Archivio | gennaio 17, 2010

HAITI – Blogger di 16 anni racconta il sisma: “Qui è scomparso persino il mare” / Gli scammer colpiscono Haiti

Yael dalle feste ai giorni dell’orrore: «Vedo amici al cimitero e case a pezzi, mancano solo la polizia e il sindaco»

Yael Talleyrand, 16 anni, in una foto pubblicata sul blog

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TORINO
Yael Talleyrand ha sedici anni
e un blog, Painful Thoughts. Sulla home page, nell’ultimo post, c’era la foto di una ragazza con una maglietta di Jimi Hendrix, taglia extralarge, una spazzola al posto del microfono. Era lei, dopo un venerdì sera solitario, una serata a base di musica rock, balli e riflessioni. Oggi ha aggiornato la sua pagina web, e al posto della party girl ora campeggiano le immagini del dramma di Jacmel, la cittadina di quarantamila abitanti in cui vive. «Probabilmente non vi importa nulla di quello che mi è successo» scrive «forse siete soltanto interessati a quello che è capitato a vostro zio, o a vostro nonno, che sono ancora là ad Haiti e non riuscite a sentire al telefono». Ma Yael ha voglia di raccontare, e «non c’è nessun altro che il mio blog che possa sedersi ed ascoltare».

Quando la prima scossa è arrivata Yael era a scuola, nell’ora di educazione fisica, «abbiamo sentito la terra tremare ma non ci abbiamo fatto caso» dice «perché nessuno di noi aveva vissuto esperienze simili, abbiamo continuato a camminare», ma quando le scosse si sono moltiplicate l’unica cosa che ha sentito è stato l’urlo del professore. «Ci ha detto di sdraiarci a terra». Dopo un istante è partita la corsa ai telefonini, per sentire i genitori. «Ho provato a chiamare mio padre, ma l’unica cosa che sentivo era il “beep beep” del cellulare occupato. Ero troppo choccata per scoppiare in lacrime come le mie compagne, sono corsa fuori per vedere se mio padre fosse lì». Impossibile, perché la casa di Yal è molto lontana dalla scuola. Le scosse sono proseguite, aumentando di intensità. «Riuscivo a vedere la città dalla cima della collina, e molte delle case erano crollate, mi sentivo come in un film, in un brutto sogno. La gente in strada urlava, pregava e chiedeva a Dio perché avesse deciso di distruggerli. Mentre il mondo continuava a tremare». Quando arriva la sera Yael riesce a contattare la mamma. Sta bene, le passa il fratellino. «Il mare era scomparso» le racconta. «Ho visto i pesci, i coralli. Poi è tornato, ed è sparito di nuovo».

Dopo dieci minuti il padre arriva a recuperarla. Sulla strada di casa incontrano una ragazza in motorino, «non so dove portare i miei bambini» grida, «l’ospedale è crollato». La spiaggia su cui si rifugiano è sottosopra, bottiglie e pesci ovunque, il mare che avanza e si ritrae. In due giorni della ragazza in t-shirt che si scatena alla feste non è rimasto niente.

Yael lo sa, e racconta il perchè. «Ho visto la mia scuola crollarmi davanti, ho visto un amico al cimitero, mentre tumulavano il suo cuginetto. Ho visto la mia insegnante che seguiva a piedi la macchina in cui c’era il corpo di suo marito. Ho visto i miei compagni di classe in un campo per rifugiati. Ho visto camioncini carichi di cadaveri. Gli unici che non ho visto sono stati i poliziotti e il sindaco». Ora che è riuscita di nuovo a collegarsi al Web, dopo lo sfogo sul blog, ha aggiornato la pagina Twitter. Qualche messaggio per gli amici che non è ancora riuscita a contattare, qualche foto scattata con la digitale scampata al terremoto. Tutta la rabbia per gli sciacalli e lo stato dissolto. Ma una frase campeggia fissa sullo sfondo rosa. «Haiti, ti amo ancora».

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17 gennaio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51333girata.asp

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Gli scammer colpiscono Haiti

Finte richieste di aiuto. Falsi siti di raccolta fondi. Il terremoto nei Caraibi è una ghiotta occasione per i cybertruffatori

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di Giorgio Pontico

Giorgio Pontico

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Roma – Nei pochi minuti che la notizia riguardante il tremendo terremoto che ha devastato Haiti ha impiegato per fare il giro del mondo, in molti hanno messo mano al portafogli aderendo alle innumerevoli raccolte fondi che avvenivano e avvengono tuttora attraverso i cellulari. In alcuni casi però, come hanno rivelato alcuni osservatori, il denaro raccolto e finito da tutt’altra parte.

Come rileva Arstechnica, gli scammer sono soliti cavalcare eventi di grande rilevanza internazionale per mettere in atto i loro piani. Il disastro di Port-Au-Prince non ha fatto eccezioni, così come a suo tempo il terremoto in Abruzzo e quello che nel 2008 aveva sconvolto la provincia del Sichuan, in Cina.

FBI e American Institute of Philantropy
(AIP) hanno diramato avvisi in cui viene spiegato il problema, invitando a donare attraverso una lista di canali sicuri. “Attenzione alle richieste di aiuto individuali – ha spiegato Daniel Borochoff di AIP – è molto semplice approntare un falso sito per ottenere donazioni”.

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15 gennaio 2010

fonte:  http://punto-informatico.it/2788132/PI/News/scammer-colpiscono-haiti.aspx

Napoli, scoperto l’esercito dei falsi pazzi

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Napoli, scoperto l’esercito dei falsi pazzi

Nel mirino 400 pratiche d’invalidità

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NAPOLI (17 gennaio) – Quattrocento malati di mente nella sola zona di Chiaia. Un numero «abnorme», uno sproposito, che ha spinto la procura di Napoli a cercare di vederci chiaro e ad aprire un nuovo filone investigativo sulle pensioni di invalidità finora erogate dallo Stato.

Dopo i falsi ciechi, dunque, l’inchiesta si estende ai finti pazzi, che avrebbero intascato pensioni e indennità non dovute, grazie a certificati medici ritenuti fasulli. È il secondo atto del procedimento che all’inizio dello scorso dicembre culminò in 53 arresti di finti ciechi, quasi tutti originari della zona del Pallonetto di Santa Lucia. Associazione per delinquere, falso e truffa, le accuse contestate.

Da quel momento, l’attività d’indagine non si è fermata e ha tenuto fermi i riflettori sugli uffici chiave della Municipalità di Chiaia. Tanto, che appena qualche giorno fa sono stati i carabinieri a mettere a segno un’altra mossa. I militari hanno compiuto un nuovo sopralluogo, con tanto di acquisizione di atti. Hanno bussato alle porte degli uffici della municipalità – dove funzionari e dirigenti si sono finora distinti per la piena collaborazione con i pm – e hanno messo le mani su una mole di carta, tra fascicoli, perizie e certificati medici.

È così che al centro delle indagini finiscono le quattrocento pratiche di invalidità per malattie mentali, documenti che accompagnano le richieste di pensione per i cittadini alle prese con malattie irreversibili. Si parte dal dato numerico, che è già di per sé un elemento significativo, visto il raffronto fatto dagli inquirenti: se infatti in quartieri come Vomero o Fuorigrotta le pratiche di invalidità per malattie mentali sono appena una quarantina, qui a Chiaia il numero aumenta dieci volte tanto.

Quattrocento sedicenti malati di mente, un piccolo esercito di psicolabili che, a leggere gli atti, si aggirerebbe per le vie più esclusive della città, potendo contare su pensioni, rimborsi, vitalizi di Stato. Quanto basta a tenere aperta l’inchiesta, da parte dei militari del comando provinciale del colonnello Mario Cinque. Che dopo aver acquisito atti nelle sezioni circoscrizionali, puntano oggi a fare i dovuti riscontri. Ed è proprio dal dato incrociato che emergerebbero conferme dello strano caso dei malati di mente di Chiaia. Fatto sta che, a voler leggere le pratiche finite sul tavolo degli inquirenti, buona parte dei quattrocento malati andrebbe ricondotta proprio allo stesso territorio abitato dai finti ciechi. In troppi casi, insomma, parla l’anagrafe: stessa zona – ancora una volta l’area di Pizzofalcone, del Pallonetto di Santa Lucia – territorio evidentemente «miracoloso», a giudicare dalle immediate guarigioni successive agli arresti dello scorso dicembre.

