Archivio | gennaio 18, 2010

Eccesso di velocità di 2 km/h: multata mentre corre dalla figlia morente

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Eccesso di velocità di 2 km/h: multata mentre corre dalla figlia morente

E’ accaduto a Rovigo. Inflessibili i vigili a cui la donna si è rivolta: «Sono stata trattata con arroganza»

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ROVIGO (18 gennaio) – Correva troppo quella notte, Graziella Cecconello, ma aveva un motivo: i carabinieri le avevano telefonato che la figlia trentatreenne era rimasta coinvolta in un incidente e si trovava in fin di vita all’ospedale di Adria. I militari non avevano avuto cuore di dirle la verità: la figlia era morta sul colpo.

Con la mente affollata di timori e speranze prese l’auto e sfrecciò dalla sua casa di Codigoro, nel Ferrarese, al capezzale della figlia, dove scorpì la tremenda verità: Alessandra era morta, lasciando una bimba piccola. Allora Graziella non poteva saperlo, ma lungo la strada, a Corbola nel Rodigino, un autovelox era scattato al passaggio della sua vettura lanciata verso l’ospedale. Andava a 92 chilometri all’ora, là dove il limite è a 90.

Quando la multa – 38 euro – arrivò a casa della donna erano passati tre mesi da quella notte maledetta. Essere multata mentre correva disperata dalla figlia le sembrava una cosa priva di senso, così Graziella chiamò i vigili di Corbola per cercare comprensione. Trovò invece un muro di indifferenza burocratica: «Dissero che la cosa non li riguardava e che avrei dovuto rivolgermi all’autorità giudiziaria: la cosa non li riguardava. Non è mio costume piantare grane, ma stavolta mi sono sentita offesa dalle risposte ricevute: mi hanno trattata con arroganza, aggiungendo dolore a dolore».

La donna ha deciso così di raccontare la propria triste storia, scrivendo una lettera al Carlino Ferrara: «Io non volevo contestare la multa, che pagherò, ma soltanto informare che la mia condotta quella notte era stata dettata da un’esigenza insopprimibile; per questo ritenevo che si potesse annullare. Il problema che volevo sollevare non era certo di natura pecuniaria, ma una questione di giustizia, così almeno pensavo…».

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l’immagine di testa è inserita solo a titolo illustrativo

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=88019&sez=HOME_INITALIA

Tasse, per pagare il Fisco lavoriamo quattro ore al giorno

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Ma il reddito disponibile dei contribuenti è in aumento

Tasse, per pagare il Fisco
lavoriamo quattro ore al giorno

La libertà tributaria quest’anno slitta dal 22 al 23 giugno

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Il Fisco? Aspettando la riforma, per gran parte del 2010 continuerà a camminarci fianco a fianco. E sembra difficile scrollarcelo di dosso perché i conti pubblici non sembrano consentire il tanto atteso taglio delle tasse. Nel 2010 un impiegato di buon livello con moglie e figlio a carico dovrà lavorare un giorno in più per pagare tasse e contributi. Il «Tax Freedom Day», il giorno della liberazione fiscale slitta, infatti, al 23 giugno, mentre nel 2009 la campanella era suonata il 22 giugno. La corvée fiscale del 2010 durerà, quindi, 173 interminabili giornate, pari a una pressione tributaria che supera il 47%. È quasi un record storico di questa classifica (negativa) che il Corriere stila dal 1990. Solo nel 2000 era andata peggio.

