Archivio | gennaio 15, 2010

Il Codacons dà il via alle class action: Nel mirino vaccini, scuola e sicurezza

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CLASS ACTION – Disposte tre azioni collettive contro la Pubblica amministrazione

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ROMA
Al via tre azioni collettive del Codacons
contro altrettante amministrazioni statali della Pubblica amministrazione. L’Ufficiale giudiziario ha notificato le tre diffide, previste dalla legge, cui seguirà dopo 90 giorni il ricorso al Tar del Lazio per la condanna delle amministrazioni ove non ottemperino alla diffida. Nel mirino dell’associazione dei consumatori sono finite sanità, sicurezza e scuola. Con la prima class action – spiega l’associazione – si chiede al ministero della salute, al ministero dell’Economia e al direttore generale della sanità, Fabrizio Oleari, di risolvere subito il contratto con le industrie farmaceutiche relativo alla fornitura di vaccini contro l’Influenza A per il nostro paese.
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L’azione mira a far ottenere agli utenti del Servizio sanitario nazionale (oltre 60 milioni di cittadini) «i soldi già pagati dall’Italia per l’acquisto di 24 milioni di dosi del vaccino», Il risarcimento che viene chiesto è pari ai 186 milioni di euro «spesi per l’acquisto dei vaccini inutilizzati e corrispondente alla somma della frazione di spettanza per ciascuno degli iscritti al Ssn dell’importo di 3 euro circa, oltre a 50 euro di risarcimento »simbolico« per ogni iscritto, per un totale di oltre 9,3 miliardi di euro».
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Con la seconda class action si chiede al responsabile del dipartimento della Protezione Civile, ai sindaci, alle province e alle regioni interessate di mettere in sicurezza, entro 90 giorni, alcune zone a rischio frana già individuate dalle pubbliche autorità (Roccaraso, Noli, Civitanova del Sannio, Erice, AciCastello, Santa Marinella, Mandatorriccio, San Lorenzo Maggiore, Gavazzana), e di disporre un risarcimento in favore degli abitanti di questi comuni a rischio, per i pericoli corsi ancora oggi a causa del dissesto del proprio territorio.
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La misura del risarcimento stimata dal Codacons è pari a 100.000 euro a famiglia, e i cittadini interessati sono oltre 75.000, per un totale di circa 7,5 miliardi di euro, oltre ai costi sostenuti per «mettere in sicurezza» da soli la propria casa. Con la terza azione collettiva si chiederà – decorsi i 90 giorni dalla diffida notificata oggi – al Tar del Lazio di ordinare al ministero della Pubblica istruzione e ai 20 direttori scolastici regionali di rispettare il limite previsto dalle leggi vigenti di 25 alunni per aula. «I genitori degli studenti costretti a fare lezioni in classi sovraffollate e dove il numero di alunni supera le 25 unità, così come i docenti, possono aderire alla class action e chiedere un risarcimento che il Codacons stima in 250 euro a studente.
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Nel ricorso si chiede la restituzione alle famiglie di una parte della tassa scolastica pagata in proporzione al minore spazio a disposizione di ciascun alunno, oltre il danno connesso al rischio per la sicurezza e la diminuzione del servizio istruzione reso ridicolo da classi pollaio di 35-40 alunni a causa dei tagli agli organici del personale docente». Sulla base delle sole segnalazioni pervenuteci (oltre 150 istituti per 4.100 alunni) la somma richiesta è pari a oltre un milione di euro.
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15 gennaio 2010
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Bankitalia: “Ripresa debole, è allarme lavoro”

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“Ripresa debole, è allarme lavoro”

Bankitalia: l’incertezza resta elevata. Il Pil 2010 a +0,7%. E il debito corre
Sacconi attacca: “Sono dati scorretti”

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ROMA
Polemica fra Banca d’Italia e governo,
dopo i dati forniti da via Nazionale secondo i quali l’Italia sta uscendo dalla recessione ma la ripresa dell’economia nel prossimo biennio sarà debole, con una forte incertezza legata all’andamento della domanda mondiale e alla debolezza del mercato del lavoro. Nel bollettino economico si legge che il Pil – dopo un drastico calo del 4,8% l’anno scorso – aumenterà dello 0,7% quest’anno e accelererà all’1% nel 2011.

Previsioni che per il 2010 sono in linea con quelle indicate dal governo a settembre (+0,7%), mentre per il prossimo anno sono più pessimistiche rispetto alle stime dell’esecutivo (+2%). La crisi colpisce pesantemente il mercato del lavoro, in cui circa 2,6 milioni di persone sono «non impiegate», tra disoccupati, lavoratori in cassa integrazione (Cig) e ’scoraggiatì, afferma la Banca d’Italia secondo cui nel secondo trimestre del 2009, «sommando i lavoratori in Cig e gli scoraggiati ai disoccupati, il numero di persone non impiegate, ma potenzialmente impiegabili, nel processo produttivo» raggiunge quota 2,6 milioni circa. E solo nel secondo trimestre 2008, subito prima del crack di Lehman Brothers, questa cifra era pari a 2 milioni.

A novembre, spiega Via Nazionale, «il tasso di disoccupazione è salito all’8,3%, 2,4 punti in più rispetto al minimo dell’aprile del 2007». Ma «per valutare compiutamente il grado di utilizzo della forza lavoro disponibile, ai disoccupati vanno aggiunti i lavoratori in cassa integrazione guadagni e le persone “scoraggiate”, ovvero coloro che non cercano attivamente un impiego e sono quindi esclusi dal conteggio ufficiale dei disoccupati, pur avendo una probabilità di trovarlo analoga a quella di questi ultimi». Proprio questo passaggio fa scattare la reazione del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. «Sommare, come fanno solo la Cgil e il servizio studi della Banca d’Italia – dice – i disoccupati veri e propri con i cassintegrati (che sono e restano legati alle rispettive aziende da un rapporto di lavoro solo temporaneamente sospeso) e addirittura con i cosiddetti “scoraggiati” è un’operazione scientificamente scorretta e senza confronto con gli altri paesi dove ci si attiene all’autorità statistica».

«Ciò – prosegue Sacconi – significa peraltro negare quell’effetto della politica di governo, concertata con le parti sociali, per cui in una crisi globale della domanda si è voluta conservare la base produttiva e occupazionale, attraverso la cassa integrazione e i contratti di solidarietà, rispetto a possibili processi di deindustrializzazione o frettolose espulsioni della manodopera». Sacconi aggiunge che «è stato lo stesso governatore della Banca d’Italia peraltro ad apprezzare questa scelta in più occasioni». «Porre una questione così artificiosa alimenta solo la sfiducia, l’incertezza e la confusione nel momento in cui è essenziale garantire la corretta percezione della dimensione della crisi a partire da quella sociale. Istituzioni e attori sociali dovrebbero fare riferimento ai dati dell’istituto a ciò preposto, l’Istat, le cui statistiche sono parte integrante del sistema europeo Eurostat, che permette il raffronto con i numeri degli altri paesi. Questi numeri – conclude – dicono che il tasso di disoccupazione in Italia era al 7,4% nel secondo trimestre e all’8,3% nel mese di novembre, ben al di sotto delle percentuali due cifre della media europea».

