Archivio | gennaio 20, 2010

L’ottimismo? Non abita più qui, i giovani italiani ultimi in classifica

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I risultati di una ricerca mondiale presentata al Meeting internazionale di Bari
Ai primi posti il Turkmenistan e il Laos, ma anche nazioni sviluppate come Canada e Svezia

L’ottimismo? Non abita più qui
i giovani italiani ultimi in classifica

La scarsa fiducia nel futuro è quasi sempre legata al problema del lavoro

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di GIULIA CERINO

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L'ottimismo? Non abita più qui i giovani italiani ultimi  in classifica La platea dei delegati al Meeting internazionale dei giovani in corso a Bari

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BARI – Ultimi in classifica, insieme al Portogallo, Singapore, India e Ghana: l’ottimismo globale dei giovani italiani è sotto terra. A dirlo è un sondaggio condotto da Gallup Europe e presentato dal suo direttore, Robert Manchin, in occasione del Meeting internazionale dei giovani a Bari. I numeri parlano chiaro: l’indice di ottimismo dei giovani italiani è ben al di sotto della media mondiale, lontano anni luce dalla top ten della speranza, e li relega al 118esimo posto della classifica con un indice di ottimismo del 44 per cento.
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Forse perché chi è più indietro non può che sperare in meglio, nella top ten ci sono paesi come il Turkmenistan (primo con un indice di ottimismo dell’87 per cento), il Laos, l’Uzbekistan e le Filippine. “Certo  –  dice Ila, 23 anni, delegato al Meeting – nei nostri paesi, peggio di così non si può stare”.  Eppure, il livello di sviluppo economico non è determinante. Rispetto ai coetanei italiani, ad esempio, ben altra fiducia nel futuro hanno gli svedesi, i canadesi, gli australiani e gli olandesi, tutti nelle prime dieci posizioni della classifica.
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In bilico invece è la Francia che, con il suo 71esimo posto, si attesta sul valore medio mondiale di ottimismo (indice a quota 54%). “E chi ci crede che troveremo lavoro domani. Io non credo più a niente, mi sento inerme, incapace di realizzarmi”. Nicola, che vive a Bari e al Meeting è presente come partecipante, sembra esprimere perfettamente la condizione rilevata dalla ricerca Gallup Europe. Le ragioni dietro il pessimismo delle giovani generazioni italiane si nascondono dietro due parole chiave: disoccupazione e precariato. Secondo l’inchiesta, infatti, la questione del lavoro rimane in testa a tutte le priorità indicate dagli interpellati.

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“L’immigrazione, il crimine e le tasse – dice Lorenzo, delegato al Meeting barese – contano di meno quando si tratta di mangiare e poter vivere sereni, andarsene di casa e sentirsi soddisfatti di sé stessi e realizzati. Oggi si anche tenuto un workshop che si chiama ‘A decent job is a right’. Non a caso era pieno d’italiani…”. In realtà, neppure il problema della disoccupazione basta a spiegare il prevalere del pessimismo tra i giovani italiani: “Quella è un’emergenza che tocca tutti – dice Virginie, ventiquattro anni, francese di nascita – . Io ho vissuto in Francia, in Belgio e Inghilterra e loro sono messi anche peggio degli italiani. La questione non è solo la precarietà. Si tratta di un modus vivendi. Di un pessimismo generale e fisiologico intrinseco alla nostra generazione di insofferenti”.
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Dall’inchiesta Gallup emerge del resto che la ridotta spearanza dei giovani italiani non è isolata. Nel mondo, tra le nuove generazioni il 49% pensa infatti che nel futuro la vita sarà peggiore di come è adesso. In Europa, inoltre, gli ottimisti sono in netta minoranza: il 38 per cento. “Non andrà mai bene niente  –  dice Luca, 24 anni, anche lui al Meeting come spettatore – : siamo in Europa ma ci posizioniamo nelle classifiche con l’Africa. Prima eravamo quasi in Africa e volevamo l’Europa. Non ne usciremo mai”.
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Non è un caso, forse, che tra i ragazzi italiani la ridotta fiducia nel futuro vada di pari passo con la scarsa considerazione per gli effetti dei cambiamenti climatici sull’ambiente. I giovani italiani se ne curano poco, anzi, quasi per nulla. Dai dati riportati dall’inchiesta emerge infatti che sotto i 30 anni di età, le conoscenze in materia di climate change sono bassissime. Tanto basse da fare del Belpaese l’unica nazione europea con la0 Grecia a rientrare nella “fascia della bassa consapevolezza”, la stessa di cui fanno parte tutti i paesi dell’Africa e buona parte dell’Asia. In altre parole, su una scala da 10 a 60 in cui 60 è la massima consapevolezza di ciò che accade e accadrà nel mondo a causa del climate change, i giovani italiani si fermano a quota 20/30. L’unica certezza condivisa con gli altri è che “la causa dei cambiamenti climatici è da ricercare nell’azione irresponsabile dell’uomo”.
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20 gennaio 2010
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Fotografia umanitaria, vince l’italiano Cocco

Fotografia umanitaria, vince l’italiano Cocco

per vedere le foto clicca qui

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E’ italiano e lavora per l’agenzia Contrasto il fotografo vincitore del XIII° Premio Internazionale di Fotografia Umanitaria Luis Valtueña. Si tratta di Francesco Cocco e da oggi, fino al 25 gennaio, la sua serie dedicata all’Afganistan e alla tragedia della sua popolazione verrà esposta nella Casa Encendida di Madrid. Il premio è stato assegnato lo scorso dicembre come riconoscimento al lavoro svolto da Cocco nel 2009 al seguito dell’organizzazione Emergency: foto dure e cupe che mostrano, nei toni disperati del bianco e nero, un paese abitato da sopravvissuti (di BENEDETTA PERILLI)

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fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/20/foto/cocco_premiato_foto_solidariet-2018575/1/?rss

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BIOGRAFIA

Francesco Cocco

Classe 1960, inizia la sua attività di fotografo nel 1989

Agli esordi della sua carriera documenta il Vietnam postcomunista, la prostituzione minorile in Cambogia, la realtà dei disabili italiani. Dal 2000 inizia una proficua collaborazione con Medici senza Frontiere documentando le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati clandestini in Italia da cui nasce il libro “Nero”, edizioni Logos (2007). Dal 2002 realizza un viaggio nelle principali carceri italiane le cui immagini vengono raccolte nella mostra e nell’omonimo volume Prisons, edizioni Logos (2006). Tra i progetti realizzati: la mostra che ci faccio io qui? Dedicata alla situazione delle detenute madri e dei bambini che vivono oggi nelle carceri italiane, realizzata in collaborazione con l’associazione ”A Roma insieme”. Nell’ambito del progetto “In and out Beijing“ ha seguito i minatori di carbone in cina, il lavoro e’ stato presentato alla Triennale di Milano. Nel 2007 ha partecipato alla produzione del libro “La ruota che gira” per conto della Ong “Action Aid” realizzando delle immagini sulla prostituzione e sui malati di aids in Cambogia. La caratteristica dominante delle immagini di Francesco Cocco è la capacità di avvicinare e raccontare gli ambienti sociali marginali. Grazie all’utilizzo di un bianco e nero violento e ad uno sguardo graffiante, pone la coscienza dell’osservatore di fronte alle realtà più scomode della nostra società e lo obbliga a confrontarcisi.

