Archivio | febbraio 7, 2010

LE REGOLE – Discriminazioni uomo-donna: Maxisanzioni al datore di lavoro

Discriminazioni uomo-donna,
maxisanzioni al datore di lavoro

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di Maria Rosa Gheido

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Si rafforza il diritto delle lavoratrici a percepire, a parità di condizioni, la stessa retribuzione dei colleghi maschi. In caso di condanna per comportamenti discriminatori, l’inottemperanza del datore di lavoro al decreto del giudice è punita con l’ammenda fino a 50mila euro o con l’arresto fino a sei mesi. Sono alcune novità introdotte dal decreto legislativo 5 del 25 gennaio 2010, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale 29 del 5 febbraio. Il provvedimento dà attuazione alla direttiva 2006/54/Ce sul principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, modificando in più parti il Codice delle pari opportunità (Dlgs 198/06).

Il nuovo testo rafforza il principio che la parità di trattamento e di opportunità fra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compresi quelli dell’occupazione, del lavoro e della retribuzione, accompagnandolo con sanzioni più severe. In caso di condanna per comportamenti discriminatori, l’inottemperanza al decreto del giudice del lavoro non sarà più punita, dunque, in base all’articolo 650 del Codice penale, per «inosservanza del provvedimento dell’autorità», bensì con l’ammenda fino a 50mila euro o con l’arresto fino a sei mesi.
Al Codice delle pari opportunità è aggiunto l’articolo 41-bis che assicura la tutela giurisdizionale alla «vittimizzazione», ossia ai comportamenti messi in atto contro una persona che si è attivata per ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento fra uomini e donne.
Aumentano anche le sanzioni amministrative per la violazione ai divieti di discriminazione in materia di formazione, accesso al lavoro, trattamento retributivo.

Il nuovo articolo 28 del Dlgs 198/06 vieta qualsiasi discriminazione diretta o indiretta, su qualunque aspetto o condizione delle retribuzioni per quanto riguarda uno stesso lavoro o un lavoro a cui è attribuito un valore uguale.

Al fine dell’applicazione del principio di parità in materia di occupazione e impiego è considerata discriminazione diretta tutto ciò che comporta, per ragioni riconducibili al sesso, un trattamento meno favorevole rispetto a quello di un’altra persona in situazione analoga. Si ha discriminazione indiretta, invece, quando una persona è messa in condizioni di svantaggio rispetto ad altra di sesso diverso, da norme, prassi, criteri, atti o comportamenti, apparentemente neutri.

Con l’aggiunta all’articolo 25 del Dlgs 198/06 del comma 2-bis, è definito discriminazione, ai fini della tutela in esame, ogni trattamento meno favorevole in ragione dello stato di gravidanza, nonché di maternità o paternità, anche adottive, ovvero in ragione della titolarità e dell’esercizio dei relativi diritti.

In linea con il diritto comunitario, che vieta formalità o adempimenti che costituiscano discriminazione di genere, è abrogato il comma 2 dell’articolo 30 del Dlgs 198/06 che, nel disciplinare il divieto di discriminazioni dell’accesso alle prestazioni professionali, poneva alle lavoratrici che intendessero proseguire l’attività lavorativa oltre l’età per il pensionamento di vecchiaia (60 anni), l’obbligo di comunicarlo al datore di lavoro almeno tre mesi prima della maturazione del diritto (onere già dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale, si veda «Il Sole 24 Ore» del 30 ottobre 2009).

Con l’entrata in vigore del Dlgs 5/2010, il 20 febbraio prossimo, le lavoratrici in possesso dei requisiti per la pensione di vecchiaia hanno semplicemente il diritto di proseguire il rapporto di lavoro fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini (65 anni).
Significativo anche il passaggio dal proposito di eliminare ogni distinzione di genere che potesse limitare o compromettere l’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali che connotava l’articolo 1 del Dlgs 198/06, all’affermazione di principio del nuovo testo: la formulazione di qualsivoglia legge, regolamento, atto amministrativo, politica o attività deve tenere presente l’obiettivo della parità di trattamento e di opportunità fra donne e uomini.

Oltre che costituirsi in giudizio contro l’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori diretti o indiretti di carattere collettivo, le consigliere o i consiglieri di parità provinciali e regionali possono ricorrere innanzi al tribunale in funzione di giudice del lavoro o, per i rapporti sottoposti alla sua giurisdizione, al tribunale amministrativo regionale territorialmente competenti, su delega della persona che ha interesse, o possono intervenire nei giudizi da questa promossi.