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15 gennaio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201001articoli/51283girata.asp

Nucleare, gli assessori di 11 regioni impugnano il decreto: “E’ incostituzionale”

Nucleare, gli assessori di 11 regioni
impugnano il decreto: “E’ incostituzionale”

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ROMA (15 gennaio) – Gli assessori all’Ambiente di 11 regioni italiane (Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Molise e Toscana) hanno impugnato per «incostituzionalità» il decreto legge 99/2009 sul ritorno al nucleare.

Lo riferisce l’assessore calabrese Silvio Greco. Il decreto delega al governo l’individuazione dei siti per la localizzazione delle centrali. In un documento elaborato al termine di una riunione gli assessori affermano che c’è stato «l’ennesimo vulnus al principio di leale collaborazione». In particolare, si lamenta lo scarso coinvolgimento degli Enti Locali nella scelta dei siti. Il documento – spiegano quattro assessori dopo la riunione – Filiberto Zaratti per il Lazio, Onofrio Introna per la Puglia, Nicola de Ruggiero per il Piemonte, e Greco per la Calabria – ha ricevuto anche il sostegno di Veneto, Campania, Sardegna e Sicilia, arrivando così a 15 regioni.

Poi, altri punti del documento lamentano «la mancanza di un Piano energetico nazionale», di «un deposito per le scorie (che ora si chiama parco tecnologico) pregresse presenti dall’86», la procedura Vas (Valutazione ambientale strategica) che «non tiene conto della localizzazione geografica» degli impianti, un ruolo «ambiguo» dell’Agenzia per la sicurezza nucleare», le «misure compensative per le Regioni», e in generale lo schema di decreto «non è assolutamente coordinato con la normativa vigente».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=87732&sez=HOME_INITALIA

Studentessa modello, 11 anni, viveva in una grotta di tufo vicino Frascati

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Studentessa modello, 11 anni, viveva in una grotta di tufo vicino Frascati

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ROMA (15 gennaio) – Pulita, vestita di tutto punto con il cappellino sopra una cascata di capelli biondi, intelligente ed anche molto brava a scuola: una ragazzina di quasi 11 anni come tante, ma lei a differenza delle altre, viveva in una grotta di tufo e si lavava nelle fontane dei parchi pubblici, a Frascati, cittadina dei Castelli Romani.

Da oggi grazie ai servizi sociali, ai vigili urbani e ai carabinieri di Frascati l’adolescente e sua madre, una polacca di 37 anni, saranno ospiti di una casa famiglia tra Roma e Tivoli. La donna viveva in Italia dalla nascita della bambina e negli ultimi cinque anni a Frascati, dove la ragazzina frequentava regolarmente la quinta elementare con ottimi risultati.

La mamma ha sempre fatto lavori saltuari assicurando così cibo e vestiti alla piccola, ma non sempre una casa. Negli ultimi tempi, il compagno della donna aveva chiesto aiuto ai servizi sociali.

Stamani in un’operazione congiunta carabinieri e vigili urbani, la donna e sua figlia sono state trovate in una grotta di tufo sotto Villa Sciarra, una parco pubblico, dove si lavavano nelle fontane, e sono state accompagnate nella struttura protetta, dove fra pochi giorni la ragazzina potrà festeggiare il suo compleanno in un ambiente più accogliente.

La donna e la figlia vivevano nella grotta insieme al compagno della madre. La donna non ha fornito ulteriori particolari circa la loro vita e la paternità della piccola, che sarà ascoltata di nuovo. La madre ha detto solamente che né lei né il compagno, attualmente irreperibile, hanno un’occupazione.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=87721&sez=HOME_ROMA

Il Ministero: dal 2011 la nuova scuola. Pd e Cgil: rischia di saltare tutto

Per quest’anno confermato lo slittamento delle iscrizioni fino al 26 marzo
Le obiezioni del Consiglio di stato possono bloccare la riforma

Il Ministero: dal 2011 la nuova scuola
Pd e Cgil: rischia di saltare tutto

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di SALVO INTRAVAIA

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Iscrizioni a due velocità e riforma delle scuole superiori al via dal prossimo mese di settembre. Il ministero dell’Istruzione, dopo settimane di indiscrezioni, annuncia la pubblicazione della circolare sulle iscrizioni a scuola per l’anno 2010/2011 e le relative date. Come anticipato da Repubblica. it, per iscrivere i figli alla scuola dell’infanzia, alla primaria e alla secondaria di primo grado occorrerà muoversi entro sabato 27 febbraio. Mentre per i ragazzi in ingresso alla scuola superiore, a partire dal 26 febbraio, ci sarà tempo fino a venerdì 26 marzo. I regolamenti sulla riforma non sono stati ancora pubblicati, così, genitori e studenti dovranno ancora pazientare qualche settimana per conoscere quali materie dovranno studiare nel “new deal” gelminiano.
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La nota di viale Trastevere dà anche una importante conferma che fuga tutti i dubbi sulle intenzioni del governo: la riforma delle scuole superiori si farà e partirà proprio dal 2010/2011. “Il Consiglio di Stato  –  spiegano dal ministero  –  ha dato parere positivo sui regolamenti”. E “tra alcuni giorni, dopo il parere delle commissioni parlamentari, sarà resa nota la versione definitiva dei regolamenti con i quadri orari. Il ministero procederà poi a una massiccia campagna di informazione verso le scuole e le famiglie sulle novità introdotte”. Questo, nonostante le critiche dell’organismo di giustizia amministrativa sui Regolamenti stessi che richiederebbero alcune modifiche.
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Ma la polemica sulla riforma non si ferma. “Il parere del Consiglio di stato sui tre regolamenti riguardanti il riordino dell’istruzione superiore rende impossibile attuare la riforma nel prossimo dal prossimo anno scolastico”, dichiara Alessandra Siragusa, componente della commissione Cultura alla Camera, che la prossima settimana dovrebbe dare il via libera ai Regolamenti. Dello stesso parere è Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, che va oltre.

