Archive | gennaio 14, 2010

La corsa di Miguel, sport e impegno ricordando i desaparecidos

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La corsa di Miguel, sport e impegno ricordando i desaparecidos

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di Massimo Franchi

tutti gli articoli dell’autore

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In principio era una corsa. Dieci chilometri su e giù dai ponti di Roma per ricordare il desaparecido Miguel Benancio Sanchez, poeta e podista, sequestrato come migliaia e migliaia di argentini dalla dittatura argentina in una brutta nottata del gennaio 1978. Aveva 25 anni, e fin la sua esistenza si era equamente divisa fra amore per la corsa, la poesia e la libertà.

Anno dopo anno, e questo è l’undicesimo, la Corsa di Miguel è cresciuta sempre più diventando un appuntamento trasversale che unisce sport, cultura e impegno sociale in modo sempre più stretto. Avevamo lasciato la Corsa di Miguel lo scorso 18 ottobre in quel de L’Aquila. Un altro connubio forte e simbolico, una corsa fra le strade appena riaperte raccogliendo fondi per ridare vita alla società di atletica del luogo. E dall’Abruzzo, per contraccambiare, arriveranno tanti podisti. Si corre domenica 24, ma il “cartellone” si apre già sabato 16 con 9 corse apripista in giro per Roma a cui parteciperanno studenti e loro genitori, coinvolti nell’imprese dagli incontri a scuola fatti dagli organizzatori, guidati dagli instancabili Valerio Piccioni e Giorgio Lo Giudice. Il capitolo culturale invece partirà mercoledì 20 alla Casa Argentina di via Veneto 7 con una serata dedicata alla memoria: presentazione del libro “Identità alla prova” di Alice Andreoli che racconta la battaglia delle nonne di Plaza de Majo per ridare, tramite il test del Dna, la vera identità a tanti figli di desaparecidos, per continuare con la proiezione del film “La Santa Cruz”, storia della suore che si batterono contro la dittatura. Poi il palcoscenico si sposterà alla Scuola dello Sport del Foro Italico che giovedì sera ospiterà una serata di tango e letture (”SporTango”), venerdì pomeriggio letture sul tema della bici (”Pagine a pedali”) e sabato mattina una sfida a colpi di brani letterari, uno per ognuno dei 32 paesi partecipanti) per anticipare i Mondiali di calcio (”Giochiamo i mondiali letterati”).

Il clou però sarà sempre la corsa. Perché, come scriveva Miguel, la correre fa bene al cuore e alla testa di ogni atleta, senza distinzioni. “Per te che sai di freddo/di calore/di trionfi e di sconfitte/che no, non lo sono/Per te che hai il corpo sano/l’anima larga e il cuore grande/Per te che hai molti amici/molti nonni/l’allegria adulta/il sorriso dei bambini/Per te che non sai né di gelo né di sole/né di pioggia né di rancori/Per te, atleta/che traversasti paesini e città/unendo Stati nel tuo andare/Per te, atleta/che disprezzi la guerra e sogni la pace”.

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14 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93710

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AMERICAN WAY – Mikey, il “sospetto terrorista” di 8 anni: «Lo controllano in ogni aeroporto» / Cub Scout ‘On Terror Watch-List After Mix-Up’

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La madre: «Ormai Si è abituato». Lui: «I grandi sono irragionevoli»

Mikey, il “sospetto terrorista” di 8 anni

«Lo controllano in ogni aeroporto»

Il ragazzino vittima di un caso di omonimia. Ma i suoi familiari non riescono a far correggere l’equivoco

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WASHINGTON – Ha 8 anni, è un boy scout, studia a una scuola parrocchiale. Ma dalla prima volta che salì su un aereo, quando aveva 2 anni, viene sempre fermato, frugato e interrogato dai funzionari della TSA, la Transport security administration. Assieme alla famiglia è l’ultimo a prendere il suo posto, e non di rado causa ritardi alle partenze. Il motivo: Michael Hicks, figlio di un imprenditore e di una fotogiornalista che soleva viaggiare al seguito della Casa Bianca, è un sospetto terrorista. A 8 anni? Impossibile? No, possibilissimo: Mikey, come viene chiamato, figura nella “selected list”, un elenco allargato del “non volo”. E in 6 anni, la famiglia non è riuscita a farlo togliere. William Pasrell, il deputato democratico che la aiuta, è furioso: «Nella lista del non volo compaiono 2.500 nomi, in quella selettiva 13.500. Evidentemente sono inattendibili, se includono un bambino».
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CONTROLLI – A segnalare l’assurdità del caso è il New York Times, che ha appurato che si tratta di omonimia. Un Michael Hicks è veramente sospettato di terrorismo, ma non si sa chi sia, e di Michael Hicks in America il giornale ne ha comunque contati più di 1.600. Il bambino, inoltre, ha un aspetto del tutto inoffensivo: porta gli occhiali, è educato e sorridente, e si sottopone ai controlli di buona grazia. «Pianse solo la prima volta – ricorda la madre – a 2 anni, quando prendemmo l’aereo a Newark, la nostra città nel New Jersey, vicino a New York. Si è abituato a essere fermato». Normalmente, al banco accettazioni gli addetti esprimono sorpresa quando trovano il suo nome nella “selected list” e chiamano i superiori. Ma nessuno lo lascia passare senza una rigida ispezione. Commenta ironicamente Mikey: «I grandi sono irragionevoli».
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REVISIONE LISTE – Interpellato dal New York Times, James Fotenos, il portavoce della TSA, ha dichiarato che «di norma i bambini non figurano nei nostri elenchi» e ha assicurato che tra le riforme ordinate da Obama dopo il mancato attentato di Natale al volo della Delta c’è la revisione delle liste. Ma il giornale osserva che negli ultimi tre anni circa 82 mila passeggeri, bloccati agli aeroporti, vittime di casi di omonimia, hanno fatto ricorso contro la TSA e che 25 mila ricorsi sono ancora pendenti. Un uomo d’affari canadese, Mario Labbè, è stato prima costretto a rinunciare ad andare negli Stati Uniti e a fissare gli incontri con americani in Francia, poi a cambiare nome, cosa legale nel suo Paese. Adesso va e viene liberamente tra Toronto e New York: «Assurdità, follie» ha protestato. Il deputato Pasrell ha chiesto alla TSA di lasciare in pace il piccolo Mikey e all’Fbi, la polizia federale, e alla Cia, il servizio segreto, di ridurre le loro banche dati sui terroristi: «Arrivano a 550 mila nomi» lamenta. «È il caos. Occorre essere precisi».

