Archive | gennaio 22, 2010

Francesco, digiuno a oltranza in tv: “Vogliamo la legge sulle unioni gay”

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Diciannovesimo giorno di protesta: Zanardi vuole sposare il compagno Manuel
e soprattutto portare in primo piano la lotta per i diritti omosessuali

Francesco, digiuno a oltranza in tv
“Vogliamo la legge sulle unioni gay”

La coppia savonese sta raccogliendo solidarietà in molti ambienti della società civile, anche grazie al web
“Ma un amico di Bruxelles mi ha detto: con i tempi della politica italiana ti faranno morire di fame”

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di BRUNO PERSANO

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Francesco, digiuno a oltranza in tv "Vogliamo la  legge sulle unioni gay" Manuel Incorvaia e Francesco Zanardi

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GENOVA – Francesco è dimagrito di nove chili. Oggi è il diciannovesimo giorno da quando ha iniziato a fare lo sciopero della fame davanti alla webcam di casa sua. Vuole sposarsi con Manuel e proseguirà la sua protesta finché il Parlamento non metterà in calendario la legge sulle unioni civili. Si alimenta con una pappetta energetica e qualche cappuccino: “Da una settimana ho tolto pure quelli: il latte mi faceva male”. Nonostante i capogiri e il mal di stomaco che non lo abbandona un attimo, Francesco Zanardi continua la sua battaglia.
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Al lavoro non ci va più: la piccola azienda di elettronica di cui è proprietario a Savona l’ha lasciata in mano ai suoi tecnici: “Non ho la forza neppure per uscire a fare due passi”. Il viso è scavato e le occhiaie profonde, ma non demorde. Ogni mattina indirizza migliaia di mail ai politici e alle istituzioni. Ha scritto al presidente della Repubblica, all’Unione Europea e, naturalmente, alle segreterie di tutti i partiti. La strategia è un “bombardamento a ondate”: alle 8 del mattino; a mezzogiorno e alle 3 del pomeriggio. Settemila mail al Parlamento europeo; un paio di migliaia ai parlamentari italiani; tremila ai media nazionali. Attestati di solidarietà ne ha ricevuto da organizzazioni omosessuali e da semplici cittadini; da sacerdoti di strada come don Franco Barbero, leader della Comunità cristiane di base, e da politici o ex parlamentari che da sempre sono sensibili al problema (Paola Concia, Franco Grillini e Vladimir Luxuria).
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“Ma non è sufficiente “, ammette Francesco. “I giornali sono stati i più sensibili. Ci hanno chiesto interviste anche le televisori spagnole ed un quotidiano americano. Domani il senatore Ignazio Marino accenderà in diretta tv la fiaccola che simbolicamente girerà l’Italia intera per raggiungere infine Montecitorio. Ma il Parlamento ancora tace. D’altronde le organizzazioni omosessuali straniere mi avevano avvertito: con i tempi della politica italiana, hai tempo di morire di fame, mi aveva detto un amico di Bruxelles. E, forse, aveva ragione”.

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Dagli schermi della tv GLBT (Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali), Francesco, 38 anni, appare esausto nel fisico. La trasmissione va avanti da venti giorni. Quasi una nonstop, interrotta solo qualche ora della giornata per lasciargli la possibilità di coricarsi un po’ sul letto. A fare lo sciopero della fame avevano iniziato in due, lui e il suo compagno Manuel Incorvaia, 16 anni più giovane. Ma dieci giorni dopo, Manuel si è ritirato su consiglio del medico. Davanti alla webcam è rimasto solo Francesco, il più agguerrito tra i due, da sempre in prima linea per i diritti degli omosessuali, già fondatore del movimento Gay Italiani. Non gli piace però che la sua protesta in tv sia paragonata al Grande Fratello: “Non banalizziamo! La nostra è una richiesta legittima a cui l’intera Europa ha risposto. Solo l’Italia finge di non capire”.
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Le unioni civili sono regolarizzate praticamente in tutta l’Unione Europea. Addirittura le coppie dello stesso sesso si possono sposare in Olanda, Belgio, Norvegia e Spagna. In Italia no. In Italia esistono presso alcuni amministrazioni comunali registri in cui si certifica la convivenza ma senza riflessi civili sulle proprietà dei due o sul loro sistema pensionistico.
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Una sera, durante un viaggio in Grecia, Francesco è stato vittima di una grave aggressione omofobica: “Mentre ero all’ospedale pensavo: se da qua non uscirò vivo, Manuel perderà tutto. Non solo me, ma anche tutti i miei averi, la casa, la pensione, tutto. Noi due viviamo come marito e moglie da tre anni, ma per la legge italiana Manuel non ha alcun diritto, non esiste. E queste cose non sono accettabili in uno stato di diritto”.
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Francesco lo ripete ogni volta che qualcuno gli domanda perché ha iniziato a fare lo sciopero della fame: “In Italia ci sono due modi di essere omosessuali. L’uno, quello scelto da me e da Manuel, è mostrarsi al mondo così come si è, senza nascondere nulla a nessuno, in pace con se stessi. L’altro, è decidere di non essere visibili: meno problemi sociali ma molti più interni. Lo Stato ci vuole far sentire esseri sbagliati. Ma noi non siamo sbagliati. Vogliamo il rispetto dei diritti riconosciuti ai coniugi eterosessuali, così come sancito dalla Costituzione. Nulla di più”.
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22 gennaio 2010
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Napoli, violenze contro i no global: condannati dieci poliziotti

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Sentenza a nove anni dagli incidenti in occasione del Global Forum
Gli agenti ritenuti responsabili anche di sequestro di persona aggravato

Napoli, violenze contro i no global
condannati dieci poliziotti

Pene varianti dai 2 anni e 8 mesi ai 6 mesi, ritenuti colpevoli anche due funzionari

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Napoli, violenze contro i no global condannati dieci  poliziotti Un momento degli scontri al Global Forum di Napoli

