La Lega sotto processo per costituzione di banda armata /

https://i0.wp.com/www.vivoinunpaeseincivile.org/wp-content/uploads/2009/11/fotogramma94249271712164726_big.jpg

Lega a processo per banda armata

Camicie verdi, rinviati a giudizio Gobbo e altri 35
Il gup: associazione per la secessione

.

VERONA – «Attraverso le Camicie verdi si costituì una vera e propria associazione a carattere militare, articolata in più compagnie dislocate territorialmente, che si prefiggeva lo scopo di conquistare l’autonomia della Padania dall’Italia». E’ soltanto uno dei passaggi-chiave dell’ordinanza-fiume con cui ieri pomeriggio il giudice per l’udienza preliminare di Verona Rita Caccamo ha sancito il rinvio a giudizio del sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo e di altri 35 esponenti della Lega nord. Tra loro, spiccano i nomi del deputato Matteo Bragantini, dell’ex primo cittadino di Milano Marco Formentini e del consigliere comunale di Verona Enzo Flego. Tutti dovranno rispondere del reato di costituzione di banda armata e rischiano, in caso di condanna, fino a 12 anni di reclusione.

Il giudice per le udienze preliminari, Rita Caccamo
Il giudice per le udienze preliminari, Rita Caccamo

Un’accusa, quella di «costituzione di un’associazione a carattere militare», da cui i rappresentanti del Carroccio dovranno difendersi in base a una legge, la «Scelba», datata 1952 (lo stesso dettato normativo che vietò la riorganizzazione e l’attività di partiti e gruppi neofascisti), e in relazione a una vicenda, quella correlata alle cosiddette «Guardie padane», che risale niente meno che al 1996.

E così, in barba al tanto decantato «processo breve», la prima udienza del processo di primo grado è stata fissata ieri per il primo ottobre 2010 (davanti al collegio presieduto a Verona dal giudice Marzio Bruno Guidorizzi), vale a dire a qualcosa come 14 anni esatti dai fatti contestati. Per farsi un’idea, basti solo pensare che all’epoca l’attuale onorevole Bragantini aveva appena 21 anni.

Ma tant’é: tra molteplici sospensioni per le ripetute richieste di pareri e pronunciamenti vari a Camera, Senato, Parlamento di Strasburgo (perché Gobbo a quei tempi risultava europarlamentare) e Corte Costituzionale, l’interminabile udienza preliminare chiamata a stabilire se il processo di primo grado dovesse o meno avere luogo, è giunta al suo ultimo step soltanto ieri pomeriggio.

Due sedute fa, invece, ad aver visto finalmente definita la propria posizione erano stati gli otto imputati che, all’epoca dei fatti contestati, risultavano «protetti» dall’immunità parlamentare: nomi di spicco, del calibro di Mario Borghezio, Umberto Bossi, Enrico Cavaliere, Giacomo Chiappori, Giancarlo Pagliarini, Luigino Vascon, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, usciti di scena a fine dicembre 2009 in virtù della dichiarazione di inammissibilità, pronunciata lo scorso luglio dalla Corte Costituzionale, del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dall’allora procuratore Guido Papalia. Per gli otto, così come già avvenuto nell’aprile 2009 per i senatori Vito Gnutti e Francesco Speroni, il gup Caccamo ha quindi decretato a distanza di 13 anni e 2 mesi dai fatti contestati «il non luogo a procedere» motivandolo con la «mancanza della condizione di procedibilità».

Tutt’altro epilogo, invece, quello sancito ieri per il sindaco Gobbo (per il quale nell’ottobre 2007 la giunta per le autorizzazioni di Strasburgo revocò le immunità non ritenendo che il comportamento di cui è accusato rientri tra quelli che un deputato europeo deve tenere) e gli altri 35 militanti leghisti rimasti senza immunità di sorta e rei, ha motivato ieri il gup Caccamo tra le righe della sua lunghissima ordinanza, di aver «partecipato e organizzato un’associazione a carattere militare, articolata in compagnie territoriali, ciascuna con il programma di affermare l’autonomia della Padania». Proprio l’attuale deputato Bragantini, a parere del gup, «rappresentava il responsabile della compagnia territoriale delle Guardie padane a Verona» e «solamente dopo l’approvazione dello statuto interno, lo scopo della secessione è stato sostituito dal rifiuto della violenza». Non solo, perché le Camicie verdi «costituivano un vero e proprio apparato parallelo alle forze armate», ha rimarcato il giudice stigmatizzando anche la scelta da parte degli indagati, Maroni escluso, di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Pienamente accolta, dunque, la ricostruzione tracciata in aula dal procuratore aggiunto Angela Barbaglio («Anche gli scout e gli alpini hanno una struttura che può assomigliare a quella militare. Perché nessuno si sogna di processarli? Perché hanno finalità del tutto pacifiche. Le Camicie verdi e le Guardie padane, invece, avevano come finalità lo scioglimento dello Stato»), mentre l’avvocato nonché deputato Matteo Bragandì, difensore della maggior parte degli imputati, ha subito bollato il processo come «politico e del tutto inutile, visto che cozzerà quasi certamente contro il macigno della prescrizione», annunciando immediatamente «una raffica di eccezioni preliminari alla prima udienza del processo». Ennesimo rinvio all’orizzonte…

.