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Ennio Caretto
14 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_14/bambino_sospetto_terrorista_usa_ennio_caretto_e36cfd70-0119-11df-9901-00144f02aabe.shtml

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Cub Scout ‘On Terror Watch-List After Mix-Up’

An eight-year-old boy from the US is apparently suspected of being a terrorist when he goes on holiday because of a name mix-up.

Michael Hicks

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3:54pm UK, Thursday January 14, 2010

Roddy Mansfield, Sky News Online

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Suspect: Michael is stopped and searched by security when he flies out of the US

Cub scout Michael Hicks, from New Jersey, is believed to share his name with a suspicious person – and he gets stopped and searched at nearly every airport.

Problems began six years ago when the family tried to fly to Florida from Newark Liberty International Airport.

Airline staff said Michael’s name was “on the list” and the boy was ‘patted down’ – he was just two years old.

Since then, he has found it hard to get on a flight without any problems.

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Michael and mother NajlahDelays: Michael and mum Najlah

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The delays often mean the Hicks are the last to take their seats on planes and cannot sit together.

Michael’s name seems to be on a government watch-list of suspicious persons, which triggers a higher level of security screening than other passengers.

The list is operated by the US Terrorist Screening Centre.

Copies are passed to the Transportation Security Administration (TSA), which hands them out to airlines.

The TSA said, as a rule, there should not be any children on the list. But it would not comment on Michael’s case.

After years of delays at check-in and waiting for clearance from security, the final straw came when the family recently flew to the Bahamas.

Michael was searched on the way there and more forcefully on the way home.

His mother Najlah felt her son was being treated like a terrorist.

She told Sky News: “He doesn’t like being touched and he gets angry. One time he said, ‘Don’t worry mum, I know tae kwon do’.

“But joking aside, sometimes he’ll be pulled out of the line to be searched. He gets very upset when it happens.”

Mrs Hicks said she has done everything she can to get Michael off the list: “I understand they need to do his, I know there is a need for security. But it shouldn’t take eight years to get this fixed.”

Michael is not alone. More than 81,000 frustrated travellers have asked the Department of Homeland Security to remove their names from the list and there are 25,000 cases pending.

The Hicks have set up a Facebook group called Get Mikey Off The List.

But for now he will have to put up with being a suspect. He told Sky: “I’m not a terrorist. It’s stupid and it drives me nuts.”

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fonte:  http://news.sky.com/skynews/Home/World-News/Michael-Hicks-Eight-Year-Old-Boy-Suspected-Of-Being-A-Terrorist-Because-Of-Name-Mix-Up/Article/201001215522738?lpos=World_News_First_World_News_Article_Teaser_Region_2&lid=ARTICLE_15522738_Michael_Hicks%3A_Eight-Year-Old_Boy_Suspected_Of_Being_A_Terrorist_Because_Of_Name_Mix-Up

INTERNET – Peer to peer, nuova offensiva: Nel mirino Telecom e utenti

Peer to peer, nuova offensiva
Nel mirino Telecom e utenti

La Federazione anti pirateria audio visiva chiede alla compagnia telefonica di denunciare chi scarica file coperti da copyright. Ma l’azienda si oppone e accusa: “Avete violato la privacy dei nostri utenti”. A giorni via al processo

