GLI ANGELI DI HAITI – Viaggio nel paese fantasma / Haiti siamo noi, di Barack Obama / Haiti, il racconto degli operatori del CESVI

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Viaggio nel paese fantasma

Rassegnazione, poche lacrime. E la sfiducia che dopo il sisma Haiti potrà rinascere. Perché la gente è abituata a non avere nulla da Port-au-Prince

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di Roberto Di Caro da Port-au-Prince

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Les évènements, dicono nelle tendopoli dei senza più nulla sparse ovunque, in una piazza, un parco, un prato incolto, uno spartitraffico largo i tre metri sufficienti ad appendere un lenzuolo su quattro pali di legno sotto il sole. Non ‘il terremoto, il sisma, la catastrofe’, solo ‘les évènements’ cioè l’accaduto, le cose che sono successe. Pudore estremo delle parole, in un paese con l’Aids al 7 per cento e le minorenni che si offrivano persino dentro l’ufficio elettorale. Accettazione di una normalità della morte, anche la più violenta e insensata, in quest’isola dove ogni aspetto della vita è da sempre esposto come una banderuola al primo colpo di vento, e dove non si fa altro che ringraziare Dieu e Jésus e la Provvidenza sulle insegne dei negozi e le fiancate dei camion. Devi davvero stupirti e inorridire se, ancora una settimana dopo quel martedì 12 in cui alle 16.53 la terra si è lacerata, vedi davanti alla Morgue dentro l’ospedale centrale di Port-au-Prince decine di cadaveri lasciati ai vermi accanto a un cumulo di immondizia? Nelle fosse comuni ne hanno già sepolti 60 mila, e l’ultima stima ufficiale parla di 75 mila morti. Ma in aree periferiche a sud-ovest della capitale, come Mariani e Leogane al di là di Carrefour, i primi sporadici soccorsi non sono arrivati se non dopo sei giorni. E nessuno, a tutt’oggi, ha idea di quanti siano davvero là i morti, e quanti gli insepolti.

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La stessa accettazione della fragilità dell’esistenza muove quegli uomini e donne che vedi cercare un varco sotto i lastroni di cemento accasciati al suolo e infilarsi nei negozi e magazzini di rue Dessalines e delle altre vie del centro attorno al Palais national schiacciato su se stesso. Entra uno, altri lo seguono, prendono biscotti, pannolini, vestiti, bibite, cavi elettrici, quello che trovano. Saccheggiatori? In senso proprio lo sono. Ma non si tratta di bande organizzate, non sono le gang che imperavano a Cité Soleil finché due anni fa la Minustah (la missione per la stabilizzazione dell’Onu ad Haiti) non gli ha fatto la guerra, cacciandole e uccidendo o incarcerando i capi, scappati ora che la prigione è crollata. Questi sono solo dei disperati. I vigilantes, assoldati dai proprietari dei magazzini, li prendono facilmente. Li vedi, qualche minuto dopo, trascinati via in tutta fretta e caricati sul cassone di un pick-up, le mani legate davanti o dietro la schiena, i volti imbiancati dalla polvere. Vanno a morire, e lo sanno, glielo leggi in volto: neanche ci sono più galere, li finiranno con un colpo di pistola. “Rubano. A quel punto puoi fargli qualunque cosa, è il sistema haitiano”, conferma Jean Louis Oscar, uno dei pochi poliziotti che dovrebbero difendere quel che resta del palazzo presidenziale. In un caso documentato è stata la polizia a uccidere, subito, i ladri, come succedeva anche prima lontano dagli occhi della stampa internazionale. Ora li massacrano di calci ma almeno, per le testimonianze dirette che abbiamo, non li portano più via né li giustiziano sul posto.