Laura Tedesco
23 gennaio 2010

fonte:  http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2010/23-gennaio-2010/lega-processo-banda-armata-1602333995962.shtml

______________________________________________________

il commento

L’«eversione» istituzionale

di Alessandro Russello

.

Costituzione di banda armata. Reato punibile fino a 12 anni di galera. Due in meno del periodo trascorso dalla contestazione dell’accusa al rinvio a giudizio, mentre per il processo si dovranno attendere ancora nove mesi. Un parto.

Nel 1996 lo stato maggiore della Lega venne incriminato con l’accusa di aver costituito una sorta di corpo di polizia separato dallo Stato, le famose camicie verdi, cromatismo militante che voleva dire secessione, ribellismo in fila per due, padania avanti marsh. Per Bossi folclore, fucilate metaforiche, schioppi virtuali. Per il pensiero «democratico» e «unitario», da destra a sinistra, destabilizzazione politica, cospirazione pura. Per la legge un grave reato, l’anticamera del terrorismo, un attentato all’italico Stato.

Quattordici anni fa. Un’altra era. In un altro secolo. In un altro millennio. Prima del cambio di vento, prima del mondo al tempo dell’immigrazione, prima della grande crisi, fra la civiltà global e la riscossa identitaria.

Fatto salvo il sacro diritto-dovere del giudice di applicare la legge, questa storia della Lega a processo per banda armata è un paradosso che racconta le anomalie croniche di un Paese Pulcinella e assieme la fenomenologia della «rivoluzione dolce» che il Carroccio stesso ha compiuto. Racconta l’«eversione» che si fa «istituzione» nel momento in cui un pezzo del partito di Bossi – in testa il leader veneto Gian Paolo Gobbo – rischia il carcere mentre ci sono un ministro dell’Interno padano in carica, un governatore del Veneto in pectore, un partito di governo-governo che alleatissimo di Berlusconi condiziona le più grandi partite della politica del Paese. Eversione (presunta e tutta da dimostrare ovviamente) che si fa istituzione nel rito di passaggio che porta le ronde, figlie di quelle camicie verdi, a diventare perfino legge dello Stato. Lo stesso Stato che ora quei «pionieri della sicurezza» processerà.

Fatto salvo il sacro diritto-dovere di un giudice di indagare, ci si chiede se sia sbagliata la legge che vede diventare ormai «storico» un episodio di «cronaca politica» ascrivibile giudiziariamente al codice penale o se, anche dopo 14 anni, qualcuno debba ancora pagare. E ci si chiede, per converso, se avranno lo stesso trattamento giudiziario quei «bontemponi» di trevigiani epigoni della Lega che sono finiti in manette qualche mese fa (loro sì) per aver costituito la fantomatica «Polisia veneta», corpo separato dallo Stato, rubando qualche divisa ai vigili urbani e facendo proselitismi con pane e soppressa.

Naturalmente molto di questa vicenda – depurata dai suoi tratti «sociologici» – sta nelle date. Nei giorni in cui si vota e si litiga sullo «scandalo» del processo breve – fatta la tara delle polemiche sulle leggi ad personam – diventa emblematico ma soprattutto avvilente discutere di un caso che risale al 1996. Una colpa, fra l’altro, che i giudici veronesi non hanno. Solo per stabilire se una serie di imputati fossero processabili (a cominciare proprio dal ministro Maroni e da Bossi, salvati dall’immunità parlamentare) ci sono voluti quattro anni di contenzioso davanti alla Corte Costituzionale per il conflitto di competenze, mentre il resto lo hanno fatto gli impegni degli indagati (onorevoli, europarlamentari e via titolando).

Un processo del genere o si fa nei dintorni del «subito» o non si fa. E se si celebra il secolo successivo bisogna avere il coraggio «collettivo» di andare incontro a un esito che può essere deflagrante. Anche se, mai come in questo caso, il giudizio della storia sembra superare quello della cronaca.

.

23 gennaio 2010

fonte:  http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2010/23-gennaio-2010/eversione-istituzionale-1602334122117.shtml?fr=correlati

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: