Archivio | gennaio 23, 2010

LA DESTRA E LA FAME DI CULTURA – Arte, Sgarbi al potere

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Arte, Sgarbi al potere

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di Stefano Miliani

tutti gli articoli dell’autore

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«Ora che sono stato nominato direttore del Padiglione Italia per la Biennale 2011 posso finalmente dire con serenità che esiste una mafia nell’arte. Ci sono artisti come Cattelan, Damien Hirst e Vanessa Beecroft che sono  diventati obbligatori. C’è un mondo di interessi economici che consacra alcuni a danno di altri. Mafia è rendere alcuni autori obbligatori e relegarne altri nell’ombra. Mi hanno messo nel massimo del casino. A Venezia sarò il primo commissario antimafia dell’arte, e non avrei potuto divertirmi di più». Come potrete immaginare, chi ha rilasciato questa dichiarazione è un professionista delle frasi ad effetto, il critico d’arte nonché opinionista televisivo con urla incorporate nonché a suo tempo parlamentare per Forza Italia Vittorio Sgarbi. Ora si paragona ai commissari antimafia che rischiano la pelle e devono privarsi spesso di una vita privata decente.

Come probabilmente saprete, e se non lo sapete ve lo segnaliamo, Sgarbi succede al duo dei precedenti critici Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli (entrambi di destra) e sceglierà lui gli artisti dello spazio italiano della prossima Biennale. Lo ha incaricato Sandro Bondi, ministro per i beni culturali che, subito dopo le elezioni regionali, potrebbe lasciare il posto che non ha mai amato al governatore in uscita dal Veneto, Galan. Bondi, in uno slancio di generosità, ha consegnato a Sgarbi un altro incarico di peso e di potere: vaglierà lui le opere che acquisterà il museo d’arte contemporanea Maxxi di Roma la cui apertura è programmata per la primavera. La doppia nomina ha un senso logico: mettere la destra, che nell’arte contemporanea è sempre stata ai margini perché non gliene fregava niente, al centro di un sistema finora sbirciato solo durante i cocktail e le inaugurazioni. La destra al potere vuole occupare anche spazi culturali a lei poco familiari perché li snobbava e non perché – come usano raccontare molti – c’erano i comunisti al potere.

Il critico d’arte, che conosce bene quella antica, ha già detto qualcosa. Alla Biennale gli piacerebbe portare il Cristo Morto di Mantegna, dipinto magistrale, opera fragilissima che quando era sottosegretario ai beni culturali  Sgarbi riuscì ad avere in prestito per una mostra a Mantova nonostante il parere contrario dei tecnici. Potenza del potere… Alla Biennale farà di tutto per suscitare polemiche e ci riuscirà. Non esclude uno sperimentatore come Damien Hirst (geniale nell’usare il mercato peraltro) e già lancia qualche sasso: ha detto che al Maxxi vorrà artisti come Gnoli (pittore di gran vaglia, in effetti) Guarenti, Guccione, Ferroni, Sughi, Cordelia Von den Steinen, svizzera, vedova di Pietro Cascella, scultrice figurativa. Il segnale è però più complesso dello stesso Sgarbi e questa nomina ne è una delle tante spie: la destra vuole prendersi ogni spazio e vuole “restaurare” culturalmente e politicamente parlando. Anche un quadro può servire.
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22 gennaio 2010
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Copertina del libro 'Sgarbi con truffa'Sgarbi con truffa

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Alessandro Roveri
SGARBI CON TRUFFA
Prodezze e sconcezze di Vittorio Sgarbi
Pagg. 199 – € 12,91 – ISBN 88-7953-065-8
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Il D’Annunzio della Standa. Edipo in provincia di Ferrara. La politica come avanspettacolo. Un giullare per il potere. Un truffatore “garantista”. Inganni quotidiani. L’assenteista pluricandidato. “Manutengolo del regime”. L’ascaro del partito-azienda. Rivolta popolare. Un privato degno del pubblico. Nuove prodezze, nuove sconcezze…

In appendice, il testo della sentenza della Pretura di Venezia che ha condannato lo Sgarbi per il reato di falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato.

clicca sull’immagine per andare al catalogo Kaos Edizioni

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ALESSANDRO ROVERI (Cattolica, 1929) è stato docente di Storia presso l’Università di Ferrara. Tra le sue pubblicazioni: Le cause del fascismo (Il Mulino, 1985); Da Versailles a Hitler (Mondadori, 1991); Mussolini (Mondadori, 1994); Il socialismo tradito (La Nuova Italia, 1995); Breve storia della Rivoluzione francese (ESI, 1995).

TECNICHE DI CINEMA – Avatar, odissea nel percepibile

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Avatar, odissea nel percepibile

Un viaggio oltre la proiezione. Dai brividi indotti degli anni ’50 al 3D stereoscopico di Cameron. Lo scrittore di s/f intervista il professionista dei VFX per immergerci nelle malìe del kolossal più preannunciato del decennio

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Roma – Vi piace? Non vi piace? Esaltati? Delusi? Inviperiti con la prudente distribuzione italiana? Prenotati i biglietti per la proiezione di oggi, ora che anche l’arretrato Belpaese – smaltite le inevitabili “vacanze cinepanettoniche” – sarà invaso dagli azzurrini alieni dalle orecchie a punta? Comunque la pensiate, a quanto pare ancora una volta Cameron è qui per lasciare il segno: nel mondo dell’umanamente visibile, come ha fatto più o meno ad ogni sua uscita sul grande schermo, e anche nel mercato globale dell’entertainment. Giacché, se ha aspettato 15 anni per disporre delle tecnologie in grado di far vedere cosa brulicava nel suo emisfero destro, di certo non l’ha fatto per tirar fuori dal cilindro una geniata per pochi visionari alla Terry Gilliam e mandare in bancarotta qualche venale produttore.
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fonte immagine: Flickr - OfficialAvatarMovie

