Archivio | gennaio 20, 2010

Haiti, nuova forte scossa di terremoto. Estratte vive dalle macerie tre persone

Non per essere maligni, ma non vorremmo che inviandogli Bertolaso aggiungessimo disgrazia a disgrazia..

mauro

____________________________________________________________

https://i2.wp.com/www.thewe.cc/thewe_/images_5/_/haiti/portester-taken-away-by%20police-protecting-haiti-elite.jpe

https://i2.wp.com/www.haitiaction.net/News/HIP/5_18_5/wpg/images/24.jpgUna vittima della polizia Haitiana

Bertolaso in partenza per Port-au-Prince: «l’italia avrà ruolo utile per la popolazione»

Haiti, nuova forte scossa di terremoto
Estratte vive dalle macerie tre persone

Sono due bambini e una ragazza di 26 anni. Caos aiuti, l’ambasciatore haitiano chiede di interrompere i lanci

.

PORT-AU-PRINCE – Ad Haiti torna la paura: mercoledì una nuova forte scossa di terremoto è stata avvertita a Port-au-Prince alle 6,03 (le 12,03 in Italia). Di magnitudo 6,1 Richter, ha avuto l’epicentro a circa 22 km di profondità vicino a Petit Goave, una delle aree già devastate dal sisma del 12 gennaio, a 60 chilometri dalla capitale. Non ci sono notizie di vittime, ma tra la popolazione, soprattutto nel centro città, si è diffuso il panico e tante persone sono corse in strada gridando. Testimoni riferiscono che ci sono stati diversi crolli di palazzi già danneggiati.

CINQUE SOPRAVVISSUTI – Intanto si continua a scavare e, a sette giorni dal terremoto, le macerie regalano quelli che ormai si possono definire dei miracoli. Cinque le persone estratte vive nelle ultime 24 ore: ultimi in ordine di tempo due bambini e una ragazza di 26 anni. Tra i salvati anche una bambina di soli 23 giorni, trovata in una cavità tra le rovine di una casa a Jacmel. In precedenza un uomo era stato tirato fuori da sotto il Caribbean Market e una donna anziana dalle macerie della cattedrale di Port-au-Prince. Secondo l’Onu sono 121 le persone finora salvate dalle squadre internazionali di soccorso.

SENZA CIBO NÉ ACQUA – I due bambini, un maschio e una femmina di 8 e 10 anni, erano intrappolati sotto una palazzina di due piani. Li ha salvati un team dei vigili del fuoco e della polizia di New York, portandoli poi all’ospedale da campo israeliano nella tarda serata di martedì (l’alba di mercoledì in Italia). La ragazza, haitiana, era invece sepolta tra le rovine di un supermercato nel centro della capitale, l’Olympic Market. Tra i suoi salvatori uno è di origine italiane, Cristiano Mascaro. «Ho parlato con lei per tutto il tempo – racconta -, mi ha detto che non aveva toccato cibo né acqua per sette giorni. Mi ha colpito per la tranquillità con cui parlava». Mascaro, nato in Francia da genitori italiani, è ad Haiti con l’organizzazione francese Soccorritori senza frontiere.

VIVA – Dalle macerie della cattedrale è stata portata in salvo un’anziana e i soccorritori cercano ancora, sperando di trovare altre due persone. «Grazie Dio, Grazie Dio» ha mormorato Anna Zizi, questo il nome della donna secondo la Cnn, cosciente e con qualche forza in corpo. La tv di Atlanta ha intervistato un uomo, Maxime Janvier, residente negli Usa, che ha detto di essere suo figlio: «Era andata in chiesa quando c’è stato il terremoto – ha spiegato -. Abbiamo pregato tutti per sette giorni per vederla ancora viva». La donna, salvata da una squadra messicana, è stata portata d’urgenza in ospedale. Non si conoscono le sue condizioni, ma il suo ritrovamento (definito il “miracolo della cattedrale”) – come quelli successivi dei due bambini e della ragazza – conferma quanto auspicato dall’Onu secondo cui c’è ancora speranza e sotto i palazzi in frantumi ci sono dei superstiti. Di diverso avviso il Pentagono: ha fatto sapere che le ricerche di persone vive presto saranno concluse. «Passeremo presto dalla fase di ricerca dei superstiti a quella del recupero dei morti» ha detto il generale Daniel Allyn.