Ma anche nel filone investigativo delle malattie mentali, il sospetto degli inquirenti punta in alto. L’ipotesi è che ci sia un’organizzazione ben rodata e attiva su più livelli. Tanto che si punta ora ad accertare l’esistenza di una regìa comune, di una sorta di «sistema» in grado di velocizzare pratiche, inventare casi di malattie e puntare agli uffici giusti, potendo contare, nella migliore delle ipotesi, su omissioni e mancanze di controlli da parte dei pubblici ufficiali. Inchiesta aperta, si attendono riscontri, anche per stabilire cosa ha spinto sull’orlo della pazzia (vera o presunta) un numero tanto alto di cittadini di Chiaia.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=87947&sez=HOME_INITALIA

Brunetta contro i «bamboccioni»: “Fuori di casa a 18 anni per legge”

Il ministro: «Una norma che obblighi i nostri figli a diventare indipendenti».
Calderoli: «L’ha fatta fuori dal vaso…»

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ROMA
I bamboccioni ancora al centro delle polemiche.
Questa volta è il ministro Renato Brunetta a dare il via a una nuova battaglia contro uno dei malcostumi degli italiani, lanciando l’idea di fare «una legge per far uscire di casa i ragazzi a 18 anni». Ma la provocazione del titolare della Pubblica amministrazione non passa inosservata. Il ministro Roberto Calderoli rimprovera «all’amico Brunetta di averla fatta fuori dal vaso»; mentre il presidente del deputati dell’Idv, Massimo Donadi, boccia «l’ennesima proposta senza senso di Brunette» e sottolinea che per andare via di casa ai «ragazzi italiani serve il lavoro e non norme inutili».

Brunetta, intervistato in radio (Rtl), prende spunto dalla sentenza del tribunale di Bergamo che condanna un artigiano di 60 anni a pagare gli alimenti alla figlia di 32 anni ma da otto anni fuori corso all’università. Il titolare della Pubblica amministrazione confessa «di vergognarsi ancora» perchè «fino a quando non sono andato a vivere da solo era mia madre che la mattina mi rifaceva il letto».

Il ministro dà, però, le colpe ai padri che «hanno costruito questa società». I bamboccioni, infatti, «sono le vittime di un sistema e organizzazione sociale di cui devono fare il “mea culpa” i genitori». Brunetta non dimentica di citare colui che per primo ha coniato e non senza polemiche la definizione “bamboccioni”: il ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa con l’ultimo governo Prodi: «Ho condiviso Padoa-Schioppa quando ha stigmatizzato la figura dei bamboccioni – spiega Brunetta – anche se quella sua invettiva mancava di un’analisi più complessa».

Secondo il ministro, «i bamboccioni non lo sono in sè ma sono vittime del sistema italiano di organizzazione sociale». Brunetta è convinto che «ci sono i bamboccioni perchè le università funzionano male, perchè il welfare funziona male e perchè si dà più ai padri che ai figli».

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17 gennaio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201001articoli/51325girata.asp

Haiti, esplode la rabbia dei disperati / Il Senegal offre la terra agli Haitiani

Haiti, esplode la rabbia dei disperati. Rientrati in Italia i primi connazionali

L’Onu: la crisi più grave da decenni. Frattini: “Noi cancelleremo il debito”

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ROMA
Sono rientrati in Italia da Haiti i primi connazionali sopravvissuti al sisma
che ha devastato l’isola. Il Falcon dell’Aeronautica militare con i 13 italiani rimpatriati è atterrato a Ciampino intorno a mezzogiorno. Si tratta di quattro nuclei familiari, tre bambini e il gatto di uno dei bimbi.

Sull’aereo hanno viaggiato anche una donna incinta e un anziano di 87 anni. Ad attenderli Sulla pista dell’aeroporto i familiari e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Ma la Farnesina continua a lavorare per rintracciare dodici connazionali di cui non si hanno notizie. «Stiamo continuando le ricerche: sono ancora 12 gli italiani di cui non abbiamo notizia», ha detto il ministro Frattini, che ha annunciato un’iniziativa per cancellare i 40 milioni di euro di debito estero di Haiti verso l’Italia.

Ad Haiti è arrivato oggi il segretario generale dell’Onu Ban ki Moon che ha definito il terremoto come «la crisi umanitaria più grave degli ultimi decenni». Intanto sull’isola caraibica continua la corsa contro il tempo per il salvataggio dei superstiti, nel quinto giorno dopo la catastrofe che ha devastato Haiti: una squadra di soccorritori giunti da Israele è riuscita la scorsa notte ad estrarre dalle macerie a Port-au-Prince un uomo di 58 anni ancora in vita.

Le ore che passano, le condizioni disastrose in cui si lavora sul posto, la mancanza di mezzi e il caos in cui è sprofondata l’isola, fanno inevitabilmente affievolire le speranze di trovare persone ancora vive sotto le macerie. Si scava ancora, tuttavia. E l’Onu fa sapere da Ginevra che la squadre di soccorso non si danno per vinte: «Il morale delle squadre resta molto buono», ha detto una portavoce dell’Onu a Ginevra, Elisabeth Byrs. I soccorritori «restano convinti che persone vive possono ancora essere estratte dalle macerie». Ed è corsa contro il tempo anche per salvare le centinaia di persone che, estratte dalle macerie in condizioni molto gravi, combattono per sopravvivere.

In prima linea i chirurghi di Medici senza Frontiere, che stanno eseguendo soprattutto interventi cesarei e amputazioni. Il personale medico sul posto afferma di non avere mai visto un numero così elevato di ferite gravi, fa sapere l’organizzazione. All’ospedale di Choscal a Citè Soleil, dove MSF lavora dopo che le sue strutture mediche erano state gravemente danneggiate, la sala operatoria ha continuato a lavorare senza sosta da venerdì mattina. All’ospedale Trinitè, dove i pazienti vengono curati sotto le tende allestite sul terreno dell’ospedale colpito dal terremoto, gli interventi chirurgici si svolgono in una sala operatoria improvvisata. Nel quartiere di Carrefour, colpito in modo particolarmente grave, MSF ha iniziato a lavorare in un ospedale con due sale operatorie. I feriti sono trasportati su carriole o sulla schiena di altre persone. Ci sono altri ospedali nella zona ma sono sovraffollati e hanno poche scorte e poco personale.

Nelle strade di Haiti i soccorsi arrivano lentamente e la rabbia cresce. L’Onu ha definito il terremoto il «peggiore disastro mai affrontato» nella sua storia. Almeno 50mila cadaveri sono stati finora recuperati per un bilancio che potrebbe raggiungere i 200mila morti ma stentano ancora ad arrivare alla popolazione gli aiuti umanitari da tutto il mondo che ingorgano l’aeroporto di Port- au-Prince. Tra i superstiti terrorizzati da una nuova scossa di terremoto, si aggira lo spettro della sete, mentre aumentano gli episodi di violenze e i saccheggi. Questo mentre si mobilita il presidente Barack Obama insieme ai suoi due predecessori (Bill Clinton e George W. Bush )per guidare quella che ha definito «la più grande operazione di aiuto compiuta dagli Usa». A Port au Prince è arrivata per una visita di poche ore il segretario di Stato, Hillary Clinton, che ha promesso al governo dell’isola «aiuti e solidarieta». Sull’aereo che la stava portandoa Port-Au-Prince aveva detto ai giornalisti che Wasghington auspicava il ricorso al coprifuoco notturno per ragioni di sicurezza.

L’Onu ha intanto confermato la morte del suo rappresentante ad Haiti Hedi Annabi, del suo vice Luiz Carlo da Costa e del responsabile della polizia Doug Coates. Il segretario generale Ban Ki-moon, che oggi è atteso a Haiti, si è detto «profondamente rattristato». Continua intanto l’angosciosa ricerca di 13 italiani che mancano ancora all’appello e si teme il peggio per tre di essi – uno dei quali, Antonio Sperduto si troverebbe sotto le macerie d’un supermercato crollato, e due funzionari dell’Onu sotto quelle dell’hotel Christopher – a fronte dei circa 180 finora contattati, dice la Farnesina. Ieri intanto la terra ha tremato ancora, con una scossa di assestamento di 4,5 gradi Richter che ha seminato panico e l’angoscia dei sopravvissuti, mentre le cifre della distruzione si fanno sempre più drammatiche. Con la disperazione cresce la rabbia e migliaia di persone tentano di fuggire da Port-au-Prince in quello che viene descritto come un esodo di massa dalle proporzioni crescenti. Convogli di macchine fuggono dalle violenze compiute da bande di saccheggiatori armati di machete, pietre e coltelli. Portano via tutto quello che possono dai negozi e dalle case. E all’aeroporto si è formata una folla che spera di riuscire ad imbarcarsi su un aereo per sfuggire all’inferno.