Guarda “Nero” di Francesco Cocco >>
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fonte:  http://max.rcs.it/talent/0806_biografia_francesco_cocco.shtml


ASSOLUTAMENTE DA VEDERE -Marzabotto, il film di Diritti (L’uomo che verrà) fa commuovere la partigiana

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Marzabotto, il film di Diritti fa commuovere la partigiana

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di Gabriella Gallozzi

tutti gli articoli dell’autore

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«I partigiani sono stati eroi loro malgrado. La loro lotta è stata caratterizzata dalla spontaneità, dal bisogno di libertà, giustizia e contro ogni guerra. Poi saranno stati fatti pure degli errori. C’è stata anche troppa retorica. Ma non bisogna mai perdere di vista il fatto che la Resistenza sia stata l’unica strada giusta da seguire». Quando Teresa Vergalli, staffetta di Reggio Emilia chiude il suo intervento, il Teatro Studio dell’Auditorium di Roma scoppia in un grande applauso commosso. A riprova che la memoria, quella della «parte giusta», appunto, è ancora condivisa, pure in tempi di cupo revisionismo come i nostri.

Emozione e commozione, infatti, l’altra sera hanno accolto l’anteprima di L’uomo che verrà, il film di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto – nelle sale da venerdì per Mikado – che ha «ritrovato casa» negli spazi del Festival del Film di Roma, dove ha trionfato (ben due premi) nella scorsa edizione. Una serata affollata, alla presenza del regista che ha pure presentato una serie di interviste, fatte nel 2003, ai partigiani e ai sopravvisuti della strage. A riprova del lungo lavoro di preparazione e del rigore con cui ha realizzato questo film di straordinario valore artistico e civile. Dedicato ad una delle pagine più nere della nostra storia recente, sepolta colpevolmente, come tante altre stragi compiute dai nazisti nel nostro paese, per troppi anni. Nascosta in quell’«armadio della vergogna», frutto delle logiche politiche sottese alle strategie della «guerra fredda» che per oltre Sessantanni hanno impedito il corso della giustizia.

L’uomo che verrà ridà voce a questa memoria, la fa rivivere nel dettaglio attraverso la descrizione minuziosa della dura vita di una famiglia contadina della zona di Monte Sole, presa tra le «maglie della storia». I nove mesi prima della strage, raccontati attraverso gli occhi di una bambina in attesa, appunto, della nascita del fratellino, «l’uomo che verrà». Il passaggio delle stagioni, i nazisti che vengono a chiedere cibo, i «padroni» che sfruttano i contadini, i partigiani che chiedono rifugio. Fino allo scoppio della tragedia: quel 29 settembre ‘44 in cui le Ss scatenano l’inferno, trucidando 770 civili, in maggioranza bambini.

Non c’è spazio, insomma, per nessun tipo di «revisionismo» davanti a queste immagini. E neanche qualche dichiarazione riportata con poca fedeltà dai giornali può mettere in dubbio l’intento di verità che Giorgio Diritti ha messo nel suo film. Marisa Ombra, vice presidente dell’Anpi Nazionale, l’altro giorno ha indirizzato al regista una lettera in cui si diceva amareggiata per alcune sue dichiarazioni rilasciate ad un magazine settimanale. La frase che veniva fuori era del tipo: «I partigiani di oggi potrebbero essere gli ultras degli stadi. Una gioventù esaltata e sfegatata». Ma è lo stesso Giorgio Diritti a dirsi per primo molto infastidito da quell’intervista. «Purtroppo le sintesi giornalistiche – spiega davanti al pubblico dell’Auditorium – impongongono dei tagli che cambiano completamente il senso del discorso. Il mio parallelo tra partigiani e ultras da stadio era riferito in termini di passione e trasporto, non certo come esempio di facinorosi e violenti».

A «disinnescare» ogni possibile polemica è in sala con noi Teresa Vergalli, lei la Resistenza l’ha fatta con la sua bicicletta tra le montagne del Reggiano e l’ha raccontata in Storie di una staffetta partigiana. E oggi, quella memoria, la porta nelle scuole, tra i ragazzi. Alla fine della proiezione anche lei è commossa, come il resto della sala. «Questo è cinema – dice – senza enfansi e senza retorica. Così com’è stata la nostra lotta».

Lei che quei giorni li ha vissuti trova una «grande verità» in queste immagini. «La cosa che più mi è piaciuta – prosegue – è stata proprio la descrizione dei partigiani. Non emerge nessuno, tutti sono uguali, a parte la figura del giovane che non vuole sparare, com’è stato vero per molti. Li vediamo descritti cosi reali, così autentici. Gente semplice, contadini, montanari. Eroi senza sapere di esserlo. Istintivi, semplici. Schierati contro la guerra così come i contadini contro i padroni. Tutti noi che abbiamo fatto quella lotta siamo stati spinti dalla volontà di farla finita con gli orrori del conflitto, certamente. Ma soprattutto c’era la voglia di giustizia e libertà dopo vent’anni di dittatura. La voglia di poter parlare e di non finire in galera soltanto per aver detto una barzelletta». Per le donne, poi, la resistenza è stata ancora qualcosa di più. «Gli uomini in montagna – prosegue Teresa Vergalli – ci sono andati anche costretti. Dovevano comunque scappare. Ma per le donne era diverso. Si trattava di una vera e propria scelta». Così come l’ha fatta lei ad appena diciasette anni, portando messaggi tra la zona di Bibbiano e l’Appennino in Val D’Elza. Chilometri e chilometri in bicicletta, ogni giorno, col fiatone e la paura. «Per le donne che hanno scelto quella strada – continua – c’era anche finalmente il desiderio di contare, di non essere più completamente sottomesse agli uomini». E finalmente anche questa è storia: senza la partecipazione femminile la resistenza non ci sarebbe stata.

A colpire Teresa nel film di Diritti, infatti, sono anche le figure di queste donne contadine. Che ritrova nei gesti, nei minimi dettagli che lei ancora ricorda, dalla sua infanzia in campagna. «Sono tutte molto autentiche – dice – anche la nonna che intima alla nipote: “non mi verrai a casa con la pancia”. E certo perché quella era la paura quando le ragazze andavano a fare le serve…I contadini erano molto bigotti». Eppure apprezza anche le figure dei preti raccontati nella pellicola. «Tanti di loro – conferma – hanno pagato con la vita». Apprezza ancora la visione «molto equilibrata» del film. Dice che tutto è al suo posto. Anche la crudeltà bestiale dei nazisti. «Sulla Linea Gotica – ricorda – hanno fatto terra bruciata. Avevano capito ormai di avere perso e volevano potersi ritirare senza essere colpiti, distruggendo qualunque cosa».

Tutto è molto «vero» ripete con insistenza. «E mi fa venire in mente proprio le pagine del libro di Enzo Biagi, 14 mesi in cui racconta la sua esperienza di partigiano. Guardando L’uomo che verrà ho ritrovato proprio quelle immagini. Quello scorrere del tempo nel mondo contadino accompagnato dal passaggio delle stagioni. La neve, il freddo, poi la primavera, l’estate. I colori, gli alberi, la natura. Per chi come noi viveva in campagna sono immagini che riportano una memoria lontana». E che Diritti ha ricostruito a sua volta, servendosi della memoria degli stessi abitanti di quelle zone, coinvolti nella lavorazione del film come in una grande famiglia. Persino la balia che compare in una scena, è la nipote di una balia di allora che ha portato sul set i «gesti» e gli oggetti di quei tempi. Perché la memoria è condivisione. E adesso quella memoria, anche quella tragica di Marzabotto, è a disposizione di tutti.

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20 gennaio 2010
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REGIONALI – Bonino: «Si vota in assenza di democrazia, intervenga la Ue»

Regionali, Bonino: «Si vota in assenza di democrazia, intervenga la Ue»

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ROMA (20 gennaio) – «Queste elezioni avvengono in una totale assenza di stato di diritto e di democrazia, con leggi elettorali cambiate ancora recentemente»: lo ha detto Emma Bonino, candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio, che in una conferenza stampa sul pluralismo dell’informazione ha ricordato che in «intere Regioni non hanno ancora la modulistica per raccogliere le firme legalmente e presentare le liste». A questo, secondo la leader radicale, va aggiunta «una situazione del servizio pubblico radiotelevisivo indecente e settario: rispecchia la situazione di mancanza di diritto nel Paese, che si riscontra nella malagiustizia, nella situazione delle carceri e verso i più deboli».

Per la Bonino «non bisogna accettare questa situazione, ma ribellarsi in modo non violento perché si riaffermi un po’ di legalità nel nostro Paese». A questo scopo la vice presidente del Senato ha annunciato che «chiederemo l’applicazione dell’articolo 7, così che la Ue possa avviare un’azione di monitoraggio sul rispetto dello stato di diritto nel nostro Paese. Attiveremo in questo senso tutte le procedure per salvaguardare i diritti degli elettori. Non è una cosa da poco, ma a richiederlo è l’aggravarsi della situazione perché le leggi vanno rispettate da tutti in un Paese dove abbondano i potenti, ma soprattutto i prepotenti».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=88263&sez=HOME_INITALIA

DIRITTO ALLO STUDIO? CARTA STRACCIA – Al lavoro a 15 anni invece che in classe: passo indietro sull’obbligo scolastico

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Emendamento della maggioranza: l’apprendistato vale come un anno di scuola
E’ bufera sul governo. Il Pd: “Fanno carta straccia di tutti le scelte mondiali” 

Al lavoro a 15 anni invece che in classe: passo indietro sull’obbligo scolastico

Critiche dai sindacati: “Non è così che si aiuta l’occupazione dei giovani”

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di SALVO INTRAVAIA

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Al lavoro a 15 anni, e scoppia la polemica tra governo e opposizione. “La maggioranza fa carta straccia dell’obbligo scolastico: inaccettabili questi salti all’indietro sul tema della formazione”, dichiara l’ex ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni. Al centro della querelle un emendamento al disegno di legge sul lavoro, collegato alla Finanziaria, approvato questa mattina dalla commissione Lavoro della Camera, che prevede che l’apprendistato possa valere a tutti gli effetti come assolvimento dell’obbligo di istruzione. Se il provvedimento dovesse andare in porto, gli studenti meno volenterosi potrebbe uscire dalle aule scolastiche un anno prima dell?attuale obbligo scolastico, fissato a 16 anni.
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Ma l’Ue e tutti i più recenti studi sul capitale umano ci chiedono il contrario: aumentare la permanenza a scuola dei nostri adolescenti e ridurre la dispersione scolastica. “La maggioranza e il ministro Sacconi ? continua Fioroni ? hanno deciso di fare carta straccia dell’obbligo scolastico. E’ inaccettabile che, invece di intensificare gli sforzi per collegare la fase educativa alla formazione e mettere in grado i ragazzi italiani di poter competere ad armi pari con i loro colleghi nel resto del mondo, qui si decida di fare un salto all’indietro così macroscopico”.
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“E’ l’ultimo atto dello smantellamento di un vero obbligo scolastico”: così il segretario della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, commenta l’emendamento. “Siamo decisamente contrari. Prevedere questo – afferma il sindacalista – significa mettere in discussione l’essenza stessa dell’obbligo scolastico che va assolto nei percorsi di istruzione e formazione, e non attraverso l’apprendistato che nella maggior parte dei casi si traduce in un lavoro vero e proprio dove di apprendimento c’è ben poco”.

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Critiche sono state espresse anche dal segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini. “L’emendamento sull’apprendistato approvato dalla commissione Lavoro della Camera, in modo frettoloso e senza nessuna consultazione delle parti sociali, deve essere corretto prima dell’approvazione in Aula del ddl lavoro prevista per la prossima settimana”. “In particolare – aggiunge Santini – va attentamente valutato il rischio di un conflitto tra norme, stante la vigente legge 296/06 che fissa l’obbligo di istruzione a 16 anni, che porterebbe alla paralisi operativa”. La richiesta del sindacato è quella di “rilanciare l’apprendistato per aiutare concretamente l’occupazione dei giovani”, ma di farlo in collegamento con “percorsi di istruzione e formazione professionali nei quali, come previsto dalla legge, si assolva all’obbligo di istruzione”.
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20 gennaio 2010
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Nigeria, 464 morti negli scontri fra cristiani e musulmani

Islamist violence in Northern Nigeria

Da quattro giorni si fronteggiano i gruppi, uno dei quali contesta la costruzione di una moschea in un quartiere cristiano

Nigeria, 464 morti negli scontri
fra cristiani e musulmani

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Nigeria, 464 morti negli scontri  fra cristiani e  musulmani
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JOS (Nigeria) – Sale a 464 il bilancio dei morti in Nigeria in quattro giorni di scontri nella città di Jos, nel centro del Paese. Lo riferiscono fonti di una moschea locale e di gruppi per la difesa dei diritti umani. Gli scontri fra cristiani e musulmani, esplosi domenica quando dei giovani hanno iniziato a protestare contro la costruzione di una moschea in un quartiere cristiano di Jos, la capitale dello stato di Plateau in Nigeria a 750 chilometri a nord ovest di Lagos, hanno portato a 300 il bilancio delle vittime ed a 20.000 il numero dei cittadini sfollati per ragioni di sicurezza. Secondo Human Rights Watch sarebbero 65 i cristiani morti nei quattro giorni di scontri nella città nigeriana di Jos, nel centro del Paese. Non vi è al momento conferma del bilancio da parte di fonti della comunità cristiana.
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”La piu’ grande sfida che ci troviamo a fronteggiare è quella di fornire cibo, cure ed acqua agli sfollati che si trovano nei campi ed il cui numero si è gonfiato fino a 20.000”, ha detto Mark Lipdo, coordinatore della Stefanus Aid, un’agenzia di soccorso locale. Nella città, in cui a seguito degli scontri hanno perso la vita circa 300 persone, a causa del coprifuoco è difficile ottenere rifornimenti alimentari, medicinali ed acqua.
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”La situazione degli sfollati è peggiorata”, ha detto il capo della Croce Rossa Awwalu Mohammed, spiegando che, per via dell’eccesso di sfollati, ”In 5 campi di soccorso sono scoppiate le tubature”. Ieri, il vicepresidente del paese Jonathan Goodluck ha ordinato un aumento delle forze di sicurezza nella città ed un coprifuoco di 24 ore a tutta la popolazione.

