Archivio | gennaio 24, 2010

Primarie in Puglia, Vendola in testa

https://i1.wp.com/www.unita.it/img/upload/image/AREA%202%20304x254/ITALIA/boccia_vendola.jpgI due candidati alla presidenza della Puglia, Vendola e Boccia

Primarie in Puglia, Vendola in testa.

«Oltre 150mila al voto»

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ROMA
Dai primi dati che stanno affluendo
da tutta la Puglia al comitato elettorale di Nichi Vendola si profila una netta vittoria del presidente uscente della Regione sul concorrente Francesco Boccia alle primarie per conquistare la candidatura per il centrosinistra. Secondo quanto dichiarato da Nicola Fratoianni, braccio destro di Vendola e coordinatore pugliese di sinistra e libertà«il dato riguarda oltre il 30% dei seggi in tutte le province e dà un 70% a favore di Vendola. Il dato si va consolidando in modo irreversibile».

Arrivano anche i primi dati sui votanti. «L’affluenza è buona ed essendo noi esperti di primarie le proiezioni ci dicono che supereremo i 170.000 votanti, e andremo oltre il numero di quelli che hanno votato alle primarie del Pd il 25 ottobre scorso». Lo ha detto Francesco Boccia, candidato del Pd alle primarie in Puglia. Boccia, che non ha voluto fare previsioni sull’esito del voto, ha parlato di un «buon clima di partecipazione democratica».

A Venezia scelto l’anti-Brunetta. Giorgio Orsoni, ha vinto le primarie con il 46% dei voti, ed è il candidato sindaco di Venezia per il centrosinistra. Ha battuto Gianfranco Bettin (35,37%) e Laura Fincato (18,62%).

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24 gennaio 2010
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Puglia, il Pd alla prova primarie: Migliaia al voto, code ai seggi

PRIMARIE ANCHE A VENEZIA

Puglia, il Pd alla prova primarie
Migliaia al voto, code ai seggi

Sfida tra l’economista Francesco Boccia e il governatore uscente Nichi Vendola. Il Pdl sceglie Palese

Nichi Vendola (Emblema)
Nichi Vendola (Emblema)

MILANO – Code, in alcuni casi lunghe anche decine di metri, davanti ai seggi, che si sono chiusi domenica alle 21. Dopo mesi di polemiche e veleni, per il centrosinistra pugliese è stato il giorno delle primarie. Per scegliere il candidato che dovrà correre alle regionali del prossimo marzo tra Nichi Vendola e Francesco Boccia. E sfidare Rocco Palese il candidato del Pdl, attuale capogruppo in Regione ed ex assessore al Bilancio.

RISULTATI – I risultati dovrebbero essere diffusi in nottata. «L’affluenza è buona e le proiezioni ci dicono che supereremo i 170 mila votanti, oltre il numero di quelli che hanno votato alle primarie del Pd il 25 ottobre scorso», ha detto Boccia due ore prima della chiusura dei seggi. In base alle stime fatte, il comitato prevede che alla fine saranno almeno 200 mila i pugliesi che avranno espresso la loro preferenza tra i due rivali.

LA SFIDA – Quello in Puglia è un voto delicato, soprattutto per il Partito democratico che ufficialmente sostiene Boccia contro il governatore uscente Vendola. Di fatto, lo stesso film andato in onda cinque anni fa, quando prevalse l’allora esponente di Rifondazione contro ogni pronostico. Anche oggi, come nel 2005, Boccia può contare in teoria sul sostegno di tutto il Pd (allora erano Ds e Margherita), ma è noto che molti esponenti democratici sono schierati con Vendola. Una vittoria di Vendola rischia di aprire accese discussioni tra i democratici. Per Boccia sono scesi in Puglia a fare campagna elettorale il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, il capogruppo alla Camera Dario Franceschini e Giuseppe Fioroni, senza contare Massimo D’Alema che ha trascorso nella regione praticamente tutta l’ultima settimana. I democratici tentano di attuare in Puglia la loro linea nazionale: dare vita a una coalizione larga che tenga insieme l’opposizione parlamentare: Pd, Udc e Idv. Ma il leader dei centristi Pier Ferdinando Casini ha precisato: «Se vince Vendola non ci sarà spazio per un’alleanza».

PRIMARIE ANCHE A VENEZIA – Primarie del centrosinistra anche a Venezia, per scegliere il candidato alle prossime comunali. Alla chiusura dei seggi alle 20 i votanti sono risultati 12.900 (furono poco meno di 18 mila il 25 ottobre per Bersani), solo 10% dei veneziani che nel 2005 parteciparono al ballottaggio fra Cacciari e Casson. «Sono il candidato sindaco di centrosinistra. E posso battere Renato Brunetta», ha detto Giorgio Orsoni, uno dei tre concorrenti – insieme a Gianfranco Bettin e Laura Fincato – alle primarie per la scelta del candidato sindaco. «Questa è la mia città da sempre e merita un sindaco a tempo pieno, non uno che si barcamena tra due lavori super impegnativi», ha detto Orsoni in un’intervista al Corriere della Sera.

Redazione online
24 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_24/primarie-puglia-venezia_ea621966-08c7-11df-a931-00144f02aabe.shtml


PROCESSO BREVE – Intervista a Saviano: “I criminali se la caveranno a pagare è chi aspetta giustizia”

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L’INTERVISTA. processo breve, parla lo scrittore di Gomorra
“Ma le 500mila firme al mio appello non sono state vane” 

Saviano: “I criminali se la caveranno, a pagare è chi aspetta giustizia”

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di CARMELO LOPAPA

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ROMA – “Non si possono velocizzare i processi a discapito di chi sta attendendo giustizia. Adesso il messaggio è chiaro. Se in Italia qualcuno pensa di avere risposta dallo Stato, sa che spesso potrà non averla. E chi al contrario percorre strade trasversali alla legalità, quelle della criminalità organizzata e non solo, avrà la consapevolezza di potersela cavare. Che esistono le regole, ma che possono essere corrette”.

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Roberto Saviano, che accadrà quando il processo breve diventerà legge col voto della Camera?
“Per capirlo bisogna ricorrere ad alcune immagini. Processo Spartacus, quello che nei giorni scorsi ha portato alla condanna all’ergastolo in Cassazione per 16 boss della vecchia guardia casalese: con questa legge il primo grado non sarebbe rientrato nei tempi. Sarebbe stato impossibile dimostrare che lo Stato persegue i reati, che è in grado, magari con lentezza, di condannare i colpevoli. Ancora, col processo breve giungeranno a prescrizione i maggiori processi in corso per incidenti sul lavoro. Processi che purtroppo necessitano di tempi lunghi per via delle perizie tecniche e a causa della lentezza della macchina giudiziaria. Per non parlare in ultimo della colpa medica. Tutte le persone che hanno subito interventi medici segnati da errori o terapie sbagliate vedranno cancellato il loro processo”.

I cittadini hanno diritto a tempi rapidi, è la tesi del governo.
“Ma perché i cittadini devono pagare due volte? Prima, attendendo tempi lunghissimi per il giudizio. Poi, durante il processo, vedendo cancellata la speranza di avere giustizia? Vero, bisogna velocizzare i processi. La lentezza della macchina giudiziaria italiana è scandalosa, ancor più per un paese che si definisce democratico. Prioritario e giusto velocizzarla. Ma rendendola più efficiente, mettendola in grado di funzionare. Non si può pensare di velocizzare a discapito di chi cerca giustizia”.

