Archive | gennaio 13, 2010

Minzolini al Tg1 difende Bettino Craxi: “Uno statista, non serve riabilitazione”. Di Pietro: “Lo querelerò e denuncerò alla Camera”

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Signor Presidente, no!, non ci siamo

Cha un ‘prezzolato’ come Minzolini (mi rifiuto di riconoscerlo giornalista, dacché offenderei tutta una categoria per la stragrande maggioranza, voglio crederlo, composta da degne persone) si erga a paladino della tesi che non serva riabilitazione perché ‘così fan tutti’ non può certamente stupirmi. Ma che un Presidente della Repubblica, qual’è Napolitano, che rappresenta la Nazione intera agli occhi nostri e del mondo, si appresti a ricevere, e in una commemorazione ufficiale, una fondazione privata come quella di Stefania Craxi posta in essere per la semplice difesa della memoria del padre (e, per i posteri, anche della sua, detto per inciso), lo trovo alquanto scandaloso. E per i tratti del ‘soggetto’ in questione e per l’evidente inopportuna scelta politica. Il ricevimento del Capo dello Stato alla Fondazione Craxi è un avallo e, di conseguenza, uno schiaffo morale allo società civile ed alla Magistratura che ne tutela i diritti e i doveri, nonché (e sopratutto, direi) a quel Parlamento che in rappresentanza nostra quelle leggi ha promulgato.

Se riabilitazione andava cercando Craxi doveva restarsene in Italia ed affrontare le conseguenze dei suoi atti e delle sue responsabilità, dirette ed indirette. Non fuggire, come un ladro nella notte.

mauro

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Il direttore del telegiornale ha sferrato un duro attacco a Tangentopoli, a dieci anni dalla scomparsa del leader socialista
“Un vulnus alterò i rapporti politica-magistratura e ha lanciato nell’agone politico i magistrati che ne erano stati protagonisti”

Minzolini al Tg1 difende Bettino Craxi: “Uno statista, non serve riabilitazione”

Di Pietro: “Lo querelerò e denuncerò alla Camera. Chi è pagato con il canone non può permettersi di raccontare parzialità”

D’Alema: “Discuterne con maggiore distacco. E’ parte della storia italiana. Questo ci aiuterebbe a vederne qualità ed errori”

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Bettino Craxi

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ROMA – Un “capro espiatorio” e uno “statista” che non ha bisogno di essere riabilitato. Bettino Craxi è stato definito così dal direttore del Tg1. Augusto Minzolini ha sferrato un duro attacco alla storia dell’inchiesta su tangentopoli, a dieci anni dalla scomparsa del leader socialista, morto ad  Hammamet in Tunisia il 19 gennaio del 2000. Sempre al Tg1 ha parlato anche Massimo D’Alema: “Dovremmo discutere di Craxi, che è una figura importante nella storia italiana, con maggiore distacco. Ormai fa parte della storia del Paese. Questo ci aiuterebbe a vederne le qualità accanto agli errori”. E Antonio Di Pietro ha annunciato che querelerà il direttore del Tg1.

L’editoriale. Richiamandosi alla vicenda della guerra fredda, il direttore del Tg1 ha sottolineato che “una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss. Con la caduta del muro di Berlino, per il solito paradosso italiano, i vincitori, quelli che erano sempre stati dalla parte giusta, invece di ricevere una medaglia furono messi alla sbarra”.

“Basti pensare – ha proseguito Minzolini – che il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri. La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria. E l’unico che ebbe il coraggio di porre in questi termini la questione, cioè Craxi, fu spedito alla ghigliottina. Per questo Craxi non volle mai vestire i panni dell’imputato”.

“E’ di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra politica e magistratura. Un vulnus che per quasi un ventennio ha fatto cadere governi per inchieste che spesso non hanno portato da nessuna parte e che ha lanciato nell’agone politico i magistrati che ne erano stati protagonisti, che già per questo avrebbero dovuto dimostrare di non essere di parte”.

Il “vulnus” nel rapporto fra politica e magistratura porta Minzolini verso la conclusione del suo editoriale: “Ecco perché – ha aggiunto il direttore del Tg1 – non ha bisogno di nessuna riabilitazione l’uomo, che accettando coraggiosamente da socialista e riformista gli euromissili, contribuì, insieme a Reagan e a papa Woityla, a mettere in crisi l’Urss, che disse di no agli americani nella crisi di Sigonella e affrontò i referendum sulla scala mobile”.

Secondo il direttore del Tg1 “il destino di Craxi, la sua carriera fatta di luci e ombre, è comune a molti dei grandi personaggi di quel periodo complesso. Addirittura Helmut Kohl riunì le due Germanie e poi finì sotto processo. Ma per la storia Craxi va già ricordato oggi come uno statista”.

La replica di Di Pietro. Antonio di pietro, leader dell’Idv, ha risposto a stretto giro di posta al direttore del Tg1: “Querelerò Minzolini e lo denuncerò alla Camera, perché chi è pagato con il canone non può permettersi di raccontare parzialità”, ha detto l’ex pm. “Minzolini – ha continuato Di Pietro – non può paragonare un corrotto al Papa. Bettino Craxi è stato più volte condannato per corruzione con sentenza passata in giudicato. I soldi non finirono al partito, ma in conti propri. Ha anche ricevuto miliardi sul conto All Iberian da un imprenditore televisivo che si chiama Silvio”.

L’Aiart: “Eccessivo il paragone con il Papa”. “Senza nulla togliere a Craxi, ma metterlo sullo stesso piano di Papa Wojtyla ci pare davvero eccessivo, un paragone forzato”. Lo afferma Luca Borgomeo, presidente dell’associazione di telespettatori cattolici Aiart.

Il ringraziamento di Stefania Craxi. “Rivolgo un grazie al direttore Augusto Minzolini per il suo editoriale in ricordo di Bettino Craxi – afferma Stefania Craxi, parlamentare del Pdl e sottosegretario agli Esteri – uno Statista che ha dato la vita per il bene del Paese. Le sue idee innovative sono ormai patrimonio di tutti gli italiani”.

