Archivio | febbraio 6, 2010

ECOLOGIA – Capire per cambiare: abitare nel deserto

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riflessioni


Capire per cambiare: abitare nel deserto

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La nostra contemporaneità è fondata sulla facile accessibilità delle risorse e sull’abbondanza di materie, trasformate in merci per il soddisfacimento ingordo dei bisogni e delle inutilità di parte della popolazione planetaria.
Questa condizione è fuorviante sia per i noti limiti di quantità e rinnovabilità delle risorse sia per le condizioni di inaccessibilità diretta alla risorse e di indisponibilità delle stesse per un numero sempre crescente di persone.

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Sarebbe interessante incominciare a capire come adattarsi a situazioni diverse da quelle promosse da questo fittizio benessere (solo materiale, esclusivo per una parte della popolazione mondiale, ottenuto attraverso sofferenze umane e degradazioni ambientali) ed in particolare come permettere alle diverse comunità di adattarsi alle risorse locali riducendo la pressione del mercato nella promozione di merci che, uniformando i comportamenti, destrutturano i rapporti tra comunità e disponibilità delle risorse.
Nel libro di Pietro Laureano “Sahara. Oasi e deserto” l’Autore illustra come le piante e gli animali presenti nei deserti si siano adattati alle condizioni estreme degli stessi. Ad esempio la rosa di gerico non ha radici (non prendono acqua dal sottosuolo) si spostano con il vento assorbendo dall’aria l’umidità necessaria; l’acheb, un erba utilizzata per il pascolo, produce molti semi che possono rimanere fertili per decine di anni e alla prima pioggia in pochi giorni vegetano, fioriscono e producono nuovi semi prima di seccarsi. Tra gli animali la gazzella sembra poter fare a meno di bere ricavando dalla linfa delle piante l’umido necessario; i femec utilizzano come raffrescamento della temperatura del corpo la fitta rete di vasi sanguigni siti nelle lunghe orecchie; i gerbilli recuperano con il grande naso l’umidità prodotta dal loro stesso respiro; l’uromastica (una lucertolona) si difende dal calore passando gran parte del tempo sotto la sabbia e poi le formiche argentate per proteggersi meglio dai raggi del sole, lo scinco che nuota in profondità nelle dune, lo scarabeo che capta l’umidità notturna condensandola sotto il guscio e facendola scorrere verso la bocca, ed infine in questa breve rassegna, il pesce gatto è dotato di una respirazione che gli permette di saltare da una all’altra pozza alla ricerca della poca acqua fangosa e di resistere nel fango secco fino all’arrivo delle piogge.
Le case e le attività degli uomini fanno parte di un sistema di relazioni con lo spazio caratterizzato da specifici comportamenti di prelievo e di uso delle risorse, un organico sistema di abitazioni fondato sull’equilibrio con la disponibilità delle stesse. La tenda, il nomadismo sono soluzioni ottimali rispetto alle condizioni locali; sono risposte specifiche per condizioni specifiche che garantiscono un equilibrio a livello minimo di consumi energetici ed al livello massimo di prelievo di risorse mantenendone immutata la potenzialità di rinnovamento.
Il deserto è un sistema estremo, difficilissimo, per i vegetali, gli animali, gli uomini; la capacità di adattamento delle specie li presenti fornisce spunti di riflessioni su quanto sia necessario de-uniformare il genere umano articolandolo e differenziandolo (come già era) per i diversi contesti naturali in cui si è insediato.
I mutamenti climatici peggioreranno le condizioni di vivibilità del nostro pianeta già rese difficili dall’enorme crescita demografica, dagli incontenibili consumi, dagli sprechi energetici.
Ridurre il consumo di energia e di risorse implica adattare la cultura, la produzione, gli insediamenti alle condizioni locali abbandonando quel modello di uomo globale (inopinatamente nato dalla incredibile confluenza dei caratteri universaleggianti e standardizzati del socialismo reale e del capitalismo) che in questo momento costituisce il più grande rischio affrontato dalla specie umana.

testimonianze


Buona salute in buona società: gli Hunza

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Gli Hunza, come racconta Ralph Bicher nel suo libro “Gli Hunza. Un popolo che ignorava la malattia”, erano, agli inizi del secolo scorso, un popolo composto da alcune migliaia di individui localizzate nelle montagne prossime al Cachemir che si erano adattate ad una condizione ambientale non semplice e godevano di buona salute, tanto che furono oggetto di osservazione da parte degli scienziati occidentali e di fantasticherie affascinanti da parte di letterati e viaggiatori.
Le popolazioni avevano poche malattie molto diversamente dai popoli geograficamente vicini, ed erano robusti e ben alimentati, nonostante la limitatezza di risorse alimentari.
Gli Hunza avevano una organizzazione sociale non verticistica, comportamenti non autoritari nei confronti dei simili e dei figli; le donne godevano di grande autonomia e di una sostanziale pariteticità con gli uomini; il lavoro era distribuito equamente tra le diverse persone e nuclei, lavoravano tutti il minimo possibile, non accumulavano risorse (se non quelle che erano necessarie per superare l’inverno), si aiutavano reciprocamente nelle difficoltà.
Il maggiore interesse della loro esistenza era vivere bene: “trovano la felicità nel semplice fatto di vivere, e la vita in se stessa è per loro un’avventura appassionante”. Forse la grande salute di cui godevano era anche supportata dalle modalità con cui avevano deciso di vivere e di abitare in quei luoghi e quindi se il modello è uguale per tutti, e se esso è così come quello che siamo costretti a praticare, la salute diviene un problema.
Non è sicuramente una prova scientifica ma gli Hunza una volta persi gran parte dei caratteri culturali della loro esistenza persero pure parte della loro salute.