Obiezioni valide, se non si trattasse di una legge ad personam.
“Basterebbe poco per dimostrare che non si tratti di una norma che fa gli interessi di qualcuno. Dire: ecco, questa legge entrerà in vigore da domani, a partire dai nuovi processi, non ha valore retroattivo. Ma purtroppo così non è”.

Ritiene che tra i rischi vi sia quello della diffusione di un senso di impunità, una sorta di incentivo involontario alla criminalità organizzata?
“Il rischio c’è. La criminalità organizzata, e non solo, potrà pensare di cavarsela sempre. Che le regole ci sono ma modificabili”.

Il suo appello contro il processo breve, attraverso il nostro giornale e il sito, ha raccolto 500 mila firme. È stato tutto vano?
“Non è stato vano. Quelle centinaia di migliaia di persone sono lì a ricordare che quella non è una legge condivisa, che non va nella direzione della democrazia. Su questo, concordano molti elettori del centrodestra. Mi chiedo con che faccia, da domani, i rappresentanti del governo potranno guardare negli occhi chi chiede giustizia e non potrà più averne”.

Ormai la legge è in dirittura d’arrivo. In cosa spera?
“Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento”.

Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
“Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su “metodo e analisi criminale”, applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi”.

Saviano in cattedra, per dire cosa?
“Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l’immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni ’70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell’emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra”.

E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
“Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà”.

21 gennaio 2010
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Brunetta, proposta anti-bamboccioni: «Ai giovani 500 euro al mese». I soldi? Togliendoli ai pensionati

L’opposizione e i sindacati: «Pura propaganda. Dica cose serie»

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Brunetta, proposta anti-bamboccioni:
«Ai giovani 500 euro al mese»

Il ministro in tv: «Le risorse? Si deve agire sulle pensioni di anzianità, Tremonti è d’accordo»

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MILANO – Cinquecento euro al mese per i giovani, agendo sulle pensioni di anzianità, per aiutarli così ad uscire di casa. È la proposta anti-bamboccioni che il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha avanzato durante la puntata di Domenica In su Raiuno. «La verità – ha detto Brunetta, tornando sul tema del fenomeno dei “bamboccioni” – è che la coperta è piccola e quindi non ci sono risorse per tutti. Secondo me si deve agire sulle pensioni di anzianità, quelle che partono dai 55 anni di età. Facendo in questo modo si potrebbero trovare risorse che consentirebbero di dare ai giovani non 200 ma 500 euro al mese» ha spiegato il ministro, sottolineando che su questa proposta «è d’accordo anche il ministro Tremonti». In tv Brunetta ha riconosciuto che «una proposta del genere scatenerebbe le proteste dei sindacati, che sono quelli che difendono i genitori», ma per il ministro si deve andare nella direzione di dare «meno ai genitori e più ai figli». «L’Italia – ha aggiunto il ministro – è piena di giovani perbene, che rischiano e che vogliono la libertà. La colpa, se hanno la libertà tarpata, è nostra, dei loro genitori».

LA NOTA – Dopo le dichiarazioni a Domenica In di Brunetta, il portavoce del ministro della Pubblica amministrazione ha fatto delle precisazioni attraverso una nota: «Qualsiasi intervento a favore dei giovani come i 500 euro di sgravi, detrazioni sugli affitti, borse di studio, prestiti d’onore, incentivi per autoimprenditorialità e altro, ipotizzati oggi dal ministro Brunetta su Raiuno, va realizzato, come ha ben precisato lo stesso ministro, senza aggravare in alcun modo il deficit di bilancio della spesa corrente». «Le risorse necessarie – si legge ancora nel comunicato – vanno quindi reperite intervenendo interamente sulle anomalie e sulle distorsioni del sistema pensionistico e di welfare che, come noto, dà troppo ai padri e quasi nulla ai figli». «Su questa e altre ipotesi a favore dei giovani – conclude la nota – il dibattito è aperto e il ministro Brunetta ne parlerà nei prossimi giorni con i competenti membri del Governo, a partire dai ministri Tremonti, Sacconi, Meloni e Gelmini».

REAZIONI – La proposta fatta da Brunetta in tv non è comunque piaciuta a Paolo Ferrero, portavoce nazionale della Federazione della sinistra. «La proposta di dare soldi ai giovani togliendoli ai pensionati è delinquenziale. Punta a scatenare una guerra tra poveri dentro un folle conflitto tra generazioni. Si tassino i grandi patrimoni, le rendite e i redditi più alti». «Brunetta, nella sua voglia di comparire, ha affrontato un argomento drammaticamente serio con una proposta che suona come una battuta o una vera e propria sparata», ha detto Filippo Penati, capo della segreteria politica Pd e candidato presidente della Lombardia. «Si facciano cose serie senza demagogie o proposte assurde». Per Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, «invece della riduzione delle tasse, arriva la promessa di 500 euro per i giovani da finanziare con le pensioni invece che con i soldi degli evasori. A rimetterci sono sempre gli stessi, le fasce sociali più deboli, e il vantaggio è sempre dei soliti furbetti del quartierino». Nettamente contrari anche i sindacati. Per il segretario generale dello Spi Cgil, Carla Cantone, «Brunetta, sempre in cerca di visibilità, ha esternato un’altra delle sue boutade, in modo irresponsabile e provocatorio. Non serve a nessuno in questo Paese alimentare contrapposizioni di tipo generazionale». Per Domenico Proietti, segretario confederale della Uil con delega alla previdenza, l’idea di Brunetta «sembra una proposta che toglie ai poveri per dare ai poveri».

PRO BRUNETTA – La maggioranza fa quadrato intorno a Brunetta. «Contro le proposte di Brunetta si è levata un’assemblea di immobilisti e conservatori, di comunisti ideologici, verdi del no a tutto, sindacalisti desiderosi di mantenere una società ingessata», ha commentato il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. Il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, all’Adnkronos dice che «da tempo auspichiamo e rivendichiamo la necessità di redistribuire con maggiore equità le risorse del welfare a favore delle giovani generazioni».

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«ABBIAMO TOCCATO UN NERVO SCOPERTO»In mattinata Brunetta era tornato a esprimersi sul tema dei “bamboccioni” anche ai microfoni di Rtl. Ricordando le polemiche scatenate la scorsa settimana dalla sua proposta di far uscire «per legge» i diciottenni da casa, Brunetta ha detto: «L’ho detto per scherzo, come paradosso, ma è successa un’ira di Dio perché evidentemente abbiamo toccato un nervo scoperto, che è quello del familismo da un lato e del bamboccionismo culturale prodotto dai nostri egoismi dall’altro». Insomma, quella sulla ‘legge anti-bamboccionì era solo «una lucida provocazione», mentre per Brunetta la vera colpa «non è dei giovani ma dell’egoismo e della miopia dei genitori, che sono iperprotetti dal welfare e lasciano pochissimo spazio di lavoro e garanzie ai giovani, e in cambio se li tengono in casa». Per il ministro della Pubblica amministrazione, al di là delle polemiche, bisogna fare «un esame di coscienza, dare prospettive di libertà di scelta ai giovani e non di costrizione: non c’è lavoro, nelle università non ci sono campus e borse di studio, la preparazione delle università non è abbastanza buona. Infine – ha detto Brunetta – tra pensioni di anzianità e welfare, tutta la stabilità va ai padri, mentre tutta la flessibilità rimane ai figli».