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“Anche le Regioni hanno manifestato parecchi dubbi  –  dice Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil”. “Questa volta  –  continua  –  è il Consiglio di stato che fa una serie di importanti rilievi che richiedono il rinvio di almeno un anno”. Ma di che si tratta? “La riforma è incompleta, lo dicono gli stessi giudici  –  conclude Pantaleo  –  e le scuole non sono in grado di definire una offerta formativa per il prossimo anno da comunicare alle famiglie. Ma c’è di più: i regolamenti ledono l’autonomia delle istituzioni scolastiche e anche quella delle stesse regioni. Per fare tutto e subito si sta rischiando di dare forma ad un mostro, il tutto per recuperare i tagli programmati dal governo un anno e mezzo fa”.
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Ma il governo, come aveva annunciato lo stesso premier, Silvio Berlusconi, pochi giorni fa va avanti. “La riforma dei licei  –  spiegano  –  può essere considerata epocale. L’impianto rivede complessivamente la legge Gentile del 1923”. Dal prossimo anno scolastico, prenderanno il via i nuovi licei, i nuovi istituti tecnici e i nuovi professionali. “L’obiettivo è quello di coniugare tradizione e innovazione”. Ma ancora occorre chiarire alcuni aspetti. Partirà dalla prima classe soltanto o coinvolgerà anche le seconde, come dice l’attuale testo? E saranno coinvolte, come si vocifera, anche le terza classi? La possibilità che la riforma parta dalla sola prima classe sarebbe stata condizionata alla riduzione delle ore, ma con i curricula attuali, anche in seconda e terza.
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E’ certo che dal prossimo anno, in luogo dei 396 indirizzi attuali (tra sperimentazioni e corsi ordinamentali) ce ne saranno soltanto 23: 6 licei, 11 istituti tecnici e 6 indirizzi per gli istituti professionali. “Si supera  –  commentano dal ministero  –  la frammentazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni della scuola italiana”. Ma sullo sfondo della riforma restano i rilievi del Consiglio di stato che nei pareri “si sofferma sui punti che non ritiene superati o assorbiti dalla risposta del Ministero”, dopo lo stop di dicembre.
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Secondo i giudici, il Piano programmatico (quello che ha teorizzato e sta attuando il taglio di 133 mila posti nella scuola in soli tre anni) viene impropriamente “richiamato a monte e a valle”, ma prende atto che il ministero riformulerà il testo. Ma c’è dell’altro. Il Consiglio di stato mantiene forti perplessità sul Comitato scientifico (con soggetti esterni) e sui Dipartimenti di cui le scuole dovrebbero dotarsi fra qualche mese. “La disposizione suscita perplessità” sia perché gli organismi in questione sono estranei alla delega che il Parlamento ha votato al governo sulla riforma, sia riguardo “al rispetto dell’autonomia scolastica, apparendo poco convincente la giustificazione fornita dal Ministero”.
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E conferma anche l’obiezione sulla opportunità di emanare semplici decreti ministeriali successivi per le “Indicazioni nazionali” sugli obiettivi specifici di apprendimento, sull’Articolazione delle cattedre per ciascuno dei percorsi liceali in relazione alle classi di concorso del personale docente e sugli gli Indicatori per la valutazione e l’autovalutazione dei percorsi liceali. “La natura dell’oggetto di disciplina  –  si legge nei regolamenti  –  suggerisce l’utilizzo di atti aventi forza normativa. (…) La Sezione prende atto che il Ministero ha raccolto tale suggerimento”.
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Ed è su questo punto che le cose potrebbero andare per le lunghe. I tre Regolamenti devono ancora essere votati dalle commissioni Cultura di Camera e Senato, andare alla firma del Presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, ottenere l’ok della Corte dei conti ed essere pubblicati in gazzetta per essere attuativi. Ma per essere completa la riforma dovrebbe anche contenere i tre documenti che la Gelmini contava di produrre con semplici decreti. Si tratterà, con tutta probabilità, di decreti del Presidente della repubblica soggetti ad un iter piuttosto lungo.
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15 gennaio 2010
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Vaccino per il virus H1N1, Novartis-Governo Italiano. Ecco il contratto segreto / Influenza A, la Corte dei Conti indaga: «Sprechi e favori di governo sul vaccino»

Che c’è di nuovo? Nulla. La Novartis ha stipulato un’accordo di fornitura con gli stessi parametri usati con il Governo degli Stati Uniti. Una montagna di dollaroni ( e di euroni, si può dire?) finiti nella tasche dei ‘soliti noti’, a danno dei babbei come noi. Ci hanno fatto ingoiare l’ennesima bufala cercando pure di avvelenarci, e tutto a spese nostre. Non vorrei girare il coltello nella piaga, ma, noi, l’avevamo detto..

mauro

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Vaccino per il virus H1N1, Novartis-Governo Ecco il contratto segreto

Fino ad oggi non si avevano idee chiare sul numero delle dosi di siero vaccinale acquistate, sui tempi di consegna, sui prezzi. Ma l’accordo tra la casa farmaceutica e il governo italiano per fronteggiare l’eventuale pandemia del virus H1N1 non è più un segreto

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di Adele Sarno

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Novartis è obbligata a produrre le dosi di vaccino e a rispettare l’accordo con il ministero della Salute. Ma solo fino a quando ciò sia ritenuto “ragionevole”. E ancora, se il siero vaccinale è dannoso per la salute “il Ministero è tenuto a tenere indenne Novartis da qualsiasi perdita che l’azienda sia tenuta a risarcire in conseguenza di danni a persone e cose causati dal prodotto”. In altre parole, se il vaccino fa male a chi lo assume paga lo Stato. La multinazionale risponde soltanto dei difetti di fabbricazione. Infine, se il prodotto non viene consegnato per mancato ottenimento dell’autorizzazione all’immissione al commercio e di prove cliniche positive, è ancora il Ministero a pagare. Il forfait è di 24 milioni di euro netti.
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Il contratto tra la casa farmaceutica e il governo italiano per fronteggiare l’eventuale pandemia del virus H1N1 non è più un segreto. Lo pubblica il sito del mensile Altreconomia, proprio adesso che Ferruccio Fazio, ministro della Salute, in un’interrogazione ha annunciato che ha annullato metà delle dosi che avrebbe dovuto ricevere dalla Sanofi, cioè 24 milioni.
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Fino ad oggi non si avevano idee chiare sul numero delle dosi di siero vaccinale acquistate dalla Novartis, sui tempi di consegna, sui prezzi. L’unica cosa nota dell’accordo con la multinazionale era che la Corte dei conti aveva ‘bacchettato’ il governo perché colpevole di aver accettato clausole troppo favorevoli all’azienda. Fra queste l’assenza di penali, l’acquisizione da parte del ministero dei rischi e il risarcimento alla multinazionale per eventuali perdite.
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Il contratto è stato firmato il 21 agosto 2009 tra il direttore generale del ministero, Fabrizio Oleari, e l’amministratore delegato di Novartis Vaccines, Francesco Gulli. Nel testo si regolamenta l’acquisto diretto di 24 milioni di dosi di vaccino. Costo: 184 milioni di euro, iva inclusa. Di queste sono state prodotte e consegante dieci milioni di dosi. Mentre quelle usate sono quasi 900 mila. Il contratto si può leggere e scaricare, sebbene ci sia la presenza di omissis.
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Nell’articolo 1 si stabilisce che Novartis è obbligata a produrre e a rispettare il contratto ma solo fino a quando ciò sia ‘ragionevole’. Dove per ‘sforzi commercialmente ragionevoli’ si intende che l’azienda si impegna ad adempiere all’incarico ma che laddove intervengano ‘fattori esulanti dal pieno controllo della Novartis’ l’accordo decade, e lo Stato paga lo stesso (art.3.1).
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Tra questi: “La disponibilità di uova e di altri materiali e il successo delle sperimentazioni cliniche necessarie a convalidare le caratteristiche di sicurezza e immunogenicità del prodotto”.
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La confezione? Decide l’azienda. Ancora, il ministero non è autorizzato ad apportare modifiche alla confezione né a oscurare marchi su di essa. Alterare, oscurare, rimuovere o manomettere il marchio commerciale.
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La consegna e la spedizione.
La multinazionale – si legge nell’articolo 3 – si impegna a consegnare entro una data concordata il vaccino, ma qualora non sia in grado di consegnare il prodotto basta una comunicazione al Ministero sette giorni prima della scadenza, per ottenere un rinvio concordato tra le parti. E se il ministero si dovesse trovare impossibilitato a ritirare il prodotto Novartis potrà rivenderlo ad altri clienti o fatturare al ministero quanto non ritirato, con la possibilità di rivenderlo comunque dopo 90 giorni.
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Articolo 4: garanzie e indennizzi.
E se dall’assunzione del vaccino deriva un danno alla salute? L’azienda non è responsabile. Si legge nell’articolo 4.6: “Il Ministero è tenuto a indennizzare, manlevare e tenere indenne Novartis da qualsiasi perdita che l’azienda sia tenuta a risarcire in conseguenza di danni a persone e cose causati dal prodotto”. In altre parole se il vaccino è dannoso paga lo Stato. La multinazionale risponde soltanto dei difetti di fabbricazione.
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Prezzo.
Il prezzo per ciascuna dose di vaccino è pari a 7 euro. Totale: 168 milioni di euro più iva. Il ministero dovrà pagare entro 60 giorni dall’emissione della fattura, su un conto corrente del Monte dei Paschi di Siena (articolo 5).
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Cause di forza maggiore.
Ministero e azienda non sono responsabili l’uno nei confronti dell’altra se intervengono cause di forza maggiore. Quelle che limitano le responsabilità di Novartis vengono estese a situazioni che dovrebbero invece essere garantite da Novartis, come “epidemie e pandemie”, “atti di qualsiasi autorità pubblica”, “atti di enti sopranazionali”, come per esempio l’Oms (art. 8.3).