La gente soffre particolarmente per la mancanza d’acqua e la rabbia cresce anche perchè gli aiuti della comunità internazionale arrivano con il contagocce, per il disastro delle strade, per il pericolo di violenze e di saccheggi – sono 6.000, secondo il governo, i detenuti evasi per il crollo delle carceri. Il presidente haitiano, Ren‚ Preval, che ha trasferito il suo ufficio e la sede del governo in una caserma di polizia vicino allo scalo, ha denunciato la mancanza di coordinamento: «Abbiamo bisogno degli aiuti internazionali ma il problema è il coordinamento», ricordando come in un solo giorno siano arrivati 74 aerei da molti Paesi, congestionandolo, o come un aereo-ospedale francese non sia riuscito ad atterrare, suscitando la protesta, poi rientrata, del governo di Parigi.

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17 gennaio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51312girata.asp

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Il Senegal offre la terra agli Haitiani: «per il ritorno nella loro patria»

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«Non hanno scelto – dice il presidente Wade – di andare in quell’isola. Per loro un tetto e un pezzo di terra»

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MILANO – Il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha dichiarato oggi di voler favorire il «ritorno» in Africa degli haitiani, offrendo una terra ai discendenti degli schiavi dopo il terribile terremoto che martedì ha colpito l’isola caribica. In un’intervista a radio France Info, Wade ha detto che «il ripetersi di calamità naturali mi spinge a proporre una soluzione radicale: … creare in Africa, con gli africani e con l’Unione Africana (Ua) un luogo dove gli haitiani possano tornare» … «con un unico viaggio» o «con più viaggi». «Non hanno scelto loro – ha spiegato Wade – di andare in quell’isola e non sarebbe la prima volta che ex schiavi o loro discendenti possono ritornare in Africa. È già successo in Liberia, dove gli ex schiavi si sono integrati con la popolazione locale e hanno formato la Nazione liberiana … È nostro dovere riconoscere loro il diritto di tornare nella terra dei loro antenati». Secondo il portavoce del presidente senegalese, Mamadou Bamba, il Senegal è pronto ha offrire terre agli haitiani. «Se saranno solo alcune persone – ha detto Bamba – offriremo loro un tetto e un pezzo di terra. Se verranno in massa, daremo loro un’intera regione». (Fonte Ansa).

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17 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_17/senegal-offre-terre-haitiani_26eede8a-0375-11df-a5a7-00144f02aabe.shtml

FREE GAZA: Partiamo di nuovo : UNITEVI A NOI!

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Partiamo di nuovo : unitevi a noi!

Scritto da Free Gaza Team | 11 Gennaio 2010

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La prossima primavera, il Free Gaza Movement invierà almeno sei barche a Gaza per interrompere l’assedio illegale che Israele impone ad un milione e mezzo di Palestinesi. Questo assedio è un atto di punizione collettiva, un crimine proibito dalle leggi umanitarie internazionali. La crisi di Gaza causata e perpetrata da volontà umana e internazionale è destinata a peggiorare perchè l’Egitto sta costruendo un muro di ferro profondo 30 metri nel confine sud di Rafah, chiudendo definitivamente l’ultima possibilità per i Palestinesi di procacciarsi prodotti basilari alla sopravvivenza.

L’urgenza di rompere l’assedio cresce di giorno in giorno, perchè ai Palestinesi che vivono in questa prigione sono negati i diritti più elementari.

La nostra missione comprenderà anche due barche fornite da una NGO Turca più un’ imbarcazione cargo acquistata grazie alle donazioni della popolazione Malese. Questa imbarcazione trasporterà cemento, sistemi di filtrazione dell’acqua e carta, materiale da ricostruzione essenziale a cui Israle nega l’ingresso a Gaza.

Le missioni di Free Gaza sono state le prime a sfidare la chiusura ermetica di Gaza da parte di Israele, quando arrivammo a Gaza con due piccole barche nell’agosto 2008. Non abbiamo chiesto il permesso ad Israele o all’Egitto per poter entrare a Gaza, abbiamo navigato direttamente da acque internazionali e siamo entrati nelle acque di Gaza. Da allora, siamo stati i catalizzatori di sempre più numerosi movimenti internazionali di difensori dei diritti civili, tra cui la Gaza Freedom March e Viva Palestina.

Di certo dovremo affrontare l’illegale blocco navale Israeliano. Ma ne siamo già passati attraverso e lo rifaremo di nuovo. Scriviamo per assicurarci che la missione sia sovvenzionata e pubblicizzata.

Abbiamo organizzato con successo altre quattro missioni dall’agosto 2008, e intendiamo tornare quest’anno con una piccola flotta, avete quindi ancora tempo per procurarvi le barche e venire con noi.  Chiamiamo a raccolta tutte le NGO, organizzazioni umanitarie e comunità nel mondo per chiedere di unirvi a noi. Se possedete già i fondi per acquistare imbarcazioni, noi possiamo fornirvi i consigli logistici e tecnici su come attrezzarle per unirvi alla flotta. Se volte aiutarci in altri modi, ne elenchiamo cinque di seguito:

  1. Raccogliete fondi per i viaggi. Organizzate nelle vostre comunità delle piccole o grandi raccolte fondi. Abbiamo delle persone disponibili a venire a parlare agli eventi che organizzate http://www.freegaza.org/speakers. Amici di ritorno dalla  Gaza Freedom March, o dai convogli di Viva Palestina possono essere particolarmente utili nel raccontare la loro esperienza a chi intende raccogliere fondi.
  2. Coivolgete la vostra comunità e trasformiamo questa piccola flotta in uno sforzo globale. Le nostre barche trasporteranno materiale da ricostruzione e scolastico, entrambi vietati dalle autorità Israeliane. Contribuite donando carta, inchiostro o libri alla nostra campagna Right to Read (Diritto alla Lettura): http://www.freegaza.org/right-to-read. Se potete donare materiale da ricostruzione, per cortesia, contattateci. Coinvolgete i vostri figli e le loro scuole chiedendo di scrivere lettere ai bambini di Gaza. Noi le porteremo con le nostre barche e le consegneremo.
  3. Pubblicizzate il viaggio. Quando avremo annunciato la data di partenza, aiutateci a divulgare il messaggio ai media e ai vostri rappresentanti politici per far sì che i passeggeri viaggeranno in sicurezza.
  4. Chiedete ai rappresentanti del vostro Parlamento di venire con noi. Partiranno con noi deputati dal Sudafrica, Malesia, Turchia ed Europa. Se avete contatti con altre personalità, per cortesia, fatecelo sapere.
  5. Offritevi volontari come equipaggio di terra, ufficio stampa o di sostegno nei vostri paesi.

Se volete aiutare, organizzare raccolte fondi, suggerire passeggeri e offrire ogni tipo di supporto, per cortesia, inviateci una mail a // friends@freegaza.org

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

, e noi risponderemo immediatamente. Abbiamo solo due o tre mesi per fnire di organizzare tutto, raccogliere i fondi necessari e partire.

Unitevi a noi e insieme partiremo per Gaza la prossima primavera!

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fonte:  http://www.freegaza.org/it/we-are-sailing-again-join-us


Craxi, commemorazione ad Hammamet tra fedelissimi e tre ministri / Bettino, brigante o leader? La parola agli storici..

Craxi, commemorazione ad Hammamet
tra fedelissimi e tre ministri

Nel cimitero tunisino Sacconi, Frattini e Brunetta
Bersani: non è momento di gesti ma di riflessione

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HAMMAMET (17 gennaio) – Lacrime, garofani e tanta folla hanno segnato stamattina la commemorazione di Bettino Craxi, a dieci anni dalla morte, sulla tomba nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, dove sono arrivati i fedelissimi di un tempo, Gianni De Michelis e Rino Formica, i ministri di oggi, Franco Frattini, Maurizio Sacconi e Renato Brunetta e, confusi tra centinaia di militanti e nostalgici, tre ministri tunisini mentre il presidente Ben Alì ha inviato un cuscino di rose rosse e bianche che sovrasta il sepolcro del leader socialista.

Doveva essere una commemorazione in silenzio, senza interventi nè di familiari nè di esponenti politici. Ed invece la voce degli ex socialisti si è fatta sentire per chiamare un applauso della folla: «Bettino, Bettino, sei il vero socialista». E poi un grido dell’assessore di Reggio Calabria, Candeloro Imbalsato: «c’è tutta l’Italia in onore di Bettino Craxi, tutta l’Italia».

