Archive | gennaio 20, 2010

L’ottimismo? Non abita più qui, i giovani italiani ultimi in classifica

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I risultati di una ricerca mondiale presentata al Meeting internazionale di Bari
Ai primi posti il Turkmenistan e il Laos, ma anche nazioni sviluppate come Canada e Svezia

L’ottimismo? Non abita più qui
i giovani italiani ultimi in classifica

La scarsa fiducia nel futuro è quasi sempre legata al problema del lavoro

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di GIULIA CERINO

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L'ottimismo? Non abita più qui i giovani italiani ultimi  in classifica La platea dei delegati al Meeting internazionale dei giovani in corso a Bari

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BARI – Ultimi in classifica, insieme al Portogallo, Singapore, India e Ghana: l’ottimismo globale dei giovani italiani è sotto terra. A dirlo è un sondaggio condotto da Gallup Europe e presentato dal suo direttore, Robert Manchin, in occasione del Meeting internazionale dei giovani a Bari. I numeri parlano chiaro: l’indice di ottimismo dei giovani italiani è ben al di sotto della media mondiale, lontano anni luce dalla top ten della speranza, e li relega al 118esimo posto della classifica con un indice di ottimismo del 44 per cento.
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Forse perché chi è più indietro non può che sperare in meglio, nella top ten ci sono paesi come il Turkmenistan (primo con un indice di ottimismo dell’87 per cento), il Laos, l’Uzbekistan e le Filippine. “Certo  –  dice Ila, 23 anni, delegato al Meeting – nei nostri paesi, peggio di così non si può stare”.  Eppure, il livello di sviluppo economico non è determinante. Rispetto ai coetanei italiani, ad esempio, ben altra fiducia nel futuro hanno gli svedesi, i canadesi, gli australiani e gli olandesi, tutti nelle prime dieci posizioni della classifica.
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In bilico invece è la Francia che, con il suo 71esimo posto, si attesta sul valore medio mondiale di ottimismo (indice a quota 54%). “E chi ci crede che troveremo lavoro domani. Io non credo più a niente, mi sento inerme, incapace di realizzarmi”. Nicola, che vive a Bari e al Meeting è presente come partecipante, sembra esprimere perfettamente la condizione rilevata dalla ricerca Gallup Europe. Le ragioni dietro il pessimismo delle giovani generazioni italiane si nascondono dietro due parole chiave: disoccupazione e precariato. Secondo l’inchiesta, infatti, la questione del lavoro rimane in testa a tutte le priorità indicate dagli interpellati.

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“L’immigrazione, il crimine e le tasse – dice Lorenzo, delegato al Meeting barese – contano di meno quando si tratta di mangiare e poter vivere sereni, andarsene di casa e sentirsi soddisfatti di sé stessi e realizzati. Oggi si anche tenuto un workshop che si chiama ‘A decent job is a right’. Non a caso era pieno d’italiani…”. In realtà, neppure il problema della disoccupazione basta a spiegare il prevalere del pessimismo tra i giovani italiani: “Quella è un’emergenza che tocca tutti – dice Virginie, ventiquattro anni, francese di nascita – . Io ho vissuto in Francia, in Belgio e Inghilterra e loro sono messi anche peggio degli italiani. La questione non è solo la precarietà. Si tratta di un modus vivendi. Di un pessimismo generale e fisiologico intrinseco alla nostra generazione di insofferenti”.
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Dall’inchiesta Gallup emerge del resto che la ridotta spearanza dei giovani italiani non è isolata. Nel mondo, tra le nuove generazioni il 49% pensa infatti che nel futuro la vita sarà peggiore di come è adesso. In Europa, inoltre, gli ottimisti sono in netta minoranza: il 38 per cento. “Non andrà mai bene niente  –  dice Luca, 24 anni, anche lui al Meeting come spettatore – : siamo in Europa ma ci posizioniamo nelle classifiche con l’Africa. Prima eravamo quasi in Africa e volevamo l’Europa. Non ne usciremo mai”.
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Non è un caso, forse, che tra i ragazzi italiani la ridotta fiducia nel futuro vada di pari passo con la scarsa considerazione per gli effetti dei cambiamenti climatici sull’ambiente. I giovani italiani se ne curano poco, anzi, quasi per nulla. Dai dati riportati dall’inchiesta emerge infatti che sotto i 30 anni di età, le conoscenze in materia di climate change sono bassissime. Tanto basse da fare del Belpaese l’unica nazione europea con la0 Grecia a rientrare nella “fascia della bassa consapevolezza”, la stessa di cui fanno parte tutti i paesi dell’Africa e buona parte dell’Asia. In altre parole, su una scala da 10 a 60 in cui 60 è la massima consapevolezza di ciò che accade e accadrà nel mondo a causa del climate change, i giovani italiani si fermano a quota 20/30. L’unica certezza condivisa con gli altri è che “la causa dei cambiamenti climatici è da ricercare nell’azione irresponsabile dell’uomo”.
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20 gennaio 2010
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Fotografia umanitaria, vince l’italiano Cocco