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No, la Cameron Lightstorm Entertainment scende in campo solo per vincere. E vincere, nel Paese che ha inventato il marketing, significa poter contare su un significativo numero di sale attrezzate per far apprezzare per bene al pubblico quel che il maitre gli ha cucinato e porsi nei confronti del mondo delle major e dei finanziatori non solo come un artista innovativo, ma come un vettore di business, ossia come l’ariete che dovrebbe sfondare le porte dei nostri soggiorni per farci fare spazio alla nuova generazione di lettori, schermi e periferiche atte a tridimensionalizzare anche l’home video, che l’industria vorrebbe quale nuova frontiera del mercato dell’entertainment.

Ma ora entriamo nel merito della questione più sbandierata. Quando sappiamo che ormai sono digitali non solo i voli dei vampiri di Twilight/New Moon, ma anche il mare giapponese di Flags of our Fathers o le strade con auto anni ’30 di Changeling di Eastwood, tanto per citare un regista molto classico nella forma, cos’ha questo Avatar per essere considerato il film “più avanti” sul pianeta Terra? A spiegarlo a Punto Informatico è Pierfilippo Siena, Visual Effects Producer e Digital Post Production Supervisor di Rebel Alliance, uno che la postproduzione digitale la fa per mestiere (dal serbo Zone of the Dead all’ultimo, ancora inedito Zeffirelli).
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Mario Gazzola: Cosa rappresenta Avatar nella storia del cinema? Non è il primo film che tenta di scuotere l’incredulità con l’ausilio della tecnologia…
Pierfilippo Siena: Per rispondere adeguatamente, è necessario partire da una premessa: oggi in effetti tutto il cinema è digitale, dai supereroi dei fumetti, alle creature horror, ai cieli nuvolosi in un film di Nanni Moretti. E in ogni film si impiegano più o meno gli stessi applicativi: Maya, Photoshop, Renderman. Nondimeno, nella storia del cinema, sono apparsi alcuni film che hanno funto da momenti di rottura, che sono stati davvero in grado di innovare la Settima Arte segnando altrettante pietre miliari con cui il futuro avrebbe dovuto fare i conti per anni.
Ad esempio, quando Stanley Kubrick completò, dopo quattro anni di lavorazione, il suo 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, 1969), i veri astronauti dissero che volare nello spazio era un po’ come avere visto il film, e qualcuno paragonò la sequenza dello Stargate all’uso dell’LSD. Negli anni ’70 spettò a George Lucas con il primo capitolo della trilogia classica di Star Wars, l’Episodio IV (Star Wars Episode IV: A New Hope, 1977), il merito di avere rivoluzionato sia sul piano tecnologico che narrativo il modo di fare cinema.

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https://i2.wp.com/www.retrogalaxy.com/imgs/2007/tingler-audience.jpgEppure, la volontà di portare il pubblico in sala a nuovi livelli di fruizione visiva, sensoriale ed empatica risale a molto tempo addietro: senza scomodare Georges Méliès o D.W. Griffith, già negli anni ’50 lo sviluppo del cinema in 3D aveva permesso agli spettatori di provare emozioni uniche grazie all’utilizzo di occhialini speciali con una lente rossa ed una blu. Ma spetta al regista e produttore William Castle, con l’horror-thriller Il mostro di sangue del 1959 (The Tingler), il merito di avere tentato una sperimentazione innovativa con il preciso scopo di andare oltre la semplice proiezione sul grande schermo: l’ha fatto con il sistema chiamato Percepto!. Nelle scene più terrorizzanti della pellicola, ma solo nelle grandi sale cinematografiche degli Stati Uniti, vennero applicati dei buzzer, cioè dei dispositivi elettrici che davano una lieve scossa al malcapitato spettatore al culmine delle scene da brivido. L’acquisto di tali dispositivi comportò una spesa aggiuntiva di ben 250mila dollari sul budget del film. Ma l’intuizione era corretta al punto che con il più rozzo e dozzinale Emergo si cercò di intraprendere la stessa strada calando uno scheletro gonfiabile fosforescente sulle persone al buio durante la proiezione del classico La casa dei fantasmi sempre del 1959 (House on Haunted Hill), sempre di William Castle. L’anno successivo, nel 1960, con I 13 fantasmi (13 Ghosts) ancora Castle si inventava l’Illusion-O, un sistema basato su un paio di occhiali grazie ai quali gli spettatori potevano, indossandoli o no, scegliere se vedere o meno i fantasmi sullo schermo, nel caso fossero stati troppo terrorizzanti!
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House on Haunted Hill

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M.G.: Insomma, vuoi dire che il futuro ha comunque radici lontane… Abbiamo parlato di vista: ma ci sono altri sensi da mettere in gioco…
P.S.: Già: solo negli anni ’70 la sofisticazione della tecnologia audio permise di spostare l’attenzione dei cineasti dai sistemi artigianali sopra descritti all’utilizzo del sonoro per amplificare, letteralmente, l’impatto della barriera audio/video sulle platee mondiali. Nacque quindi il sistema Sensurround, inaugurato con Terremoto di Mark Robson del 1974 (Earthquake) basato su enormi diffusori in legno che si attivavano nelle scene di maggiore portata spettacolare e, trasmettendo basse frequenze durante le scene del terremoto, facevano realmente tremare le poltrone delle platee, rendendo molto più suggestiva l’esperienza. Seguirono La battaglia di Midway di Jack Smight, del 1976 (Midway), un classico film bellico interpretato da un superbo cast di vecchie glorie hollywoodiane e quindi nel 1979 Battaglie nella galassia di Richard A. Colla, ovvero l’edizione per le sale dei primi tre episodi del serial televisivo Battlestar Galactica, un clone di Star Wars prodotto da Universal Pictures nel 1978.