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di A. LONGO

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GLI UTENTI e i siti peer to peer italiani sono al centro di una contesa giudiziaria che segna una svolta nella guerra alla pirateria online. La Fapav (Federazione anti pirateria audio visiva) ha chiesto al Tribunale civile di Roma di imporre a Telecom Italia alcune misure straordinarie: primo, obbligare la compagnia telefonica a denunciare alle autorità giudiziarie chi nella propria rete si macchia di pirateria; secondo, impedire l’accesso ad alcuni notissimi siti collegati, anche indirettamente, al peer to peer; terzo, battersi, d’ora in avanti, in prima linea contro il fenomeno.
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Se dovesse accettare le richieste di Fapav, quindi, Telecom dovrebbe scoprire quali utenti scambiano file pirata e fare pressioni perché smettano. Nel ricorso d’urgenza presentato da Fapav si legge anche un’accusa alla compagnia: non aver fatto abbastanza finora per dissuadere i propri utenti peer to peer, perché a Fapav risultano “centinaia di migliaia di utenti Telecom” che hanno scaricato film recenti. La Federazione ha addirittura fatto una classifica dei film più scaricati illegalmente: in testa Baaria (600 mila file scambiati), seguito da Il Grande Sogno (300mila), Amore 14 (200mila), Bruno (180mila), Basta che funzioni (178 mila), La Doppia ora (100 mila) e Viola di Mare (60mila).
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Fatto sta che Telecom si sta opponendo alle richieste. Non solo: nella propria difesa presentata al Tribunale, accusa a sua volta Fapav di aver monitorato le connessioni degli utenti Telecom, violandone la privacy. Soltanto con questi mezza la Federazione avrebbe potuto ottenere i dati sui film più scaricati.  Secondo l’operatore, è una vicenda simile a quella di Peppermint (azienda discografica tedesca che aveva fatto incetta di dati degli utenti peer to peer italiani). Un caso che si era concluso nel 2007 con la condanna dei discografici, al Tribunale di Roma e da parte del Garante della Privacy. Non si sa in che modo Fapav abbia monitorato il traffico peer to peer, ma forse si è servita di un software ad hoc (Peppermint utilizzava quello di Logistep).
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La data dell’udienza non è stata ancora fissata (a differenza di quanto riportato da altri organi di informazione), perché all’ultimo momento è stato cambiato il giudice (adesso è Antonella Izzo). Poiché si tratta un procedimento d’urgenza, però, dovrebbe essere questione solo di pochi giorni.
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Un’eventuale condanna cambierebbe di molto le abitudini di navigazione degli italiani. Primo, perché sono milioni gli utenti peer to peer nostrani (8 milioni solo quelli di eMule, secondo Nielsen). Secondo, perché i siti che Fapav vuole oscurare solo molto popolari: c’è The Pirate Bay e poi un gran numero di indirizzi italiani: Italianshare, ItalianSubs, Vedogratis, Youandus, Italianstreaming, 1337x, Dduniverse, Angelmule, Italiafilm, Ilcorsaronero. Alcuni di questi permettono di vedere direttamente film pirata, altri solo di trovarli (a mo’ di motore di ricerca). Ma c’è anche il caso di ItalianSubs, che si limita a fornire sottotitoli in italiano a film inglesi che l’utente si deve procurare altrove. Se scaricare e condividere un file pirata è illegale, non è così scontato che lo siano anche tutti quei siti. Solo The Pirate Bay è stato condannato per aver favorito la pirateria: da un tribunale svedese e poi di recente anche dalla Cassazione italiana, secondo la quale è corretto impedire l’accesso a siti che facilitano il download di file pirata. La sentenza della Cassazione forse aprirà la strada a una campagna di denunce, contro siti collegati al peer to peer. Questa della Fapav potrebbe essere solo la prima di una lunga serie.
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14 gennaio 2010
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LIBERARETE? – Cina, risposta a Google: la censura serve / Una legge per trasformare la Rete in una grande TV

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Il motore di ricerca aveva minacciato di andarsene dal Paese

Cina, risposta a Google: la censura serve

La portavoce del governo: sia rispettata la nostra legge. E un funzionario: dobbiamo guidare l’opinione pubblica

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Il palazzo che ospita la sede di Google a  Pechino (Ansa)
Il palazzo che ospita la sede di Google a Pechino (Ansa)

MILANO – Pechino ha emesso la propria sentenza. E, salvo clamorosi dietrofront rispetto alle dichiarazioni rilasciate mercoledì, Google dovrà presto fare le valigie e lasciarsi alle spalle l’esperienza all’ombra della Grande Muraglia. I vertici della compagnia di Mountain View avevano infatti spiegato di non volere più sottostare alla censura imposta dal governo cinese, che sostanzialmente limita le ricerche di informazioni pretendendo l’introduzione di filtri che evitino la circolazione di notizie considerate scomode. La portavoce governativa Jang Yu oggi ha annunciato la versione ufficiale dell’esecutivo guidato da Wen Jiabao: le imprese straniere «sono le benvenute» su Internet se «agiscono in accordo con la legge» cinese. Come dire: potete stare, ma solo se fate come diciamo noi. Ovvero, se i filtri imposti alle ricerche degli utenti restano.

«MA NOI INCORAGGIAMO INTERNET»Google aveva minacciato di chiudere le sue operazioni in Cina dopo aver subito attacchi di «pirati informatici» cinesi che cercavano informazioni riservate sui suoi utenti, in particolare cittadini cinesi oppure aziende straniere che utilizzano i server di posta Gmail. Parlando in una conferenza stampa a Pechino, Jiang Yu ha aggiunto che «in Cina Internet è aperta, noi incoraggiamo lo sviluppo di Internet». La portavoce non ha però chiarito cosa succederà in futuro con Google, che da ieri non usa i «filtri» richiesti dal governo cinese consentendo dunque l’accesso ad una serie di siti web considerati «proibiti».