Durata e risoluzione (9.3).
Nel caso in cui il vaccino non possa essere consegnato per mancato ottenimento dell’autorizzazione all’immissione al commercio e di prove cliniche positive, il ministero paga Novartis con un forfait: 24 milioni di euro netti. E per chiudere, nell’articolo dieci, le parti si impegnano a mantenere assoluto riserbo sulle informazioni riservate..
15 gennaio 2010
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Influenza A, la Corte dei Conti indaga
«Sprechi e favori di governo sul vaccino»

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ROMA (15 gennaio) – Perdite ingenti per l’erario e profitti vertiginosi per le case farmaceutiche: la Corte dei Conti sta indagando sulle condizioni troppo favorevoli concesse dallo Stato italiano alla casa farmaceutica Novartis nel contratto di acquisto dei vaccini. E si indaga anche sulla clausola secondo cui la Novartis, la società produttrice del vaccino, non sarebbe stata responsabile di eventuali effetti dannosi sui pazienti.

E l’Italia dei Valori chiederà una indagine parlamentare sulla «vergognosa vicenda della falsa pandemia di influenza A». «Uno spreco a livello mondiale – ha spiegato il senatore Lannutti – che non ha risparmiato l’Italia e che ho denunciato già con un’interrogazione nel novembre scorso».

Il senatore chiama sul banco degli imputati anche l’Organizzazione mondiale della Sanità, colpevole a suo giudizio di aver mostrato «sensibilità agli interessi delle cause farmaceutiche che hanno lucrato da una paura mediatica oltre 22 miliardi di dollari per vaccini che non sono serviti a nulla. A livello continentale il Consiglio d’Europa ha avviato un’indagine per verificare se ci sono state pressioni delle industrie farmaceutiche sull’Oms».

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fonte: http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=87748&sez=ITALIA

Già rotta la tregua tra Berlusconi e Fini: “Sono abituato decidere solo. Che noia mediare”

Toh, adesso Feltri usa il plurale maiestatis. Chi va con lo zoppo..

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Il giorno dopo il faccia a faccia, il premier ha incontrato i dirigenti del Pdl
“Ci vuole la pazienza di Giobbe. Gianfranco vorrebbe costringermi a continue mediazioni”

Già rotta la tregua tra Berlusconi e Fini
“Sono abituato decidere solo. Che noia mediare”

Il presidente della Camera: “Le differenze sono il sale del confronto e della dialettica”

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Fini e Berlusconi

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ROMA – Sembra già finita la tregua stipulata nell’incontro fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Il presidente del Consiglio non sembra aver sbollito la rabbia per un vertice che lo ha “annoiato”, più che deluso. In mattinata ha avuto una serie di incontri con diversi dirigenti del Pdl in vista delle prossime regionali, oltre a contatti con altri esponenti di governo. Con quasi tutti il presidente del consiglio avrebbe rispolverato la formula della “pazienza di giobbe” alla quale deve appellarsi ogni volta che incontra il presidente della Camera.
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Ma non basta. Berlusconi, riferiscono diverse fonti, si è detto “annoiato” dalle “vecchie formule tipiche del teatrino della politica”. “Io sono un imprenditore – avrebbe detto – sono abituato a decidere e a decidere da solo: così si fa nel mondo dell’impresa. Gianfranco invece vorrebbe costringermi a continue ed estenuanti mediazioni, con il risultato che alla fine non si decide”. E il presidente della Camera commenta laconico: “Le differenze sono il sale del confronto e della dialettica”.
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Nonostante tutto per il coordinatore Pdl e ministro della Difesa, Ignazio La Russa, “l’incontro tra Berlusconi e Fini è stato veramente positivo. Non si sono minimamente nascosti che esistevano delle questioni da affrontare. Non era un incontro ‘a tarallucci e vino’, ma nemmeno da dire ‘siamo a Yalta’, non c’era nulla da spartirsi. Certo un incontro non può essere chiarificatore per sempre delle questioni che in politica si determinano, però si sono avviate a soluzione quelle esistenti”.
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Intanto non risparmia il suo consiglio il direttore del Giornale, Vittorio Feltri: “E’ nostra convinzione profonda che in un momento delicato come questo, Fini dovrebbe contribuire a salvare il premier dagli attacchi politici di certa magistratura, e della sinistra forcaiola, piuttosto che rivendicare una maggiore considerazione nel partito e nella gestione degli affari di governo. Se dovesse prevalere il principio della lealtà, Gianfranco e Silvio sarebbero una coppia formidabile in grado non soltanto di calamitare consensi,  ma anche di dare una spinta propulsiva alle attività governative”.