I figli e la moglie. I figli Stefania e Bobo, che prima si fermano a lungo a parlare con i giornalisti per tenere viva la memoria del padre, stanno ai lati della tomba mentre la moglie Anna, in disparte anche nel giorno del ricordo del marito, viene fatta avvicinare alla tomba e parte un nuovo applauso. Poi se ne va, gli occhiali scuri fissi sul volto, al braccio dell’imprenditore Tarak Ben Ammar, stringe mani e ripete: «sto bene, solo che queste giornate mi stanno sfiancando». Tutta Hammamet si è fermata per mezzora, durante la cerimonia, e per rispettare il rigido protocollo di sicurezza per la presenza dei ministri italiani e tunisini.

Ministri a titolo personale. Per evitare polemiche in Italia, «i ministri italiani – spiega Stefania Craxi – sono venuti a titolo personale» e nessuno ha letto messaggi sulla tomba. In prima fila il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto mentre i fedelissimi di Bettino Craxi ai tempi d’oro restano in disparte: Paolo Pillitteri, Gianni De Michelis e Rino Formica, tutti speranzosi che la grande partecipazione ad Hammamet sia una spinta in più per la riabilitazione del leader socialista.

Frattini: grande uomo di Stato. «È un momento di raccoglimento sulla politica che Bettino Craxi ha costruito. Sulle tombe non si rilasciano dichiarazioni ma posso solo dire che è stato un grande uomo di Stato ed è ancora nel cuore e nelle menti degli italiani». Lo ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini nel piccolo cimitero di Hammamet.

Sacconi: rileggere vicenda Craxi. «Ormai in Italia il clima è mutato, credo che finalmente si siano create le condizioni per una rilettura intellettualmente onesta della fine della prima Repubblica e in particolare della vicenda umana e politica di Bettino Craxi. Questa è una condizione per l’Italia intera per uscire dal male oscuro che da allora avvince il nostro percorso democratico. Se riusciremo a realizzare questa rilettura riusciremo anche a trovare la via di una democrazia dell’alternanza serena e su una base solidamente condivisa».

Brunetta: è tempo di una riflessione pacata. «Ora è necessaria una riflessione “a freddo” e pacata sul ruolo e la figura di un uomo politico che ha fatto tanto per questo Paese. Probabilmente riflettendone anche i difetti». Il ministro della Pa, Renato Brunetta, parla così: «Io ho voglia di chiarezza. Sono un socialista che in quel periodo non aveva ruoli nel partito ma sento ugualmente la responsabilità di un chiarimento, perchè ne va del nostro futuro e non si può costruire un futuro su basi fragili» ha sostenuto il Ministro, ricordando di essere ad Hammamet «per ricordare e dare onore alla fiugura di un uomo come Craxi, a dieci anni dalla sua scomparsa».

Formica: ancora grumi di odio. «Una commozione diffusa e generale che contrasta con i grumi di odio che ancora ci sono in Italia. Il Paese reale è umano, il Paese che ha vissuto sull’odio è minoritario ma alza molto la voce. Verrà una generazione che gliela farà passare». Così Rino Formica, colonnello di Bettino Craxi negli anni ottanta, evidenzia la distanza tra la partecipazione della gente comune e le polemiche che nascono ancora in Italia su Craxi.

Bersani: non è momento di gesti ma di riflessione. «Non è il momento di gesti ma di consentire una riflessione storica e un giudizio più equilibrato su quella figura e quella vicenda». Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, rispondendo alle domande dei giornalisti. «Spero che questa non sia l’occasione per accendere gli animi ma sia un’occasione per questo tipo di riflessione che riesca a vedere gli elementi di novità che questa figura ha introdotto nella discussione politica parlando delle grandi riforme, come quelle istituzionali, e dei meriti e dei bisogni: temi certamente notevoli e attuali. E poi però non si dimentichi – ha osservato Bersani – il fatto che quelle idee di riforme siano dopo degenerate nel meccanismo della cosiddetta governabilità che ha sottovalutato largamente i temi della questione morale che non può essere ridotta solo al tema del finanziamento dei partiti: c’era qualcosa di più e di più largo, e questo lo sappiamo». «Credo che tutto questo vada consegnato a una riflessione più pacata che prenda pesi e misure di una figura che comunque è stata di grande rilievo nello scenario politico italiano».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=87914&sez=HOME_NELMONDO

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Bettino, brigante o leader? La parola agli storici…

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di Pietro Spataro

tutti gli articoli dell’autore

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Un brigante o un grande leader? Parlare di Craxi Benedetto, detto Bettino, a dieci anni dalla morte vuol dire fare ancora i conti con questi opposti sentimenti. Ma sotto l’urto delle passioni è difficile fare il bilancio di un’esperienza politica che ha segnato un quindicennio della storia d’Italia. Quando nel luglio del ’76 a 42 anni Craxi espugna il Midas e diventa segretario di un Psi agonizzante è quasi uno sconosciuto. C’è chi, come Fortebraccio sull’Unità, lo definisce «Nihil, il signor Nulla» e chi, dentro il suo partito, pensa che sia solo una soluzione di transizione. Sbaglieranno tutti, perché l’uomo è determinato, aggressivo, spregiudicato: sa che la partita è difficile e vuole giocarla a tutto campo, senza mediazioni. «Primum vivere» dice ai suoi.

«SENZA ANDARE PER IL SOTTILE… »
A Gerardo Chiaromonte, allora nella segreteria del Pci, che lo incontra qualche giorno dopo l’elezione dice: «Impiegherò ogni mezzo, senza andare per il sottile pur di salvare il Psi». Il suo obiettivo, nel momento in cui il Pci è al suo massimo storico e la Dc resiste e insieme hanno il 70% dei voti, era di rompere l’assedio. Contendere a Berlinguer l’egemonia a sinistra e alla Dc il ruolo di governo.

La storia del Psi di Craxi non è lineare. Possiamo dire che ci sono tre fasi: l’ascesa e la conquista del partito, la scalata di Palazzo Chigi, la bufera di tangentopoli e la fuga. «La prima fase – spiega lo storico Miguel Gotor – è segnata dal dinamismo e dall’innovazione sul piano culturale». È la fase in cui Craxi, oltre a ritagliarsi un ruolo autonomo (come fu la linea trattativista contro la linea della fermezza di Pci e Dc durante il sequestro Moro) lancia la sfida teorica al Pci. La rivista «Mondoperaio» diventa il pensatoio del nuovo corso e pubblica i saggi di Bobbio su democrazia e socialismo. Si mette in soffitta Marx e si tira fuori Proudhon, l’Espresso pubblica un lungo saggio di Craxi intitolato «Il vangelo socialista» e sull’Avanti si lancia la Grande Riforma. È una fase ricca di fermenti che dura quattro anni. Fino all’80, quando il Psi torna al governo con la Dc del preambolo che fa fuori Zaccagnini e ripristina l’esclusione del Pci. Come scrive Guido Crainz da lì lentamente Craxi diventa uno «spregiudicato alfiere dei nuovi ceti emergenti, portavoce di una modernità senza regole e senza principi». Aggiunge Giorgio Ruffolo nel suo ultimo libro Un paese troppo lungo: «Ebbe un comportamento corsaro. Svanì la sua capacità di percepire le domande nuove. Si legò al Caf e poi ebbe un ruolo di primo piano in tangentopoli».

Sono gli anni del governo, quelli in cui si costruisce il sistema di potere socialista: enti, ministeri, banche, assessorati, ospedali. Dovunque il Psi conquista spazi enormi. Si parla di onda lunga, il partito vive sopra le sue possibilità e si aggregano alla corte di Craxi giovani rampanti e affaristi spregiudicati. Si mettono in piedi faraonici congressi (la piramide di Panseca). Il Psi entra con prepotenza nella stanza delle tangenti e diventa il referente principale del sistema. Il trionfo sembra inarrestabile. E nell’agosto del 1983 Craxi diventa il primo presidente del consiglio socialista. «Quel governo – dice Emanuele Macaluso – fu uno dei migliori, basti ricordare i ministri: Spadolini, Visentini, Martinazzoli, Scalfaro». Aggiunge Gotor: «In quella fase Craxi ebbe delle intuizioni, soprattutto in politica estera e basta ricordare Signonella». La sua azione sarà caratterizzata, però, da un decisionismo senza freni (tentazioni presidenzialiste e limitazione del Parlamento) che porterà allo scontro finale con il Pci di Berlinguer. Accade quando il premier decide con decreto di tagliare la scala mobile.