«GUIDARE L’OPINIONE PUBBLICA»Non è stata solo la portavoce del governo a prendere posizione sulla querelle avviata dalla compagnia americana. Il ministro dell’Ufficio informazioni del consiglio di Stato, Wang Chen, ha detto che pornografia online, frodi e «rumours» rappresentano una minaccia. E ha aggiunto che i media su Internet devono contribuire a «guidare l’opinione pubblica» in Cina, che conta il maggior numero al mondo di utenti Web, attualmente a quota 360 milioni. Un mercato dunque importantissimo per gli operatori internazionali, che tuttavia, accettando la censura imposta da Pechino, si espongono a dure critiche negli Usa e nel resto del mondo libero. Nelle sue dichiarazioni Wang non ha mai citato espressamente Google. Ma sono parole che pesano, soprattutto la pretesa di «guidare l’opinione pubblica», che si scontra con uno dei caposaldi della democrazia, ovvero la libertà di opinione. Difficile dunque immaginare un’intesa attorno ad un qualsivoglia compromesso.

LA POSIZIONE DEGLI USAE ora che succederà? Google terrà fede al proposito di non restare in un mercato soggetto a vincoli democratici tanto ingombranti? Il presidente degli Usa, Barack Obama, ha fatto sapere, proprio in concomitanza con il braccio di ferro avviato da Mountain View, che lui e la sua amministrazione sono «convinti sostenitori della libertà per internet». Gibbs ha ricordato che lo stesso Obama aveva affrontato il tema con le autorità cinesi durante il suo viaggio a Pechino l’anno scorso.

I POSSIBILI SCENARIResta ora da vedere se la possibile ritirata di Google verrà vista dalla comunità internazionale come una violazione dei diritti civili a cui far seguire sanzioni o ritorsioni. Per ora, nonostante la presa di posizione di mercoledì, quella del ritiro è solo un’eventualità. Già in diverse occasioni i principali motori di ricerca erano stati messi sul banco degli imputati per la decisione di assecondare le autorità cinesi nell’imposizione dei filtri alle ricerche, ovvero limitando la libertà di espressione e di opinione degli individui. Un funzionario dell’ ufficio informazioni governativo cinese ha detto all’ agenzia Nuova Cina che le autorità «stanno cercando di ottenere maggiori informazioni» sulle intenzioni della compagnia americana.

SOCIAL NETWORK BLOCCATIDall’altra parte del mondo, negli Usa, il New York Times, cita «fonti vicine all’ indagine» condotta da Google, e spiega che gli attacchi oggetto della presa di posizione sono stati condotti la scorsa settimana contro 34 «compagnie o entità» che si trovano nella Silicon Valley in California, sede dei server di Google usati da molti cinesi che vogliono sfuggire alla censura. Che non colpisce solo i motori di ricerca, ma anche social network e siti di condivisione come Youtube, Facebook e Twitter. Rebecca MacKinnon, esperta di Internet in Cina, afferma che «Google ha subito negli ultimi mesi ripetute prepotenze e rischia di non poter garantire agli utenti la sicurezza delle sue operazioni». Google, che è la principale concorrente del più popolare motore di ricerca cinese, Baidu.com, è stata messa sotto accusa in Cina per motivi che vanno dalla «diffusione di materiale pornografico», all’ uso senza autorizzazione dei testi di autori cinesi.

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Alessandro Sala
14 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_14/google-risposta-governo-cinese-censura-ricerche_988e0c3e-00e9-11df-9901-00144f02aabe.shtml

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Vogliamo che la Rete diventi così?

Una legge per trasformare la Rete in una grande TV

Videoblog e piattaforme di sharing come televisioni, responsabili dei contenuti e delle violazioni in cui questi eventualmente incorrono. I rischi del recepimento italiano della direttiva UE Audiovisual Media Services

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di G. Scorza

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Una  legge per trasformare la Rete in una grande TV

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Roma – Il Parlamento italiano sta per esprimere il proprio parere sullo schema del decreto legislativo con il quale nelle prossime settimane il Governo dovrà dare attuazione in Italia alla Direttiva UE 2007/65/CE meglio nota come Audiovisual Media Services (AVMS). Sin qui nulla di cui preoccuparsi: attuare la direttiva UE è un obbligo del nostro Paese e il principio alla base della Direttiva – l’attività televisiva resta tale e deve essere soggetta alla medesima disciplina a prescindere dalla piattaforma e tecnologia utilizzate – è difficilmente contestabile nell’era della convergenza mediatica. A scorrere il testo del decreto legislativo attraverso il quale il Governo pare intenzionato ad adempiere all’obbligo comunitario, tuttavia, tanta serenità svanisce e lascia il posto ad un dubbio: non sarà che l’atavico attaccamento ed il comprensibile debito di riconoscenza degli inquilini del Palazzo a mamma TV li abbia spinti a trasformare per legge Internet in una grande televisione?

Al di là delle battute con le quali, pure, talvolta si possono dire grandi verità, alcune disposizioni dello schema di Decreto Legislativo sono tali da indurre a ritenere che talune ambiguità ed omissioni rispetto al chiaro ed inequivoco dettato della Direttiva AVMS non siano frutto solo del caso o della nota scarsa puntualità del nostro legislatore nell’importare la disciplina europea nel nostro Paese ma, piuttosto, di un approccio pantelevisivo dell’Esecutivo.
Tutto è televisione o, almeno, dovrebbe esserlo secondo il Governo della TV.
Ma andiamo con ordine.