INTERROTTE RICERCHE – E in effetti le ricerche sono state già interrotte al Caribbean Market, quello dove stava lavorando l’italiano Antonio Sperduto al momento del sisma. «Bisogna accettare il fatto che le potenzialità di sopravvivenza sono molto basse – ha detto il capitano Joe Zahralban del South Florida Urban Search and Rescue team, una delle squadre impegnate al supermercato -. Si arriva a un punto in cui proseguire significa mettere solo a rischio la vita dei soccorritori. Non crediamo ci siano altri sopravvissuti». Nel supermercato, uno tra i più grandi della capitale, al momento del sisma c’erano tra le 70 e le 100 persone, compreso appunto Sperduto.

ITALIANI, DUE DA CONTATTARE – Gli italiani che mancano all’appello, spiega la Farnesina, sono due ma entrambe le segnalazioni «risultano così indeterminate da far ritenere che riguardino individui non effettivamente presenti ad Haiti». Dunque i morti accertati sono al momento due (il funzionario Onu Guido Galli e Gigliola Martino), a cui però vanno aggiunte altre due persone «per le quali esistono più che fondate ragioni di serissima preoccupazione»: Antonio Sperduto e la funzionaria dell’Onu Cecilia Corneo. Il ministero degli Esteri assicura che l’attività di ricerca e di assistenza dei nostri connazionali prosegue grazie alla “squadra Italia”, formata da uomini dell’Unità di crisi della Farnesina, del Consolato onorario ad Haiti, dell’ambasciata a Santo Domingo, della Protezione civile e di altre amministrazioni che hanno inviato personale di soccorso. La squadra opera anche per favorire i rimpatri verso le destinazioni richieste dai nostri connazionali. La Farnesina non esclude che nei prossimi giorni possano arrivare ulteriori segnalazioni o che si possano verificare ritrovamenti di persone non segnalate.

LA DENUNCIA DI MSF – Drammatica la situazione dei feriti: negli ospedali allestiti a Port-au-Price si lavora senza sosta. E da Medici senza frontiere arriva una denuncia: a un cargo dell’organizzazione, con a bordo kit salvavita, è stato negato per tre volte l’atterraggio nell’aeroporto della capitale. I feriti – denuncia Msf – «hanno un disperato bisogno di cure mediche d’emergenza, stanno morendo a causa dei ritardi nell’arrivo delle forniture sanitarie». Sul cargo, che tenta di atterrare da domenica notte, ci sono 12 tonnellate di equipaggiamenti medici, tra cui farmaci, kit chirurgici e due apparecchi per la dialisi: la seconda tranche del precedente cargo di 40 tonnellate cui era stato impedito di atterrare domenica mattina. Dal 14 gennaio cinque voli umanitari di Msf sono stati dirottati dall’aeroporto di Port-au-Prince verso la Repubblica Dominicana. «Cinque nostri pazienti sono morti nell’ospedale che abbiamo allestito a Martissant per la mancanza del materiale medico-chirurgo che era contenuto nel cargo a cui stato impedito di atterrare» denuncia Loris de Filippi, coordinatore di Msf per l’emergenza a Haiti. Più di 500 persone con urgente bisogno di interventi chirurgici sono state trasferite all’ospedale di Choscal. La coordinatrice della struttura Rosa Crestani spiega: «Non abbiamo più morfina per alleviare il dolore dei pazienti».