BETTINO ED ENRICO
Craxi e Berlinguer. Due leader così diversi che difficilmente potevano incontrarsi. L’uno arrogante e impulsivo, l’altro timido e riflessivo. L’uno attratto dalla politica spregiudicata, l’altro convinto della centralità della questione morale. Ma non è solo questo. «Craxi e Berlinguer si danno i pugni – spiega Gotor – perché hanno strategie diverse». Il Pci impegnato a costruire il compromesso storico, il Psi in campo per l’alternativa socialista. Poi, quando il Pci, dopo l’assassinio di Moro e il fallimento della solidarietà nazionale, lancia l’alternativa democratica, Craxi sposa la governabilità e il rapporto con la Dc. «Diciamo la verità – aggiunge Macaluso – c’è stata tra Craxi e Berlinguer una reciproca volontà di prendere strade non convergenti. Con Craxi a Palazzo Chigi anche i timidi tentativi di dialogo si chiusero. Ricordo che Lama fu l’unico nel Pci a fare un’apertura nei confronti della presidenza socialista. E ricordo anche che nell’80 quando in un’intervista lanciai la proposta di ritornare alla solidarietà nazionale ma con un presidente del consiglio socialista ci fu una nota di Botteghe Oscure che disse che quelle erano opinioni personali».

SCALA MOBILE, CHE SCONTRO
Berlinguer è inflessibile. Forse aveva capito meglio di altri il pericolo del gioco di Craxi, la sua politica senza principi. E temeva che potesse cambiare la leadership della sinistra. «Ma quel timore – dice Macaluso – fu malgestito, anche con scelte esagerate». Lo scontro più duro fu proprio sulla scala mobile. Berlinguer non ne volle sapere di mediazioni e andò al referendum. E per il Pci fu una sconfitta pesante. Ci si arrivò senza Berlinguer che era morto e che subì, qualche settimana prima, anche l’affronto volgare dei fischi al congresso socialista di Verona e il commento di Craxi: sapessi fischiare avrei fischiato io…

L’onda socialista, mentre finiscono gli anni ottanta, non sembra andare da nessuna parte. Craxi esce da Palazzo Chigi, spuntano i primi arresti, i primi avvisi di garanzia. Ma il leader socialista non capisce più cosa succede nel mondo e in Italia. «Nell’89 – è la tesi di Ruffolo – poteva spezzare il blocco della democrazia e favorire l’alternanza». Il fatto è che Craxi non capì fino in fondo l’89 e cosa significasse il crollo di quel muro. «Non lo capì – conferma Macaluso – poteva incassare la vittoria della fine del comunismo e rilanciare l’unità della sinistra». Invece Craxi si inventa l’unità socialista, una sorta di sfida annessionistica al Pci. Il leader socialista non capisce nemmeno quel che ormai si muove nella società italiana. Avversa il referendum sulla preferenza unica nel ’91 invitando gli elettori ad andare al mare. L’Italia sta cambiando, la spinta contro le degenerazioni della questione morale denunciate da Berlinguer è fortissima, appare la Lega che già nel ’92 conquista 82 parlamentari. Il resto è storia giudiziaria. Le inchieste, gli atti d’accusa, il mandato di arresto, la fuga ad Hammamet, le condanne. La fine ingloriosa.

TANTI FALLIMENTI
Dieci anni dopo però è il fallimento politico di Craxi che appare più evidente. «Non aveva un progetto politico», dice Ruffolo, e questa fu la vera causa del suo declino. Non riuscì a conquistare l’egemonia della sinistra ridimensionando il Pci perché alla fine, ossessionato dai comunisti, distrusse un partito con una grande storia come quello socialista e contribuì alla crisi di tutta la sinistra. Non riuscì nemmeno a contrastare più di tanto il potere Dc che infatti tornò dopo di lui fino al crollo di tangentopoli. Non riuscì a cambiare l’Italia e a far emergere la parte innovativa dei nuovi ceti a cui aveva guardato all’inizio e si legò ai circuiti affaristi delle clientele e della corruzione. E alla fine fu lui a spianare la strada a Silvio Berlusconi e in qualche modo all’Italia di oggi.
Di questo, a dieci anni dalla morte, si dovrebbe discutere con serenità e senza passioni opposte. «C’era una volta Bettino Craxi», titolò questo giornale il giorno in cui si dimise da segretario.

Appunto: c’era una volta un uomo che voleva conquistare il potere, rinnovare la sinistra e cambiare il suo paese ma alla fine confuse i brutti mezzi con i buoni fini e fu travolto dalla macchina che aveva messo in piedi senza mai raggiungere l’obiettivo. Dunque: fu un grande leader?

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17 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=93824

Haiti, tutta l’isola è distrutta / Quei piccoli fantasmi soli per strada

LE TESTIMONIANZE DEI REPORTER CHE RIESCONO A MUOVERSI

Haiti, tutta l’isola è distrutta

Oltre Port Au Prince in macerie molte altre città

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MILANO – Devastazione e distruzione pressochè totale anche nella altre città di Haiti, oltre la capitale Port-au-Prince dove fino ad ora si sono nella gran parte concentrati i soccorsi e l’attenzione dopo il terremoto che martedì ha colpito l’isola. Lo riferisce la Bbc online. Le troupe della tv britannica giunte a Leogane, 19 chilometri a ovest di Port-au-Prince, descrivono scene «apocalittiche», con migliaia di persone che hanno perso la casa, tutto, e dove si ha l’impressione che quasi nessuno degli edifici sia rimasto in piedi. Secondo l’Onu, tra l’80% e il 90% delle costruzioni a Leogane sono andate completamente distrutte.

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Il quinto giorno ad HaitiIl quinto giorno ad Haiti Il quinto giorno ad Haiti Il quinto giorno ad Haiti Il quinto giorno ad Haiti Il quinto giorno ad Haiti Il quinto giorno ad Haiti Il quinto giorno ad Haiti
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I sopravvissuti sono fuggiti, hanno abbandonato la città per trovare rifugio nei vicini campi di canna da zucchero. «A un’ora di macchina da Port-au-Prince la scena è apocalittica», racconta l’inviato della Bbc, «praticamente ogni singolo edificio che ho incontrato lungo la strada è crollato. Ho visto una lunga fila di persone davanti ad un unico rubinetto da cui ancora esce acqua. Decine di migliaia di persone si sono accampate all’aperto in zone che erano adibite a mercati, in aree nei pressi di chiese, in quelli che erano cortili di scuole.». «La popolazione qui è in profondo shock», ha detto ancora, «molti usano fazzoletti con cui coprono bocca e naso, contro la polvere ma anche contro l’odore che emanano i tanti cadaveri».

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Multimedia – Le foto, i video e gli audio che raccontano la tragedia di Haiti

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Redazione Online
17 gennaio 2010

fonte:http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_17/haiti_isola_distrutta_altre_citta_59415e64-0369-11df-a5a7-00144f02aabe.shtml

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GIÀ PRIMA DEL TERREMOTO NELL’ISOLA SI REGISTRAVANO TREMILA NUOVI NATI OGNI MESE

Quei piccoli fantasmi soli per strada

Tra i bambini di Haiti senza cibo né famiglia. Dopo la scossa ne sono già nati duecento

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dall’ inviato  CorSera PAOLO FOSCHINI

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PORT AU PRINCE – In teoria dovrebbe essere una buona notizia: non è vero che a Port-au-Prince si muore e basta. Negli ultimi tre giorni, nella capitale dei centomila uccisi dalla terra, sono anche nati almeno duecento nuovi bambini. «Naturalmente è una stima per difetto— dice la dottoressa —. Perché quanti siano davvero non lo sa nessuno». E del resto anche la buona notizia è già finita, perché «la maggior parte di quei duecento sono quasi certamente già morti a loro volta». È una cosa che non emoziona neanche più tanto, da queste parti. In fondo oggi ne nasceranno altri cento, forse più: e uno su tre morirà comunque, è così da anni. «Ma la statistica era aggiornata a prima del terremoto», dice la dottoressa.