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NAPOLI – Si è concluso con dieci condanne il processo per presunti abusi compiuti da poliziotti nei confronti di manifestanti no global in occasione della manifestazione “No Global Forum” svoltasi a Napoli il 17 marzo 2001. La sentenza è stata emessa stasera dalla quinta sezione del tribunale di Napoli che ha accolto parzialmente le richieste dei pm De Cristofaro e Del Gaudio. Tra i condannati anche gli unici due funzionari di polizia imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene: due anni è otto mesi la pena inflitta perchè riconosciuti responsabili di sequestro di persona aggravato.
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A quasi nove anni dagli incidenti la sentenza stabilisce la responsabilità di alcuni poliziotti per gli abusi (violenze e umiliazioni) che sarebbero stati consumati ai danni di giovani del movimento “no global” condotti nella caserma Raniero. Una vicenda che, nella ricostruzione dei magistrati, ricorda per molti aspetti i fatti di Genova durante il G8.
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La quinta sezione del tribunale (presidente Donzelli, giudici Guardiano e Tammaro) ha accolto parzialmente le richieste dei pm De Cristofaro e Del Gaudio condannando 10 dei 21 imputati. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del reato più grave tra quelli contestati, ovvero il sequestro di persona aggravato. Due anni e otto mesi di reclusione è la pena inflitta agli unici due funzionari imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene. Pene varianti dai due anni e sei mesi ai due anni sono state emesse nei confronti di otto agenti, mentre sono undici i poliziotti assolti. Per gli altri dieci agenti coinvolti e per anche per diversi imputati condannati è stata dichiarata la prescrizione dei reati minori, tra cui violenza privata e abuso di ufficio.

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La vicenda giudiziaria
destò grande scalpore. Quando nel corso dell’inchiesta furono emesse otto ordinanze agli arresti domiciliari, nella questura di Napoli si verificò una sorta di ammutinamento da parte dei colleghi dei poliziotti indagati.
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I fatti risalgono al 17 marzo 2001. Quel giorno venne organizzata una manifestazione contro lo svolgimento del Global Forum e le forze dell’ordine organizzarono un cordone per impedire l’accesso nella zona di Palazzo Reale dove era in corso il convegno internazionale. Si verificarono violenti scontri di piazza tra i manifestanti (molti dei quali avevano tentato di sfondare il cordone) e le forze di polizia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, molti giovani – diversi dei quali contusi – furono bloccati in strada o prelevati dagli ospedali dove si erano recati per farsi medicare e successivamente condotti nella caserma Raniero Virgilio, nei pressi di piazza Carlo III. All’interno della struttura (secondo quanto denunciato dai giovani) si sarebbero consumati gli abusi: schiaffi, pugni, violenze verbali, umiliazioni come l’aver costretto le vittime a eseguire flessioni nei bagni della caserma.
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“Sono condanne inutili grazie al processo breve: questo risale al 2001 ed è destinato ad estinguersi”, ha commentato l’ex parlamentare Francesco Caruso, uno dei leader dei No Global, che quel giorno era in piazza. “Dal punto di vista strettamente giuridico quella di oggi è una pronuncia sconcertante, ferma restando la stima nel collegio. Questa sentenza rischia di costituire un pericoloso precedente: viene ritenuta infatti valida la tesi secondo cui in una caserma di polizia ufficiali di polizia giudiziaria, in esecuzione di un ordine preciso, compiono un sequestro di persona”, ha detto l’avvocato Sergio Rastrelli, legale della maggior parte degli agenti imputati.
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22 gennaio 2010
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Quell’Italia complice dell’Olocausto

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Quell’Italia complice dell’Olocausto

Migliaia di ebrei catturati dalla polizia e consegnati ai tedeschi, senza pietà per donne, vecchi e bambini. Una macchina di morte voluta da Mussolini. Ora un libro ricostruisce le responsabilità nel genocidio. A partire dal campo di Fossoli

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di Gianluca Di Feo

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Sulle torrette del campo dove venivano rinchiusi gli ebrei c’erano agenti di pubblica sicurezza. A scortare il treno per Auschwitz c’erano carabinieri. Ed è stato un italianissimo commissario ad arrestare una bambina di sei anni, individuata a Venezia nella famiglia dove i genitori l’avevano nascosta, e ad accompagnarla fino a quel recinto di filo spinato alle porte di Carpi: il primo passo di un cammino che si sarebbe concluso nella camera a gas. Così come erano italiani i loro colleghi delle forze dell’ordine che dal novembre 1943 alla fine della guerra hanno dato la caccia agli ebrei in tutte le città del Nord. Retate ricostruite nel dettaglio in un volume che spazza via i luoghi comuni sulle responsabilità della Repubblica di Salò nell’Olocausto e ci costringe a guardare un capitolo della nostra storia che da 65 anni nessuno vuole approfondire. In “L’alba ci colse come un tradimento” Liliana Picciotto, la più importante studiosa italiana della Shoah, sintetizza anni di ricerche. Nelle 312 pagine pubblicate da Mondadori non fa mai ipotesi: elenca fatti, si limita ai documenti. Calcola le presenze nelle anticamere padane dei lager in base alle razioni di pane fornite, confronta diari e testimonianze, atti di processi nascosti nel dopoguerra in nome della ragione di Stato. Non usa un solo aggettivo.

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SPECIALE SHOAH Le mappe dei campi, la cronologia e i treni della morte

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Non servono, perché il risultato del suo lavoro è agghiacciante: la ricostruzione della vita e della morte di migliaia di ebrei, arrestati da italiani nei territori della Repubblica sociale, spediti nel campo modenese di Fossoli e poi deportati nei lager. Chi prese parte a questa colossale caccia all’uomo poteva ignorare la “soluzione finale”? Poteva ignorare la strage a cui stava collaborando? Era difficile credere che ultrasettantenni e bambini venissero trasferiti nel Reich per lavorare e contribuire alla macchina bellica tedesca. Quando anche i vecchietti dell’ospizio israelita di Firenze vengono caricati sui treni, nessuno a Fossoli si fa più illusioni. Ma ancora altri ebrei vengono rastrellati dai funzionari della polizia e dei residui carabinieri rimasti in servizio al Nord (la maggioranza dell’Arma si schierò con la monarchia e venne perseguitata dai nazisti), fino a pochi giorni prima della Liberazione: uomini che spesso hanno continuato a indossare la stessa uniforme nella Repubblica del dopoguerra. Il giorno della Memoria celebrato il 27 gennaio anche nel nostro Paese non dovrebbe ricordare solo le colpe altrui: ci sono grandi responsabilità italiane, di istituzioni e di singoli. La scorsa domenica Benedetto XVI nella storica visita alla sinagoga di Roma ha ancora una volta condannato l’antisemitismo e rievocato il primo grande rastrellamento, «una tragedia di fronte alla quale molti rimasero indifferenti». Ma molti altri italiani ebbero un ruolo attivo nel genocidio. Il 14 novembre 1943 il Partito nazionale fascista aveva dichiarato: «Tutti gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Due settimane dopo il ministro dell’Interno ne ordinò l’arresto e l’internamento.

