Archivio | febbraio 2, 2010

Che fine hanno fatto gli immigrati di Rosarno? Sono a Roma, in giro per le strade / Immigrazione, un documento per smontare i luoghi comuni

Vivono per strada a Roma i lavoratori africani di Rosarno

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di Emilia Zazza

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Caricati su un treno e portati a Roma. All’arrivo solo due parole: «Ora sparite». Sono i circa trecento lavoratori africani cacciati da Rosarno che ora sopravvivono per le strade di Roma. Chiedono un permesso di soggiorno per motivi umanitari, un lavoro e un posto dove dormire, cosi’ come ”concesso agli 11 africani rimasti feriti a Rosarno perche’ anch’essi vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per la strada”.
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Il 31 gennaio si sono costituiti nell’«Assemblea dei lavoratori africani di Rosarno», a Roma, e oggi hanno tenuto una conferenza stampa a piazza s. Marco. Hanno raccontato della loro condizione di lavoro e di vita in Calabria: ”Un lavoro sottopagato, dalle 6 del mattino alle 20 per 25 euro che non finivano neanche nelle nostre tasche; sfruttati di giorno e cacciati di notte dai figli dei nostri sfruttatori, braccati come bestie, prelevati e qualcuno sparito per sempre”.

Poi la loro spiegazione: “Non potevamo piu’ attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perche’ siamo invisibili, non esistiamo per le autorita’ di questo Paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza”. E se alcuni di loro sono stati ”rinchiusi nei centri di accoglienza per immigrati, molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, alcuni sono sparpagliati nelle citta’ del sud” e ”noi siamo a Roma, senza lavoro, senza un posto per dormire, senza i nostri bagagli e con i salari non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori”.

Nella totale assenza delle istituzioni, il territorio e alcune associazioni si sono organizzate per aiutarli. Loro stanchi di abbassare la testa chiedono che «il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità».

(Foto e video a cura di Emilia Zazza)

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02 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=94513

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https://i2.wp.com/www.igmetall-ludwigsburg.de/medien/Jugend/Geschichte%20IG%20Metall/friedrich_engels.jpgFriedrich Engels

Immigrazione, un documento per smontare i luoghi comuni

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di Giuseppe Civati

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Concita De Gregorio, qualche giorno fa, rifacendosi a un’antica lezione di Vittorio Foa, ricordava l’importanza delle parole e la necessità di restituire al linguaggio della politica il senso che ha ormai perduto. Grazie allo straordinario contributo di Berlusconi e della Lega, i “luoghi comuni” sono diventati slogan elettorali e frasi da ripetere in ogni occasione, secondo il ben noto principio per cui un’informazione ribadita un milione di volte diventa comunque “vera”. Con loro e con il loro governo, le “frasi fatte” (e non verificate), diventano proposta politica a tutti gli effetti.

Al Pd e al centrosinistra troppo spesso sono mancate le parole per opporsi e sono venuti meno l’orgoglio di difenderle e la volontà di riportare il discorso pubblico a una dimensione di razionalità e comprensibilità. Anche per questo abbiamo realizzato un prontuario dedicato all’immigrazione (lo trovate in rete anche sul sito dell’Unità) e che vuole rovesciare i luoghi comuni («mandiamoli a casa loro», appunto), le frasi dette al bar o dal podio di un ministero, le espressioni che da triviali diventano politiche.

«Ci rubano il lavoro», «ci portano via le donne», «vivono alle nostre spalle», «gravano sul nostro welfare», «sono tutti criminali». Tutte “verità” che molti ripetono, senza che nessuno dica loro che sono sbagliate. La stessa parola ‘clandestino’, una delle più potenti intuizioni del governo e delle più influenti sul modo di pensare degli italiani. «Basta la parola»: e tutti gli immigrati irregolari, sprovvisti di permesso di soggiorno, diventano persone malintenzionate e, finalmente, criminali. Si tratta dell’esempio più chiaro: non sono irregolari, sono “clandestini”, quindi “quasi” criminali, quindi è il caso di inventare il reato di “clandestinità” per definirli. Non importa se si tratta di lavoratori in nero, non importa se in molti casi si tratta di lavoratori regolari che, perdendo il lavoro, “clandestini” lo diventano, non importa che le cose siano più complesse e che quasi tutto sia dovuto al solerte impegno di molti italiani e di molte leggi che fanno di tutto per tenerli nelle condizioni di “clandestinità”. Gli stranieri «sono troppi» (anche se nessuno sa bene quanti siano), e le ronde «ci vogliono» (anche se sono del tutto inutili), e i barconi «vanno respinti» (anche se quasi tutti arrivano con il visto turistico per altre vie). Un altro punto di vista è necessario e urgente: perché arrivino anche al bar, provenendo dalla rete, dove questa iniziativa nasce, grazie all’intuizione di un mio omonimo, Andrea Civati (Varese), e al lavoro di chi ci ha lavorato tra Roma (Ernesto Ruffini) e Torino (Ilda Curti e Roberto Tricarico), e subito ripreso in Lombardia (Carlo Monguzzi). Ecco come si fa il famoso radicamento nel territorio. Che non consiste soltanto nel piantare bandiere per le strade e nelle piazze, come si sente spesso ripetere, ma saperle “piantare” nella testa delle persone, come voleva un esperto di marketing, un secolo e mezzo fa. Si chiamava Friedrich Engels.

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CHE SMONTA I LUOGHI COMUNI SULL’IMMIGRAZIONE

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02 febbraio 2010
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Obama sfida la Cina: «Incontrerò il Dalai Lama»

Obama sfida la Cina: «Incontrerò il Dalai Lama»

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La Casa Bianca ha detto oggi che l’incontro tra Barack Obama ed il Dalai Lama avrà luogo. È quanto riporta la Cnn, ricordando che l’incontro era stata già rimandato una volta prima della visita del presidente in Cina.

Le dichiarazioni del portavoce del presidente statunitense arrivano dopo che la Cina ha minacciato un ulteriore tensione nei rapporti con gli Stati Uniti di fronte ad un incontro tra Obama ed il leader spirituale tibetano. Un incontro che «minerebbe seriamente le fondamente delle relazioni politiche sinoamericane» ha dichiarato Zhu Weiqun, funzionario del partito comunista cinese che gestisce i rapporti con i rappresentanti del Dalai Lama.

L’opposizione di Pechino ad un incontro fra il Dalai lama e il presidente americano Barack Obama si inserisce in un clima già teso fra Stati Uniti e Cina, le cui economie sono strettamente legate con il rischio di ripercussioni sulle scelte di politica estera. E arriva a poche ore dalla presentazione della manovra americana: alla sostenibilità dei conti pubblici statunitensi, la Cina è particolarmente interessata essendo il maggiore creditore estero di Washington, con 789,6 miliardi di dollari (novembre 2009) di titoli del Tesoro, ovvero il 22% del debito a stelle e strisce detenuto da stranieri.

La Cina è il motore della crescita mondiale e, secondo le stime dell’Ocse, nel giro di 5-7 anni potrebbe sorpassare gli Stati Uniti e divenire leader della produzione di beni manifatturieri. Il Fmi stima che il pil cinese crescerà quest’anno del 10% e nel 2011 del 9,7% e non ritiene che ci sia il rischio di una nuova bolla speculativa in Cina, anche se secondo alcuni osservatori esiste la possibilità che la Cina sia una nuova Enron. Gli Usa sono il maggior partner commerciale della Cina, mentre Pechino è il secondo degli Stati Uniti dopo il Canada.