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I soldati musulmani si schierano. L’esercito, stando ad alcune fonti, fatica a riportare la situazione sotto controllo e c’è il rischio che i soldati Hausa (etnia prevalente nel nord a maggioranza musulmana) possano schierarsi al fianco di una delle due comunità in lotta. Un sospetto, questo, confermato anche da alcune testimonianze raccolte dalla BBC, che parlano della presenza nelle strade di rivoltosi travestiti con uniformi militari. Intanto, altri aerei dell’aviazione militare sono atterrati, ieri sera e questa mattina, all’aeroporto di Jos con nuove truppe di rinforzo. Il vice presidente della Nigeria, Goodluck, (il capo dello Stato, Umaru Musa Yar’Adua, è dal novembre scorso ricoverato in Arabia Saudita per problemi di salute), ha affermato, in un comunicato pubblicato oggi dai principali quotidiani, che il “governo è assolutamente determinato a trovare una soluzione permanente e definitiva alla crisi nello stato di Plateau”.
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Gli italiani stanno bene. Stanno bene, invece, la decina di italiani che vivono nella zona di Jos: “non risulta al momento il coinvolgimento di nostri connazionali negli episodi di violenza”, ha detto all’Agi l’ambasciatore d’Italia ad Abuja, Roberto Colaminè. “Siamo in costante contatto con i nostri concittadini” – ha proseguito – “stanno rispettando il coprifuoco e le consegne del governo nigeriano e sono in contatto tra loro stessi”, mentre l’ambasciata è in collegamento con l’unità di crisi della Farnesina.
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L’analisi dell’arcivescovo di Jos. Sono da ricercarsi nei contrasti etnici, più che in quelli religiosi, le ragioni che hanno portato alle violenze di questi giorni in Nigeria. Ad affermarlo è Mons. Ignatius Ayau Kaigama, l’arcivescovo di Jos. “Le versione che sono state finora pubblicate sull’origine degli scontri in Nigeria non sono corrette. In particolare non è vero che sia stata attaccata e bruciata una chiesa”, ha detto Kaigama all’Agenzia cattolica Fides. “Un’altra versione riportata dalla stampa afferma che la scintilla che ha provocato gli scontri sarebbe stata l’assalto al cantiere di una casa in costruzione di un musulmano. Ma anche questo fatto va accertato” dice l’Arcivescovo di Jos. Secondo Mons. Kaigama “all’origine degli scontri odierni, come quelli del novembre 2008, vi sono i contrasti tra gli Hausa, di religione musulmana, e le popolazioni indigene, in gran parte cristiane, per il controllo politico della città”.
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Alle origini dei conflitti. La nigeria è il paese più popoloso dell’Africa, con oltre 150 milioni di abitanti. Dopo aver vissuto una serie di colpi di stato, dal 1999 ha un presidente eletto dal popolo. Ma i conflitti etnici e interreligiosi, che negli ultimi anni hanno provocato migliaia di morti, stanno minando la stabilità di questa repubblica federale, indipendente dal 1960.
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Legge islamica a nord. L’imposizione della legge islamica in alcuni stati ha causato divisioni tra la popolazione e costretto migliaia di cristiani ad abbandonare le proprie case. Così il paese si ritrova diviso, con il nord abitato dagli hausa-fulani in maggioranza di religione islamica, il sud-ovest popolato dagli yoruba e il sud est dagli igbo, entrambi di fede cristiana.
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Il “corto circuito” tra due comunità. Ma in alcune città del paese come Jos,  le due comunità vivono a stretto contatto e ogni minima provocazione può far esplodere le violenze. Come tre giorni fa con gli scontri fra cristiani e musulmani, provocati dalla decisione di costruire una moschea nel quartiere a maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom, che sono costati la vita a circa 300 persone.
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Gruppi ispirati ad Al-Qaeda. Nel luglio 2009, l’assalto di militanti islamici di Boko Haram – che si richiamano ai talebani dell’Afghanistan – contro una stazione di polizia a Bauchi, nel nord della Nigeria, hanno dato il via ad un’ondata di violenze con oltre 700 morti. Nel dicembre scorso, nuovi scontri tra le forze di sicurezza nigeriane e membri della setta islamica di Kala-Kato, nello stato di Bauchi hanno provocato 33 morti.
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Delta del niger. Discorso a parte per la regione del delta del Niger, ricco di petrolio, dove opera il Mend, Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger, con azioni di sabotaggio contro gli impianti delle compagnie petrolifere occidentali. Il Mend chiede che i profitti generati dall’oro nero estratto in Nigeria siano ridistribuiti tra la popolazione. Nel 2006 il Mend rivendicò il rapimento di tre tecnici italiani dell’Agip, successivamente liberati nel 2007.
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20 gennaio 2010
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ATROCITA’, DA UNA PARTE E DALL’ALTRA

Jos Nigeria, burnet Christian churches [sharia law of islam in Nigeria Africa] – July 27 ,2009

Group of Cristian in Army uniform killing Muslims in the name of Jesus, in Jos Plateau Nigeria – December 30, 2009

Diretta – Politica / Processo breve, sì del Senato Bagarre in Aula, seduta sospesa

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Diretta – Politica
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Processo breve, sì del Senato
Bagarre in Aula, seduta sospesa

Via libera di Palazzo Madama, in prima lettura, al disegno di legge sul processo breve, che passa ora all’esame della Camera. L’Aula ha approvato il provvedimento con 163 voti favorevoli, 130 contrari e 2 astenuti. Protesta dell’Idv, scontro con alcuni deputati del Pdl: sono intervenuti i commessi, poi seduta sospesa dal presidente Schifani. All’esterno sit-in di protesta del ‘popolo viola’. Alle 16 la relazione del guardasigilli Angelino Alfano sull’amministrazione della giustizia a cui seguirà il dibattito.

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“Ci sono dei togati che sembravano chiromanti e astrologi e che hanno dato numeri falsi per avvelenare un dibattito che noi portiamo avanti con coerenza e rigore”. Lo afferma il presidente del gruppo del Pdl Maurizio Gasparri, nell’Aula del Senato, nel corso della dichiarazione di voto sul disegno di legge sul processo breve.

Una sola incrinatura nel muro contro muro fra maggioranza e opposizione del Senato sul processo breve: Enrico Musso, docente universitario di Economia applicata, ha preso la parola per dichiarazione di voto in dissenso dal suo gruppo: pur ribadendo la sua fedeltà politica e anche personale a Silvio Berlusconi, “al quale devo la mia candidatura – ha detto – e vista la legge elettorale anche la mia presenza qui”, ha accusato la maggioranza di aver commesso “un errore grave, quello di non ammettere pubblicamente che c’erano due obiettivi, quello della ragionevole durata dei processi e quello che è diventato una sorta di agenda nascosta, la tutela del presidente del Consiglio”. Musso si è astenuto

Una ‘violazione’ improvvisata per protestare contro il processo breve. Questa l’iniziativa che una ventina di giovani aderenti al Popolo Viola capitolino (tra gli organizzatori del No B-Day) stanno portando avanti davanti al Senato. I manifestanti espongono cartelli le scritte: ‘L’impunità diventa maggiorennè, ‘Processo breve: 18 leggi ad personam’, ‘Processo breve per un Governo breve: Berlusconi dimettiti’.

Appena cominciata la protesta dell’Idv sono intervenuti i commessi per sedare gli animi, ma non abbastanza celermente per evitare che il senatore Pdl, Domenico Gramazio lanciasse alla volta dei senatori Idv il fascicolo degli emendamenti, ‘centrando’ (senza conseguenze) il senatore Idv, Alfonso Mascitelli.