Al momento dell’armistizio nel territorio della Repubblica sociale erano rimasti intrappolati 32-33 mila ebrei: poco meno di un terzo venne ucciso dai nazisti. Le vittime identificate della Shoah sono 8948, ma c’è la certezza che altre centinaia di persone siano sparite nei forni crematori. Dopo l’8 settembre 1943 i nazisti portarono avanti i primi rastrellamenti da soli: il più drammatico quello del Ghetto di Roma, con 1.020 persone catturate di cui 824 assassinate poche ore dopo l’arrivo ad Auschwitz-Birkenau. Ma già dal 3 novembre 1943 i reparti speciali delle Ss vennero affiancati dagli agenti delle questure: insieme agirono a Firenze, Genova, Bologna, Siena, Montecatini. Da dicembre tutte le operazioni passarono nelle mani dei poliziotti italiani, che per non essere inferiori all’alleato, “ripulirono” subito il ghetto di Venezia e quello di Mantova. Per gran parte del 1944 furono solo le forze dell’ordine italiane ad alimentare la macchina dello sterminio, eliminando le comunità ebraiche dell’Italia centro-settentrionale. Vennero creati 29 campi provinciali, con una struttura centrale, l’anticamera fascista dell’Olocausto: Fossoli, una serie di baracche e recinti a pochi chilometri da Carpi costruiti per custodire i prigionieri di guerra inglesi. Fossoli è rimasto totalmente sotto controllo italiano fino al febbraio 1944: non c’erano crudeltà, né fame, né malattie. Gli internati non erano obbligati al lavoro e potevano scambiare posta con l’esterno. Insomma, nulla a che vedere con le condizioni dei lager nazisti. Ma la sorte finale era la stessa. Si saliva sui treni per Auschwitz e all’arrivo chi non era giudicato utile per il lavoro veniva assassinato. «Gli italiani riempivano Fossoli, i tedeschi lo svuotavano».

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E questo meccanismo è proseguito anche dopo l’insediamento a Fossoli delle Ss, che lasciarono agli agenti della questura solo la sorveglianza delle recinzioni esterne, rendendo più dure le condizioni di vita. Il primo convoglio partì il 22 febbraio 1944 con circa 640 persone: 153 furono selezionate per le fabbriche, il resto finì direttamente nelle camere a gas. Tra loro Leo Mariani, un bambino di pochi mesi: la madre venne arrestata dalla polizia nell’ospedale di Firenze dove era ricoverata in attesa del parto. Venivano da 22 città diverse – da Como a Vicenza, da Pavia a Cuneo – ed erano stati tutti arrestati da agenti e carabinieri. Da Fossoli in nove mesi sono partiti 12 treni. Quello del 5 aprile 1944, per esempio, trasportò 609 persone: solo 50 sono sopravvissute al lager. Tra quelli che non sono tornati c’erano 41 ultrasettantenni e 33 bambini: Roberto Gattegno aveva solo dieci mesi. Le liste delle persone spedite verso i forni erano scelte spesso casualmente. Ricorda Nina Neufeld Crovetti, ebrea figlia di un matrimonio misto e obbligata a fare la segretaria nel campo emiliano: «Il vicecomandante Hans Haage veniva in ufficio e diceva: “Su avanti ragazza! Si comincia di nuovo, ci sbarazziamo di un bel gruppo!”. Se ne rallegrava ogni volta».

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20 gennaio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-fascismo-e-la-shoah/2119570&ref=hpsp

GLI ANGELI DI HAITI – Viaggio nel paese fantasma / Haiti siamo noi, di Barack Obama / Haiti, il racconto degli operatori del CESVI

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Viaggio nel paese fantasma

Rassegnazione, poche lacrime. E la sfiducia che dopo il sisma Haiti potrà rinascere. Perché la gente è abituata a non avere nulla da Port-au-Prince

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di Roberto Di Caro da Port-au-Prince

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Les évènements, dicono nelle tendopoli dei senza più nulla sparse ovunque, in una piazza, un parco, un prato incolto, uno spartitraffico largo i tre metri sufficienti ad appendere un lenzuolo su quattro pali di legno sotto il sole. Non ‘il terremoto, il sisma, la catastrofe’, solo ‘les évènements’ cioè l’accaduto, le cose che sono successe. Pudore estremo delle parole, in un paese con l’Aids al 7 per cento e le minorenni che si offrivano persino dentro l’ufficio elettorale. Accettazione di una normalità della morte, anche la più violenta e insensata, in quest’isola dove ogni aspetto della vita è da sempre esposto come una banderuola al primo colpo di vento, e dove non si fa altro che ringraziare Dieu e Jésus e la Provvidenza sulle insegne dei negozi e le fiancate dei camion. Devi davvero stupirti e inorridire se, ancora una settimana dopo quel martedì 12 in cui alle 16.53 la terra si è lacerata, vedi davanti alla Morgue dentro l’ospedale centrale di Port-au-Prince decine di cadaveri lasciati ai vermi accanto a un cumulo di immondizia? Nelle fosse comuni ne hanno già sepolti 60 mila, e l’ultima stima ufficiale parla di 75 mila morti. Ma in aree periferiche a sud-ovest della capitale, come Mariani e Leogane al di là di Carrefour, i primi sporadici soccorsi non sono arrivati se non dopo sei giorni. E nessuno, a tutt’oggi, ha idea di quanti siano davvero là i morti, e quanti gli insepolti.

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La stessa accettazione della fragilità dell’esistenza muove quegli uomini e donne che vedi cercare un varco sotto i lastroni di cemento accasciati al suolo e infilarsi nei negozi e magazzini di rue Dessalines e delle altre vie del centro attorno al Palais national schiacciato su se stesso. Entra uno, altri lo seguono, prendono biscotti, pannolini, vestiti, bibite, cavi elettrici, quello che trovano. Saccheggiatori? In senso proprio lo sono. Ma non si tratta di bande organizzate, non sono le gang che imperavano a Cité Soleil finché due anni fa la Minustah (la missione per la stabilizzazione dell’Onu ad Haiti) non gli ha fatto la guerra, cacciandole e uccidendo o incarcerando i capi, scappati ora che la prigione è crollata. Questi sono solo dei disperati. I vigilantes, assoldati dai proprietari dei magazzini, li prendono facilmente. Li vedi, qualche minuto dopo, trascinati via in tutta fretta e caricati sul cassone di un pick-up, le mani legate davanti o dietro la schiena, i volti imbiancati dalla polvere. Vanno a morire, e lo sanno, glielo leggi in volto: neanche ci sono più galere, li finiranno con un colpo di pistola. “Rubano. A quel punto puoi fargli qualunque cosa, è il sistema haitiano”, conferma Jean Louis Oscar, uno dei pochi poliziotti che dovrebbero difendere quel che resta del palazzo presidenziale. In un caso documentato è stata la polizia a uccidere, subito, i ladri, come succedeva anche prima lontano dagli occhi della stampa internazionale. Ora li massacrano di calci ma almeno, per le testimonianze dirette che abbiamo, non li portano più via né li giustiziano sul posto.