Redazione online
24 gennaio 2010

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fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_24/brunetta-assegno-giovani_293e99ac-08f5-11df-a931-00144f02aabe.shtml


CASSAZIONE: “Possibile mandare a quel paese i vigili”

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“Possibile mandare a quel paese i vigili”

Storica sentenza della Corte di Cassazione che, però, precisa: “la minaccia al ‘pizzardone’ va assolta nel caso in cui la multa sia stata fatta ad un automobilista che abbia “contingenze prioritarie che prevalgano su ogni altra esigenza”

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Dopo anni di battaglie verbali, giocate sul filo della provocazione da parte degli automobilisti, ora arriva una sorta di (incredibile) via libera: ci sono casi in cui si può mandare ‘a quel paese’ il vigile perchè ha elevato una contravvenzione. La legittimazione totale arriva direttamente dalla Corte di Cassazione che, però, precisa: “la minaccia al ‘pizzardone’ va assolta nel caso in cui la multa sia stata fatta ad un automobilista che abbia “contingenze prioritarie che prevalgano su ogni altra esigenza”. Ecco perchè la Sesta sezione penale – sentenza 1997- ha annullato una doppia condanna per il reato di mianccia ad un medico catanese, Antonio C. che venne multato dalla polizia municipale per auto in divieto di sosta con rimozione forzata.

Il medico, chiamato per una visita cardiologica urgente, aveva lasciato la macchina in divieto e, vedendo i vigili elevargli la contravvenzione, si era rivolto loro dicendo: “fatemi la contravvenzione e io vi farò vedere l’inferno.

Una minaccia da condannare sia per il Tribunale che per la Corte d’appello di Catania (maggio 2008). La difesa di Antonio C. ha fatto ricorso con successo in Cassazione sostenendo che in questo caso doveva scattare “l’esimente dell’adempimento del dovere” non escludibile “in ragione dello scarso livello di sensibilità dimostrato verso la difficile opera di controllo del traffico e delle esigenze della collettività”.

Piazza Cavour, contrariamente alle richieste della pubblica accusa, ha accolto il ricorso del medico e ha evidenziato che Antonio C. “reagì all’operato dei vigili con l’atteggiamento di chi ritiene che il proprio compito contingente sia prioritario e prevalga su ogni altra esigenza e, in tale ottica, pretende che chiunque comprenda e condivida tale valutazione”.

Quando, dunque, i vigili, “deludendo tale aspettativa – dice la Cassazione -, insistettero nel loro atteggiamento, anche per i problemi che la macchina in divieto causava alla circolazione, gli venne naturale reagire con una frase che, al di là del suo obiettivo contenuto minatorio, voleva sostanzialmente esprimere, nella sua stessa enfasi, solo un’esasperata protesta verso quella che gli appariva come un’importuna e ottusa interferenza nell’urgente compito del suo dovere professionale e, non era, quindi, soggettivamente caratterizzata da reale volontà di coartazione”. Da qui l’annullamento della sentenza di condanna “perchè il fatto non costituisce reato”.

Immediate le reazioni: “Abbiamo letto che per la Cassazione si può mandare a quel paese un Vigile Urbano nel caso in cui la multa sia stata fatta ad un automobilista che abbia contingenze prioritarie che prevalgano su ogni altra esigenza. Per ogni individuo, egoisticamente, la propria contingenza sarà sempre più prevalente rispetto a quello della collettività e cosi facendo si apriranno decine di cause per stabilire quali erano queste priorità”. Lo dichiara Alessandro Marchetti, segretario generale aggiunto del Sulpm, commentando la sentenza della Cassazione secondo la quale a volte si può mandare “a quel paese” i vigili.

“Una cosa poi è annullare delle multe per giustificare la necessità e un altra è assolvere pure chi manda a quel paese l’Autorità che deve far rispettare le regole – aggiunge – Con lo stesso ragionamentoáda oggiáun imputato assolto in una causa potrà mandare a quel paese il Pubblico ministero che l’aveva indagato in quanto non aveva capito le sue ragioni.áA parte che la Cassazione cosi facendoáassolve la maleducazione e indebolisce l’Autorità pubblica, ci sembra che certe sentenze vengano fatte sull’onda della popolarità per poter finire sui giornali. Comunque – conclude Marchetti – visto che a quel paese ci dobbiamo andare, speriamo di andarci insieme agli ‘ermellini’, almeno ci andiamo tutti in compagnia”.

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24 gennaio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/motori/attualita/2010/01/24/news/cassazione_possibile_mandare_a_quel_paese_i_vigili-2062089/?rss

Le canzoni di De André per promuovere i diritti umani / Un viaggio nel Mediterraneo sulle tracce di “Creuza de ma”

Le canzoni di De André per promuovere i diritti umani

Lunedí 18.01.2010 08:20
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L’associazione musicoterapica di volontariato “La Stravaganza” Onlus, attiva nella riabilitazione sociale e culturale, debutterà al Teatro Franco Parenti di Milano (dal 18 al 21 febbraio) con il suo nuovo progetto teatrale-musicale “Ostinati e Contrari”: spettacolo che assume la poetica di Fabrizio De Andrè come punto di partenza per creare un’opera di denuncia sociale e culturale sui diritti civili e umani. Con “Ostinati e Contrari”, per la regia di Sebastiano Filocamo, l’associazione ha voluto testimoniare la lezione di vita di Fabrizio De Andrè (di cui ricorre il 18 febbraio il settantesimo compleanno) e rendere omaggio alla continuità della sua opera, attraverso un lavoro multimediale dove “integrare” è il verbo sul quale si regge lo spettacolo: integrazione tra le persone (diversamente abili, professionisti, operatori e volontari), integrazione tra le arti (musica, canto, poesia, recitazione, danza, immagine visiva).

Fabrizio De Andrè
Fabrizio De Andrè

Un’opera per scoprire attraverso i testi e la musica di De Andrè le storie, le poesie, gli uomini, le donne, gli accadimenti, le fortune e le disgrazie. Il tutto racchiuso nelle undici canzoni scelte (riarrangiate per voci soliste e coro) che si intrecciano con immagini visive (prodotte da diversi video maker), ciascuna delle quali rappresenta mondi umani differenti, figure e consapevolezze diverse. Il progetto è realizzato con il patrocinio morale della Fondazione De Andrè Onlus in co-produzione con il Teatro Franco Parenti, in collaborazione con il Parlamento Europeo e con il Patrocinio della Provincia di Milano, del Comune di Milano, della Fondazione Cariplo, del Cral-Regione Lombardia e di molti altri enti che hanno storicamente appoggiato l’associazione sia a livello italiano che europeo.