Il punto di partenza o, se si preferisce, la chiave di lettura del decreto è costituito dalla definizione di “servizio di media audiovisivo”.
Eccola: “un servizio quale definito agli articoli 56 e 57 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che è sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media e il cui obiettivo principale è la fornitura di programmi al fine di informare, intrattenere o istruire il grande pubblico, attraverso reti di comunicazione elettroniche e che comprende sia servizi lineari… che servizi non lineari“.

Sin qui tutto in linea con la Direttiva AVMS che, tuttavia, attraverso il considerando 16 restringe la portata della definizione di “servizio di media audiovisivo” chiarendo che essa “non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse“.
Chiara, limpida ed inequivocabile, la volontà del legislatore europeo: il videoblog di Pippo, come scrive Stefano Quintarelli, ma anche una piattaforma user generated content che distribuisce “contenuti audiovisivi generati da utenti privati” sono diversi dalla televisione e dovrebbero restare estranei alla nuova disciplina.

Ecco come, invece, il Governo intende circoscrivere la portata della definizione di “servizio media audiovisivo”: “non rientrano nella nozione di servizio media audiovisivo i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva“.
Bene sin qui. Si ribadisce una volta di più che il videoblog di Pippo non è una televisione e che, pertanto, ad esso non è applicabile la nuova disciplina sempre che, naturalmente, l’attività di Pippo non possa essere ritenuta “principalmente economica”.

Il solo limite dell’assenza di “attività economica” e il vago riferimento alla “non concorrenza con la radiodiffusione televisiva”, francamente, mi sembrano poco per distinguere un videoblog da una TV ma, per il momento, preoccupiamoci degli aspetti più seri. L’approccio pantelevisivo di Palazzo Chigi, infatti, ha spinto l’estensore dello schema di decreto legislativo a non fermarsi ed ad aggiungere ancora un periodo alla definizione.

La lettera a) del comma 1 dell’art. 4, infatti prosegue e prevede: “fermo restando che rientrano nella predetta definizione (ovvero sono servizi di media audiovisivo, ndr) i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale“.
Qui, l’interprete rischia di perdersi.
Nel videoblog di Pippo “il contenuto audiovisivo non ha carattere meramente incidentale” ma, in ipotesi, Pippo non esercita un’attività “principalmente economica”.

Quid iuris? Prevale il primo o il secondo periodo? Una brutta ambiguità in relazione ad un aspetto tanto importante.
Nella migliore delle ipotesi è una disposizione di legge scritta malissimo sotto il profilo della tecnica della normazione mentre nella peggiore è il lapsus freudiano di un legislatore che vorrebbe “chiudere in TV” anche il videoblog.

Ma c’è di più.
Una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi nell’ambito di un’attività economica è una televisione?
Buon senso, esperienza e tenore del considerando 16 della Direttiva AVMS suggeriscono di no, ma il testo del Decreto con il quale si intende attuare la Direttiva dice il contrario: anche le piattaforme UGC audiovisive – YouTube in testa – altro non sarebbero che grandi TV.
L’approccio pantelevisivo dilaga.

Probabilmente – come peraltro allude neppure troppo velatamente il Senatore Vita in un comunicato stampa – il Governo non ha resistito alla tentazione di fare lo sgambetto a Google che, in Tribunale, sta giocando una partita importante contro Mediaset nella quale, ovviamente, nega di essere una TV e rivendica il ruolo di intermediario della comunicazione.
Se così fosse, tuttavia, gli estensori del decreto avrebbero commesso un errore perché la Direttiva esclude che la disciplina italiana possa applicarsi ad un fornitore che, come Google, non è stabilito nel nostro Paese.
Ma lasciamo da parte la vicenda Google-Mediaset e torniamo a parlare del resto della Rete perché, per fortuna, c’è tanto altro e, per sfortuna, il Governo vorrebbe ridurre tutto ad una TV.

Nella Direttiva AVMS, il legislatore, nel definire la nozione di “responsabilità editoriale” ovvero quella del fornitore del servizio di media, precisa che essa non implica necessariamente una responsabilità giuridica sui contenuti e al considerando 23 ne chiarisce il senso, ricordando, che “la presente direttiva dovrebbe applicarsi fatte salve le deroghe di responsabilità della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (direttiva sul commercio elettronico)“.
Si tratta di un principio fondamentale per garantire la convivenza della nuova disciplina con quella già vigente in materia di assenza dell’obbligo di sorveglianza degli intermediari della comunicazione – fornitori di hosting in testa – per i contenuti pubblicati dai propri utenti e di non responsabilità dei primi per i medesimi contenuti.
Sarebbe lecito attendersi che tale principio fosse riflesso anche nel testo dello schema di decreto legislativo di attuazione ma, sfortunatamente, non è così.