Ben più della sicurezza (Mulet parla di “casi comunque isolati di saccheggio”, e non a torto bolla di “irresponsabile” ogni descrizione di Port-au-Prince come luogo dove a colpi di pistola e machete spadroneggiano le bande criminali), il problema drammatico e immediato è come gestire l’emergenza umanitaria e distribuire in fretta gli aiuti. Che arrivano in gran quantità, da tutto il mondo, in una mobilitazione con pochi eguali in passato: ma quando giri nelle tendopoli, nella piazza del Palais National, accanto all’aeroporto, giù a Carrefour alla base navale e altrove, l’unica cosa che vedi distribuire, da ong e Minustah, è l’acqua, con la gente che si accalca, in mano taniche e bidoni. E tutti ti ripetono: “Cibo? Nessuno ce ne ha dato, finora. Né altri generi. Ci arrangiamo con quel poco che abbiamo, chi ha divide, riso, banane e pasta li compriamo per strada”.

Fanno da soli. Si mettono insieme spontaneamente. Per restare o per andarsene in piccoli gruppi nei villaggi sui monti: sanno che se piove altissimo è il rischio di epidemie di tifo, colera, meningite. Non inventano comitati, non fanno richieste: non sono abituati perché nessuna autorità le ha mai prese in considerazione, qua i voti si comprano diversamente. Le tecniche di sopravvivenza minuta sono infinite. Al Chioske Oxide Jeanty, un parco con colonnato dove nelle feste nazionali le bande suonano l’inno e le musiche tradizionali e dove ora tra gli sfollati trovi da comprare la birra Prestige e le sigarette Comme il faut di produzione locale, una luce nel buio e il rumore di un generatore ti segnalano dove ricaricare i cellulari per 15 gourdes, mezzo dollaro. Ovunque si presume di incontrare stranieri, sulla strada dell’aeroporto o in faccia al quartier generale Minustah o allo storico albergo Oloffson tutto in legno, prediletto da Graham Greene e John Barrymore, si accalcano senza confusione persone che cercano un lavoro qualsiasi: sconosciuti stendono su foglietti liste di nomi e numeri di cellulari, e fatichi a spiegare che non sei tu la persona a cui consegnarle. È un modo di sopravvivere, nient’affatto secondario, anche la cura che madri e nonne e sorelle mettono nel rifare le treccine alle ragazze, sui marciapiedi accanto ai quali sfreccia nel traffico l’automezzo dei pompieri belgi tutti in rosso e in piedi come in Fahrenheit 451 di Truffaut e, a forte velocità, il camion bianco della spazzatura che trasporta cadaveri, a clacson spianato perché l’odore dolciastro è insostenibile anche per pochi secondi.

Saputo dell’arrivo degli americani, una mano ha scritto sulle macerie di una casa nel sobborgo di Nazon, uno dei più disastrati, il cartello: ‘Welcome the US Marine, we need some help, dead bodies inside’. Cadaveri qui: una freccia indica il punto dove scavare. Ma l’annuncio di Barack Obama che gli Stati Uniti stanno montando per Haiti una gigantesca operazione di soccorso, con il dispiegamento di 10 mila militari tra marines, divisioni aerotrasportate, genio e quant’altro, non ha generato solo enormi speranze: non sfugge infatti a nessuno che un tale impiego di forze è l’occasione per gli States di chiudere la partita, nei Caraibi loro cortile di casa, con l’asse Chávez-Castro, che da due anni persegue una politica di seduzione su René Préval, il primo vendendogli petrolio con pagamenti a 30 anni, il secondo inviando gratis a Haiti medici e strutture ospedaliere. Dovrete scegliere, chiediamo al presidente. “Dovremo sommare”, ammicca benevolo. Intanto però venerdì 15, terzo giorno dal sisma, un primo nucleo di marines ha preso il controllo del porto e dell’aeroporto (in seguito anche del palazzo presidenziale), provocando in poche ore proteste francesi e, ufficiosamente, anche italiane per la priorità data all’arrivo dei voli Usa rispetto a tutti gli altri: “Gli americani”, critica un grande industriale senza esporsi perché è con loro che faceva e farà business, “hanno i loro moduli standard, Iraq o Afghanistan o Haiti è lo stesso. Ma qui non funziona così. Il porto è inagibile, e l’aeroporto lo gestiscono con procedure assurde”. Domenica 17, all’ospedale centrale di Port-au-Prince, sono arrivati i primi 25 uomini della 25 Airborne division, al comando del maggiore Paul Schillaci: “Siamo in maggioranza medici e tecnici, aiutiamo a riparare attrezzature e logistica come a spostare i feriti”, ci spiega in tono minore. Discreta, in questa fase, anche la loro presenza nelle strade: gli ‘humvee’ stanno in coda, sul tetto basso il telone mimetico buono forse per i passi afghani ma di cui sfugge l’utilità qua dove al massimo ti devi riparare dal sole, che picchia sui 30 gradi. Con la Minustah i rapporti non devono essere idilliaci, se Edmond Mulet, capo missione Onu, precisa subito che “in 10 mila verranno qui a rotazione, ma sul terreno gli americani non saranno più di 3.200; noi siamo settemila, più altri duemila militari e 1200 poliziotti in arrivo”, e continua elencando le azioni in corso, dal completamento della raccolta cadaveri fino all’invio di uomini Minustah nelle banche perché possano riaprire e far ripartire i commerci e l’economia.