M.G.: Video, audio… e gli altri sensi? Come era possibile coinvolgere lo spettatore in un’ordinaria sala cinematografica?
P.S.: Non di sole sale ordinarie si tratta. Nei parchi a tema della Disney, ed a seguire in quelli appartenenti ad altre compagnie, si intratteneva con i rides (i percorsi che si seguono a bordo di piccole navette o veicoli ancorati ai binari). L’idea di rendere l’esperienza sempre più realistica fece ricorso all’uso di apparati visivi, sonori, meccanici, comprendendo anche l’apporto della simulazione del clima con ambienti caldi, freddi, umidi, secchi, completi persino di sensazioni olfattive.
Altri esempi eccezionali sono Captain EO, un cortometraggio musicale di fantascienza interpretato da Michael Jackson ed Anjelica Huston, diretto da Francis Ford Coppola e prodotto da George Lucas. Anche se Captain EO fu annunciato per il 1985 e realizzato per la Walt Disney Production, il corto venne mostrato a DisneyWorld, in Florida, la prima volta nel 1986, al Magic Eye Theater. Fu poi proiettato fino al 1995 circa, nei parchi Disney di tutto il mondo, in esclusiva. Captain EO rimane unico per come presentò le scene al pubblico: spesso le sale vennero modificate o addirittura costruite ex-novo per poter proiettare questo speciale film. A parte gli spettacolari effetti visivi speciali realizzati dalla Industrial Light & Magic, una divisione della Lucasfilm Ltd., comprendenti super-dettagliate miniature di astronavi, animazione stop-motion, 2D, tecniche di ripresa in motion-control con movimenti della macchina da presa controllati da computer, gli effetti speciali in teatro inclusero laser sparati sulla testa del pubblico, luci, fumogeni e campi stellari lungo i muri, oltre all’impianto sonoro ad alta fedeltà, di enorme impatto emozionale. Di durata pari a soli 17 minuti, costò tra i 17 e i 30 milioni di dollari, Captain EO fu allora il film più costoso mai prodotto.
Ancora, nel 1992 avvenne il debutto di Star Tours, l’attrazione ispirata a Star Wars. La sua tipologia è quella dei classici simulatori che si trovano da molti anni nei parchi a tema o anche in alcuni luna park. A dispetto di una tecnologia che sembrerebbe ormai obsoleta, Star Tours si può considerare come uno dei migliori simulatori al mondo, sia per la qualità delle scenografie dell’attrazione, sia per il livello di coinvolgimento che regala, poiché, una volta a bordo di una delle navette, di fronte viene proiettato un filmato prodotto sempre da Industrial Light & Magic che è sincronizzato con i movimenti di tutto il simulatore, facendoci accelerare alla velocità della luce, navigare dentro sciami di asteroidi, combattere contro i caccia stellari TIE e gli Star Destroyer dell’Impero, fino ad attaccare la gigantesca Morte Nera assieme ai caccia Ala-X dell’Alleanza ribelle.
Gli anni ’90 e 2000 possono essere considerati più che storia recente, cronaca. Il sistema Dolby Digital 5.1, i concorrenti DTS e SDDS (Sony Dynamic Digital Sound), la certificazione di qualità THX, i passi da gigante compiuti dalla grafica 3D fanno ormai parte del quotidiano per coloro i quali lavorano nel mondo dello spettacolo ma anche per chi ne è un semplice fruitore.
Eppure sono molti anni che attendevamo un nuovo evento epocale e tale è stato il debutto di Avatar di James Cameron, tornato alla regia ben 13 anni dopo il successo planetario di Titanic del 1997.