Ben più della sicurezza (Mulet parla di “casi comunque isolati di saccheggio”, e non a torto bolla di “irresponsabile” ogni descrizione di Port-au-Prince come luogo dove a colpi di pistola e machete spadroneggiano le bande criminali), il problema drammatico e immediato è come gestire l’emergenza umanitaria e distribuire in fretta gli aiuti. Che arrivano in gran quantità, da tutto il mondo, in una mobilitazione con pochi eguali in passato: ma quando giri nelle tendopoli, nella piazza del Palais National, accanto all’aeroporto, giù a Carrefour alla base navale e altrove, l’unica cosa che vedi distribuire, da ong e Minustah, è l’acqua, con la gente che si accalca, in mano taniche e bidoni. E tutti ti ripetono: “Cibo? Nessuno ce ne ha dato, finora. Né altri generi. Ci arrangiamo con quel poco che abbiamo, chi ha divide, riso, banane e pasta li compriamo per strada”.

Fanno da soli. Si mettono insieme spontaneamente. Per restare o per andarsene in piccoli gruppi nei villaggi sui monti: sanno che se piove altissimo è il rischio di epidemie di tifo, colera, meningite. Non inventano comitati, non fanno richieste: non sono abituati perché nessuna autorità le ha mai prese in considerazione, qua i voti si comprano diversamente. Le tecniche di sopravvivenza minuta sono infinite. Al Chioske Oxide Jeanty, un parco con colonnato dove nelle feste nazionali le bande suonano l’inno e le musiche tradizionali e dove ora tra gli sfollati trovi da comprare la birra Prestige e le sigarette Comme il faut di produzione locale, una luce nel buio e il rumore di un generatore ti segnalano dove ricaricare i cellulari per 15 gourdes, mezzo dollaro. Ovunque si presume di incontrare stranieri, sulla strada dell’aeroporto o in faccia al quartier generale Minustah o allo storico albergo Oloffson tutto in legno, prediletto da Graham Greene e John Barrymore, si accalcano senza confusione persone che cercano un lavoro qualsiasi: sconosciuti stendono su foglietti liste di nomi e numeri di cellulari, e fatichi a spiegare che non sei tu la persona a cui consegnarle. È un modo di sopravvivere, nient’affatto secondario, anche la cura che madri e nonne e sorelle mettono nel rifare le treccine alle ragazze, sui marciapiedi accanto ai quali sfreccia nel traffico l’automezzo dei pompieri belgi tutti in rosso e in piedi come in Fahrenheit 451 di Truffaut e, a forte velocità, il camion bianco della spazzatura che trasporta cadaveri, a clacson spianato perché l’odore dolciastro è insostenibile anche per pochi secondi.

Saputo dell’arrivo degli americani, una mano ha scritto sulle macerie di una casa nel sobborgo di Nazon, uno dei più disastrati, il cartello: ‘Welcome the US Marine, we need some help, dead bodies inside’. Cadaveri qui: una freccia indica il punto dove scavare. Ma l’annuncio di Barack Obama che gli Stati Uniti stanno montando per Haiti una gigantesca operazione di soccorso, con il dispiegamento di 10 mila militari tra marines, divisioni aerotrasportate, genio e quant’altro, non ha generato solo enormi speranze: non sfugge infatti a nessuno che un tale impiego di forze è l’occasione per gli States di chiudere la partita, nei Caraibi loro cortile di casa, con l’asse Chávez-Castro, che da due anni persegue una politica di seduzione su René Préval, il primo vendendogli petrolio con pagamenti a 30 anni, il secondo inviando gratis a Haiti medici e strutture ospedaliere. Dovrete scegliere, chiediamo al presidente. “Dovremo sommare”, ammicca benevolo. Intanto però venerdì 15, terzo giorno dal sisma, un primo nucleo di marines ha preso il controllo del porto e dell’aeroporto (in seguito anche del palazzo presidenziale), provocando in poche ore proteste francesi e, ufficiosamente, anche italiane per la priorità data all’arrivo dei voli Usa rispetto a tutti gli altri: “Gli americani”, critica un grande industriale senza esporsi perché è con loro che faceva e farà business, “hanno i loro moduli standard, Iraq o Afghanistan o Haiti è lo stesso. Ma qui non funziona così. Il porto è inagibile, e l’aeroporto lo gestiscono con procedure assurde”. Domenica 17, all’ospedale centrale di Port-au-Prince, sono arrivati i primi 25 uomini della 25 Airborne division, al comando del maggiore Paul Schillaci: “Siamo in maggioranza medici e tecnici, aiutiamo a riparare attrezzature e logistica come a spostare i feriti”, ci spiega in tono minore. Discreta, in questa fase, anche la loro presenza nelle strade: gli ‘humvee’ stanno in coda, sul tetto basso il telone mimetico buono forse per i passi afghani ma di cui sfugge l’utilità qua dove al massimo ti devi riparare dal sole, che picchia sui 30 gradi. Con la Minustah i rapporti non devono essere idilliaci, se Edmond Mulet, capo missione Onu, precisa subito che “in 10 mila verranno qui a rotazione, ma sul terreno gli americani non saranno più di 3.200; noi siamo settemila, più altri duemila militari e 1200 poliziotti in arrivo”, e continua elencando le azioni in corso, dal completamento della raccolta cadaveri fino all’invio di uomini Minustah nelle banche perché possano riaprire e far ripartire i commerci e l’economia.

