Archive | gennaio 25, 2010

Agile-Eutelia, sciopero e presidio a Roma: «Lavoratori da 6 mesi senza stipendio»

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Agile-Eutelia, sciopero e presidio a Roma
«Lavoratori da 6 mesi senza stipendio»

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ROMA (25 gennaio) – Sciopero di 8 ore e manifestazione nazionale a Roma con presidio in piazza SS. Apostoli oggi per protestare contro la situazione della Agile-Eutelia e chiedere al governo di intervenire sulla vertenza che rischia di far sparire la più grande aziende italiana di informatica (la società fornisce manutenzione informatica negli uffici pubblici) e di far sparire 2mila posti di lavoro.

La protesta è stata indetta dalle segreterie nazionali di Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm-Uil e dal Coordinamento nazionale delle rsu di Eutelia e Agile perché «i lavoratori sono senza stipendio e senza prospettive da oltre 6 mesi e non sono più nelle condizioni di aspettare». I lavoratori del gruppo Agile-Eutelia (ex Olivetti e Bull) sono circa 2.000 e la maggior parte non riceve lo stipendio da luglio o agosto.

«La vertenza Eutelia/Agile è tutt’altro che in dirittura di arrivo. Prima che la situazione peggiori in modo irreversibile, è urgente che il Governo assuma pienamente la regia di questa complicata vicenda, indirizzando tutti gli sforzi e le risorse necessarie per individuare una soluzione condivisa che salvi il posto di lavoro e le competenze di tutti i lavoratori di Eutelia/Agile. Chiediamo al Governo – dicono i sindacati – di mantenere gli impegni assunti nell’incontro a Palazzo Chigi del 9 dicembre sia riguardo i problemi relativi alle retribuzioni dei lavoratori, sia riguardo al mantenimento delle sedi e delle commesse».

«Mi unisco al coro dei lavoratori che stanno manifestando a Roma in queste ore per chiedere a Palazzo Chigi di essere ricevuti e di avere risposte chiare su una vertenza che si sta trascinando ormai da troppi mesi. Ancora una volta è in gioco il futuro di moltissime persone e delle loro famiglie, coinvolte in una vicenda a cui chi ci governa ha il dovere di trovare al più presto una soluzione», ha dichiarato in una nota il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.

«Il caso dell’Agile ex Eutelia è ancora lungi dall’essere risolto. Nonostante gli impegni presi dal Governo le lavoratrici e i lavoratori sono ancora senza stipendio e senza prospettive certe. Fin dal primo momento ci siamo messi a disposizione per trovare una via d’uscita alla crisi aziendale, ma deve essere chiaro che la responsabilità della non chiusura della partita è tutta dell’esecutivo nazionale. Esprimo la mia solidarietà a chi sta manifestando per i propri diritti e mi auguro che la questione trovi le risposte dovute», ha detto l’assessore al Lavoro, Pari Opportunità e Politiche Giovanili della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi.

«Chiediamo al Governo di assumere tutte le iniziative per assicurare il pagamento degli stipendi arretrati alle maestranze ed allo stesso tempo, visto che Eutelia- Agile-Omega lavorano essenzialmente con commesse pubbliche, di assumere un provvedimento d’urgenza per la nazionalizzazione dell’intero settore». Lo affermano Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista e portavoce della Federazione della sinistra e Roberta Fantozzi, responsabile Lavoro e Welfare ed esponente della segreteria nazionale del PR-Se.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=88874&sez=HOME_ECONOMIA

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Energia, svolta della Germania: Il governo decide di tornare al nucleare

DAVVERO UNA CATTIVA NOTIZIA

L’accordo della Merkel con i produttori di energia cambia la politica tedesca decisa dall’esecutivo Rossoverde di Schroeder

Energia, svolta della Germania
il governo decide di tornare al nucleare

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dal corrispondente di Repubblica ANDREA TARQUINI

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Energia, svolta della Germania il governo decide di  tornare al nucleare
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BERLINO – Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l’addio all’uso civile dell’energia atomica, ci ripensa. Dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso  –  scrive oggi l’autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino all’esecutivo  –  che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio. Addio dunque all’addio al nucleare, che era stato deciso dal governo ‘rossoverde (socialdemocrazia ed ecologisti) al potere tra il 1998 e il 2005 con il cancelliere Gerhard Schroeder e il suo vice Joschka Fischer. Le decisioni finali, Berlino le prenderà in autunno. Presentando un paper strategico sulle scelte di fondo della politica energetica del paese. Ma comunque il documento, sempre in base al resoconto di Die Welt, porrà condizioni per un sostanziale prolungamento del ciclo produttivo dei reattori in servizio. Intanto due grossi reattori che avrebbero dovuto essere spenti ad aprile e a maggio resteranno accesi, e il segnale è chiarissimo, inequivocabile.