M.G.: E qui ti vogliamo. Avatar si inserisce senza dubbio nel filone del cinema esperienziale, sensoriale: che sapore lascia in bocca? Perché lo definiresti un evento epocale, se ci dici che in fondo si impiegano sempre le stesse tecniche e gli stessi software di animazione, colorazione, postproduzione eccetera?
P.S.: Prima qualche cenno di trama: Avatar è ambientato nel 2154, su un pianeta chiamato Pandora, molto simile alla Terra, da cui dista 44 anni-luce, per dimensioni e forme di vita. La compagnia interplanetaria terrestre RDA vuole conquistare questo mondo per le ricchezze del sottosuolo, soprattutto per un particolare minerale chiamato Unobtainium, che genera forti campi magnetici. Pandora è ricoperto da foreste pluviali con alberi alti fino a trecento metri ed è abitato da creature di tutti i tipi, tra cui degli umanoidi senzienti chiamati Vi, alti tre metri e ricoperti da una pelle blu striata come le tigri. L’atmosfera su Pandora non è respirabile dagli esseri umani, che hanno sviluppato geneticamente una sorta di ibrido tra umano e Vi, ovvero l’avatar. Pertanto, un uomo può controllare un avatar collegandovi il proprio sistema nervoso. Entrato in una sorta di coma ed attraverso la coscienza, riesce ad utilizzarlo come estensione del proprio corpo per infiltrarsi nella popolazione dei Vi. Il protagonista, il marine Jake Sully (Sam Worthington), diventa così sempre più empatico con la popolazione invasa dagli umani e alla fine dovrà scegliere da che parte stare.
Al di là di qualsiasi discorso tecnico sulla qualità del design, della regia, della sceneggiatura e degli effetti visivi, nonché delle nuove tecnologie impiegate, si esce dalla proiezione di Avatar con la sensazione netta di avere appena concluso un’esperienza corporea e sensoriale mai provata prima d’ora, sperimentando un brusco ritorno alla realtà del quotidiano non appena si riaccendono le luci della sala. Avatar è un film in cui la meticolosa programmazione di ogni singola azione, dai movimenti di macchina all’animazione in computer-grafica, contribuisce a rendere la sua visione qualcosa di realmente mai fruito in nessuna altra pellicola della storia. A parte l’enorme lavoro in computer-grafica 3D realizzato in Maya di Autodesk e Photoshop di Adobe, il compositing in Shake di Apple e Nuke di The Foundry, oltre all’impiego di numerosissime soluzioni proprietarie per la simulazione dei capelli, della vegetazione, dei fluidi e della dinamica dei corpi rigidi e soffici, Avatar è addirittura rilasciato in stereoscopia.

M.G.: E, in pratica, com’è possibile “illudere” il nostro occhio sulla terza dimensione in un film?
P.S.: Il 3D stereoscopico è basato sul principio di catturare due distinte immagini tramite due telecamere o cineprese accoppiate, dette camere stereoscopiche, i cui obiettivi sono posizionati l’uno accanto all’altro alla distanza interpupillare media dell’essere umano. Le immagini vengono poi proiettate facendo in modo che le riprese girate con la camera sinistra siano viste solo dall’occhio sinistro, mentre quelle filmate con la camera di destra restino visibili dall’occhio destro. In fase di proiezione stereoscopica si utilizzano ovviamente due proiettori, il primo per il filmato riservato all’occhio sinistro, il secondo quello per l’occhio destro.
Nella configurazione del sistema più semplice, chiamata della polarizzazione lineare, si applicano due filtri polarizzati ad entrambi i proiettori per fare in modo che le due immagini raggiungano l’occhio corretto. Un proiettore possiede un filtro polarizzante la luce nel senso verticale e l’altro proiettore un filtro polarizzante la luce in senso orizzontale.

M.G.: E gli occhialetti?
P.S.: Gli occhiali polarizzati indossati dagli spettatori sono costruiti con il preciso scopo che la lente relativa all’occhio sinistro lasci passare solo la luce polarizzata nel senso orizzontale; la lente relativa all’occhio destro, invece, farà passare solo la luce polarizzata nel senso verticale: la sommatoria della proiezione stereoscopica comporta una percezione di profondità derivante dalle differenti visioni tra l’occhio sinistro e l’occhio destro. Quando le due immagini coincidono sullo schermo, si ha la sensazione che l’oggetto sia posizionato sullo schermo, mentre con le due immagini “spostate” l’una rispetto all’altra, gli occhi tendono a convergere per fonderle in un’unica visione, meglio conosciuta come fusione stereoscopica.

M.G.: Finalmente svelata la stregoneria. Però questa tecnica è stata impiegata anche per Coraline o L’Era Glaciale 3D: bei film, ma non mi sembra che tu li definisca tutti pietre miliari che segnano progressi epocali nella Settima Arte. Cosa fa di Avatar una rivoluzione?

P.S.: Cameron per Avatar ha fatto molto di più: ad esempio, ha sviluppato una camera digitale totalmente nuova, la RCS, Reality Camera System. Una delle problematiche che ha sempre afflitto i realizzatori di effetti visivi è stata l’impossibilità di far vedere in tempo reale al regista e agli attori la loro reale integrazione con gli elementi aggiunti in post-produzione, anche mesi dopo l’azione girata dal vivo.
In passato, si è posto parziale rimedio mostrando artwork, schizzi, bozzetti, modellini provvisori, persino alcune referenze visive posizionate sul set, come accaduto durante la lavorazione del primo Hulk (diretto da Ang Lee nel 2003), nella quale in teatro di posa era presente una testa del gigante verde montata su un bastone, allo scopo di far capire agli interpreti dove guardare e quali sarebbero state le reali dimensioni.
Successivamente, Robert Zemeckis ha girato Polar Express (The Polar Express, 2004), Beowulf (2007) ed ora A Christmas Carol dopo avere sviluppato con la Sony Pictures Imageworks una tecnologia chiamata Imagemotion per il performance motion-capture system, in grado di catturare le movenze del corpo degli attori, viso compreso, sia allo scopo di visualizzarli in anteprima all’interno di un set virtuale, sia per collezionare dati da utilizzare nei successivi modelli 3D da animare in seguito.
L’innovazione introdotta in Avatar è invece la Reality Camera System, un sistema di ripresa appositamente progettato che consiste in due cineprese digitali ad alta definizione affiancate che riprendono contemporaneamente la stessa immagine ma con due prospettive leggermente diverse, così da simulare la visione da parte dei due occhi della vista umana e quindi coglierne anche le informazioni di profondità. Ciò ha permesso sia al regista che al direttore della fotografia di coreografare l’azione e la composizione di tutte le inquadrature del film bilanciando con la massima accuratezza oggetti e personaggi di quinta, in campo medio e lungo, con il risultato di avere ottenuto del girato con quell’assoluto ed avvolgente effetto di tridimensionalità che caratterizza tutto il film. Ambienti, creature, veicoli, sfondi, esplosioni, traccianti ed animazioni sono invece nate sfruttando i tool disponibili anche commercialmente o soluzioni proprietarie interne a ciascuno degli studi che hanno lavorato ad Avatar, quali Weta Digital, Industrial Light & Magic, Framestore, Hybride, Buf, Look! Effects ed altre ancora.

