Archive | gennaio 27, 2010

L’INFORMAZIONE CHE CAMBIA – I giornalisti lo fanno online

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I giornalisti lo fanno online

L’informazione sta cambiando, così come il lavoro dei suoi professionisti. Ma quanto sono diventati influenti i social media?

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Claudio Tamburrino
mercoledì 27 gennaio 2010
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Roma – Similmente a quanto stanno provando a testare sul campo i cinque giornalisti francofoni isolati in una fattoria, così un sondaggio condotto dalla George Washington University e Cision (società di analisi) tra i giornalisti della carta stampata e quelli del Web, ha tentato di delineare la propensione all’utilizzo dei social media e la loro considerazione come fonte da parte dei professionisti dell’informazione.

Nove su dieci affermano di utilizzare i blog per le proprie ricerche, due terzi utilizzano anche i social network, poco più della metà Twitter.

I giornalisti stessi riconoscono (o almeno l’84 per cento) maggiore affidabilità alle notizie dei mezzi di informazione tradizionale rispetto alle notizie indipendentemente veicolate dai social media. Sia per l’affidabilità delle fondi sia per il lavoro di contestualizzazione che riesce a fare un professionista dell’informazione.

Il ruolo dei Social media, poi, non si limita a questo, come nel caso di Sky News che ha reso obbligatori sui computer della sua redazione britannica TweetDeck, in modo da tenere sempre aggiornati i cinguettii.

In ogni caso il 45 per cento dei giornalisti intervistati riconosce almeno una certa importanza agli epigoni di Twitter e ai blog. Con la principale conseguenza che cambiano anche le specificità del lavoro del giornalista: da un lato diminuisce la necessità di interazioni sociali, dall’altro si sviluppano specificità (esperti di relazioni pubbliche) utilizzate dagli editori per colmare il gap e arrivare dove si fermano i giornalisti.

Claudio Tamburrino

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27 gennaio 2010

fonte:  http://punto-informatico.it/2795562/PI/News/giornalisti-fanno-online.aspx


NUCLEARE – La Conferenza delle Regioni ‘stoppa’ il Governo

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Nucleare, stop al governo da Conferenza delle Regioni

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La Conferenza delle Regioni ha approvato a maggioranza un parere negativo sul decreto legislativo che, tra l’altro, contiene le norme per l’individuazione dei siti che dovranno ospitare le future centrali nucleari. Lo ha annunciato il vicepresidente della conferenza, Michele Iorio (presidente della regione Molise), al termine della riunione odierna. Hanno votato contro il parere Lombardia, Veneto e Friuli.

Il governo «intende andare avanti sul fronte del nucleare. Il parere negativo, ma non vincolante, della Conferenza delle Regioni sul decreto legislativo per il rientro dell’Italia nel nucleare conferma un atteggiamento pregiudizialmente negativo nel confronto sul futuro energetico del Paese»: questo il commento di Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico con delega all’energia. Il sottosegretario sottolinea poi come «il testo approvato dal Governo sia del tutto rispettoso delle prerogative delle Regioni, chiamate ad esprimere un’intesa sulle localizzazioni degli impianti, esattamente come oggi è previsto per tutte le installazioni energetiche di interesse nazionale. Questa previsione potrebbe far venir meno il motivo principale dei ricorsi delle Regioni in Corte Costituzionale».

Saglia rileva che «il processo decisionale tracciato offre, inoltre, le massime garanzie di trasparenza e partecipazione sulle scelte, coinvolgendo non solo Regioni ed enti locali ma anche le popolazioni interessate, sul modello dei Paesi più avanzati». Secondo il sottosegretario dunque «sorprende che il parere negativo coinvolga anche gli strumenti proposti per dare finalmente soluzione al tema dei rifiuti radioattivi, già oggi presenti nel territorio nazionale, con ciò non venendo incontro alle comprensibili esigenze più volte segnalate dai Comuni sedi di impianti e depositi nucleari. L’odierno parere negativo della Conferenza delle Regioni non condiziona il processo di approvazione definitiva delle norme, ora al vaglio delle Commissioni parlamentari».