NOSTALGIA – Vent’anni dopo la prima elaborazione non si può non provare nostalgia per il 1990 quando già dall’8 giugno si poteva cominciare a lavorare per se stessi e per la propria famiglia perché l’appetito del fisco era già stato ampiamente sfamato. Da allora la strada è quasi sempre stata in salita, con qualche temporanea discesa. Il decennio che si è appena chiuso non è certo da ricordare visto che il Tax Freedom Day è rimasto stabilmente tra il 20 e il 23 giugno. Speriamo, quindi, nel prossimo. Non può sorridere nemmeno l’altro contribuente che CorrierEconomia, con l’aiuto dell’Ufficio studi dell’Associazione artigiani di Mestre, utilizza per calcolare il giorno della liberazione fiscale. È un operaio che guadagna 22.753 euro e che si libererà dal giogo delle tasse prima dell’impiegato, il 5 maggio, sempre, però, con 24 ore di ritardo sul 2009. In salita

IN SALITA – La pressione tributaria, insomma, è aumentata ulteriormente, anche se non ci sono state modifiche peggiorative nel nostro sistema tributario. Lo spostamento in avanti del «Tax Freedom Day» è quasi tutto imputabile, infatti, alla progressività delle imposte sui redditi: la retribuzione è salita (+3,1% sul 2009), ma è aumentata anche l’incidenza dell’Irpef perché gli aumenti in busta paga vengono tassati tutti con l’aliquota marginale, la più elevata (il 27% per l’operaio, il 38% per l’impiegato). Facendo così salire l’aliquota media: dal 24,3% al 24,9% per l’impiegato, dall’11,2% all’11,8% per l’operaio. Lo spostamento in avanti del giorno di liberazione fiscale è un fatto fisiologico in assenza di una manutenzione dell’Irpef che tenga conto dell’inflazione aggiornando i vari scaglioni e l’importo delle detrazioni.

TENORE DI VITA – Si pagheranno maggiori tasse. Ma questo non vuol dire automaticamente che gli italiani stiano peggio di un anno fa. Al netto del prelievo fiscale, infatti, c’è un lieve aumento del reddito disponibile perché le retribuzioni saliranno più dei prezzi, almeno secondo le statistiche ufficiali (+1,5% in base alla relazione previsionale e programmata del governo) sulle quali si basa la nostra elaborazione. Così, dopo aver pagato tutte le imposte, e sostenuto la spesa per mantenere la propria famiglia, il reddito disponibile aumenta rispettivamente di 179 euro per l’operaio e di 226 euro per l’impiegato. Italiani un po’ più ricchi. Ma purtroppo anche il Fisco incrementerà il suo bottino. Nel calcolare il «Tax Freedom Day» del 2010, è stato rifatto il bilancio 2009 tenendo conto dei dati definitivi, e non di quelli previsionali utilizzati un anno fa. E qui le cose sono andate meglio del previsto. A consuntivo, nel 2009 si è lavorato per il fisco un giorno in meno rispetto a quanto preventivato a inizio anno: la campanella della liberazione fiscale è suonata il 22 giugno per l’impiegato e il 4 maggio per l’operaio, invece del 23 giugno e del 5 maggio. Il miglioramento è dovuto a due fattori: le retribuzioni medie sono aumentate leggermente di più rispetto alle previsioni (3,5% contro il 3,4%). Ma il contributo maggiore è dovuto alla frenata dell’inflazione: nel 2009 i prezzi sono cresciuti dello 0,8%, le stime davano un +2%. Gli stipendi sono stati aumentati del 3,1%. L’inflazione è stimata all’1,5%. I due contribuenti risiedono in Lombardia. L’addizionale comunale è quella media: 0,348%.

GLI AUSPICI – Il 2010, insomma, non è iniziato bene, ma potrebbe continuare meglio se verrà varato almeno un anticipo di riforma fiscale. Anche se il sistema delle due aliquote appare difficile da applicare basterebbe tornare alla curva Irpef degli anni 2001/2006 per sentirsi un po’ più liberi. A patto, però, che non aumentino le imposte sui consumi, l’Iva in particolare, per compensare in parte il taglio dell’Irpef. Le imposte sui consumi incidono, infatti, in misura consistente sul budget familiare: per pagarle nel 2010 bisogna faticare per 53 giorni. Lavorare meno per l’Irpef e di più per l’Iva non sembra essere un grande affare.