“Ben vengano gli Stati Uniti”, dicono forte Jean-Jacques René e Joseph Rinald, manager e ingegnere entrambi senza lavoro, “sono gli unici che possono trasformare questa devastazione in occasione di rinascita: come già nel 1915 (occupazione americana), nel ’94 (Aristide riportato al potere da Clinton), nel 2004 (Aristide cacciato da Bush)”: date non precisamente di buon auspicio, visti gli esiti. “Washington deve ribaltare le sue alleanze a Haiti, abbandonare questa classe politica corrotta, rompere con ‘le 11 famiglie’, l’élite economica che ha in mano il vero potere, altrimenti non c’è speranza”, attacca Richard Morse, il più noto musicista dell’isola e padrone dell’Oloffson. “Meglio le Nazioni Unite, almeno tutto il mondo sarà coinvolto”, chiosa la sera in piazza Jeanty il trentacinquenne Yves Guyard Tanger, docente di letteratura: “Ma è inutile alimentare illusioni fallaci. Haiti non rinascerà mai più”.

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21 gennaio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/viaggio-nel-paese-fantasma/2119759&ref=hpsp

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Haiti siamo noi

di Barack Obama

Il presidente degli Stati Uniti promette: “Non vi lasceremo soli”. Perché questa è l’ora in cui una grande potenza esercita la sua leadership col sentimento della compassione

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Il presidente Obama
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La settimana scorsa ci siamo profondamente commossi per le strazianti immagini della devastazione che ha colpito Haiti: genitori che cercano tra le macerie figlie e figli; bambini terrorizzati e soli alla ricerca dei loro genitori. In questo momento interi quartieri di Port-au-Prince sono in rovina, e le famiglie cercano di costruirsi dei ripari di fortuna. È una scena spaventosa che abbiamo sotto gli occhi: quella di vite sconvolte in una nazione povera che aveva già sofferto moltissimo.

Per reagire al tragico cataclisma ho predisposto un rapido, coordinato, massiccio intervento di soccorso finalizzato a salvare vite umane ad Haiti. Abbiamo dato il via a una delle missioni umanitarie di più grande portata nella storia recente. Ho informato i responsabili delle varie agenzie e associazioni umanitarie di fare della nostra missione una priorità assoluta in tutto il governo federale. Stiamo mobilitando ogni elemento disponibile: le risorse delle agenzie per lo sviluppo, la potenza delle nostre forze armate, e l’elemento più importante di tutti, la compassione del popolo americano. Stiamo collaborando con il governo di Haiti, le Nazioni Unite e molti partner internazionali che contribuiscono anche loro a questo sforzo straordinario.

Interveniamo per la salvezza delle migliaia di cittadini americani che si trovano ad Haiti e per le loro famiglie in patria; interveniamo per la salvezza del popolo haitiano che è stato tragicamente colpito nel corso della sua storia, pur avendo dato prova di grande resistenza; e interveniamo per gli stretti rapporti di collaborazione che intratteniamo con un vicino più a Sud che dista da noi soltanto poche centinaia di miglia.

Ma più di ogni altra cosa, interveniamo per una ragione molto semplice: in caso di tragedie gli Stati Uniti d’America si fanno avanti e danno una mano. Noi siamo fatti così e questo è quanto facciamo. Da decenni la leadership dell’America si è basata almeno in parte sul fatto che non usiamo la nostra potenza per soggiogare gli altri, ma ne facciamo uso per risollevarli, che si tratti di ricostruire gli Stati dei nostri ex nemici dopo la Seconda guerra mondiale, o di procurare viveri e acqua agli abitanti di Berlino, o di aiutare bosniaci e kosovari a ricostruire le loro vite e le loro nazioni.

Ciò è tanto più vero specialmente nei momenti di grande pericolo e di enormi sofferenze umane. Questo è il motivo per il quale siamo intervenuti per aiutare la gente a combattere la piaga dell’Hiv-Aids in Africa, o a riprendersi dal catastrofico tsunami in Asia. Quando diamo prova non soltanto di grande potenza, ma anche di compassione, il mondo guarda a noi con un misto di ammirazione e di incredulità. E ciò va a beneficio della nostra leadership. È indicativo del carattere del nostro Paese. Ed è il motivo per il quale ogni americano può guardare a questa missione umanitaria provando l’orgoglio di sapere che l’America opera nel nome della nostra comune appartenenza al genere umano.

In questo momento le nostre squadre di ricerca e soccorso sono sul terreno, ed estraggono le vittime dalle macerie. Americani della Virginia, della California e della Florida hanno lavorato giorno e notte per salvare esseri umani che non conoscevano. I nostri soldati, marinai, aviatori, marine e guardiacoste si sono recati immediatamente sul teatro di questa tragedia e gomito a gomito con i nostri civili lavorano ininterrottamente per rendere possibile un immane sforzo logistico, per distribuire acqua, viveri e medicinali salvavita, per impedire che si verifichi una catastrofe umanitaria di ancora più ampie dimensioni.

Sono in arrivo altri ingenti aiuti. Sicuramente sarà un’operazione di soccorso complessa, difficile e temeraria quella nella quale ci stiamo lanciando, che richiederà anche tempo, per mobilitare tutte le risorse necessarie per un Paese così devastato. E altre squadre di soccorso, formate da medici, infermieri e paramedici arriveranno a prendersi cura dei feriti. Dovremo consegnare altra acqua, altri viveri, altri generi di conforto. Una portaerei e una nave ospedale sono già in loco. Un’altra portaerei e altre apparecchiature e macchinari consentiranno di ripristinare le comunicazioni, di ripulire le strade e i porti per assicurare gli aiuti e accelerare la ripresa.

In questo nuovo secolo, in ogni caso, nessuna grande sfida potrà essere affrontata soltanto da noi. In questo sforzo umanitario collaboreremo da vicino con le altre nazioni, così che il nostro lavoro sul terreno sia efficace ed efficiente anche in quelle che sono condizioni estremamente difficili. Ci daremo da fare anche con le Nazioni Unite, che tanto hanno fatto per portare sicurezza e stabilità ad Haiti nel corso degli anni, e che hanno subito terribili perdite in questa tragedia. Infine, collaboreremo anche da vicino con tutta una serie di organizzazioni non governative che hanno un’esperienza pluriennale e verificabile nell’apportare aiuti al popolo haitiano affinché migliori la sua vita.

È importante altresì notare che tutti questi sforzi saranno sostenuti da una buona volontà ininterrotta e dalla generosità dei normali cittadini. I governi da soli non bastano. Già adesso un numero record di donazioni è affluito grazie ai sistemi di messaggistica con telefonia mobile. La Croce Rossa e altre associazioni umanitarie hanno raccolto ingenti capitali. Voglio ringraziare i molti americani che hanno già contribuito a questo sforzo e voglio incoraggiare tutti gli americani che desiderano rendersi utili a visitare il sito www.whitehouse.gov e apprenderne di più.