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27 gennaio 2010

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=94274

Camorra, arrestati due superlatitanti

https://i1.wp.com/www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/cronache/201001images/di_mauro01g.jpgPaolo Di Mauro, 58 anni, è il reggente del clan Contini

Camorra, arrestati due superlatitanti

Fermato Di Mauro, inserito fra i 30 più ricercati. In manette anche Luigi Mocerino, entrambi del clan Contini

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NAPOLI
Altri due grossi calibri della camorra
finiscono nella rete della polizia, che ha interrotto in Spagna la latitanza di Paolo Di Mauro, considerato il reggente del clan Contini ed incluso tra i 30 latitanti più pericolosi, e del cugino Luigi Mocerino, che figurava tra i 100 super-ricercati. Di Mauro e Mocerino sono stati bloccati poco prima delle 14 a Barcellona, in Carrer Gelabert. Erano appena usciti dallo studio di un avvocato. Ben vestiti, Di Mauro aveva con sè anche una ’24 orè, i due sembravano uomini di affari. Ma sono montati con troppa disinvoltura su uno scooter, percorrendo un tratto di marciapiede, e questo ha definitivamente convinto i due agenti della sezione catturandi della Squadra mobile di Napoli, che li stavano pedinando da giorni, che si trattava dei due esponenti della camorra.

A bloccarli materialmente sono stati gli agenti del Gruppo 5 dell’ Unità crimine organizzato del Comando della Polizia di Catalogna, che adesso aspettano l’ autorizzazione della magistratura spagnola per perquisire il quartier generale dell’ organizzazione in Spagna, al civico n. 100 del Paseo de Bellavista a Casteldefells, nei pressi di Barcellona, dove abitava Mocerino. La notizia dell’arresto ha raggiunto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, alla Camera durante il question time. «Congratulazioni alla squadra Catturandi della squadra mobile di Napoli – ha detto Maroni -, si tratta di un altro duro colpo alla criminalità organizzata». Gli ha fatto eco il ministro della giustizia, Angelino Alfano, che parla di «ennesimo straordinario successo a coronamento di una altrettanto straordinaria giornata nella lotta dello Stato alla criminalità organizzata ed alla vigilia del consiglio dei ministri di domani a Reggio Calabria, nel quale sarà varato il nuovo piano antimafia».

Alla «filiale spagnola» del clan Contini, attivo nei quartieri Vasto, Arenaccia e Poggioreale, ormai decimato dagli arresti degli anni scorsi ma ancora presente sul territorio, nel luglio scorso sono stati sequestrati preventivamente beni per circa 10 milioni di euro tra Spagna ed Italia.

Il clan – affermano gli uomini della squadra mobile di Napoli, diretta da Vittorio Pisani – ha una dimensione transnazionale. Lo conferma l’ intercettazione nell’agosto del 2008 al largo dell’ Andalusia di un gommone con un carico di 1800 chili di hashish destinati all’ organizzazione. A gestire il traffico di droga era Mocerino, latitante dal 2008. Quanto a Paolo Di Mauro, soprannominato «l’ infermiere», e latitante dal 2002, era diventato il reggente dei Contini dopo l’ arresto del boss Eduardo Contini, ed in passato era il responsabile del gruppo di fuoco del clan. Fu lui – secondo gli investigatori – ad organizzare nel febbraio 2008 l’ agguato contro il boss rivale Vincenzo Mazzarella, che stava uscendo dal carcere di Poggioreale. Nella sparatoria rimase ucciso Francesco Mazzarella. La latitanza in Spagna dei due esponenti del clan Contini era stata interrotta più volte da rientri in Italia. Lo conferma un particolare riferito dalla responsabile della squadra catturandi della Mobile, Cristiana Mandara, che ha seguito a Barcellona le tracce di Di Mauro e Mocerino. Alla notizia dell’ arresto, la moglie di Di Mauro si è presentata in questura con abiti e biancheria. Non sapeva neanche che Di Mauro era stato bloccato in Spagna.