L’escalation delle tensioni fra i due paesi ha raggiunto un picco massimo nelle ultime settimane, con il caso Google e la decisa vendita di armi a Taiwan da parte di Washington. Quest’ultimo dossier si tradurrà per le aziende americane coinvolte in sanzioni. Gli attriti fra i due paesi riguardano anche l’andamento del tasso di cambio, con gli Usa e molti altri paesi che, pur apprezzando i progressi effettuati, invitano a un maggiore apprezzamento dello yuan così da favorire il rientro degli squilibri globali. Il braccio di ferro fra Washington e Pechino si gioca anche a suon di dazi: di recente l’International Trade Commission (Itc), l’agenzia americana che vigila e regolamenta la concorrenza, ha dato il via libera a dazi fra il 10% e il 16% sulle importazioni di tubature cinesi, spianando di fatto la strada all’imposizione di nuovi dazi sulle importazioni di tubi d’acciaio dalla Cina, aumentando la tensione nelle relazioni commerciali fra i due paesi.

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02 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=94517

No a minuto silenzio per vittime Kabul, le presidi ammonite: “Questa è censura”

No a minuto silenzio per vittime Kabul, le presidi ammonite: “Questa è censura”

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ROMA (2 febbraio) – Una modalità non prevista fra le sanzioni disciplinari e un ammonimento ai giovani dirigenti: così le dirigenti scolastiche degli istituti romani Iqbal Masih e Maffi giudicano, attraverso una lettera resa nota anche dalla Flc-Cgil sul suo sito, la decisione presa nei loro confronti dal direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio, in seguito alla mancata osservanza nelle scuole da loro dirette del minuto di silenzio in coincidenza dei funerali dei paracadutisti rimasti uccisi a Kabul.

«La direttrice regionale – scrivono le dirigenti – durante le vacanze natalizie ci ha comunicato che abbiamo ignorato non una circolare, ma infranto la legge sui cerimoniali di Stato e un’ordinanza del Governo; che non possiamo riferire alla stampa senza autorizzazione, in forza della fedeltà dovuta (al contratto, alla Nazione, alla amministrazione pubblica, al Governo in carica?); che abbiamo sforato rispetto all’autonomia dirigenziale e degli organi collegiali. La nota chiude con un ammonimento a recedere in futuro da tali comportamenti e ci allerta rispetto alle ricadute di questi atti sulla valutazione del loro operato complessivo».

Per le due presidi si tratterebbe di una “censura”. «Peccato – sostengono – che questa modalità non sia prevista fra le sanzioni disciplinari e che tutto il procedimento sia stato viziato da continue violazioni formali». Le due dirigenti, entrambe a fine carriera, temono che «tutta la vicenda serva ad ammonire i più giovani, proprio mentre il ministro Brunetta cambia le regole nella pubblica amministrazione, al passo con la controriforma scolastica». «In questi mesi – concludono – ci hanno sostenuto i genitori, le associazioni professionali e pacifiste, le organizzazioni sindacali (con qualche prudenza), i docenti, ma i nostri colleghi più giovani di servizio ci hanno fatto timide telefonate di conforto e di ammirazione “per il coraggio”. I piccoli fatti risultano essere sintomi di gravi malanni: quando la paura serpeggia si è già verificato un cambio di regime».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=89878&sez=HOME_ROMA

Rai, missionari italiani contro “tagli” e chiusura sedi: «Non spegnete il mondo» / Firma l’appello

https://i0.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100202_cavallo_rai.jpg

Rai, missionari italiani contro “tagli”e chiusura sedi: «Non spegnete il mondo»

http://qui.uniud.it/notizieEventi/cultura/missionari/foto

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di Franca Giansoldati
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CITTA’ DEL VATICANO – I missionari italiani sul piede di guerra per i tagli decisi dalla Rai che potrebbero presto portare alla chiusura di cinque sedi di corrispondenza nel mondo: Beirut, Il Cairo, Nairobi, New Delhi e Buenos Aires. «Una decisione grave, contraddittoria e miope. In una parola: controproducente». A scendere in campo la Federazione della Stampa Missionaria Italiana, preoccupata per il rischio di vedere oscurata gran parte dell’informazione relativa al Terzo Mondo. I religiosi si chiedono perchè il servizio pubblico debba pagare tanto le star del piccolo schermo a discapito dell’informazione proveniente dall’Africa? Accanto a tanti religiosi impegnati sul campo c’è anche l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, che proprio oggi dedica all’argomento una pagina intera.

«L’ipotesi di chiudere un terzo delle sedi di corrispondenza nel mondo è grave, perché va a colpire il Sud del mondo, quella parte di pianeta già oggi marginale nel circuito informativo italiano. Inoltre è grave perché ispirata a criteri economicisti che, come tali, dovrebbero essere estranei a un servizio pubblico che voglia qualificarsi davvero come tale» spiegano in una lettera aperta i religiosi. Se un problema di compatibilità economica esiste, fanno notare, non è spegnendo l’informazione sul mondo che si risolve ma, semmai, «vigilando sugli esosi compensi alle star del piccolo schermo o sugli sprechi cui la Rai ci abituato da troppo tempo».

E allora, si chiedono, qual è il senso della chiusura di una sede come l’Egitto, cruciale per monitorare l’area mediterranea e, in parte, il mondo islamico? Che senso avrebbe abbandonare oggi l’India, da tutti indicata come uno dei Paesi-chiave del futuro?

Non è la prima volta che i missionari protestano contro la Rai. Due anni fa aveva fatto scalpore la campagna lanciata per fermare la deriva di un’informazione basata sul gossip. La Fesmi (Federazione Stampa Missionaria Italiana), ci riprova oggi promuovendo un appello ai cattolici: scrivete una mail ai dirigenti di Viale Mazzini mettendo nell’oggetto «Non spegnete il mondo».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=89887&sez=HOME_SPETTACOLO

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La dirigenza della TV pubblica ha proposto di chiudere 5 sedi di corrispondenza, fra cui Nairobi e Il Cairo. Ma anche Beirut, Nuova Delhi, Buenos Aires e il canale Rai Med. Tavola della Pace insieme ad altre realtà lancia l’appello. Firma e fai firmare!

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FIRMA LA PETIZIONE!


Questi uffici di corrispondenza sono un elemento indispensabile non solo della Rai ma del nostro sistema democratico. Per questo hanno bisogno di essere potenziati e sostenuti da nuovi spazi nei palinsesti quotidiani capaci di portare in primo piano la vita delle persone e dei popoli. Con questo stesso spirito chiediamo il rilancio di Rai Med che deve diventare il nostro principale strumento d’incontro, conoscenza e dialogo con i popoli, le culture e le religioni che con noi si specchiano nel Mediterraneo.
Per questo firma anche tu la petizione!