Un uomo improvvisamente grida e crolla in ginocchio vicino a un mucchio di qualcosa che forse era casa sua. Indica qualcosa che si intravede là sotto, un paio di metri dentro le macerie. Sembra un ramo bianco, però con delle piccole dita. L’uomo non piange neanche. Deve cercare un altro figlio. I figli di Haiti sono adesso «la prima cosa che noti» in mezzo a quel che resta di una città in briciole, nella pur tremenda infinità — a dire il vero — di tutte le altre prime cose che noti. Già normalmente, e rispetto al disastro di adesso non è più neanche un eufemismo, faceva parte della quotidianità vedere i bambini degli slums come Warf Jeremy o Cité Soleil andarsene in giro da soli anche di notte, in questo sterminio di baracche che sino a due anni fa facevano paura anche ai caschi blu. Non bambini di sei anni: di tre.

Ma il terremoto ha dimostrato che esiste sempre la possibilità di un peggio: non sono più solo gli slums a essere pieni di orfani. Dalla vecchia Petionville sino al centro, anche dove la città era fatta di mattoni e non lamiere, ci sono bambini che vagano con occhi di fantasma. A centinaia, migliaia. Mescolati a questo caos di gente che ha peraltro, in buona parte, il loro stesso problema: sono sopravvissuti, ma non sanno dove andare. Cosa mangiare. Cosa fare.

Jean Fritz Sevère e sua moglie Bonnette, visto che i drammi basta aver visto la tv per immaginarli e sono solo un po’ peggio dell’antologia straziante che si immagina, sono una storia «quasi» a lieto fine pescata nel disastro: ora sono qui seduti per terra nel cortile dell’ospedale Saint Damien e lì di fianco, con uno straccio come riparo dal sole, ci sono i loro due gemelli Sneider e Smith. Hanno sei giorni di vita, tre più del terremoto. Smith ha una microscopica flebo infilata addosso, fa impressione vederlo così immobile. Mani adulte scacciano da lui, all’infinito, mosche che un secondo dopo gli tornano sopra. Ce la farà, dicono i dottori. «La casa dove sono nati — racconta un po’ in francese un po’ in creolo il padre Jean Fritz, meccanico per autodichiarazione, disoccupato di fatto come tutti — adesso non c’è più». Crollata come tutto il resto di Petionville. «Quando è arrivato il disastro eravamo usciti da cinque minuti tutti quanti, compresi gli altri nostri tre figli, per andare con i gemellini da mio fratello. Dovevamo fare una piccola festa. In un secondo ci siamo ritrovati sotto il muro di una casa dall’altra parte della strada. Ma i piccolini sono rimasti protetti dai corpi di noi più grandi. Siamo usciti da sotto i mattoni piano piano. Poi ci siamo incamminati verso questo ospedale». Da Petionville sono pochi chilometri. «A piedi ci abbiamo messo un giorno e mezzo». E gli altri tre figli? «Tutto bene, li hanno visti, sono vivi anche loro». Jean nota lo sguardo interrogativo: «No — dice — in realtà non sappiamo dove».

Haiti cioè sarebbe buon un antidoto per tutti i preoccupati circa l’invecchiamento della popolazione mondiale. Un Paese «giovane», se le tragedie non trasformassero l’ironia in rabbia: ogni bambino che nasce oggi ha un’«aspettativa di vita media» intorno ai 50 anni, il che significa un’«età media reale» di diciotto. Un risultato non facile, al ritmo di tremila nascite al mese: la morte deve impegnarsi molto. Ma qui la si combatte anche, la morte.

L’ospedale pediatrico Saint Damien, costruito nel quartiere Tabarre dalla fondazione americana Nph, è uno di quelli le cui strutture hanno sostanzialmente resistito: certo per due giorni non c’è stata corrente, acqua razionata, scorte all’osso. Il suo direttore sanitario, Roberto Dall’Amico, è uno dei medici volontari partiti dall’Italia all’indomani del sisma. I duecento bambini che normalmente ospita sono diventati quattrocento in un giorno, e l’unica cosa certa è che continueranno ad aumentare, insieme con i tanti adulti che in questa emergenza finiscono qui a loro volta. Adesso sono le due del pomeriggio. Adesso, tra adulti e bambini, stanno operando i più gravi. Quelli dove «c’è da amputare». Accampati fuori, nei cortili, la folla dei genitori che sono riusciti ad arrivare. Con gli altri loro figli. L’interno dell’ospedale va usato ancora con prudenza, come tutto: ci mancherebbe solo una nuova scossa che azzerasse il lavoro fatto. Sul prato c’è una lunga fila di culle in plastica, sotto un’ombra inventata con mezzi di fortuna: pali, teli, quel che c’era.

E c’è un’altra cosa, tra quelle che in principio non si notano ma che dopo, invece, ti entrano dentro peggio di un grido. Che di grida non ce n’è. Pochissime. Giusto quando una ferita è proprio molto molto dolorosa da medicare. E quasi sempre è un adulto. I bambini non piangono. O molto, molto raramente. Guardano il dottore che li disinfetta, cuce, fascia. Poi guardano il muro, o il soffitto, o quello che hanno davanti. Se gli dai un dito però te lo afferrano e stringono. Come i bambini. Da domani avranno una mano italiana in più, che non aiuterà solo loro: la Protezione Civile ha infatti scelto l’ospedale Saint Damien come base operativa per i venti medici del Medical Advanced Post che ora raggiungeranno l’avanguardia arrivata qui già il secondo giorno col primo Falcon partito da Roma sotto il coordinamento di Giovanni De Sierno, insieme col chirurgo Alessandro Rubino e gli uomini del capitano della Finanza Marco Molle. Da domani l’ospedale avrà altre sale operatorie da campo, tende, strutture, medicinali in più.

Ma quello dei dottori è solo una pezzo della battaglia. Il resto, sul fronte dei piccoli, lo stanno combattendo le squadre di volontari che — per Nph come per altre associazioni venute da tutto il mondo — da quando fa giorno sinché vien buio percorrono la città nei suoi quattro sensi: proprio alla ricerca dei bambini senza più nessuno. Un compito non facile, anche perché l’indipendenza è un concetto che a Port-au-Prince matura presto: un bambino di sei anni lo puoi anche vedere in giro da solo ma di qui a farlo venire via con te, a meno che non sia proprio ferito, a volte ce ne corre. E del resto, anche quando hanno una famiglia, non è sempre così scontato trasmettere l’idea occidentale semplice di una «cura». Le quattro «cliniche di strada» che il medico missionario padre Rick ha aperto un po’ alla volta negli slums sono una sua invenzione degli ultimi due-tre anni. «E la cosa più difficile — dice — è appunto spiegare alle madri e ai padri che quando il loro bambino scotta bisogna portarlo da un dottore. E non semplicemente rassegnarsi alla possibilità che muoia. Perché è questo, la rassegnazione, il cancro peggiore insito nella miseria».

Sono le tre del pomeriggio. E dal cortile posteriore dell’ospedale arriva una buona notizia vera: il grande forno che Marco Randon, un volontario di Mantova, aveva costruito qui l’anno scorso e che il terremoto aveva danneggiato è stato aggiustato. La farina c’è. «Il tempo di impastare e lievitare», dice. Stasera per i bambini dell’ospedale c’è il pane.

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Paolo Foschini
16 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_16/haiti-bambini-soli-foschini_6c6f5430-027b-11df-8bfd-00144f02aabe.shtml?fr=correlati

INFO – Help Haiti on Care2

via e-mail

Rebecca Young, Care2 Action Alerts a Solleviamoci

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By now I’m sure you have seen pictures of the absolute devastation in Haiti. As many as 100,000 people could be dead. Survivors are sleeping in the streets among the dead, too afraid to go back into buildings. The people of Haiti need us now to survive, and they will need our help for a long time to rebuild.

We wanted to share with you all of the ways you can help on Care2.

Donate to Help Haiti: Find out how to donate to various international charitable relief organizations.

Redeem your Butterfly Credits to Help Haiti
Give the gift of clean drinking water to survivors in Haiti –find out how here.

Take Action for Haiti:

Learn more about this disaster:

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Thank you for everything you are doing to help the people of Haiti,

Rebecca Young,
Care2 and ThePetitionSite Team

P.S. Watch for a new Click to Donate to Help Haiti in the coming days!

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Devastating earthquake in Haiti (graphic)

I disoccupati ci sono ma non si vedono

I disoccupati ci sono
ma non si vedono

https://i2.wp.com/intermarketandmore.investireoggi.it/files/2009/11/unemployment_tasso_disoccupazione.jpg

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di ILVO DIAMANTI

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Esistono problemi visibili e altri invisibili. A prescindere  –  direbbe Totò  –  non solo dalla realtà ma anche dalla percezione. La disoccupazione, ad esempio,  esiste: nella realtà e nella percezione. Ma parlarne è da irresponsabili e mostrarla anche peggio.