“Ben vengano gli Stati Uniti”, dicono forte Jean-Jacques René e Joseph Rinald, manager e ingegnere entrambi senza lavoro, “sono gli unici che possono trasformare questa devastazione in occasione di rinascita: come già nel 1915 (occupazione americana), nel ’94 (Aristide riportato al potere da Clinton), nel 2004 (Aristide cacciato da Bush)”: date non precisamente di buon auspicio, visti gli esiti. “Washington deve ribaltare le sue alleanze a Haiti, abbandonare questa classe politica corrotta, rompere con ‘le 11 famiglie’, l’élite economica che ha in mano il vero potere, altrimenti non c’è speranza”, attacca Richard Morse, il più noto musicista dell’isola e padrone dell’Oloffson. “Meglio le Nazioni Unite, almeno tutto il mondo sarà coinvolto”, chiosa la sera in piazza Jeanty il trentacinquenne Yves Guyard Tanger, docente di letteratura: “Ma è inutile alimentare illusioni fallaci. Haiti non rinascerà mai più”.

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21 gennaio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/viaggio-nel-paese-fantasma/2119759&ref=hpsp

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Haiti siamo noi

di Barack Obama

Il presidente degli Stati Uniti promette: “Non vi lasceremo soli”. Perché questa è l’ora in cui una grande potenza esercita la sua leadership col sentimento della compassione

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Il presidente Obama
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La settimana scorsa ci siamo profondamente commossi per le strazianti immagini della devastazione che ha colpito Haiti: genitori che cercano tra le macerie figlie e figli; bambini terrorizzati e soli alla ricerca dei loro genitori. In questo momento interi quartieri di Port-au-Prince sono in rovina, e le famiglie cercano di costruirsi dei ripari di fortuna. È una scena spaventosa che abbiamo sotto gli occhi: quella di vite sconvolte in una nazione povera che aveva già sofferto moltissimo.

Per reagire al tragico cataclisma ho predisposto un rapido, coordinato, massiccio intervento di soccorso finalizzato a salvare vite umane ad Haiti. Abbiamo dato il via a una delle missioni umanitarie di più grande portata nella storia recente. Ho informato i responsabili delle varie agenzie e associazioni umanitarie di fare della nostra missione una priorità assoluta in tutto il governo federale. Stiamo mobilitando ogni elemento disponibile: le risorse delle agenzie per lo sviluppo, la potenza delle nostre forze armate, e l’elemento più importante di tutti, la compassione del popolo americano. Stiamo collaborando con il governo di Haiti, le Nazioni Unite e molti partner internazionali che contribuiscono anche loro a questo sforzo straordinario.

Interveniamo per la salvezza delle migliaia di cittadini americani che si trovano ad Haiti e per le loro famiglie in patria; interveniamo per la salvezza del popolo haitiano che è stato tragicamente colpito nel corso della sua storia, pur avendo dato prova di grande resistenza; e interveniamo per gli stretti rapporti di collaborazione che intratteniamo con un vicino più a Sud che dista da noi soltanto poche centinaia di miglia.