Il nostro Paese – dopo quanto accaduto negli ultimi mesi nei nostri Tribunali ed a Palazzo Chigi – continua a rigettare con forza tale principio che pure affonda ormai le sue radici nell’humus comunitario e trova fondamento nella ratio della disciplina europea sulla non responsabilità degli intermediari della comunicazione superbamente ricordata dall’Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE nella causa C236/08: “creare uno spazio libero, pubblico e aperto su Internet, cosa che (n.d.r. la direttiva 31/2000) cerca di fare limitando la responsabilità di coloro che trasmettono o ospitano le informazioni ai soli casi nei quali, questi ultimi, sono coscienti dell’esistenza di una illegalità“.

È grave anche perché, più avanti, all’art. 6 dello schema di decreto legislativo, sotto la rubrica “protezione del diritto d’autore” il Governo impone a – e dunque rende direttamente responsabili – tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi “dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca”.

Come se ciò non bastasse, il comma 3 dell’art. 6 stabilisce che “l’Autorità (quella per le garanzie nelle comunicazioni, ndr) emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo”.
Ora importare HADOPI in Italia sarà più facile perché sarà sufficiente un regolamento firmato AGCOM, che disponga l’oscuramento delle TV, pardon, dei videoblog che diffondono materiale ritenuto “pirata”.

Conclusioni: la direttiva AVMS si deve, naturalmente attuare, ma, nel farlo, occorre tener presente che rischiare di trasformare la Rete in una grande Televisione – che ciò corrisponda alla volontà politica o sia, piuttosto, solo una possibile conseguenza di disposizioni scritte male e pensate peggio – significa privare il Paese dell’unica reale possibilità di uscire da decenni di telepotere che hanno fortemente limitato ogni spazio di libertà e democrazia nel mondo dei media.

Sarebbe già abbastanza, ma talvolta le ragioni dell’economia sono più ascoltate di quelle della democrazia e, quindi, sembra utile aggiungere che l’approccio pantelevisivo del nostro Governo all’attuazione della Direttiva AVMS rischia di far trasferire l’imprenditoria e la creatività multimediali italiane al di là delle Alpi. Poiché, ai sensi della Direttiva AVMS, basta stabilirsi in un altro Paese membro per sottrarsi all’ambito di applicazione della nostra sui generis disciplina di attuazione.
Internet non è una TV! Non lasciamo che lo diventi per legge.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

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fonte:  http://punto-informatico.it/2786742/PI/Commenti/una-legge-trasformare-rete-una-grande-tv.aspx

MINE ANTIUOMO: Il tradimento finale di Obama

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DI CLANCY SIGAL
SinPermiso
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La peggiore delle promesse non mantenute dal presidente, da quanto si è venuto a sapere il Giorno del Ringraziamento, è il suo rifiuto di proibire le mine terrestri e le bombe a grappolo.

Quando le mie amicizie sono venute a conoscenza che avevo rotto il mio compromesso con Barack Obama e non sostenevo più la “luce del mondo” (come qualcuno dei miei amici inglesi lo chiama), hanno formato una ronda intorno alla sua presidenza, implorandomi quasi che gli concedessi più tempo per mantenere viva, in questo modo, la fede, chiedendo inoltre quale altra opzione ci rimane.

Chiedere la resa dei conti non è la stessa cosa che uno “stanco urlo di tradimento” ( usando le parole di Martin Kettle) [1]. Non c’è nulla di stanco in esso, dato che dal primo giorno della sua carica molti di noi ci siamo emozionati vedendo Obama rigirare le sue promesse fatte durante la campagna elettorale ad una velocità maggiore di Lewis Hamilton in una gara di Formula 1.

Può darsi che il Presidente abbia fallito nel momento di proteggere i nordamericani con basse o medie entrate dai depredatori di Wall Street responsabili del nostro caos finanziario: di fatto, sono i suoi più stretti collaboratori.

Può darsi che abbia spedito o fatto il passaporto bruscamente a parte del suo personale più progressista come bagaglio non desiderato. Ed il procuratore generale (Eric Holder) ha cominciato ad agire come uno dei seguaci di George Bush, cercando di proteggere chi ha acconsentito alla tortura durante la precedente amministrazione, come l’avvocato infame John Yoo[2]. Il recente discorso di Obama per l’accettazione del Premio Nobel a Oslo, solo un instante dopo aver ceduto ai suoi rapitori, i generali, per inviare 30.000 soldati in più al massacro dell’Afghanistan, risultò rabbrividente per le sue implicazioni, prolungando un lungo tradimento, che si rimonta a Wooddrow Wilson, che consiste nell’andare in guerra per motivi “umanitari”, liberali. Non c’è da meravigliarsi che politici come Sarah Palin si complimentassero per il suo “pragmatismo” ad Oslo, per essere “realista” e “pro- nordamericano”.

Ma in quello che sta avendo successo è nel dividere quello che resta della sinistra nordamericana tra una maggioranza a favore di Obama accada quel che accada e una minoranza di persone che non nega tutto, come è il mio caso.

Nel momento di scrivere queste righe, Obama è disperato per ottenere appoggi per quel cadavere di legge sanitaria già adulterata con l’aiuto dei magnati dell’industria farmaceutica e delle assicurazioni. E’ stato pessimo per quanto riguarda il lavoro, cerebralmente passivo là dove dovrebbe insistere dal pulpito al modo di Roosevelt e spargendo denaro in grande quantità per il lavoro di avvicinare le spalle.