UCCISA RAGAZZINA – Nella disperazione generale si registra un’ennesima tragedia: una ragazzina di 15 anni, Fabienne Cherisma, è rimasta uccisa da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia intervenuta per disperdere un gruppo di persone che stavano saccheggiando delle proprietà abbandonate. La giovane si trovava nella zona per caso e sarebbe stata colpita accidentalmente. Il padre ha detto che gli agenti hanno fatto fuoco intenzionalmente, ma secondo testimoni la polizia avrebbe sparato colpi di avvertimento in aria e il proiettile avrebbe raggiunto Fabienne dopo essere stato deviato da un ostacolo.

«STOP AIUTI DAL CIELO» – Sul fronte degli aiuti la situazione resta di caos totale, dopo che gli Usa hanno iniziato la lanciare pacchi dagli aerei. Tanto che l’ambasciatore di Haiti negli Stati Uniti, Raymond Joseph, ha chiesto di porre fine alle consegne dal cielo: «Non ci piacciono – ha spiegato nel corso di una veglia per le vittime del terremoto -. Quando si consegnano gli aiuti in quel modo solo i più forti vi hanno accesso. Dovrebbero esserci delle zone di transito dove gli elicotteri si possano posare». Il presidente haitiano Renè Preval, parlando all’emittente francese Radio France International, ha riconosciuto che i soccorsi internazionali sono stati tempestivi ma che resta un grave problema di coordinamento. Preval si è comunque detto riconoscente per la rapidità con cui sono giunti gli aiuti aggiungendo di non avere alcun problema ideologico nel riceverli dai differenti Paesi, in particolare dagli Usa.

BERTOLASO AD HAITI – Da Roma è partito, per decisione del premier Berlusconi, Guido Bertolaso. Il capo della Protezione civile ha spiegato che l’Italia non vuole assumere un ruolo di leadership ma intende portare ad Haiti il suo contributo, forte dell’esperienza in Abruzzo. Il coordinamento degli aiuti, spiega, spetta alle Nazioni Unite e ai Paesi più vicini, anche geograficamente, ad Haiti, mentre l’Italia «si ritaglierà un settore di intervento tra i più efficaci e più utili», con l’organizzazione di tendopoli, che possano servire da punto di raccolta e di accoglienza per il mezzo milione di sfollati, che lì potranno trovare cibo e acqua. Inoltre, ha aggiunto, «quando arriverà la portaerei Cavour (partita da La Spezia martedì alle 21, ndr) il Genio potrà dare una mano nella rimozione delle macerie e nella riapertura delle strade».

900 RISERVISTI – Dal canto suo, Washington ha mobilitato 900 riservisti della guardia costiera. Potranno restare in servizio per sei mesi e saranno inviati ad Haiti «per contribuire agli sforzi umanitari», ha spiegato il ministro per la sicurezza nazionale Janet Napolitano. La Casa Bianca aveva autorizzato domenica il richiamo di reparti riservisti della guardia costiera e dei reparti medici per aiutare le forze armate a tener testa alla emergenza umanitaria. Ad Haiti sono già presenti oltre 500 membri della guardia costiera, tra i primi a raggiungere il Paese dopo il terremoto.

.

Redazione online
20 gennaio 2010

.

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_20/haiti-terremoto-sopravvissuti-macerie-aiuti_8d2c54aa-058e-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml

Tav, ancora proteste in Val di Susa. Tensione e carica di allegerimento

Blindati e trivella a Susa. Dopo la statale 24, i No Tav bloccano anche l’autostrada A32!

Se si illudevano che la Valle potesse essere gestita, governata, alle loro condizioni si sbagliavano! Nel buio della nottata sono sopraggiunti i blindati delle forze dell’ordine, presenti in forze per scortare la trivella per Susa. Ma ciò non gli ha comunque evitato di far i conti con il movimento No Tav, che nel cuore della nottata è stato da subito in grado di dare una prima replica alla provocazione, con l’attivazione di centinaia di persone al presidio No Tav all’autoporto di Susa, muovendosi in corteo lungo la statale 24 verso il luogo della trivellazione, dove hanno trovato centinaia di carabinieri in assetto anti-sommossa. Ciò ha costituito solamente la prima risposta a quanto avvenuto in Valle: dopo un’assemblea al presidio il movimento No Tav ha deciso di rimettersi in marcia, andando a bloccare l’autostrada Torino-Bardonecchia per oltre 2 ore! Una reazione necessaria dei No Tav, il “partito del cemento e del tondino” comunque con la gente della Valle dovrà fare i conti! Non basta una trivella per fare un’opera!