E’ una sconfitta decisiva per gli avversari dell’uso civile dell’energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player. Il governo federale non si è messo comunque sulla strada del nucleare senza riserve scelta ad esempio da Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India o Brasile, che programmano la costruzione di decine di nuovi reattori. Per l’esecutivo di Berlino l’energia nucleare resta una ‘soluzione-ponte’. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. “In Germania”, scrive il commento di Die Welt, “abbiamo posto limiti massimi d’uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli  Usa e in Svezia li usano per 60 anni”.

Attualmente, i 17 reattori ancora in servizio producono circa un terzo del fabbisogno energetico della prima potenza economica europea. Una percentuale non trascurabile, anche se ben lontana dall’80 per cento della Francia. Per varare la soluzione provvisoria, il primo passo dell’addio all’addio al nucleare, il governo ha escogitato uno stratagemma. Nella legge sull’addio al nucleare del governo rossoverde infatti erano previste non solo date per la chiusura scaglionata degli impianti (l’ultimo, Neckarwestersheim 2, dovrebbe essere spento nel 2022) bensì anche quantità ‘residuè di produzione di energia, distribuite tra i vari reattori a seconda della loro data prevista di spegnimento. La quantità di produzione di energia restante, assegnata a suo tempo alla centrale di Stade già spenta, sarà distribuita come quantità di produzione supplementare assegnata ai due reattori ancora accesi di Biblis A e Neckarwestersheim 1. I quali avrebbero dovuto chiudere rispettivamente in aprile e maggio di quest’anno. Adesso hanno molti più mesi di vita, col compito di produzione supplementare. Una soluzione provvisoria, ma il segnale politico è chiaro, sullo sfondo mondiale di una riabilitazione e riscoperta del nucleare.
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25 gennaio 2010
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Insulti di Gasparri a un giornalista: «Applaudite lo sfigato di Ballarò»

Le frasi pronunciato dal palco della convention del pdl ad Arezzo

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Insulti di Gasparri a un giornalista
«Applaudite lo sfigato di Ballarò»

La battuta scatena le polemiche. Poi il senatore Pdl chiama Floris e si scusa con il diretto interessato

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MILANO – «C’è uno sfigato di Ballarò che passa la vita a inseguirci ed è venuto anche qui. Solo che oggi non ci sono gossip o polemiche e non ha un ca… da fare». Maurizio Gasparri interviene dal palco della convention del Pdl ad Arezzo e sorride mentre parla del giornalista-inviato della trasmissione di Raitre Alessandro Poggi. Le parole del capogruppo del Pdl al Senato scatenano subito le polemiche. «A Ballarò mai fatto gossip» è la pronta replica di Giovanni Floris, conduttore del programma. «Colpisce ed amareggia che ancora una volta l’onorevole Gasparri si sia esibito in un attacco ad personam contro chi lavora nell’informazione» commenta Vincenzo Vita, senatore del Pd. Per Vita, «è un sintomo, già di per se grave, di una patologia più grave ancora: la voglia di censura e di repressione che trasuda da una destra diventata berlusconiana, senza avere mai acquisito veramente i principi della democrazia. La nostra solidarietà anche questa volta a chi viene offeso. E in queste cose non c’entra il colore politico». «È evidente che a Gasparri è scappata la frizione di fronte ad una platea compiacente» dichiara in una nota Roberto Rao, capogruppo Udc in commissione di Vigilanza Rai.

LA NOTA – «Nessuna offesa a Ballarò, ma solo una battuta goliardica ed un invito all’applauso della platea di Arezzo, scherzando sul fatto che il simpatico cronista cercando, legittimamente, spunti di divisione nel Pdl non ne avesse trovati nell’armonia del convegno» precisa poi in una nota l’ufficio stampa del Pdl al Senato. «Gli applausi – continua il comunicato – fanno bene a tutti. Ed è noto il rispetto di Gasparri per Floris, Ballarò e i suoi invitati. Insieme alla libertà di domanda si rispetti la libertà di risposta».