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fonte:  http://www.affaritaliani.it/sociale/milano_canzoni_di_de_andre_per_promuovere_diritti_umani140110_1.html

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Fabrizio ‘racconta’ Creuza de Ma

Il regista parla del progetto ispirato al cantautore scomparso l’11 gennaio 1999
Mauro Pagani ha collaborato al soggetto e alla colonna sonora 

Un viaggio nel Mediterraneo
sulle tracce di “Creuza de ma”

Bruno Bigoni ha navigato su un cargo ripercorrendo le tappe del marinaio genovese cantato da Fabrizio De André, voce narrante del suo film “Il colore del vento”

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di RITA CELI

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UN VIAGGIO in mare seguendo la rotta di Crêuza de mä. Un progetto di Bruno Bigoni fatto di immagini e suoni, musica e storie, porti e città raccontati nel documentario Il colore del vento, attualmente in fase di lavorazione, che uscirà nelle sale tra qualche mese. Come il marinaio protagonista del disco di Fabrizio De André, il regista ha navigato e ha toccato diversi porti del Mediterraneo cercando di cogliere le diverse realtà attraverso figure incontrate sul posto. E sono racconti pieni di dolore, di fatica, di fughe e approdi in terre poco ospitali, lontane dalle guerre ma non per questo più comprensive.

Bigoni, che ha già affrontato l’eredità del poeta genovese realizzando il documentario Faber e il volume Accordi eretici, ha avuto l’idea di questo nuovo e impegnativo progetto riascoltando Crêuza de mä riscoprendone la forza e l’attualità malgrado siano passati 25 anni dalla sua creazione. E non è il solo che sente di dover dire ancora qualcosa sul cantautore scomparso l’11 gennaio 1999. Come dimostrano i numerosi musicisti, artisti, studiosi e curiosi che a 11 anni dalla morte non smettono di proporre  approfondimenti, scoperte, sguardi inediti o rivisitazioni della sua opera.

L’autore non si è limitato ad affrontare la navigazione su un cargo, tornando più volte nei porti e nelle città, ma ha coinvolto nel progetto anche Mauro Pagani che, da autore del disco insieme a De André, ha contribuito alla stesura del soggetto e curerà la colonna sonora del documentario. Gli interventi parlati del cantautore genovese scandiscono le tappe del viaggio, diventando voce narrante e spina dorsale del film che non sarebbe mai nato senza il sostegno di Dori Ghezzi e della Fondazione Fabrizio De André che hanno concesso l’utilizzo dei materiali.

Crêuza de mä è un’opera fondamentale” racconta Bigoni. “Mauro Pagani dopo la rilettura che ne aveva fatto cinque anni fa pensava di aver finito con quel disco, ma evidentemente non è così e si è lasciato coinvolgere convinto anche lui della necessità di riattualizzare le tracce del cd che hanno immaginato questo marinaio genovese che attraversa mari, luoghi, epoche storiche, per vedere cosa resta di tutto questo mondo che gira intorno al Mediterraneo, solcato da pescatori e uomini che faticano ma anche da turisti in crociera”.

Un contrasto che esaspera le differenze, come dimostrano le tappe a Dubrovnik, dove i bombardamenti del ’91 fanno da sfondo alle parole di una ragazzina, e di Bari, dove Violeta racconta il suo viaggio dall’Albania e la difficile integrazione. Il mercantile fa quindi tappa a Itaca, Istanbul, Lampedusa, poi fa rotta verso il Medio Oriente fermandosi a Sidone e a Sousse, in Tunisia. Poi ancora Barcellona per incontrare l’ultima testimone della rivoluzione anarchica del ’36, e ancora Tangeri, per approdare infine a Genova ascoltando la storia di una giovane clandestina nigeriana giunta in Italia lungo la rotta degli schiavi e della prostituzione.

Alla fine del viaggio Bigoni non può che constatare le distanze. “Il Mediterraneo è sempre di più un mare che separa, in tanti secoli avrebbe dovuto cercare di unire popoli, usanze e lingue invece continua sempre di più ad allontanare questi mondi” commenta, tentando un riavvicinamento attraverso la musica con Mauro Pagani che si esibisce con la tunisina Mouna Amari. Ma non è abbastanza. “A Lampedusa, dove sono andato più volte, ho scoperto l’apertura e la disponibilità degli isolani verso gli extracomunitari che arrivano dal mare. Poi quando parli con i pescatori ti dicono che è un mare pieno di morti perché ne arrivano due ma sono partiti in cinque”.

Bigoni ha girato moltissimo materiale e ora è impegnato nel montaggio. “Il film dovrebbe essere pronto in primavera, ma la sfida è ancora più grande perché tutto è pensato per il cinema. Però vado avanti perché so di non essere il solo ad avere un debito inestinguibile nei confronti di Fabrizio De André perché lui, come Pasolini, ha anticipato i tempi, ha cantato e raccontato gli ultimi leggendo la realtà in termini poetici e la poesia è l’unica lingua universale in grado di parlare a tutti”.

Il titolo del documentario è stato preso dalle parole di un altra canzone di De André, “Il sogno di Maria” (da La buona novella): “io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento”. “Non c’è un motivo particolare” spiega il regista, “mi è piaciuta l’immagine di Maria che esce dalla porta per vedere cosa c’è fuori e scopre che il vento ha colori diversi, come il mare”..

09 gennaio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/01/09/news/de_andr_doc_anniversario-1889168/

Primarie Puglia, l’ora della verità. Il vincitore della sfida si decide nei gazebo

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Primarie Puglia, l’ora della verità. Il vincitore della sfida si decide nei gazebo

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di Simone Collini

tutti gli articoli dell’autore

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Il cigno nero se ne sta acquattato in qualche vicolo fuori mano, pronto a saltar fuori sul più bello, stanotte, o a ritornarsene dal nulla da cui è venuto per dar ragione a quelli che dicono che non esiste. Ecco, la passione e le pressioni e la tensione sono così forti, da queste parti, che per parlare delle primarie pugliesi è meglio uscire dalla “Fabbrica di Nichi”, è meglio non fermarsi troppo alla sede regionale del Pd, è meglio allontanarsi dalle piazze dei comizi di chiusura e trovare un posto non troppo battuto dal vento freddo, tirare fuori il cellulare e prenderla da lontano, tipo dal Lago di Ginevra, dove Nicola Piepoli è andato a trascorrere il fine settimana. “È a Bari? Bellissima città, lo sa che ci sono nato?” Ci sarà anche nato ma ha contribuito a rendere ancora più incandescente il clima. “Io? E perché mai?” Il suo sondaggio, l’hanno tirato fuori, quelli di Nichi Vendola. “E allora?” E allora Francesco Boccia dice, aspetti che leggo, dice “in quale paese serio si buttano sul tavolo e sui giornali sondaggi falsi”, dice che “un sondaggio è vero se viene comunicato al dipartimento editoria della presidenza del consiglio” e che al Pd si sono informati e non avete comunicato niente. “È così, infatti”. Ma allora ha ragione a dire che sono “numeri palesemente falsi”? “Ma che percentuali hanno dato, quelli di Vendola?” 64% per lui, 20% Boccia, 16% indecisi. “È questo, sì, la comunicazione la facciamo lunedì, il risultato me lo ricordo perché mi ha sorpreso. Mi è sembrato troppo prudente. Mi aspettavo Vendola all’80%”. Piepoli ride.