Le celebrazioni. In occasione del decimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, la fondazione intitolata al leader socialista, presieduta dalla figlia Stefania, ha in programma una serie di iniziative. Domenica 17 gennaio alle 10.30 si terrà una cerimonia presso il cimitero cristiano di Hammamet. Alla commemorazione prenderanno parte tra gli altri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, e il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta. Martedì 19 gennaio alle 10 la Fondazione Craxi terrà a Roma, presso la Sala degli Atti Parlamentari del Senato della Repubblica (Piazza della Minerva 38), la celebrazione ufficiale della figura di Craxi. Al saluto introduttivo del presidente del Senato Renato Schifani, seguirà la relazione di Stefania Craxi. I lavori proseguiranno con una tavola rotonda alla quale prenderanno parte, tra gli altri, Luigi Angeletti, Tarak Ben Ammar, Renato Brunetta, Giuseppe De Rita, Franco Frattini. Le conclusioni saranno affidate alle parole del Ministro Maurizio Sacconi. All’iniziativa sarà presente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nel pomeriggio del 19 gennaio, la fondazione Craxi sarà ricevuta dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale.

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13 gennaio 2010
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ONG, TELEMUTILATORI UMANITARI E ALTRI SPETTACOLI

Un articolo che certamente farà discutere, ma, se letto con obiettività, altrettanto certamente ci aiuterà a comprendere meglio i meccanismi di un ‘mondo’ che non funziona, anzi prospera sulle disgrazie dell’umanità intera.

mauro

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Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo
Evelyn Beatrice Hall, The Friends Of Voltaire

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero
Anonimo

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ONG, TELEMUTILATORI UMANITARI E ALTRI SPETTACOLI

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DI MIGUEL MARTINEZ

kelebek.splinder.com

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E’ solo una notizia, letta al volo in rete e riguarda un tema su cui so poco: il terremoto di Haiti.

Resto colpito da due dettagli: è il paese più povero del continente americano, 153esimo su 177 paesi del mondo secondo le solite, discutibili classifiche. Una disoccupazione stimata tra il 50% e il 70%. Eppure, la capitale di questo paese ha 1.700.000 abitanti, più del comune di Milano, a dimostrazione di come l’urbanizzazione dei nostri tempi non abbia nulla a che vedere con la vecchia idea borghese/proletaria di città: Kinshasa, che probabilmente ha ancora meno industrie di Port-au-Prince, ha ben 10 milioni di abitanti.

L’altro dettaglio ci offre un piccolo quadro del post-imperialismo: tra i morti nel terremoto, c’erano otto soldati cinesi e tre soldati giordani. I primi, evidentemente, per fare un favore a poca spesa al principale debitore della Cina, i secondi al principale creditore della Giordania, e cioè sempre gli Stati Uniti.

L’evento, che sarà sicuramente seguito da una breve ma intensa campagna di aiuti, con relative raccolte e collette, è capitato esattamente mentre finivo di leggere il libro della giornalista olandese, Linda Polman, L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra (Bruno Mondadori, 2009). Certo, il sottotitolo parla di “zone di guerra”, ma la definizione è assai vaga visto che nessuno dichiara più guerra da sessantacinque anni – forse l’ultima dichiarazione in assoluto fu quella dell’Italia che entrò in guerra con il Giappone nel luglio del 1945.

Il libro parla della grande macchina delle ONG internazionali: le Nazioni Unite stimano che ve ne siano circa 37.000; e se si unissero, “formerebbero un paese che sarebbe la quinta economia del mondo“. Abbiamo parlato solo delle ONG internazionali – negli Stati Uniti, secondo la Polman, sono già registrate 150.000 organizzazioni umanitarie, e se ne registrano altre 83 al giorno.
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Questa macchina si regge essenzialmente sui contributi volontari: come la Chiesa medievale ben sapeva, la somma di autentiche buone intenzioni, di sensi di colpa, di strategico calcolo nell’esibire la propria generosità è capace di smuovere ricchezze notevoli. Polman è una giornalista, e giustamente non approfondisce questo aspetto, che però sarebbe interessante da analizzare.

Come è interessante il rapporto tra la proliferazione delle ONG (nonché di tutte le analoghe forme associative e caritatevoli) e il crollo dei sistemi nazionali e previdenziali. Lo Stato occidentale si limita a mettere sempre più telecamere, mentre altre funzioni vengono delegate a questo nuovo clero missionario; mentre nel cosiddetto Terzo Mondo, gli ultimi decenni hanno visto collassare i sistemi tradizionali di sussistenza, in nome del mercato globale e dell’agricoltura industriale, con la trasformazione degli Stati in bande militari.

L’autrice mette invece bene in evidenza il rapporto che esiste tra la rete delle ONG e il sistema mediatico: le ONG, in feroce concorrenza tra di loro per donazioni e contratti enormi ma inaffidabili, portano i giornalisti a proprie spese a pubblicizzare le catastrofi su cui stanno lavorando, esibendo immancabilmente donne e bambini, ovviamente vicine alle bandierine dell’ONG in questione. La tragedia è un racconto complesso, con cause, ambiguità e scelte; i media, che vivono puramente nel presente, possono invece solo cogliere il trauma, in cui la bambina cambogiana, quella haitiana e quella del Darfur sono perfettamente intercambiabili, a parte qualche sfumatura di colore.

Il clero missionario delle ONG può essere composto da autentici santi oppure da truffatori, ma anche da un’umanità intermedia di funzionari che vogliono guadagnarsi in maniera relativamente onesta un ottimo stipendio, da esibizionisti, pazzi e avventurieri di ogni sorta, che prosperano in un clima in cui è obiettivamente impossibile controllare la fine che fanno i soldi. E meno “fanno politica”, più la fanno.

Nel 1984, il regime che governava l’Etiopia decise di deportare le popolazioni ribelli dal nord al sud, dove sarebbero state usate come manodopera forzata nelle grandi aziende agricole di stato. L’esercito quindi non solo massacrò la popolazione civile, ma devastò i campi, macellò il bestiame e avvelenò i pozzi. Poi chiamarono i fotografi occidentali a mediatizzare i risultati di quella che chiamavano la “siccità”, mentre lo spregevole star mediatico-canoro Bob Geldof lanciò una campagna di raccolta di fondi, sfruttando tutti gli abissi del sentimentalismo religioso-sentimentale occidentale con la canzone intitolata, Do They Know It’s Christmas? Una domanda idiota, visto che il Natale copto si celebra il 7 gennaio e senza Babbo Natale.

Il governo etiopico – facendo peraltro pagare tasse elevate su tutti gli aiuti che arrivarono – potè così organizzare la deportazione a spese di tutti coloro i cui buoni sentimenti natalizi erano stati messi in moto dalla macchina foto-rockettara.