Infine, nei prossimi giorni, mesi e anni dovremo lavorare a stretto contatto con il governo e gli abitanti di Haiti per ridar vita a quello slancio che avevano raggiunto prima che il terremoto li colpisse. È particolarmente devastante che questa crisi si sia verificata proprio nel momento in cui – finalmente, dopo decenni di conflitti e instabilità – Haiti stava lanciando inequivocabili segnali positivi di progresso economico e politico. Nei mesi e negli anni a venire, a mano a mano che le scosse diminuiranno e Haiti non sarà più in prima pagina sui giornali o nei titoli di testa dei telegiornali, la nostra missione continuerà a essere quella di aiutare la popolazione haitiana a percorrere la sua strada verso un futuro più luminoso. Gli Stati Uniti saranno vicini al governo haitiano e alle Nazioni Unite, passo dopo passo.

All’indomani di questa catastrofe, siamo consapevoli che la vita può essere crudele in modo inimmaginabile, che il dolore e la perdita sono assai spesso ripartiti tra gli uomini senza alcuna giustizia né pietà, che ‘l’ora sbagliata e la casualità’ investono tutti noi. Ma proprio in questi momenti, proprio quando siamo messi di fronte alla nostra stessa fragilità, riscopriamo la nostra comune appartenenza al genere umano. Guardiamo negli occhi del nostro prossimo e vediamo noi stessi. E così gli Stati Uniti d’America guideranno il mondo in questa grande missione umanitaria. Questo è un lascito della nostra storia ed è così che risponderemo alla sfida che ci troviamo davanti.
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‘Newsweek’ – ‘L’espresso’
traduzione di Anna Bissanti

21 gennaio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/haiti-siamo-noi/2119780

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Haiti, il racconto dell’operatrice del CESVI

Polvere, macerie, migliaia di persone sfollate nelle piazze e nei giardini della capitale. La testimonianza di Micol Picasso

Un campo di sfollati a Port-au-Prince
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18 gennaio, Port-au-Prince
Sono arrivato qui così in fretta
da non rendermene quasi conto. Mercoledì mattina scorso ero a Milano ignaro di tutto e venerdì mi sono ritrovato catapultato qui con l’anticamera di una notte a S. Domingo. Poi a Miami comincio ad avere percezione che ci siamo, non si torna indietro.
Arrivato a Port-au-Prince, vedo case rase al suolo come fossero implose, vedo una marea di gente in giro a piedi per la città, vedo cadaveri avvolti nelle lenzuola e messi in mezzo alla strada, ne vedo altri bruciare, vedo spazzatura, tanta, vedo gente accampata nelle piazze, nelle aiuole, vedo le file fuori dai distributori di benzina.
Il giorno dopo è stato come se mi prendessero a sberle. Rifai la strada e vedi cose che ti erano sfuggite, ti guardi intorno e vedi la massa di attori umanitari presenti, scorgi scorci che ti erano rimasti nascosti, la gente è sempre lì, esci dalla strada principale e scopri interi quartieri distrutti, le Nazioni Unite hanno praticamente costruito un villaggio di container per il loro staff, ci sono riunioni quotidiane, non ci si ferma un attimo, c’è tanto da fare e c’è poco tempo. Mancano acqua, servizi igienici, medicinali, cibo, la gente dorme tra i rifiuti, vaga per la città con valige, borse, taniche?guardo tutto questo e provo la stessa sensazione di chi prende coscienza di un lutto, di chi realizza che non vedrà più un viso caro, di chi non sentirà più la voce della persona che è venuta a mancare. E questa sensazione è orribile.
Domani andremo a Petit Groave…perché il terremoto non ha devastato solo Port au Prince.

Flavio Ambrogiani, CESVI

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17 gennaio, Port-au-Prince
Il contrasto con Santo Domingo è forte appena si passa il confine: finisce la strada asfaltata e comincia la polvere. Alla frontiera molte persone in uscita, ma la confusione è modesta, qualcuno mi propone di sbrigare le formalità al posto mio, ma tutto si svolge abbastanza ordinatamente, possiamo farcela. Finalmente la nostra macchina arriva. Il viaggio è lungo ma fino alle porte della capitale non si notano danni ed è sconvolgente la forza della vita che continua anche se le persone a pochi chilometri da te non ci sono più.

Finalmente raggiungiamo Port-au-Prince e lambiamo solo di lontano le zone più colpite: la priorità è assicurarci un posto dove dormire e dove mettere le nostre cose. Un secondo giro lo facciamo nel tardo pomeriggio, dopo aver salutato alcune persone consociute in passato, avere chiesto se tutto era ok, avere visto la fatica di giorni di lavoro ingestibili. Le arterie principali sono piene di gente, ma questo è ordinario nella capitale; ci sono banchetti dove si vendono cibo e bevande, la vita riprende anche qui.

Basta una svolta, però, in direzione dell’area intorno all’areoporto, la zona più colpita, perché la catastrofe si faccia sentire e vedere. Sentire: la gente cammina con il fazzoletto o la mascherina sulla bocca e naso; c’è confusione, claxon, urla, qualcuno chiama e monta sul cassone del nostro pick up. Vedere: la piattaforma del tetto delle case a volte è franata intera sui piani inferiori che si sono sbriciolati come un biscotto, oppure si è spezzata a metà. La gente lì sotto non ha avuto scampo. Alcuni cadaveri bruciano o giacciono semplicemente abbandonati in mezzo alla strada. La rigidità di certe pose rimane impresse nella testa.

Port-au-Prince e Haiti tutta è solo montagna: ti accorgi che non sai distinguere tra la frana della roccia e quella dei detriti della case, si aprono voragini e i tetti sprofondano in quelle che prima erano fondamenta. Le case di Port-au-Prince sono tutte in cemento. Nessun haitiano ammetterebbe di non avere mezzi per costruirsi una casa in cemento e si fa per questo economia sul materiale: si costruisce senza criterio ammassando piani l?uno sopra l?altro senza calcoli, affiancando gli edifici grigi e non intoncanati come in uno strettissimo alveare. Le case sono cadute a domino, quelle che stavano sopra su quelle che stavano sotto, e poi le macerie di quelle ancora sopra? Dove si porteranno tutti questi detriti? Il giorno in cui si potrà fare, dove li si scaricherà? Raggiungiamo Place de la Paix, che è la piazza sede dei ministeri e del palazzo presidenziale: tutto crollato. E’ coperta di gente seduta, sdraiata per terra, confusa tra i rifiuti; le coperte e qualche masso segnano la distinzione tra un gruppo familiare e un altro, ricordo di un rifugio che non c’è più.