Cambia infine la composizione del Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità, istituito presso il ministero del Lavoro.
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LE NOVITÀ IN NOVE PASSI

1. PENSIONE DI VECCHIAIA
Le lavoratrici con requisiti per la pensione di vecchiaia (60 anni) hanno diritto a proseguire il lavoro fino all’età prevista per gli uomini (65 anni). Eliminato l’obbligo della comunicazione preventiva al datore di lavoro tre mesi prima del pensionamento previsto

2. RETRIBUZIONE
Divieto di discriminazione per lo stesso lavoro o per lavoro al quale è attribuito un valore uguale.
Significa, in pratica, parità di condizioni, mansioni, luogo di lavoro, retribuzione, eccetera

3. DISPARITÀ DI TRATTAMENTO
La disparità di trattamento verso i dipendenti, uomini o donne, può costare al datore l’ammenda fino a 50mila euro e l’arresto fino a sei mesi. Prima la sanzione pecuniaria arrivava a un massimo di 206 euro, l’arresto non oltre i tre mesi

4. INOSSERVANZA
Le attuali sanzioni amministrative, che vanno da 103 a 516 euro, saranno aumentate da un minimo 250 euro a un massimo di 1.500 euro

5. ADOZIONI INTERNAZIONALI
Il divieto di licenziamento scatta dalla comunicazione della proposta di adozione o dalla comunicazione dell’invito a recarsi all’estero per ricevere la proposta di abbinamento. Il divieto dura poi fino a un anno dall’ingresso del minore nel nucleo familiare

6. CONTRATTI COLLETTIVI
Possono stabilire misure specifiche (codici di condotta, linee guida e buone prassi) per giocare d’anticipo sulle discriminazioni sessuali

7. PENSIONI COMPLEMENTARI
Vietata qualunque forma di discriminazione nelle forme pensionistiche complementari, sulle regole di accesso, sui contributi e sulle prestazioni. Alla Covip il potere di verificare i dati attuali dei Fondi pensione che giustificano eventuali deroghe

8. ORGANISMI DI PARITÀ
Passa da 5 a 6 il numero dei componenti designati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro nel comitato nazionale presso il ministero del Lavoro

9. AGGIORNAMENTO
Vietata qualunque forma di discriminazione tra sessi in materia di aggiornamento professionale e di progressione di carriera dei lavoratori

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07 febbraio 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2010/02/lavoro-codice-par-condicio.shtml?uuid=41103dac-13ee-11df-a7b6-0f2874d20b69&DocRulesView=Libero

«Troppe minacce, rinunciamo»: Sciolta l’associazione Sos racket

Avevano smascherato con un video la «Signora Gabetti», boss delle case Aler occupate

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«Troppe minacce, rinunciamo»
Sciolta l’associazione Sos racket

Terza intimidazione in pochi mesi per il presidente Frediano Manzi: «Siamo stati abbandonati»

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MILANO – Dopo l’ennesimo atto intimidatorio, il presidente di Sos Racket e Usura Frediano Manzi ha deciso di sciogliere l’associazione attiva da 13 anni. Domenica mattina ignoti hanno dato fuoco con liquido infiammabile al suo furgone per la consegna dei fiori a Caronno Pertusella (Varese). Manzi che ha poi contattato i sette membri del Consiglio direttivo e insieme hanno deciso la chiusura dell’associazione. «Negli ultimi tre mesi – spiega – questo è la terza pesante intimidazione che riceviamo, dopo che hanno sparato contro un chiosco a Parabiago e hanno messo una bomba carta nel chiosco di Nerviano, senza contare ovviamente le telefonate ricevute. Ma non è per paura che chiudiamo, ma per la totale impossibilità di lavorare in condizioni di sicurezza». Manzi spiega di non sapere da dove provengano tutti questi atti intimidatori «viste le decine d’inchieste aperte in tutta Italia in conseguenza alle nostre denunce» ma non intende mettere a rischio «le decine di volontari che collaborano con un’associazione alla quale non è stata trovata neanche una sede sicura».

LA «SIGNORA GABETTI» – Una delle ultime denunce di Sos Racket e Usura ha portato all’arresto di Giovanna Pesco, detta «la signora Gabetti», e di altre persone con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’occupazione abusiva di appartamenti, alcuni di proprietà dell’Aler, in via Padre Luigi Monti, nella periferia nord di Milano. «Dopo questa denuncia – ricorda Manzi – si sono interrotti completamente i rapporti con la Regione Lombardia, mentre da gran parte delle istituzioni milanesi non abbiamo mai avuto nessun appoggio: il sindaco Moratti non ha mai detto una parola, il vicesindaco De Corato ci ha delegittimati in pieno».