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27 gennaio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201001articoli/51661girata.asp

Anno giudiziario, la protesta delle toghe: “Sedie vuote quando parlerà il ministero”

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La giunta Anm ha deciso le modalità dell’iniziativa di sabato in occasione delle cerimonie presso le 26 corti d’Appello italiane
nelle Aule i giudici saranno con toga e Costituzione in mano. “Basta aggressioni e insulti dal premier”

Anno giudiziario, la protesta delle toghe
“Sedie vuote quando parlerà il ministero”

Il Guardasigilli: “Hanno scelto di macchiare una giornata che è per i cittadini e per il loro diritto di avere giustizia”

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Anno giudiziario, la protesta delle toghe "Sedie  vuote quando parlerà il ministero"
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ROMA – Presenti con la toga e con una copia della Costituzione in mano nelle aule delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario nelle 26 corti d’Appello. Aule che però i magistrati abbandoneranno per protesta quando prenderà la parola il rappresentante del ministero della Giustizia, non prima di aver letto un durissimo documento che chiama in causa direttamente il presidente del Consiglio: “Basta insulti e aggressioni”, affermano le toghe. I magistrati si dicono certe che “la dignità della magistratura verrà tutelata dal garante degli equilibri costituzionali”, cioè dal capo dello Stato. “L’Associazione nazionale magistrati
ha scelto di macchiare una giornata che è per i cittadini e per il loro diritto di avere giustizia”, è la replica del ministro della Giustizia Angelino Alfano.
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Durante le cerimonie nei distretti di corte d’Appello i magistrati indosseranno la toga e avranno in mano una copia della Costituzione “per simboleggiare il forte attaccamento alla funzione giudiziaria e alla Carta costituzionale”, spiega l’Anm in una nota. Ma al momento dell’intervento del rappresentante del ministero della giustizia “lasceranno in maniera composta l’aula per testimoniare il proprio disagio per le iniziative legislative in corso, che rischiano di distruggere la giustizia in Italia, e per la mancanza degli interventi necessari ad assicurare l’efficienza del sistema”; e soltanto alla fine rientreranno. A decidere le modalità della protesta che le toghe metteranno in atto sabato prossimo è stata oggi la giunta dell’Anm.
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I presidenti delle sezioni locali dell’Associazione leggeranno il documento predisposto dai vertici del ‘sindacato delle toghe’ e alla fine del suo intervento mostrerà una copia del dossier “Le verità dell’Europa sui magistrati italiani”, che poi consegnerà al presidente della corte d’Appello. Contemporaneamente i rappresentanti della giunta locale distribuiranno ai presenti copie del dossier. Conclusa la cerimonia, ogni giunta locale dell’Anm organizzerà una conferenza stampa nella quale, oltre a illustrare il documento e il dossier, si esporranno le particolari situazioni del distretto.