La Tavola della Pace

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Sostengono la petizione:

Articolo21
UsigRai
Federazione Nazionale della Stampa Italiana
Nigrizia
Misna (Missionary International Service News Agency)
Missione Oggi
Premio Ilaria Alpi
LiberaInformazione
Redattore Sociale
Mosaico di Pace
Vita Magazine
Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
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Ad oggi hanno sottoscritto questa petizione 1418 soggetti.

Vai all’elenco degli aderenti

E per saperne di più: Viale Mazzini spegne l’Africa

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fonte: via e-mail

CHE C… – Arrivano i cinesi con un furgoncino a 2200 euro

Arrivano i cinesi con parolaccia
un camioncino nuovo a 2200 euro

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Triplo salto mortale dei cinesi che riescono a vendere in Italia un furgoncino nuovo di zecca a 2140 euro (Iva esclusa) con doppia alimentazione e tre anni di garanzia. La pubblicità che accompagna l’operazione è tutta un programma (il claim recita testualmente “che culo”) ed è stata realizzata dall’importatore italiano Martin Motors, ma il prezzo è davvero quello della pubblicità. E non si tratta, diciamo così, di un colpo di… fortuna ma della somma possibile dei 4000 euro di ecoincentivi statali, 2500 euro di rottamazione e altri 2000 euro di incentivi della regione Lombardia. E il prezzo di listino superiore ai 10 mila euro scende fino, appunto, al record mondiale di 2140 euro.

Il modello di camioncino in questione fra l’altro ha un design tutt’altro che disprezzabile (il concetto di bello qui non esiste) ed è disponibile anche in versione doppia cabina, centinato o furgonato. Il motore è un 1050 cc di derivazione Suzuki con doppia alimentazione benzina/metano in grado di emettere nel percorso misto 140 g/km di C02, mentre le dimensioni sono di tutto rilievo con una lunghezza che va da 4,4 metri in su. Ricco anche l’allestimento di serie che prevede radio e aria condizionata.

“Culo” o no, il prezzo stracciato non è piaciuto a tutti. “Il governo chiarisca – ha spiegato la senatrice Maura Leddi del Partito Democratico in una interrogazione al ministro dello Sviluppo Economico – se corrisponde al vero che sono in circolazione automobili prodotte in Paesi non europei che, partendo dal prezzo iniziale di 10.200 euro, scendono a poco più di 2.000 grazie ad un complicato collage di incentivi e di contributi statali. Se è così – ha concluso Leddi – non si ha la sensazione di gettare i contributi al vento? Non sarebbe meglio, semmai, limitare il sistema di sconti alle auto costruite davvero in europea che garantiscono tutele sindacali e ambientali?”.

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02 febbraio 2010

fonte:  http://tribunatreviso.gelocal.it/motori-dettaglio/arrivano-i-cinesi-con-parolaccia-un-camioncino-nuovo-a-2200-euro/1847749

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le foto del nuovo furgoncino potete vederle qui

Alfano: no a una legge anti-pentiti. Il Pd: ddl Valentino pericolosissimo

Finalmente un pò di buon senso anche nel governo..

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Alfano: no a una legge anti-pentiti
Il Pd: ddl Valentino pericolosissimo

Il pm Ingroia: effetto devastante

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ROMA (2 febbraio) – Il governo, per bocca del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dice no a una legge “anti-pentiti”. «Quella del senatore Valentino è una iniziativa personale – ha detto oggi Alfano riferendosi al disegno di legge presentato del parlamentare del Pdl -. Il cosiddetto decreto anti-pentiti non fa parte del programma di governo, non fa parte dei progetti del governo, non è avvallata dal governo».

«Il ministro Alfano ha precisato che non si tratta di un’iniziativa del governo e nemmeno del partito. È una proposta di un singolo parlamentare, certo una persona autorevole, a cui sarà prestata la dovuta attenzione. La pdl seguirà il suo percorso che può anche essere lungo o infinito», ha affermato il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Il ddl Valentino «è pericolosissimo», ha affermato la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, che spiega: «Mentre oggi – sulla base del codice e della giurisprudenza della Cassazione – le dichiarazioni dei pentiti, se ritenuti attendibili, vanno comunque riscontrate, con la riforma Valentino le dichiarazioni di uno o più pentiti, anche se attendibili, sono assolutamente inutilizzabili se non esistono, a prescindere, altre prove. Altra conseguenza di questo pericolosissimo disegno di legge – continua la Finocchiaro – è che le dichiarazioni ricevute, anche da un ufficiale di polizia giudiziaria, da un soggetto che con le sue ultime parole indica l’autore di un reato non potranno neanche essere riferite in giudizio, perché la testimonianza di quell’ufficiale di polizia giudiziaria non potrà essere ammessa».

Se queste norme venissero approvate «azzererebbero, di fatto, i processi di mafia, anche in presenza di sentenze di condanna di primo e secondo grado e interromperebbero le collaborazioni dei pentiti. Evidentemente – aggiunge la senatrice del Pd – bisogna sovvenire a qualche esigenza “particolare”. Evidentemente una esigenza che viene da qualche processo. Siamo sempre là, a leggi ad personam. Credo che ci possiamo scordare che dal Pdl venga qualche riforma organica della giustizia per rendere efficiente la macchina dei processi».

«È difficile e riduttivo derubricare “a titolo personale” la proposta del coordinatore vicario della consulta Giustizia del Pdl, Giuseppe Valentino. È evidente che non è così ed è ormai chiaro che nel Pdl c’è chi sta lavorando, a questo punto neanche troppo sotterraneamente, per indebolire la lotta alla criminalità organizzata. Penso anche al ddl intercettazioni», ha aggiunto la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti.

Valentino: respingo attacchi superficiali. «Dicono stupidaggini. La lotta alla mafia è una cosa seria e queste sono considerazioni superficiali e demagogiche che vanno respinte», ha replicato il senatore Valentino. «Lo Stato – ha aggiunto – ha il dovere di combattere la mafia. Il testo presentato è utile ad un processo più giusto. Se è vero che le condanne devono essere inflitte oltre ogni ragionevole dubbio, è indispensabile che i criteri di valutazione della prova rispondano a principi di tassatività. L’interpretazione che da qualche tempo viene data all’articolo 192 del Codice di procedura penale che addirittura consente l’assemblaggio di segmenti di dichiarazioni a volte finalizzate ad obiettivi completamente diversi e considera tale assemblaggio elemento utile per una decisione, impone a mio avviso una riconsiderazione dell’articolo in questione il cui originario spirito appare radicalmente snaturato dall’uso che se ne fa ormai da qualche tempo».

Legge anti-pentiti, pm Ingroia: effetto devastante. «Il disegno di legge di riforma della normativa sui collaboratori di giustizia avrebbe un effetto devastante e segna, comunque, un’inversione di tendenza con tutti i principi dell’antimafia dagli anni Ottanta ad oggi», ha commentato il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ai microfoni di Tutta la città ne parla. «Viene fissato un principio di prova legale, nel senso che vengono riconosciuti come valido riscontro alle dichiarazioni dei pentiti soltanto i cosiddetti riscontri obiettivi, escludendo qualsiasi valore probatorio di conferma delle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia».