Al Pd la vicenda ha fatto un altro effetto, hanno sondaggi che danno i due sfidanti testa a testa, spiegano che un conto è una domanda telefonica su due persone così diverse per popolarità, un conto è mobilitare il voto organizzato. “Che vuole che le dica, i sondaggi mostrano un risultato probabile. Può benissimo vincere Boccia. Sarebbe un cigno nero”. Un cigno nero? “Sì, anche se la presenza di cigni neri è improbabile”. Di nuovo ride. E allora è meglio tornare dalle parti di chi considera la vicenda maledettamente seria. “Chi vota Vendola, sa che vota una storia passata, una coalizione più piccola, non a guida Pd, con un tentativo anche evidente di dividere il Pd”, dice Francesco Boccia mentre fa la spola tra Monopoli, Bari e Lecce. “Il Pd unito ci consente di costruire una nuova coalizione, di governare la Puglia di domani e anche di consentire al centrosinistra di dimostrare che si può battere questa destra populista». Un aggettivo non usato a caso, visto che una delle cose che il Pd rimprovera a Vendola è essersi “autocandidato” quando si è reso conto di non riuscire a incassare il sostegno di due forze che sono state per cinque anni all’opposizione della sua giunta come l’Udc e l’Idv. “Va dicendo che l’ha candidato il popolo. Macché. Lo dico con grande franchezza. L’altro che dice di essere candidato del popolo è Berlusconi”.

Vendola fa spallucce: “Io il populismo lo combatto, efficacemente, non scappando dal popolo ma andando incontro al popolo”. Si dice “sereno” ma al di là di tutti i ragionamenti sul futuro della Puglia e sul portare a termine l’opera cominciata, sa che per lui e per una sinistra già rimasta fuori dal Parlamento, privata dei rimborsi elettorali per le europee, lacerata da divisioni e fuori dai vertici istituzionali praticamente a tutti i livelli di governo, la sfida di oggi rischia di essere o l’estremo appiglio a cui aggrapparsi per ripartire o la batosta finale.

“Il problema non è quella sinistra che non riesce a capire me”, dice rivolgendosi agli sfidanti mentre incassa gli applausi, le strette di mano e le pacche sulle spalle mentre passa da un’iniziativa all’altra. “Il problema è non capire il significato di questa mobilitazione popolare, di questo affetto. Che non è mica frutto del fatto che abbiamo una platea di gente con l’anello al naso e che io sono un incantatore di serpenti, ma riguarda la coerenza dentro la politica, riguarda la capacità della politica di essere costruzione di cantiere di futuro. Siccome in Puglia abbiamo fatto questo, questo la gente lo sa”.

E’ inutile parlargli di percentuali che fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta e coalizioni più o meno larghe e strategia delle alleanze. “A me interessano le sigle di partito, ma prima di esse mi interessa l’associazionismo, il volontariato, i soggetti sociali in carne e ossa”. Sguardo ispirato, sorriso. “Con loro continueremo il sogno di un Puglia migliore”. A questo punto si potrebbe parlare dei pullman di studenti fuori sede che arrivano “per votare Nichi”, di Dario Franceschini che viene per un paio di iniziative a sostegno di Boccia mentre gli esponenti locali della minoranza Pd annunciano apertamente che voteranno Vendola, di Enrico Letta che a Taranto dice che la coalizione su cui potrebbe contare a marzo Vendola “aiuterebbe il centrodestra nella vittoria” e che quindi è oggi è meglio “dare un dispiacere a Berlusconi” facendo vincere Boccia, delle inevitabili ripercussioni che il risultato delle primarie avrà sul Pd, di quelli che dicono che il sindaco di Bari Michele Emiliano si sarebbe potuto impegnare di più, dei circoli del Pd che votano documenti a sostegno del governatore uscente, di Riccardo Scamarcio che chiude insieme a Vendola la campagna da una parte e Franco Califano che la chiude insieme Boccia dall’altra. Si potrebbe parlare di questo e di tanto altro ancora ma a questo punto bisogna spiegare anche cosa succede oggi. Duecento seggi allestiti in alberghi, parchi, centri polifunzionali, gazebo, niente sedi di partito.

Trecentomila schede stampate, con sopra soltanto i nomi dei due sfidanti, niente simboli di partito. Votanti previsti, tra i cento e i centocinquantamila. Tremila militanti, la metà schierata da una parte, la metà dall’altra, che giocheranno il ruolo degli scrutatori e dei rappresentanti di lista. Nove seggi in tutta Bari, che così è più facile individuare chi prova a fare il furbo, uno solo nei comuni più piccoli. In questi ultimi basterà un documento di identità, nel capoluogo bisogna anche portare il certificato elettorale e dimostrare che si appartiene a quella precisa circoscrizione. Paura di brogli? Manco a dirlo. Ufficialmente, bisogna contrastare il pericolo infiltrazioni da parte della destra. Che comunque, a sentire ognuno due sfidanti, preferirebbe che a vincere fosse l’altro. Qualche numero per finire. Alle primarie del Pd del 25 ottobre scorso votarono 160 mila persone. Cinque anni fa, una sfida come quella di oggi finì con Vendola che incassò 40.358 voti e Boccia 38.676. Perse per 1682 voti. A “Nichy” sbagliarono anche il nome sulla scheda. Oggi nel Pd nessuno lo sottovaluta.

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24 gennaio 2010
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«Haiti, le vittime sono 150 mila». Castro contro gli Usa: “Occupano il Paese”

E le star di Hollywood raccolgono 58 milioni di dollari

«Haiti, le vittime sono 150 mila»
Castro contro gli Usa: “Occupano il Paese”

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100124_haiti761.jpg

Il nuovo bilancio fornito dal ministro haitiano Jocelyn Lassegue. Disordini durante la distribuzione degli aiuti

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(Afp)
(Afp)

MILANO – A dodici giorni dal devastante sisma che ha colpito Haiti, si aggrava il bilancio delle vittime. I corpi recuperati e sepolti sono 150 mila, secondo il New York Times, che cita il ministro haitiano della Cultura e della Comunicazione, Marie-Laurence Jocelyn Lassegue. Il ministro ha detto anche che almeno 250 mila persone sono rimaste senza tetto, mentre 200 mila residenti di Port-au-Prince hanno abbandonato la capitale e si sono trasferiti nelle province limitrofe. Non è comunque chiaro come il governo haitiano sia giunto a queste stime, osserva il New York Times. Nel corso della giornata di sabato il bilancio delle vittime è salito prima da 111 mila a 120 mila, e poi da 120 mila a più di 150 mila senza che siano state fornite spiegazioni dettagliate. Intanto, mentre il governo haitiano ha annunciato la sospensione delle ricerche di eventuali superstiti, i soccorritori francesi hanno estratto vivo sabato un giovane di 24 anni rimasto sepolto per undici giorni sotto le macerie di un negozio di frutta e verdura a Port-au-Prince. Da Cuba nel frattempo arriva un duro attacco di Fidel Castro agli Stati Uniti, accusati dal Líder máximo di aver «occupato» Haiti.