Come presidente, ha avuto una enorme capacità di manovrare per poter mettere alle strette i “centristi” del Congresso: si avvicina l’anno delle elezioni locali ed i candidati hanno bisogno del denaro del loro partito. Ma una volta al potere, Obama è risultato essere stranamente freddo e distante dalle vere preoccupazioni delle persone. Pensavamo che stessimo eleggendo un organizzatore comunitario del tipo di Saul Alinsky [3], e quello che abbiamo è un professore di diritto di Harvard nella linea dei “migliori e più brillanti” di John Kennedy, che ci portarono, tirandoci per i capelli, nel Vietnam.

Il punto di rottura, dopo mesi ad aprire la bocca per la sorpresa di fronte ai tradimenti di Obama, è arrivato per me, con il suo rifiuto, quasi unico tra i leader mondiali, di vietare le mine terrestri e le bombe a grappolo che uccidono bambini. Il Suo Dipartimento di Stato ha annunciato questa vergognosa politica alla vigilia del Giorno del Ringraziamento, come volendola sbattere alla luce pubblica.[4] Obama continua la politica di Bush di irfiutarsi di adempiere al divieto internazionale delle mine terrestri antiuomo conosciuto come Trattato di Ottawa e sottoscritto da 158 paesi [5]

E’ così crudele ed inutile: la maggior parte delle vittime è gente povera di campagna, molti di loro bambini della stessa età delle due figlie del presidente [6]. Muoiono a causa dello “shock” o dell’emorragia, lontani da un ospedale, e quelli che sopravvivono soffrono di amputazioni o cecità.

Non posso evitare di immaginarmi mio figlio adolescente fatto polpetta perché ha sentito la curiosità di raccogliere un’attraente bomba a grappolo. Perché non può immaginarlo Obama? Dato che la versione ufficiale è che gli USA ormai non producono né usano [7] queste orribili armi, perché non vietarle? La risposta è che “la difesa nazionale ne ha bisogno”. Per favore.

Ho votato Obama ed ho lavorato duramente per lui durante il 2008, in parte perché ammiravo Ann Dunham, quella meraviglia di sua mamma, che, come la mia, ha dovuto in qualche momento sopravvivere con buoni pasto ed ha cresciuto i suoi figli nei valori del femminismo progressista del New Deal. Nella sua campagna, e ancora oggi, Obama invocava ripetutamente sua madre come “figura dominante dei miei anni di formazione….i valori che mi ha trasmesso continuano ad essere un punto di riferimento per me”.

Se Ann Dunham fosse viva oggi, prenderebbe – come ha fatto Cindy Sheehan, che ha perso suo figlio in una guerra non necessaria come quella dell’Iraq- fuori dagli uffici della Casa Bianca e chiederebbe: “Figlio, cosa stai pensando”?
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Clancy Sigal, riconosciuto novellista e sceneggiatore nordamericano, ha lavorato anche come inviato per la BBC britannica. Nato nel 1926 in un povero quartiere della Chicago Post Depressione, figlio di un’organizzatrice sindacale del tessile che ha condotto il suo primo sciopero all’età di 13 anni. Durante gli anni 40 e 50 lui stesso fu un attivista sindacale, militò nel Partito Comunista nordamericano e lottò contro il maccarthysmo durante la sua permanenza a Hollywood come analista di sceneggiature per la Columbia. Trasferitosi in Inghilterra, durante gli anni 60, lavorò con l’ (anti) psichiatra R.D Laing nella Philadelphia Association per il trattamento delle malattie mentali e partecipò da Londra in una rete che dava rifugio a disertori dell’esercito nordamericano nel Vietnam. Tra le sue sceneggiature più note si contano quelle dei film, “In love and war” (1996), di Richard Attenborough, sul giovane Hemingway, e “Frida” (2002) di Julia Taymor, con Salma Hayek nel ruolo della famosa pittrice messicana.

Titolo originale: “Minas terrestres: la traición final de Obama”

Fonte: http://www.sinpermiso.info
Link
26.12.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di VANESA

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6662

«Meno tasse», era una farsa. Il premier: impossibile

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«Meno tasse», era una farsa. Il premier: impossibile

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di Bianca Di Giovanni

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Con questa crisi la riduzione delle imposte «è fuori discussione». In tre parole Silvio Berlusconi piazza una pietra tombale sulla sua promessa più celebrata: meno tasse per tutti. Dietrofront nel giro di pochi giorni. È la seconda volta che il premier è costretto a una rapida retromarcia proprio sul tema fiscale. Già prima della Finanziaria aveva promesso meno Irap agli artigiani della Cna. Nulla di fatto. Stavolta aveva «ripescato» le due aliquote (23 e 33%) rincorse da 15 anni. E subito la smentita, arrivata al termine del consiglio dei ministri di ieri. Impossibile anche introdurre il quoziente familiare (altra promessa elettorale), per via delle condizioni del bilancio pubblico. Nessuno sgravio: semmai il governo pensa a una semplificazione: ma anche quella non si prospetta imminente. «Sarà un lavoro lungo e duro, improbo – spiega il premier – Spero possa essere sufficienteunanno». Finito il tempo delle promesse-facili. Il nuovo corso Tremontiano è improntato al rigore, e il premier sembra adeguarsi. Certo, ogni tanto il riflesso condizionato del sogno fiscale (liberi dalle tasse) torna prepotente: tiene banco sui giornali per qualche tempo, ma poi arriva la rettifica. Senza una vera manovra è impossibile avviare una vera riduzione fiscale. Per un governo che finora non è andato oltre l’ennesima sanatoria, è difficile impostare una riduzione strutturale.