M.G.: Insomma, secondo te nessuno meglio di James Cameron ha saputo sfruttare al meglio le nuove tecnologie per dare vita alle sue ossessioni.
Terminator 2P.S.: Vedrete voi stessi! In fondo, è quello che ha sempre fatto, dallo Pseudopod di The Abyss del 1989 al Terminator modello T-1000 di metallo liquido nel sequel Terminator 2 – il giorno del giudizio del 1991 (Terminator 2: Judgment Day) fino ai segreti nascosti negli abissi in Titanic. Si è ispirato, ha adattato, inventato, creato ex novo.
Chi ricorda il coloratissimo, estroso ed incompreso Flash Gordon di Mike Hodges (1980), ma anche gli anime giapponesi di Leiji Matsumoto come Uchu senkan Yamato: Kanketsuhen (in inglese Final Yamato, del 1983) ha già nella memoria i continenti e le isole sospese nel cielo come sul pianeta Pandora in Avatar. Ma non sono importanti il senso di déjà vu o gli stereotipi, quanto la capacità del regista canadese di far immedesimare il pubblico in una storia di fanta-ecologia con risvolti romantici, bellici, esplorando il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la scienza e con i suoi prodotti.
Anche la scoperta di “nuovi mondi e di nuove civiltà”, del resto, l’aveva tentata qualcuno in televisione già negli anni ’60. Cameron però, dal canto suo, ha capito quando sarebbe stato il momento giusto per fare la stessa cosa, innescandovi un cambiamento veramente epocale del visibile, del “percepibile”.

Mario Gazzola
Autore del romanzo “Rave di Morte”
www.posthuman.it

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fonte:  http://punto-informatico.it/2787657_2/PI/Interviste/avatar-odissea-nel-percepibile.aspx

GIUSTIZIA – Processo «prescritto», nonsense del diritto

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Processo «prescritto», nonsense del diritto

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di Sir Orwell

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Dietro lo pseudonimo di Sir Orwell si cela un noto operatore del diritto che, con questo articolo, dà inizio alla sua collaborazione con l’Unità.

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Un notissimo avvocato napoletano scomparso da qualche anno, quando gli capitava di parlare del processo penale e dei suoi tempi, diceva – in modo sarcastico e forse con un pizzico di scaramanzia – che «i rinvii allungano la vita». Ora, a parte il sarcasmo e la scaramanzia (che evidentemente a qualcosa serve dal momento che il famoso avvocato è morto ultranovantenne), non vi è dubbio alcuno che la riforma sul “processo breve” appena licenziata dal Senato rappresenti – sotto il profilo squisitamente tecnico giuridico – un’operazione – tanto per usare un eufemismo – “discutibile”. Essa, infatti, non fa altro che adattare, in modo piuttosto maldestro, l’istituto della prescrizione del reato – previsto e disciplinato dal nostro codice penale (sostanziale) tra le cosiddette “cause di estinzione del reato” – al processo penale, introducendo, dunque, quella che può essere atecnicamente definita come la prescrizione del processo.

Non occorre essere un tecnico o un addetto ai lavori per rendersi conto che concepire una causa di estinzione del processo per prescrizione non ha proprio alcun senso. Se, infatti, è giusto che lo Stato perda la possibilità di sanzionare un determinato soggetto una volta passato un certo periodo di tempo, lo stesso ragionamento non può essere fatto in relazione al processo penale. Infatti ogni vicenda processuale, è, naturalmente, costituita da una serie di atti posti in essere l’uno dopo l’altro, in modo consequenziale, che non possono, per la loro stessa natura, collocarsi, nel complesso del loro divenire, in un ambito temporale determinato come quello di un reato. Auspicare e concepire un “processo breve” senza intervenire sul regime degli atti processuali che compongono il processo stesso, equivale a concepire un treno più corto che abbia non solo gli stessi vagoni, ma li abbia anche della stessa lunghezza. Ed è esattamente quanto è successo: sui singoli atti processuali non è stato previsto alcun intervento volto ad abbreviarli.

Anzi, pare che il governo intenda fare esattamente il contrario. Basti pensare all’annunciata modifica della norma del codice di procedura penale relativa ai testimoni della difesa che priverebbe il giudice del dibattimento della possibilità di effettuare una verifica in ordine all’utilità processuale e alla non manifesta superfluità dei testi indicati dalla difesa dando, quindi, la possibilità alla difesa stessa di citare un numero indeterminato di testi anche assolutamente inutili. E dunque di allungare a dismisura i tempi del processo.