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Sul fronte delle elezioni regionali, la candidata alla presidenza della Regione Lazio Renata Polverini ha avuto oggi un colloquio di circa 35 minuti con il premier in cui “abbiamo parlato della campagna elettorale e il presidente ha detto che sosterrà tutti i candidati del Pdl”, ha detto la sindacalista. Sul sostegno alla sua candidatura ha assicurato che “Berlusconi ci sarà ad un comizio, ma non abbiamo ancora fissato la data. Ma Berlusconi – ha concluso Polverini – si impegnerà in prima persona per questa campagna elettorale”.
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Svolta nelle candidature in Campania. Nicola Cosentino, accusato dalla procura di Napoli di concorso esterno in associazione camorristica e a più riprese indicato come candidato governatore per il centrodestra, ha annunciato: “Faccio un passo indietro, nell’interesse del Pdl e del centrodestra per sgomberare il campo da ogni strumentalizzazione e non offrire alla sinistra un’arma in più” e a proposito del possibile nuovo candidato osserva: “Non ho mai pensato nè su Caldoro nè su altri di poter esercitare una sorta di diritto di veto. Certo non c’è solo Caldoro ma il profilo di Stefano, che è stato un buon ministro, è quello che corrisponde all’identikit che ha tracciato la base del partito”.
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15 gennaio 2010
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Comune di Roma, Settimana della memoria / 1943/45 “Schiavi di Hitler”. Gli italiani in cifre

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SETTIMANA DELLA MEMORIA

Comune di Roma – Italia Assessorato Cultura

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Thursday 14 January 2010

La Casa della Memoria e della Storia del Comune di Roma in occasione delle celebrazioni per il “Giorno della Memoria“, offre dal 19 al 27 gennaio 2010 un intenso programma di iniziative culturali. Le attività, organizzate grazie al prezioso e significativo apporto delle Associazioni residenti e dell’Istituzione Biblioteche di Roma, prevedono proiezioni di film, documentari, testimonianze e interviste, conferenze, letture e presentazioni di libri.

Tutte le iniziative sono ad ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili.

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Anche quest’anno quindi la Casa della Memoria e della Storia (via S. Francesco di Sales 5 – Trastevere), conferma il suo ruolo di primo piano a Roma per le celebrazioni intorno a questa significativa giornata commemorativa istituita nel 2000 dal Parlamento italiano il 27 gennaio in “ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti“.

Scarica il programma
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fonte:  http://www.ilmediterraneo.it/it/sportello-istituzioni/comune-di-roma/settimana-della-memoria-0002502

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1943/45 “Schiavi di Hitler”
Gli italiani in cifre

(da “Rassegna ANRP” n°1/2 – gennaio/febbraio 2001)

di Claudio Sommaruga

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C’è schiavo e schiavo, qualcuno è più sfruttato degli altri.
Gli schiavi “commerciabili”, come quelli dei piantatori americani, avevano speranze di sopravvivere; quelli “di stato”, come quelli di Hitler, avevano un costo, non un prezzo, e la loro vita era sospesa a un perfido calcolo di costi e benefici. Le tutele umanitarie dei vinti sono recenti; per migliaia di anni le guerre non facevano prigionieri, ma razziavano schiavi, come forze di lavoro a basso costo, da mantenere finché utili.

Anche l’operazione “Asse” della Wehrmacht non si limitò, l’8 settembre 1943, a neutralizzare l’Esercito Italiano, ma lo deportò nel Reich per colmare vuoti di energie sempre meno reintegrabili dopo Stalingrado.
Gli “schiavi di Hitler” erano “vuoti a perdere”, “pezzi usa e getta” tutt’al più cedibili, a centinaia, ma non a milioni, alle case farmaceutiche per 170 marchi cadauno o noleggiabili a fabbriche e contadini a 6 marchi al giorno (meno di metà di un operaio tedesco), con costi di approvvigionamento e gestione inferiori a 2 marchi. Anche le fabbriche traevano rilevanti profitti e l’esercito poteva inviare più soldati al fronte! I numeri non hanno anima, ma possono essere spietati, anche gonfiati o risicati dagli utenti per partigianeria o ignoranza ma sempre omertosi ed enigmatici per lacune di raccolta e dei contenuti; possono riuscire, tuttavia, più obiettivi ed eloquenti delle parole. Le cifre che qui si riportano sono solo orientative, valgono come ordini di grandezza per ancorare una storia che la memoria labile ed emotiva può fuorviare. Sono cifre che sembrano meno sbagliate e più accettabili, nella ridda dei numeri ricorrenti, ufficiali o a spanne e sono state vagliate e mediate tra varie fonti e ricercatori italiani e tedeschi.
Tra questi si menzionano: Luigi Cajani, Carmine Lops, Gabriele Hammermann, Lutz Klinkhammer, Brunello Mantelli, Gustavo Ottolenghi, Giorgio Rochat, Antonio Rossi, Gerhard Schreiber, Claudio Sommaruga ed altri e gli archivi ministeriali militari e civili italiani (repubblichini e regi/repubblicani) e tedeschi. La galassia concentrazionaria nazista sfruttò, di fatto, dal 1933 circa 25.000.000 di schiavi di 28 nazioni, dei quali 9.250.000 prigionieri militari (di cui 5.300.000 russi e 700.000 italiani – IMI); 4.350.000 deportati politici (di cui 2.300.000 tedeschi); 7.900.000 deportati razziali e “diversi” (ebrei, zingari, omosessuali, alienati, criminali…); 3.850.000 lavoratori sedicenti liberi, emigrati o rastrellati, dalla Francia, Italia ed Europa Orientale. I Lager di detenzione furono: 24 di sterminio diretto o col lavoro duro sottoalimentato (KL, KZ) (con 1.700 dipendenze e 9.950 siti); 850 Lager militari e dipendenze (St., Of., etc., di cui 142 principali); 2.000 Battaglioni di lavoratori militarizzati (Bau-Btl); alcune decine di migliaia di Arbeits Kommando di fabbrica (AK).

Tutto il Grande Reich coi Governatorati (G.G.) e i territori occupati erano un immane Lager di sopraffazione dei diritti della persona umana, quest’ultima catalogata in Obermenschen, i superuomini (ariani dolicocefalo-biondi nordici e prussiani; brachicefalo-bruni alpini), Menschen, scarsamente uomini (ariani mediterranei dolicocefalo-bruni e poco alti) e Untermenschen, i subumani o cose (asiatici, euro-orientali, siberiani, semiti, tarati, etc.). I morti, in prevalenza ebrei e russi, furono 16.000.000 (per inedia, tifo, tbc, bombardamenti, gas e pallottole) dei quali 4.600.000 militari, 4.700.000 civili e 6.700.000 “diversi” (razziali, etc.).