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Maratona per Haiti Maratona per Haiti Maratona per Haiti Maratona per Haiti Maratona per Haiti Maratona per Haiti Maratona per Haiti Maratona per Haiti

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FIDEL CASTRO CONTRO GLI USA – Fidel Castro ha criticato il dispiegamento di migliaia di soldati americani sull’isola caraibica dopo il devastante terremoto, deplorando al tempo stesso il silenzio dell’Onu su quella che definisce l«’occupazione» americana che a suo parere non fa che complicare ancora di più la situazione. «Nel pieno della tragedia haitiana senza che nessuno sappia come e perché – afferma l’ex presidente cubano, 83 anni, in un messaggio apparso sul sito Cubadebate.cu.- migliaia di soldati delle unità dei marine americani, di truppe aerotrasportate della 82.a divisione ed altre forze militari hanno occupato il territorio di Haiti». «Peggio ancora – prosegue – né l’organizzazione delle Nazioni Unite, né il governo degli Stati Uniti hanno offerto spiegazioni». Il dispiegamento di un nutrito contingente americano ad Haiti, che entro oggi dovrebbe raggiungere i 20.000 uomini, è già stato criticato dalla Bolivia e, soprattutto, dal Venezuela di Hugo Chavez. Secondo Fidel Castro, l’afflusso di altri soldati da parte di molti paesi non fa che rendere ancora più caotica la situazione. «Bisogna esaminare la situazione e dare all’Onu il ruolo di gestione che gli spetta», ha detto ancora il dirigente cubano. Fidel Castro ha anche lodato «la condotta etica» del suo paese che ha mandato ad Haiti «medicine e non soldati» e che ha aperto il suo spazio aereo all’aviazione americana per permettere l’arrivo di aiuti più rapidamente.

CAOS AIUTI – Sull’isola caraibica, messa a dura prova prima dal sisma e poi dalla disperazione dei sopravvissuti, resta difficile intanto la distribuzione degli aiuti. Come dimostrano i disordini delle ultime ore in un ex aeroporto militare di Port-au-Prince, dove le truppe delle Nazioni unite hanno sparato d’avvertimento e lanciato gas lacrimogeni per riportare la calma. La distribuzione di cibo, olio di soia, acqua e radio nell’ex aeroporto era iniziata in tranquillità, con due lunghe file di haitiani. In seguito, piccole schermaglie sono andate degenerando tra le persone in attesa, che per la maggior parte non avevano ancora ricevuto alcun aiuto dopo il devastante sisma del 12 gennaio, e la folla ha cominciato a precipitarsi caoticamente verso gli aiuti. I caschi blu brasiliani hanno quindi sparato in aria e lanciato gas lacrimogeni.

LA MARATONA DELLE STAR – Continua intanto la mobilitazione della comunità internazionale per sostenere gli haitiani. La maratona tv delle star, organizzata da George Clooney ha fruttato 58 milioni di dollari. Lisa Paulson, presidente dell’operazione «Hope for Haiti» ha annunciato con orgoglio che si tratta di un record per questo tipo di raccolta negli Usa. La serata ha visto alternarsi sul palco e ai telefoni tanti artisti come Madonna, Bruce Springsteen Beyonce, Coldplay, Bono, Rihanna, Julia Roberts, Steven Spielberg, Jack Nicholson, Clint Eastwood e Brad Pitt fra gli altri.

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Redazione online
24 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_24/haiti-nuovo-bilancio_27b0cea2-08c3-11df-a931-00144f02aabe.shtml

STASERA: ”Gli ultimi del Paradiso” su Rai1, una fiction sulle morti bianche / L’Italia 50 anni dopo “Rocco e suoi fratelli”

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Morire sul lavoro: una tragedia che in Italia ha interessato anche nel 2009 più di 1.000 vittime. Ora una miniserie tv in onda domenica e lunedì su Raiuno alle 21.20, racconta la morte di tre lavoratori soffocati nella stiva di una nave nel porto di Trieste. ‘Gli ultimi del Paradiso’ (questo il titolo della miniserie) racconta una vicenda di fantasia, ma che richiama molti tragici fatti realmente avvenuti. La regia è di Luciano Manutti, e tra gli interpreti spiccano Massimo Ghini e Riccardo Zinna.

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LA SINOSSI DELLA PRIMA PUNTATA:

''Gli ultimi del Paradiso'' su Rai1  una fiction sulle morti biancheMario ha quarant’anni. È un uomo solido, affidabile. Ha una moglie, Carmen, una figlia e un piccolo benessere costruito giorno per giorno. Fa il camionista, e proprio lavorando sui camion ha trovato i suoi migliori amici, Vittorio, Piero e Luigi. Mario ha anche un fratello, Lorenzo, che si è appena laureato in Giurisprudenza. Lui è nato nel momento giusto, quando il padre Federico poteva permettersi di farlo studiare. Lorenzo e Mario in fondo non sembrano nemmeno fratelli, ma quando il padre viene a mancare all’improvviso, si ritrovano.

Lorenzo ha appena scoperto che l’esame di dottorato su cui tanto contava, è andato male. Deluso, decide di lasciare l’università e chiede a Mario di farlo lavorare sui camion. Lorenzo scopre la fatica del lavoro. Morelli, il proprietario della ditta, è simpatico, ma implacabile: doppi turni, straordinari, richieste fuori contratto e, a ogni obiezione, il solito ricatto:la concorrenza, se non facesse così, sarebbe già fallito. Lorenzo non resiste e se ne va. Grazie a Sara, una ragazza di cui si sta innamorando, trova lavoro in uno studio come praticante. La titolare è Anna Albano, la madre della ragazza, uno degli avvocati più quotati della città.

Intanto per Mario e i suoi amici la vita scorre sempre uguale, tanto lavoro e tante eccezioni, tutti i giorni, per rispettare il calendario delle consegne. Ed è per tenere dietro a una di queste eccezioni che sono la regola, che Vittorio un giorno si trova in un cantiere a scaricare. All’improvviso, il carico scivola. Vittorio viene travolto. Finisce in coma, all’ospedale. Gli amici scoprono che non ha diritto a nessun risarcimento perché scaricare non è previsto dal contratto. I nostri dovrebbero denunciare Morelli, il loro datore di lavoro, e raccontare che Vittorio ha solo eseguito i suoi ordini. Ma mettersi contro il padrone, vuol dire perdere il posto di lavoro. Alla fine gli amici, pur spaventati, decidono di andare avanti. Nessuno degli altri compagni di lavoro li segue.

Lorenzo intanto si accorge che Morelli ha chiesto una consulenza al suo studio. Anche se formalmente ha ragione, non vuole correre rischi. Lorenzo in quanto fratello di Mario, viene estromesso dal caso, ma non si arrende. E scopre che l’azienda titolare del cantiere in cui è avvenuto l’incidente è un colosso dell’edilizia che gestisce i lavori con un fitto sistema di subappalti.

Vittorio si risveglia dal coma. Ma quando i nostri arrivano al lavoro li attende una brutta sorpresa. Il piazzale della loro azienda è deserto. Morelli ha fatto fallire la sua ditta e ha spostato tutto all’estero, così, in caso di risarcimento, ne uscirà senza troppi danni..