Ciò posto, ci si domanda se, forse, non sarebbe stato meglio percorrere una strada diversa e restituire, per esempio, all’articolo 68 della Costituzione (modificato con legge costituzionale n. 3 del 29 ottobre del 1993) l’originario significato e l’originaria portata conferita a tale norma dai padri costituenti – invocati ed evocati troppe volte ad intermittenza – i quali, appunto, concepirono ed introdussero l’istituto dell’autorizzazione a procedere in ordine ai procedimenti penali riguardanti i membri del Parlamento, istituto che, magari, potrebbe essere in qualche modo rivisitato con l’introduzione di una sorta di “inversione” dell’onere della richiesta (e della allegazione), prevedendo, per esempio, che, nel caso in cui vi siano i presupposti per sottoporre a procedimento penale un parlamentare, non debba essere l’autorità giudiziaria procedente a prendere l’iniziativa formulando l’istanza di autorizzazione a procedere, ma piuttosto lo stesso parlamentare ad investire la Camera di appartenenza, chiedendo alla stessa di delibare e di pronunciarsi sulla possibile sussistenza, nei suoi confronti, del famoso fumus persecutionis. Inversione questa che, comunque, imporrebbe alla Camera di appartenenza un onere di motivazione sicuramente più pregnante, con una conseguente maggiore responsabilizzazione.

Forse – e vale la pena sottolineare forse – una simile soluzione avrebbe evitato il frenetico susseguirsi e il rincorrersi di “lodi” diversamente nominati ma comunque tendenti al medesimo obbiettivo, e, soprattutto, avrebbe evitato la cancellazione di centinaia e centinaia di processi penali, molti dei quali riguardanti reati gravissimi e la conseguente frustrazione degli interessi dello Stato e di centinaia e centinaia di parti offese, alle quali la riforma sul cosiddetto “processo breve” negherà il riconoscimento delle proprie ragioni nella sede naturale del processo penale. Per concludere, a noi non resta che cercare di immaginare come avrebbe commentato e cosa avrebbe detto della recente riforma il sopra menzionato noto avvocato e giurista; purtroppo non lo sapremo mai, lui è scomparso ultranovantenne qualche anno fa.

23 gennaio 2010
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Haiti, il giallo dei bambini scomparsi / Haiti, decine in piazza contro Preval: “Abbiamo fame”

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Haiti, il giallo dei bambini scomparsi

Allarme Unicef: «Spartiti 15 minori, negli ospedali tratta di esseri umani»

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PORT-AU-PRINCE
Quindici bambini sono scomparsi
dagli ospedali di Port-au-Prince dove erano stati ricoverati per le ferite subite per il terremoto che ha colpito, dieci giorni fa, la capitale caraibica e il timore è che siano stati rapiti perchè le persone che sono state viste con loro, quando sono usciti dai nosocomi, non erano sicuramente dei loro familiari. Una denuncia precisa che viene dall’Unicef, che collega l’accaduto a quella che definisce «rete di tratta dei bambini» legata al «mercato delle adozioni».
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Quindici bimbi spariti e che, soprattutto, dice uno degli esperti dell’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei minori, non sono sicuramente con le loro famiglie. Una cosa che accresce il timore che possano essere stati vittime di un rapimento finalizzato ad alimentare il sempre florido mercato delle adozioni illegali. Una notizia che non è giunta inattesa, perchè, dice Jean Luc Legrand, dell’Unicef, le organizzazioni legate alla tratta dei bambini erano presenti ad Haiti già prima del sisma. Ora, con il caos che regna, con le centinaia di bambini che girano per le strade in cerca dei familiari, con la difficile situazione dell’ordine pubblico su cui cercano di vegliare i poliziotti arrivati dall’estero, le organizzazioni di trafficanti di essere umani si muovono in un ambiente ideale per mettere a segno i loro colpi. Come accadde per lo tsunami che, nel dicembre del 2004, si abbattè su molte aree dell’Asia.
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Nel giro di poche ore queste organizzazioni si misero all’opera e mai, forse, si riuscirà a capire quanti bimbi siano passati per le loro mani, dopo che terremoto e tsunami avevano cancellato interi villaggi e, con essi, la storia di molti popoli. La situazione – nella confusione di una città che vuole, disperatamente, riavvicinarsi a una parvenza di normalità – non aiuta a definire esattamente i contorni di questa vicenda. Se su alcuni di quelli che sono spariti dall’ospedale e non sono con i familiari ci può essere una ragionevole certezza che possano essere stati preda dei trafficanti, per i moltissimi che mancano all’appello occorrerà aspettare settimane o forse mesi. Quelli che serviranno per capire chi tra loro abbia cercato, aggregandosi magari a famiglie a loro completamente sconosciute, di attraversare la frontiera della Repubblica Dominicana per cercare la salvezza e chi, invece, sia stato «salvato» e magari caricato su una nave o un aereo per prestargli, lontano da Port-au-Prince, le cure necessarie senza che di questo ci sia traccia in alcun documento o statistica. E ci sarebbero anche testimonianze di attraversamenti della frontiera tra Haiti e Repubblica Dominicana di minori con persone che certamente non erano loro parenti.
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I numeri di questo fenomeno potrebbero essere spaventosamente alti, perchè la sola Unicef accoglie, quotidianamente, duemila bambini che hanno perso ogni contatto con le famiglie. L’Unicef ha chiesto di rispettare la convenzione dell’Aia sui minori a tutti i Paesi che dovessero accogliere bambini che provengono da Haiti e che non figuravano tra quelli che, già da tempo, erano oggetto di una pratica per l’adozione.
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22 gennaio 2010
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Haiti, decine in piazza contro Preval: “Abbiamo fame”

Haitiani in protesta contro il presidente Preval

Obama incentiva gli aiuti con i soldi delle tasse. I sismologi: «C’è il rischio di un altro terremoto»