Fotografia umanitaria, vince l’italiano Cocco

per vedere le foto clicca qui

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E’ italiano e lavora per l’agenzia Contrasto il fotografo vincitore del XIII° Premio Internazionale di Fotografia Umanitaria Luis Valtueña. Si tratta di Francesco Cocco e da oggi, fino al 25 gennaio, la sua serie dedicata all’Afganistan e alla tragedia della sua popolazione verrà esposta nella Casa Encendida di Madrid. Il premio è stato assegnato lo scorso dicembre come riconoscimento al lavoro svolto da Cocco nel 2009 al seguito dell’organizzazione Emergency: foto dure e cupe che mostrano, nei toni disperati del bianco e nero, un paese abitato da sopravvissuti (di BENEDETTA PERILLI)

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fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/20/foto/cocco_premiato_foto_solidariet-2018575/1/?rss

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BIOGRAFIA

Francesco Cocco

Classe 1960, inizia la sua attività di fotografo nel 1989

Agli esordi della sua carriera documenta il Vietnam postcomunista, la prostituzione minorile in Cambogia, la realtà dei disabili italiani. Dal 2000 inizia una proficua collaborazione con Medici senza Frontiere documentando le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati clandestini in Italia da cui nasce il libro “Nero”, edizioni Logos (2007). Dal 2002 realizza un viaggio nelle principali carceri italiane le cui immagini vengono raccolte nella mostra e nell’omonimo volume Prisons, edizioni Logos (2006). Tra i progetti realizzati: la mostra che ci faccio io qui? Dedicata alla situazione delle detenute madri e dei bambini che vivono oggi nelle carceri italiane, realizzata in collaborazione con l’associazione ”A Roma insieme”. Nell’ambito del progetto “In and out Beijing“ ha seguito i minatori di carbone in cina, il lavoro e’ stato presentato alla Triennale di Milano. Nel 2007 ha partecipato alla produzione del libro “La ruota che gira” per conto della Ong “Action Aid” realizzando delle immagini sulla prostituzione e sui malati di aids in Cambogia. La caratteristica dominante delle immagini di Francesco Cocco è la capacità di avvicinare e raccontare gli ambienti sociali marginali. Grazie all’utilizzo di un bianco e nero violento e ad uno sguardo graffiante, pone la coscienza dell’osservatore di fronte alle realtà più scomode della nostra società e lo obbliga a confrontarcisi.

Guarda “Nero” di Francesco Cocco >>
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fonte:  http://max.rcs.it/talent/0806_biografia_francesco_cocco.shtml


ASSOLUTAMENTE DA VEDERE -Marzabotto, il film di Diritti (L’uomo che verrà) fa commuovere la partigiana

https://i0.wp.com/www.zapster.it/multimedia/2900/2807/big/locandina_del_film_L_uomo_che_verra---01.jpg

Marzabotto, il film di Diritti fa commuovere la partigiana

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di Gabriella Gallozzi

tutti gli articoli dell’autore

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«I partigiani sono stati eroi loro malgrado. La loro lotta è stata caratterizzata dalla spontaneità, dal bisogno di libertà, giustizia e contro ogni guerra. Poi saranno stati fatti pure degli errori. C’è stata anche troppa retorica. Ma non bisogna mai perdere di vista il fatto che la Resistenza sia stata l’unica strada giusta da seguire». Quando Teresa Vergalli, staffetta di Reggio Emilia chiude il suo intervento, il Teatro Studio dell’Auditorium di Roma scoppia in un grande applauso commosso. A riprova che la memoria, quella della «parte giusta», appunto, è ancora condivisa, pure in tempi di cupo revisionismo come i nostri.