Basta pensare alla reazione del governo di fronte alle stime fornite dalla Banca d’Italia, che considera il tasso di disoccupazione “reale” superiore al 10%: 2.600.000 persone. Un calcolo scorretto e fantasioso, secondo il ministro Sacconi. Perché associa ai disoccupati anche i cassintegrati cronici e i “lavoratori scoraggiati”. Quelli, cioè, che rinunciano a cercare occupazione perché ritengono la situazione sfavorevole. Un’operazione scorretta, quella praticata dalla coppia  Epifani-Draghi. Entrambi disfattisti e, implicitamente, comunisti. Imprenditori delle fabbriche che producono pessimismo, come li ha definiti il premier Berlusconi. Seminano sfiducia e rischiano, in questo modo, di alimentare una crisi che ormai è alle spalle. Anche se i cittadini non sembrano accorgersene. Afflitti da una “percezione” diversa  –  e distorta. La disoccupazione, infatti, preoccupa il 37% degli italiani, secondo la recente indagine di Demosper Unipolis sulla (in)sicurezza. Il 2,5% più dell’anno scorso, ma il 7% più di due anni fa. È motivo di angoscia, non solo in Italia, anche nel resto d’Europa. Il 51% dei cittadini della UE (dati Eurobarometro) la indica fra le due principali emergenze da affrontare. E il 40% aggiunge anche la crisi economica. Tuttavia, nel nostro paese, questa percezione è anti-italiana. In contrasto con gli interessi nazionali e con la rappresentazione mediale della realtà.

Infatti, se si prendono in considerazione i telegiornali di prima serata delle reti Rai e Mediaset (rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Unipolis, dicembre 2009), alla disoccupazione e alle difficoltà economiche delle famiglie, nel periodo fra il 18 ottobre e il 7 novembre 2009, viene dedicato il 7% delle notizie “ansiogene”. Quelle, cioè, che raccontano fatti e contesti critici. L’anno prima, nello stesso periodo, lo spazio delle notizie riferite ai problemi economici e dell’occupazione sui telegiornali delle reti pubbliche e private era oltre 4 volte superiore: 27%. Due anni prima, nell’autunno 2007, intorno al 16%. Per cui la disoccupazione c’è, si sente e fa paura. Ma non si deve dire troppo forte. E comunque non si vede. Una analisi condotta dall’Osservatorio di Pavia (per Unipolis) in alcune settimane del 2008-9  sui telegiornali delle reti pubbliche di alcuni paesi europei, sottolinea come il numero delle notizie dedicato dal Tg1 al problema della disoccupazione sia circa un terzo rispetto ad Ard (Germania), un quarto rispetto alla Bbc (Gran Bretagna), un quarto a Tve (Spagna) e, infine, sei volte meno rispetto a France 2. Inutile rammentare il diverso trattamento riservato alla criminalità comune. Di gran lunga l’argomento “ansiogeno” più trattato dalla tivù italiana. In misura nettamente più ampia rispetto al resto d’Europa.

D’altra parte, la criminalità e la violenza spaventano ma piacciono al pubblico, come ha osservato Quentin Tarantino. Uno che se ne intende. Inoltre, esercitano sull’opinione pubblica effetti politici diversi dalla disoccupazione e dalla crisi economica. Penalizzano la sinistra e il centrosinistra, il cui consenso è legato a una idea di sicurezza “sociale” proiettata nel futuro. Mentre oggi la concezione della sicurezza è schiacciata sull’individuo e sulla famiglia, la dimensione sociale si è sbriciolata e del futuro si è perduta traccia. Così i lavoratori e  –  ancor più  –  i disoccupati scompaiono. Non solo perché le grandi fabbriche chiudono e le piccole aziende, flessibili e intermittenti, si confondono nel territorio.  Anche perché non hanno appeal, presso coloro che scrivono l’agenda dei media. In particolare: nella tivù. Le morti: occupano i palinsesti televisivi se diventano tragedie collettive. Oppure se si tratta di piccoli omicidi, catalogati nella criminalità “comune”. Mentre gli incidenti sul lavoro non interessano. Nell’autunno del 2009 in Italia i Tg Rai e Mediaset di prima serata  dedicano loro lo 0,2% delle notizie “ansiogene”. L’anno prima, sull’onda emotiva sollevata dalla tragedia della ThyssenKrupp, avevano conquistato il 2,6%  delle notizie. Cioè, anche allora, quasi nulla.
Da ciò una conclusione, un po’ desolata e desolante, ma difficile da contraddire. Gli operai: fanno notizia quando bruciano in tanti e tutti insieme. Le morti quotidiane sul lavoro  –  1120 nel 2008  –  sono definite eufemisticamente: “bianche”. Per cui: poco visibili e dunque poco rilevanti. Perché, al tempo della “democrazia del pubblico”, la “rappresentanza” dipende sempre più dalla “rappresentazione”.

In altri termini: dalla capacità di “fare notizia”, apparire, comunicare. Gli operai non contano, i disoccupati ancor di meno. Figurarsi: sono non-operai. Non-lavoratori. Lavoratori esclusi oppure scoraggiati. Mettono tristezza, a chi li guarda. Suscitano pessimismo. Per cui è meglio non mostrarli.  Il reality-show della crisi quotidiana che coinvolge le persone e le famiglie: non interessa agli autori della scena mediatica. A coloro che orientano l’informazione. Così, i lavoratori (disoccupati, scoraggiati, minacciati), per esistere e resistere, invece di rivolgersi al sindacato, salgono sulle gru, si gettano dai ponti, a volte si suicidano. O bloccano ferrovie e autostrade. Aziende. Talora, sequestrano dirigenti e imprenditori. Atti violenti? Reati? Certo. In un paese dove la violenza e i reati vanno in scena  quotidianamente – e in primo piano. Sui giornali e nei telegiornali, al centro dei talk-show, al cuore dell’infotainment. Per sfidare l’audience della criminalità comune, bisogna fare cose eccezionali. Parafrasando Humphrey Bogart: “È lo spettacolo bellezza! E tu non ci puoi fare niente. Niente”.

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16 gennaio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/01/16/news/mappe_17_genn-1978072/?rss

Rivoluzionario Emir Kusturica: “Amo i perdenti e i banditi”

L’INCONTRO

Rivoluzionario Emir Kusturica
“Amo i perdenti e i banditi”

I capelli selvaggi, la barba di tre giorni, lo sguardo a spillo e quella malinconia rassegnata sul volto tzigano. Ma quando parla, il regista (ora anche attore) bosniaco non fa sconti a se stesso

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di MARIO SERENELLINI

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-«Mi sento come un paracadute che scende mentre tutti gli altri restano immobili». Il regista che in Underground fa volare la sposa con una pennellata alla Chagall, ricorre a un’immagine leggera, di pittura o di sogno, per descrivere la sua solitudine d’autore in un assedio di celluloide conformista: quella maggioranza rumorosa d’invasori riveriti – «nothing movies», film zero, li definisce -, scodellati dal calderone Usa sul pianeta cinema.
«All’inizio del secolo scorso», riflette Emir Kusturica, «eravamo tutti convinti che l’arte dei grandi, da Joyce a Proust, a Picasso, ci stesse preparando a una rivoluzione dello spirito. Ma davanti all’attuale produzione cinematografica, si ha l’impressione d’essere riprecipitati a fine Ottocento». Qualcosa avrà pure apparenze contemporanee: «Sì, i clip, gli spot: e Luis Buñuel. Sembrerà strano, ma se si guarda con attenzione Mtv e la pubblicità, si scopre un filo diretto con la libertà formale di Buñuel, che sbriciola la routine iperspettacolare degli Studios: i quali, a differenza di clip e spot – e di Buñuel – perseverano nel fare tv, non cinema».

Lei ha aperto il suo paracadute al crepuscolo del secolo del cinema, già sotto attacco dei videogame. «Ho risposto alla nuova era, alla morte annunciata del grande schermo, con film che miscelano i generi, aperti a ogni influsso e gioco combinatorio, come il Maradona di tre anni fa. Provengo dai Balcani, influenzati dal cinema francese e del basso Mediterraneo. Son finito dietro la cinepresa perché adoravo Bergman, ma anche Bruce Lee. Underground è puro Shakespeare filtrato dai fratelli Marx: più che dal cinema discende dai Clash».