I senatori del Pdl che prima avevano scherzato con l’opposizione sollecitandoli a chiedere il voto segreto, si alzano dai loro posti per un lungo applauso. I senatori dell’Idv espongono altri cartelli con su scritto anche ‘Muore il processo Antonveneta’. Ma anche in questo caso i commessi intervengono per togliere le scritte. La seduta è stata sospesa dal presidente del Senato, Renato Schifani.

L’opposizione al Senato con il vicepresidente del Pd Luigi Zanda chiede “diritto di parola” e non “concessioni garbate” nel corso dell’esame dei provvedimenti lamentando il fatto che c’è una “maggioranza fortissima” che impone tempi brevi e rende difficile il ruolo della minoranza.

“La vostra priorità è innanzi tutto l’interesse privato, non avete avuto timori a devastare l’ordinamento, non avete senso di vergogna”. Anna Finocchiaro, nelle dichiarazioni di voto al Senato sul Ddl sul processo breve, non ha risparmiato critiche alla maggioranza.

L’Aula di Palazzo Madama ha approvato il provvedimento con 163 voti favorevoli, 130 contrari e 2 astenuti.

Il Senato approva il ddl sul processo breve. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera.

“Ma è davvero breve questo processo? Nel ddl la parola breve non c’è. La legge che noi proponiamo non cancellerà i processi. Riguarderà solo l’1% dei processi”. Lo afferma in aula al Senato il capogruppo dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, nella dichiarazione finale sul processo breve. Gasparri aggiunge: “Per i reati di mafia e terrorismo arriviamo ad oltre 15 anni di durata. E’ questo un processo breve?”.

“Con il processo breve decretate la fine di migliaia di processi penali e quindi ci sarà una denegata giustizia per migliaia di cittadini”. Lo afferma la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, nella dichiarazione finale in aula al Senato per il ddl sul processo breve. Finocchiaro aggiunge: “Fissate in due ore la durata di una tratta ferroviaria, ben sapendo che la vecchia locomotiva potrà farcela solo in tre ore”.

“Fino a pochi mesi fa eravate d’accordo con questa riforma. Quando vi siete accorti che questa riforma avrebbe riguardato anche il presidente Berlusconi, avete cambiato idea e vi siete contraddetti. Siete voi che vi dovreste vergognare”. Lo afferma in aula al Senato il capogruppo della Lega, Federico Bricolo, nelle dichiarazioni finali per il ddl sul processo breve.

Grazie a un fortissimo tam tam sulla rete è stato organizzato un presidio lampo davanti al Senato della Repubblica per protestare contro il processo breve.

“Si vuole salvare Berlusconi dai suoi processi. Approvate così una norma che non esiste in nessuna parte del mondo. L’Italia, culla del diritto, rinnega il diritto”. Lo afferma Luigi Li Gotti dell’Idv, nelle dichiarazioni finali in aula al Senato sul processo breve. Li Gotti aggiunge: “Non sapete cosa significhi l’interesse collettivo. Il Parlamento è smarrito ed asservito”.

Il disegno di legge sul processo breve “seve a poco o a nulla. Approfitta per fare un’amnista e ha il fiato corto” perchè contiene norme “incostituzionali”: lo afferma, nell’Aula del Senato, il senatore dell’Udc Gianpiero D’Alia nel corso della dichiarazione di voto sul disegno di legge sul processo breve annunciando il no del gruppo al testo.

“Continueremo a pretendere che si parli in Parlamento delle questioni che interessano le famiglie, i cittadini e il Paese, a partire dalla crisi. In altri parlamenti europei in questi giorni si sta discutendo misure fiscali in favore del lavoro, delle famiglie, delle imprese. Qui discutiamo di processo breve”. E’ il commento raccolto dai microfoni di CNRmedia del deputato PD Lanfranco Tenaglia. “E’ una norma sbagliata e pericolosa dannosa per la giustizia. Invece di dare ai cittadini processi rapidi, darà processi al macero”.

“La protesta dei senatori Idv che hanno trascorso la notte nell’Aula di Palazzo Madama è azione di resistenza istituzionale nei confronti di una legge di eversione istituzionale ipocritamente denominata ‘processo breve’. Quando questa legge-vergogna sarà approvata un colpo mortale verrà inferto alla cultura della legalità e ad uno stato di diritto che la attuale maggioranza sta trasformando in stato di impunità per i criminali”. Lo ha detto Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell’Italia dei Valori.

Nuova iniziativa del ‘popolo viola’ dopo il ‘No Berlusconi day’ e il ‘No Craxi Day’ oggi a Roma, per protestare contro la nuova legge sul processo breve che il Senato si accinge a votare. Sono infatti partite convocazioni on line e via sms per un sit-in fra Piazza Navona e Palazzo Madama, dalle 12 alle 14, in concomitanza con il voto del Senato.

Con 138 sì, 111 no e 3 astensioni il Senato ha in particolare approvato l’emendamento del relatore di maggioranza Giuseppe Valentino, Pdl, che stabilisce la durata massima dei processi penali. L’emendamento allunga i tempi rispetto al testo approvato inizialmente dalla Commissione giustizia: i procedimenti per i reati con pene inferiori ai dieci anni si estinguono dopo tre anni dall’inizio dell’azione penale, dopo due anni nel secondo grado e dopo un anno e mezzo in Cassazione.

L’Aula ieri ha anche votato la norma transitoria che prevede l’applicabilità della normativa ai processi in corso per reati indultati o indultabili (commessi fino al 2 maggio 2006) e puniti con una pena inferiore a dieci anni di reclusione. Il giudice potrà considerare estinto il processo se saranno decorsi due anni da quando il pm avrà avviato l’azione penale senza che si sia concluso il primo grado di giudizio.

Oggi dalle 12 ci saranno le dichiarazioni di voto e il pronunciamento dell’Aula del Senato sulla riforma del processo breve. Alle 16 e’ invece prevista la relazione del guardasigilli Angelino Alfano sull’amministrazione della giustizia a cui seguirà il dibattito.

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fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/01/20/dirette/processo_breve_oggi_il_voto_in_senato-2014266/?rss

Haiti, nuova forte scossa di terremoto. Estratte vive dalle macerie tre persone

Non per essere maligni, ma non vorremmo che inviandogli Bertolaso aggiungessimo disgrazia a disgrazia..

mauro

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https://i2.wp.com/www.thewe.cc/thewe_/images_5/_/haiti/portester-taken-away-by%20police-protecting-haiti-elite.jpe

https://i2.wp.com/www.haitiaction.net/News/HIP/5_18_5/wpg/images/24.jpgUna vittima della polizia Haitiana

Bertolaso in partenza per Port-au-Prince: «l’italia avrà ruolo utile per la popolazione»

Haiti, nuova forte scossa di terremoto
Estratte vive dalle macerie tre persone

Sono due bambini e una ragazza di 26 anni. Caos aiuti, l’ambasciatore haitiano chiede di interrompere i lanci

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PORT-AU-PRINCE – Ad Haiti torna la paura: mercoledì una nuova forte scossa di terremoto è stata avvertita a Port-au-Prince alle 6,03 (le 12,03 in Italia). Di magnitudo 6,1 Richter, ha avuto l’epicentro a circa 22 km di profondità vicino a Petit Goave, una delle aree già devastate dal sisma del 12 gennaio, a 60 chilometri dalla capitale. Non ci sono notizie di vittime, ma tra la popolazione, soprattutto nel centro città, si è diffuso il panico e tante persone sono corse in strada gridando. Testimoni riferiscono che ci sono stati diversi crolli di palazzi già danneggiati.