Emozione e commozione, infatti, l’altra sera hanno accolto l’anteprima di L’uomo che verrà, il film di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto – nelle sale da venerdì per Mikado – che ha «ritrovato casa» negli spazi del Festival del Film di Roma, dove ha trionfato (ben due premi) nella scorsa edizione. Una serata affollata, alla presenza del regista che ha pure presentato una serie di interviste, fatte nel 2003, ai partigiani e ai sopravvisuti della strage. A riprova del lungo lavoro di preparazione e del rigore con cui ha realizzato questo film di straordinario valore artistico e civile. Dedicato ad una delle pagine più nere della nostra storia recente, sepolta colpevolmente, come tante altre stragi compiute dai nazisti nel nostro paese, per troppi anni. Nascosta in quell’«armadio della vergogna», frutto delle logiche politiche sottese alle strategie della «guerra fredda» che per oltre Sessantanni hanno impedito il corso della giustizia.

L’uomo che verrà ridà voce a questa memoria, la fa rivivere nel dettaglio attraverso la descrizione minuziosa della dura vita di una famiglia contadina della zona di Monte Sole, presa tra le «maglie della storia». I nove mesi prima della strage, raccontati attraverso gli occhi di una bambina in attesa, appunto, della nascita del fratellino, «l’uomo che verrà». Il passaggio delle stagioni, i nazisti che vengono a chiedere cibo, i «padroni» che sfruttano i contadini, i partigiani che chiedono rifugio. Fino allo scoppio della tragedia: quel 29 settembre ‘44 in cui le Ss scatenano l’inferno, trucidando 770 civili, in maggioranza bambini.

Non c’è spazio, insomma, per nessun tipo di «revisionismo» davanti a queste immagini. E neanche qualche dichiarazione riportata con poca fedeltà dai giornali può mettere in dubbio l’intento di verità che Giorgio Diritti ha messo nel suo film. Marisa Ombra, vice presidente dell’Anpi Nazionale, l’altro giorno ha indirizzato al regista una lettera in cui si diceva amareggiata per alcune sue dichiarazioni rilasciate ad un magazine settimanale. La frase che veniva fuori era del tipo: «I partigiani di oggi potrebbero essere gli ultras degli stadi. Una gioventù esaltata e sfegatata». Ma è lo stesso Giorgio Diritti a dirsi per primo molto infastidito da quell’intervista. «Purtroppo le sintesi giornalistiche – spiega davanti al pubblico dell’Auditorium – impongongono dei tagli che cambiano completamente il senso del discorso. Il mio parallelo tra partigiani e ultras da stadio era riferito in termini di passione e trasporto, non certo come esempio di facinorosi e violenti».

A «disinnescare» ogni possibile polemica è in sala con noi Teresa Vergalli, lei la Resistenza l’ha fatta con la sua bicicletta tra le montagne del Reggiano e l’ha raccontata in Storie di una staffetta partigiana. E oggi, quella memoria, la porta nelle scuole, tra i ragazzi. Alla fine della proiezione anche lei è commossa, come il resto della sala. «Questo è cinema – dice – senza enfansi e senza retorica. Così com’è stata la nostra lotta».

Lei che quei giorni li ha vissuti trova una «grande verità» in queste immagini. «La cosa che più mi è piaciuta – prosegue – è stata proprio la descrizione dei partigiani. Non emerge nessuno, tutti sono uguali, a parte la figura del giovane che non vuole sparare, com’è stato vero per molti. Li vediamo descritti cosi reali, così autentici. Gente semplice, contadini, montanari. Eroi senza sapere di esserlo. Istintivi, semplici. Schierati contro la guerra così come i contadini contro i padroni. Tutti noi che abbiamo fatto quella lotta siamo stati spinti dalla volontà di farla finita con gli orrori del conflitto, certamente. Ma soprattutto c’era la voglia di giustizia e libertà dopo vent’anni di dittatura. La voglia di poter parlare e di non finire in galera soltanto per aver detto una barzelletta». Per le donne, poi, la resistenza è stata ancora qualcosa di più. «Gli uomini in montagna – prosegue Teresa Vergalli – ci sono andati anche costretti. Dovevano comunque scappare. Ma per le donne era diverso. Si trattava di una vera e propria scelta». Così come l’ha fatta lei ad appena diciasette anni, portando messaggi tra la zona di Bibbiano e l’Appennino in Val D’Elza. Chilometri e chilometri in bicicletta, ogni giorno, col fiatone e la paura. «Per le donne che hanno scelto quella strada – continua – c’era anche finalmente il desiderio di contare, di non essere più completamente sottomesse agli uomini». E finalmente anche questa è storia: senza la partecipazione femminile la resistenza non ci sarebbe stata.