QUARTIERI «PROIBITI» – Da quando Sos Racket e Usura si è occupata del racket delle case popolari a Milano, «non possiamo più entrare in alcuni quartieri della città senza essere bersagliati da insulti e minacce», prosegue Manzi. «Questo non è tollerabile in un paese civile, come non è tollerabile che parte delle istituzioni milanesi abbiano con noi avuto un atteggiamento non d’appoggio ma di scontro e delegittimazione, dopo che noi abbiamo dimostrato che, per la loro inerzia, hanno creato a Milano dei quartieri ghetto, permettendo di fatto alla criminalità organizzata di sostituirsi allo stato». Collaborazione è arrivata dalle forze dell’ordine ma «per il resto siamo stati totalmente lasciati allo sbando. Non ce la sentiamo più di andare avanti in questo stato – aggiunge – sembra di essere nel quartiere Zen di Palermo, non a Milano». Sul sito dell’associazione, un video che proviene dagli abitanti di via Padre Luigi Monti: «Questo sarà l’ultimo documento che noi pubblicheremo». Cancellato anche il presidio per la legalità organizzato dall’associazione per sabato 13 febbraio in via Ciriè a Milano.

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Redazione online
07 febbraio 2010

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_febbraio_7/sos-racket-usura-frediano-manzi-scioglimento-minacce-1602420909181.shtml

Ucraina, ballottaggio: Yulia Tymoshenko all’attacco del favorito Viktor Yanukovich / Ucraina al voto, la protesta è in topless

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Ucraina, ballottaggio: Yulia Tymoshenko all’attacco del favorito Viktor Yanukovich

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Dall’inviato del Sole24ore Antonella Scott

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«Mi ferisce constatare che il sindaco di Kiev è in combutta con Yanukovic”. Si chiude così la sfida presidenziale tra il primo ministro e il rivale favorito nel voto di domenica

Nel giorno della scelta, una calma un po’ surreale è scesa su Kiev. L’Ucraina è chiamata a votare un nuovo presidente, Viktor Yanukovich o Yulia Tymoshenko, e il sentimento che sembra prevalere è la mancanza di entusiasmo per entrambi. E’ una scelta “tra una stagnazione permanente e una rivoluzione cronica”, titola il settimanale Korrespondent, mettendo in copertina uno Yanukovich in uniforme sovietica e una Tymoshenko con una granata tra le mani. I sostenitori di lui imputano all’attuale primo ministro gli errori e le delusioni di questi cinque anni di Rivoluzione arancione. Per gli elettori del Blocco Tymoshenko, invece, il leader del Partito delle Regioni è un uomo d’apparato, privo delle qualità necessarie a un ruolo internazionale. Chi non si è lasciato convincere da nessuno dei due trova in fondo alla propria scheda elettorale una terza opzione: “Non sostengo nessuno dei due candidati”. “Questa è la vera democrazia”, afferma orgogliosa Tanja Masmanjan, presidente del seggio n.8, nel centro di Kiev.

Un’altra forma di protesta, che sicuramente si è notata di più, è stata quella di quattro attiviste che nel seggio della capitale in cui ha votato Yanukovich si sono mostrate in topless gridando “basta abusare del paese”, un attacco alle “manipolazioni del sistema elettorale” a prescindere dai due schieramenti. I quali nel frattempo hanno continuato a lanciarsi accuse di frodi e comportamenti scorretti, qua e là nel paese. La Tymoshenko ha già avvertito che non riconoscerà i risultati provenienti da oltre mille seggi, nelle regioni orientali roccaforte di Yanukovich dove i rappresentanti del suo partito non avrebbero avuto accesso alle commissioni elettorali.

Vincitore del primo turno, favorito anche oggi nei sondaggi, Yanukovich non ha lasciato niente al caso e ha fatto schierare in città, davanti alla Commissione elettorale e alle sedi istituzionali, drappelli di “volontari” vestiti di nero, ben poco disponibili a spiegare la vera ragione della loro presenza. “Siamo qui per preservare l’ordine – taglia corto uno – e impedire provocazioni”. Una misura preventiva, aggiunge un altro. Quanto rimarrete? “Quanto necessario”. Di fronte alla sede del Governo il capo di un altro manipolo accampato nelle tende blu, Serghej, accetta di parlare ma solo dopo aver fotografato i documenti di chi fa domande. “Veniamo dall’est, siamo qui per assicurarci che tutto avvenga in modo pulito”. Nei giorni scorsi Dmitro Ponamarchuk, capo ufficio stampa di Yanukovich, aveva ammesso che questi “simpatizzanti” sono pagati, 150 grivne al giorno, meno di 14 euro.