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Il desiderio di rimanere “incivili”: gli Hunza

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I sostenitori della “civilizzazione” portano ad esempio, per mostrare la giustezza del loro portato culturale, come le “società primitive” a contatto con il modello “civile” abbandonino spontaneamente i loro comportamenti tradizionali comprendendone la rozzezza e le scarse capacità tecniche, abbracciando il modello industrializzato e di mercato proposto.
I sostenitori della “civilizzazione” sorridono mostrando le immagini degli “indigeni” con le magliette e le scarpe da ginnastica occidentali mentre praticano danze antiche provando esse, a loro parere, che la ragione è del più forte in quanto è anche il migliore.
Ma non è così perché il più forte, solo con la forza ha imposto il proprio modello rendendone impraticabile qualsiasi altro.
Gli Hunza vivevano tranquillamente la loro vita secondo il loro gusto assecondando ed adattandosi alle condizione dei luoghi.
Alla fine degli anni ’40 del secolo XX fu pubblicato negli Stati Uniti d’America un libro sugli Hunza che ebbe un enorme successo e generò un flusso di turisti verso quei paesi. In poco tempo l’incidenza di questo flusso, unito all’azione uniformatrice condotta dal Pakistan attraverso il cambio dei costumi imposto ai militari di origine Hunza coercitivamente reclutati in quei territori, incominciò a modificare i costumi della popolazione.
La modificazione interessò le abitudini alimentari – i turisti offrivano loro sigarette, caramelle e dolciumi per il solo piacere di poter carpire le espressioni e lo stupore –, e la salute – in quanto il meno sporadico contatto con le popolazioni occidentali permise la diffusione di malattie agli occhi, alla pelle etc. – ma principalmente cambiò le aspettative degli individui inserendo valori conflittuali con le condizioni ambientali e sociali esistenti.
Ma la comunità reagì e rarefece i rapporti con l’esterno; filtrando i visitatori ed esponendosi di meno rifuggì al ruolo di buon selvaggio e mondo paradisiaco che gli era stato affibiato.
Nel 1960 la comunità aveva ripreso un suo assetto equilibrato.
Ma non era finita così: i programmi dello stato pakistano non prevedevano l’autonomia culturale e territoriale di quella società e non sopportavano una limitazione di sovranità. Fu costruita una strada che attraversava il territorio Hunza fu continuata l’azione di uniformazione forzata e molti dei caratteri che definivano la particolare condizione di vita di quel popolo sono nel tempo scomparsi.
Nonostante questa imposizione, simile a tante altre, gli Hunza hanno dimostrato come si possa consapevolmente difendere la propria identità e reagire ad un modello sociale ed economico non condiviso scegliendo di rimanere “incivili”.

osservazioni sulla contemporaneità


Più strade più ingorghi / 1

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Il primo di agosto del 2009 si è avuta una prova determinante ed inconfutabile di come costruire nuove strade non risolva il problema della mobilità.
Durante tutta la giornata nel “passante di Mestre” è stata registrata una fila di 30 km di autoveicoli fermi. Il passante era stato inaugurato pochi mesi prima, è a tre corsie per senso di marcia ed aveva la finalità di decongestionare il traffico sull’autostrada esistente. La coda registrata il primo è stata la più lunga in Italia e in Europa su di una strada a tre corsie.
Nella direzione nord-sud nell’area di Mestre esistono per senso di marcia: un’autostrada a due corsie (più emergenza), il passante a tre corsie (più emergenza), due strade statali a una corsia e chi sa quante provinciali, comunali. La somma fa: sette corsie di marcia più due di emergenza per senso di marcia. 16 corsie in tutto. Eppure ci sono stati 30 chilometri di fila; eppure la strada che avrebbe dovuto risolvere (il passante) si è ingorgata.
È evidente che la costruzione di strade non risolve il problema della mobilità, anzi l’aumenta: più strade più ingorghi.
È evidente che bisogna pensare ad un altro modello di mobilità.

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Più strade più ingorghi / 2

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La notizia del macro ingorgo nel passante di Mestre ha stimolato le seguenti unanimi proposte nei telegiornali: “è il momento di ampliare a tre corsie l’autostrada per Trieste” (che è il tratto successivo al passante in direzione nord-est).
Si spera che i giornalisti siano pagati dalle imprese di costruzione, al contrario mostrerebbero una miopia culturale e sociale davvero terrificante.
In tutti i casi sarebbe meglio respirassero a lungo prima di parlare.