«Le dichiarazioni di uno o cinque pentiti vengono messe sullo stesso piano, le dichiarazioni di un altro collaboratore non aggiungono nulla – ha continuato -. Il ddl rischia di essere un colpo di grazia definitivo a tutto l’impianto della validità probatoria delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia su cui si è fondato il maxiprocesso di Falcone e Borsellino e così via. Se questo disegno di legge fosse già stato in vigore, l’85% delle condanne del maxiprocesso non ci sarebbero state, lo stesso vale per il 60-70% delle condanne all’ergastolo anche per le stragi di Capaci e via D’Amelio, che si fondano tra l’altro sul cosiddetto incrocio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Insomma, si rischia di introdurre una breccia all’interno della legislazione antimafia che potrebbe travolgere anni e anni di lavoro».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=89862&sez=HOME_INITALIA

L’Unione petrolifera: «Crisi raffinerie, sono a rischio 7.500 lavoratori»

Problema reale o ricatto?

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L’Unione petrolifera: «Crisi raffinerie, sono a rischio 7.500 lavoratori»

De Vita: «Quattro o cinque impianti rischiano
la chiusura. Bisogna affrontare il problema»

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(Ansa)
(Ansa)

MILANO – Allarme dell’Unione petrolifera: 7.500 lavoratori delle raffinerie rischiano il posto di lavoro a causa della riduzione dei consumi e del calo della domanda mondiale. A rischio chiusura anche quattro-cinque dei sedici impianti italiani, secondo a la previsione fatta dal presidente dell’Unione petrolifera (Up), Pasquale De Vita, nel corso della conferenza stampa sul consuntivo dei consumi del 2009.

POSTI A RISCHIO – «In Italia ci sono 4 o 5 raffinerie a rischio chiusura. Una raffineria ha in media 4-500 dipendenti più l’indotto che conta per tre o quattro volte. Fa 1.500 persone a impianto, se si moltiplica per 4 o 5 il conto è fatto», ha detto De Vita. L’Up cita anche i nomi degli impianti in crisi: Livorno e Pantano in cerca di compratori; Falconara che ha 92 esuberi; Taranto e Gela dove l’attività è provvisoriamente ferma. Le raffinerie italiane subiscono, secondo l’Up, anche la concorrenza dei Paesi mediorientali, dove «i costi sono più bassi e non bisogna rispettare obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti». L’Up non chiede al governo sovvenzioni economiche, ma sollecita il varo di un quadro normativo meno severo, soprattutto sul fronte ambientale. Secondo le stime dell’associazione, il settore ha chiuso il 2009 con perdite complessive per circa un miliardo di euro.

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BASTA ATTACCHI – Poi De Vita denuncia gli «attacchi» che da varie parti – «voci alimentate artificiosamente dalle sssociazioni dei consumatori, alle quali spesso si uniscono rappresentanti governativi e dello stesso ministero dello Sviluppo economico» – colpiscono un settore in crisi: «Non è più tollerabile che si continui con questi attacchi che danneggiano irreversibilmente il settore e che stanno generando, soprattutto nelle aziende multinazionali ma non solo, l’orientamento a non investire nel nostro Paese e se possibile di abbandonarlo».

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Redazione online
02 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_febbraio_02/raffinerie_rischio_lavoratori_e3315798-0fec-11df-9603-00144f02aabe.shtml

Alcoa, sit-in degli operai a Montecitorio. Sacconi: “Ingiustificata ogni dismissione”

Il ministro: “L’azienda ha avuto aiuti per un miliardo di euro, ora sia responsabile”
I lavoratori: “Pronti a restare qui tutta la notte. Si sta decidendo il nostro futuro”

Alcoa, sit-in degli operai a Montecitorio
Sacconi: “Ingiustificata ogni dismissione”

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Alcoa, sit-in degli operai a Montecitorio Sacconi:  "Ingiustificata ogni dismissione" Sit-in degli operai dell’Alcoa

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ROMA – Sono circa 500 gli operai della Alcoa che stanno manifestando in Piazza Montecitorio in vista dell’incontro di stasera tra governo e parti sociali sul futuro dell’azienda americana produttrice di alluminio. I manifestanti stanno facendo esplodere petardi e scandiscono slogan per sollecitare un intervento diretto di Berlusconi nella vertenza. I lavoratori sardi hanno detto di essere pronti ad attendere anche tutta la notte fuori la sede del Parlamento: “Qui si decide il nostro futuro, non ci muoveremo prima di aver avuto delle risposte”.
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Sulla questione è intervenuto il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che ha dato ai vertici dell’azienda un messaggio ben preciso: “Avete avuto aiuti per un miliardo di euro, ora fate scelte responsabili: nessuna dismissione o ridimensionamento dell’attività produttiva può essere giustificato”.
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Sacconi: “Qualsiasi ridimensionamento o dismissione sarebbe ingiustificata”. “Si è creato un contesto favorevole per la continuità produttiva in tutti gli stabilimenti, grazie ai vantaggi che si determinano sul conto economico dell’intero gruppo”, ha detto il ministro. “A questo punto – ha aggiunto – ogni eventuale scelta di dismissione o ridimensionamento della presenza di Alcoa in Italia apparirebbe ingiustificata: non una delle attività produttive può quindi essere dismessa.
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Sacconi ha precisato che “l’appello del Santo Padre e la lettera del presidente del Consiglio non possono non sollecitare il management del gruppo Alcoa alla massima responsabilità sociale” rispetto alle decisioni che dovranno essere assunte nelle prossime ore. “Per un lungo arco di tempo – ha proseguito il ministro – i governi italiani hanno garantito al gruppo condizioni di competitività per la produzione di alluminio nel nostro Paese”. Si tratta di aiuti complessivamente stimabili in circa un miliardo di euro, cui vanno aggiunti gli ulteriori incentivi approvati nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri per consentire a gruppi produttivi come Alcoa di operare in termini ancora competitivi sul suolo italiano in tutti i suoi stabilimenti. Per questo, ha ribadito il ministro, “ogni decisione di dismissione o ridimensionamento apparirebbe priva di giustificazioni”.