Non saprei distinguere se la massa dei rifiuti è dovuta ai cassonetti sfondati dal terremoto o alla semplice presenza delle persone laggiù. Saranno qualche migliaio in una sola piazza, insieme senza una latrina, una tenda, una distribuzione di viveri. Non bisogna essere degli esperti per capire che l’epidemia sta per scoppiare. E se nelle piazze più grandi non si riesce a distinguere il cemento della superficie occupato dalla gente in attesa, ogni angolo di Port-au-Prince, ogni spiazzo dove c’è un giardino è diventato un punto di raccolta per le famiglie sfollate.

Fuori dai cortili comuni sono appesi cartelli: HELP, AIDE, AIUDAS, oppure WE NEED FOOD INSIDE o THERE ARE PEOPLE INSIDE. E sulla strada la fiumana di gente non sa dove andare, cerca un posto dove passare la notte, ma non troppo lontano dalla propria casa. Oppure semplicemente è la vita che ritorna.

Micol Picasso, CESVI

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17 gennaio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/haiti-il%20racconto-delloperatrice-del-cesvi/2119449

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INFO

L’UNICEF come aiutare
FEED TWITTER In diretta da Haiti
DALL’ARCHIVIO ESPRESSO Haiti, isola perduta Sfida nei Caraibi di Roberto Di Caro
I VOLTI DELLA TRAGEDIA 1 2 3

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Padova, cercasi coinquilini: «Non leghisti, litigano con i meridionali»

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PADOVA (22 gennaio) – «Si affitta a chiunque tranne che ai leghisti». Dopo meridionali e immigrati stranieri, ora anche il popolo del Carroccio si trova a fare i conti con le “discriminazioni immobiliari”. Non sono più i cartelli odiosi che venivano appesi ai balconi delle case di ringhiera a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta a Milano e a Torino. Non sono neppure le prescrizioni più o meno discriminatorie che appaiono su siti e giornali specializzati in cui si fa capire che dall’affitto sono esclusi gli immigrati. Questa volta (ironia del destino) ad essere discriminati sono proprio i simpatizzanti di Umberto Bossi.

Da qualche giorno infatti sul muro della sede del Consiglio di quartiere 1 (tra piazza Capitaniato e il volto dell’Orologio), a pochi metri dalle aule della facoltà di Lettere e filosofia, si può leggere un annuncio che recita così: “Affittasi subito stanza singola in appartamento misto vicino al centro (via Vergerio). Internet, telefono, tv, lavatrice, lavastoviglie, parchetto sotto casa, cucina abitabile, lungo balcone, 4 stanze singole, 2 bagni, posto bici. Contratto singolo per studenti, benissimo anche Erasmus. Euro 282 tutto compreso”. Firmato Chiara, Mattia, Alice, con i rispettivi numeri di cellulare a fianco. Fin qui tutto regolare, uguale a migliaia di altri “foglietti” che tappezzano un po’ tutto il centro storico. Tutto regolare se l’annuncio non si chiudesse con un perentorio “No Lega” seguito da tre punti esclamativi. Il che vuol dire: si affitta a chiunque tranne che a studenti simpattizzanti del Carroccio.

Incuriositi dall’annuncio, abbiamo chiamato uno dei numeri scritti sull’annuncio, ottenendo un appuntamento. «Ma perchè “no Lega”?» – chiediamo alla studentessa dall’altra parte dell’apparecchio. «Diciamo che è un po’ una provocazione – risponde la ragazza -, ma nel nostro appartamento abitano due ragazzi pugliesi, quindi, puoi ben capire…». Insomma, meglio mantenere un ambiente tranquillo ed evitare. La studentessa capisce però che l’argomento diventa scivoloso, quindi tenta di salvarsi in corner: «Naturalmente una convivenza è sempre possibile, noi non discriminiamo nessuno» e via dicendo, in un crescendo di distinguo che non riescono però a cancellare l’essenza dell’annuncio: che i leghisti come inquilini, lei e i suoi amici non li vogliono.

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fonte:  http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=88496&sez=ITALIA

Corte californiana boccia i limiti alla mariujana medica per uso personale

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Corte californiana boccia i limiti
alla mariujana medica per uso personale

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LOS ANGELES (22 gennaio) – La Corte Suprema della California ha respinto i limiti alla marijuana medica imposti dai parlamentari dello stato, affermando che le persone con prescrizioni per l’«erba» possono detenere e coltivare tutta quella che serve loro per uso personale. L’alta corte ha stabilito che i parlamentari hanno impropriamente emendato la legge che depenalizzava il possesso di marijuana ai «californiani seriamente malati» che avevano una prescrizione medica, imponendo ai pazienti un limite di otto once (227 grammi) di marijuana seccata e sei piantine. La Legge sull’uso compassionevole, approvata dagli elettori della California nel 1996, non aveva messo limiti a quanta marijuana i pazienti potevano possedere e coltivare, affermando solo che doveva essere per uso personale. La Corte Suprema statale ha stabilito che i limiti imposti non devono «intralciare» la capacità di una persona di affermare, sulla base della Legge sull’uso compassionevole, che la marijuana posseduta o coltivata è per uso personale.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=88491&sez=HOME_NELMONDO

Leucemia, a Milano 200 casi all’anno: «Più colpite le zone a sud della città» / Allarme leucemie, l’esperto: «E’ colpa di una città malata»

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Lo studio della Fondazione Veronesi

Leucemia, a Milano 200 casi all’anno
«Più colpite le zone a sud della città»

Corvetto, Barona e Stadera, fino al Giambellino: «tendenza ad una maggiore mortalità»

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MILANO – A Milano si registrano «200 nuovi casi di leucemia all’anno», più di uno ogni due giorni. I tassi di morbosità e mortalità «appaiono ugualmente distribuiti» tra uomini e donne, «sostanzialmente stabili nel tempo» o in leggera diminuzione, ma i «livelli di rischio sono superiori» rispetto alla Lombardia e al resto d’Italia, «con un maggiore addensamento» di patologie nei quartieri sud. La domanda a cui prova a rispondere la Fondazione Veronesi, a questo punto, è tanto secca quanto delicata. Perché? Un recente studio thailandese ha riscontrato «un’associazione positiva» tra leucemie infantili e lo smog (biossido d’azoto). E «meritevole di ulteriore approfondimento» è anche il rapporto di causa-effetto tra l’inquinamento da benzene e l’insorgenza di tumori del sangue. Solo un’altra ipotesi di lavoro. In un campo orfano di certezze scientifiche.