Riunione No Tav al presidio di Susa alle ore 17
Ora e sempre No Tav

Da infoaut.org

No-Tav Val di Susa, in azione la trivella

Tav, ancora proteste in Val di Susa
Tensione e carica di allegerimento

.

TORINO – Tensione e carica di allegerimento delle forze dell’ordine a Condove in valle di Susa dove questa mattina sono proseguiti i sondaggi per l’alta velocità ferroviaria. Un gruppo di No-Tav è venuto in contatto con polizia e carabinieri che stavano presidiando il cantiere con le trivelle per i carotaggi in azione nel comune di Chiusa San Michele. I dimostranti hanno tentato di attaccare dei manifesti No-Tav sugli scudi in plastica degli agenti provocando la loro reazione. La carica è durata pochi minuti e ha causato il lieve ferimento di uno dei dimostranti. Contusi anche due poliziotti. In tarda mattinata i manifestanti, all’altezza di Sant’Antonino di Susa, hanno occupato i binari bloccando il transito del Tgv, il treno ad alta velocità francese che collega Milano con Parigi passando da Torino e Lione.
.
20 gennaio 2010
.

In Italia 2 mila spose bambine ogni anno. E molte sono costrette a rimpatriare / Quei padri-padrone che l’Occidente non può tollerare

https://i2.wp.com/www.affaritaliani.it/static/upl/spo/spose81.jpg

Il dossier – Le stime del Centro di documentazione sull’infanzia

In Italia 2 mila spose bambine ogni anno
E molte sono costrette a rimpatriare

Nozze imposte soprattutto tra indiani e pachistani. «Salvata» una giovane a Novara

.

MILANO — «Viviamo con il cervello a metà. Una parte nel Paese della nostra famiglia. Una parte con i nostri amici. Che ci dicono di restare qui, di inserirci in questa società». La vita spezzata delle adolescenti straniere inizia a tredici, quattordici anni. È a quell’età che (secondo i sociologi che hanno intervistato queste ragazze) si vedono i primi segni di conflitto. Fino all’anno prima potevano portare i loro compagni in casa. Poi, diventa proibito. Oppure: non vanno in gita con la classe. E iniziano le liti sui vestiti, il trucco, le magliette troppo corte. Situazioni comuni, a Milano, Roma, Brescia. Le ragazze con il «cervello a metà» crescono su due binari, senza sapere quale seguire. Dicono: «Per noi è impossibile progettare il futuro». Si trovano in mezzo a due forze. E non sanno come metterle in equilibrio. «Poi ogni tanto qualcuna sparisce dalle scuole superiori — racconta Mara Tognetti, docente di Politiche dell’immigrazione all’università di Milano Bicocca— oppure non rientra dalle vacanze. Le famiglie le hanno riportate nel loro Paese, per farle sposare». In un solo anno, nella città inglese di Bradford, sono «scomparse» 200 ragazzine tra i 13 e i 16 anni, figlie di immigrati. In Italia non esistono statistiche dettagliate. L’unica stima è del Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, Secondo cui le «spose bambine» nel nostro Paese sarebbero 2 mila all’anno.

MATRIMONI SOMMERSI – In Italia i minorenni non possono sposarsi. Esiste però una deroga. Per «gravi motivi», dai 16 anni in poi il tribunale per i minori può autorizzare le nozze. Il Centro di documentazione per l’infanzia registra da anni questi casi: nel 1994 erano 1.173, poi sono via via diminuiti, fino ai 209 del 2006 e i 156 del 2007 (ultimo dato disponibile). La Campania è la regione in cui ne avvengono di più, 77. Per la maggior parte si tratta di matrimoni tra stranieri, con in testa le comunità di immigrati da Pakistan, India e Marocco.
Questi numeri descrivono però solo l’aspetto legale, che secondo gli esperti è minimo rispetto a tutti i legami imposti all’interno delle famiglie, a volte suggellati con un rito in qualche moschea, più spesso con unioni celebrate nei Paesi d’origine. «Le seconde generazioni delle ragazze sono e saranno una vera emergenza— spiega Mara Tognetti —. Se non si interviene con politiche più incisive, i contrasti tra l’idea di famiglia imposta dai genitori e il modello delle adolescenti diventerà inconciliabile».