A colpire Teresa nel film di Diritti, infatti, sono anche le figure di queste donne contadine. Che ritrova nei gesti, nei minimi dettagli che lei ancora ricorda, dalla sua infanzia in campagna. «Sono tutte molto autentiche – dice – anche la nonna che intima alla nipote: “non mi verrai a casa con la pancia”. E certo perché quella era la paura quando le ragazze andavano a fare le serve…I contadini erano molto bigotti». Eppure apprezza anche le figure dei preti raccontati nella pellicola. «Tanti di loro – conferma – hanno pagato con la vita». Apprezza ancora la visione «molto equilibrata» del film. Dice che tutto è al suo posto. Anche la crudeltà bestiale dei nazisti. «Sulla Linea Gotica – ricorda – hanno fatto terra bruciata. Avevano capito ormai di avere perso e volevano potersi ritirare senza essere colpiti, distruggendo qualunque cosa».

Tutto è molto «vero» ripete con insistenza. «E mi fa venire in mente proprio le pagine del libro di Enzo Biagi, 14 mesi in cui racconta la sua esperienza di partigiano. Guardando L’uomo che verrà ho ritrovato proprio quelle immagini. Quello scorrere del tempo nel mondo contadino accompagnato dal passaggio delle stagioni. La neve, il freddo, poi la primavera, l’estate. I colori, gli alberi, la natura. Per chi come noi viveva in campagna sono immagini che riportano una memoria lontana». E che Diritti ha ricostruito a sua volta, servendosi della memoria degli stessi abitanti di quelle zone, coinvolti nella lavorazione del film come in una grande famiglia. Persino la balia che compare in una scena, è la nipote di una balia di allora che ha portato sul set i «gesti» e gli oggetti di quei tempi. Perché la memoria è condivisione. E adesso quella memoria, anche quella tragica di Marzabotto, è a disposizione di tutti.

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20 gennaio 2010
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REGIONALI – Bonino: «Si vota in assenza di democrazia, intervenga la Ue»

Regionali, Bonino: «Si vota in assenza di democrazia, intervenga la Ue»

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ROMA (20 gennaio) – «Queste elezioni avvengono in una totale assenza di stato di diritto e di democrazia, con leggi elettorali cambiate ancora recentemente»: lo ha detto Emma Bonino, candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio, che in una conferenza stampa sul pluralismo dell’informazione ha ricordato che in «intere Regioni non hanno ancora la modulistica per raccogliere le firme legalmente e presentare le liste». A questo, secondo la leader radicale, va aggiunta «una situazione del servizio pubblico radiotelevisivo indecente e settario: rispecchia la situazione di mancanza di diritto nel Paese, che si riscontra nella malagiustizia, nella situazione delle carceri e verso i più deboli».

Per la Bonino «non bisogna accettare questa situazione, ma ribellarsi in modo non violento perché si riaffermi un po’ di legalità nel nostro Paese». A questo scopo la vice presidente del Senato ha annunciato che «chiederemo l’applicazione dell’articolo 7, così che la Ue possa avviare un’azione di monitoraggio sul rispetto dello stato di diritto nel nostro Paese. Attiveremo in questo senso tutte le procedure per salvaguardare i diritti degli elettori. Non è una cosa da poco, ma a richiederlo è l’aggravarsi della situazione perché le leggi vanno rispettate da tutti in un Paese dove abbondano i potenti, ma soprattutto i prepotenti».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=88263&sez=HOME_INITALIA

DIRITTO ALLO STUDIO? CARTA STRACCIA – Al lavoro a 15 anni invece che in classe: passo indietro sull’obbligo scolastico

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Emendamento della maggioranza: l’apprendistato vale come un anno di scuola
E’ bufera sul governo. Il Pd: “Fanno carta straccia di tutti le scelte mondiali” 

Al lavoro a 15 anni invece che in classe: passo indietro sull’obbligo scolastico

Critiche dai sindacati: “Non è così che si aiuta l’occupazione dei giovani”