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Massimo Fracaro e Andrea Vavolo
18 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_gennaio_18/fisco-tasse-fracaro-vavolo_f0fbd5b0-040c-11df-9eeb-00144f02aabe.shtml

Haiti tra caos e speranze. Cento bambini sepolti a Leogane / VIDEO: Haiti, si teme la rivolta dei disperati

Secondo stime americane i morti saranno 200mila. Ue: subito 222 milioni di euro

Haiti tra caos e speranze
Cento bambini sepolti a Leogane

I sopravvissuti vivono ammassati in bidonville.
Nelle fosse comuni sotterrati 70mila cadaveri

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PORT AU PRINCE – Circa cento bambini potrebbero essere rimasti sepolti sotto le macerie della loro scuola crollata nella città haitiana di Leogane, 17 km a ovest di Port-au-Prince. Lo riferisce il sito online della Cnn. Leogane è stata distrutta dal sisma all’85%. A quasi una settimana dal terremoto che ha devastato Haiti si scoprono ancora macabri particolari. Il governo ha proclamato lo stato di emergenza fino alla fine del mese e 30 giorni di lutto, mentre sono già circa 70 mila i cadaveri cui è stata data sepoltura nelle fosse comuni. La situazione, afferma Medici senza frontiere, «non migliora, le strade sono piene di gente disperata. La mancanza di cibo e di acqua potabile causa ulteriore stress». Le equipe di Msf stanno, fra l’altro, lavorando 24 su 24 nelle sale operatorie allestite per i feriti. È «enorme» la richiesta di interventi chirurgici salva-vita. Nel suo nuovo ospedale nel distretto di Carrefour, un’equipe chirurgica ha realizzato 90 operazioni mentre un’altra ha effettuato 20 interventi chirurgici in un container. A Port-au-Prince sono arrivati oltre 100 operatori umanitari per dare supporto alle equipe che lavoravano stabilmente a Haiti già prima del terremoto. Tra loro vi sono chirurghi, anestesisti, nefrologi e psicologi.

SALVATI – Intanto la speranza di trovare ancora sopravvissuti sotto le macerie di Haiti non può essere abbandonata. Ancora sabato le squadre di soccorso hanno estratto due persone vive, di nazionalità haitiana, dalla macerie del Caribbean Market di Port-au-Prince, lo stesso dove stava lavorando l’italiano Antonio Sperduto. I due, un uomo di 30 anni ed una donna di 40, sono in buone condizioni. La loro salvezza è dovuta a una serie di circostanze e al contributo delle tecnologie. Da una parte infatti, sono stati fortunati ad avere vicino del cibo; dall’altra grazie ai cellulari sono riusciti a mandare messaggi all’esterno e così hanno fatto in modo di attivare le ricerche sotto le macerie del supermercato. L’uomo, riferisce Ivan Watson della Cnn da Port-au-Prince, ha detto che entrambi sono riusciti a sopravvivere mangiando burro di arachidi e gelatina. Al Caribbean Market sono al lavoro squadre di soccorso statunitensi e turche. Il team South Florida Urban Research and Rescue che opera sul posto e i volontari turchi del Gea erano sul punto di abbandonare le ricerche due giorni fa: gli sms dei sopravvissuti sotto le macerie hanno riavviato il lavoro di soccorso. I due non sono gli unici ad essere stati salvati. Anche un funzionario danese dell’Onu è stato estratto dalle macerie del quartier generale delle Nazioni Unite a Port-au-Prince. Nel giorno della visita del segretario generale Ban Ki-moon, l’esperto di affari civili Jen Kristensen è stato tirato fuori «praticamente senza un graffio» dalle rovine dell’edificio. «Un piccolo miracolo» lo ha definito Ban, che ha sorvolato in elicottero la devastazione del sisma. «Sono qui per dirvi che siamo con voi» ha detto Ban ai volontari impegnati nei soccorsi e a ciò che resta della missione Minustah, «non vi lasceremo soli: questo è un disastro di portata pari allo tsunami». Il capo dei soccorritori dell’unità statunitense Joe Downey, è il figlio del leggendario Ray Downey, il capo operativo dei pompieri di New York, rimasto ucciso l’11 settembre 2001 al World Trade Center.