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Immaginario e reale

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Nel numero di Oggi, settimanale RCS, del 5.8.09 è stato pubblicato un servizio sulla villa a Porto Rotondo dell’attuale Presidente del Consiglio italiano.
Le foto mostrano giardini con essenze, prati, sculture, serre, alberi e cactus, agorà e teatri all’aperto e tante piscine, non quelle prefabbricate ma ben inserite nel contesto, spaziose, da cui si percepisce una paesaggio di grande qualità. Il tutto curato in modo inappuntabile, quasi puntiglioso. Insomma una vera meraviglia. Una meraviglia che interpreta gran parte dei desideri della popolazione del nostro paese.
Quaranta anni fa nessun uomo pubblico avrebbe né fatto, né fatto pubblicare nulla di simile in quanto i cittadini, vedendole, avrebbero pensato ai pensionati, ai poveri del paese e del mondo, agli operai e, piuttosto che godere delle immagini, si sarebbero posti la domanda: ma come e perché questa persona ha fatto tanti soldi e come e perché non ha remore a spenderli in esagerati piaceri personali quando con gli stessi importi si potrebbero fornire alimenti e servizi indispensabili per molte persone?
Oggi il lusso non appare nella sua sfacciataggine, non muove diffuse critiche e questo perché vi è un vuoto culturale spaventoso proprio nell’individuare parametri di giudizio per tali sprechi. Questo vuoto in particolare attanaglia coloro i quali si ritengono all’opposizione parlamentare (e anche non), che non riescono ad elaborare critiche significative e mostra che, in fondo in fondo, anche a costoro questo lusso, e così questa villa, piace.
Proviamo a guardarla in un’altra maniera. Tutto il progetto è impostato per creare ambienti non presenti in quel luogo; spazi dell’immaginazione o spazi che richiamano altre situazioni (equatoriali, desertiche, polinesiane) o altre culture (il teatro greco, i mehnir). In questo si dichiara l’estraneità al contesto, si vuole evidenziare il massimo della differenza con i sistemi naturali, per evidenziare la capacità di trasformazione e di creazione dell’uomo al di là della natura. Come in un giardino del ’500: solo cinquecento anni dopo e in una condizione ambientale molto ma molto diversa.
Così per ettari ed ettari la vegetazione e la morfologia delle coste della Sardegna (che tra l’altro ha una qualità unica nel mediterraneo) viene destrutturata e ricomposta ignorandone le qualità (che al contrario avrebbero potuto essere parte del progetto).
Vengono inserite piante come i cactus e le palme che poco hanno a che fare con la macchia mediterranea o le sugherete tipiche di quell’ecosistema, si mette l’acqua dolce dove non vi è mai stata, si impone un sistema vegetale, idrico e morfologico che non può stare in quei luoghi e che lasciato ad una sua naturale evoluzione scomparirebbe nel giro di pochi anni.
Il tutto con un dispendio energetico spaventoso: si interviene con una manutenzione elevata per innaffiare, potare, tagliare l’erba, pulire l’acqua delle piscine, clorare, estirpare la vegetazione del posto che vorrebbe riprendere il proprio spazio.
Un’imposizione sull’ecosistema, una enorme quantità di energia immessa nel sistema per trasformarlo e gestirlo, un impostazione progettuale che il nostro pianeta non può sopportare e che indica una limitatezza culturale che non può che suscitare perplessità.
Infine dato che questo tipo di impostazione progettuale non può aspettare e quindi vuole avere spazi sistemati in poco tempo, le piante utilizzate hanno già molti anni: i cactus, le palme e tutte le altre specie utilizzate sono individui molto maturi e di grandi dimensioni.
Ed a proposito dove hanno rimediato quella ventina di ulivi plurisecolari che “circondano la piscina dell’Agorà”? Conoscendo bene il nostro paese sembrerebbero ulivi pugliesi della zona di Ostuni e paesi limitrofi, dove pochi anni addietro vi fu una razzia degli olivi secolari che caratterizzano quel paesaggio. Nel caso così fosse al danno si unirebbe il danno.
Non sarebbe male che al di là di una ammirazione per gli esiti finali delle trasformazioni si comprendesse e si facesse comprendere quale sia il peso ambientale delle attività necessarie per ottenerle. Potrebbe essere questo un buon parametro di giudizio per chi si volesse opporre a questo modello.

immagini dalla contemporaneità


Osservare per capire

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La Figura 1 mostra un medesimo territorio con due insediamenti molto diversi. Quello sulla destra è composto da edifici monofamiliari, isolati, con coperture privilegiatamente a falda con coppi di laterizio; le strade, sufficientemente larghe per permettere la mobilità privata su gomma, tessono la maglia dell’insediamento.

Figura 1

Quello sulla destra è composto da edifici condominali, compatti, con coperture piatte; le strade interne non sono visibili e la maglia dell’insediamento è compatta e “disordinata”.
In questa esemplificativa immagine la diversità di modalità insediativa rimanda a diversi usi delle tecniche, rapporti con l’ambiente, modelli culturali.
Siamo in Palestina. Quello al centro è il muro che perimetra i palestinesi e quello sulla destra è un insediamento israeliano.
La principale differenza è nei colori: in un ambito arido da un lato il bianco degli edifici e il giallo degli sterrati, dall’altro il rosso dei tetti immersi nel verde privato. Questi colori evidenziano che gli uni non hanno acqua e gli altri ne hanno in abbondanza (almeno tanta da mantenere un verde non agricolo), che gli uni praticano una conduzione dello spazio maggiormente comune, gli altri privatizzano gli spazi, che gli uni si muovono privilegiatamene a piedi che gli altri si muovono in auto, che gli uni costruiscono in una miseria culturale che annulla le tradizioni e pratica sottoprodotti, che gli altri costruiscono in una miseria culturale che pratica il modello unico della villetta dei benestanti “occidentali”.

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Modalità produttive, merci, ambiente

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Dall’interpretazione dello spazio fisico si possono ottenere significative informazioni sul modello sociale, produttivo praticato e sugli effetti che essi comportano nell’ambiente.

Figura 2

La Figura 2 mostra campi agricoli non industrializzati. Le coltivazioni sono molteplici, il loro tessuto è connesso sia ai diversi strumenti utilizzati, dall’uso di macchine agricole al lavoro manuale, sia alla morfologia dei luoghi. La residenza degli operatori è prossima al luogo di produzione come si vede dall’abitazione in fondo a destra; in primo piano un piccolo corso d’acqua; esso definisce la quantità, la distribuzione e la tipologia delle produzioni che sono pensate per utilizzare la sua presenza senza alterarne in maniera irreversibile il funzionamento naturale.

Figura 3

La Figura 3 mostra dei campi agricoli industrializzati. Il cultivar è unico; il tessuto è connesso all’uso di macchinari ignorando la morfologia che viene totalmente uniformata; il lavoro manuale è impraticabile. Il prelievo delle acqua avviene dalle falde non è connesso alla capacità di ricarica ma alla quantità di prodotto; i sistemi naturali sono alterati al fine di aumentare la produzione per unità di superficie.
Per sostenere l’agricoltura industrializzata è necessario irrigare, intervenire con concimi e fitofarmaci. I concimi chimici servono ad incrementare o a mantenere stabile la produttività in relazione al continuo impoverimento per ipersfruttamenteo dei terreni e i fitofarmaci servono per contener malattia delle piante e la diffusione dei parassiti che proprio nella monocultura industrializzata trovano la loro più semplice diffusione.
L’ambiente è alterato da queste immissioni di sostanze chimiche che si accumulano e permangono nelle acque, nell’aria, nei terreni.
Il continuo aumento dell’uso di queste sostanze aumenta i costi e la Monsanto ha recentemente geneticamente modificato la più diffusa varietà di patate inserendo al suo interno un gene pesticida.
In tale maniera l’acquisto della pianta avviene direttamente dalla Monsanto e ciò riduce l’autonomia delle comunità i cittadini non sapranno mai che mangiano perché in gran parte del mondo non è obbligatorio dichiarare se l’alimento è geneticamente modificato, berranno le acque da falde inquinante, mangeranno cibi pieni di tossine, usando essi acque inquinati, subiranno i processi di impoverimento dei suoli, erosione superficiale e desertificazione, non lavoreranno perché nell’industrializzazione dell’agricoltura si riducono gli addetti.
Le modalità produttive determinano il paesaggio.

Figura 4

La Figura 4 mostra alcune delle più di 5000 varietà di patate coltivate nel mondo fino alla seconda guerra mondiale. Ognuna di esse aveva caratteri propri e adattandosi a contesti meteoclimatici e pedologici riduceva i costi energetici e di risorse (in particolar modo di acqua).
Attualmente quattro varietà coprono circa il 90 % della produzione mondiale. Sono le varietà che garantiscono maggiori quantità di prodotto per ettaro, durata dopo il raccolto, pur richiedendo un contributo energetico in termini di acqua, concimi e fitofarmaci molto elevato.
Il tipo di prodotto determina le modalità di produttive e il paesaggio.

Figura 5

La Figura 5 mostra una confezione di patatine fritte commercializzate dalle catene di alimentazione rapida. Questo è il prodotto dell’agricoltura industrializzata ma è anche l’origine del tipo di produzione che conforma il paesaggio. La scelta della tipologia di patata infatti è stata fatta dalle grandi società di vendita al dettaglio. Il 30% delle patate commercializzate negli Stati Uniti d’America sono congelate ed afferisce ad un numero molto ridotto di produttori; parte delle patate è commercializzata dalla McDonald’s che fin dagli anni sessanta ha richiesto standard che gli permettessero il trattamento più conveniente e la fornitura più semplificata, standard che di fatto hanno indirizzato sia la varietà del prodotto che le modalità produttive.
È quindi la richiesta dei grandi distributori che come nelle logiche di questo mercato ha imposto le modalità produttive ed il paesaggio ad esse connesse.
I grandi venditori determinano il tipo di prodotto, le modalità produttive e il paesaggio.

Quando si mangiassero le patatine fritte industrializzate si dovrebbe avere la consapevolezza di produrre quel paesaggio (industrializzato), quel modello produttivo (iniquo), quel danno ambientale (inquinamento e degrado delle risorse).
I consumatori determinano la merce, il tipo di prodotto, le modalità produttive e il paesaggio.