Ma più di ogni altra cosa, interveniamo per una ragione molto semplice: in caso di tragedie gli Stati Uniti d’America si fanno avanti e danno una mano. Noi siamo fatti così e questo è quanto facciamo. Da decenni la leadership dell’America si è basata almeno in parte sul fatto che non usiamo la nostra potenza per soggiogare gli altri, ma ne facciamo uso per risollevarli, che si tratti di ricostruire gli Stati dei nostri ex nemici dopo la Seconda guerra mondiale, o di procurare viveri e acqua agli abitanti di Berlino, o di aiutare bosniaci e kosovari a ricostruire le loro vite e le loro nazioni.

Ciò è tanto più vero specialmente nei momenti di grande pericolo e di enormi sofferenze umane. Questo è il motivo per il quale siamo intervenuti per aiutare la gente a combattere la piaga dell’Hiv-Aids in Africa, o a riprendersi dal catastrofico tsunami in Asia. Quando diamo prova non soltanto di grande potenza, ma anche di compassione, il mondo guarda a noi con un misto di ammirazione e di incredulità. E ciò va a beneficio della nostra leadership. È indicativo del carattere del nostro Paese. Ed è il motivo per il quale ogni americano può guardare a questa missione umanitaria provando l’orgoglio di sapere che l’America opera nel nome della nostra comune appartenenza al genere umano.

In questo momento le nostre squadre di ricerca e soccorso sono sul terreno, ed estraggono le vittime dalle macerie. Americani della Virginia, della California e della Florida hanno lavorato giorno e notte per salvare esseri umani che non conoscevano. I nostri soldati, marinai, aviatori, marine e guardiacoste si sono recati immediatamente sul teatro di questa tragedia e gomito a gomito con i nostri civili lavorano ininterrottamente per rendere possibile un immane sforzo logistico, per distribuire acqua, viveri e medicinali salvavita, per impedire che si verifichi una catastrofe umanitaria di ancora più ampie dimensioni.

Sono in arrivo altri ingenti aiuti. Sicuramente sarà un’operazione di soccorso complessa, difficile e temeraria quella nella quale ci stiamo lanciando, che richiederà anche tempo, per mobilitare tutte le risorse necessarie per un Paese così devastato. E altre squadre di soccorso, formate da medici, infermieri e paramedici arriveranno a prendersi cura dei feriti. Dovremo consegnare altra acqua, altri viveri, altri generi di conforto. Una portaerei e una nave ospedale sono già in loco. Un’altra portaerei e altre apparecchiature e macchinari consentiranno di ripristinare le comunicazioni, di ripulire le strade e i porti per assicurare gli aiuti e accelerare la ripresa.

In questo nuovo secolo, in ogni caso, nessuna grande sfida potrà essere affrontata soltanto da noi. In questo sforzo umanitario collaboreremo da vicino con le altre nazioni, così che il nostro lavoro sul terreno sia efficace ed efficiente anche in quelle che sono condizioni estremamente difficili. Ci daremo da fare anche con le Nazioni Unite, che tanto hanno fatto per portare sicurezza e stabilità ad Haiti nel corso degli anni, e che hanno subito terribili perdite in questa tragedia. Infine, collaboreremo anche da vicino con tutta una serie di organizzazioni non governative che hanno un’esperienza pluriennale e verificabile nell’apportare aiuti al popolo haitiano affinché migliori la sua vita.

È importante altresì notare che tutti questi sforzi saranno sostenuti da una buona volontà ininterrotta e dalla generosità dei normali cittadini. I governi da soli non bastano. Già adesso un numero record di donazioni è affluito grazie ai sistemi di messaggistica con telefonia mobile. La Croce Rossa e altre associazioni umanitarie hanno raccolto ingenti capitali. Voglio ringraziare i molti americani che hanno già contribuito a questo sforzo e voglio incoraggiare tutti gli americani che desiderano rendersi utili a visitare il sito www.whitehouse.gov e apprenderne di più.