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Il documento. “Non intendiamo assuefarci ad un costume politico che ha reso pratica quotidiana l’insulto e il dileggio”, afferma il documento dell’Anm. E invece “ogni giorno siamo costretti ad ascoltare invettive e aggressioni nei confronti dei magistrati. ‘Cloaca’, ‘cancro’, ‘metastasi’, ‘disturbati mentali’, ‘plotoni di esecuzione’ sono solo alcune delle espressioni utilizzate dal capo del  governo e da esponenti politici di primo piano nei confronti della magistratura”. “I magistrati – sottolinea ancora l’Anm- non sono parte di un conflitto e non sono contrapposti a nessuno. Per questo diciamo basta alle aggressioni”. L’Anm punta l’indice anche contro “la ‘campagna mediatica’ condotta da taluni organi di stampa contro i magistrati”, che “si alimenta di dati e informazioni false e che dipinge i magistrati come fannulloni strapagati, unici responsabili del dissesto del sistema giudiziario”. Per contrastarla l’Anm ha pubblicato e diffuso dati ufficiali del rapporto della Commissione europea (CEPEJ) che “smentiscono in maniera oggettiva queste menzogne”, un dossier che sarà distribuito durante le cerimonie di sabato prossimo.
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“Basta con riforme distruttive del sistema giudiziario”, con “leggi prive di razionalità e di coerenza,  pensate esclusivamente con riferimento a singole vicende giudiziarie e che hanno finito per mettere in ginocchio la giustizia penale in questo Paese”, afermano ancora i magistrati.
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Il documento punta l’indice contro più riforme del governo e della maggioranza a cominciare da quella sul processo breve: già con la Legge ex Cirielli – scrivono le toghe – “il numero di processi che si chiudono con la prescrizione è balzato alla impressionante cifra di 170.000 l’anno”; ma questi aumenteranno  “in maniera esponenziale” se dovesse diventare il ddl sul processo breve “che ridurrà il processo penale ad una tragica farsa e determinerà un rischioso disordine organizzativo con effetti pregiudizievoli sulla tutela dei diritti dei cittadini anche nel settore civile”.
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“Rispettiamo l’autonomia del Parlamento – afferma l’Anm- ma è nostro dovere segnalare alla politica gli effetti e le ricadute che singoli provvedimenti legislativi possono avere sul sistema.  Sentiamo pertanto il dovere di dire che se dovessero essere approvate anche la riforma delle intercettazioni e la riforma del processo penale proposte dal Governo e in discussione in parlamento, non sarebbe in nessun modo possibile assicurare giustizia in questo Paese”.
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In alternativa a quelle “distruttive” l’Anm chiede che si facciano le “vere riforme” , quelle che cioè servono a rendere più celeri i giudizi. Le toghe sollecitano la revisione delle circoscrizioni giudiziarie; la riforma delle procedure nel civile e nel penale, per togliere alla parte “che ha interesse al prolungamento del processo la possibilità di ‘abusare’ dei diritti per sottrarsi alle proprie responsabilità, l’informatizzazione dei processi, la depenalizzazione dei reati minori e la introduzione di pene alternative al carcere. Oltre a chidere  investimenti sul personale amministrativo, sulla riqualificazione, sull’innovazione informatica; risorse e mezzi “adeguati alla gravità della situazione”.
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Reazioni. “L’Anm piuttosto che inaugurare l’anno giudiziario ha deciso di inaugurare la campagna elettorale in vista delle elezioni per il Csm che si terranno in primavera” ed “ha scelto di macchiare una giornata che è per i cittadini e per il loro diritto di avere giustizia”. Lo afferma il Guardasigilli Angelino Alfano che aggiunge: “sono il ministro della Giustizia, servo il mio paese e ho giurato sulla Costituzione. A differenza di coloro che seguiranno le improvvide indicazioni dell’Anm, parteciperò all’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Suprema Corte di Cassazione alla presenza del Presidente della Repubblica”.
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Duro il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi. “La decisione annunciata dall’Anm – dice – è una profonda e oltraggiosa lesione dell’ordine democratico e costituzionale. A questo punto è improcrastinabile una posizione chiara di tutte le Istituzioni a salvaguardia delle legittime prerogative democratiche”.
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“Registriamo la singolare concezione della democrazia del ministro Bondi, che nega persino il diritto ad esprimere il dissenso a chi ha il compito di rappresentare i magistrati, mentre trova assolutamente normale che il Parlamento continui a varare norme che contribuiscono alla destrutturazione del già malandato sistema giudiziario”. Lo dichiara in una nota il presidente del Forum Giustizia del Pd, Andrea Orlando ‘suggerendo’ al governo di “guardare al merito delle questioni segnalate in modo unitario da tutte le componenti della magistratura” piuttosto che “alzare i toni”.
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“Un governo responsabile invece di accusare, ancora una volta, i magistrati di essere sobillatori, rifletta sulle ragioni profonde della loro protesta, che non sono una rivendicazione economica nè di interessi personali. Ma, semplicemente, la richiesta di garantire a tutti i cittadini di avere giustizia sia se vittime di reati, sia se chiamati a rispondere delle loro azioni”, lo afferma il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro.
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27 gennaio 2010
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IL GIORNO DELLE MEMORIE – De Magistris: La memoria vive nel futuro / Oggi è la Giornata della memoria. Ma per ricordare cosa?

Giorno della memoria

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La memoria vive nel futuro

di Luig De Magistris

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Il 27 gennaio del 1945 l’Armata rossa giunge ad Auschwitz. I soldati russi entrano nel campo di sterminio e liberano i pochi sopravvissuti. Varcano il cancello dove domina la tristemente nota iscrizione “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi), trovandosi davanti agli occhi la desolazione umana e storica, gli scampoli di una tragedia che ha segnato milioni di vite ma anche il Novecento tutto, consegnando al genere umano l’interrogativo, ancora oggi senza risposta, del “come è potuto accadere?”. Lo sterminio di un popolo, quello ebraico, a cui si è affiancata la deportazione e l’uccisione (non inferiore nella feroce) di omosessuali, rom e sinti, dissidenti politici.