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Bersani: “L’Alcoa è la punta della crisi in Italia”.
“C’è il rischio che il Paese perda pezzi. L’Alcoa è la punta acuta della crisi italiana ma lì dentro, in Aula, non si sta facendo mente locale e si va avanti sul legittimo impedimento”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che nel pomeriggio è uscito da Montecitorio per incontrare i lavoratori dell’Alcoa. Secondo Bersani, per quanto riguarda l’Alcoa, la strategia del governo dovrebbe essere di “prendere tempo per cercare un’intesa con la Ue e l’impresa”.
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Cisal: “Servono impegno e responsabilità da parte di tutti”. “Il caso dell’Alcoa va oltre le problematiche economiche e investe principalmente quelle sociali e dei territori che sono già critiche e possono degenerare in una situazione esplosiva difficilmente gestibile. Cosa che il Paese in questo momento non può sopportare”. Lo ha detto Francesco Cavallaro, segretario generale della Cisal. “Per questo motivo – ha aggiunto – una soluzione va ricercata con impegno e grande responsabilità da parte di tutti, soprattutto del governo. Deve anche essere perseguito con forza un coinvolgimento dell’Unione Europea poiché la questione deve collocarsi nel quadro della crisi globale che esige una partecipazione di tutta la Comunità”.
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Cisl: “Il governo intervenga con tutti gli strumenti”.
“Alcoa non deve fermare la produzione. Il governo deve impedire, con tutti gli strumenti che ha a disposizione, questa prospettiva sciagurata”. Lo ha dichiarato, in una nota, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. “Noi rinnoviamo l’appello al presidente del Consiglio e a tutto il governo di intensificare in queste ore le pressioni nei confronti di questa azienda multinazionale che, tra l’altro, ci risulta continua a macinare utili in tutto il mondo”. Dello stesso avviso anche Uilm e Fim, che hanno esortato il governo a “trovare una soluzione”.
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Dl energia in esame a Bruxelles.
Il decreto legge sull’energia – che prevede, tra l’altro, agevolazioni per le industrie grandi consumatrici di energia come Alcoa – è da oggi sotto l’esame dell’Antitrust europeo. Lo hanno indicato fonti comunitarie. I servizi della commissione dovranno valutare se le misure di favore sul costo dell’energia rispettano o meno le norme sugli aiuti di stato. In novembre Bruxelles aveva intimato il recupero degli aiuti concessi negli anni scorsi: di qui la decisione di Alcoa di sospendere la produzione. Del caso si occuperà il nuovo responsabile della concorrenza, Joaquin Almunia. Se ci sarà un parere favorevole, queste agevolazioni si andranno ad aggiungere agli aiuti già stanziati nei confronti del gruppo americano.
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02 febbraio 2010
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OPPRESSI E OPPRESSORI – La ritualizzazione della memoria / Schiacciare la protesta pacifica dei palestinesi

“L’impunità non rende legittimi i crimini, ma solo più insopportabili.”

“La ritualizzazione della memoria”

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di Cinzia Nachira

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La necessità di istituire una giornata internazionale della memoria, il 27 gennaio, perché i cittadini europei siano obbligati a “ricordare” si traduce ormai in una ritualizzazione collettiva intorno alla pagina più oscura del XX secolo: lo sterminio pianificato di milioni di persone, tra cui sei milioni di ebrei europei, circa ottocentomila zingari, migliaia di omosessuali, disabili e oppositori politici al nazismo.

Questo rito catartico che ogni anno si rinnova, però è usato sapientemente per non parlare effettivamente delle dinamiche che una tale mostruosità hanno permesso, ma per rinnovare un momento espiativo.

lamemoria01

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Diciamo subito che già di per sé il fatto che per ricordare sia necessario un passaggio legislativo internazionale è poco convincente. È banale ma vero, il dubitare che un rimemorare per un giorno possa essere utile allo scopo finale: far sì che aberrazioni simili non si ripetano.

Lo slogan più usato: Mai più!

Ma questo Mai più! viene costruito non come una comprensione vera (unico antidoto alla sua ripetizione) ma come un rifiuto (in definitiva una immensa rimozione) delle montagne di cadaveri di cui per una settimana e più a cavallo di fine gennaio veniamo inondati: mostre fotografiche, film, viaggi sui luoghi del massacro, ecc.

Anche le esperienze dei testimoni, sempre in numero minore con il passare del tempo, assumono esclusivamente un tono descrittivo. A questo scopo sono richieste.

Ma in questo modo siamo certi che i giovani europei siano aiutati a comprendere cosa fu quello sterminio pianificato e di massa? No.

Non in nome di Anna Frank…

La giornata della memoria quest’anno è stata più che mai utilizzata dal governo israeliano e dai suoi sostenitori per ristabilire un legame automatico tra i sei milioni di ebrei trucidati nei campi di sterminio nazisti e il diritto del governo israeliano a giustificare qualunque politica esso metta in atto nei confronti dei palestinesi e dei Paesi arabi, e non, circostanti.

Questo uso politico della memoria serve a Israele da sempre, ma oggi ancora di più visto che tra poche settimane, se non vi sarà una risposta al Rapporto ONU del giudice Goldstone, il governo israeliano e i vertici dell’esercito si ritroveranno con una pendenza di fronte al tribunale internazionale per i crimini di guerra, per il massacro indiscriminato dei palestinesi di Gaza avvenuto tra il 27 dicembre del 2008 e il 17 gennaio 2009.

Ancora, questa giornata è stata usata per far pressione sull’Europa e gli Stati Uniti per avviare uno scontro diretto con l’Iran, che da parte sua non si è lasciato sfuggire l’occasione per rinnovare le previsioni sulla “fine del regime sionista”. Sicuramente, questo, un atteggiamento provocatorio, viste le posizioni negazioniste di Ahmadinejad, ma ben lungi da una dichiarazione diretta di voler distruggere Israele. Anche se poi questo è il messaggio che si è voluto trasmettere all’opinione pubblica europea.

Netanyahu in Polonia ad Auschwitz, Simon Peres al Bundestag a Berlino, hanno ribadito ancora una volta un sillogismo che è falso: ci avete perseguitato e sei milioni di ebrei europei sono stati assassinati a sangue freddo da europei, oggi noi ebrei abbiamo uno Stato, Israele, unico «rifugio» per gli ebrei ancora perseguitati, in nome di quel genocidio noi rivendichiamo il «diritto a difenderci» da qualunque cosa noi riteniamo una minaccia.

Questo sillogismo è falso da molti punti di vista.

Il primo, il più importante ed il più eclatante è che la grande maggioranza degli scampati al genocidio nazista degli ebrei europei non aveva alcuna intenzione di andare nella «Terra promessa».

E quelli che ci arrivarono lo fecero in quanto profughi e non per scelta.

All’indomani della seconda guerra mondiale del tutto naturalmente chi era scampato a quell’inferno tornò, dopo molti peripli terribili, nei Paesi europei da dove erano stati deportati.

Solo una parte, non maggioritaria andò in Palestina. Per altro, non in pochi di quelle migliaia di ebrei che raggiunsero la Palestina tra il 1945 e il 1947 emigrarono ancora una volta nei dieci anni successivi. A testimonianza che non si sentivano parte di un progetto politico colonialistico preciso: il Sionismo.

Negli ultimi venticinque anni nella stessa Israele decine di storici, sociologi, antropologi,  geografi e giornalisti nati e cresciuti in Israele, hanno chiaramente e in maniera incontrovertibile messo in luce come il gruppo dirigente sionista, durante gli anni delle deportazioni e del genocidio, avesse più a cuore la realizzazione del progetto sionista che non la salvezza degli ebrei europei.

Questo, ovviamente, non significa neanche lontanamente ridurre il significato del genocidio, né d’altro canto ritenere gli ebrei complici del loro stesso sterminio.

Significa sostenere che tra le molte élites politiche che già nel 1941-42 sapevano e nulla fecero c’erano, insieme alle forze alleate (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa), il Vaticano (gli alibi addotti per giustificare il silenzio di Pio XII, ingannano solo chi vuol farsi ingannare), la Croce Rossa Internazionale, c’era anche il gruppo dirigente dell’Agenzia ebraica.

Ciò che è avvenuto all’indomani del secondo conflitto mondiale si traduce in una formula semplice: riparare ad un’enorme ingiustizia facendone un’altra. Far ricadere sulle spalle di una popolazione, quella palestinese, il prezzo di qualcosa cui era estranea.

Altri profughi si aggiungono ai vecchi.