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di SALVO INTRAVAIA

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Al lavoro a 15 anni, e scoppia la polemica tra governo e opposizione. “La maggioranza fa carta straccia dell’obbligo scolastico: inaccettabili questi salti all’indietro sul tema della formazione”, dichiara l’ex ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni. Al centro della querelle un emendamento al disegno di legge sul lavoro, collegato alla Finanziaria, approvato questa mattina dalla commissione Lavoro della Camera, che prevede che l’apprendistato possa valere a tutti gli effetti come assolvimento dell’obbligo di istruzione. Se il provvedimento dovesse andare in porto, gli studenti meno volenterosi potrebbe uscire dalle aule scolastiche un anno prima dell?attuale obbligo scolastico, fissato a 16 anni.
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Ma l’Ue e tutti i più recenti studi sul capitale umano ci chiedono il contrario: aumentare la permanenza a scuola dei nostri adolescenti e ridurre la dispersione scolastica. “La maggioranza e il ministro Sacconi ? continua Fioroni ? hanno deciso di fare carta straccia dell’obbligo scolastico. E’ inaccettabile che, invece di intensificare gli sforzi per collegare la fase educativa alla formazione e mettere in grado i ragazzi italiani di poter competere ad armi pari con i loro colleghi nel resto del mondo, qui si decida di fare un salto all’indietro così macroscopico”.
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“E’ l’ultimo atto dello smantellamento di un vero obbligo scolastico”: così il segretario della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, commenta l’emendamento. “Siamo decisamente contrari. Prevedere questo – afferma il sindacalista – significa mettere in discussione l’essenza stessa dell’obbligo scolastico che va assolto nei percorsi di istruzione e formazione, e non attraverso l’apprendistato che nella maggior parte dei casi si traduce in un lavoro vero e proprio dove di apprendimento c’è ben poco”.

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Critiche sono state espresse anche dal segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini. “L’emendamento sull’apprendistato approvato dalla commissione Lavoro della Camera, in modo frettoloso e senza nessuna consultazione delle parti sociali, deve essere corretto prima dell’approvazione in Aula del ddl lavoro prevista per la prossima settimana”. “In particolare – aggiunge Santini – va attentamente valutato il rischio di un conflitto tra norme, stante la vigente legge 296/06 che fissa l’obbligo di istruzione a 16 anni, che porterebbe alla paralisi operativa”. La richiesta del sindacato è quella di “rilanciare l’apprendistato per aiutare concretamente l’occupazione dei giovani”, ma di farlo in collegamento con “percorsi di istruzione e formazione professionali nei quali, come previsto dalla legge, si assolva all’obbligo di istruzione”.
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20 gennaio 2010
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Nigeria, 464 morti negli scontri fra cristiani e musulmani

Islamist violence in Northern Nigeria

Da quattro giorni si fronteggiano i gruppi, uno dei quali contesta la costruzione di una moschea in un quartiere cristiano

Nigeria, 464 morti negli scontri
fra cristiani e musulmani

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Nigeria, 464 morti negli scontri  fra cristiani e  musulmani
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JOS (Nigeria) – Sale a 464 il bilancio dei morti in Nigeria in quattro giorni di scontri nella città di Jos, nel centro del Paese. Lo riferiscono fonti di una moschea locale e di gruppi per la difesa dei diritti umani. Gli scontri fra cristiani e musulmani, esplosi domenica quando dei giovani hanno iniziato a protestare contro la costruzione di una moschea in un quartiere cristiano di Jos, la capitale dello stato di Plateau in Nigeria a 750 chilometri a nord ovest di Lagos, hanno portato a 300 il bilancio delle vittime ed a 20.000 il numero dei cittadini sfollati per ragioni di sicurezza. Secondo Human Rights Watch sarebbero 65 i cristiani morti nei quattro giorni di scontri nella città nigeriana di Jos, nel centro del Paese. Non vi è al momento conferma del bilancio da parte di fonti della comunità cristiana.
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”La piu’ grande sfida che ci troviamo a fronteggiare è quella di fornire cibo, cure ed acqua agli sfollati che si trovano nei campi ed il cui numero si è gonfiato fino a 20.000”, ha detto Mark Lipdo, coordinatore della Stefanus Aid, un’agenzia di soccorso locale. Nella città, in cui a seguito degli scontri hanno perso la vita circa 300 persone, a causa del coprifuoco è difficile ottenere rifornimenti alimentari, medicinali ed acqua.
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”La situazione degli sfollati è peggiorata”, ha detto il capo della Croce Rossa Awwalu Mohammed, spiegando che, per via dell’eccesso di sfollati, ”In 5 campi di soccorso sono scoppiate le tubature”. Ieri, il vicepresidente del paese Jonathan Goodluck ha ordinato un aumento delle forze di sicurezza nella città ed un coprifuoco di 24 ore a tutta la popolazione.