LE SCUSEE se la nota del Pdl prova a minimizzare l’accaduto, lo stesso Gasparri, in un secondo momento, cerca di chiudere sul nascere le polemiche scatenate dalle parole su Alessandro Poggi: per farlo chiama direttamente il conduttore Giovanni Floris e, poco dopo, si scusa personalmente con l’inviato del programma di Raitre. Il tutto avviene nel centro fieristico di Arezzo, sotto gli occhi dei giornalisti. «Lui era arrivato con la pagina de Il Giornale in cui campeggiava il titolo “Facciamo primarie tra escort e magistrati”. Un modo per fare gossip e polemiche e io gli ho dato due buffetti sulle guance per dirgli di non cercare sempre polemiche», racconta Gasparri, venuto appositamente in sala stampa per spiegare che non voleva offendere nessuno, al limite fare solo un po’ di ironia. Poi, aggiunge, «dal palco sono tornato sull’argomento, ma era solo un modo per prenderlo in giro e poi, comunque, ho invitato il pubblico ad applaudire». «Adesso chiamo Floris e glielo dico», dice Gasparri, prendendo il telefonino in mano e digitando il numero del giornalista-conduttore. Il capogruppo del Senato inizia quindi a parlare, ripetendo quanto appena aveva detto ai giornalisti che lo ascoltavano incuriositi. «Ma tu permetterai… c’è libertà di domanda, ma anche di risposta», dice a un certo punto, evidentemente ribattendo alle obiezioni di Floris. «Sai – prosegue Gasparri – ho visto che gente come Vita e altri stanno uscendo sulle agenzie… Ma mica ho detto di cacciarlo via, anzi ho chiesto al pubblico di applaudire». «Ma non era una battuta offensiva… vabbè mò lo chiamerò» continua salutando il conduttore di Ballarò: «Abbracci e baci». Poi si rivolge di nuovo ai cronisti in sala stampa e spiega: «Io rispetto il lavoro di tutti con grande correttezza, ci mancherebbe… ora chiamo il giornalista di Ballarò, ma come si chiama?, per dirgli che non c’era nessuna intenzione di offenderlo o peggio di denigrare il mestiere…». Poco dopo, però, è lui stesso a incrociare e abbracciare l’inviato della Rai nel padiglione della fiera. I due si parlano brevemente e poi si salutano. «Incidente? ma quale incidente.. nessun incidente. Faccio il mio lavoro, come tutti voi, e basta…», commenta sorridendo poco dopo Poggi.

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Redazione online
24 gennaio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_24/gasparri-lite-inviato-ballaro_b3988484-08ee-11df-a931-00144f02aabe.shtml


Lo smog non dà tregua a Milano

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Inquinamento Record negli ultimi tre anni. Il vicesindaco: ma a Napoli e Torino è peggio

Lo smog non dà tregua a Milano

Tredici giorni oltre i limiti. Due consiglieri pronti a occupare il Comune

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MILANO — La serie più nera dell’aria milanese è iniziata l’11 gennaio. Nuvole, nebbia, temperatura vicino allo zero. E smog che si accumulava. Da quel momento, le polveri sottili non sono mai scese sotto la soglia che dovrebbe proteggere la salute dei cittadini. Fanno 13 giorni consecutivi di aria fuorilegge, il record negli ultimi tre anni. Fossero ancora in vigore le vecchie leggi regionali, ieri nelle aree più inquinate della Lombardia si sarebbe bloccato il traffico. Poi le regole sono cambiate. E a ridurre l’inquinamento, oggi, dovrebbero essere soltanto le «misure strutturali» come l’Ecopass (il pedaggio per le auto inquinanti che entrano in centro) o i blocchi regionali dei veicoli più vecchi. Ma l’aria resta asfissiante. E allora, per chiedere provvedimenti più incisivi, stanotte due consiglieri occuperanno l’aula principale del Comune di Milano. Come accade da anni, negli inverni milanesi si chiede consiglio al meteorologo. Le previsioni dicono «condizioni stagnanti», come minimo per un paio di giorni ancora. Conseguenza: lo smog resterà alto. Tirando le somme, dal primo gennaio s’è respirato soltanto per 6 giorni su 23. Ed è certo vero, come ha ricordato il vice sindaco, Riccardo De Corato, che nel 2009 «le città più inquinate sono state Napoli e Torino, con 156 e 151 giorni di superamento delle soglie», ma il nuovo anno per Milano è partito male. Molto male. Soprattutto perché, nel centro della città, è in vigore il provvedimento che a molti è sembrato una rivoluzione nelle politiche ambientali delle città italiane. «Milano come Londra», si disse due anni fa. «Avanguardia del Paese».

I risultati ci sono stati: nel primo anno di Ecopass, il 2008, la centralina nel cuore della città ha registrato 78 giorni di smog sopra le soglie. Record assoluto. Il risultato migliore da quando si misurano i veleni dell’aria. L’anno scorso, però, i benefici sono lentamente evaporati. E il centro è tornato a 106 giorni «rossi». Cosa è accaduto? Le risposte andrebbero cercate nei colloqui riservati che si tengono costantemente tra il sindaco, Letizia Moratti, le associazioni dei commercianti e buona parte della maggioranza che governa Milano. Silenzioso, avanza il partito del «non possiamo perdere voti per colpa dell’Ecopass». E così un provvedimento che avrebbe bisogno di aggiornamenti (diventare più via via più restrittivo per continuare a funzionare) è rimasto bloccato. Un solo esempio: le macchine diesel Euro 4 (molto inquinanti, pagherebbero 5 euro per entrare in centro) hanno beneficiato di ben 7 deroghe. L’ultima, riconfermata a dicembre scorso. E non se ne riparlerà prima delle elezioni regionali di fine marzo.

L’ex assessore all’Ambiente, Edoardo Croci, il «tecnico» della Bocconi che ha creato l’Ecopass e poi ha pagato con le dimissioni la volontà di estenderlo, una proposta per l’emergenza ce l’avrebbe: «Si potrebbero fermare i veicoli commerciali che non hanno il filtro antismog. Sono un decimo dei veicoli circolanti, ma sono responsabili di un terzo delle emissioni da traffico della città». Provvedimento tampone. Regione e Comune non vogliono sentir parlare di strategie d’emergenza. Forse dovranno farlo su pressione di Enrico Fedrighini (Verdi) e Carlo Montalbetti (lista «Milano civica») che annunciano di passare la notte nell’aula del consiglio. Occupazione del Comune. Per la pulizia dell’aria.

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Gianni Santucci
Armando Stella

25 gennaio 2010

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_gennaio_25/somg_tredici-giorni-oltre-limiti-1602341325614.shtml


Crollo di Favara, il vescovo protesta: “Un crimine, non celebro i funerali”

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Montenegro: “Il mio posto sarà tra la gente. Con loro pregherò per le bimbe e la loro famiglia”
In una lettera a Bertolaso dopo l’alluvione di Messina: “Basta vittime di disastri annunciati”

Crollo di Favara, il vescovo protesta
“Un crimine, non celebro i funerali”

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Crollo di Favara, il vescovo protesta "Un crimine,  non celebro i funerali" Fiori sul luogo della tragedia

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AGRIGENTO – L’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro non celebrerà i funerali di Marianna e Chiara Pia Bellavia, le due sorelle di 14 e 4 anni morte sabato mattina in seguito al crollo della loro casa a Favara. La scelta è in polemica contro le istituzioni che non sarebbero state in grado di prevenire la tragedia. Già all’indomani dell’alluvione di Giampilieri, l’arcivescovo veva avvertito che non avrebbe celebrato i funerali di eventuali vittime di “disastri annunciati”.

“Domani mattina, per i funerali, il mio posto sarà tra la gente di Favara”, fa sapere in una nota. “Con loro pregherò per Marianna, per la piccola Chiara e per i loro genitori Giuseppe e Giuseppina e per il piccolo Giovanni”. Per l’arcivescovo si tratta di un gesto di “solidarietà verso la famiglia Bellavia”, oltre che di coerenza con quanto già affermato dopo l’alluvione di Messina.

In quell’occasione, infatti, l’arcivescovo aveva scritto al responsabile della Protezione Civile, Giudo Bertolaso, poche ma chiarissime parole: “Chiedo anche al Signore che non arrivi mai il momento di dovermi rifiutare di celebrare funerali ‘previsti’ o ‘preannunciati’, perché quel giorno, se mai dovesse arrivare, il mio posto – da agrigentino – sarà tra la nostra gente a pregare”. Parole che, putroppo, si sono trasformate in realtà.