Le leadership israeliane, susseguitesi dal 1948 ad oggi, hanno sempre sostenuto il diritto di poter giustificare la spoliazione del popolo palestinese, la sua cacciata di massa tra il 1947 e il 1949 e tutte le aggressioni successive con il genocidio europeo. Nessuno però ha ancora risposto ad una domanda che il popolo palestinese pone fin dagli anni ’40 del XX secolo: perché dobbiamo pagare colpe altrui[1]?

La risposta non è arrivata e non arriverà, perché l’unica possibile risiede nel riconoscere nello Stato di Israele, non un rifugio a degli scampati, ma un progetto preciso che a sua volta usa ed ha usato quei perseguitati e quegli scampati.

Ciò, lo diciamo per evitare equivoci, non significa oggi rimettere in discussione l’esistenza di Israele, ma sostenere la possibilità di rimettere in discussione il «mito fondativo» di quella forma statuale.

Non abbiamo qui lo spazio per approfondire come sarebbe necessario l’argomento. Per fortuna, però, anche a questo argomento sono state dedicate opere storiche[2].

Sottolineiamo questa contraddizione perché è alla base di un equivoco pesante: è possibile tenere insieme la critica ad Israele e la comprensione profonda di ciò che è significato il genocidio degli ebrei europei? Provare empatia per le vittime del genocidio degli ebrei europei e contemporaneamente anche per i milioni di palestinesi profughi, cittadini discriminati in Israele e le vittime palestinesi e arabe delle guerre di «difesa» che Israele conduce dal 1947?

Noi siamo convinti di si ed aggiungiamo che questo è necessario, perché sostenere in modo oltranzista le politiche di aggressione israeliane significa danneggiare in primo luogo la comunità ebraica in Medio Oriente e quelle sparse nel mondo.

In altre parole: i rigurgiti di antisemitismo oggi trovano largo spazio e forte sostegno proprio a causa di quelle politiche.

Gli antisemiti in Europa non sono scomparsi anzi a partire dagli anni ottanta del ventesimo secolo si sono materializzati in modo sempre più subdolo anche in frange dell’estrema sinistra.

Il fenomeno, tutto europeo, del negazionismo e del riduzionismo, ossia il negare del tutto l’esistenza del genocidio o ridurne la quantità (come se un numero inferiore di assassinati possa cambiarne la qualità), è oggi assai diffuso e trae grande vantaggio dall’uso politico che l’establishment israeliano e dei suoi sostenitori più acritici fanno esattamente del genocidio.

Per fortuna, proprio all’interno delle comunità ebraiche, a livello mondiale, compresa la stessa Israele, a partire dall’invasione del Libano nel 1982, è iniziata una presa di coscienza via via più diffusa che nuovi massacri non potevano essere giustificati in nome di più antichi massacri e che soprattutto i nuovi massacri non potevano essere perpetrati in nome di quei sei milioni di ebrei sterminati in Europa.

In altre parole: la cacciata dei palestinesi dal loro Paese e i massacri successivi non potevano e non possono essere né fatti, né essere giustificati in nome di Anna Frank.

Un’equazione pericolosa: antisionismo=antisemitismo

Questa equazione è assai diffusa in Europa. In Italia più volte è stato ribadito dalle alte cariche dello Stato, a partire dal Presidente della Repubblica fino all’ «ex» antisemita Gianfranco Fini, presidente della Camera dei deputati. Un coro ipocrita e insopportabile, che verrebbe voglia semplicemente di ignorare, per salvarsi la salute. Purtroppo, invece, ignorarli è impossibile.

È chiaro che oggi i vecchi e nuovi antisemiti usano la causa palestinese per riciclarsi o nascondersi. Su questo punto occorre la più grande decisione: l’antisemitismo di qualunque origine e forma va rifiutato, denunciato e isolato politicamente e culturalmente.

L’obiettivo di chi oggi usa questa formula indegna è altrettanto chiaro e pericoloso.

Prendiamo ad esempio l’Italia: un Paese compromesso da accordi militari e politici con Israele fino al collo (accordi stipulati e accettati dai diversi governi succedutisi in questi anni). Oggi il nostro Paese è tra i più implicati nello sviluppo dell’industria bellica israeliana, nell’occupazione dei Territori palestinesi e nell’apartheid in cui vivono un milione e duecentomila palestinesi all’interno dello Stato israeliano. Il coinvolgimento delle università italiane in questo «campo di ricerca» è elevatissimo.

Mentre dall’interno di Israele le più diverse tendenze antisioniste, seppur minoritarie, tentano di aprire gli occhi alla propria società sul pericolo che per la stessa Israele rappresenta possedere un arsenale di centinaia di testate nucleari, non foss’altro per il fatto che altri Paesi della regione sono spinti a dotarsi delle stesse armi (vedi il caso dell’Iran).

Criticare il possesso di testate nucleari di Israele è antisemitismo? No, comune buon senso. È certo ben difficile sostenere la declunearizzazione della regione mediorientale finché il Paese con l’esercito più tecnologizzato dell’area non fa mistero di essere in grado di colpire i propri vicini con armi nucleari «tattiche».

Coloro che oggi chiudono gli occhi su tutto questo si assumono la responsabilità di essere già complici di un atto criminale.

La vera ragione della equazione antisionismo=antisemitismo, infine, risiede nel non voler ammettere che Israele non è il Paese di tutti gli ebrei del mondo, ma di tutti i suoi cittadini, palestinesi compresi. Per altro lo slogan: Not in my name! è oggi molto diffuso proprio fra quegli ebrei ed ebree che non vogliono essere complici di un’ingiustizia commessa anche in nome loro.

Far tacere chi invece ha ancora il buon senso di opporsi a tutto questo è non solo ingiusto ma anche molto, molto pericoloso.

Gaza o «dell’entità ostile»

La strage di massa che si è consumata poco più di un anno fa a Gaza è esemplificativa dell’insensatezza generale che caratterizza chi non vuol vedere.

Gaza, un’enorme gabbia a cielo aperto, in cui vivono oltre un milione e mezzo di civili (nella striscia di terra con la più alta densità di popolazione per chilometro quadrato al mondo) , uomini, donne, vecchi e bambini, disarmati e da quattro anni sotto un embargo feroce, è stata definita dal governo Livni-Barak, responsabile dell’aggressione, come «entità ostile». Una disumanizzazione necessaria perché l’opinione pubblica israeliana sostenesse un attacco premeditato contro persone che non avrebbero potuto in nessun modo difendersi o sottrarsi ai bombardamenti, dal cielo, da terra e dal mare. Purtroppo l’operazione della coppia criminale Livni-Barak è riuscita: le 1400 vittime palestinesi (tra cui un numero impressionante e intollerabile di bambini) di quell’aggressione, a fronte di 14 israeliani fra soldati e civili, erano in quel modo annullate nella loro umanità. Non più bambini o giovani o donne o uomini, ma «entità ostili» da soffocare e «sradicare».

Neanche «effetti collaterali» cui ci hanno abituato le nostre  «guerre umanitarie».

A fronte del massiccio sostegno dell’opinione pubblica israeliana, in tutto il mondo quel massacro ha avuto una risposta internazionale di solidarietà di massa che da molti anni non si vedeva: da Kabul a New York, passando per Londra, Parigi, Roma, Il Cairo…ecc. decine di migliaia di persone hanno risposto ad un bisogno immediato: fermare un massacro tanto feroce quanto inutile.