Una pianificazione criminale consumata dalla mano dei totalitarismi, Nazionalsocialismo e Fascismo, con il metodo della follia lucida che ha permesso una macchina burocratica della morte, dove il trionfo dell’ideologia disumana ha portato ad una guerra dalle proporzioni immani e al sistematico annientamento del diverso, indicato come nemico del progetto di grandezza. Diversità di pelle, di idea, di cultura, di vita. Razza, riscatto, conquista, uomo nuovo sono state le parole chiave che hanno fatto breccia nel cittadino comune, “normale”, dice Hannah Arendt “banalmente malvagio”. Perché il male che ha infettato il Novecento, originato dal totalitarismo, è superficiale e scontato. Per questo ferocissimo perché può dimorare in ognuno di noi.

Di fronte a questo crimine il mondo è stato silente in parte. Restano, come testimonia la cronaca anche recente con la visita del Pontefice alla Sinagoga di Roma, gli interrogativi sul ruolo giocato dal Vaticano (anche dopo, quando i protagonisti dello sterminio cercarono rifugio nei paradisi sudamericani), le domande sulla responsabilità delle leadership politiche di allora (l’appesament e l’iniziale debolezza europea verso la tracotanza di Hitler), il ruolo complesso dello stesso Israele.

Ma soprattutto la domanda che chiama in causa tutti sul banco della storia: come è potuto succedere, tutto questo, nel cuore dell’Europa, culla del diritto e della democrazia. Perché, come sostiene sempre la Arendt, il genocidio ebraico è stato “un crimine contro l’umanità perpetrato sul corpo del popolo ebraico”. Per questo ancora pericoloso, perché quel seme oscuro può germogliare sempre, in ogni epoca e in ogni luogo. Anche nei nostri giorni e nei nostri confini, dove l’integrazione tra diversi è ancora un mito da realizzare, dove la diffidenza alimentata da certa politica nutre il terreno dello scontro fra civiltà.

E fuori dai nostri perimetri europei, ancora resta irrisolta la questione mediorientale, in parte eredità della tragedia del Novecento: due popoli e due stati, dopo la lunga tradizione di sofferenza che li ha caratterizzati entrambi, va attuata senza aspettare. Perché dopo il ’45, ancora pulizie etniche e stermini, campi di internamento e prigionia, hanno segnato il mondo: in Africa, in Asia, nei Balcani.

Tutto questo ci ricorda la giornata di oggi, 27 gennaio, dedicata alla Memoria e celebrata nel mondo anche dall’Onu. La Memoria come custodire ciò che è stato per determinare ciò che sarà, perché nel futuro il passato non si ripeta nei suoi errori tragici. La memoria vive nel futuro.

Fonte: luigidemagistris.it

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27 gennaio 2010

fonte:  http://temi.repubblica.it/micromega-online/de-magistris-la-memoria-vive-nel-futuro/

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Oggi è la Giornata della memoria. Ma per ricordare cosa?