CINQUE SOPRAVVISSUTI – Intanto si continua a scavare e, a sette giorni dal terremoto, le macerie regalano quelli che ormai si possono definire dei miracoli. Cinque le persone estratte vive nelle ultime 24 ore: ultimi in ordine di tempo due bambini e una ragazza di 26 anni. Tra i salvati anche una bambina di soli 23 giorni, trovata in una cavità tra le rovine di una casa a Jacmel. In precedenza un uomo era stato tirato fuori da sotto il Caribbean Market e una donna anziana dalle macerie della cattedrale di Port-au-Prince. Secondo l’Onu sono 121 le persone finora salvate dalle squadre internazionali di soccorso.

SENZA CIBO NÉ ACQUA – I due bambini, un maschio e una femmina di 8 e 10 anni, erano intrappolati sotto una palazzina di due piani. Li ha salvati un team dei vigili del fuoco e della polizia di New York, portandoli poi all’ospedale da campo israeliano nella tarda serata di martedì (l’alba di mercoledì in Italia). La ragazza, haitiana, era invece sepolta tra le rovine di un supermercato nel centro della capitale, l’Olympic Market. Tra i suoi salvatori uno è di origine italiane, Cristiano Mascaro. «Ho parlato con lei per tutto il tempo – racconta -, mi ha detto che non aveva toccato cibo né acqua per sette giorni. Mi ha colpito per la tranquillità con cui parlava». Mascaro, nato in Francia da genitori italiani, è ad Haiti con l’organizzazione francese Soccorritori senza frontiere.

VIVA – Dalle macerie della cattedrale è stata portata in salvo un’anziana e i soccorritori cercano ancora, sperando di trovare altre due persone. «Grazie Dio, Grazie Dio» ha mormorato Anna Zizi, questo il nome della donna secondo la Cnn, cosciente e con qualche forza in corpo. La tv di Atlanta ha intervistato un uomo, Maxime Janvier, residente negli Usa, che ha detto di essere suo figlio: «Era andata in chiesa quando c’è stato il terremoto – ha spiegato -. Abbiamo pregato tutti per sette giorni per vederla ancora viva». La donna, salvata da una squadra messicana, è stata portata d’urgenza in ospedale. Non si conoscono le sue condizioni, ma il suo ritrovamento (definito il “miracolo della cattedrale”) – come quelli successivi dei due bambini e della ragazza – conferma quanto auspicato dall’Onu secondo cui c’è ancora speranza e sotto i palazzi in frantumi ci sono dei superstiti. Di diverso avviso il Pentagono: ha fatto sapere che le ricerche di persone vive presto saranno concluse. «Passeremo presto dalla fase di ricerca dei superstiti a quella del recupero dei morti» ha detto il generale Daniel Allyn.

INTERROTTE RICERCHE – E in effetti le ricerche sono state già interrotte al Caribbean Market, quello dove stava lavorando l’italiano Antonio Sperduto al momento del sisma. «Bisogna accettare il fatto che le potenzialità di sopravvivenza sono molto basse – ha detto il capitano Joe Zahralban del South Florida Urban Search and Rescue team, una delle squadre impegnate al supermercato -. Si arriva a un punto in cui proseguire significa mettere solo a rischio la vita dei soccorritori. Non crediamo ci siano altri sopravvissuti». Nel supermercato, uno tra i più grandi della capitale, al momento del sisma c’erano tra le 70 e le 100 persone, compreso appunto Sperduto.

ITALIANI, DUE DA CONTATTARE – Gli italiani che mancano all’appello, spiega la Farnesina, sono due ma entrambe le segnalazioni «risultano così indeterminate da far ritenere che riguardino individui non effettivamente presenti ad Haiti». Dunque i morti accertati sono al momento due (il funzionario Onu Guido Galli e Gigliola Martino), a cui però vanno aggiunte altre due persone «per le quali esistono più che fondate ragioni di serissima preoccupazione»: Antonio Sperduto e la funzionaria dell’Onu Cecilia Corneo. Il ministero degli Esteri assicura che l’attività di ricerca e di assistenza dei nostri connazionali prosegue grazie alla “squadra Italia”, formata da uomini dell’Unità di crisi della Farnesina, del Consolato onorario ad Haiti, dell’ambasciata a Santo Domingo, della Protezione civile e di altre amministrazioni che hanno inviato personale di soccorso. La squadra opera anche per favorire i rimpatri verso le destinazioni richieste dai nostri connazionali. La Farnesina non esclude che nei prossimi giorni possano arrivare ulteriori segnalazioni o che si possano verificare ritrovamenti di persone non segnalate.

LA DENUNCIA DI MSF – Drammatica la situazione dei feriti: negli ospedali allestiti a Port-au-Price si lavora senza sosta. E da Medici senza frontiere arriva una denuncia: a un cargo dell’organizzazione, con a bordo kit salvavita, è stato negato per tre volte l’atterraggio nell’aeroporto della capitale. I feriti – denuncia Msf – «hanno un disperato bisogno di cure mediche d’emergenza, stanno morendo a causa dei ritardi nell’arrivo delle forniture sanitarie». Sul cargo, che tenta di atterrare da domenica notte, ci sono 12 tonnellate di equipaggiamenti medici, tra cui farmaci, kit chirurgici e due apparecchi per la dialisi: la seconda tranche del precedente cargo di 40 tonnellate cui era stato impedito di atterrare domenica mattina. Dal 14 gennaio cinque voli umanitari di Msf sono stati dirottati dall’aeroporto di Port-au-Prince verso la Repubblica Dominicana. «Cinque nostri pazienti sono morti nell’ospedale che abbiamo allestito a Martissant per la mancanza del materiale medico-chirurgo che era contenuto nel cargo a cui stato impedito di atterrare» denuncia Loris de Filippi, coordinatore di Msf per l’emergenza a Haiti. Più di 500 persone con urgente bisogno di interventi chirurgici sono state trasferite all’ospedale di Choscal. La coordinatrice della struttura Rosa Crestani spiega: «Non abbiamo più morfina per alleviare il dolore dei pazienti».

UCCISA RAGAZZINA – Nella disperazione generale si registra un’ennesima tragedia: una ragazzina di 15 anni, Fabienne Cherisma, è rimasta uccisa da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia intervenuta per disperdere un gruppo di persone che stavano saccheggiando delle proprietà abbandonate. La giovane si trovava nella zona per caso e sarebbe stata colpita accidentalmente. Il padre ha detto che gli agenti hanno fatto fuoco intenzionalmente, ma secondo testimoni la polizia avrebbe sparato colpi di avvertimento in aria e il proiettile avrebbe raggiunto Fabienne dopo essere stato deviato da un ostacolo.