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25 gennaio 2010
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99 Posse – Luca «Zulù»: in giro c’è voglia di reagire

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Luca «Zulù»: in giro c’è voglia di reagire

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di Federico Fiume

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Doveva essere un’altra storia, quel concerto di solidarietà. Avrebbero dovuto suonare ciascuno col suo progetto, Luca, Marco e Massimo. Ma sono bastate un paio d’ore passate a parlare di politica, della situazione italiana e di quello che la 99 Posse avrebbe avuto da dire oggi, a quasi otto anni di distanza dal suo scioglimento, per ritrovare l’intesa dei vecchi tempi. Così è stato naturale dire agli organizzatori “Sui manifesti scrivete 99 Posse, suoniamo insieme”. Una reunion improvvisata ma che ha gettato i semi di quello che è diventato ufficialmente il ritorno sulla scena della formazione più antagonista d’Italia. Ecco allora ricostituita la line-up della fondazione con Luca “Zulù” Persico alla voce, Massimo “Jrm” Jovine al basso, Marco Messina alle macchine, Sacha Ricci alle tastiere, Claudio “Klark Kent” Marino alla batteria, integrati da Gennaro de Rosa alle percussioni e Peppe Siracusa alla chitarra,.un tour “sold out”, ancora in corso lungo la penisola, ma anche il concreto progetto di un nuovo lavoro discografico. Molte cose sono cambiate in otto anni, l’atmosfera nel Paese è diversa e quel movimento dei Centri Sociali, delle occupazioni e della protesta sociale e studentesca da cui nacquero i 99 Posse, ha esaurito da tempo la sua migliore spinta propulsiva. In che modo, viene da chiedersi, la formazione napoletana potrà inserirsi nella realtà di oggi? Luca non ha dubbi: “Ci sono, fra l’epoca attuale e il periodo in cui siamo nati, molte analogie a livello socio-culturale e politico. Sul finire degli anni ’80 cominciavano a sentirsi forte le grida di aiuto di tutta una serie di soggettività che erano stanche dell’edonismo reaganiano, dell’apparire al posto dell’essere e di tutte quelle cose che avevano caratterizzato gli anni ’80 e che avevano chiuso la bocca quasi a tutti. I gruppi italiani si esprimevano in inglese, non c’era altra forma di svago se non quella delle maxi discoteche, la musica era completamente staccata da qualsiasi forma di ricerca e di finalità culturale. L’esplosione degli anni ’90 nelle scuole si chiamò Pantera nelle città Centri Sociali e nella musica Posse. Noi eravano studenti universitari e con quel movimento scoprimmo il confronto dal basso, l’autogestione, etc. Oggi il clima è tornato quello degli anni ’80, con la differenza che allora non c’era internet e non c’erano le esperienze fatte nei ’90, le culture che si sono sviluppate in quel periodo. Noi riteniamo che tutto quello che abbiamo costruito allora sia un patrimonio che, per quanto sia stato attaccato, si sia sfilacciato e abbia subito dei colpi e delle sconfitte, è comunque un dato di fatto, quindi rispetto ai tempi della nostra nascita partiamo da uno step superiore. In un contesto come questo noi ci inseriamo per contribuire al risveglio di queste esperienze ed essere, nel nostro campo, un antidoto a questo stato di imbarbarimento della civiltà basato sull’ignoranza diffusa.

Dopo aver collezionato un congruo numero di date, che bilancio, seppur necessariamente provvisorio, fate della rinnovata esperienza?
Abbiamo trovato nolte strutture che già conoscevamo ma gestite da gente diversa e più giovane. In molti casi si tratta di occupazioni a cui contribuimmo anche noi, da Milano a Taranto passando per Bologna, etc. Siamo stati lì e abbiamo conosciuto tantissimi giovani compagni, riscontrando una partecipazione superiore a quella che ci aspettavamo, non solo in termini di afflusso ed applausi, ma anche in termini di vivacità intellettuale del pubblico. Percepiamo una grande voglia di uscire da quel generalizzato senso di impotenza che vive la sinistra, di reagire ai diktat che passano tra le righe di certi discorsi che in pratica ti dicono: “se non vi riformate vi aggrediamo, vi distruggiamo di mazzate attraverso le ronde, attraverso Forza Nuova, attraverso Casa Pound, attraverso la Polizia. Il giorno dopo però senti le stesse voci che si schierano contro le aggressioni e la violenza, contro la ferocia dei magistrati e la barbarie della legge italiana. Allora ci dovete far capire se siete a favore o contro la repressione e se siete contro ci dovete fare il favore di tenere una condotta che vi tenga al riparo dall’interesse della Giustizia. Non potete pretendere di essere contemporaneamente i poliziotti e i malfattori. Quando diciamo queste cose sentiamo chiaramente che la gente non aspettava altro che trovare qualcuno che si prendesse la responsabilità di fare certi ragionamenti a voce alta e di fronte a tutti. Responsabilità che, ahinoi, non si prendono quelli che fanno la politica di professione.