I superstiti furono solo 9.000.000. Ogni commento è superfluo, perché le cifre sono eloquenti! Negli anni di guerra, i non idonei al lavoro (donne, bambini, anziani, inabili) venivano soppressi al più presto; gli altri venivano spremuti col lavoro duro e fame, come olive fino alle sanse, con speranze di vita ottimizzate, in un calcolo crudele di costi/benefici, in 9 mesi, salvo accorciamenti, con 1750 calorie giornaliere (min. 600/900, max poco più di 2000 per lavori pesanti) contro un fabbisogno, secondo il lavoro, di 2500/3000. Il deficit energetico era fornito dalle riserve corporee, con un contributo complessivo annuo di 500 mila tonnellate di petrolio equivalente! Gli schiavi italiani furono in tutto 1.000.000, di cui 716.000 i cosiddetti intemati militari (IMI e KGF) iniziali, 44.000 deportati in KZ, 170.000 lavoratori liberi civili (volontari e precettati) ed infine 78.000 altoatesini emigrati, che avevano optato per la nazionalità tedesca, ma riscopertisi italiani a guerra perduta! In queste cifre non sono compresi gli schiavi sfruttati direttamente dai tedeschi in Italia, nella Todt e, indirettamente, nei battaglioni di disciplina: alcune migliaia di coscritti renitenti della “leva Graziani” e poi trasferiti in parte nel Reich come ausiliari della RSI.

I deportati politici e razziali nei KZ e Straflager/Gestapo furono in tutto circa 44.000, dei quali 8.900 ebrei e zingari (6.750 ebrei italiani, alcune centinaia di stranieri catturati in Italia e 1.900 ebrei del Dodecaneso), forse 30.000 “oppositori” (inclusi dei partigiani arrestati senz’armi), alcune centinaia di ufficiali antifascisti rastrellati, 2200 carcerati militari di Peschiera. A questi si aggiungono 3000 coatti IMI transitati nei KZ e Straflager (con oltre 900 ufficiali, di cui 374 nello Straflager di Colonia), per lo più per resistenza ideologica, sabotaggi, tentata evasione, infrazioni gravi.
Tra i deportati di truppa (molti nelle fabbriche sotterranee di Dora) ci furono dei bravi minatori senza colpe, ma validi capi squadra. I sopravvissuti furono circa 4.000 “politici” ed ex IMI, 830 ebrei italiani e 179 dell’Egeo.
Tra i lavoratori civili, detti ipocritamente “liberi”, all’8 settembre 1943 erano presenti in Germania 80/120.000 italiani civili, residuo di un numero maggiore di emigrati dal 1940, in parte rimpatriati per fine contratto o per ferie e sorpresi in Italia dall'”8 settembre”. Parecchi erano fascisti, non avendo vissuto in Italia il crollo del regime. Agli emigrati si aggiunsero, nel ’44, 74.000 operai volontari o rastrellati in Italia (per un decimo donne), così da raggiungere 170.000 civili presenti, a fine guerra, dei 246.000 emigrati dal 1940. I deceduti per malattia o sotto i bombardamenti sarebbero stati 10.000.

I militari lavoratori “ausiliari” (volontari e obbligati) erano al seguito diretto delle FF.AA. germaniche (Wehrmacht, Luftwaffe, Flak, nebbiogeni) o della “Todt”, mentre i “combattenti” erano inquadrati come “legionari RSI” nelle divisioni allogene delle SS (italiana, sud tirolese e miste di varie nazionalità). Degli 810.000 militari italiani catturati dai tedeschi, 94.000 optarono alla cattura, per coerenza od opportunismo, come combattenti (14.000) o ausiliari (80.000). Dei 716.000 IMI restanti, durante l’internamento, 43.000 optarono nei Lager come combattenti (nei primi 8 mesi) e 60.000 (in tutto l’internamento) come ausiliari (nei Bti di lavoratori militarizzati, assegnati in prevalenza alla Luftwaffe) in alternativa alla “civilizzazione”. I Bti, un centinaio e particolarmente del Genio, costituiti da reparti già esistenti o di formazione, avevano una forza di 500/1.000 elementi coordinati da sottufficiali (raramente da ufficiali) italiani agli ordini di un maresciallo tedesco.

Le disposizioni iniziali dell’OKW (Ober Kommando Wehrmacht, a stretto contatto col Fuhrer) prevedevano l’eliminazioe sul campo dei militari italiani resistenti con le armi, l’internamento (IMI) dei non resistenti e lo “status” di prigionieri di guerra senza tutele (KGF) per i resistenti catturati senz’armi e considerati come disertori badogliani. I KGF erano inquadrati in battaglioni (Bti) anche misti o affiancati con Bti di ausiliari volontari, al servizio diretto della Wehrmacht, nelle retrovie del Fronte Orientale e in quelle, indefinite,  delFronte Balcanico; non dovevano operare nei territori del Reich nè avere contatti con gli IMI e con la popolazione tedesca. I KGF furono al massimo 21.000 e provenivano dalla difesa di Roma, dalla Francia e soprattutto dalla Grecia (isole Ionie, Egee, etc.) e dai Balcani. Nei KGP furono anche inquadrati 2.200 ex partigiani italiani dei Balcani, catturati senz’armi e considerati disertori. Lo “status” dei KGF italiani era mal definito, figurando nelle statistiche, anche per propaganda, come KGF, IMI, “ausiliari” della RSI a disposizione dei tedeschi o direttamente “ausiliari” delle FF.AA. germaniche. E come “ausiliari” e collaboratori li considerarono i russi che, anziché liberarli come gli IMI, ne deportarono 12.200 in Bielorussia e in Siberia, in seconda prigionia (con 1.150 deceduti), rimpatriandoli con un anno di ritardo coi sopravissuti dell’ARMIR (coi quali però non ebbero contatti) e magari indottrinati.

I lavoratori IMI, intemati nel Reich e nei territori controllati, in 284 Lager e dipendenze, di transito, smistamento o detenzione (una novantina nel Reich e in Polonia, di cui un quarto con ufficiali), furono inizialmente 716.000 ridottisi, nel corso della prigionia, di 103.000 unità per “opzioni” militari: 42.000 combattenti (19.000 nelle SS, 23.000 con la RSI) e 61.000 ausiliari lavoratori, in prevalenza per la Luftwaffe.
Altre riduzioni si ebbero per decessi (51.000), deportazioni in KZ (3.000), per lavoro civile volontario o inquadramenti nei Bau-Btl militarizzati (fino a 100.000 uomini, 60.000 a fine 1944 nei Balcani), ridottisi a 28.000, nel Reich, a fine guerra. La storia del lavoro degli IMI si svolge in due fasi.
1 – Dalla “cattura” all’agosto 1944 – Forza lavoro disponibile iniziale 716.000 uomini, ridotti al 1 luglio 1944, dopo opzioni e decessi, a 588.000 IMI (di cui 499.000 nel Reich, compresi 19.000 ufficiali). La truppa IMI, come i prigionieri di guerra, fu obbligata a lavorare, in condizioni vietate dalle Convenzioni internazionali, sotto diretto controllo delle FF.AA. germaniche nei Bti, o presso terzi, come manovalanza, edili, ferrovieri, minatori, contadini. La retribuzione era marginale, da O a 20 Lager-Mark/giorno, secondo rendimenti e multe. Gli Ufficiali non erano obbligati, ma pressati a lavorare: 2.300 si ingaggeranno come lavoratori volontari, ma 463 verranno coatti (374 nello Straflager-Gestapo di Colonia).
2 – Dall’agosto 1944 alla “liberazione” – Gli accordi Mussolini-Hitler del 20 luglio 1944, comunicati il 2 agosto, prevedevano la smilitarizzazione abusiva dei militari italiani (che si consideravano prigionieri di guerra di un altro esercito) e la loro civilizzazione d’autorità. I renitenti subiranno violenze, verranno dismessi d’autorità dai Lager (dopo il 1° settembre 1944) e costretti a presentarsi agli uffici di collocamento per ottenere il lavoro e la tessera annonaria per poter mangiare. L’accattonaggio era punito con la deportazione ai lavori forzati. Il 20 agosto 1944, in molti Lager viene celebrata la “Festa dell’apertura dei cancelli”, ma per ragioni tecniche e per la resistenza degli IMI, gli ingaggi si protrarranno fino al marzo 1945. Esauriti i volontari, inizieranno le precettazioni anche degli ufficiali (2.300 a Wietzendorf).