I nostri devono affrontare i compagni inferociti. Ma anche loro sono distrutti, perché si sa, quando hai perso il lavoro, hai perso tutto…

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24 gennaio 2010

fonte:  http://www.digital-sat.it/new.php?id=20951

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IL CASO

L’Italia 50 anni dopo “Rocco e suoi fratelli”

http://home.att.net/~digitalworldtrade/web/rocco3.jpg

di ADRIANO SOFRI

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SONO passati cinquant’anni da “Rocco e i suoi fratelli”. Fa impressione. Allora, nel 1960, si era viscontiani o antiviscontiani per partito preso, e una stessa parola  –  melodramma  –  suonava lusinghiera per gli uni e sprezzante per gli altri. Era un gran film. Fa impressione perché si trattava di migranti: dalla Lucania a Milano, una madre e i suoi cinque figli maschi.
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Che cosa diventerebbe, aggiornata all’Italia di oggi, la storia di Rocco e i suoi fratelli? Be’, lo vedrete stasera e domani, nel film per Raiuno intitolato “Gli ultimi del Paradiso” (ne ha scritto qui ieri Silvia Fumarola). Per calcare le orme di Visconti, la via più ovvia sarebbe stata sostituire alla migrazione interna quella straniera. Luciano Manuzzi, regista, e con lui Giancarlo De Cataldo e Monica Zapelli, raccontano invece la storia di un gruppo di amici e compagni di lavoro, camionisti, che vivono a Trieste e sono venuti da Roma o dal sud, ma non si sentono più immigrati, a differenza di romeni e slavi con cui le loro vicende si intrecciano. Sono cinque, anche loro, e due sono fratelli. Le vite loro e delle loro famiglie sono travolte dalle disgrazie sul lavoro, ma il film non è un manifesto sugli incidenti sul lavoro, è un romanzo sull’Italia. Del resto le notizie sulle mille morti bianche ufficiali di ogni anno, passano come numeri di una lista nera solo finché non ci si fermi su ognuna e se ne scopra la forza romanzesca. Vi ricordate i 13 operai soffocati nella stiva della Elisabetta Montanari a Ravenna 1987, e tre non avevano vent’anni, e otto erano in nero, e lavoravano per cinque ditte diverse, e non c’era neanche un estintore? Vi ricordate l’operaio Fabrizio C. del porto di Genova, padre di un bambino di 4 anni, schiantato al suolo in una notte del 2008 scaricando un portacontainer, nello stesso scalo nel quale era morto suo padre, lasciando in eredità il posto a lui bambino? Della Thyssen vi ricordate certo, con la memoria ravvivata dai titoli che oggi paventano l’insabbiamento in nome del processo breve. Ancora a Torino si è aperto da poco un processo senza eguali per l’arco di tempo che coinvolge, per l’enormità dell’imputazione – disastro doloso – per il numero delle parti civili, parecchie migliaia, e per le vittime mortali, quasi tremila, lavoratori dei 4 stabilimenti Eternit italiani e donne che ne lavavano le tute e bambini esposti alla vicinanza delle fabbriche e alle falde inquinate. Quel tanto di rocambolesco che è della finzione non fa che inseguire il romanzo reale e citarlo e recitarlo.
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Sul film di stasera incombe come una minaccia la medaglietta di “coraggioso”. “Coraggioso? Alla larga!”. Scherzi dei generi televisivi. Si chiama reality il Grande Fratello ennesimo, e ci vuole un bel coraggio. E fiction, per giunta coraggiosa, un bel film che mostra le cose che succedono alle persone, i loro amori e i loro tradimenti, le lealtà e le meschinità, il modo in cui faticano e muoiono, il modo in cui vengono sfruttate e umiliate e si dispongono all’occasione a sfruttare e umiliare. C’è un padre anziano, irriducibilmente romano, che muore per tener dietro al carico di lavoro frenetico. Il suo figlio maggiore, Mario, guida il camion per un piccolo padrone cameratesco e cinico, e ha un’autorevolezza riconosciuta dai suoi compagni di lavoro. L’altro figlio, Lorenzo, ha studiato legge, viene fatto fuori da una camarilla accademica al concorso universitario, si dividerà fra il lavoro col fratello e una professione avvocatesca che vorrebbe corromperlo. (È il Rocco del film, benché meno risplendente dell’Alain Delon di Visconti, che del resto si era ispirato addirittura al principe Myskin dell’Idiota). Quando un incidente provocato dal ricatto del padrone colpisce uno degli amici, Vittorio, lasciandolo paralizzato, gli altri, incitati da Mario e da un sindacalista onesto, decidono di denunciare. Succede – esattamente come nella realtà quotidiana di migliaia di “aziende” – che tutti i dipendenti vengono licenziati e la ditta viene fatta fallire e sparire. Gli amici, che hanno ormai un’età matura e famiglie e mutui da onorare, si trovano di colpo disoccupati, esposti alla mortificazione di stare a carico delle loro donne e di accattare lavoretti da strapazzo e sottopagati. Quando Lorenzo, ribellandosi agli intrighi dell’ufficio legale in cui è stato accolto, svela la responsabilità del grosso padrone dietro i ricatti e le violazioni dei padroncini che giocano con la pelle delle persone, e lo costringe a venire a patti, Vittorio decide di impiegare il denaro del risarcimento per l’impresa comune di rilevare una stazione di servizio abbandonata. Fra le rovine c’è l’insegna di un autolavaggio Paradiso: ed è il titolo che scelgono, “Gli ultimi del paradiso”. E che conclude la parabola segnata dalla rivelazione che la classe operaia non va in paradiso.
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Mario, che per aver tradito Vittorio con la sua donna nel momento più doloroso è sopraffatto dal senso di colpa e vede naufragare il suo matrimonio, cerca un riscatto in proprio allontanandosi dai compagni, accettando un lavoro azzardato come quello della pulizia delle cisterne, e finendo per assomigliare al padroncino che ha disprezzato fino a ieri. Finché accetta la pulizia di una stiva con tempi tagliatissimi e ci si butta con uno degli amici e tre romeni indigenti e impreparati. Succede il disastro, Mario corre al loro soccorso, li trova inerti, salvo uno, che si muove ancora, si toglie la maschera antigas e gliela mette indosso, e si accascia a sua volta. Ha salvato una vita, non importa che sia l’amico o lo straniero, era quello che ancora si muoveva. Il film finisce con un’edificante lezione di Lorenzo, che ha finalmente ottenuto il posto di docente di diritto del lavoro, e spiega quanti e quali siano gli omicidi bianchi, e di chi le responsabilità, e quali i modi di affrontarli. Ma il film non è edificante. È amaro e commovente. Mostra com’è il lavoro nel 2010, cinquant’anni dopo i giovani lucani in bianco e nero che andavano a spalare la neve milanese e a cercarsi la fortuna in una palestra di pugilato. Com’è il lavoro sui camion omerici e lustri, cronotachigrafi manomessi e cocaina a tener svegli; com’è il carico o lo scarico in uno scalo marittimo o nell’edilizia; come decide un piccolo funzionario di banca di farti fallire e perdere la casa che hai ipotecato; come si sceglie fra un viaggio a portare merce losca e il trasporto in bicicletta di cassette di frutta a domicilio, a salario dimezzato e la fortuna di qualche mancia. L’ho detto, è un bel film. Un film popolare. Ha un altro pregio, ai miei occhi e anche ai vostri, spero: di mostrare senza ostentazione com’è bella Trieste e a farne sentire l’aria inconfondibile. La Trieste nel cui porto e attorno a esso avvengono intanto, a quanto pare, un bel po’ di porcherie, di quelle che nemmeno la bora riesce a portare via. Se è vero, come leggo, che un pubblico ministero in un processo recente contro proprietà e direzione della Ferriera ha sostenuto che “l’ordinamento… consente lo svolgimento delle attività pericolose, persino mortali, se e in quanto le reputa indispensabili alla vita della complessa società odierna”. Polveri sottili dentro la bella aria di Trieste.
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24 gennaio 2010
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Ghini: portiamo in fiction il dramma delle morti bianche

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DALINVIATA DI REPUBBLICA SILVIA FUMAROLA, NEW YORK

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Tra le polemiche per i cinepanettoni e il successo di “Enrico Mattei” sul fondatore dell’ Eni, presentato alla Settimana della fiction a New York (con l’ ultimo titolo della rassegna, “Little dream” di Davide Marengo della serie “Crimini”), Massimo Ghini torna in tv domenica su RaiUno con Gli ultimi del Paradiso il tv movie di Luciano Mannuzzi scritto dal magistrato Giancarlo De Cataldo e Monica Zappelli, che affronta un tema drammaticamente attuale: le morti bianche.