Al contrario,
del campo di Yulia Tymoshenko nessuna traccia, vuota la piazza dell’Indipendenza che cinque anni fa si era colorata di arancione. Con l’aria un po’ stanca, la Tymoshenko ha votato a Dnepropetrovsk accanto al marito, spiegando di aver voluto “un’Ucraina nuova, bella ed europea”. Il suo avversario ha invece spiegato che gli ucraini “meritano una vita migliore”. Secondo un sondaggio di cui parla la radio russa Eco di Mosca, senza però spiegarne la provenienza, Yanukovich guiderebbe questo secondo turno con il 49,4% dei voti, alla Tymoshenko andrebbe il 45,3.

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06 febbraio 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2010/02/tymoshenko-elezioni-ucraina.shtml?uuid=9639348a-132d-11df-a87b-379a4ea808e6&DocRulesView=Libero

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Ucraina al voto, la protesta è in topless

Ucraina al voto, la protesta è in topless

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Sexy protesta nel seggio dove ha votato il leader dell’opposizione filorussa Viktor Ianukovich, uno dei due candidati che si sfidano al ballottaggio presidenziale. Quattro giovani donne di un gruppo femminista denominato “Femen” si sono presentate a seno nudo intonando lo slogan “Basta abusare del Paese” ma la polizia le ha subito bloccate portandole al commissariato per violazione dell’ordine pubblico. Una delle manifestanti, Alexandra Shevcenko, ha spiegato ai giornalisti che “ciò che è successo in Ucraina durante le elezioni potrebbe mettere fine alla democrazia”. Le autrici della protesta hanno assicurato di non sostenere nessuno dei due candidati e di aver scelto quel seggio perché era quello dove doveva votare Ianukovich

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Ucraina al voto, la protesta è in topless

Ucraina al voto, la protesta è in topless

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/02/07/foto/ucraina_al_voto_la_protesta_in_topless-2216399/1/?rss

MILANO – Un’altra minaccia a un rompiballe di razza. 23 pallottole davanti al teatro dove va in scena Cavalli

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Un’altra minaccia a un rompiballe di razza. 23 pallottole davanti al teatro dove va in scena Cavalli

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di Pietro Orsatti – 6 febbraio 2010

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Milano. Giulio Cavalli è un rompiballe.
Uno di quei rompiballe che ce ne vorrebbe qualche centinaio per rendere questo Paese un posto appena appena vivibile invece della fogna in cui si è trasformato. Questa sera Giulio il giullare non è riuscito ad andare in scena a Milano.

Non per la neve. Non per un problema tecnico. Non è andato in scena per 23 pallottole messe in bella vista davanti al teatro. Ventitre, numero tondo ed inequivocabile. Pallottole trovate dagli agenti della Digos milanese che ormai lo seguono giorno per giorno. A cento passi dal Duomo.
Eh si, Giulio Cavalli è un vero rompiballe. Perché questa sera ha deciso di non andare in scena. Anche se il pubblico l’avrebbe voluto vedere comunque. «Facce ride… facce piagne…», uno quasi vorrebbe che la cosa finisse lì. No, Giulio è talmente rompiballe che non è riuscito e non ha voluto andare in scena con l’angoscia di sentirsi ancora e ancora minacciato. Perché Giulio è anche una persona seria e con quello stato d’animo avrebbe fatto un pessimo spettacolo e un pessimo servizio al suo pubblico. Perché Giulio è prima di tutto uomo civile e artista, voce narrante di una Lombardia colonizzata da omuncoli d’onore con commercialista brianzolo. Nomi, cognomi e presa per culo. Questa è l’arte del giullare Cavalli. Tu sei un mafioso? E io ti porto in scena, ti svelo, metto in ridicolo la tua criminalità, umanità presunta, presunto potere.

Scrivo mentre ho ancora dentro la testa le sue parole appena pronunciate al telefono. «Non se ne può più. Non di andare avanti, non di continuare a fare questa storia. Non se ne può più di fare le cose secondo i dettami della buona educazione, dell’opportunità politica. La cosa assurda è che dopo che ti minacciano la prima, la seconda, la terza volta, sembra che non sia possibile più raccontarla sta storia. Io mi sono rotto le palle di essere responsabile, ben educato».