L’autrice non si limita a smascherare il defunto regime real-comunista dell’Etiopia: descrive anche il quadro dell’Afghanistan, dove nel 2004 operavano non meno di 2.325 ONG registrate che seguivano quasi tutte le esplicite direttive del governo degli Stati Uniti e della Commissione Europea. Mentre il responsabile di USAID ha dichiarato che le ONG devono operare “come un prolungamento del governo“, la Commissione Europea ha stabilito che il budget degli aiuti deve essere “al servizio della politica di sicurezza europea“. Ecco che gli uomini delle ONG, con le note lodevoli eccezioni, si distinguono difficilmente dai mercenari della Blackwater.

Ma forse la scoperta più interessante del libro riguarda la Sierra Leone. Dove l’autrice racconta della festa che si è svolta a Freetown, in un albergo di lusso appena inaugurato, ospite d’onore il presidente della sfortunata repubblica, per celebrare il fatto che il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) aveva appena riconfermato che la Sierra Leone era il paese più povero del mondo, con tutto ciò che implicava come opportunità di ottenere nuovi aiuti.

La Sierra Leone è nota nella mediasfera per una misteriosa guerra dei diamanti, in cui le varie bande coinvolte mutilavano mostruosamente i civili: la Polman segue la storia di alcune bambine praticamente rapite dai campi profughi da zelanti evangelici americani, che ricompaiono in campagna elettorale abbracciate da candidati politici statunitensi ed esibite in televisione. Ci sono tutti gli ingredienti della trionfale cultura delle Vittime e dei Vittimi dei nostri tempi, con in sottofondo il dubbio – per carità, non esplicitato – che le ragazzine siano state colpite dall’animalesca barbarie africana. Ribadendo così il fardello che l’uomo bianco è costretto da sempre ad assumere.

Bene, l’autrice racconta alcuni incontri con i cosiddetti ribelli del RUF, i più intransigenti mutilatori.

Giovani per nulla stupidi, che chiamano le loro bande (come ho letto altrove) con i nomi di gang statunitense, imparate su MTV, imitandone con grande cura l’abbigliamento. E che spiegano candidamente che hanno commesso le loro atrocità per un solo motivo. “A voi interessavano solo la white man’s war in Jugoslavia e i campi di Goma [per rifugiati ruandesi]. Noi potevamo tranquillamente continuare a combattere. Solo quando sono spuntati fuori i primi mutilati avete iniziato a interessarvi a noi”.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com/
Link: http://kelebek.splinder.com/post/22041303/ONG%2C+telemutilatori+umanitari+
13.01.2010

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6665

HAITI – Aiuti, dalla Ue i primi 3 milioni di euro

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L’Italia invierà un milione di euro e una missione per un contributo sul posto
Dieci milioni di dollari dall’Onu e altrettanti dal Brasile. Dal Canada un aereo e due elicotteri

Aiuti, dalla Ue i primi 3 milioni di euro
Obama: “Pieno sostegno alle vittime”

Appello Usa: “Fondamentale il coordinamento internazionale, attenzione a evitare ingorghi”

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ROMA – Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha promesso aiuti immediati e coordinati per salvare le vite dei sopravvissuti al devastante terremoto che ha colpito ieri sera Haiti. In una conferenza tenuta alla Casa Bianca, Obama ha assicurato che le prime squadre di soccorso americano arriveranno ad Haiti “entro poche ore”, e che gli Stati Uniti hanno mobilizzato tutte le possibili “risorse civili e militari” per dare il massimo aiuto alle vittime del terremoto. Tutti i Paesi si sono mobilitati, compresa l’Italia: il governo ha garantito finora una squadra di soccorso e un milione di euro, ma altri aiuti stanno arrivando anche da enti pubblici e privati. I vescovi italiani hanno stanziato due milioni di euro. Si è attivata subito anche la rete delle Ong; molti i contributi delle Regioni e degli altri enti locali.
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COME INVIARE IL VOSTRO CONTRIBUTO
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Tuttavia, perché gli aiuti siano veramente efficaci occorre un attento coordinamento. Lo sottolineano i responsabili del Pentagono, del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia nazionale di aiuti (UsAid), che negli Stati Uniti coordinano l’invio a Port-au-Prince delle diverse squadre di soccorso. “Non dimentichiamoci che a Port-au-Prince è operativa una sola pista d’atterraggio, e che la torre di controllo dell’aeroporto ha subito danni e può lavorare solo parzialmente”, ha sottolineato il generale Douglas Fraser, comandante del SouthCom americano, in una conferenza congiunta con il Dipartimento di Stato e UsAid.
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“L’intervento che si riuscirà a portare nelle prossime 72 ore è fondamentale per salvare vite umane – ha sottolineato Douglas – e affinchè sia efficace è fondamentale un coordinamento a livello internazionale”.

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Molti aiuti arriveranno anche dall’Europa: l’Unione europea ha stanziato nel pomeriggio infatti i primi tre milioni di aiuti umanitari d’emergenza all’isola di Haiti. La decisione, hanno riferito i portavoce della commissione Ue, è stato il risultato di una riunione di emergenza convocata questa mattina dall’Alto rappresentante europeo per la politica estera e di sicurezza, Katherine Ashton, insieme ai commissari europei interessati dalla crisi. La Spagna, che detiene la presidenza di turno dell’Ue, si occuperà del coordinamento degli aiuti europei.
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Intanto però molti Paesi europei hanno già precisato l’ammontare della cifra che intendono stanziare a titolo personale a sostegno di Haiti, a cominciare dall’Italia che ha annunciato la donazione di un milione di euro e una missione italiana che partirà a breve. Cinquecentomila euro saranno devoluti al Programma Alimentare Mondiale per andare incontro ai bisogni alimentari d’urgenza delle popolazioni colpite, ed altri 500.000 euro saranno concessi  nel quadro del programma d’emergenza che la Federazione Internazionale delle Croci Rosse e delle Mezze Lune Rosse sta predisponendo per l’assistenza sanitaria. Un contributo verrà anche dalla popolazione dell’Aquila: “Nessuno come noi aquilani può capire quello che la gente di Haiti sta passando”, ha detto il sindaco Massimo Cialente. I vescovi italiani hanno destinato ai terremotati due milioni di euro.
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Moltissimi enti pubblici e privati hanno aperto delle sottoscrizioni per raccogliere i contributi dei privati. Le Regioni si stanno mobilitando per conto proprio, al di là dell’azione del governo. Un team di chirurgia di urgenza dell’azienda ospedaliera di Pisa partirà questa sera per Haiti, la Lombardia ha allertato la Protezione Civile regionale. La rete delle Ong si è attivata immediatamento, disponendo la raccolta di aiuti in danaro, viveri, medicine, e l’invio di squadre di soccorso.
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La Spagna ha deciso lo stanziamento di tre milioni di euro di aiuti immediati ad Haiti e l’invio di tre aerei con 150 tonnellate di materiale di emergenza umanitario. La Germania invierà 1,5 milioni di euro, cifra che potrebbe aumentare nei prossimi giorni. Molti anche i contributi garantiti dai Paesi americani: il Brasile ha annunciato la donazione di 10 milioni di dollari e 14 tonnellate di alimenti. Il Canada ha già inviato un aereo e due elicotteri ad Haiti con  i primi soccorsi di emergenza.
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E il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha annunciato un primo stanziamento di 10 milioni di dollari da parte del Centro d’emergenze del Palazzo di Vetro.
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13 gennaio 2010
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Apocalisse Haiti: “Oltre centomila morti”: Sulla Rete il racconto dei sopravvissuti / Haiti, contributi della Cooperazione italiana