CONFLITTI LATENTIAltri dati definiscono questa situazione di rischio potenziale. Le ragazze immigrate di seconda generazione nel nostro Paese sono circa 175 mila. «Il matrimonio combinato — racconta la ricercatrice — riguarda però solo alcune comunità, quella indiana e quella pakistana più delle altre, in misura minore la marocchina e l’egiziana». Le nozze imposte sono il male estremo. Il pericolo dei prossimi dieci anni rischia di essere la «conflittualità latente», incarnata da ragazze che studiano e si integrano, ma che vivono in famiglie attaccate alle tradizioni. «Molti genitori non hanno un grado di istruzione elevato— racconta Fihan Elbataa, della sezione bresciana dei Giovani musulmani d’Italia — e quindi di fronte a situazioni in cui vedono un pericolo non sanno come reagire. Si chiudono, diventano severi e impongono le regole con l’aggressività. Noi cerchiamo di spingerli al dialogo, a lasciare spazi di libertà».
A Brescia alcuni ragazzi sono scappati, o si sono allontanati da casa per qualche tempo, proprio per sfuggire alle «leggi» dei genitori: «Sono convinta che le famiglie cerchino il bene dei propri figli— conclude Fihan Elbataa—. Le intenzioni sono buone, ma purtroppo rispetto alla loro educazione si trovano in un contesto nuovo, e quindi devono cambiare i loro metodi».

RICERCA DI AUTONOMIA Venerdì scorso, su segnalazione dell’associazione Donne marocchine in Italia, è stata salvata una ragazza a Novara. Diciassette anni, una figlia di 4 mesi, moglie maltrattata di un «matrimonio combinato». Ora si trova in una comunità di Roma. A denunciare la situazione è stata una vicina di casa. Lei non era riuscita, non sapeva neppure a chi rivolgersi. La ribellione è complicata. E allora, per trovare un equilibrio, le promesse mogli adolescenti cercano uno «spazio di negoziato». È un rimedio estremo, scoperto dalla ricerca che la sociologa Tognetti pubblicherà il prossimo mese. Contiene interviste a ragazze che hanno cercato di trattare sulla loro condanna. Queste sono le loro voci.
Una giovane marocchina che vive aMilano: «Ho accettato la richiesta di mio padre, sposerò un uomo del mio Paese. Ma ho chiesto di poter scegliere tra più di un possibile marito, di vederne almeno tre o quattro». Ragazze che non possono, o non vogliono, scardinare il sistema di regole della famiglia. Ma cercano di ricavare spazi minimali si sopravvivenza. Altro racconto, di un’adolescente egiziana, anche lei studentessa «milanese» : «Hanno scelto l’uomo per me, non mi oppongo. Ma ho chiesto due cose. Prima del matrimonio volevo vederlo. E poi ho ottenuto una garanzia, una specie di “contratto” non scritto: dopo il matrimonio potrò continuare la scuola e poi andare all’università, per laurearmi».

Gianni Santucci
20 gennaio 2010

.

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_20/in-italia-2000-bambine-scomaprse-gianni-santucci_e822cdb8-0592-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml

____________________________________________________________

https://i0.wp.com/www.instablogsimages.com/images/2007/12/17/muslim-wedding_64.jpgMuslim Wedding

Il commento – Un modello culturale arcaico e la difesa dell’indipendenza delle nuove generazioni

Quei padri-padrone che l’Occidente non può tollerare

.