Infine, nei prossimi giorni, mesi e anni dovremo lavorare a stretto contatto con il governo e gli abitanti di Haiti per ridar vita a quello slancio che avevano raggiunto prima che il terremoto li colpisse. È particolarmente devastante che questa crisi si sia verificata proprio nel momento in cui – finalmente, dopo decenni di conflitti e instabilità – Haiti stava lanciando inequivocabili segnali positivi di progresso economico e politico. Nei mesi e negli anni a venire, a mano a mano che le scosse diminuiranno e Haiti non sarà più in prima pagina sui giornali o nei titoli di testa dei telegiornali, la nostra missione continuerà a essere quella di aiutare la popolazione haitiana a percorrere la sua strada verso un futuro più luminoso. Gli Stati Uniti saranno vicini al governo haitiano e alle Nazioni Unite, passo dopo passo.

All’indomani di questa catastrofe, siamo consapevoli che la vita può essere crudele in modo inimmaginabile, che il dolore e la perdita sono assai spesso ripartiti tra gli uomini senza alcuna giustizia né pietà, che ‘l’ora sbagliata e la casualità’ investono tutti noi. Ma proprio in questi momenti, proprio quando siamo messi di fronte alla nostra stessa fragilità, riscopriamo la nostra comune appartenenza al genere umano. Guardiamo negli occhi del nostro prossimo e vediamo noi stessi. E così gli Stati Uniti d’America guideranno il mondo in questa grande missione umanitaria. Questo è un lascito della nostra storia ed è così che risponderemo alla sfida che ci troviamo davanti.
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‘Newsweek’ – ‘L’espresso’
traduzione di Anna Bissanti

21 gennaio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/haiti-siamo-noi/2119780

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Haiti, il racconto dell’operatrice del CESVI

Polvere, macerie, migliaia di persone sfollate nelle piazze e nei giardini della capitale. La testimonianza di Micol Picasso

Un campo di sfollati a Port-au-Prince
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18 gennaio, Port-au-Prince
Sono arrivato qui così in fretta
da non rendermene quasi conto. Mercoledì mattina scorso ero a Milano ignaro di tutto e venerdì mi sono ritrovato catapultato qui con l’anticamera di una notte a S. Domingo. Poi a Miami comincio ad avere percezione che ci siamo, non si torna indietro.
Arrivato a Port-au-Prince, vedo case rase al suolo come fossero implose, vedo una marea di gente in giro a piedi per la città, vedo cadaveri avvolti nelle lenzuola e messi in mezzo alla strada, ne vedo altri bruciare, vedo spazzatura, tanta, vedo gente accampata nelle piazze, nelle aiuole, vedo le file fuori dai distributori di benzina.
Il giorno dopo è stato come se mi prendessero a sberle. Rifai la strada e vedi cose che ti erano sfuggite, ti guardi intorno e vedi la massa di attori umanitari presenti, scorgi scorci che ti erano rimasti nascosti, la gente è sempre lì, esci dalla strada principale e scopri interi quartieri distrutti, le Nazioni Unite hanno praticamente costruito un villaggio di container per il loro staff, ci sono riunioni quotidiane, non ci si ferma un attimo, c’è tanto da fare e c’è poco tempo. Mancano acqua, servizi igienici, medicinali, cibo, la gente dorme tra i rifiuti, vaga per la città con valige, borse, taniche?guardo tutto questo e provo la stessa sensazione di chi prende coscienza di un lutto, di chi realizza che non vedrà più un viso caro, di chi non sentirà più la voce della persona che è venuta a mancare. E questa sensazione è orribile.
Domani andremo a Petit Groave…perché il terremoto non ha devastato solo Port au Prince.

Flavio Ambrogiani, CESVI

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17 gennaio, Port-au-Prince
Il contrasto con Santo Domingo è forte appena si passa il confine: finisce la strada asfaltata e comincia la polvere. Alla frontiera molte persone in uscita, ma la confusione è modesta, qualcuno mi propone di sbrigare le formalità al posto mio, ma tutto si svolge abbastanza ordinatamente, possiamo farcela. Finalmente la nostra macchina arriva. Il viaggio è lungo ma fino alle porte della capitale non si notano danni ed è sconvolgente la forza della vita che continua anche se le persone a pochi chilometri da te non ci sono più.