BREAKING NEWS MAJOR EARTH QUAKE DEVASTATES HAITI: Witnesses: Bodies in the streets of Port-au-Prince

Skype e Twitter per ore sono stati gli unici canali che hanno permesso al mondo di conoscere il dramma della popolazione. Crollati tre dei quattro ospedali di Port-au-Prince

Apocalisse Haiti: “Oltre centomila morti”
Sulla Rete il racconto dei sopravvissuti

Una testimone: “Subito dopo il terremoto onde gigantesche su spiagge e strade: il mare si portava via i morti tra le macerie”

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di GIOVANNI GAGLIARDI

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Port-au-Prince – “Molti edifici sono scomparsi. Si sentono dalle macerie le grida di aiuto di chi è rimasto sotto e i parenti sono impazienti. Si disperano. Mancano le luci per illuminare la scena e continuare a scavare di notte. Non possiamo che attendere la mattina, ma questa notte è veramente nera per tutti noi”. Nelle parole di Fiammetta Cappellini, operatrice umanitaria italiana ad Haiti, c’è tutto il dramma della popolazione colpita dal gravissimo sisma di ieri. La donna che lavora per l’Avsi (Associazione volontari per il servizio internazionale), ong aderente alla Compagnie delle opere, racconta via chat, utilizzando Skype (il software che permette di telefonare e mandare messaggi via internet), gli attimi e le ore dopo le scosse disastrose che hanno spazzato via buona parte della capitale Port-au-Prince. E Skype insieme a Twitter sono gli unici due canali che, attraverso il web, continuano ad unire l’isola caraibica con il resto del mondo. Permettendo di raccontare una apocalisse che ha di fatto inghiottito la città, dove vivono 2,3 milioni di abitanti, 4 milioni con i sobborghi. Un disastro che, secondo il premier Jean-Max Bellerive, potrebbe essere costata la vita a centomila persone.

Il primo allarme. Sul sito di microblogging subito dopo le 16.50 (ora locale), il consueto cinguettio da Haiti è diventato un grido di orrore. “Oh merda! Un fortissimo terremoto proprio adesso ad Haiti”, scrive Fredodupoux, che torna poi a twittare qualche minuto dopo: “Questa merda sta ancora tremando, i telefoni non funzionano piu!”. “C’è stato un terremoto, l’ho appena sentito qui a Port au Prince”, twitta, profetico, Troy Livesay, “I muri stanno crollando, stiamo tutti bene, pregate per quelli negli slum…”.