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PORT-AU-PRINCE
Decine di sfollati hanno manifestato
a Port-au-Prince contro il presidente haitiano Renè Preval accusandolo di non fare nulla per sfamare i terremotati in attesa di aiuti. «Abbiamo fame, abbiamo sete. Abbasso Preval. Evviva Obama», hanno urlato i manifestanti fuori dalla stazione di Polizia da il governo presieduto da Preval ha stabilito la sua base operativa dopo il sisma del 12 gennaio scorso.
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Il presidente haitiano ha dal canto suo affermato che il suo governo insieme con i partner internazionali sta facendo il possibile per assistere le centinaia di migliaia di sopravvissuti. «Non stiamo qui seduti a fare nulla. – ha detto Preval – Sono consapevole della portata del problema e della sofferenza della gente».
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Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha promulgato una legge che permetterà di dedurre dalle tasse le donazioni a favore dei terremotati di Haiti. Il provvedimento, ha fatto sapere la Casa Bianca, avrà effetto immediato per tutte le offerte fatte dai contribuenti Usa entro marzo 2010. Chiunque abbia effettuato donazioni alla Croce Rossa americana o ad altri organismi che raccolgono fondi a favore di Haiti, potrà presentare la fattura al fisco americano, che procederà alla relativa deduzione. Una misura analoga era stata varata anche dopo lo tsunami del 2004.
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Port-Au-Prince di nuovo a rischio terremoto
Un sisma altrettanto forte o addirittura più violento di quello che il 12 gennaio scorso ha devastato Port-au-Prince minaccia ancora la capitale haitiana: lo hanno dichiarato i sismologi dell’Istituto Geologico statunitense (Usgs), secondo i quali la possibilità di una o più scosse di magnitudo 6 nelle prossime settimane è del 25%. Ma a parte le repliche e le scosse di assestamento, una parte della faglia a est dell’epicentro del sisma del 12 gennaio rimane ancora sotto tensione e potrebbe dar luogo a un terremoto di magnitudo 7 o poco superiore – come già accadde ad Istanbul nel 1999, dove si registrarono due forti scosse a tre mesi di distanza.
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La stessa Port-au-Pirnce è stata distrutta già due volte da un terremoto, nel 1751 e nel 1770: «Se una regione ha un passato di attività sismica ricorrente, occorre effettuare la ricostruzione secondo delle norme molto restrittive, come accade in Giappone o in California: questo rappresenterà un costo finanziario ma non sarà una difficoltà tecnica», spiegano gli scienziati dell’Usgs, notando come vengano già costruite delle centrali nucleari in grado di resistere a un sima di magnitudo 8.
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L’ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’Onu in un comunicato da Ginevra ha confermato che il governo haitiano ha messo fine alle operazioni di ricerca di superstiti al terremoto, dopo che in 10 giorni 123 persone sono state estratte vive dalle macerie, gli ultimi dei quali sono un giovane di 22 anni e una donna di 84. E’ stato aggiornato così a 111 mila e 500 il numero dei morti accertati, con 193.900 feriti. Un dato che fa del sisma del 12 gennaio il più tragico di tutti i tempi nelle Americhe, ben più grave di quello in Perù del 1970 che causò 70mila morti.
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23 gennaio 2010
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La crisi? In Italia la pagano i giovani

Società e lavoro

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La crisi? In Italia la pagano i giovani

Siamo in testa alla classifica Ocse: penalizzati i ragazzi. Il 60 per cento dei disoccupati ha meno di 34 anni

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(Infophoto)
(Infophoto)

Forse perché è insicura della propria identità, l’Italia adora paragonarsi al resto del mondo. Gli italiani prendono sul serio e compulsano febbrilmente qualunque classifica internazionale li riguardi, quasi avessero bisogno di scoprire chi sono tramite il giudizio altrui. Si specchiano negli altri per capire se stessi. Poi magari si deprimono o invece, altre volte, concludono che in fondo, a guardar bene certi indicatori, «siamo quelli che stanno meglio». Eppure c’è una graduatoria nella quale questo Paese occupa un posto importante, senza che questo attragga granché l’attenzione nazionale: siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto alla recessione, e continua a farlo. Statisticamente, le generazioni nate fra il 1974 e il 1994 hanno assorbito l’intero costo della più grave crisi economica del dopoguerra.

Lo hanno fatto per tutti e in tutto, sia in termini di occupazione che nel livello delle retribuzioni. Lo hanno fatto a tal punto da aver assunto su di sé quasi tutti gli oneri di questi anni, risparmiandoli (almeno per ora, finché terrà la cassa integrazione) alla maggioranza di popolazione costituita dai padri e dai fratelli maggiori. Insomma quasi tutti i colpi li hanno incassati gli ultimi arrivati, la tipologia di residenti sul suolo nazionale demograficamente minoritaria. Nell’Ocse, il club delle trenta democrazie avanzate del pianeta, si tratta di un record che mette l’Italia al primo posto in questa graduatoria. Al secondo, un po’ distante, la Spagna. L’osservazione è di Stefano Scarpetta, capo della divisione Politiche e analisi del lavoro dell’Ocse di Parigi. Secondo le stime ufficiali, nota Scarpetta, in Italia nell’ultimo anno tutte le perdite nette di posti (il saldo fra assunzioni e licenziamenti) si concentrano nel bacino degli occupati atipici e temporanei; lì chi ha meno di 35 anni è in netta maggioranza: quasi il 60% della popolazione dei precari è nato dopo il ’74.