Quando Giulio si è candidato in molti temevamo un’escalation della minaccia e dell’intimidazione. Puntualmente è arrivata. Omuncoli senza fantasia, senza onore. Fa paura il buffone? Fa paura la risata? Eh si, che fanno paura.

Giulio Cavalli è un rompiballe. Non riesce a stare a tavola e spesso sbaglia posate. E poi parla sempre forte. Ride che sembra un raglio e si specchia sempre troppo poco spesso. A volte ti fa incavolare come solo un attore di razza riesce a fare. Giulio è così. È un uomo. E andrà in scena. E farà la sua campagna elettorale. E non starà zitto e racconterà anche le sue paure. Perché Giulio è un uomo, non un quaquaraquà.

Tratto da: orsatti.info

Con grande preoccupazione la redazione di ANTIMAFIADuemila esprime la propria solidarietà a Giulio Cavalli per la nuova minaccia subita.

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Milano, 23 proiettili davanti il Teatro Oscar, di scena uno spettacolo di Giulio Cavalli

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6 febbraio 2010

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Milano. Questa sera, presso il Teatro Oscar di Milano,
sarebbe dovuta andare in scena la replica dello spettacolo “L’apocalisse rimandata, ovvero benvenuta catastrofe” dal testo di Dario Fo e messa in atto dall’attore lodigiano Giulio Cavalli. L’evento però è stato sospeso per motivi di sicurezza. Nel pomeriggio, infatti, il direttore di sala ha rinvenuto dinanzi l’ingresso del teatro, sito in via Lattanzio 58, 23 proiettili inesplosi. Sul posto sono giunte le forze dell’ordine che hanno suggerito di fermare la messa in scena dello spettacolo. Il ritrovamento è stato subito collegato all’appuntamento dell’attore lombardo Cavalli, vittima già di altre simili “attestazioni di disistima” da parte della criminalità organizzata e già sotto scorta da diverso tempo. Concorde con l’annullamento lo stesso attore che ha poi spiegato dal palco del teatro le ragioni dell’annullamento al pubblico già seduto in sala. “Sicuramente a queste condizioni – spiega Giulio Cavalli – non ho più la tranquillità di poter fare il mio lavoro. “Considero troppo importante il contatto con il pubblico e non ho nessuna intenzione di perderlo.” “Non riesco a concepire – conclude l’attore – che la mia vita e soprattutto il mio lavoro debbano essere così duramente stravolti da questi eventi”. Rimandata ai prossimi giorni la riprese delle repliche dello spettacolo. Le informazioni saranno reperibili sul sito ufficiale del TieffeTeatro (www.tieffeteatro.it).

Ufficio Stampa
Giulio Cavalli
www.giuliocavalli.net

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fonte:  http://www.antimafiaduemila.com/content/view/24824/78/

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PISA – Gli Antifascisti occupano la sala Carpi e i nostalgici del Fascismo sono costretti a traslocare

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Gli Antifascisti occupano la sala Carpi e i nostalgici del Fascismo sono costretti a traslocare

gramigna | 06 Febbraio, 2010 17:31

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La Valdera Antifascista, che riunisce realtà, associazioni e collettivi, si sono presentati alle ore 11 nella saletta Carpi dove alle 15 era prevista una manifestazione di Fiamma Tricolore e dei nostalgici di Salò.

Gli antifascisti hanno pacificamente presidiato lo spazio chiedendo al Sindaco Millozzi di revocare l’utilizzo della sala comunale che ospita un cineclub gestito dall’Arci. Ma il Sindaco non ha accettato di incontrare la Valdera Democratica e Antifascista e ha inviato al suo posto un Assessore che ha confermato la volontà dell’Amministrazione di lasciare la sala pubblica alla iniziativa dei nostalgici fascisti.

La nostra ferma opposizione ha costretto la Questura di Pisa a cercare una interlocuzione con il Sindaco che alla fine ha ricevuto una nostra delegazione in Comune.

E’ impensabile che si attribuisca a un semplice disguido di qualche ufficio la concessione della sala ai fascisti, è impensabile che si possa dare una copertura religiosa a questi “signori” (a proposito della annunciata partecipazione di un cappellano militare ad una cerimonia in favore delle vittime delle foibe)”.Abbiamo ottenuto la revoca della sala e la mobilitazione si è conclusa alle 17. con un partecipato presidio in Piazza Curtatone.

E’ inaccettabile che i fascisti trovino legittimità e spazio da parte della Giunta, spazi per operazioni di revisionismo storico che mirano a cancellare la Resistenza per affermare invece i valori e le pratiche di odio del fascismo con tutte le sue stragi commesse in Italia e in Europa.