Due buone notizie: non solo Almas, la diciassettenne pachistana rapita dal padre perché troppo attirata dalla vita occidentale, è salva, ma sfuggirà a un matrimonio combinato con qualche sconosciuto della sua stessa etnia, contro la sua volontà. Proprio questo meditava il padre per toglierle dalla testa tutte le fisime di un mondo che a lui fa paura, lo si è scoperto quando Almas è stata ritrovata dai carabinieri sulla via tra Fano e Marotta, nelle Marche dove la famiglia islamica abitava da 10 anni. Ma dietro il sollievo per la sorte di Almas (per fortuna migliore di quella capitata a Hina, morta per la violenza di un altro padre-padrone) riaffiora nelle nostre cronache un fantasma che si pensava superato per sempre, il matrimonio imposto dai genitori, echi di un’Italia lontana, anche se non troppo. Un modello culturale arcaico, risbattuto in faccia all’Occidente dalle nuove etnie pachistane, indiane, egiziane, marocchine che ripopolano i nostri Paesi; e l’Europa ormai laica e illuminista è costretta, per quanto di malavoglia, a confrontarsi di nuovo. Non facile avere dati su un fenomeno ultrasommerso, che in genere si consuma nel chiuso delle nuove famiglie che uccidono, ma secondo il Centro internazionale di ricerca sulle donne (Icrw) oltre 51 milioni di minorenni erano state costrette a sposarsi nel mondo contro la loro volontà nel 2003, cifra che è destinata a salire a 100 milioni nel giro di dieci anni. Vittime anche da esportazione ormai, visto che in Gran Bretagna sono più di 17 mila le donne che subiscono violenze per una questione d’onore (dati dell’Association of Chief Police Officiers).

Padri, e persino madri che non reggono l’impatto con i codici di un’altra civiltà, che sentono forte il disagio verso quelle figlie che sognano l’indipendenza, e che non riescono a sopportare il giudizio della comunità, per i quali il rispetto del codice tradizionale e la paura per quel che pensa il vicino valgono molto di più della felicità, se non della vita, delle figlie. E così preferiscono buttarle giovanissime nelle braccia di un nuovo padrone, il marito, per piegarle, scaricarsi della responsabilità e liberarsi dalla fatica del confronto e del dialogo.

Il giudizio dell’ambiente condiziona, si sa, e anche a noi ha contato parecchio fino all’altro ieri: ne La prima cosa bella, film non consolatorio di Paolo Virzì, si racconta tra l’altro di come nell’Italia degli anni Settanta un marito innamorato della moglie, forse troppo bella e libera per lui, sacrifichi per paura la sua piccola felicità familiare sull’altare delle convenzioni e dei pregiudizi di una città di provincia.

Che fare oggi di fronte al ritorno di questi fantasmi, re-importati da culture chiuse e antagoniste? Dove porre il confine del dialogo e del bisogno di integrazione fra mondi diversi? Arretrare non si può, neppure in nome di quella tolleranza sulla quale si fonda la storia della civiltà occidentale e che viene messa in crisi proprio in nome del suo principio cardine: tollerare (Popper docet). Meglio quindi che le nostre comunità, i nostri Stati pretendano, senza nessun astio ma con fermezza, che gli individui che vivono e lavorano sul loro suolo rispettino le leggi e i diritti dei cittadini, a cominciare da quelli dei loro figli. E difendere il diritto all’indipendenza delle nuove generazioni straniere, magari con il sostegno della scuola. In fin dei conti, anche la giovane Almas «troppo occidentalizzata» solo questo chiedeva, ed era felice più a scuola che a casa sua.

Maria Luisa Agnese
20 gennaio 2010

.

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_20/I-padri-padrone-che-l-Occidente-non-puo-tollerare-maria-agnese_07371b32-0593-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml?fr=correlati

La Svezia contro le “quote rosa”: “Penalizzano le donne”

https://i0.wp.com/www.geekologie.com/2009/06/26/swedish%20knockers.jpg

Dal 2003 la legge impone equità di genere al 50% all’università
Ma in molti casi le candidate meritevoli sono più numerose degli uomini

La Svezia contro le “quote rosa”
“Penalizzano le donne”

.

dal corrispondente di Repubblica ANDREA TARQUINI

.