In Spagna, il valore comparabile segnala un’emorragia di lavoro concentrata all’85% in questa fascia di popolazione giovane, e lo squilibrio è considerato così serio da essere al centro di un dibattito sull’ingiustizia intergenerazionale. In Italia se ne parla meno. In parte, forse è perché la disoccupazione non è salita altrettanto in fretta. In Spagna è rapidamente raddoppiata ed è ormai vicina al 20% mentre, nel biennio della grande frenata, la crescita italiana del tasso dei senza- lavoro è stata di circa due punti (all’8,3%, senza contare i cassaintegrati): meno della media europea e meno degli Stati Uniti, che viaggiano intorno al 10%. Ma la peculiarità italiana è appunto nella distribuzione squilibrata dei sacrifici: la mette in luce, con elaborazioni sulla base degli ultimi dati Istat (sui primi tre trimestri dell’anno), uno studio della ricercatrice Valeria Benvenuti della Fondazione Leone Moressa di Mestre. Nel confronto fra il 2008 e il 2009 l’ecatombe del lavoro dei giovani emerge così come l’autentica cifra italiana nella crisi. Si scopre che nella fascia di popolazione di chi ha fra i 15 e i 24 anni, il numero degli occupati è sceso dell’11,6%; in quella fra i 25 e i 34 anni si è ridotto del 5,5%; invece fra gli adulti e gli anziani in età lavorativa cambia tutto. Qui le tracce della grande recessione (ancora) non sono evidenti: nella popolazione residente in Italia compresa fra 35 e i 64 anni, il tasso di occupazione è addirittura salito (dello 0,9%) fra il 2008 e il 2009, mentre intanto l’economia crollava quasi del 5%. Più avanti si va nell’età anagrafica, più sembra che i lavoratori dipendenti siano protetti dagli effetti avversi della congiuntura.

Non è dunque un caso se in Italia..

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Federico Fubini
23 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

Giovanni Stringa
23 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

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fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_gennaio_23/fubini_stringa_la_crisi_la_pagano_i_giovani_d474da7a-07fb-11df-b78d-00144f02aabe.shtml

Talpe Dda, Cuffaro condannato a 7 anni in appello: “L’ex governatore ha favorito Cosa Nostra”

In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell’aggravante mafiosa e lo avevano condannato a 5 anni
Il senatore Udc: “Non sono mafioso ma rispetterò la sentenza”. Pena aumentata per l’ex manager della sanità privata Aiello

Talpe Dda, Cuffaro condannato a 7 anni in appello
“L’ex governatore ha favorito Cosa Nostra”

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Talpe Dda, Cuffaro condannato a 7 anni in appello  "L'ex governatore ha favorito Cosa Nostra"
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Salvatore Cuffaro, ora senatore dell’Udc, è stato condannato, in appello, a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell’aggravante mafiosa e avevano condannato il politico a cinque anni di reclusione. Il processo è stato celebrato davanti la terza sezione della corte d’appello di Palermo. Lasciando subito dopo l’aula bunker del carcere Pagliarelli, Cuffaro ha detto ai cronisti: “”So di non essere mafioso, so di non avere mai favorito la mafia. Ma questo non vuol dire che non si debbano rispettare le sentenze. Le sentenze sono espresse dalle istituzioni e vanno comunque accettate. Ne sento la pesantezza come cittadino e questo non modifica il mio percorso politico”.
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La terza sezione ha riformato le pene inflitte all’ex manager della sanità privata Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi contro i 14 del primo grado per associazione mafiosa e ha modificato in concorso esterno all’ associazione mafiosa l’accusa di favoreggiamento contestata all’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, condannandolo a 8 anni di carcere. In primo grado Riolo aveva avuto 7 anni. La Corte ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell’imputata. ‘Da quanto emerge dal dispositivo le nostre richieste sono state tutte accolte”  commenta il pg Daniela Giglio.
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23 gennaio 2010
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SALUTE – Ritiro immediato dal mercato dei farmaci per la riduzione del peso, contenenti Sibutramina (in Italia Ectiva e Reductil)

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«Rapporto sfavorevole fra rischi e benefici»

Farmaci: ritiro immediato dal mercato di una molecola  per ridurre il peso

Chi utilizza medicine e base di Sibutramina deve rivolgersi al medico o smettere il trattamento

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ROMA – L’Agenzia Italiana del Farmaco ha disposto, a scopo cautelativo, il divieto di vendita e di utilizzo, con decorrenza immediata, di tutti i medicinali a base di Sibutramina (in Italia Ectiva e Reductil) incluse le preparazioni magistrali approntate in farmacia. Lo ha reso noto l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) con una nota.

IL MOTIVO – «Si tratta di una molecola indicata per favorire la perdita di peso nei pazienti obesi e in quelli sovrappeso con altri fattori di rischio concomitanti come diabete di tipo II o dislipidemia». «Il provvedimento -prosegue l’Aifa- si è reso necessario a seguito della valutazione del Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP), afferente all’Autorità europea dei farmaci EMA, che ha riscontato un rapporto rischio-beneficio sfavorevole per tali farmaci. I pazienti attualmente in cura con medicinali contenenti Sibutramina sono invitati a contattare il proprio medico per valutare la possibilitá di una terapia alternativa. Coloro che invece intendano interrompere il trattamento immediatamente, prima di consultare il medico, possono farlo tranquillamente».

Redazione online
22 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/salute/cardiologia/10_gennaio_22/aifa-ritiro-farmaco-immediato_4ac684b6-073a-11df-8946-00144f02aabe.shtml