Le foibe sono l’ennesimo pretesto per operare una riscrittura della storia volta a cancellare le responsabilità fasciste e italiane nel genocidio della popolazione nei Balcani: centinaia di migliaia di jugoslavi perirono per mano italiana nei campi di concentramento, presenti per altro sullo stesso territorio italiano.

Molti degli scampati da questi campi si unirono poi alla Resistenza contribuendo alla liberazione del nostro paese dal nazifascismo. Ma con la scusa delle Foibe i fascisti si vogliono accreditare con le campagne xenofobe e razziste dei nostri giorni, con atti di violenza quotidiana.

Sia ben chiaro che noi non daremo, né ora né in futuro, alcuna legittimazione AI FASCISTI e e non offriremo spazio alcuno ad operazioni di natura fascista che si ripercuotono sui lavoratori, sui migranti, sulle giovani generazioni.

Comitato ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA VALDERA

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fonte:  http://associazione-aut-aut.noblogs.org/post/2010/02/06/gli-antifascisti-occupano-la-sala-carpi-e-i-nostalgici-del-fascismo-sono-costretti-a-traslocare.

FASCISTI BRAVA GENTE? GUARDATE QUI

For those who suffers for selective history amnesia. Per tutti quelli che soffrono di vuoti di storia selettivi

Trovata ultima lettera Stefano Cucchi: Cercava aiuto

Trovata ultima lettera Stefano Cucchi, cercava aiuto

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“Caro Francesco sono al Sandro Pertini, in stato d’arresto. Scusa se stasera sono di poche parole ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori. Ps per favore rispondimi”, è questa la lettera scritta il giorno prima di morire da Stefano Cucchi, deceduto nel reparto protetto del Pertini il 22 ottobre scorso dopo una settimana dal suo arresto.

Una lettera misteriosamente scomparsa dagli effetti personali del geometra 31enne e altrettanto misteriosamente riapparsa. Ora è pubblica, ed è stata anche letta al Tg1. “La lettera – spiega Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, al telefono con Apcom – dimostra che a dispetto di quello che si diceva Stefano non si era chiuso in volontario auto isolamento, ma anzi cercava aiuto e nella lettera chiede aiuto espressamente.

La parte più importante è quella finale “per favore rispondi”: qui si capisce bene il suo stato d’animo, non era lui a volersi isolare, ma sentiva di essere stato isolato. Aveva paura di non essere ascoltato, sentito”. Mentre lui “cercava di comunicare invece con l’esterno”.

La lettera è stata scritta, secondo la testimonianza di una vice sovrintendente del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il 21 ottobre, la sera prima della morte del giovane, anche se riporta nel testo – precisa Ilaria – la data del 20 ottobre. Il destinatario è Francesco uno degli operatori del Ceis, il centro di recupero dove Stefano voleva tornare. “Forse si sentiva abbandonato da noi – aggiunge Ilaria – dalla famiglia, perché non sapeva che invece tutti i giorni i miei genitori erano fuori dal Pertini per sapere di lui, avere sue notizie, chiedendo di parlare con lui. Nessuno glielo ha detto. Dalle parole che scrive si sente che invece si sentiva abbandonato e solo. Aveva paura che nessuno potesse ascoltarlo. Si sentiva messo in isolamento, ma non era lui a volersi isolare”.

Un altro punto da sottolineare per Ilaria è il destino di questa lettera: è stata scritta ma Stefano non ha fatto in tempo a consegnarla per spedirla, era negli effetti personali contenuti nella scatola che il Pertini, così come riferisce il verbale dell’ospedale, ha consegnato al Regina Coeli, ma è poi sparita e non c’era nella scatola che la famiglia ha ritirato al Regina Coeli. Anche il verbale del carcere non ne menzionava l’esistenza. Ma la lettera infine è stata spedita, spedita quattro giorni dopo la morte di Stefano, quando ormai era troppo tardi e quando ormai il caso era già scoppiato. Perché? Si chiede Ilaria, e da chi? La lettera infatti è scritta dalla mano di Stefano, ma non così l’indirizzo sulla busta del mittente, scritte da un’altra mano, forse la stessa che misteriosamente l’ha spedita, impedendo che le ultime parole di Stefano non fossero ascoltate.