«STOP AIUTI DAL CIELO» – Sul fronte degli aiuti la situazione resta di caos totale, dopo che gli Usa hanno iniziato la lanciare pacchi dagli aerei. Tanto che l’ambasciatore di Haiti negli Stati Uniti, Raymond Joseph, ha chiesto di porre fine alle consegne dal cielo: «Non ci piacciono – ha spiegato nel corso di una veglia per le vittime del terremoto -. Quando si consegnano gli aiuti in quel modo solo i più forti vi hanno accesso. Dovrebbero esserci delle zone di transito dove gli elicotteri si possano posare». Il presidente haitiano Renè Preval, parlando all’emittente francese Radio France International, ha riconosciuto che i soccorsi internazionali sono stati tempestivi ma che resta un grave problema di coordinamento. Preval si è comunque detto riconoscente per la rapidità con cui sono giunti gli aiuti aggiungendo di non avere alcun problema ideologico nel riceverli dai differenti Paesi, in particolare dagli Usa.

BERTOLASO AD HAITI – Da Roma è partito, per decisione del premier Berlusconi, Guido Bertolaso. Il capo della Protezione civile ha spiegato che l’Italia non vuole assumere un ruolo di leadership ma intende portare ad Haiti il suo contributo, forte dell’esperienza in Abruzzo. Il coordinamento degli aiuti, spiega, spetta alle Nazioni Unite e ai Paesi più vicini, anche geograficamente, ad Haiti, mentre l’Italia «si ritaglierà un settore di intervento tra i più efficaci e più utili», con l’organizzazione di tendopoli, che possano servire da punto di raccolta e di accoglienza per il mezzo milione di sfollati, che lì potranno trovare cibo e acqua. Inoltre, ha aggiunto, «quando arriverà la portaerei Cavour (partita da La Spezia martedì alle 21, ndr) il Genio potrà dare una mano nella rimozione delle macerie e nella riapertura delle strade».

900 RISERVISTI – Dal canto suo, Washington ha mobilitato 900 riservisti della guardia costiera. Potranno restare in servizio per sei mesi e saranno inviati ad Haiti «per contribuire agli sforzi umanitari», ha spiegato il ministro per la sicurezza nazionale Janet Napolitano. La Casa Bianca aveva autorizzato domenica il richiamo di reparti riservisti della guardia costiera e dei reparti medici per aiutare le forze armate a tener testa alla emergenza umanitaria. Ad Haiti sono già presenti oltre 500 membri della guardia costiera, tra i primi a raggiungere il Paese dopo il terremoto.

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Redazione online
20 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_20/haiti-terremoto-sopravvissuti-macerie-aiuti_8d2c54aa-058e-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml

Tav, ancora proteste in Val di Susa. Tensione e carica di allegerimento

Blindati e trivella a Susa. Dopo la statale 24, i No Tav bloccano anche l’autostrada A32!

Se si illudevano che la Valle potesse essere gestita, governata, alle loro condizioni si sbagliavano! Nel buio della nottata sono sopraggiunti i blindati delle forze dell’ordine, presenti in forze per scortare la trivella per Susa. Ma ciò non gli ha comunque evitato di far i conti con il movimento No Tav, che nel cuore della nottata è stato da subito in grado di dare una prima replica alla provocazione, con l’attivazione di centinaia di persone al presidio No Tav all’autoporto di Susa, muovendosi in corteo lungo la statale 24 verso il luogo della trivellazione, dove hanno trovato centinaia di carabinieri in assetto anti-sommossa. Ciò ha costituito solamente la prima risposta a quanto avvenuto in Valle: dopo un’assemblea al presidio il movimento No Tav ha deciso di rimettersi in marcia, andando a bloccare l’autostrada Torino-Bardonecchia per oltre 2 ore! Una reazione necessaria dei No Tav, il “partito del cemento e del tondino” comunque con la gente della Valle dovrà fare i conti! Non basta una trivella per fare un’opera!

Riunione No Tav al presidio di Susa alle ore 17
Ora e sempre No Tav

Da infoaut.org

No-Tav Val di Susa, in azione la trivella

Tav, ancora proteste in Val di Susa
Tensione e carica di allegerimento

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TORINO – Tensione e carica di allegerimento delle forze dell’ordine a Condove in valle di Susa dove questa mattina sono proseguiti i sondaggi per l’alta velocità ferroviaria. Un gruppo di No-Tav è venuto in contatto con polizia e carabinieri che stavano presidiando il cantiere con le trivelle per i carotaggi in azione nel comune di Chiusa San Michele. I dimostranti hanno tentato di attaccare dei manifesti No-Tav sugli scudi in plastica degli agenti provocando la loro reazione. La carica è durata pochi minuti e ha causato il lieve ferimento di uno dei dimostranti. Contusi anche due poliziotti. In tarda mattinata i manifestanti, all’altezza di Sant’Antonino di Susa, hanno occupato i binari bloccando il transito del Tgv, il treno ad alta velocità francese che collega Milano con Parigi passando da Torino e Lione.
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20 gennaio 2010
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In Italia 2 mila spose bambine ogni anno. E molte sono costrette a rimpatriare / Quei padri-padrone che l’Occidente non può tollerare

https://i2.wp.com/www.affaritaliani.it/static/upl/spo/spose81.jpg

Il dossier – Le stime del Centro di documentazione sull’infanzia

In Italia 2 mila spose bambine ogni anno
E molte sono costrette a rimpatriare

Nozze imposte soprattutto tra indiani e pachistani. «Salvata» una giovane a Novara

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MILANO — «Viviamo con il cervello a metà. Una parte nel Paese della nostra famiglia. Una parte con i nostri amici. Che ci dicono di restare qui, di inserirci in questa società». La vita spezzata delle adolescenti straniere inizia a tredici, quattordici anni. È a quell’età che (secondo i sociologi che hanno intervistato queste ragazze) si vedono i primi segni di conflitto. Fino all’anno prima potevano portare i loro compagni in casa. Poi, diventa proibito. Oppure: non vanno in gita con la classe. E iniziano le liti sui vestiti, il trucco, le magliette troppo corte. Situazioni comuni, a Milano, Roma, Brescia. Le ragazze con il «cervello a metà» crescono su due binari, senza sapere quale seguire. Dicono: «Per noi è impossibile progettare il futuro». Si trovano in mezzo a due forze. E non sanno come metterle in equilibrio. «Poi ogni tanto qualcuna sparisce dalle scuole superiori — racconta Mara Tognetti, docente di Politiche dell’immigrazione all’università di Milano Bicocca— oppure non rientra dalle vacanze. Le famiglie le hanno riportate nel loro Paese, per farle sposare». In un solo anno, nella città inglese di Bradford, sono «scomparse» 200 ragazzine tra i 13 e i 16 anni, figlie di immigrati. In Italia non esistono statistiche dettagliate. L’unica stima è del Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, Secondo cui le «spose bambine» nel nostro Paese sarebbero 2 mila all’anno.

MATRIMONI SOMMERSI – In Italia i minorenni non possono sposarsi. Esiste però una deroga. Per «gravi motivi», dai 16 anni in poi il tribunale per i minori può autorizzare le nozze. Il Centro di documentazione per l’infanzia registra da anni questi casi: nel 1994 erano 1.173, poi sono via via diminuiti, fino ai 209 del 2006 e i 156 del 2007 (ultimo dato disponibile). La Campania è la regione in cui ne avvengono di più, 77. Per la maggior parte si tratta di matrimoni tra stranieri, con in testa le comunità di immigrati da Pakistan, India e Marocco.
Questi numeri descrivono però solo l’aspetto legale, che secondo gli esperti è minimo rispetto a tutti i legami imposti all’interno delle famiglie, a volte suggellati con un rito in qualche moschea, più spesso con unioni celebrate nei Paesi d’origine. «Le seconde generazioni delle ragazze sono e saranno una vera emergenza— spiega Mara Tognetti —. Se non si interviene con politiche più incisive, i contrasti tra l’idea di famiglia imposta dai genitori e il modello delle adolescenti diventerà inconciliabile».