E’ evidente che tutto questo vi stia dando nuove energie. Come intendete spenderle?
Stiamo ragionando sul disco nuovo, non solo su testi e musiche ma proprio sui contenuti e sulla forma. Non siamo mai stati e non vogliamo essere neanche adesso solo un gruppo musicale, ma un collettivo in grado di rapportarsi con la realtà in modo concreto.

Cosa pensi dei movimenti “virtuali” che sorgono sempre più spesso su Internet?
In questa società l’opposizione non è più legata strettamente a realtà come i centri sociali, ci sono in rete centinaia di forum su problemi concreti, mobilitazioni che nascono sul web, allora come fa la 99 oggi ad essere collettivo in un mondo in cui il collettivo può estendersi dal Giappone agli Stati Uniti? Stiamo cercando di elaborare una risposta che tenga conto di tutto questo. Perciò alla domanda “state preparando un nuovo album?” la risposta semplice è “sì” quella più articolata parla di un gruppo che sta facendo nuovi pezzi quindi pensa alle musiche e ai testi, ma che contemporaneamente è impegnato a stringere rapporti territoriali locali, nazionali e internazionali, con realtà sociali e politiche e con artisti che, su dieci ipotetici punti di compatibilità con la 99 posse, ne hanno almeno 5 o 6. Il prossimo disco della 99 dovrà essere qualcosa di più di un semplice “album del ritorno” di un gruppo vecchio. Abbiamo in mente uno sforzo allargato per fare gruppo e movimento, con tutte quelle soggettività che hanno a cuore la realizzazione effettiva di quell’altro mondo possibile di cui parliamo tanto ormai da anni. Vorremmo coinvolgere anche realtà che non hanno a che fare con la musica né con la politica attiva, come i ragazzi che vanno a scuola nei quartieri più a rischio di Napoli, quelli rinchiusi in una cella, etc. Per questi ragazzi vorremmo lanciare una sorta di “bando di concorso” per la scrittura di testi collettivi da inserire nel disco.

E quando prevedete di far uscire il cd?
Abbiamo fissato al primo marzo la partenza ufficiale del lavoro, nel senso che da quel momento in poi appuntamento alle otto di ogni mattina senza orario di fine lavoro, per cui immagino che per primavera avremo un congruo numero di canzoni nuove che però non vogliamo registrare subito, prima vorremmo portarle in giro nel tour estivo. Probabilmente ne metteremo un paio in free download, perché ci piacerebbe che questo disco somigliasse al primo disco di un gruppo esordiente, che contiene il meglio di un repertorio già suonato dal vivo. Per noi è stato così con “Curre, curre quagliò” e ci piacerebbe che il nuovo album somigliasse un po’ a quello, non nei suoni e nei contenuti, cose che siamo ancora lontani anche dal cominciare a discutere, ma nel concetto. Per noi il supporto deve servire a diffondere la musica, non il contrario.

Ma la discografia e il modo di produrre e veicolare la musica sono molto cambiate in questi anni. Come pensate di muovervi in questo senso?
Guarda, sicuramente il lavoro avrà una diffusione digitale, nella sua forma tangibile ci piacerebbe distribuirlo magari nelle edicole oltre che nei negozi di dischi.

Chi non ha avuto ancora occasione di vedervi dal vivo cosa si deve aspettare?
L’impatto generale del concerto è molto “combat”, abbiamo recuperato roba da tutti i dischi fatti e anche qualche ricordo della collaborazione coi Bisca, ma ci sono anche cose nuove. C’è un pezzo completamente nuovo, poi ci sono un paio di parti nuove ricavate all’interno di vecchi pezzi come“La gatta mammona” al cui interno abbiamo messo su una specie di pizzica che parla di Carabinieri che pungono come le antiche tarantole, creando questo nuovo soggetto che è il “carambolato” che viene pizzicato più volte nel corso dell’esistenza.

I testi restano gli stessi o li avete “aggiornati” all’attualità?
Per il momento sono quelli originali. Nel tour estivo probabilmente ci sarà questo aggiornamento dei testi, insieme a una revisione dei suoni per renderli più omogenei a quello che facciamo attualmente. Sarà un concerto pensato come una specie di opera lirica, nel senso che avrà uno svolgimento predeterminato basato su un discorso omogeneo da sviluppare canzone dopo canzone. In questo tour abbiamo preferito basarci più sulle canzoni che avevamo voglia di suonare e su quelle che immaginavamo il pubblico avrebbe gradito di più, comunque non ci risparmiamo, fra una cosa e l’altra passano due ore buone, considerando che abbiamo ritagliato nella scaletta anche dei momenti di improvvisazione.