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Il terremoto è iniziato alle 22.53 ora italiana (le 16.53 ad Haiti) ed è stato seguito da decine di scosse di assestamento che secondo i geologi potrebbero protrarsi per giorni. L’epicentro è stato localizzato a una ventina di chilometri da Port-au-Prince, sulla terraferma dell’isola e a una profondità di appena 10 chilometri.
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SOS SOS. E il cinguettio di Twitter diventa racconto: “Nelle strade si dice che l’hotel Montana è crollato”, riporta Fredodupoux, “ci sono scosse di assestamento ogni dieci minuti…l’aeroporto è chiuso e la torre di controllo è stata danneggiata”; ricerca di parenti e conoscenti: “Johanna e Kate sono salvi”, scrive Missionhaiti, Abbiamo ricevuto adesso un messaggio da Johanna in cui lei dice che stanno tutti bene ma sono saltati i collegamenti telefonici e internet”; invocazione: “Abbiamo bisogno di aiuto. Ci sono migliaia di morti. SOS SOS…”.
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Pochissimi i contatti telefonici. “Subito dopo il terremoto onde gigantesche si sono abbattute su spiagge e strade: il mare si portava via i morti tra le macerie”, ha raccontato Cristina Iampieri, un avvocato italiano che lavora all’Onu nella capitale haitiana. Uno dei tanti brasiliani presenti nel paese (il paese di Lula guida la missione di pace Onu), l’antropologo Omar Thomaz, ha descritto scene orribili: “per le strade della città corrono persone bruciate, seminude: alcuni cantano, sentiamo dei canti religiosi provenire dalla strada”. “La gente si è riversata subito nelle strade dove si poteva avanzare solo a piedi e non in auto”, ha riferito Michael Bazile. “La gente urlava e piangeva. Ho visto molte persone in ginocchio a pregare per le vittime”.
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Il bilancio. Il presidente haitiano Renè Preval, in un’intervista al Miami Herald, dice di aver visto i corpi senza vita e sentito le grida della gente intrappolata sotto le macerie, anche quelle della sede del parlamento nazionale. “Il Parlamento è crollato. Ci sono molte scuole con molte persone morte sotto le macerie. E’ una catastrofe”.
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Edifici crollati. Fra gli edifici crollati, c’è il commissariato di Delmas 33, con annessa prigione e  centro di detenzione di minori, un edificio di tre piani che ora non esiste più. Distrutti anche il palazzo presidenziale, il quartier generale dell’Onu, l’ambasciata di Francia, il ministero degli Interni e della Sanità, l’ufficio imposte e la cattedrale. Sotto le macerie dell’arcivescovado è stato ritrovato il corpo di Monsignor Serge Miot, arcivescovo di Port-au-Prince.
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E poi ancora, tra gli edifici crollati, gli hotel Montana, Christopher e Karibè. Il Carribean market (supermercato) e l’edificio Mediacom. Tre dei quattro ospedali di Port-au-Prince sono crollati e l’unico ancora attivo non accetta più feriti perché è ormai al collasso per l’altissimo numero di persone ricoverato.
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I racconti. “Il panorama – racconta ancora Fiammetta Cappellini via Skype – è devastante. Danni ingenti si registrano ovunque. I morti non possono che contarsi a migliaia. Per le strade vagano persone in preda a crisi di panico e di isteria, feriti in cerca di aiuto. Gli ospedali sono difficilmente raggiungibili, le strade della capitale impraticabili”. Continuano ad essere interrotti i collegamenti, manca la corrente, “tutto si è spento, i generatori sono merce rara”.
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“Ciò che abbiamo visto col collega Jean Philippe nell’attraversare la città è spaventoso – racconta l’operatrice umanitaria – Non so davvero da che parte potremo ricominciare, ma lo faremo. E’ terribile. Penso ai quattro bambini che abbiamo soccorso oggi pomeriggio, quattro fratellini che si sono trovati sotto una casa distrutta senza i genitori non ancora rientrati dal lavoro. Uno di loro aveva gravissime ferite alla testa e piangeva disperato. La sorellina piangeva chiedendo: ‘come fa la mamma a ritrovarci che la casa non c’è più?'”.
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Carel Pedre, noto conduttore radiotelevisivo haitiano è stato il primo a raccontare la tragedia ai media internazionali, prima con Twitter, poi con la propria voce, infine direttamente in video con una web-cam. “Ero a Port-au-Prince, quando ho sentito la scossa stavo guidando la mia auto. All’inizio pensavo che mi avessero investito”, ha detto poco dopo il sisma.”Abitazioni distrutte, un ferito ogni due passi. Posso dire di aver visto almeno 500 feriti”.
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“Sto girando nelle strade della capitale – ha raccontato quindici ore dopo il sisma – I cadaveri sono ancora lì per terra. Le autorità non hanno diramato nessun annuncio. Né io ho visto agenti o militari impegnati nei soccorsi. Qui c’è la distruzione totale, ora mi sposterò in periferia, voglio vedere come stanno le cose lì”.
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Internet ha permesso ad altri giornalisti di pubblicare scarne informazioni man mano che i collegamenti internazionali riprendevano a funzionare. “In migliaia abbiamo dormito all’aperto stanotte. Dormito? Si fa per dire. Con la luce del giorno abbiamo scoperto una distruzione indescrivibile”, si legge in uno dei primi comunicati della stampa haitiana dopo il disastro, pubblicato sul sito Haitipressnetwork. “Le vittime sono numerose. I cadaveri sono ammonticchiati sull’asfalto. La cattedrale di Port-au-Prince, il palazzo presidenziale, gli uffici pubblici sono rasi al suolo. Sono state distrutte anche molte scuole, e centinaia di studenti e docenti sono intrappolati sotto le macerie. La città è morta”.
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13 gennaio 2010
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Haiti, contributi della Cooperazione italiana

(Teleborsa) – Roma, 13 gen – A seguito del terremoto che ha colpito ieri pomeriggio la Repubblica Democratica di Haiti, la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS), su indicazione del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è immediatamente attivata.
Sono stati subito disposti due contributi finanziari a favore delle Agenzie Internazionali che operano sul terreno: 500.000 Euro saranno devoluti al Programma Alimentare Mondiale per andare incontro ai bisogni alimentari d’urgenza delle popolazioni colpite, ed altri 500.000 Euro saranno concessi nel quadro del programma d’emergenza che la Federazione Internazionale delle Croci Rosse e delle Mezze Lune Rosse sta predisponendo per l’assistenza sanitaria.
La DGCS, inoltre, parteciperà ad una missione italiana coordinata, resa possibile da un volo organizzato dalla Protezione Civile, che partirà al più presto per Haiti.
La DGCS intende infatti valutare sul terreno le necessità urgenti ed il quadro logistico/operativo in vista della predisposizione, nei prossimi giorni, di un proprio volo umanitario che trasporterà beni di prima necessità destinati alla popolazione di Haiti.
La DGCS, inoltre, studierà insieme ai rappresentanti della società civile italiana le ulteriori forme di intervento che potranno rendersi utili nella fase successiva a quella dell’aiuto immediato.

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NE’ TERRA, NE’ DIRITTI – La situazione dei beduini del Negev in Israele

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Il deserto del Negev

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EBREI CONTRO L’OCCUPAZIONE

07/01/2010

La situazione dei beduini del Negev in Israele

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di Silvia Boarini
Photojournalist

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Quando Ben Gurion dichiarò che lo sviluppo del Negev sarebbe stata la vera sfida per gli israeliani, i coloni lo presero sul serio e il deserto fiorito divenne il miracolo del dopoguerra.

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Tanto che oggi, attraversando il sud d’Israele in macchina su autostrade che non ti fanno mai sentire troppo lontano da Tel Aviv, la cosa che salta all’occhio non sono i cammelli, ma i boschi.

Dal nulla appaiono centinaia di alberi piantati fitti fitti entro confini ben delineati, per poi sparire all’improvviso lasciando di nuovo spazio al paesaggio brullo e monocolore. Per qualche secondo uno strano stupore ti fa voltare piu’ volte ad assicurarti di non aver sognato. Un bosco, nel deserto in Israele ha piu’ o meno lo stesso significato di un muro in Cisgiordania. e’ uno di qui famosi ‘fatti creati sul territorio’.
Sheikh Saiah e’ un beduino vecchio stampo, ha circa 65 anni, sfoggia baffi argentati che si arricciolano alle estremita’ e indossa una tunica e keffya bianca. E’ il capo della famiglia Al Turi del villaggio di El Araqib, uno dei 45 insediamenti beduini del Negev che non sono riconosciuti dal governo Israeliano e percio’ non esistono su alcuna mappa. Siede a terra su un materassino nella tenda che gli uomini usano come luogo di riunione nel villaggio. E’ un personaggio carismatico e spesso chiamato dalla polizia Israeliana a risolvere questioni tribali. Sul problema dei villaggi non riiconosciuti dice semplicemente “chi ha occupato chi?, siamo forse stati noi ad invadere i nostri villaggi? E perche’ ora siamo noi a dover provare che queste sono le nostre terre?” E’ tornato ad El Araqib seguito da una quarantina di famiglie all’inizio del 2000, quando quasi per caso scopri’ che il Jewish National Fund avrebbe piantato un bosco proprio qui, nonostante interminabili battaglie legali sull’appartenenza della terra siano ancora in pieno svolgimento.