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Adriano Paolella

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm


‘Ndrangheta, scomparsa collaboratrice giustizia, aveva già subito un tentativo di omicidio

Lea Garofalo, 35 anni, nelle sue dichiarazioni aveva fatto riferimento alle cosche di Petilia Policastro (Crotone) ma non era sotto protezione. Si sono perse le sue tracce mentre si trovava a Milano dove era in visita a parenti

‘Ndrangheta, scomparsa collaboratrice giustizia
aveva già subito un tentativo di omicidio

Arrestato il convivente. Per gli inquirenti è il mandante della fallita aggressione avvenuta Campobasso

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'Ndrangheta, scomparsa collaboratrice giustizia aveva già subito  un tentativo di omicidio
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PETILIA POLICASTRO (Crotone) – Prima hanno tentato di ucciderla e poi l’hanno rapita per vendetta dopo che aveva fatto dichiarazioni sulle cosche della ‘ndrangheta di Petilia Policastro. E’ la storia di Lea Garofalo, di 35 anni, per la quale adesso si teme il peggio: potrebbe, infatti, essere stata sequestrata per essere uccisa.
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Della vicenda si sta occupando la Procura della Repubblica di Campobasso, che ha disposto l’arresto dell’ex convivente della donna, Carlo Garofalo, di 40 anni, e di Massimo Sabatino, di 37 anni, già detenuto per altri motivi. Secondo quanto è emerso dalle indagini dei carabinieri di Campobasso, Cosco sarebbe stato il mandante del tentativo di omicidio della donna, messo in atto da Sabatino e non riuscito per la reazione della donna. Maggiori dettagli sulla vicenda verranno forniti nella conferenza stampa che i magistrati della Procura di Campobasso e i carabinieri hanno fissato per lunedì prossimo nel capoluogo molisano. Ma molti dettagli stanno già emergendo in tutta la loro drammaticità.
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Lea Garofalo sarebbe stata a conoscenza degli affari delle cosche di Petilia Policastro ed aveva parlato anche dell’omicidio del fratello, Floriano, ucciso in un agguato nel 2005 a Pagliarelle, una frazione di Petilia. La donna, inoltre, aveva rivelato particolari su un altro omicidio, quello di Antonio Comberiati, avvenuto a Milano nel 1995, e su un traffico di droga in cui era rimasto coinvolto anche il fratello.
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La donna è stata sentita più volte dai carabinieri e dai magistrati della Dda di Catanzaro, ma a causa di alcune contraddizioni e di una certa genericità delle sue dichiarazioni, secondo quanto riferiscono adesso ambienti investigativi, non era stata ammessa al programma di protezione. Rimanendo così esposta ad una potenziale situazione di pericolo che adesso si sarebbe concretizzata nel modo più clamoroso.

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Dopo avere fatto le sue dichiarazioni, la donna aveva deciso di trasferirsi a Campobasso insieme alla figlia, dove aveva tentato di rompere col suo passato. Non c’era riuscita, però, perché Cosco avrebbe ordinato il suo omicidio, affidandone l’esecuzione a Sabatino, entrato nell’abitazione spacciandosi per idraulico. Dopo il tentativo di omicidio, la donna avrebbe tentato di riprendere una vita normale, con l’aiuto della figlia, ma la vendetta delle cosche era sempre in agguato e si è materializzata nel novembre scorso.
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In quel periodo la donna si trovava a Milano, dove si era recata insieme alla figlia per risolvere alcune questioni familiari. E proprio nel capoluogo lombardo la donna è scomparsa non presentandosi ad un appuntamento che aveva con la figlia alla stazione ferroviaria per prendere un treno col quale sarebbe rientrata in Calabria. Da quel momento della donna si è persa ogni traccia e la figlia ha immediatamente sporto denuncia. Il timore di magistrati ed investigatori è che possa essere stata uccisa e il suo cadavere fatto sparire. Adesso gli inquirenti stanno cercando di capire se Cosco e Sabatino abbiano responsabilità anche nella scomparsa di Lea Garofalo.
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06 febbraio 2010
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DOVE VA LA GERMANIA? – I neonazisti tedeschi potranno distribuire cd di propaganda fuori dalle scuole

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I neonazisti tedeschi potranno distribuire cd di propaganda fuori dalle scuole

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BERLINO (6 febbraio) – Il partito neonazista tedesco (Npd) è stato autorizzato dall’ufficio per i giovani a distribuire gratuitamente davanti alle scuole un cd di sua produzione. Lo scrive oggi il quotidiano Suddeutsche Zeitung. Il cd contiene interviste a membri del Npd e di cantanti simpatizzanti intervallate da 12 brani di gruppi dai nomi evocativi come Divion Germania o Noie Werte (nuovi valori).

Secondo la direttrice dell’ufficio per i giovani, Elke Monsenengberding, i suoi collaboratori non hanno trovato nessun motivo valido per impedire la distribuzione del cd. Il contenuto, ha assicurato, è la semplice espressione di opinioni politiche.

Esponenti del Npd hanno espresso sul loro sito soddisfazione per questa decisione che permette al partito «di continuare a portare le sue idee presso le scuole, i giovani, i primi elettori».

Lo scorso novembre lo stesso ufficio per i giovani aveva vietato la vendita ai minori dell’ultimo album del gruppo metal tedesco Rammstein per via di una canzone apertamente sadomasochista.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=90435&sez=HOME_NELMONDO

Cassazione, sentenza beffa aiuta i boss. Ma Alfano: eviteremo risvolti disastrosi

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I procedimenti potrebbero passare alla Corte d’Assise, annullando il lavoro già svolto

Cassazione, sentenza beffa aiuta i boss
Ma Alfano: eviteremo risvolti disastrosi

Un pronunciamento finalizzato a rafforzare la lotta alla mafia rischia invece di far saltare molti processi ai capi

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Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano (Lapresse)
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano (Lapresse)

ROMA – Una sentenza della Cassazione rivoluziona la competenza nella trattazione dei processi di mafia: secondo i supremi giudici, in presenza di alcune aggravanti, la pena può lievitare anche fino a 30 anni di reclusione e dunque il dibattimento deve essere tenuto davanti alla Corte d’assise (competente per i reati puniti con l’ergastolo o la reclusione non inferiore ai 24 anni). Possibile conseguenza della decisione è l’azzeramento di tutti i processi di mafia, anche quelli già chiusi con sentenze che non siano ancora definitive.

IL CASOLa sentenza, emessa dalla prima sezione penale della Suprema Corte il 21 gennaio scorso, riguarda un processo celebrato a Catania (contro Attilio Amante e altri otto imputati), in cui si erano dichiarati incompetenti sia il Tribunale, con un’ordinanza del 7 maggio 2009, che la Corte d’assise, con un’altra ordinanza, datata 12 ottobre. Due settimane fa la Suprema Corte ha stabilito che competente a giudicare è la Corte d’assise. La sentenza (finora è noto solo il dispositivo), passata sotto silenzio, sta suscitando dubbi e perplessità negli uffici giudiziari, con importanti processi per mafia che rischiano di ricominciare da zero. È successo nei giorni scorsi a Palermo, dove la questione era stata sollevata d’ufficio dalla quarta sezione del Tribunale (la stessa davanti alla quale sta deponendo, in questi giorni, Massimo Ciancimino); venerdì è stato rinviato un altro dibattimento, su richiesta congiunta del pm Caterina Malagoli e dei difensori, anche a Termini Imerese. La questione, sollevata da numerosi Pm, sarà affrontata lunedì 15 febbraio dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, presieduta da Francesco Messineo.

LA NORMA «ANTIMAFIA»Paradossalmente, a scatenare l’emergenza è stata una norma antimafia, contenuta nel pacchetto sicurezza, divenuto legge nel luglio 2008: se agli imputati di associazione mafiosa vengono infatti contestate talune aggravanti – ad esempio essere stati «capi e promotori», di avere agito con un’associazione armata e di avere reimpiegato in iniziative economiche i proventi di attività criminali – la pena lievita anche fino a 30 anni e dunque scatta la competenza della Corte d’assise. Questo vuol dire che, anche con effetto retroattivo, i giudizi già celebrati in Tribunale o in Corte d’appello sono potenzialmente nulli.

I PROCESSI A RISCHIO Proprio la settimana scorsa i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo hanno avuto 30 anni in uno dei dibattimenti del filone «Addiopizzo». E due settimane fa la stessa sorte, in appello, era toccata ai boss Nino Rotolo (condannato a 29 anni) e Franco Bonura (23). Nel processo rinviato dal tribunale di Palermo sono imputati i fratelli Nino, Aldo, Salvo e Giuseppe Madonia. A Termini, in una tranche del «Perseo», Giusto Arnone, Alessandro Capizzi, Giuseppe Ciancimino, Giuseppe La Rosa. Con l’operazione Perseo i carabinieri di Palermo avevano bloccato il tentativo di ricostituire la commissione di Cosa Nostra. Un ddl diretto ad assegnare la competenza dei reati di associazione mafiosa era stato ritirato, nel 2009, per la protesta dei pm antimafia. Ora il rischio di far saltare tutti i processi e di vedere i boss tornare liberi per decorrenza dei termini è altissimo. E in futuro, l’eventuale assegnazione alla Corte d’assise presenta il rischio di ingolfamento ulteriore per una giustizia già lenta. Oltre al fatto di far giudicare reati come quelli di mafia da una maggioranza di giudici popolari, che non sono tecnici e che, soprattutto, in realtà come quelle meridionali, potrebbero essere condizionati e intimiditi.