GLI ITALIANI – Ad una settimana dal sisma sono sette gli italiani ancora da contattare, mentre per altri 3 ci sono «fondate e concrete ragioni di forte preoccupazione». È quanto riferisce la Farnesina in una nota, nella quale informa che la squadra inviata dall’Unità di crisi a supporto dell’azione dell’ambasciata d’Italia a Santo Domingo e del vice consolato onorario italiano ad Haiti sta operando per definire in maniera quanto più chiara e completa possibile il quadro dei connazionali mancanti all’appello, in collaborazione con le diverse componenti italiane nell’isola, le diverse squadre di partners europei e compatibilmente con le difficilissime condizioni locali.

Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori Haiti, la polizia spara sui saccheggiatori

I SOCCORSI – Intanto la macchina dei soccorsi ad Haiti aumenta di potenza per tentare di rispondere alle necessità più urgenti dei sopravvissuti. Il caos, le violenze e i saccheggi generati dalla disperazione hanno indotto il governo a dichiarare lo stato d’emergenza fino alla fine del mese di gennaio e il lutto nazionale di 30 giorni con tutte le bandiere a mezz’asta sugli edifici pubblici rimasti in piedi. Nelle fosse comuni sono stati sotterrati 70mila cadaveri, ha affermato il segretario di stato all’istruzione Carol Joseph, mentre secondo una stima fornita dagli esperti americani le vittime in totale potrebbero essere 200mila. Il sisma e le numerose repliche hanno causato anche il ferimento di 250mila persone e 1,5 milioni di senzatetto. I sopravvissuti vivono ammassati in bidonville improvvisate a due passi dal palazzo nazionale, parzialmente distrutto, simbolo di un potere decapitato dalla catastrofe. La priorità è ormai quella di evitare una catastrofe sanitaria: la carenza di acqua potabile e di servizi sanitari aumenta fortemente il rischio di epidemie.

GLI AIUTI ECONOMICI – L’Unione europea ha deciso di destinare ad Haiti 122 milioni di euro (30 da parte della Commissione, 92 da parte degli stati membri) per assistenza umanitaria di emergenza e altri 100 milioni di euro (della sola commissione UE) in assistenza non umanitaria. La decisione è stata assunta dalla riunione straordinaria dei ministri dello Sviluppo. Oltre all’emergenza umanitaria e non umanitaria, ci saranno a disposizione della ricostruzione di Haiti 200 milioni di euro di fondi della sola Commissione UE, ai quali si aggiungeranno prossimamente gli altri impegni degli stati membri. Tra i maggior contributori della Ue, in testa c’è la Gran Bretagna che ha annunciato di voler triplicare gli aiuti, a 22,6 milioni di euro. La Francia ha deciso di donare 10 milioni di euro all’Onu per rispondere alla richiesta di aiuti urgenti per Haiti. La Germania si è impegnata per 7,5 milioni di euro. Domenica il ministro degli esteri Franco Frattini ha riferito che l’Italia ha già impegnato 5 milioni di euro ed ha deciso di cancellare il debito di Haiti che ammonta a 40 milioni di euro. L’appello Onu punta a raccogliere 562 milioni di dollari per Haiti. Infine si terra il prossimo 25 gennaio a Montreal, in Canada, la conferenza internazionale sulla ricostruzione di Haiti. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, parlando alla radio France Info. «È quello che darà speranza» agli haitiani, ha affermato il capo della diplomazia di Parigi.