CROLLO DELLE ENTRATE
Ma stavolta la marcia indietro è stata davvero repentina: questione di un centinaio di ore. Come mai? Forse c’entra qualcosa un altro dato che in mattinata è piombato sul bilancio tenuto da Tremonti: il calo delle entrate nei primi 11 mesi del 2009. Dato sensibile, anche sui mercati internazionali. Gli stessi che giudicano il debito del paese tra i più indebitati in Europa. Mancano all’appello circa 14 miliardi di Ires e Irap, le imposte pagate dalle imprese. Via Venti Settembre attribuisce soprattutto alla crisi la perdita di gettito, pari quasi al 4%. Banca d’Italia valuta in 11 miliardi la perdita complessiva del gettito nello stesso periodo. Numeri pesanti, che si aggiungono agli 8 miliardi di maggiori costi per finanziare il deficit (dato fornito dal premier) e ai 30 miliardi in più di spesa corrente. Sulle minori entrate l’opposizione punta il dito contro la (mancata)lotta all’evasione, soprattutto sull’Iva. Il ministro invece minimizza, e sforna un altro dato (tasso di variazione cumulato) per dimostrare che l’Italia sta meglio di altri Paesi. Sta di fatto che in Parlamento non è arrivata finora nessuna documentazione ufficiale sui flussi finanziari dello Stato. Tremonti preferisce il salotto di Bruno Vespa per diffondere i «suoi» numeri, e propagandare un rigore che tutte le cifre a disposizione smentiscono.

NO FISCO, SÌ GIUSTIZIA
Lo ha fatto anche ieri, quasi all’unisono con il premier. Un altro «duetto » che vede il titolare del Tesoro come l’interlocutore privilegiato di Berlusconi. Tanto che nel salotto televisivo, dopo aver annunciato gli sviluppi del «fisco futuribile», parla della riforma più urgente: quella della Giustizia (manco a dirlo). Quanto al fisco, anche per Tremonti è tutto in retromarcia. L’Irap? Ovvero la tassa più odiata, su cui la destra ha «investito» parecchie campagne elettorali? «Hasostituito altri contributi. Non so se è stata una scelta intelligente, ma adesso tornare indietro è difficile», replica il ministro. Non si può fare. L’irpef neanche a parlarne. L’iva è di competenza europea. Insomma, l’unica pedina che resta è la semplificazione. Partirà da L’Aquila (che c’entra?) il processo per ridurre i «140 modi per prelevare e dedurre». Ancora numeri roboanti e parole da slogan. «Dobbiamo porci la sfida di un grande cambiamento del sistema fiscale. Adesso non è né efficace né giusto, dobbiamo averlo giusto ed efficace».

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14 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93684

L’ARROGANZA DEL POTERE – Berlusconi: «I Pm peggio di Tartaglia». Interviene il Csm

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100114_berlusconitartaglia.jpgMa, davvero, credete ancora a quest’uomo?

mauro

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«Pm peggio di Tartaglia»: interviene Csm

Berlusconi cerca l’intesa con Fini

Il Pdl attacca: il Csm lavori e non intervenga

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ROMA (14 gennaio) – Il Csm si occuperà delle frasi pronunciate ieri dal presidente del Consiglio, che ha paragonato «l’aggressione» giudiziaria nei suoi confronti a quella fisica subita in piazza Duomo a Milano per mano di Tartaglia.

La prima commissione di Palazzo dei Marescialli ha infatti deciso di acquisire i giornali che riportano le dichiarazioni di Berlusconi e di inserirle nell’ampia pratica a tutela di magistrati oggetto in passato di accuse rivolte dal premier. Questo fascicolo pende da tempo e riguarda in particolare i giudizi espressi dal presidente del Consiglio sui magistrati delle Procure di Palermo e di Milano che hanno riaperto le indagini sulle stragi mafiose e sui giudici del processo Mills. Ieri il premier aveva detto: ha detto che sul piano giudiziario subisce «aggressioni parificabili a quelle di piazza del Duomo, se non peggio».

Intanto oggi Berlusconi torna a incontrare Fini e a parlare di politica faccia a faccia. A colazione, nell’appartamento del presidente della Camera a Montecitorio, il premier sarà accompagnato da Gianni Letta. Per una ricognizione su giustizia, equilibri nel Pdl, agenda di governo, regionali, innesti al governo di nuovi sottosegretari, alleanze con l’Udc e molto altro ancora.

«Il Csm avrebbe tanto lavoro se non desse l’impressione di entrare a gamba tesa nel dibattito politico, soprattutto in alcuni momenti, darebbe un contributo all’armonia delle istituzioni», ha commentato il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello. Quagliariello giustifica le frasi del premier sostenendo che «la polemica politica in qualche momento può essere anche alta, ma occorre anche considerare cosa è accaduto e cosa ha subito il presidente Berlusconi».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=87545&sez=HOME_INITALIA