Agli esordi, è stata l’onda antica e potente del primo Visconti e del neorealismo a accendere le sue passioni cinematografiche. «Il mio amore per l’Italia e i suoi film è evidente fin da Ti ricordi di Dolly Bell?, dove mi sono inchinato al Celentano di 24.000 baci e al Blasetti di Europa di notte. Nel ?74, quando ho cominciato a frequentare la Famu di Praga, Fellini aveva finito Amarcord: a Sarajevo, c’erano proiezioni speciali ogni venerdì, ma io tornavo il lunedì. Un’amica mi ha allora organizzato una proiezione, dove però mi sono addormentato quasi subito. È successo sette volte, ogni volta mi sarei preso a schiaffi, ma ero troppo stanco, anche per il grande cinema. Mi son rifatto anni dopo, guardandomi Amarcord venti volte. E da allora, un paio di proiezioni all’anno non me le toglie nessuno».

Ormai accasato in Normandia, dove l’han seguito i figli, ora di trentadue e ventitré anni («spazi aperti, il cielo dappertutto, dopo quell’imbuto tra le montagne che era la Sarajevo della mia infanzia»), Kusturica, a cinquantasei anni, «cittadino di un Paese che non esiste più: la Bosnia», è calamitato ovunque da inviti e omaggi (dal Marrakech International Film Festival ai corsi Aiace di Torino La casa appesa al cielo: i sogni balcanici di Kusturica) e impegni di set, nella nuova veste di attore: ora L’affaire Farewell di Christian Carion (che gli è valso il premio d’interpretazione al Noir di Courmayeur), dopo L’amore che non muore di Patrice Leconte, L’uomo della riviera di Neil Jordan e Viaggio segreto di Roberto Andò. A Lione, star del neo-festival Lumière, ha introdotto Giù la testa nella stupefacente riedizione della Cineteca di Bologna, catturato dalla magniloquenza delle immagini (e della musica) ma soprattutto dal tema (Il était une fois la révolution, è il titolo francese). Kusturica è infatti al lavoro sulla rivoluzione messicana, così cara a Sergio Leone, e sulla figura di Pancho Villa: «Rivoluzionari e banditi sono i miei preferiti. La parabola di Pancho Villa è straordinaria: da fuorilegge a governatore, a ricercato. Se l’amico Johnny Depp non sarà disponibile, l’interpreterò io stesso».

I capelli selvaggi, la barba di tre giorni, lo sguardo a spillo che punge chi lo incrocia e quella malinconia rassegnata che si spalma sul volto tzigano e s’arrotola in una piega di sorriso, Kusturica interpreta bene la sua leggenda di divo dal look stropicciato, pulloverone blu e disinvolti pantaloni verdi con rituale strappetto al ginocchio. Di calibrata coreografia tra sigari e bicchieri, nei ludici andirivieni regista-musicista con la sua No Smoking Orchestra, il gruppo tecno-rock-gitano di cui è bassista dal 1986 e che ha composto le colonne sonore di Gatto nero, gatto bianco (1998) e di La vita è un miracolo (2004), Kusturica sfiora talora snobismi alternativi e giocherelloni, partecipando ad esempio a un Festival des Films du Monde a Montreal solo come orchestrale. Un momento di sconforto, di resa al dubbio che il cinema, oggi, sia ancora possibile? «È certo che, dalla fine del Novecento, non può più essere originale. L’ho capito quando ho ascoltato i Sex Pistols interpretare My Way: da allora, non mi stupisco più di niente. Il nostro tempo è saturo: di originali, di esclusive, di brevetti. Inutile tentare di essere inediti. Tarantino funziona perché replica: ricombina e rimette in moto meccanismi, ingranaggi d’una tradizione antica, ben rodata».

Nostalgie? «Ammirazione, se mai, e invidia, per i pionieri. Nel cinema delle “prime volte”, a un regista sarà capitato di sentirsi non troppo al di sotto di un grande scrittore. Appena un secolo dopo, non è più possibile. L’interrogativo di un cineasta consapevole, oggi, è suicida: “Perché non ho fatto il mio Delitto e castigo?”». Perché? È una domanda che lo riguarda, avendo tenuto in ballo per anni un adattamento da Dostoevskij, ripiegando poi sull’idea, anch’essa irrealizzata, di una commedia, Come non ho fatto “Delitto e castigo”. «Nel secolo scorso, il cinema è stato la sintesi di letteratura, pittura e altre arti: parlo del cinema d’autore, non di quello industriale. Mi ha sempre ossessionato l’idea che un film, con la persuasione delle immagini, potesse rovesciare l’accaduto, la realtà: in una parola, la storia. Fin da piccolo, quando già m’interessavo a tutto, il cinema mi è stato gemello: fatto per chi sa tutto e niente. Il cinema mi ha reso uno specialista del nulla. È l’onniscienza del regista: la specializzazione in nulla».

Ma quel nulla non è diventato tutto?… nella comunicazione, nelle strategie di potere… «Il potere, oggi, è di chi controlla la televisione: che crea le mitologie del momento, fortunatamente solo istantanee, non perenni. Le immagini trasmesse sono selezioni preventive, regie a effetto speciale: “realtà” che fanno dell’inganno il loro linguaggio. Come avverte Orwell, il linguaggio politico è un artificio per far sembrare vere le menzogne. È l’idea che affiora nei miei film, fin da Papà è in viaggio d’affari». Potere e tv sono dunque un doppio naso di Pinocchio? «Quand’ero negli Usa per Arizona Dream, mi hanno inorridito le riprese tv della sfilata militare a Los Angeles: mi son riapparse le stesse immagini di cui ci avevano imbevuti nei Paesi dell’Est. Vi stavano assistendo, con me, milioni di persone. Non era una sfilata, ma una dimostrazione politica: la storia fatta dai vincitori. Come il cinema Usa d’oggi: cinema dei vincitori. Perché sugli schermi non vediamo più i loser, i perdenti? Perché siamo tutti perdenti».

Tra lei e Hollywood non corre buon sangue: «Disamore reciproco. I miei film sono il contrario di quelli hollywoodiani, che, in varie forme, sono pura propaganda. Ossequienti alla politica di Washington, ma prodotti a Hollywood. È Hollywood il nodo della politica Usa, risultato stellare della vera rivoluzione del Ventesimo secolo: il dominio dei media». È il tarlo profondo di Underground che, specie nell’edizione-maratona di sette ore vista per la prima volta al Torino Film Festival, vi costruisce sopra – o sotto – un vaudeville implacabile: «È un musical-metafora che oltrepassa i confini dell’ex-Jugoslavia… che brutta espressione: ex-qualcosa… Da epopea della nostra storia, il film s’è fatto specchio di ciò che sta vivendo oggi l’Occidente: siamo tutti sepolti vivi in un interrato, senza che ce ne rendiamo conto, alla mercé di un sistema d’informazioni che ci spiega che succede “lassù” e che cosa dobbiamo fare per sopravvivere».

Lo ricordava già nel suo Diario in Il était une fois… Underground, edito in Francia dai Cahiers e in Italia dal Castoro, dove spiega che per la raffigurazione d’un mondo grottescamente totalitario ha preso a modello Il dottor Stranamore: «Irresistibile fumetto sugli Usa, di un grande Kubrick: un pizzico di realtà lievitato, per via di paradosso, a incubo assoluto». Di nuovo, l’altalena tra realtà e sua manipolazione, tra paracadute che scende e succube immobilità. «Piuttosto, l’osservazione, a distanza, di due parabole politiche. Il comunismo è fallito dove il capitalismo ha trionfato: lo sviluppo dell’ego come collante dell’intero sistema sociale, che per affermarsi non nasconde i fatti ma li deforma, cioè fabbrica e manipola l’informazione a sua immagine e somiglianza. Il comunismo è caduto a causa del fax: circolazione rapida delle notizie uguale crollo delle maschere, dei credo che avevano imbalsamato il comunismo come un rozzo apparato cattolico. C’è anche questo in L’affaire Farewell, dove interpreto il colonnello Kgb che con la divulgazione all’Occidente di informazioni top secret ha contribuito al crollo del colosso sovietico».

Il tutto che diventa nulla. «Se ripenso a Tito, cui si deve uno degli slogan più squallidi – “La pace durerà cent’anni, ma dobbiamo esser pronti a entrare in guerra domani” -, mi viene da identificarlo con il protagonista di quel racconto di Cechov che, a forza di pensare a cose ordinarie in modo ordinario, finisce per non esistere più».

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17 gennaio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/01/17/news/kusturica-incontro-1978405/?rss