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Redazione online
18 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_18/haiti-sopravvissuti-caos_d079b276-0407-11df-9eeb-00144f02aabe.shtml

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Haiti, si teme la rivolta dei disperati

Haiti, la polizia sparando tenta di arginare i saccheggiatori

Più di 50mila nuovi poveri: padri separati

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Un centro da 160 posti letto. Sorgerà in via Calvino, zona Mac Mahon

Più di 50mila nuovi poveri: padri separati

Il Comune: a Milano è emergenza. Nasce la prima «Casa per il papà» in difficoltà

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La «Casa dei papà», dedicata ai padri separati in  difficoltà economiche  inaugurata a Roma in dicembre dall'assessore alle  Politiche sociali, Sveva Belviso (foto Proto)
La «Casa dei papà», dedicata ai padri separati in difficoltà economiche inaugurata a Roma in dicembre dall’assessore alle Politiche sociali, Sveva Belviso (foto Proto)

MILANO – Cinquantamila uomini, cinquantamila padri che un tempo furono anche mariti. In cerca di un aiuto, di un sostegno, di un appoggio. In cerca di una casa. La Casa del padre separato. A Milano si farà. In via Calvino, zona Mac Mahon. Un centro da 160 posti letto, con camere singole e doppie. Con la mensa, un piccolo giardino e una biblioteca. Ci sta lavorando la Provincia e ci sta lavorando il consigliere leghista Matteo Salvini, che «strapperà» al progetto centomila euro dal bilancio del Comune. «Ho già pronto l’emendamento», garantisce. Non sarà un dormitorio, qualcosa bisognerà pagare. Cento-centocinquanta euro al mese. Un affitto sociale per una categoria di nuovi poveri. Perché la prima spia si era accesa proprio nei dormitori. In Via Saponaro, al Gratosoglio, dormono in media quattrocento ospiti. La colonia dei padri separati ha messo radici qualche anno fa. Con i prezzi delle case alle stelle e la crisi economica, la colonia si è allargata. «Ora almeno ottanta ospiti appartengono alla categoria», racconta padre Clemente Moriggi, il francescano che gestisce il centro. Clochard temporanei. Mantengono (ex) moglie e figli, senza più soldi in tasca né tetto sotto cui dormire. «Il pericolo è proprio questo — continua padre Clemente —: che da temporanei diventino clochard fissi. Perché un padre separato, in difficoltà prima affettiva e poi pure economica, corre il rischio più grande: perdere fiducia nella vita».

L’associazione matrimonialisti italiani ha calcolato che a Milano, tra città e provincia, di uomini che vivono questo tipo di difficoltà ce ne sarebbero, appunto, quasi cinquantamila. Con un mutuo da coprire (quello della vecchia casa), un assegno da versare, un affitto da pagare (per la nuova abitazione). «Il calcolo si fa presto», dice Domenico Fumagalli, responsabile lombardo dell’associazione dei papà separati: «Servono almeno millecinquecento-milleseicento euro». Uno stipendio, in pratica. A volte non basta nemmeno quello. La seconda segnalazione arriva dal tribunale. «Negli ultimi mesi c’è stato un boom di cause per rivedere gli assegni di mantenimento», dice Cesare Rimini, avvocato matrimonialista. In pratica, quello che qualche anno fa un (ex) marito poteva garantire alla ( ex) consorte, ora non è più in grado di garantirlo. E poi c’è la crisi. Fumagalli dice che circola anche una specie di legge di Murphy sul tema: «Ti licenziano? E allora è molto facile che ti separerai». Le ragioni sono sociali, psicologiche, familiari. «Sta di fatto che la nostra associazione — terza spia che s’accende — ha registrato un boom di adesioni proprio dalle zone più colpite dai licenziamenti. L’area di AgrateVimercate, per esempio, dove hanno chiuso diverse aziende».

«Il grande problema rimane la casa», dice Rimini: «È già difficile mantenerne una, immaginarsi due». Una casa pubblica per i papà separati, allora. Il Comune qualcosa ha già provato a fare. Tra gli appartamenti appena requisiti in città alla mafia, un paio di monolocali andranno proprio alle associazioni che tutelano i papà separati. In via Calvino, ma anche in cascina. Una, almeno una, tra le tante abbandonate che si vorrebbero recuperare ( anche) in vista di Expo 2015. «Avevamo chiesto qualche anno fa la cascina San Bernardo, a due passi da Chiaravalle», racconta padre Clemente. C’era anche lo sponsor, per finanziare il restauro. Non se ne fece nulla. «Ci riproveremo».