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I soldati musulmani si schierano. L’esercito, stando ad alcune fonti, fatica a riportare la situazione sotto controllo e c’è il rischio che i soldati Hausa (etnia prevalente nel nord a maggioranza musulmana) possano schierarsi al fianco di una delle due comunità in lotta. Un sospetto, questo, confermato anche da alcune testimonianze raccolte dalla BBC, che parlano della presenza nelle strade di rivoltosi travestiti con uniformi militari. Intanto, altri aerei dell’aviazione militare sono atterrati, ieri sera e questa mattina, all’aeroporto di Jos con nuove truppe di rinforzo. Il vice presidente della Nigeria, Goodluck, (il capo dello Stato, Umaru Musa Yar’Adua, è dal novembre scorso ricoverato in Arabia Saudita per problemi di salute), ha affermato, in un comunicato pubblicato oggi dai principali quotidiani, che il “governo è assolutamente determinato a trovare una soluzione permanente e definitiva alla crisi nello stato di Plateau”.
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Gli italiani stanno bene. Stanno bene, invece, la decina di italiani che vivono nella zona di Jos: “non risulta al momento il coinvolgimento di nostri connazionali negli episodi di violenza”, ha detto all’Agi l’ambasciatore d’Italia ad Abuja, Roberto Colaminè. “Siamo in costante contatto con i nostri concittadini” – ha proseguito – “stanno rispettando il coprifuoco e le consegne del governo nigeriano e sono in contatto tra loro stessi”, mentre l’ambasciata è in collegamento con l’unità di crisi della Farnesina.
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L’analisi dell’arcivescovo di Jos. Sono da ricercarsi nei contrasti etnici, più che in quelli religiosi, le ragioni che hanno portato alle violenze di questi giorni in Nigeria. Ad affermarlo è Mons. Ignatius Ayau Kaigama, l’arcivescovo di Jos. “Le versione che sono state finora pubblicate sull’origine degli scontri in Nigeria non sono corrette. In particolare non è vero che sia stata attaccata e bruciata una chiesa”, ha detto Kaigama all’Agenzia cattolica Fides. “Un’altra versione riportata dalla stampa afferma che la scintilla che ha provocato gli scontri sarebbe stata l’assalto al cantiere di una casa in costruzione di un musulmano. Ma anche questo fatto va accertato” dice l’Arcivescovo di Jos. Secondo Mons. Kaigama “all’origine degli scontri odierni, come quelli del novembre 2008, vi sono i contrasti tra gli Hausa, di religione musulmana, e le popolazioni indigene, in gran parte cristiane, per il controllo politico della città”.
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Alle origini dei conflitti. La nigeria è il paese più popoloso dell’Africa, con oltre 150 milioni di abitanti. Dopo aver vissuto una serie di colpi di stato, dal 1999 ha un presidente eletto dal popolo. Ma i conflitti etnici e interreligiosi, che negli ultimi anni hanno provocato migliaia di morti, stanno minando la stabilità di questa repubblica federale, indipendente dal 1960.
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Legge islamica a nord. L’imposizione della legge islamica in alcuni stati ha causato divisioni tra la popolazione e costretto migliaia di cristiani ad abbandonare le proprie case. Così il paese si ritrova diviso, con il nord abitato dagli hausa-fulani in maggioranza di religione islamica, il sud-ovest popolato dagli yoruba e il sud est dagli igbo, entrambi di fede cristiana.
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Il “corto circuito” tra due comunità. Ma in alcune città del paese come Jos,  le due comunità vivono a stretto contatto e ogni minima provocazione può far esplodere le violenze. Come tre giorni fa con gli scontri fra cristiani e musulmani, provocati dalla decisione di costruire una moschea nel quartiere a maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom, che sono costati la vita a circa 300 persone.
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Gruppi ispirati ad Al-Qaeda. Nel luglio 2009, l’assalto di militanti islamici di Boko Haram – che si richiamano ai talebani dell’Afghanistan – contro una stazione di polizia a Bauchi, nel nord della Nigeria, hanno dato il via ad un’ondata di violenze con oltre 700 morti. Nel dicembre scorso, nuovi scontri tra le forze di sicurezza nigeriane e membri della setta islamica di Kala-Kato, nello stato di Bauchi hanno provocato 33 morti.
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Delta del niger. Discorso a parte per la regione del delta del Niger, ricco di petrolio, dove opera il Mend, Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger, con azioni di sabotaggio contro gli impianti delle compagnie petrolifere occidentali. Il Mend chiede che i profitti generati dall’oro nero estratto in Nigeria siano ridistribuiti tra la popolazione. Nel 2006 il Mend rivendicò il rapimento di tre tecnici italiani dell’Agip, successivamente liberati nel 2007.
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20 gennaio 2010
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ATROCITA’, DA UNA PARTE E DALL’ALTRA