A fine guerra a Wietzendorf verranno liberati 4.000 ufficiali IMI, già depennati dagli archivi WAST, ma che non si fece in tempo ad avviare al lavoro. In questo periodo, di fronte al lavoro, gli IMI si distinguono in:
ausiliari lavoratori, nei Bti, in alternativa alla “civilizzazione”. Con quelli del 1° periodo a fine guerra saranno 61.000;
lavoratori volontari liberi, impegnatisi per fame e depressione, con rinuncia alla fuga (prerogativa dei prigionieri). Molti, allo stremo delle forze, se non ci fosse stata la civilizzazione non avrebbero retto un secondo inverno nei reticolati e la propaganda fascista si farà vanto del loro provvidenziale salvataggio!
lavoratori precettati liberi e finti precettati (volontari sostituenti precettati per crearsi un alibi), trattati come i volontari  coatti per lo più irriducibili renitenti al lavoro, punibili col lavoro duro, sotto scorta armata, in KZ o Straflager; o internati restanti nel Lager, in attesa di precettazione, ufficiali superiori, anziani inabili, sanitari, cappellani e ordinanze.

Gli ex IMI “civilizzati”, a fine guerra saranno 495.000, per 2/3 volontari (per fame o depressione!) con firma di impegno e per 1/3 precettati. Tra i lavoratori liberi figurano 8.050 ufficiali di cui 5.400 volontari, 2.300 precettati e 358 coatti in Straflager (Muhiberg e altri), più 2.300 ex IMI e militari deportati in KZ dall’Italia. I deceduti sono circa 10.000. I civilizzati, al rilascio dal Lager, ricevevano in marchi gli eventuali accrediti precedentemente maturati e burocraticamente registrati, che potevano aggirarsi, complessivamente, in poco o nulla per la truppa e sui 1.150 marchi per un sottotenente, fino a 2.100 per un tenente colonnello.
Essi godevano, inoltre, di una illusoria semilibertà di movimento e di orario, ricevevano un salario mensile di 120 (max 180) marchi al mese, ma dovevano pagarsi tutto: vitto, integrazioni alimentari, sigarette, alloggio (magari nell’ex Lager coi cancelli aperti e il piantone tedesco), vestiario, lavanderia, riuscendo difficilmente a risparmiare e a mandar soldi a casa. Alla liberazione, la Wehrmacht aveva ancora in forza 28.000 lavoratori dei Bti e 14.000 IMI (8.000 ufficiali in attesa di precettazione al lavoro, ufficiali superiori e anziani, inabili nei lazzaretti, un migliaio di ordinanze e un miglialo di sanitari). Rimpatriarono 560.000 ex-IMI (lavoratori e non), ma tra loro si mimetizzarono 40.000 civili e collaboratori, non identificati dal Ministero ma dai conteggi. Gli schiavi non sono tutti uguali e alcuni sono più schiavi di altri. I numeri non hanno anima, ma in quelli degli “schiavi di Hitler” c’è tutto il dolore di una umanità impotente e sopraffatta!

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fonte:  http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazione1.htm

IL PERCHE’ DI UN’ECATOMBE – Haiti è su una «zattera». In movimento

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LA GEOLOGIA

Haiti è su una «zattera». In movimento

La placca caraibica in moto verso est. Perché a Santo Domingo le scosse non hanno fatto danni

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«Haiti è una delle zone più a rischio della Terra in fatto di terremoti. Lo racconta la sua storia, lo mostrano le mappe geologiche dove si vede l’isola al bordo di una piccola placca stretta fra altre gigantesche. In gioco ci sono forze straordinarie capaci di distruzioni immani quando si manifestano». Gianpaolo Cavinato, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingeneria del Cnr, ha studiato i movimenti sismici nei continenti, talvolta li ha inseguiti con impressioni così forti difficili da tradurre in parole. Negli ultimi cinquecento anni nell’area si sono già verificati 12 terremoti più violenti dell’attuale superando i 7,5 gradi della scala Richter. La crosta della Terra è suddivisa in tanti pezzi che i geologi chiamano placche con uno spessore variabile da dieci chilometri a oltre settanta, a seconda dal luogo, negli oceani o sui continenti. Le placche si scontrano fra loro, alcune si inabissano sotto le altre, e altre ancora scivolano sullo stesso piano e dove vengono a contatto il movimento sviluppa energia. Questo accade lungo le faglie, cioè le fratture, che segnano la spaccatura della crosta. Haiti emerge dalla placca caraibica che è come una zattera in moto verso est. A nord si scontra con la grande placca nordamericana in viaggio invece verso ovest alla velocità di 2 centimetri all’anno e a sud con la altrettanto estesa placca sudamericana che s i sposta a nord-ovest di 1,5 centimetri all’anno. Quindi la «zattera» si trova stretta fra imponenti masse che agiscono di continuo sul suo territorio.