La Svezia contro le "quote rosa"  "Penalizzano le donne"
.

BERLINO – Le quote rosa, cioè le pari opportunità garantite alle donne da un numero di posti a disposizione rigorosamente pari a quello degli uomini, possono essere dannose per la realizzazione dei diritti dell’altra metà del cielo anziché imporli o favorirli. Perché in alcuni rami accademici per professioni di grande impegno, in cui le donne qualificate sono più numerose degli uomini, a cominciare da Medicina e Psicologia, imporre una parità numerica 50 e 50 di fatto discrimina le donne brave e decise ma respinte perché in eccesso di numero rispetto alla parità assoluta o quasi richiesta dalla legge.
.
E’ quel che sta succedendo nel paese ritenuto tra gli Stati assolutamente all’avanguardia nella realizzazione delle pari opportunità: la civile, modernissima Svezia. Nel grande regno del nord, le leggi sulla pari opportunità sono, dal 2003, particolarmente rigide. E adesso sono le donne a dire basta e a chiedere la loro abrogazione o sostanziale rettifica. Le autorità accademiche e, quel che ancor più conta, il ministro dell’Istruzione superiore Tobias Krantz, si sono lasciati convincere.
.
“Questo sistema in realtà finisce per discriminare le studentesse, per questo vogliamo abolirlo”, ha detto il ministro al quotidiano liberale Dagens Nyheter, ripreso ieri dal quotidiano conservatore tedesco Die Welt. Spesso, il destino di ogni tentativo d’imporre l’eguaglianza o altre misure di giustizia dall’alto è quello di sortire effetti contrari o ben diversi da quelli desiderati. In generale, in Svezia la pari opportunità è realizzata molto meglio che altrove nell’Unione europea: nel Parlamento reale il 50 per cento dei legislatori sono donne, contro il 33 per cento in Germania e percentuali ancora minori in altri paesi. Ma l’ossessione delle norme del 2003 di compensare ogni squilibrio nella parità numerica assoluta tra maschi e femmine ha prodotto nelle università una situazione di discriminazione di fatto, che sta causando una crescente ondata di protesta proprio delle donne.
.
Il sistema d’istruzione superiore rischia così di sbattere la porta in faccia a donne capaci e motivate, invece che aiutarle. I casi sono numerosi: recentemente un tribunale di Stoccolma ha stabilito un indennizzo di circa 4500 euro a persona per 44 donne che avevano sporto causa contro il rifiuto di farle entrare all’università a causa del loro sesso. Secondo fonti ufficiali, nel 2009 circa 5400 studenti non hanno potuto iniziare i loro studi universitari a causa della legge sulle pari opportunità tra i sessi, quella del 2003 appunto. E il 95 per cento di questi 5400 sono donne.
.
20 gennaio 2010
.

Obama, sconfitta in Massachusetts. Ora a rischio il percorso delle riforme

Va al repubblicano Brown (52%) il seggio che fu di Ted Kennedy
Ora la maggioranza in Senato non basta a impedire l’ostruzionismo

Obama, sconfitta in Massachusetts
Ora a rischio il percorso delle riforme

Una serie di errori locali, la debolezza della candidata Martha Coakley
Ma anche un pesante avvertimento degli elettori alla politica della Casa Bianca

.

dal corrispondente di Repubblica FEDERICO RAMPINI

.

Obama, sconfitta in Massachusetts Ora a rischio il  percorso delle riforme Il neo senatore repubblicano Scott Brown

.