Apcom, 6 febbraio 2010

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fonte:  http://www.senzasoste.it/istituzioni-totali/trovata-ultima-lettera-stefano-cucchi-cercava-aiuto

SANITA’ – A rischio la salute dell’uomo grazie al commercio di 300 farmaci giudicati PERICOLOSI

https://i0.wp.com/associazione-aut-aut.noblogs.org/gallery/572/farmaci.imperfetti.jpgfonte immagine:  http://associazione-aut-aut.noblogs.org/

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Sanita’: a rischio la salute dell’uomo grazie al commercio di 300 farmaci giudicati pericolosi

300 i farmaci giudicati pericolosi per la salute dell’uomo e 310 i medicinali in circolazione, regolarmente prescritti dai medici, che possono danneggiare i polmoni

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di Giuseppe Bascietto

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Oltre 50 le malattie respiratorie o polmonari che sarebbero dovute all’assunzione di farmaci. Questa una delle ultime denunce dell’organizzazione mondiale della sanità  sul problema dei farmaci pericolosi. Un altro studio condotto in Gran Bretagna ha rivelato che un’assunzione settimanale di alcune sostanze a base di paracetamolo(medicinale usato per le patologie dell’infanzia), aumenta dell’80% le probabilità di attacchi asmatici rispetto a chi non ne fa mai uso. E non sono mancate le sorprese: alcuni principi attivi di uso estremamente ampio compaiono nella lista, come l’acido acetilsalicilico – la comunissima aspirina.

Inoltre l’FDA (Food and Drug Administration), nel mese di novembre 2000, ha preso la decisione di non autorizzare la vendita di prodotti contenenti Fenilpropanolamina. Nel 98% dei casi, la quasi totalità, la sostanza è presente in decongestionanti da raffreddore e in appena il 2 % in prodotti anoressizzanti, ossia medicine che fanno passare l’appetito. Secondo uno studio condotto dalla Yale University School of Medicine è emerso che alcune donne, dopo 3 giorni di assunzione dei prodotti contenenti Fenilpropanolamina, erano state colpite da ictus emorragico. Anche gli uomini sono a rischio, ma l’incidenza è inferiore rispetto alle donne. Già da qualche tempo si discute dell’opportunità di sostituire la PPA(fenilpropanolamina) con la pseudoefedrina, considerata sicura, anche se con qualche controindicazione per chi ha la pressione alta. Ma non è solo l’elenco della FDA che desta preoccupazione. Infatti esistono in commercio una serie di farmaci con pesanti effetti collaterali. Per esempio alcuni farmaci utilizzati per la lotta contro il cancro, come il nolvadex, curano il tumore alla mammella, ma provocano il cancro all’utero e al fegato. E ancora farmaci come la ciclofisfamide, utilizzata nella chemioterapia antitumorale, provoca, soprattutto ad alto dosaggio, infertilità tra i pazienti a cui è stata somministrata. Ma la lista è destinata ad allungarsi, se si passano in rassegna farmaci, che vengono ritenuti di “uso comune”. Alcuni antiasmatici, per esempio, provocano tachicardia e in alcuni casi angina pectoris, gli antiartrosici, possono provocare dolori di stomaco e talora delle emorragie mortali, gli anticoagulanti, possono far sanguinare qualsiasi organo e gli antiipertensivi, provocano tosse e talora un’insufficienza renale che rende necessaria la dialisi. Insomma farmaci comuni che potremmo avere nel cassetto della cucina di casa nostra e che magari utilizziamo quotidianamente.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito, se si riuscissero a passare in rassegna tutti i farmaci del prontuario. Infine, un dato curioso che emerge dalla lettura attenta del foglio illustrativo dell’aulin, l’anti-infiammatorio più venduto: “può causare epatiti fulminanti che in alcuni casi possono risultare fatali”. Naturalmente la preoccupazione maggiore per gli scienziati è costituita dall’abuso di queste sostanze, che potrebbero causare effetti “devastanti” al nostro organismo. Preoccupazione ampiamente giustificata dal fatto che buona parte di questi farmaci, ritenuti pericolosi, o sono regolarmente prescritti dai medici di base, o sono “farmaci da banco”. Ossia farmaci che vengono venduti senza la ricetta del medico. Questa situazione, quindi, svela i retroscena di un fenomeno originale e preoccupante che negli ultimi anni è in forte crescita: la voglia di curarsi da soli e scegliere, seguendo i consigli di amici o parenti, i farmaci che si pensa facciano al caso proprio con l’aggiunta di qualche informazione in più. Attenzione però. Il pericolo è dietro l’angolo. O meglio nelle medicine che si sono comprate. È necessario, quindi, leggere attentamente le “istruzioni” alla voce “effetti collaterali o indesiderati”. Infatti “una volta acquistato il farmaco da banco, dice il prof. Michele Carruba, ordinario di farmacologia all’università di Milano, “è importante leggere attentamente il foglietto illustrativo”. Comunque è opinione diffusa, oramai, che i farmaci di oggi siano i veleni di domani. Nel caso di questi farmaci il domani è già arrivato.