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IL GOVERNO RIMEDIERÀ «Faremo di tutto per evitare che ci possano essere conseguenze negative e che si possa creare un grande paradosso e cioè che dall’inasprimento delle pene per i reati di 416 bis possano derivare benefici per i boss» ha detto da Palermo il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Eviterei aggettivi estremi ed eccessi di ansia – ha aggiunto Alfano commentando l’allarme di alcuni Pm – perché il governo dell’antimafia delle leggi e dei fatti, provvederà a fare in modo che effetti distorsivi non si verifichino. Tutti stiano tranquilli perché il governo farà in modo che non ci siano conseguenze negative nascenti da un fatto positivo». Anche il leader dell’opposizione, il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, chiede all’esecutivo di rimediare al più presto. «La sentenza della Cassazione rischia di avere effetti catastrofici sui processi in corso – ha detto il leader democratico -. Bisogna che il governo intervenga immediatamente con un provvedimento d’urgenza per ristabilire certezza normativa sulla competenza dei tribunali». Enrico Sanseverino, presidente dell’Ordine degli avvocati di Palermo, afferma che la sentenza della Cassazione pone «l’inevitabile problema di intasamento delle Corti d’assise e i vuoti d’organico».

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Redazione online
05 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_05/cassazione-norma-antimafia-processi-a-rischio_7a1590ca-1277-11df-b50d-00144f02aabe.shtml

Padre si sfoga su Facebook contro assistenti sociali, denunciato: “E’ diffamazione via Internet”

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Padre si sfoga su Facebook contro assistenti sociali “E’ diffamazione via Internet”

Per i suoi commenti pungenti l’uomo – un padre separato con due figli di 7 e 11 anni – è stato denunciato dal Presidente dell’Ordine degli assistenti sociali e ora è indagato

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Roma, 6 gennaio 2010  – M. G., romano, classe 1966, è uno dei tanti padri separati italiani che da anni combatte in Tribunale per vedere riconosciuti i propri diritti. Ma Marco è anche uno dei tanti iscritti a facebook che utilizza il socialnetwork per esprimere giudizi, pareri o lamentele su ciò che accade nella vita di tutti i giorni.

La sua storia inizia da una difficile separazione giudiziale con la moglie. I bambini, di 7 e 11 anni, vengono inizialmente affidati a lui per alcuni gravi episodi di maltrattamento da parte della madre e dal di lei compagno nei confronti dei mambini. Poi, visti i suoi ipossibili turni di lavoro (fa la guardia giurata), vengono nuovamente affidati alla madre ma con il «controllo» dei servizi sociali e degli assistenti sociali del Comune di Roma.

Ma gli assistenti sociali – a suo parere – non riferiscono puntualmente al Tribunale di come i due bambini continuano a venire maltrattati ed abbandonati, per ore da soli in casa, dalla madre. Ed allora, forse per sfogarsi, forse per trovare appoggi, sfoga la propria rabbia sul socialnetwork : è il 3 giugno 2009. La situazione nel corso dei mesi non migliore anzi peggiora. Qualche giorno fa per Marco un’atra amara sorpresa: per quei commenti pungenti su facebook è stato denunciato dal Presidente dell’Ordine degli assistenti sociali e dopo alcuni mesi arriva la richiesta di conclusione delle indagini preliminari della Procura di Roma.

È indagato per diffamazione a mezzo internet. Assistito, nell’imminente processo penale, dagli avvocati Anna Orecchioni e Giacinto Canzona, assicura che continuerà a sostenere, dentro e fuori le aule di giustizia, le sue ragioni di padre separato.

fonte agi

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/cronaca/2010/02/06/289777-padre_sfoga_facebook.shtml

Napoli, elettricista 56enne si impicca in un bosco: lavorava in nero da 23 anni

Napoli, elettricista 56enne si impicca in un bosco: lavorava in nero da 23 anni

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NAPOLI (5 febbraio) – Un uomo di 56 anni si è ucciso impiccandosi a un albero del bosco di Capodimonte a Napoli. Secondo quanto si è appreso, da un po’ di tempo era depresso a causa delle difficoltà nelle quali si trovava per gravi problemi di lavoro.

L’uomo viveva con la famiglia a Casalnuovo, in provincia di Napoli. Sposato, aveva una figlia di 17 anni ed un figlio di 12 anni. Avrebbe lasciato alcuni messaggi per manifestare tutto il suo profondo stato di prostrazione e chiedere ai figli di essere vicini alla madre.

G.V. lavorava in nero da 23 anni per una ditta che allestiva le luminarie per le feste di piazza. L’elettricista aveva ricevuto l’offerta di regolarizzare la propria posizione contributiva e di essere assunto, ma avrebbe dovuto rinunciare ai contributi, agli assegni di famiglia e ad altri diritti maturati in tanti anni di lavoro.

Depresso, incerto sul da farsi, tra la fuoriuscita dall’incertezza di un lavoro precario e la rinuncia a diritti acquisiti, G.V. ha lasciato un biglietto alla moglie con la spiegazione del suo gesto tragico.

Originario del rione Sanità a Napoli, l’uomo si era trasferito a vivere con la moglie e la figlia a Casalnuovo.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=90351&sez=HOME_INITALIA

Bossi all’attacco di Casini: non conta nulla. La replica: se è così perché parla di noi?

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Bossi all’attacco di Casini: non conta nulla
La replica: se è così perché parla di noi?