«Noi italiani non abbiamo la cultura della sicurezza. Il rispetto delle regole non è nel nostro Dna» sottolinea Ghini «penso a chi non usa la cintura in auto o a chi non indossa il casco nei cantieri. È come se pensassimo sempre: “Tanto a me non succede”. Nel film parliamo di colpe da entrambe le parti, perché anche i lavoratori hanno una responsabilità». Ambientata a Trieste (nel cast Elena Sofia Ricci, Ninetto Davoli, Francesco Salvi, Thomas Trabacchi e Giuseppe Zeno) la fiction racconta la storia di un gruppo di camionisti che fa causa al direttore della società per cui lavora dopo un incidente che inchioda un amico sulla sedia a rotelle. Vinta la causa e ricevuto il risarcimento vengono tutti licenziati, così investono il denaro in una pompa di benzina. Ma i soldi non bastano e l’ ex direttore propone loro di pulire la cisterna di una nave, con conseguenze tragiche. «Raccontiamo un grande romanzo popolare, anche attraverso la vita privata dei personaggi. Di morti bianche si parla sui giornali, in tv, il presidente Napolitano ha fatto più volte appelli ma il potere del racconto televisivoè forte, arriva a tutti».

Ghini rivendica la libertà di fare il proprio mestiere: «Legittima la critica, ma sui cinepanettoni ha esagerato. Degli americani che cambiano ruoli si tessono solo le lodi, da noi se fai un ruolo serio i critici ti accettano, se no non ti riconoscono più. Diventi un nemico. “Eclettico” per me è un complimento».

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Repubblica — 23 gennaio 2010   pagina 52   sezione: SPETTACOLI

Dalla Cina ultimatum agli Usa: “Pronti a oscurare Google”

WEB E CENSURA

Dalla Cina ultimatum agli Usa
“Pronti a oscurare Google”

Il regime si schiera contro “il nuovo imperialismo cybernetico degli Stati Uniti”. E lancia il suo diktat: “Sì ai filtri oppure andate via”

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dal corrispondente di Repubblica GIAMPAOLO VISETTI

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Dalla Cina ultimatum agli Usa "Pronti a oscurare  Google"
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PECHINO – La Cina è pronta a chiudere Google. Il manifesto della Clinton contro la censura sul web, ha rovesciato lo scontro. Fino a ieri era il motore di ricerca Usa a minacciare l’abbandono del Dragone. Ora è il governo di Pechino a lanciare l’ultimatum.
Se Google non si piegherà alla censura cinese, cosa che continua prudentemente a fare dal 2006, e la Casa Bianca non toglierà la Cina dalla lista nera degli stati canaglia online, il sito cinese del colosso di Mountain Views sarà oscurato. A tre giorni dallo scoppio della guerra di Internet tra Cina e Usa, innescata dall’attacco di hacker cinesi contro 34 clienti hi-tech di Google, la decisione è stata presa ieri dai vertici del partito comunista e dai più influenti esponenti del governo. Domani saranno riprese le trattative tra le autorità e Google. Ma la strategia è cambiata. Prima delle accuse americane, Pechino era decisa a sgonfiare il caso nel tempo, trattandolo come un contenzioso commerciale. Ora che il salto politico internazionale è compiuto, e che le reazioni interne premiano la linea nazionalista del governo schierato contro “il nuovo imperialismo cybernetico degli Stati Uniti”, lo strappo è destinato ad un’accelerazione prima della fine di gennaio. I leader cinesi, sorpresi dall’attacco della Clinton, si sono infine convinti che una Cina “Google-free” convenga, sia al partito che al business. Alzare il primo muro virtuale del millennio darebbe a Pechino il vantaggio dell’iniziativa nel definire la nuova geografia del potere nella Rete. La Cina non intende lasciarsi sfuggire la  grande occasione offerta dalla crisi aperta da Google.

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I mediatori cinesi sono stati incaricati di dire a quelli americani che se gli Stati Uniti non forniranno le prove che gli attacchi denunciati sono partiti dall’Oriente con il sostegno di Pechino, la Cina darà il via “al progetto di un Internet totalmente cinese”, che ricalchi i confini nazionali reali. “La globalizzazione del web – ha spiegato Fu Mengzi, docente dell’Istituto di relazioni internazionali e consulente presidenziale – ha messo in crisi l’equilibrio tra democrazie e Paesi con tradizioni politiche diverse. Dividere le nuove acque internazionali da quelle territoriali può evitare tensioni dannose. Senza Google Pechino non perde nulla e guadagna parecchio”.
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Nel 2009 l’affare Internet in Cina ha superato i 74 miliardi di dollari, quest’anno arriverà ai 100. I 385 milioni di utenti animano un sesto del mercato mondiale e già hanno decretato il primato planetario dell’e-commerce di Alibaba, che ha rilevato Yahoo. L’addio di Google e l’incertezza di Microsoft e Cisco, offriranno al cinese Baidu non solo il quasi monopolio del business interno, ma l’opportunità di insidiare anche all’estero le web corportation Usa. Per questo giornali e tivù cinesi, controllati dal governo, hanno proseguito ieri la martellante campagna antiamericana. “Non siamo né l’Iraq, né le Hawaii – il tormentone – e non faremo la fine del Giappone. L’Internet di Washington non ci trasformerà in una colonia degli interessi occidentali”.
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Dietro lo scontro, secondo analisti vicini al governo, non ci sono solo i timori di instabilità cinesi e la necessità americana di riaffermare la leadership della libertà. Pechino è convinta che l’affondo della Casa Bianca sulla censura del web sia “una ritorsione”. “E’ partita – dice Sun Zhe, docente di scienza delle finanze all’università Tsinghua – dopo che la Cina ha deciso di resistere alle pressioni per apprezzare lo yuan e per non ridurre gli acquisti del debito americano. Ma non si vede perché dovremmo continuare a saldare i conti scoperti di chi cerca di frenare la nostra crescita”. La Cina resta il primo cliente dei bond Usa. All’inizio dell’anno il governo ha comunicato però l’intenzione di “differenziare” le riserve in valuta estera. Nel 2010 solo il 4,6% dei titoli di stato statunitensi dovrebbero finire nelle casse cinesi, contro il 20,2 del 2008 e il 47,4 del 2006.
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Considerata la sete di denaro americana per riaccendere la crescita, i vertici comunisti cinesi si sono convinti di poter vincere il braccio di ferro sulla Rete. Ieri hanno deciso così di bloccare la distribuzione in Cina di “Army of Two”, kolossal del videogiochi made in Usa ambientato a Shanghai. Il gioco termina con la distruzione della metropoli pronta a inaugurare l’Expo e alluderebbe a mercenari assoldati dal governo per incarcerare i contestatori. Pronta la reazione americana. Critiche per la censura cinese su internet, a sorpresa, sono arrivate dal vice presidente di Taiwan. L’ambasciata e i consolati Usa in Cina hanno convocato nelle sedi per “un lungo confronto” i più famosi blogger dissidenti.
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24 gennaio 2010
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