Jos Nigeria, burnet Christian churches [sharia law of islam in Nigeria Africa] – July 27 ,2009

Group of Cristian in Army uniform killing Muslims in the name of Jesus, in Jos Plateau Nigeria – December 30, 2009

Diretta – Politica / Processo breve, sì del Senato Bagarre in Aula, seduta sospesa

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Diretta – Politica
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Processo breve, sì del Senato
Bagarre in Aula, seduta sospesa

Via libera di Palazzo Madama, in prima lettura, al disegno di legge sul processo breve, che passa ora all’esame della Camera. L’Aula ha approvato il provvedimento con 163 voti favorevoli, 130 contrari e 2 astenuti. Protesta dell’Idv, scontro con alcuni deputati del Pdl: sono intervenuti i commessi, poi seduta sospesa dal presidente Schifani. All’esterno sit-in di protesta del ‘popolo viola’. Alle 16 la relazione del guardasigilli Angelino Alfano sull’amministrazione della giustizia a cui seguirà il dibattito.

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“Ci sono dei togati che sembravano chiromanti e astrologi e che hanno dato numeri falsi per avvelenare un dibattito che noi portiamo avanti con coerenza e rigore”. Lo afferma il presidente del gruppo del Pdl Maurizio Gasparri, nell’Aula del Senato, nel corso della dichiarazione di voto sul disegno di legge sul processo breve.

Una sola incrinatura nel muro contro muro fra maggioranza e opposizione del Senato sul processo breve: Enrico Musso, docente universitario di Economia applicata, ha preso la parola per dichiarazione di voto in dissenso dal suo gruppo: pur ribadendo la sua fedeltà politica e anche personale a Silvio Berlusconi, “al quale devo la mia candidatura – ha detto – e vista la legge elettorale anche la mia presenza qui”, ha accusato la maggioranza di aver commesso “un errore grave, quello di non ammettere pubblicamente che c’erano due obiettivi, quello della ragionevole durata dei processi e quello che è diventato una sorta di agenda nascosta, la tutela del presidente del Consiglio”. Musso si è astenuto

Una ‘violazione’ improvvisata per protestare contro il processo breve. Questa l’iniziativa che una ventina di giovani aderenti al Popolo Viola capitolino (tra gli organizzatori del No B-Day) stanno portando avanti davanti al Senato. I manifestanti espongono cartelli le scritte: ‘L’impunità diventa maggiorennè, ‘Processo breve: 18 leggi ad personam’, ‘Processo breve per un Governo breve: Berlusconi dimettiti’.

Appena cominciata la protesta dell’Idv sono intervenuti i commessi per sedare gli animi, ma non abbastanza celermente per evitare che il senatore Pdl, Domenico Gramazio lanciasse alla volta dei senatori Idv il fascicolo degli emendamenti, ‘centrando’ (senza conseguenze) il senatore Idv, Alfonso Mascitelli.

I senatori del Pdl che prima avevano scherzato con l’opposizione sollecitandoli a chiedere il voto segreto, si alzano dai loro posti per un lungo applauso. I senatori dell’Idv espongono altri cartelli con su scritto anche ‘Muore il processo Antonveneta’. Ma anche in questo caso i commessi intervengono per togliere le scritte. La seduta è stata sospesa dal presidente del Senato, Renato Schifani.

L’opposizione al Senato con il vicepresidente del Pd Luigi Zanda chiede “diritto di parola” e non “concessioni garbate” nel corso dell’esame dei provvedimenti lamentando il fatto che c’è una “maggioranza fortissima” che impone tempi brevi e rende difficile il ruolo della minoranza.

“La vostra priorità è innanzi tutto l’interesse privato, non avete avuto timori a devastare l’ordinamento, non avete senso di vergogna”. Anna Finocchiaro, nelle dichiarazioni di voto al Senato sul Ddl sul processo breve, non ha risparmiato critiche alla maggioranza.

L’Aula di Palazzo Madama ha approvato il provvedimento con 163 voti favorevoli, 130 contrari e 2 astenuti.

Il Senato approva il ddl sul processo breve. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera.

“Ma è davvero breve questo processo? Nel ddl la parola breve non c’è. La legge che noi proponiamo non cancellerà i processi. Riguarderà solo l’1% dei processi”. Lo afferma in aula al Senato il capogruppo dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, nella dichiarazione finale sul processo breve. Gasparri aggiunge: “Per i reati di mafia e terrorismo arriviamo ad oltre 15 anni di durata. E’ questo un processo breve?”.