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di Antonio Rispoli

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Il 27 gennaio 1945 l’esercito russo in avanzata arrivò nel campo di concentramento di Auschwitz, dove ormai erano rimasti solo poche migliaia di persone, per l’esattezza meno di 3000. Ed oggi si commemora la Giornata della Memoria, nell’anniversario di quel giorno. Ma esattamente cosa commemoriamo?
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Basta leggere in giro per saperlo: la morte di 6 milioni di ebrei nei campi di concentramento, di sterminio e di lavoro dei nazisti. Auschwitz, Dachau, Treblinka, Flossenburg sono nomi entrati nella storia; e sono tra le pagine peggiori. Ma è tutto qui? Per i sionisti e gli ignoranti sì. Questa è la Shoah, e solo di questa si deve parlare.
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Ma poi c’è la storia vera. I fatti realmente accaduti, dei quali nessuno parla. Nei campi di lavoro, di sterminio e di concentramento nazisti gli ebrei erano solo una piccolissima parte, circa un terzo del totale. Insieme a loro c’erano zingari, omosessuali, oppositori politici, prigionieri di guerra, semplici individui che, pur non avendo fatto nulla di male, avevano magari avuto qualche sfortuna. Come i 142 abitanti di Lidice, un paesino nell’attuale Repubblica Slovacca. Quando due cecoslovacchi, addestrati dagli inglesi, uccisero Reinhard Heidrich, nominato “Governatore del Protettorato di Boemia e Moravia” (termine con cui si intendeva una parte della Cecoslovacchia, ndr), colpendolo con una bomba a mano mentre si recava al lavoro, gli abitanti di Lidice furono accusati di avere aiutato gli attentatori e deportati tutti. E non solo, ci furono anche molti italiani che subirono questa sorte; per esempio il fratello di Sandro Pertini, giusto per fare un nome conosciuto ai più. Ma non fu il solo. Per non parlare dei tedeschi: tutti coloro che in una maniera o nell’altra avevano disturbato Hitler durante la sua ascesa al potere e che non furono eliminati nella Notte dei Lunghi Coltelli, trovarono la morte nei campi di concentramento. Addirittura, dopo l’attentato del luglio 1944, al quale Hitler sfuggì per miracolo, anche le famiglie degli ufficiali tedeschi ritenuti – a torto o a ragione – coinvolti nella preparazione dell’attentato vennero deportate, chi da una parte chi dall’altra.
E non è finita qui. Perchè fin dal 1941, nell’est europeo, in esecuzione degli ordini di Himmler che volevano la pulizia etnica dagli slavi, ci furono massacri di intere cittadine, oltre che di villaggi. Alcuni sono noti: a Minsk le SS uccisero oltre 25 mila persone in una giornata; a Babi Yar (in russo “il sentiero della vecchia”), solo due persone sopravvissero – sebbene ferite – allo sterminio della popolazione di una zona di Kiev. Molti altri non hanno visto superstiti, perchè gli Einsatzgruppen (i gruppi di SS che si occupavano di queste stragi) ovviamente non lasciavano testimoni. Ma di costoro nessuno parla. Si parla solo degli ebrei, ma non degli altri. Ed in questa maniera si diventa complici di quel crimine.
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E si diventa ancora più complici quando si ignorano i campi di concentramento o di sterminio o di lavoro che esistono oggi nel mondo. Ovviamente nessuno li chiama così, ma lo scopo è lo stesso: sterminare le popolazioni che si odiano. E così abbiamo Israele che ha trasformato la striscia di Gaza in un ghetto a cielo aperto, e ne sta sigillando una per una tutte le aperture. Già siamo arrivati che hanno proibito alle delegazioni straniere di entrare a Gaza; evidentemente vogliono evitare che si sappia di come i cittadini stanno morendo di fame e di sete, visto che tutti i terreni coltivabili sono stati distrutti dagli israeliani; le sorgenti vengono distrutte o deviate in territorio israeliano; i desalinizzatori per rendere potabile l’acqua di mare sono stati distrutti un anno fa durante i bombardamenti dell’operazione “piombo fuso” e non è mai stato permesso l’ingresso delle nuove attrezzature. Così come non viene permesso l’ingresso di cibo, da gennaio scorso, all’interno della Striscia, o di medicinali. E i pochi pecherecci che si sono azzardati ad andare a pescare sono stati affondati a cannonate dalle motovedette israeliane, che hanno formato un blocco illegale in quella parte di Mediterraneo. Lo stesso – anche se con ovvie differenze locali – accade in Tibet, dove il governo cinese sta sterminando i tibetani; o in Cecenia, dove i russi stanno sterminando le popolazioni autoctone; o un Afghanistan, dove i soldati americani stanno tentando di sterminare le persone di etnia pashtun che abitano nel Waziristan, la zona montuosa al confine col Pakistan; o in Sudan, dove il governo sta procedendo alla pulizia etnica delle popolazioni del Darfur. E potrei continuare a lungo, perchè sono tanti i casi del genere.
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Ma stando così le cose, tutti quelli che dicono “Non bisogna dimenticare” o “Mai più” e poi non fanno niente per risolvere queste stragi o continuano a ricordare solo quello che gli fa comodo, si dimostrano complici dei nazisti odierni. E non conta che questi ultimi abbiano sostituito la croce uncinata con la stella di David, la bandiera rossa o quella a stelle e strisce. Sono i degli eredi di coloro che 65 anni fa facevano passare le persone sotto la derisoria scritta “Il lavoro rende liberi” di Auschwitz.
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27 gennaio 2010
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Padova, «puzzi di romena»: 13enne torna da scuola e si butta dalla finestra

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Padova, «puzzi di romena»: 13enne
torna da scuola e si butta dalla finestra

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di Ferdinando Garavello
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PADOVA (27 gennaio) – Emarginata dai compagni di classe perché “puzza di romena”, una tredicenne di Solesino ha cercato di uccidersi gettandosi dalla finestra di casa. È accaduto una settimana fa, ma solo ieri la vicenda è stata resa nota. A divulgare i motivi che hanno spinto la ragazzina a tentare il suicidio è Adrian Teodorescu, presidente dell’associazione “Alleanza romena”.