Le emozioni sul palco sono ancora le stesse?
Direi di sì, la più grande in assoluto è stata quella della prima volta. Un concerto fatto senza neanche una prova, che ci ha mostrato come tanti meccanismi che non funzionavano più quando ci sciogliemmo, sono tornati a combaciare perfettamente. Probabilmente questi anni hanno portato in ciascuno di noi una maturazione che ora ci permette di ritrovarci così bene. Certo, non eravamo più abituati a tanta esposizione e un po’ di fatica la scontiamo, soprattutto riguardo agli aspetti collaterali alla musica, come le interviste e il peso che assume quel che diciamo come 99 Posse. Una responsabilità forte, alla quale non eravamo più abituati, ma che ci prendiamo con piacere se questo può essere utile a rompere il silenzio totale a cui era ridotta la nostra area all’interno della sinistra e più in generale l’intelligenza umana, la dignità delle persone, tutte cose che non significano più niente oggi in Italia, ma che per noi sono molto importanti.

LE DATE DEL TOUR
sabato 23 gennaio
Milano – Leoncavallo

martedi 26, mercoledi 27 e giovedi 28 gennaio
Roma – Rising Love

venerdi 29 gennaio
Bologna – TPO

sabato 30 gennaio 2010
Parma – Onirica

mercoledi 03 febbraio
Catania – Zoo Culture

giovedi 04 febbraio
Palermo -Biergarten

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25 gennaio 2010
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99 posse Rigurgito antifascista

GIUSTIZIA – Eternit, Ue e Italia chiedono di essere esclusi dal processo / Intervista a Ingroia: “La morte breve di molti processi”

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Eternit, Ue e Italia chiedono
di essere esclusi dal processo

La difesa chiede di citare più di tremila testimoni
Striscioni fuori il tribunale: no al processo breve

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TORINO (25 gennaio) – È ripreso questa mattina a Torino il processo Eternit che vede imputati gli ex vertici della multinazionale svizzera Stephan Schmidhaeiny e il barone belga Jean Marie Louis de Cartier de Marchienne per la catena di morti e persone ammalate (in tutto 2.890) provocate – per l’accusa – dal contrasto con l’amianto lavorato nei quattro stabilimenti italiani della multinazionale svizzera. Sono più di tremila in tutto i testimoni che le difese vogliono citare al processo. Fuori dal Palazzo di Giustizia è comparso uno striscione che dice: “Eternit: no al processo breve”. L’udienza si è conclusa a tarda mattinata e il processo è stato aggiornato all’8 febbraio. Nell’ambito dell’udienza odierna la Procura si è associata alla richiesta di esclusione dal processo, dove sono stati citati come responsabili civili, dello Stato italiano e dell’Unione europea. Per quel che riguarda le questioni sollevate oggi il giudice Giuseppe Casalbore si è riservato di decidere.

Per l’udienza odierna hanno aprtecipato, anche oltre 200 persone arrivate su 5 bus da Casale Monferrato (Alessandria) dove si trovava uno degli stabilimenti piemontesi della Eternit. L’udienza si era aperta con l’intervento dei legali delle società citate come responsabili civili. Sono state sollevate dai legali due questioni di legittimità costituzionale e alcune questioni di nullità delle citazioni.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Unione Europea hanno chiesto questa mattina di essere esclusi dal processo Eternit,
dove sono stati citati come responsabili civili da alcune persone offese (la Ue in particolare è stata chiamata a risarcire un miliardo di euro). Per lo Stato Italiano ha parlato l’avvocato Alessandro Ferri, il quale ha spiegato che lo Stato non può essere chiamato a rispondere in quanto gli obblighi di tutela della salute dei lavoratori sono a carico dei datori di lavoro e non c’è nessun rapporto giuridico fra lo Stato e gli imputati. L’Italia inoltre non può essere accusata di mancata adozione delle disposizioni comunitarie in tema di amianto perchè queste direttive sono state successive all’epoca dei fatti. L’avvocato Nicoletta Amadei, per l’Unione Europea, ha fatto presente che «mai la Ue avrebbe potuto vietare l’amianto con forza di legge. Lo ha fatto con una direttiva. Attuarla era compito degli Stati membri». Il legale ha anche spiegato che sarebbe la Corte di giustizia europea a doversi occupare, in base ai trattati, delle responsabilità dell’Unione.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=88828&sez=HOME_INITALIA

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Ingroia: “La morte breve di molti processi”