Il leader dell’Udc auspica un candidato unico in Puglia. Fitto: vuole scherzare. Calabria, Bersani: primarie di coalizione

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CASSANO MAGNAGO (VARESE) 6 febbraio – «Casini non conta niente, questa è la verità». Così il ministro delle Riforme e leader della Lega, Umberto Bossi, ha replicato a Pier Ferdinando Casini che ieri aveva affermato che in Lombardia si è cementificato un potere tra Comunione e liberazione e la Lega. «Tutti i giorni – ha proseguito Bossi – Casini se ne inventa una ma la gente se la ride dell’Udc. Il suo partito qui non ha spazio ne parleremo dopo le elezioni».

Al verde ci pensa la Lega. Scambio di battute tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro delle Riforme, Umberto Bossi, sul verde in Lombardia. Il premier in collegamento telefonico con la cerimonia per la prima pietra della Pedemontana, ricordando che il progetto prevede la piantumazione di un milione di alberi, ha sottolineato che bisognerebbe metterne molti di più per rendere ancora più verde la Lombardia. A questo punto Umberto Bossi, seduto in prima fila, si è alzato, ha preso un microfono e ha assicurato, scherzando Silvio Berlusconi: «Silvio, sono Bossi… lasa stà (lascia stare), al verde ci pensa la Lega» con evidente riferimento al colore leghista.

Casini: perché parla di noi?
«Bossi dice che non contiamo nulla, ma parla sempre di noi». È questa la risposta di Pier Ferdinando Casini, alle dichiarazioni odierne di Bossi. «Mi viene il dubbio – ha detto il leader del’Udc, a Bari per un incontro elettorale – che Bossi abbia capito bene: siamo l’unico argine, al Nord come al Sud, proprio a lui e alla Lega».

In Puglia possibile candidato unico. «Noi riteniamo che un accordo con il Pdl si possa fare accettando un ticket con la presidenza ad Adriana Poli Bortone e Rocco Palese alla vice presidenza». È l’appello rivolto da Pier Ferdinando Casini oggi a Bari per presentare ufficialmente il candidato presidente per Udc e Io Sud alle prossime regionali. «Noi sappiamo che il Pdl è più forte di noi, rispettiamo la forza del Pdl ma – ha continuato – tra i due candidati Adriana Poli Bortone ha una caratura riconosciuta da tutti».

Pdl più forte nei sondaggi ma Poli Bortone più forte come candidato. «I sondaggi non lasciano margini al dubbio, certo che la Pdl è più forte dell’Udc in Puglia, che scoperta, non abbiamo mica fatto un miracolo, io la moltiplicazione dei pani e dei pesci, neanche dei cani e dei pesci, riesco a fare». La battuta è di Pier Ferdinando Casini, a Bari per sostenere la candidatura alla presidenza della Regione Puglia alle prossime regionali di Adriana Poli Bortone (Io Sud). «Ma soggettivamente Adriana Poli Bortone – ha detto Casini – è largamente più forte di qualsiasi altro candidato». «Perchè il mio appello, oggi, al Pdl? Perchè – ha spiegato Casini – leggo tutti i giorni sui giornali pugliesi di presunti ticket, di accordi, di non accordi, e quindi è bene che queste cose si affrontino alla luce del sole, con trasparenza, non è che si affidano a patti segreti, i patti segreti non esistono più da tempo, i patti vanno fatti alla luce del sole».

Preoccupato per Pd. «Una mia valutazione sulla ritrovata armonia tra Idv e Pd? Preoccupata per il Pd, molto preoccupata». La battuta è di Pier Ferdinando Casini, leader Udc, che aggiunge: «L’Italia è un Paese in cui il bipolarismo non funziona e determina un clima di favoritismo nei confronti di personaggi come Di Pietro e Bossi, che non meritano di essere favoriti».

Fitto: Casini ha voglia di scherzare. «È evidente che si sta cercando di creare un clima di contrapposizione e di scontro che non fa bene a nessuno». Così il ministro dei Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, risponde a Casini. «Diciamo che in questo week end pugliese – ha concluso Fitto – l’amico Pierferdinando Casini ha voglia di scherzare».

Calabria, Bersani: primarie di coalizione. «Anche il segretario deve rispettare le procedure del partito che prevedono le primarie, sarebbe auspicabile che fossero di coalizione perchè così si allarga la presenza anche ad altri candidati. Vedremo in queste settimane cosa succederà». Lo ha detto il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, parlando a margine del congresso dell’Italia dei Valori della questione della Calabria.

Di Pietro: su Calabria e Campania nessun ricatto. In Puglia «Vendola ha convinto pure te. Quanto a Calabria e Campania non voglio fare forzature. Non ci sono condizioni per cui se mi dai la Calabria, io ti do la Campania perchè per un patto tra gentiluomini che vogliono fare il governo insieme non si parte con un ricatto». Antonio Di Pietro si rivolge così al segretario del Pd Pier Luigi Bersani. «Se noi andiamo da soli – spiega – Berlusconi vince in 13 regioni. Bisogna ragionare e e stare con i piedi per terra. Bisogna trovare un punto di incontro» con gli alleati. Di Pietro torna ancora sulla Campania e ammonisce che, se non si trovano soluzioni e non si vince, «l’alternativa sarebbe Caldoro che è il “rectius Cosentino, la Campania non può andare a finire nella fogna della camorra, ai casalesi», conclude

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=90406&sez=HOME_INITALIA