La storia delle famiglie Al Turi ed El Ockbi di El Araqib, e’ la storia della maggior parte dei clan beduini del Naqab (Negev). Nel 1951 le autorita’ militari Israeliane fanno sgomberare il villaggio con la forza e spostano le tribu’ nel Sayag, una zona che rimane sotto controllo militare fino al 1966. Le autorità aggiungono beffa all’inganno promettendo alle famiglie che saranno in grado di tornare alle loro terre dopo soli sei mesi. Dopo il Sayag, negli anni 70, il governo si fa promotore del programma di urbanizzazione e ritaglia sette aree esclusivamente per beduini. Nel 2009, queste piccole citta’ ancora presentano strade malmesse, infrastrutture fatiscenti e alte percentuali di disoccupazione e criminalità. Piu’ che dare la possibilità ai beduini di coltivare, allevare e ricreare lo stile di vita autosufficiente pre 1948, lo scopo del governo era stato piuttosto quello di sgomberare il Negev.

Cinquant’anni e interminabili battaglie legali dopo, gli Al Turi sono tornati ad El Araqib per rivendicare una volta per tutte il diritto a vivere e prosperare sulle loro terre. Ma dalla tenda salotto in cui e’ seduto Sheikh Saiah, gia’ si vedono all’orizzonte cumuli di terreno da cui spuntano piccoli tronchi. Ce ne sono centinaia. I lavori sono cominciati e gli alberi si avvicinano sempre di piu’ alle case di El Araqib. Il Jewish National Fund, conosciuto in Italia con il nome ebraico di Keren Kayemeth LeIsrael, conta di aver piantato nella terra d’Israele 240 milioni di alberi in 107 anni. Dalla riforestazione all’insediamento umano del Neghev, il JNF-KKL ci tiene a pubblicizzare il suo pedigree di ente ecologico e si fa promotore di quello che chiama senza alcuna ironia “Sionismo verde”. Cio che il JNF-KKL non pubblicizza e’ la politica discriminatoria alla base del suo essere. Il 13% della terra in Israele appartiene al JNF, una piccola porzione fu comprata dai primi pionieri mentre la maggior parte fu` ‘donata’ dal governo Israeliano che dopo il 1948 confiscava le terre di arabi che erano fuggiti dai loro villaggi. Ancora oggi, nonostante battaglie legali arrivate fino alla corte suprema, il JNF si considera guardiano delle terre d’Israele per il beneficio degli ebrei in tutto il mondo e si rifiuta di affittare le sue terre a non-ebrei.

Nonostante la clausola etnica, quest’organizzazione sa come continuare a far cadere monetine nei suoi salvadanai blu. Non costruisce posti di blocco ma, tra alberi e progetti ecologici, costruisce un futuro verde. Peccato che sia un futuro per soli ebrei.
Se essere arabo in Israele significa essere cittadino di seconda classe. Nel Neghev in particolare significa valere meno di un albero. Ma gli Al Turi non mollano. Aziz e’ figlio di Sheikh Saiah ed e’ tornato ad El Araqib con la moglie e i cinque giovani figli nel 2004. La sua casa consiste di una struttura di legno con muri di compensato, tetto di plastica e un pavimento di cemento. Spiega “siamo cittadini Israeliani e non stiamo facendo niente di male. Vogliamo solo vivere in pace sulle nostre terre. Se potessimo collegarci all’acqua e all’elettricita’ potremmo coltivare i campi come si deve e allevare piu’ animali. Se il governo non distruggesse le nostre case le potremmo costruire con le fondamenta e materiali migliori.”

E continua “non e’ facile vivere in queste condizioni. All’inizio erano tornate una quarantina di famiglie ma ora siamo rimasti in una decina. Bisogna andare a prendere l’acqua con i trattori e le cisterne un paio di volte alla settimana; non c’e’ elettricita’ durante il giorno e la notte bisogna accendere il generatore per avere luce; le scuole sono lontane; e poi c’e’ sempre il pericolo che le pattuglie del Green Patrol (il braccio armato della Israel Land Autorhity creato da Ariel Sharon) vengano a buttare giu’ le case e a distruggere i raccolti.” Lo stato considera questi beduini degli abusivi, percio’ il pericolo che cio ‘ succeda e’ costante. Nell’ Aprile del 2009 il Green Patrol ha distrutto i campi che gli Al Turi avevano coltivato a grano. Quest’anno i soldati si sono limitati ad usare un trattore mentre fino al 2007 spruzzavano pesticida da aereoplani. Inoltre, all’inizio di Novembre sono tornati a demolire alcune case.

Il riconoscimento legale darebbe ad El Araqib il diritto a un pezzo di terra, a infrastrutture e a servizi che lo stato provvede alle comunita’ ebraiche e ai nuovi immigrati. I beduini, invece, si trovano nella non invidiabile posizione di aver accettato la sovranita’ d’Israele nel 1948 ma di non averne guadagnato né terra né diritti. Nel 2009, il concetto di democrazia ebraica rimane un ossimoro dato che il 20 percento della popolazione, per ragioni etniche o religiose, ne e’ escluso. Etnocrazia sarebbe un termine piu’ appropriato. Nel mondo accademico e tra gli attivisti si parla anche del bisogno di un’identita’ Israeliana che sia distaccata dall’identita’ Ebraica e che includa e non escluda gli arabi e altre minoranze non ebraiche. I beduini questo bisogno non possono che condividerlo, dato che di giorno in giorno si scontrano con le limitazioni che un’identita’ nazionale prettamente ebraica impone sulla loro stessa identita’ e dignita’ di Israeliani.  Al momento, pero’, tra i Beduini la sensazione e’ che il governo non solo non li consideri Israeliani ma non li consideri punto e basta.