NEW YORK –  L’incubo degli ultimi giorni è diventato realtà: i democratici hanno perso il Massachusetts. La roccaforte progressista del New England ha bocciato il partito di governo, mandando un severo avvertimento a Barack Obama: a un anno esatto dal suo insediamento alla Casa Bianca, il presidente è investito da una grave crisi di consensi. Si votava in un’elezione suppletiva, nel solo Massachusetts, per riempire il seggio di senatore rimasto vacante dopo la morte di Ted Kennedy nell’agosto scorso. Quel seggio, Ted lo aveva occupato per 47 anni consecutivi. Prima di lui era stato del fratello John, l’ex presidente assassinato nel 1963. Ma ieri gli elettori del Massachusetts hanno scelto il candidato repubblicano, Scott Brown, 50 anni, avvocato e senatore nell’assemblea legislativa locale. Brown con un margine netto del 52% contro il 47% ha sconfitto la candidata democratica Martha Coakley, 57 anni, attualmente attorney general (procuratore capo) dello Stato.
.
La vittoria di Brown non ha solo un impatto simbolico e “storico” evidente, per la caduta del feudo kennedyano. C’è una conseguenza politica immediata che investe gli equilibri parlamentari a Washington. I democratici perdono la maggioranza qualificata di 60 voti su 100 al Senato, indispensabile per poter bloccare l’ostruzionismo dell’opposizione. A questo punto tutta l’agenda legislativa delle riforme di Obama è a rischio. A cominciare dal disegno di legge sull’assistenza sanitaria universale, un progetto su cui il presidente ha puntato moltissimo. Ora le prospettive di un’approvazione rapida della riforma sanitaria sono ridotte. Non a caso ieri pomeriggio a urne ancora aperte, quando si sono diffuse le prime notizie di una possibile vittoria repubblicana nel Massachusetts, a Wall Street sono salite le quotazioni delle compagnie assicurative: uno stop alla riforma è la vittoria per la lobby del capitalismo sanitario privato
.
Un risultato impensabile ancora poche settimane fa. La vittoria dei democratici nel Massachusetts era considerata così sicura, che i network televisivi nazionali inizialmente avevano disdegnato l’evento e non avevano neppure commissionato i consueti exit poll. E la Coakley non aveva quasi fatto campagna elettorale, lasciando al suo rivale campo libero per una tournée a contatto con i cittadini. Il rischio di un rovescio era apparso all’orizzonte solo nelle due ultime settimane, quando all’improvviso la rimonta di Brown era apparsa nei sondaggi. In extremis, lo stato maggiore democratico aveva tentato di resuscitare l’immagine della Coakley: era scesa in campo con lei tutta la famiglia Kennedy, era andato a Boston per sostenerla Bill Clinton, infine lo stesso Obama vi era apparso in un comizio domenica scorsa. Troppo tardi, non c’è stato modo di invertire la tendenza.
.
Ma i gravi errori compiuti a livello locale non spiegano tutto. La clamorosa débacle del Massachusetts viene dopo due altre sconfitte emblematiche a novembre, nell’elezione dei governatori di Virginia e New Jersey. Si delinea ormai una tendenza nazionale: gli elettori voltano le spalle al partito democratico. Sul banco degli imputati c’è la politica di Obama. Il suo primo anniversario al governo è segnato da una pesante caduta di consenso del presidente nei sondaggi. Il suo partito si spacca, sulla diagnosi e sulla cura. La componente moderata accusa il presidente di avere applicato politiche troppo stataliste, allontanando l’elettorato indipendente di centro, spaventato dai deficit pubblici e dalla prospettiva di future stangate fiscali. L’ala sinistra del partito democratico al contrario accusa Obama di aver tradito le promesse di cambiamento: troppo indulgente con i banchieri di Wall Street, “falco” in politica estera con l’escalation militare in Afghanistan, secondo questa lettura Obama avrebbe deluso i giovani e le minoranze etniche che furono decisivi nella sua elezione.
.
Ora tra le due anime del partito democratico si apre un regolamento dei conti. Il tempo stringe: a novembre arrivano le elezioni legislative di mid-term, dove si eleggono tutti i deputati e un terzo del Senato. Obama ha solo dieci mesi per tentare di invertire la tendenza, e scongiurare il ritorno di una maggioranza di destra al Congresso.
.
20 gennaio 2010
.