Ma non basta. La stessa placca caraibica è percorsa al suo interno da faglie minori che aumentano sia i rischi, sia le forze in gioco. Su una di queste è addirittura collocata la capitale di Port-au-Prince rimasta vittima di imponenti distruzioni. Il suo territorio è infatti diviso in due parti in movimento nella stessa direzione ma con velocità diverse intorno a 70 millimetri all’anno. «Nel continuo scivolare strette fra loro — spiega Cavinato — accumulano un’energia che ad un certo punto deve liberarsi ma non si sa dove e quando». Questa volta il punto sotterraneo in cui si è scatenata la violenza distruttrice, l’ipocentro come lo chiamano i geologi, era a 10 chilometri di profondità e a 16 chilometri dalla capitale. Santo Domingo, al contrario, dall’altra parte dell’isola, è in una posizione meno pericolosa perché le due faglie esistenti sul territorio della Repubblica Dominicana restano lontane, transitando una a nord e l’altra marginalmente a sud. La città, dunque, è meno soggetta a rischi. E Il terremoto è rimasto lontano. Ma da dove arriva la forza che fa muovere senza sosta le placche della crosta terrestre? «Il nostro pianeta è come una macchina termica— precisa lo scienziato—con un cuore incandescente. È proprio il calore che ha al suo interno ad alimentare un’energia capace di spostare le placche». Così il volto della Terra continua a cambiare e a rimodellarsi. Circa 300 milioni di anni fa c’era il supercontinente unico, Pangea, che lentamente si è diviso nei continenti attuali. Ma non era la prima volta che accadeva. Per il nostro pianeta è un fatto ciclico e già in precedenza si era verificato: insomma, è un continuo comporsi e scomporsi proprio grazie al calore che, come in una pentola, quando bolle sposta il coperchio. «La regione dei Caraibi è tra le più calde — sottolinea Cavinato — e la prova sta anche nelle catena di vulcani attivi presenti lungo la costa pacifica del Nicaragua. Un dozzina di bocche di fuoco che testimoniano dei potenti scontri geologici in atto nelle profondità».

Gli stessi specialisti della sede dell’Onu crollata avevano evidenziato i rischi legati alle faglie pianificando interventi e costi. Mai ascoltati. È proprio risalendo lungo la linea dei vulcani che si incontra la famosa faglia di Sant’Andrea che separa la placca nordamericana dalla placca pacifica. È qui che si aspetta il Big One, il super terremoto che potrebbe scuotere disastrosamente la costa californiana riportando alla memoria il tremendo ricordo di San Francisco con il tragico mattino del 18 aprile 1906 e l’imponente incendio che fece più vittime del sisma. In quell’occasione si misurò uno spostamento della faglia di 6,5 metri. Ma più recentemente, e ripetutamente, la terra ha tremato a Los Angeles. Nel 1994 ci furono una settantina di vittime e anche nel luglio 2008 il fenomeno seminò paura. Anzi alcuni scienziati hanno interpretato quest’ultimo come un preavviso del Big One. Proprio per cercare indizi del suo arrivo i geologi americani hanno scavato un buco, una perforazione sino a 3,2 chilometri di profondità vicino alla cittadina di Parfield, tra San Francisco e Los Angeles. L’operazione, nota come «Safod Project» è condotta dal Geological Survey per prelevare campioni del suolo in prossimità della faglia e capire nello studio delle loro caratteristiche se manifestano segni utili a qualche previsione. «Purtroppo possiamo ancora fare ben poco per anticipare lo scatenarsi di un sisma — dice con amarezza Cavinato —. Ci limitiamo a misurare e valutare gli spostamenti superficiali del suolo o a cogliere qualche indicazione in profondità per tentare, ad esempio, di calcolare l’accumulo di energia. Sono dei tentativi — aggiunge — perché le faglie sono lunghe centinaia e centinaia di chilometri e studiando un solo punto non possiamo decifrare come e dove i fenomeni possono accadere e con quali caratteristiche».

Qualche aiuto ora arriva anche dallo spazio e con i satelliti Gps è possibile sorvegliare lo slittamento delle superfici. Indagini più sofisticate si conducono con i satelliti Lageos della Nasa e dell’Asi italiana facendo rimbalzare nello spazio un raggio laser e calcolando quanto i continenti si separano fra loro. Adesso c’è la frontiera più avanzata dei satelliti radar attraverso i quali si tengono sotto controllo le deformazioni del suolo. La Protezione civile italiana ha già chiesto all’Agenzia spaziale italiana Asi di scandagliare l’area di Haiti con la costellazione dei satelliti radar «CosmoSkymed » le cui immagini sono in corso di elaborazione dalla società «e-Geos». «Per una stima della situazione stiamo effettuando anche un confronto con le immagini della zona raccolte nell’aprile scorso — commenta Alessandro Coletta, responsabile della missione in Asi — e con i continui sorvoli dei giorni prossimi forniremo agli scienziati una fotografia delle modifiche avvenute. Sono dati utili per interpretare meglio la natura geofisica dell’area e possono essere preziosi, speriamo, per il futuro».

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Giovanni Caprara
15 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_15/zattera_movimento_e84ab6e2-01a6-11df-866a-00144f02aabe.shtml

Decreto Tv, Google e i provider: “Temiamo gli effetti sul web”

https://i0.wp.com/www.lastampa.it/cmstp/rubriche/admin/immagine.asp

Decreto Tv, Google e i provider
“Temiamo gli effetti sul web”

All’indomani della protesta dei partiti dell’opposizione, le obiezioni di uno dei principali operatori sulla Rete: “Le norme ci equiparano agli emittenti televisivi, ma noi su YouTube non esercitiamo un controllo sui contenuti”

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di ROSARIA AMATO

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ROMA – Il decreto legislativo sulla Tv non preoccupa solo l’opposizione, ma anche Google e i principali provider italiani. “Siamo un po’ preoccupati”, conferma in un’intervista all’agenzia Bloomberg il responsabile per le relazioni istituzionali di Google in Italia, Marco Pancini, “Il decreto dà ai provider su Internet le stesse responsabità delle emittenti televisive, solo che queste si occupano direttamente dei contenuti, mentre YouTube si limita a mettere a disposizione le proprie piattaforme agli utenti”.
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La legge darebbe di fatto ragione a Mediaset, ricorda Bloomberg, che ha recentemente fatto causa a Google, accusando YouTube di violazione del diritto d’autore, chiedendo un risarcimento di 500 milioni di euro. Il nuovo decreto darebbe infatti all’Autorità Garante delle Comunicazioni il potere di ordinare ai provider italiani, tra i quali Tiscali, Fastweb, Telecom Italia, Vodafone, di rimuovere i contenuti che violano il diritto d’autore, pena una multa che può arrivare fino a 150.000 euro. “E’ come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili. Non ha senso”, osserva Dario Denni, segretario generale dell’Associazione italiana degli Internet Provider.
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Reazioni comunque più caute, per il momento, di quelle politiche. Ieri i partiti d’opposizione, Pd, Udc e Idv, e Giuseppe Giulietti del Gruppo Misto, hanno tenuto una conferenza stampa per chiedere con forza una modifica del decreto, che non solo renderà la vita difficile se non impossibile a chi trasmette immagini su Internet, ha sottolineato il responsabile Comunicazioni del Pd Paolo Gentiloni, ma di fatto penalizzerà il cinema indipendente e modificherà profondamente il sistema di trasmissione di spot pubblicitari, a detrimento delle Tv satellitari e a vantaggio delle emittenti televisive private. E tutto senza coinvolgere il Parlamento, dal momento che il decreto entrerà in vigore senza alcun tipo di dibattito, è previsto solo il parere non vincolante delle competenti commissioni di Camera e Senato.
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Accuse tutte respinte dal viceministro con delega alle Comunicazioni Paolo Romani, che assicura che il provvedimento rispetta la lettera e lo spirito della direttiva europea e della legge delega che la recepisce.
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15 gennaio 2010
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