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di Natalia Lombardo

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Il rischio? Zero intercettazioni, altro che italiani tutti sotto controllo». Antonio Ingoia, procuratore aggiunto di Palermo, all’Assemblea nazionale di Articolo21 ad Acquasparta ha sfatato la vulgata su un’Italia supercontrollata. Lo scrive anche nel libro C’era una volta l’intercettazione (edito da Stampa Alternativa): «Gli italiani intercettati sono tra i 10 e i 20mila, e non 3 o 4 milioni come hanno detto un anno fa Il Giornale e il ministro Alfano» facendo una media sui130mila decreti di autorizzazione, senza contare però che ogni intercettazione necessita di un decreto da rinnovare ogni quindici giorni. E nel disegno di legge Alfano, che Ingoia chiama «controriforma», lo stabilire che servano «gravi indizi di colpevolezza» (quando il reato è già stato individuato) e non più «gravi indizi di reato», porta «all’azzeramento delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, che hanno risolto tante inchieste di mafia».

In questa tre giorni si è parlato tanto di difesa della Costituzione. Secondo lei è in pericolo?
«Da tempo la Costituzione è sotto attacco in alcuni snodi fondamentali. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura è da anni sotto assedio costante, e lo è il principio di uguaglianza. L’articolo 3 della Costituzione, anche per merito di una magistratura dalla schiena dritta, non è rimastoun principio astratto. Tutti i più recenti disegni di legge, invece, puntano a creare una giustizia a due velocità: efficiente e dura con i deboli, morbida e fiacca con i potenti. Una giustizia che assicura impunità ai potenti».

Il processo breve ripropone questo squilibrio?
«Ci sono molti processi a rischio e si favoriscono imputati che si possono consentire una difesa costosa, approfittando delle lungaggini consentite. Si estingue anche il reato, quindi condanna la giustizia al fallimento. E si ingannano gli italiani con una piccola truffa nell’etichetta».

Non è affatto «breve»?
«Dovrebbe definirsi: legge della morte breve dei processi. È giusto assicurare tempi rapidi, ma qui c’è un processo che rimane lungo e si fissa solo un termine massimo che non potrà mai essere rispettato. Occorre una riforma della giustizia che accorci i tempi, ma che dia alla magistratura strumenti umani, operativi e fondi. Ci sono carenze del 30 per cento nelle procure di Palermo e Catania, tagli dei fondi per lo straordinario del personale, delle cancellerie. Le udienze si tengono solo la mattina. A tutta macchina i tempi sarebbero dimezzati».

Quella sul legittimo impedimento è un’altra legge ad personam, oppure è giusto che una carica dello Stato eviti i processi? «Insistere sui particolarismi ad personam non fa bene al senso di giustizia dei cittadini, che vogliono una giustizia uguale per tutti, senza disparità e privilegi per casta».

Con la chiusura dell’inchiesta Mediatrade è ripartita l’accusa ai pm di un attacco pre-elettorale. Che ne pensa?

«Putroppo l’aggressione alla magistratura è una costante quotidiana che non si ispira a quei principi di coesione costituzionali più volte raccomandati inutilmente dal presidente Napolitano».

Al Sud la criminalità manda segnali intimidatori, come in Calabria. Cosa sta succedendo?
«Al Sud ci sono stati molti episodi, in Sicilia soprattutto a Gela, in cui la mafia ha alzato la testa, e in Calabria la n’drangheta è in una preoccupante fase di espansione di potere. Per troppi anni c’è stata distrazione, poco impegno, così la criminalità ne ha approfittato espandendo affari fuori confine, anche nel traffico di droga».

Connivenze?
«Sì, connivenze, coperture. Serve massima attenzione, ma non solo nel controllo militare del territorio: come è avvenuto per la mafia, bisogna verificare come la ‘ndrangheta ha costituito un sistema di potere che porta a collusioni e intrecci con l’economia e la politica».

Sulle collusioni in Sicilia, dalla “trattativa” alla condanna in appello a Totò Cuffaro, questo nodo tra politica e mafia è possibile scioglierlo?
«Negli ultimi anni si è dimostrato che c’è una magistratura in grado di indagare a fondo anche sui rapporti tra mafia e politica, con processi e condanne. Ma la magistratura non può fare pulizia da sola, occorre un corale impegno da parte della politica. Il più delle volte invece dalla politica c’è stata una difesa a oltranza e una controffensiva sulla magistratura, percepita come una minaccia invece che come un alleato. E una magistratura indebolita dalle polemiche e dagli attacchi, con pochi uomini e mezzi, come al Sud, è troppo isolata e sovra esposta. Serve quanto mai il sostegno da parte di tutti».

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25 gennaio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=94148