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http://it.peacereporter.net/articolo/19642/N%26egrave%3B+terra%2C+n%26eacute%3B+diritti

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fonte:  http://rete-eco.it/it/approfondimenti/politiche-israeliane/10972-ne-terra-ne-diritti.html

Bulldozer demolishing dozens of Bedouin homes near al-Hura, Negev

Israeli Interior ministry forces demolish unrecognized Bedouin village in the Negev; dozens of families left homeless
Date: Monday, 15 Dec 2008

Berlanty Azzam, La difficilissima laurea di una ragazza palestinese / Quel muro sottoterra che isola ancor di più Gaza

berlantyazzam

La difficilissima laurea di una ragazza palestinese

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di Anna Maria Selini

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Vivere a Gaza significa anche laurearsi in Chiesa. Un altare al posto della cattedra e i fedeli a fare le veci dei colleghi di facoltà. È più o meno quello che è successo a Berlanty Azzam, una studentessa ventiduenne, divenuta simbolo delle restrizioni di movimento imposte da Israele agli abitanti della Striscia. Dopo essere stata allontanata dalla Cisgiordania, bendata e ammanettata, perché studiava «clandestinamente » all’Università cattolica di Betlemme, Berlanty ha finalmente ricevuto il diploma in business administration dal vicerettore Peter Bray e dell’arcivescovo Antonio Franco, nunzio apostolico vaticano in Terra Santa. Il tutto nella Chiesa della Sacra famiglia di Gaza city. «Per me è un giorno bellissimo – ha commentato – e allo stesso tempo triste, perché non mi sono potuta laureare con i miei colleghi di università.Ma ho sfidato l’occupazione e ce l’ho fatta, nonostante tutte le difficoltà». Nel 2005 Berlanty ottiene un permesso religioso, in quanto cristiana, per recarsi a Betlemme. Lì si iscrive all’Università cattolica, la più importante della Cisgiordania, senza fare mai ritorno a Gaza, finché un giorno, a tre esami e due mesi dalla laurea, incappa in un checkpoint volante. «Mi trovavo a Ramallah, di ritornodauncolloquio di lavoro – racconta – e dopo aver controllato la mia carta d’identità, i soldati mi hanno prima trattenuto per sette ore senza dirmi nulla e poi nella notte mi hanno condotto al valico israeliano di Eretz». «Dal 2000 Israele ha aumentato le restrizioni tra Gaza e la Cisgiordania, specie per gli studenti – spiega Sari Bashi, direttrice dell’ong israeliana Gisha, che difende i diritti di movimento dei palestinesi e che ha fornito assistenza legale a Berlanty -. Anche quando non ci sono singole informazioni contro di loro, come in questo caso, soprattutto per l’età, vengono considerati un profilo a rischio. Si ritiene che in Cisgiordania potrebbero decidere di iniziare un’ attività ostile: università e importanti istituzioni accademiche sono ritenute serre per terroristi in erba e per questo si vieta a tutti gli studenti di entrare». «Ci risulta che Berlanty avesse fatto richiesta di iscriversi all’università di Betlemme, ma era stata rifiutata – replica Guy Inbar, portavoce del Cogat, l’organo che coordina le attività governative israeliane nei territori occupati -. Poi ha ottenuto un permesso di entrata per motivi personali, di soli cinque giorni, e quindi per noi non era autorizzata a rimanere».

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In dicembre il tribunale militare (Gaza è un territorio assediato) si era definitivamente pronunciato sul caso, negando a Berlanty il permesso di studiare a Betlemme. Da allora l’ateneo ha adottato tutti gli escamotage possibili per aiutarla, come esami in videoconferenza e via internet, fino all’arrivo della delegazione per la consegna del diploma a Gaza. «L’università – ha dichiarato il vicerettore – non poteva permettere che l’esercito israeliano le impedisse di laurearsi». MaBerlantynonèl’unica. «Avevamo centinaia di ragazzi provenienti da Gaza – ricorda Jack Curran, vicepresidente per lo sviluppo dell’Università cattolica di Betlemme- oggi c’è solo lei. Le autorità israeliane avevano assicurato che avrebbero valutato caso per caso, ma per qualche strana ragione dal 2007 nessuno studente, dopo aver passato i nostri test di ingresso, ha ricevuto il permesso di entrare». Prima del 2000, secondo Gisha, erano 15 mila gli studenti che da Gaza si recavano in Cisgiordania, anche perché alcune facoltà non sono presenti dentro la Striscia. Si calcola, invece, che siano 25 mila le persone con un documento di Gaza che vivono e lavorano in Cisgiordania, col rischio perenne di essere scoperti e deportati come Berlanty. Dopo che Hamas ha preso il potere nel 2007, le restrizioni alla libertà di movimento hanno subito un’ulteriore stretta ed oggi si può raggiungere la Cisgiordania solo in casi di estrema necessità medica e umanitaria. «Ironicamente per uno studente di Gaza è più facile studiare all’estero (cosa comunque difficile) che in Cisgiordania – conclude Bashi – come se per Israele fossero due stati diversi enon due parti dello stesso territorio ».

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13 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93647

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Quel muro sottoterra che isola ancor di più Gaza

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Un anno dopo “Piombo fuso”, l’ingresso a Gaza trae in inganno. Quella che prima era una strada sterrata circondata da briciole di case e industrie – le prime a essere colpite nell’offensiva israeliana che ha provocato la morte di oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani – è diventata un corridoio asfaltato e recintato. Ma, al di là della nuova passerella che collega il terminal israeliano di Eretz al checkpoint palestinese, nulla è cambiato: gli edifici distrutti, le carcasse delle fabbriche e le tende delle famiglie ancora prive di abitazione restano lì. Ti vengono incontro, con i carretti trainati dai muli, le moto cinesi contrabbandate attraverso i tunnel e le montagne di ferro. Isole sparse in tutta la Striscia, soprattutto nelle zone più colpite, dove improvvisati carpentieri si dedicano a una delle attività più diffuse: recuperare il ferro dai tondini delle case. Riccioli arrugginiti che ritrovano vita per essere riutilizzati, perchè a un anno da “Piombo fuso” i materiali per la ricostruzione continuano a non entrare e Gaza resta isolata.

Secondo Tel Aviv il ferro servirebbe ad Hamas, il movimento fondalmentalista islamico che dal 2007 controlla la Striscia, per costruire quei razzi qassam che effettivamente dalla fine della guerra hanno praticamente smesso di cadere sul sud di Israele. Il cemento invece farebbe proliferare i tunnel al confine con l’Egitto, quegli stessi che ora, con la costruzione di una profonda barriera sotterranea, il Cairo vorrebbe bloccare. Secondo Israele via d’accesso per armi e munizioni, in realtà principale valvola di sfogo di una popolazione che, per organizzazioni internazionali come Amnesty International, vive in “emergenza umanitaria”.