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Andrea Senesi
18 gennaio 2010

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_gennaio_18/padri-separati-nuovi-poveri-1602304120144.shtml


Processo Mediaset, il premier chiede tempo. No dei giudici al rinvio per valutare l’abbreviato

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La richiesta di Ghedini: riaprire i termini per un eventuale ricorso al rito
Berlusconi invia una lettera per spiegare la sua assenza in aula

Processo Mediaset, il premier chiede tempo

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No dei giudici al rinvio per valutare l’abbreviato

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MILANO – Udienza, oggi a Milano, per uno dei processi che coinvolgono Silvio Berlusconi: quello sui diritti televisivi di Mediaset. Il premier, con una lettera, ha spiegato che i suoi impegni gli impedivano di presenziare in aula. Ma la mossa più importante è quella fatta da uno dei suoi difensori, Niccolò Ghedini: il legale ha chiesto di riaprire i termini per valutare l’eventualità di ricorso al rito abbreviato. Anche a dibattimento iniziato, come nel caso in questione. Dopo una breve camera di consiglio i giudici della prima sezione penale hanno respinto la richiesta.
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L’iniziativa di Ghedini è stata formulata sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale che aveva giudicato parzialmente illegittimi gli articoli 517 e 516 del Codice di procedura penale, nella parte in cui non è consentito il rito abbreviato in presenza di contestazioni suppletive in dibattimento. Nel processo in corso a Milano il premier è imputato per i presunti fondi neri creati da Mediaset attraverso la compravendita di diritti televisivi e cinematografici. Alla richiesta dei difensori dell’imputato si era opposto anche il pm Fabio De Pasquale.
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I giudici hanno motivato il no col fatto che i legali avrebbero dovuto formulare la richiesta di rito abbreviato quando fu formulata dal pm la contestazione suppletiva che ha allungato i tempi della frode fiscale all’ottobre 2004. “La pronuncia della Corte costituzionale – hanno aggiunto – è dichiarativa di un diritto esistente, non è una generale rimessione in termini” per tutti gli imputati che vogliono chiedere il rito abbreviato.
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Quanto all’assenza di Berlusconi, ai magistrati è arrivata una comunicazione con cui il presidente del Consiglio  ha detto di rinunciare espressamente alla sua presenza in aula stamani e che, quindi, l’udienza può procedere anche in sua assenza. Il premier spiega anche che era sua intenzione rendere dichiarazioni spontanee, ma che i suoi legali gli hanno spiegato che questo sarebbe stato “processualmente inaccettabile”, in quanto vi sono tuttora delle attività istruttorie in corso. Nel testo il premier fa riferimento  ad “accadimenti sopravvenuti e ben noti” che hanno notevolmente modificato la sua agenda.
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L’udienza di oggi è la prima dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte costituzionale.
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18 gennaio 2010
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LAVORO – Tute Dainese, addio all’Italia

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Tute Dainese, addio all’Italia
E il paese più ricco ha paura

Ottanta esuberi, cig per 120, produzione all’estero Molvena, primatista veneto del reddito, scopre la crisi

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MOLVENA (Vicenza) – Più che un pit stop, questa volta per il marchio Dainese è un vero e proprio stop, almeno per la produzione in Italia. Prima i mesi di difficoltà sul mercato dell’abbigliamento per motociclisti, ora l’accordo firmato con Provincia e sindacati: con l’intesa, che prevede un anno di cassa integrazione straordinaria per 120 dipendenti e fra dodici mesi la mobilità e il licenziamento per circa 80 di questi, si spezza un’icona del Veneto più ricco. Improvvisamente la crisi globale arriva anche a Molvena, il Comune che detiene da anni il primato regionale del reddito medio per abitante più elevato, e coinvolge anche un simbolo dell’imprenditoria illuminata e innovatrice, quel marchio di cui è patron Lino Dainese, noto anche come mecenate e amante dell’arte contemporanea e della cultura.