Teodorescu ha raccolto la testimonianza dei genitori della giovane, che è tuttora ricoverata nell’ospedale di Monselice. Le sue condizioni non sono preoccupanti, ma dovrà fare i conti con una frattura ad una gamba. La ragazza ha ricevuto la visita degli amici di scuola, ma non quella dei suoi compagni di classe. A finire nella bufera è adesso l’istituto comprensivo di Solesino, dove la protagonista dell’odioso episodio – che chiameremo Maria – frequentava la seconda media. Frequentava, appunto, perché ora non ne vuol più sapere di tornare a scuola. «Da qualche tempo la ragazza – spiega Teodorescu – subiva un trattamento riservato e personalizzato dai propri compagni di classe, nella quale è l’unica immigrata».

«Non abbiamo mai avuto problemi di razzismo – racconta il papà, romeno in Italia da molti anni – né noi, né l’altro nostro figlio più piccolo. Invece con Maria, da quando ci siamo trasferiti a Solesino, con l’inizio dell’anno scolastico è iniziata anche la sofferenza. Una sofferenza – continua l’uomo, che lavora come trasportatore – dovuta alle cattiverie dei compagni di classe che non l’hanno accettata perché sembra diversa da loro. Non indossa vestiti di marca, non ha il telefonino alla moda e in più puzza di romena». La famiglia, che in precedenza abitava a Ospedaletto Euganeo, si è trasferita a Solesino da qualche mese. Ora l’associazione presenterà un esposto al dirigente scolastico, perché venga aperta un’inchiesta interna che possa fare luce sull’episodio.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=89124&sez=HOME_INITALIA

DA QUANDO AVEVA 5 ANNI – Salerno, abusi su una tredicenne arrestati padre, fratello e vicino di casa

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Le violenze erano cominciate quando la ragazza aveva 5 anni

Nel 2008 uno svenimento a scuola, poi il coraggio di denunciare

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SALERNO – Padre, fratello e vicino di casa abusavano di lei da quando aveva cinque anni. I carabinieri, al termine delle indagini coordinate dal procuratore di Salerno, Franco Roberti, stamattina hanno messo fine a Cetara, piccolo centro della costiera Amalfitana, a una storia di degrado e violenze. La vittima degli abusi sessuali oggi ha 14 anni. E solo nel febbraio 2008 era riuscita a denunciare anni di sevizie ed abusi subìti tra le mura domestiche.

L’orrore in casa. A dare il via alle indagini era stata, un anno fa, proprio la ragazza: uno svenimento tra i banchi di scuola aveva destato l’attenzione degli insegnanti, che si erano rivolti al Tribunale dei minori. Furono allertati i servizi sociali, ma nessuno era riuscito a entrare nella casa delle violenze. Stamattina i carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Salerno e i colleghi del Ros hanno arrestato il padre della ragazza, Zaccaria Avallone, 55 anni, pescatore di Cetara, e il fratello della vittima, Vincenzo, di 21 anni. In manette anche un vicino di casa, Venanzio Riso, 53 anni, pescatore. Anche lui, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe abusato della ragazza. La madre della vittima è indagata per favoreggiamento.

“Una storia allucinante”. Nel corso della conferenza stampa con la quale è stata data notizia dell’operazione, il procuratore della Repubblica di Salerno Franco Roberti, ha detto di non essersi mai trovato “di fronte ad un episodio così allucinante”. Contemporaneamente agli arresti i carabinieri hanno eseguito 18 perquisizioni in diversi centri della provincia salernitana per scoprire se altre persone avessero avuto rapporti con la 14enne e se vi fossero dei filmati della ragazza. I militari hanno sequestrato 50 computer e 5000 tra dvd e videocassette che ora saranno esaminati. Sono in corso ulteriori indagini per scoprire se altre persone abbiano potuto abusare della ragazzina.

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27 gennaio 2010
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