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Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’Unwra, l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi, nella seconda settimana di dicembre a Gaza sono entrati 615 camion carichi di cibo, prodotti agricoli e per l’igiene. Dato che rappresenta solo il 26% di quello che entrava ogni settimana in media prima del 2007. A Gaza i blackout sono continui, molte famiglie non hanno acqua corrente (che comunque non è potabile) e anche la carta igienica per molti resta un lusso.

Il 97% delle industrie restano chiuse, il tasso di disoccupazione è salito al 42,3% nell’ultimo quadrimestre del 2009 e otto abitanti su dieci dipendono dagli aiuti umanitari. Lo rivela l’ong israeliana Gisha, che sottolinea anche come la chiusura dei valichi (imposta da Israele dopo la presa di Hamas) continui a rappresentare una violazione dei diritti principali come quello all’educazione, alla salute e alla libertà di movimento.

Gli abitanti di Gaza non sono liberi di uscire, ma nemmeno entrare – fatta eccezione per gli operatori di ong, alcuni giornalisti e diplomatici – è così scontato. Tanto che su 1500 partecipanti alla “Gaza freedom march”, arrivati al Cairo da quarantadue nazioni diverse il 27 dicembre scorso, per entrare nella Striscia e manifestare pacificamente contro l’embargo, sono riusciti a entrare in 84. Tra questi, nessuno dei 140 italiani che hanno aderito e che sono stati anche coinvolti nelle cariche della polizia egiziana contro i manifestanti.

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Violente le reazioni anche contro il convoglio umanitario del parlamentare britannico George Galloway, che trasporta, tra le altre cose, 700 protesi dell’anca per un valore commerciale di quasi 2 milioni di euro, raccolte dall’associazione genovese “Urgenza sanitaria”. Dopo aver deviato il convoglio e proposto l’entrata parziale (rifiutata dai dirigenti così come il passaggio attraverso Israele), i reparti antisommossa egiziani hanno attaccato i partecipanti, ferendone una sessantina. Già il giorno prima si erano registrati disordini al confine tra Gaza e l’Egitto, con la morte di un soldato egiziano e il ferimento di decine di palestinesi, dopo una manifestazione a sostegno del convoglio degenerata. E sempre nei giorni scorsi, in risposta al lancio di alcuni colpi di mortaio, i caccia israeliani hanno bombardato alcuni punti della Striscia, uccidendo tre persone.

In tutto questo è inevitabile chiedersi come potranno essere operative le ong italiane che nei prossimi mesi prolifereranno a Gaza, dopo che la Farnesina ha stanziato 4 milioni di euro per nuovi progetti.

di Anna Maria Selini

pubblicato su L’Eco di Bergamo

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11 gennaio 2010

fonte:  http://certestorie.blogspot.com/2010/01/quel-muro-sottoterra-che-isola-ancor-di.html


A Sale, nel basso Piemonte, muoiono due operai, asfissiati dal Gpl

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Il telefono squilla a vuoto per troppe ore. Nessuno dei due operai risponde al cellulare. A Fidenza, sede della Tacnogas, impresa specializzata in bonifiche di impianti di carburante, l’ansia è sempre più forte con il passare delle ore.

Bruno Montixi, 41 anni, origine sarda ma di Fidenza e il collega Rudi Cariolato, 46, anche lui residente a Fidenza sono morti da alcune ore, asfissiati da un getto di Gpl. La scoperta dei due cadaveri risale alle 18,30 di ieri: tocca all’ex gestore dell’impianto, avvertito dall’impresa, dare corpo ai timori dei colleghi di lavoro.

Il drammatico incidente è avvenuto (probabilmente) ieri mattina a Sale nell’area di un distributore di benzina dismesso da ormai due anni. I due tecnici specializzati erano stati inviati dalla Tecnogas per bonificare la pompa di carburante, un lavoro di routine per l’impresa ma che nasconde sempre motivi di pericolo.

I due operai scendono la scaletta che conduce alla vasca del serbatoio Gpl, un vano da 15 metri per 4, al cui interno c’è un locale più piccolo, circa quattro metri per quattro, dove c’è tutta la strumentazione ed è diviso da un muro dalla cisterna che conteneva il Gpl. I carabinieri di Tortona, con a capo il comandante Giorgio Sanna, i vigili del fuoco di Alessandria – coordinati dal procuratore di Tortona, Bruno Rapetti – stanno cercando di capire quello che è accaduto là sotto ma sembra, da una prima sommaria ricostruzione, che i due tecnici abbiano azionato la valvola che regola la cisterna. Si può solo ipotizzare, al momento, che la valvola abbia rilasciato del gas che ha investito i due uomini. La morte è sopraggiunta per asfissia: uno degli operai ha perso subito i sensi, l’altro ha cercato di risalire ma non ce l’ha fatta. E’ stato trovato sui primi gradini della scaletta.

Nessuno però si è accorto dell’incidente: Montixi e Cariolato erano soli, nessun altro collega li aveva seguiti a Sale. Ecco perché l’allarme non è scattato subito: i corpi erano nascosti a qualche metro sottoterra, nella vasca. Da Fidenza sono partite numerose chiamate, ma i due cellulari erano muti. Nessuna risposta. È scattato l’allarme.

Dalla sede della Tecnogas parte un’altra telefonata, diretta questa volta a rintracciare l’ex gestore dell’impianto, il quale raggiunge l’ex distributore Erg, che si trova alle porte di Sale. Sa già dove dirigersi, nelle viscere della vasca che ospitava la cisterna e il vano della strumentazione. Ed è proprio lì che ieri sera verso le 18,30 l’ex gestore trova i cadaveri di Montixi e Cariolato.

Arrivano io carabinieri, i vigili del fuoco: le salme vengono issate in superficie. Altre due morti “bianche”, due morti sul lavoro. Scattano gli accertamenti per l’inchiesta giudiziaria, i carabinieri si mettono alla ricerca dei familiari. La provinciale Lomellina va in tilt, code lunghissime. Due famiglie e il mondo del lavoro sono in lutto.

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13 gennaio 2010

fonte:  http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/basso_piemonte/2010/01/13/AMQRjkHD-asfissiati_muoiono_operai.shtml