L’azienda vicentina, che possiede anche i marchi Mavet e Agv, produce abbigliamento per motociclisti e caschi: fra i più famosi ad indossare le sue tute c’è il campione Valentino Rossi. Lo stabilimento della Pedemontana vicentina conta 250 addetti, di cui un centinaio operai, per lo più donne, e realizza il top di gamma delle tute. Dainese ha due stabilimenti anche in Tunisia, e in tutto arriva a 500 addetti. I numeri di bilancio 2008, anche se in forte contrazione rispetto all’esercizio precedente, erano ancora positivi: 105 milioni di euro di ricavi, un margine operativo lordo di 10,2 milioni e un utile di 700 mila euro, seppur con un certo indebitamento, 33,2 milioni di posizione finanziaria netta negativa. «Nel 2009 la crisi ha picchiato duro sul settore motociclistico, in particolare sul mercato dei prodotti per moto superiori ai 300 cc – spiega Giuseppe Sforza, segretario regionale della Filcem Cgil – a Molvena un centinaio di dipendenti ha fatto cassa integrazione ordinaria da marzo a venerdì scorso, quando dopo due mesi di trattative abbiamo firmato l’accordo. Di fatto va a cessare la produzione di tute in Italia, eccetto una ristretta nicchia di qualche centinaio di capi. Il piano industriale presentato, comunque, ci sembra valido e l’azienda prevede di mettere in produzione entro fine anno le tute-airbag, ma questo comporterà solo l’assunzione di qualche tecnico. A noi hanno riferito che nel 2009 c’è stato un calo di fatturato del 25%, ma nel 2010 potrebbe andare ancora peggio: siamo molto preoccupati, inutile negarlo».

Dainese, secondo l’accordo siglato con Cisl e Cgil metterà duemila euro di incentivo da investire in formazione per ogni dipendente in cassa integrazione che decidesse di avviare un percorso di riqualificazione professionale, «con la speranza di ridurre le mobilità» osserva Sforza. È comunque una magra consolazione per un paese come Molvena, abituato a elevati tenori di vita cui da anni il marchio Dainese contribuisce. Infatti ancora nel 2008, a fronte di un reddito medio veneto di 17.132 euro, il piccolo Comune si piazzava in testa alla regione con 23.428 euro. «Molvena è e resta il cuore della Dainese – precisa l’amministratore delegato Franco Scanagatta – il ridisegno organizzativo però, richiede la trasformazione dello stabilimento da sede meramente produttiva a sede di progettazione. L’azienda si vede costretta, suo malgrado, a un intervento di ridimensionamento del personale, che toccherà circa 80 dipendenti: saranno utilizzati tutti gli ammortizzatori sociali possibili. L’obiettivo – conclude – resta quello di confermare alla Dainese un ruolo di leader nel settore della ricerca nelle settore protezioni degli sport dinamici».

Andrea Alba
18 gennaio 2010

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fonte:  http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/economia/2010/18-gennaio-2010/tute-dainese-addio-all-italia-paese-piu-ricco-ha-paura-1602304100912.shtml


Sul web la Crusca scioglie i dubbi sull’italiano, lingua sconosciuta

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ATTUALITA’. Molte domande sui congiuntivi, sul plurale di euro o sul femminile di avvocato.
L´ortografia è in testa ma vengono inviati anche quesiti sul lessico o sui neologismi

