrati nelle fabbriche dismesse, protetti dalla Polizia. Si continuano, però, a temere le azioni di gruppi di cittadini inferociti, ma soprattutto della criminalità organizzata che difficilmente, si pensa, perdonerà ai propri schiavi una rivolta di tali dimensioni. Tanto che in serata, mentre i rosarnesi
bloccano con una bbarricata la statale 18 e il capo della polizia Manganelli annuncia l’invio di un nutrito contingente, si comincia a parlare di untrasferimento in massa di tutti i migranti fuori dalla Piana, per preservarne l’incolumità.

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fonte: Liberazione del 09 gennaio 2010

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Giuseppe Lavorato, exsindaco Pci di Rosarno: «E’ stata la ’ndrangheta ad accendere la miccia»

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di Laura Eduati

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Giuseppe Lavorato è angosciato. Risponde da Vibo Valentia, con voce tenue e preoccupata. La sua Rosarno, la Rosarno che lo vide sindaco del Pci per molti anni e orgogliosamente fu il primo Comune a costituirsi parte civile
in un processo contro la ’ndrangheta, è diventata palcoscenico lacerato della rivolta dei migranti schiavizzati.

Dai giornali Lavorato ha appreso degli spari contro gli africani e della successiva reazione furiosa, e lancia un’ipotesi inquietante: la ’ndrangheta
avrebbe acceso la miccia della rivolta per oscurare l’attenzione nei confronti
della criminalità organizzata dopo la bomba alla Procura di Reggio Calabria.
Però gli preme ricordare che «Rosarno è composta da tanta gente perbene
e solidale con gli immigrati».

Come legge questi drammaticiavvenimenti?
Bisogna capire perché sono accaduti proprio ora, ovvero a pochi giorni dall’attentato alla Procura di Reggio Calabria che hanno attirato tanta attenzione mediatica e politica sulla lotta alle cosche mafiose.

Ipotizza un tentativo di sviare questa attenzione?
Sono soltanto ipotesi. Le persone che hanno sparato ai migranti fanno certamente parte della criminalità mafiosa e sapevano di provocare una forte
reazione. Hanno raggiunto lo scopo: le prime pagine dei giornali parlano della violenza dei neri. Senza ricordare che sono stati provocati. E nessuno ricorda la bomba alla Procura e questo naturalmente fa piacere alla ’ndrangheta. Tuttavia la vera tragedia avviene a Rosarno.

Ovvero?
E’ avvenuta una frattura tra migranti e popolazione della città. Voglio ricordare che la stragrande maggioranza degli abitanti di Rosarno è gente onesta che negli anni ha manifestato una forte soldiarietà nei confronti di questi poveri braccianti stranieri. Vorrei che fosse sempre fatta la distinzione
tra cosche e gente perbene. Temo che sarà difficile ricomporre lo strappo tra questa gente perbene e lavoratori migranti.

Esiste una precisa responsabilità dei Comuni che avrebbero dovuto garantire alloggi dignitosi ai braccianti immigrati?
Rosarno è una cittadina di quindicimila abitanti che ogni anno ospita due-tremila braccianti stagionali, chiaramente non possiede le risorse sufficienti per offrire una accoglienza civile. Su questo punto deve intervenire lo Stato. Anche se gli enti locali hanno il dovere di creare un dialogo con questi lavoratori. Quando ero sindaco, ricordo, organizzavamo
incontri tra migranti e associazioni per discutere. Noto con piacere che il commissario prefettizio è riuscito ad aprire un canale di dialogo con gli animatori della rivolta, che d’altronde chiedevano il sostegno e l’aiuto delle autorità. Non a caso hanno marciato verso il municipio perché volevano
un’interlocuzione con il commissario prefettizio, e quando l’hanno ottenuta e hanno sentito che lo Stato vuole comunque proteggerli dalle violenze degli italiani, sono tornati pacificamente verso le proprie dimore.

Cosa pensa accadrà nel futuro di Rosarno?
Oggi sono pessimista. Si è aperta una spirale di violenza e francamente non
posso immaginare cosa succederà. Apprendo che i sindacati vorrebbero
organizzare una assemblea aperta alla cittadinanza nei prossimi giorni. Mi sembra un primo passo utile per ricucire i rapporti di un luogo che non merita di finire sui giornali soltanto per la mafia e l’indecente condizione di vita dei braccianti stranieri.

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fonte: Liberazione del 09 gennaio 2010