Il dossier «Inquinamento ambientale ed insorgenza di tumori nella popolazione urbana» è stato realizzato dalla Fondazione Veronesi in collaborazione con il Comune, nel 2009, all’interno del programma «Pro-Life». La cornice è quella di una città in cui s’invecchia meglio e «il rischio di morte è inferiore» rispetto al trend lombardo e nazionale. Attenzione, però: l’età media s’allunga, ma i ricoveri restano «stabili », a conferma che il salto l’han fatto, più che la qualità della vita e dell’aria, la «specializzazione» e il «progressivo miglioramento» di interventi diagnostici e terapeutici, programmi di diagnosi precoce e livelli d’assistenza.

Corvetto, Barona e Stadera, fino al Giambellino: la carta del rischio circoscrive i quartieri a Sud. I medici hanno individuato gli epicentri del dolore dopo aver incrociato i dati sulle concentrazioni di benzene nell’aria con gli indici di diffusione delle leucemie e le mappe di reddito delle famiglie. Per la fascia meridionale della città, alla fine, è stata riscontrata la «tendenza ad una maggiore mortalità». Una tendenza, non una condanna. La teoria della leucemia da smog, infatti, ha più d’un argomento contrario. Uno su tutti: l’incidenza del tabacco. Il benzene respirato in un giorno, nel peggiore dei giorni possibili, risulta «circa la metà rispetto a quello conseguente al fumo di una sigaretta». In numeri: 46 microgrammi contro 110. In parole, la correlazione tra l’inalazione di benzene e l’insorgenza della malattia è ipotesi «interessante», ma insufficiente: «La metodologia di studio potrebbe essere ulteriormente affinata».

Armando Stella
22 gennaio 2010

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fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_gennaio_22/a-milano-200-casi-1602328884509.shtml

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Il caso della scuola di via Corridoni: gruppo di lavoro inter-istituzionale

Allarme leucemie, l’esperto:
«E’ colpa di una città malata»

Il professor Masera: troppo smog, ambiente sfavorevole. La Moratti: competenze dell’Asl, ora intervenga

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Giuseppe Masera guida la clinica pediatrica  del San Gerardo di Monza (Fotogramma)
Giuseppe Masera guida la clinica pediatrica del San Gerardo di Monza (Fotogramma)

MILANO – «Siamo in un ambiente sfavorevole, inutile girarci intorno». Giuseppe Masera da più di trent’anni si occupa di leucemie infantili alla clinica pediatrica del San Gerardo di Monza. L’ambiente è Milano, la grande malata di smog e di fumi tossici. Ma Milano vuol dire Italia. Perché il ragionamento, sostiene Masera, va allargato. E perché nel nostro Paese l’incidenza è più alta che nel resto d’Europa. Le stime parlano di 175 bambini colpiti su un campione di un milione di casi. Con un incremento annuo del due per cento. «In Europa il rapporto è di 140, negli Stati Uniti ancora inferiore». «Solo nell’ultimo mese — racconta Masera — abbiamo registrato qui a Monza sei casi di bambini colpiti da leucemia. Bambini che vivono nel semi-centro di Milano, tutt’altro che quartieri degradati».

E la scuola di via Corridoni, con quei tre casi segnalati nelle ultime settimane? «No, non credo proprio che ci possa essere una correlazione ambientale. Piuttosto chiediamoci quei tre bambini, che erano rientrati da pochi mesi in quelle aule, quali luoghi in precedenza avessero frequentato». La domanda di fondo è quasi filosofica: «Che mondo stiamo creando per i nostri bambini?». In via Corridoni intanto sono partite le indagini. Le primissime rilevazioni sulle radiazioni ionizzanti e sulle onde elettromagnetiche hanno dato esito negativo. Ora s’indagherà sui materiali usati per la ristutturazione dell’istituto (sono già state contattate le aziende che hanno lavorato al restyling della scuola) e in particolare sui solventi volatili. È lo stesso preside Angelo Salvo a pretendere spiegazioni: «Cosa si può trovare in una scuola appena ristrutturata?».

Al caso lavorerà da lunedì prossimo un gruppo di lavoro inter-istituzionale. Ne faranno parte medici, esperti, dirigenti dell’Asl, della Regione, del Comune, genitori e insegnanti. Quattro settimane di tempo per i primi responsi. «Il tema della salute è di competenza dell’Asl », ha ribadito ieri Letizia Moratti: «Noi come Comune collaboreremo per cercare di capire e dare risposte ma la responsabilità rimane in capo alla Asl». «È doveroso e urgente rassicurare tutti: non c’è, non esiste nella maniera più assoluta un caso Milano», sottolinea l’assessore alla Salute del Comune, Giampaolo Landi di Chiavenna.

Il rapporto tra smog (benzene, nello specifico), tassi di mortalità e casi di leucemia è «meritevole di approfondimento», racconta una recente ricerca della Fondazione Veronesi. E l’aria di Milano in questo gennaio gelido e senza pioggia continua a essere pessima. Valori fuori controllo, ieri, anche in area Ecopass, alle centraline di via Senato e del Verziere. «Sono dieci giorni di fila che le polveri sottili sono alle stelle», osserva il consigliere regionale Carlo Monguzzi: «Nel ricordare che ogni anno muoiono nella sola Milano 400 persone per smog, è così fuori dal mondo chiedere che venga fermata la circolazione almeno nelle giornate di sabato e domenica?». «Formigoni, Moratti e De Corato sono come le tre scimmiette della tradizione », rincara la dose il pd Maurizio Baruffi. Che fare, allora? C’è un suggerimento, un avviso utile da dare a mamme e genitori preoccupati? «Purtroppo direi di no», confessa Giuseppe Masera. L’unico consiglio buono rimane quello di sempre: «Stare calmi. Nonostante tutto, le leucemie sono molto rare. Anche a Milano».

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Andrea Senesi
22 gennaio 2010

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fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_gennaio_22/allarme-leucemie-1602328884564.shtml?fr=correlati