SALUTE – Emicrania, scoperto perché la luce aumenta il dolore durante un attacco

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ROMA (10 gennaio) – Ora chi soffre di emicrania conosce il perché del terrore della luce, quella vera e propria fobia che in presenza di un attacco spinge a rintanarsi in un posto al buio per evitare di amplificare un dolore già insopportabile. La colpa è di un collegamento tra cellule luce-sensibili degli occhi e una famiglia di neuroni con un ruolo cruciale nel dolore dell’emicrania. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience, si deve a Rami Burstein, Moshe Jakubowski e Rodrigo Noseda del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, in collaborazione con . Vanessa Kainz, Joshua J. Gooley, Clifford B. Saper e Kathleen Digre.

L’85% di chi soffre di emicrania e cefalea ha anche una fotofobia, vale a dire che una luce, anche la più fioca, fa aumentare il dolore pulsante. Bastano pochi secondi di luce dall’inizio dell’attacco per provocare l’effetto, e poi occorre almeno mezz’ora di buio per far rientrare i sintomi, ma finora non era noto il perché di questa avversione alla luce. Burstein si è insospettito studiando due diversi gruppi di non vedenti che soffrono di emicrania: uno che aveva gli occhi completamente danneggiati e non poteva avvertire la presenza di luce, né percepire l’alternanza giorno/notte; un secondo che però poteva sentire la presenza di luce e distinguere il giorno dalla notte. I primi non sono fotofobici mentre i secondi lo sono.

Gli esperti hanno ipotizzato quindi che dietro la fotofobia ci fossero il nervo ottico, che nei non vedenti totali non funziona più, e un gruppo di fotorecettori retinici basati sulla melanopsina, che sentono la luce e la differenza tra giorno e notte. Per verificare la loro ipotesi i ricercatori hanno usato topi emicranici e con un tracciante colorato iniettato negli occhi di questi ultimi hanno seguito il percorso naturale dai fotorecettori melanopsinici al cervello. Così hanno visto che la “strada della luce” porta fino a una famiglia di neuroni che si attiva proprio durante l’attacco emicranico.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=87151&sez=HOME_SCIENZA

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