“Con il processo breve decretate la fine di migliaia di processi penali e quindi ci sarà una denegata giustizia per migliaia di cittadini”. Lo afferma la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, nella dichiarazione finale in aula al Senato per il ddl sul processo breve. Finocchiaro aggiunge: “Fissate in due ore la durata di una tratta ferroviaria, ben sapendo che la vecchia locomotiva potrà farcela solo in tre ore”.

“Fino a pochi mesi fa eravate d’accordo con questa riforma. Quando vi siete accorti che questa riforma avrebbe riguardato anche il presidente Berlusconi, avete cambiato idea e vi siete contraddetti. Siete voi che vi dovreste vergognare”. Lo afferma in aula al Senato il capogruppo della Lega, Federico Bricolo, nelle dichiarazioni finali per il ddl sul processo breve.

Grazie a un fortissimo tam tam sulla rete è stato organizzato un presidio lampo davanti al Senato della Repubblica per protestare contro il processo breve.

“Si vuole salvare Berlusconi dai suoi processi. Approvate così una norma che non esiste in nessuna parte del mondo. L’Italia, culla del diritto, rinnega il diritto”. Lo afferma Luigi Li Gotti dell’Idv, nelle dichiarazioni finali in aula al Senato sul processo breve. Li Gotti aggiunge: “Non sapete cosa significhi l’interesse collettivo. Il Parlamento è smarrito ed asservito”.

Il disegno di legge sul processo breve “seve a poco o a nulla. Approfitta per fare un’amnista e ha il fiato corto” perchè contiene norme “incostituzionali”: lo afferma, nell’Aula del Senato, il senatore dell’Udc Gianpiero D’Alia nel corso della dichiarazione di voto sul disegno di legge sul processo breve annunciando il no del gruppo al testo.

“Continueremo a pretendere che si parli in Parlamento delle questioni che interessano le famiglie, i cittadini e il Paese, a partire dalla crisi. In altri parlamenti europei in questi giorni si sta discutendo misure fiscali in favore del lavoro, delle famiglie, delle imprese. Qui discutiamo di processo breve”. E’ il commento raccolto dai microfoni di CNRmedia del deputato PD Lanfranco Tenaglia. “E’ una norma sbagliata e pericolosa dannosa per la giustizia. Invece di dare ai cittadini processi rapidi, darà processi al macero”.

“La protesta dei senatori Idv che hanno trascorso la notte nell’Aula di Palazzo Madama è azione di resistenza istituzionale nei confronti di una legge di eversione istituzionale ipocritamente denominata ‘processo breve’. Quando questa legge-vergogna sarà approvata un colpo mortale verrà inferto alla cultura della legalità e ad uno stato di diritto che la attuale maggioranza sta trasformando in stato di impunità per i criminali”. Lo ha detto Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell’Italia dei Valori.

Nuova iniziativa del ‘popolo viola’ dopo il ‘No Berlusconi day’ e il ‘No Craxi Day’ oggi a Roma, per protestare contro la nuova legge sul processo breve che il Senato si accinge a votare. Sono infatti partite convocazioni on line e via sms per un sit-in fra Piazza Navona e Palazzo Madama, dalle 12 alle 14, in concomitanza con il voto del Senato.

Con 138 sì, 111 no e 3 astensioni il Senato ha in particolare approvato l’emendamento del relatore di maggioranza Giuseppe Valentino, Pdl, che stabilisce la durata massima dei processi penali. L’emendamento allunga i tempi rispetto al testo approvato inizialmente dalla Commissione giustizia: i procedimenti per i reati con pene inferiori ai dieci anni si estinguono dopo tre anni dall’inizio dell’azione penale, dopo due anni nel secondo grado e dopo un anno e mezzo in Cassazione.

L’Aula ieri ha anche votato la norma transitoria che prevede l’applicabilità della normativa ai processi in corso per reati indultati o indultabili (commessi fino al 2 maggio 2006) e puniti con una pena inferiore a dieci anni di reclusione. Il giudice potrà considerare estinto il processo se saranno decorsi due anni da quando il pm avrà avviato l’azione penale senza che si sia concluso il primo grado di giudizio.

Oggi dalle 12 ci saranno le dichiarazioni di voto e il pronunciamento dell’Aula del Senato sulla riforma del processo breve. Alle 16 e’ invece prevista la relazione del guardasigilli Angelino Alfano sull’amministrazione della giustizia a cui seguirà il dibattito.

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fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/01/20/dirette/processo_breve_oggi_il_voto_in_senato-2014266/?rss