Finalmente raggiungiamo Port-au-Prince e lambiamo solo di lontano le zone più colpite: la priorità è assicurarci un posto dove dormire e dove mettere le nostre cose. Un secondo giro lo facciamo nel tardo pomeriggio, dopo aver salutato alcune persone consociute in passato, avere chiesto se tutto era ok, avere visto la fatica di giorni di lavoro ingestibili. Le arterie principali sono piene di gente, ma questo è ordinario nella capitale; ci sono banchetti dove si vendono cibo e bevande, la vita riprende anche qui.

Basta una svolta, però, in direzione dell’area intorno all’areoporto, la zona più colpita, perché la catastrofe si faccia sentire e vedere. Sentire: la gente cammina con il fazzoletto o la mascherina sulla bocca e naso; c’è confusione, claxon, urla, qualcuno chiama e monta sul cassone del nostro pick up. Vedere: la piattaforma del tetto delle case a volte è franata intera sui piani inferiori che si sono sbriciolati come un biscotto, oppure si è spezzata a metà. La gente lì sotto non ha avuto scampo. Alcuni cadaveri bruciano o giacciono semplicemente abbandonati in mezzo alla strada. La rigidità di certe pose rimane impresse nella testa.

Port-au-Prince e Haiti tutta è solo montagna: ti accorgi che non sai distinguere tra la frana della roccia e quella dei detriti della case, si aprono voragini e i tetti sprofondano in quelle che prima erano fondamenta. Le case di Port-au-Prince sono tutte in cemento. Nessun haitiano ammetterebbe di non avere mezzi per costruirsi una casa in cemento e si fa per questo economia sul materiale: si costruisce senza criterio ammassando piani l?uno sopra l?altro senza calcoli, affiancando gli edifici grigi e non intoncanati come in uno strettissimo alveare. Le case sono cadute a domino, quelle che stavano sopra su quelle che stavano sotto, e poi le macerie di quelle ancora sopra? Dove si porteranno tutti questi detriti? Il giorno in cui si potrà fare, dove li si scaricherà? Raggiungiamo Place de la Paix, che è la piazza sede dei ministeri e del palazzo presidenziale: tutto crollato. E’ coperta di gente seduta, sdraiata per terra, confusa tra i rifiuti; le coperte e qualche masso segnano la distinzione tra un gruppo familiare e un altro, ricordo di un rifugio che non c’è più.

Non saprei distinguere se la massa dei rifiuti è dovuta ai cassonetti sfondati dal terremoto o alla semplice presenza delle persone laggiù. Saranno qualche migliaio in una sola piazza, insieme senza una latrina, una tenda, una distribuzione di viveri. Non bisogna essere degli esperti per capire che l’epidemia sta per scoppiare. E se nelle piazze più grandi non si riesce a distinguere il cemento della superficie occupato dalla gente in attesa, ogni angolo di Port-au-Prince, ogni spiazzo dove c’è un giardino è diventato un punto di raccolta per le famiglie sfollate.

Fuori dai cortili comuni sono appesi cartelli: HELP, AIDE, AIUDAS, oppure WE NEED FOOD INSIDE o THERE ARE PEOPLE INSIDE. E sulla strada la fiumana di gente non sa dove andare, cerca un posto dove passare la notte, ma non troppo lontano dalla propria casa. Oppure semplicemente è la vita che ritorna.

Micol Picasso, CESVI

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17 gennaio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/haiti-il%20racconto-delloperatrice-del-cesvi/2119449

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INFO

L’UNICEF come aiutare
FEED TWITTER In diretta da Haiti
DALL’ARCHIVIO ESPRESSO Haiti, isola perduta Sfida nei Caraibi di Roberto Di Caro
I VOLTI DELLA TRAGEDIA 1 2 3

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