Riprendere ora le fila di quello che è avvenuto un anno fa parlando della giornata della memoria non significa fare parallelismi inesistenti quanto dannosi e inutili, ma ascoltare un possente campanello d’allarme.

Coloro che pensano di poter tutto rendere «legittimo» in nome di vittime di ieri o dell’intramontabile «integralismo islamico» non vedono una realtà che è sotto gli occhi del mondo: l’impunità non rende legittimi i crimini, ma solo più insopportabili.

Coloro che oggi difendono il «diritto all’impunità» per le leadership israeliane sono i più falsi amici degli ebrei israeliani, perché non si curano del fatto che l’impunità di chi compie questi crimini rende solo più disperante il senso di impotenza e la disperazione è sempre una cattiva consigliera.

Cinzia Nachira

29 gennaio 2010


[1] A questo proposito è importante l’ultima opera di Gilbert Achcar, Les arabes et la Shoah – La guerre israélo-arabe des récits, Actes Sud, 2009. In quest’opera si ricostruisce l’impatto e la reazione dei Paesi del Medio Oriente alle persecuzioni che in Europa subirono gli ebrei dalla metà del XIX secolo fino al genocidio. Ancora, purtroppo, non disponibile in italiano è uno strumento utilissimo per comprendere la complessità di vicende, che al contrario si tende spesso ad appiattire.

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[2] Avrahm Burg, Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, Neri Pozza, 2008. Avrahm Burg ex presidente dell’Agenzia ebraica mondiale e della Knesset (il parlamento israeliano) in quest’opera in parte autobiografica rimette in discussione il mito fondativo sionista, ricercando, appunto, le radici dell’universalismo ebraico. Per un ulteriore analisi si veda Marcel Liebman, Nato ebreo, edizioni Shahrazad, 2008 e Michel Warschawski, Sulla frontiera, Edizioni Città Aperta, 2004. Per una ricostruzione del tentativo di costruire una identità ebraica in funzione del progetto sionista, mi permetto di segnalare il mio libro, Identità e conflitto – Il caso israeliano-palestinese, Shahrazad Edizioni, 2009.

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fonte:  http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1725:la-ritualizzazione-della-memoria&catid=23:interventi&Itemid=43

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Schiacciare la protesta pacifica dei palestinesi

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di Neve Gordon

The Guardian

23.12.2009

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I palestinesi hanno una lunga storia di resistenza non violenta, ma Israele ha continuamente sviluppato mezzi e per distruggerlawaelalfaqeeh.jpg

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Mi è stato spesso domandato perché i palestinesi non avessero mai sviluppato un movimento pacifista come l’israeliano Peace Now.

È  un quesito in sé problematico, fondato su numerose assunzioni erronee, come la nozione che vi sia una simmetria tra le due parti (palestinese e israeliana) e che Peace Now rappresenti un movimento politicamente efficace. Ma la più importante è la falsa supposizione che i palestinesi abbiano fallito a creare un movimento popolare pacifista.
Nel settembre del 1967 – tre mesi dopo la guerra decisiva nella quale la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est furono occupate – i leader palestinesi decisero di lanciare una campagna contro l’introduzione di nuovi libri di testo israeliani nelle scuole palestinesi. Questo movimento non diede vita ad attacchi terroristici, come la letteratura dominante circa l’opposizione palestinese può portare a credere, ma i dissidenti palestinesi adottarono piuttosto delle metodologie ispirate a Mahatma Gandhi e si mobilitarono attraverso uno sciopero generale della scuola: gli insegnanti non andarono a lavorare, i bambini protestarono per le strade contro l’occupazione, e molti commercianti tenettero chiusi i propri negozi. La risposta israeliana a quel primo sciopero fu immediata e severa, con una serie di ordini militari che criminalizzavano come insurrezione tutte le forme di resistenza – includendo le proteste, i raduni politici, lo sfoggiare bandiere o altri simboli nazionali, il pubblicare e distribuire articoli o fotografie dai connotati politici e persino cantare o ascoltare canzoni patriottiche.

Ma ancora più importante, Israele organizzò rapidamente delle forze di sicurezza per sopprimere l’opposizione, lanciando delle campagne punitive a Nablus, dove vivevano i leader dello sciopero. Come specifica nel suo libro “La carota e il bastone” il generale maggiore Shlomo Gazit, coordinatore delle attività nei territori occupati in quel periodo, il messaggio che Israele voleva imprimere era chiaro: ogni atto di resistenza si sarebbe concluso con una risposta israeliana spropositata, finalizzata a far soffrire la popolazione a tal punto che la resistenza sarebbe apparsa inutile.

Dopo alcune settimane di coprifuoco notturno, di linee telefoniche bloccate, di detenzione nelle carceri dei leader, e di una vessazione imposta alla popolazione sempre maggiore, Israele riuscì a spezzare lo sciopero.

Sebbene sia passata molta acqua sotto il ponte da quel primo tentativo di resistenza nella forma di “disobbedienza civile”, nel corso delle scorse cinque decadi i palestinesi hanno continuamente sviluppato metodi non violenti di opposizione per sfidare l’occupazione. Israele, d’altra parte, ha sempre utilizzato contromisure violente per soffocare questi tentativi.

Spesso ci si dimentica che persino la seconda Intifada, che si manifestò in un crescendo di violenza, iniziò invece come una rivolta popolare pacifica. Il giornalista di Haaretz Akiva Eldar ha rivelato molti anni dopo che i vertici della sicurezza israeliana avevano deciso di radicalizzare il livello dello scontro già durante le prime settimane della rivolta. Akiva cita Amos Malka, il generale dell’esercito responsabile dell’intelligence in quel periodo, dicendo che durante il primo mese della seconda Intifada, quando questa era ancora principalmente caratterizzata da proteste popolari non violente, l’esercito sparava già proiettili 1.3 millimetri in Cisgiordania e a Gaza. L’idea era di innalzare il livello di violenza dello scontro, pensando che questo avrebbe condotto ad una vittoria militare decisiva e al soffocamento della ribellione. La rivolta e la sua soppressione si radicalizzarono di conseguenza.

Ma di nuovo, negli scorsi cinque anni, palestinesi da villaggi e cittadine segnate come Bil’in e Jayyous hanno sviluppato nuove forme di resistenza pacifica che hanno attratto l’attenzione della comunità internazionale. Persino il primo ministro dell’Autorità palestinese (Anp) Salam Fayyad ha recentemente esortato i propri elettori ad adottare strategie simili. Israele, in risposta, ha decido di trovare il modo di metter fine alle proteste una volta per tutte, e ha iniziato una ben architettata campagna che prende di mira i leader locali di questa resistenza. Uno di questi leader, Abdallah Abu Rhamah, un insegnate di scuola superiore, coordinatore del Comitato popolare contro il Muro di Bil’in, è uno dei tanti palestinesi sulla lista nera dei militari israeliani. Alle due del mattino del dieci dicembre (la giornata mondiale per i diritti umani), nove veicoli militari hanno circondato la sua casa. Soldati israeliani hanno fatto irruzione sfondando la porta, e dopo avergli concesso di salutare la moglie Majida e i tre figli, lo hanno bendato e preso in custodia. È  stato accusato del lancio di pietre, del possesso di armi (in realtà vecchi lacrimogeni conservati al museo di Bil’in), e di istigazione dei seguaci palestinesi, che, tradotto, significa organizzare dimostrazioni contro l’occupazione.