CONFLITTI LATENTIAltri dati definiscono questa situazione di rischio potenziale. Le ragazze immigrate di seconda generazione nel nostro Paese sono circa 175 mila. «Il matrimonio combinato — racconta la ricercatrice — riguarda però solo alcune comunità, quella indiana e quella pakistana più delle altre, in misura minore la marocchina e l’egiziana». Le nozze imposte sono il male estremo. Il pericolo dei prossimi dieci anni rischia di essere la «conflittualità latente», incarnata da ragazze che studiano e si integrano, ma che vivono in famiglie attaccate alle tradizioni. «Molti genitori non hanno un grado di istruzione elevato— racconta Fihan Elbataa, della sezione bresciana dei Giovani musulmani d’Italia — e quindi di fronte a situazioni in cui vedono un pericolo non sanno come reagire. Si chiudono, diventano severi e impongono le regole con l’aggressività. Noi cerchiamo di spingerli al dialogo, a lasciare spazi di libertà».
A Brescia alcuni ragazzi sono scappati, o si sono allontanati da casa per qualche tempo, proprio per sfuggire alle «leggi» dei genitori: «Sono convinta che le famiglie cerchino il bene dei propri figli— conclude Fihan Elbataa—. Le intenzioni sono buone, ma purtroppo rispetto alla loro educazione si trovano in un contesto nuovo, e quindi devono cambiare i loro metodi».

RICERCA DI AUTONOMIA Venerdì scorso, su segnalazione dell’associazione Donne marocchine in Italia, è stata salvata una ragazza a Novara. Diciassette anni, una figlia di 4 mesi, moglie maltrattata di un «matrimonio combinato». Ora si trova in una comunità di Roma. A denunciare la situazione è stata una vicina di casa. Lei non era riuscita, non sapeva neppure a chi rivolgersi. La ribellione è complicata. E allora, per trovare un equilibrio, le promesse mogli adolescenti cercano uno «spazio di negoziato». È un rimedio estremo, scoperto dalla ricerca che la sociologa Tognetti pubblicherà il prossimo mese. Contiene interviste a ragazze che hanno cercato di trattare sulla loro condanna. Queste sono le loro voci.
Una giovane marocchina che vive aMilano: «Ho accettato la richiesta di mio padre, sposerò un uomo del mio Paese. Ma ho chiesto di poter scegliere tra più di un possibile marito, di vederne almeno tre o quattro». Ragazze che non possono, o non vogliono, scardinare il sistema di regole della famiglia. Ma cercano di ricavare spazi minimali si sopravvivenza. Altro racconto, di un’adolescente egiziana, anche lei studentessa «milanese» : «Hanno scelto l’uomo per me, non mi oppongo. Ma ho chiesto due cose. Prima del matrimonio volevo vederlo. E poi ho ottenuto una garanzia, una specie di “contratto” non scritto: dopo il matrimonio potrò continuare la scuola e poi andare all’università, per laurearmi».

Gianni Santucci
20 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_20/in-italia-2000-bambine-scomaprse-gianni-santucci_e822cdb8-0592-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml

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https://i0.wp.com/www.instablogsimages.com/images/2007/12/17/muslim-wedding_64.jpgMuslim Wedding

Il commento – Un modello culturale arcaico e la difesa dell’indipendenza delle nuove generazioni

Quei padri-padrone che l’Occidente non può tollerare

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Due buone notizie: non solo Almas, la diciassettenne pachistana rapita dal padre perché troppo attirata dalla vita occidentale, è salva, ma sfuggirà a un matrimonio combinato con qualche sconosciuto della sua stessa etnia, contro la sua volontà. Proprio questo meditava il padre per toglierle dalla testa tutte le fisime di un mondo che a lui fa paura, lo si è scoperto quando Almas è stata ritrovata dai carabinieri sulla via tra Fano e Marotta, nelle Marche dove la famiglia islamica abitava da 10 anni. Ma dietro il sollievo per la sorte di Almas (per fortuna migliore di quella capitata a Hina, morta per la violenza di un altro padre-padrone) riaffiora nelle nostre cronache un fantasma che si pensava superato per sempre, il matrimonio imposto dai genitori, echi di un’Italia lontana, anche se non troppo. Un modello culturale arcaico, risbattuto in faccia all’Occidente dalle nuove etnie pachistane, indiane, egiziane, marocchine che ripopolano i nostri Paesi; e l’Europa ormai laica e illuminista è costretta, per quanto di malavoglia, a confrontarsi di nuovo. Non facile avere dati su un fenomeno ultrasommerso, che in genere si consuma nel chiuso delle nuove famiglie che uccidono, ma secondo il Centro internazionale di ricerca sulle donne (Icrw) oltre 51 milioni di minorenni erano state costrette a sposarsi nel mondo contro la loro volontà nel 2003, cifra che è destinata a salire a 100 milioni nel giro di dieci anni. Vittime anche da esportazione ormai, visto che in Gran Bretagna sono più di 17 mila le donne che subiscono violenze per una questione d’onore (dati dell’Association of Chief Police Officiers).

Padri, e persino madri che non reggono l’impatto con i codici di un’altra civiltà, che sentono forte il disagio verso quelle figlie che sognano l’indipendenza, e che non riescono a sopportare il giudizio della comunità, per i quali il rispetto del codice tradizionale e la paura per quel che pensa il vicino valgono molto di più della felicità, se non della vita, delle figlie. E così preferiscono buttarle giovanissime nelle braccia di un nuovo padrone, il marito, per piegarle, scaricarsi della responsabilità e liberarsi dalla fatica del confronto e del dialogo.

Il giudizio dell’ambiente condiziona, si sa, e anche a noi ha contato parecchio fino all’altro ieri: ne La prima cosa bella, film non consolatorio di Paolo Virzì, si racconta tra l’altro di come nell’Italia degli anni Settanta un marito innamorato della moglie, forse troppo bella e libera per lui, sacrifichi per paura la sua piccola felicità familiare sull’altare delle convenzioni e dei pregiudizi di una città di provincia.

Che fare oggi di fronte al ritorno di questi fantasmi, re-importati da culture chiuse e antagoniste? Dove porre il confine del dialogo e del bisogno di integrazione fra mondi diversi? Arretrare non si può, neppure in nome di quella tolleranza sulla quale si fonda la storia della civiltà occidentale e che viene messa in crisi proprio in nome del suo principio cardine: tollerare (Popper docet). Meglio quindi che le nostre comunità, i nostri Stati pretendano, senza nessun astio ma con fermezza, che gli individui che vivono e lavorano sul loro suolo rispettino le leggi e i diritti dei cittadini, a cominciare da quelli dei loro figli. E difendere il diritto all’indipendenza delle nuove generazioni straniere, magari con il sostegno della scuola. In fin dei conti, anche la giovane Almas «troppo occidentalizzata» solo questo chiedeva, ed era felice più a scuola che a casa sua.

Maria Luisa Agnese
20 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_20/I-padri-padrone-che-l-Occidente-non-puo-tollerare-maria-agnese_07371b32-0593-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml?fr=correlati