Sul web la Crusca scioglie i dubbi
sull’italiano, lingua sconosciuta

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Di LAURA MONTANARI

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FIRENZE – C’è una finestra da cui si vede l’italiano che ci tormenta, i dubbi di ortografia che fatichiamo a confessare, i neologismi che maneggiamo incerti: si scrive qual è o qual’è? Si dice cioccolata o cioccolato? Si può usare per gli immigrati il termine “respingimenti”? E in un tema la parola “tronista”? Il servizio di pronto soccorso sulla nostra lingua tutti i giorni raccoglie in una casella di posta elettronica sul sito dell’Accademia della Crusca, dieci o venti cose che non sappiamo sulle parole e sulla grammatica della lingua italiana. Una piccola redazione di esperti, a Firenze, risponde on line o via e-mail gratuitamente: nel 2009 l’hanno fatto 900 volte, spiega Raffaella Setti docente (a contratto) alla facoltà di Scienze della Formazione. Un aumento progressivo delle richieste a dimostrazione che la lingua è un terreno minato. A inviare quesiti non sono soltanto insegnanti, docenti universitari, persone che frequentano abitualmente il sito del principale istituto che si occupa di ricerche sull’italiano, ma famiglie, studenti, professionisti e curiosi, persone anche lontane dagli studi umanistici. Un signora di Bologna per esempio, vuole sapere se ha ragione la maestra di sua figlia nel dire che si scrive “sogniando” e non “sognando”.
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Un avvocato di Genova chiede se sulla targa del suo studio la parola “avvocato” merita o meno la maiuscola. Un signore di Tolentino domanda se è sempre valido il principio di togliere l’apostrofo a fine riga e mettere la vocale dell’articolo. Un’aspirante giornalista di Roma desidera sapere se ha un plurale “pronto soccorso”. Un insegnante di Cagliari si lamenta dell’uso della doppia congiunzione avversativa “mentre invece” che ritiene sbagliata al pari di “ma però”: “Eppure i miei alunni obiettano di averla sentita in contesti colti”. “La nostra consulenza linguistica è uno spaccato interessante per vedere dove l’italiano fa paura – spiega la presidente dell’Accademia, Nicoletta Maraschio – L’ortografia è in testa, ma ci mandano pure molti quesiti sul lessico e sui neologismi. Sul sito abbiamo una sezione apposita dove troviamo i significati delle parole nuove: da videofonino, a bioterrorismo, a sitografia”. Lo sportello sulla lingua è un servizio che nasce sulla carta, dalla rivista la “Crusca per voi” e che successivamente viene trasferito anche in rete. Nei prossimi mesi, per la casa editrice Le Lettere, quel dialogo via mail con gli esperti dell’Accademia diventerà un volume, dal titolo “La Crusca risponde”. “Ogni settimana mettiamo online una risposta – spiega Raffaella Setti che assieme a Matilde Paoli guida la redazione – molte domande sono ricorrenti e allora rimandiamo al motore di ricerca che c’è all’interno del sito, curato da Marco Biffi, che permette di ripescare in archivio le risposte date in passato”.

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Molto gettonati i dubbi sui congiuntivi, sull’uso di ed o ad o sul plurale di “euro”. Poi ci sono le incertezze sempreverdi sui femminili delle professioni: si dice l’avvocata o l’avvocatessa? La presidentessa o la presidente? “Io preferisco la presidente – spiega Maraschio – la cosa importante è comunque non oscurare il genere”. Televisione, Internet e giornali hanno una grossa influenza sulla circolazione delle parole: “Dopo alcune campagne pubblicitarie ci chiedevano se era corretto utilizzare il plurale di latte e in effetti si può, se si intendono diverse qualità di latti. Altri ci hanno consultato sulla differenza fra immigrato o migrante” riprende Raffaella Setti. Il fatto è che la lingua è in continuo mutamento e l’uso comune finisce col modificare la grammatica: “Ormai si accetta “gli” al posto di loro o “lui”, “lei” impiegati come soggetti” spiegano i linguisti. “Quello che ci preoccupa – dice Nicoletta Maraschio – è la tendenza ad abbandonare dell’uso corretto della nostra lingua. La semplificazione sintattica e lessicale rischiano di minare le fondamenta della nostra società e della cultura”.
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18 gennaio 2010
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