Il giorno prima dell’arresto di Abu Ramah, l’esercito israeliano si è dispiegato in un’operazione coordinata nella regione di Nablus, irrompendo nelle case di quegli attivisti di base presi di mira per il loro impegno politico contro la violazione dei diritti umani. Wa’el al-Faqeeh Abu as-Sabe, di 45 anni, è una delle nove persone arrestate. È stato prelevato da casa sua all’una del mattino e, come Abu Ramah, è adesso accusato d’istigazione. Mayasar Itiany, conosciuta per il suo lavoro con la Women’s Union di Nablus e attivista per i diritti dei prigionieri politici è stata anch’ella presa in custodia, come anche Mussa Salama, attiva nel Medical Relief for Workers. Anche Jamal Juma’, direttore di una ong chiamata Stop the Wall, è ora dietro le sbarre di una cella.

Gli arresti notturni mirati dei leader delle comunità palestinesi sono diventati pratica comune in Cisgiordiania, in special modo nel villaggio di Bil’in dove, sin dallo scorso giugno, 31 residenti sono stati arrestati per il loro coinvolgimento nelle dimostrazioni contro il Muro. Tra questi c’è Abeed Abu Rhamah, un attivista di spicco che è rimasto in cella per circa cinque mesi e che rischia ora di essere imprigionato per ulteriori quattordici mesi. Chiaramente, la strategia israeliana è quella di arrestare tutti i leader e di accusarli d’istigazione, innalzando il prezzo e il rischio nell’organizzare proteste contro l’oppressione subita dalla popolazione palestinese. L’obbiettivo è quello di metter fine alla resistenza popolare pacifica all’interno dei villaggi e di schiacciare una volta per tutte il movimento pacifista in Palestina.

Per questo motivo, la mia risposta a coloro che mi chiedono a proposito di un Peace Now palestinese è che un movimento pacifista dal basso è sempre esistito in Palestina. E al processo di Abdallah Abu Rhamah del prossimo giovedì (il riferimento è giovedì 31 dicembre, ndr) chiunque potrà essere testimone di alcuni dei metodi “legali” che sono stati costantemente sviluppati da Israele per distruggere tale movimento.

(Traduzione a cura di Indymedia Emilia Romagna)

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fonte:  http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1694:schiacciare-la-protesta-pacifica-dei-palestinesi&catid=23:interventi&Itemid=43

Haiti, il giallo dei bambini “rapiti”: “Gli americani promettevano un vacanza”

Rimangono in carcere i nove cittadini Usa sorpresi mentre tentavano di varcare il confine con 33 piccoli
La protesta dei ragazzi, ora presi in carico dalla Ong italiana Sos: “Non siamo orfani”

Haiti, il giallo dei bambini “rapiti”
“Gli americani promettevano un vacanza”

Nel villaggio dove sono stati accolti ora c’è chi si presenta come presunto “parente”
I volontari: “Non li consegnamo a nessuno, abbiamo chiesto l’assistenza dell’Onu”

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di DANIELE MASTROGIACOMO

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Haiti, il giallo dei bambini "rapiti" "Gli  americani promettevano un vacanza" Quattro dei nove cittadini Usa arrestati a Haiti

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Restano ancora in carcere, con l’accusa di sottrazione di minorenne, i nove cittadini Usa sorpresi mentre cercavano di varcare la frontiera tra Haiti e la Repubblica dominicana con 33 bambini tra i 3 mesi e i 12 anni di età. Il gruppo umanitario, legato alla chiesa battista dell’Idaho, continua a proclamarsi innocente e vittima di un gigantesco equivoco. Ma l’assenza di qualsiasi documento che giustifichi la presa in possesso dei bambini rende la loro posizione ancora più complicata.

Molti sono convinti della buona fede dei quattro uomini e delle cinque donne statunitensi anche se con il passare delle ore, con la raccolta delle testimonianze e la reazione dei parenti dei bambini si capisce che il gruppo ha agito con molta disinvoltura, grande superficialità, approfittando del caos che continua a regnare nella capitale di Haiti. Il ministero degli Affari sociali ha affidato i 33 piccoli a Sos villaggi dei bambini, una ong italiana presente da anni sull’isola dove ha allestito due case di accoglienza, a  Santo, pochi chilometri dalla capitale, e a Cap Haitien, l’estrema punta ad est del paese.

“Io non sono un’orfana”, ha subito protestato una ragazzina di 12 anni appena sbarcata dal bus. “Sono stata raccolta vicino al mio quartiere e mi è stato promesso che sarei andata per un periodo in un villaggio di vacanze”. I volontari dell’ong hanno pensato a rifocillare i ragazzi. “Nella maggioranza”, ci dicono al telefono, “erano denutriti e disidratati. Non sappiamo i motivi che hanno spinto i nove americani a prendere i piccoli. Avevano solo un documento, pare rilasciato dalle autorità dominicane, in cui si attestava che erano i gestori di un centro di vacanza infantile. Ai parenti, convinti con diverse scuse ad affidare i propri figli, era stata promesso un periodo di distrazione e di svago lontano da tanto dolore e precarietà”.

L’arrivo dei bambini nelle case di Sos villaggi ha attirato moltissimi haitiani. Tre persone si sono presentate nella struttura di Santo asserendo di essere i padri e i fratelli di alcuni di loro. Ma i dirigenti della Ong  non hanno accettato di consegnarli, avviando una puntugliosa verifica dell’identità e dei legami di parentela: un processo non certo facile in una città sconvolta dal terremoto, senza più ministeri, anagrafe e piena di facili occasioni per turpi traffici di adozioni o, peggio, di organi. “I bambini”, aggiungono i responsabili di Sos villaggi per bambini, “resteranno nel loro paese d’origine. Stiamo facendo di tutto per favorire il ricongiungimento familiare. Siamo tornati nei quartieri dove si presume vivevano per tentare di identificarli o di rintracciare i parenti. Sappiamo che molti hanno ancora qualcuno in vita e che forse li stanno cercando. Esiste un grave problema di sicurezza. Abbiamo chiesto un rinforzo alla Minustah, la missione delle Nazioini Unite ad Haiti, per garantire un’adeguata protezione”.

Ogni bambino
dei due centri possiede ora un braccialetto che lo identifica e ogni operatore gira con un documento di identità ben esposto sulla pettorina. “Il numero di bambini che aiutiamo anche fuori dal villaggio di Santo aumenta ogni giorno di più”, ricordano i volontari della Ong, “anche in questo caso il problema della consegna del cibo non è completamente risolto”. L’incubo di nuovi sequestri o sottrazioni forzate continua. Mai come in questo momento di grande mobilitazione e di interventi convulsi.
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Haiti, il giallo dei bambini "rapiti" "Gli  americani promettevano un vacanza"I bambini ospitati nel villaggio di SOS Children

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02 febbraio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/02/02/news/haiti_bambini-2167800/?rss