E tra i farmaci pericolosi messi in commercio c’è il tamoxifen o nolvadex. Gli effetti collaterali sono tantissimi e vanno dal sanguinamento vaginale al cancro al fegato o all’utero, dai polipi alle cisti ovariche, per non parlare della riduzione o alterazione della vista e di alcune malattie collegate alla retina. Ma l’elenco è lungo e comprende tra gli altri anche i fibromi che provocano un ingrossamento dell’utero. Questi sono solo alcuni degli effetti collaterali del tamoxifen(nome commerciale nolvadex), farmaco utilizzato per la cura del cancro alla mammella da oltre 30 anni. Milioni di donne in tutto il mondo hanno fatto uso di questo medicinale. Alcune di queste donne sono guarite dal cancro alla mammella, ma si sono ammalate di altri tipi di tumore, altrettanto pericolosi e aggressivi. Scoperto alla fine degli anni sessanta da alcuni ricercatori dell’azienda britannica ICI(Imperia chemical industries), una della maggiori multinazionali chimiche del mondo, il nolvadex è stato subito proclamato una stella splendente nella battaglia contro il cancro alla mammella. Peccato che la zeneca però, succursale dell’ICI, da un lato produca farmaci contro il cancro, dall’altro, le divisioni agrochimiche di queste imprese, producono clorurati e altri componenti chimici industriali compresi gli erbicidi. Sono tutti velenosi e molti di loro sono conosciuti come distruttori endocrini accusati di provocare il cancro al seno. I profitti dell’ICI, quindi, aumentano fabbricando prodotti chimici, che da una parte causano il cancro al seno e dall’altra si reputa che lo curino.

Pierre Blais, ricercatore farmaceutico, attuale chief justice della Corte Federale del Canada, allontanato dall’ambiente sanitario canadese, per aver affermato, che “gli impianti di silicone al seno si sarebbero rivelati estremamente pericolosi”, descrive la storia del tamoxifen come “la storia della progettazione farmaceutica moderna, che produce farmaci spazzatura”. “Il tamoxifen infatti”, conclude Blais, “è un farmaco che si pone ai vertici del mucchio di immondizia”. Un giudizio durissimo che ha diviso la comunità scientifica tra coloro che difendono a spada tratta il farmaco e altri che affermano apertamente la pericolosità del farmaco, perché altamente tossico e nocivo per l’organismo umano. Ma quali sono le caratteristiche principali di questo farmaco? “Il tamoxifen è un anti-estrogeno”. Che “impedisce agli estrogeni, che sono il legame comune tra molti fattori di rischio del cancro al seno”, afferma il prof. Richard Peto, capo dell’unità di ricerca alla Oxford University, “di saldarsi ai siti recettori sulle cellule dei tessuti mammari. In altre parole stimola la divisione delle cellule mammarie e inibisce l’attività degli estrogeni regolari”. Insomma impedisce la crescita delle cellule cancerose. “Ma se funziona come bloccante di estrogeni e riduce le probabilità di estensione di cancro al seno”, si legge in uno studio pubblicato dalla rivista Lancet, “allo stesso tempo agisce come estrogeno nell’utero e, in misura minore, in cuore, vasi sanguigni e ossa. Così, se da una parte combatte il cancro al seno, dall’altra si è ben presto rivelato come promotore di cancri particolarmente aggressivi all’utero e al fegato.

Inoltre il tamoxifen si fissa saldamente e irreversibilmente al DNA, provocando una mutazione cancerosa. Perfino il conservatore National Health and Medicale Research Council (NHMRC) australiano mise in guardia sul fatto che non c’è quantità sicura di tamoxifen quando si arriva ad un effetto cancerogeno. Già dal 1967, comunque, gli scienziati dell’ICI, l’azienda produttrice del farmaco, “notarono come il tamoxifen persista per alcuni giorni nell’utero”. Inoltre l’ICI ha descritto nel Physicians Desk reference, anche l’attività cancerogena del tamoxifen sul fegato. E uno studio, condotto da scienziati svedesi, che collegava il tamoxifen al cancro all’utero, costrinse la Zeneca, l’azienda, succursale dell’ICI, attuale produttrice del farmaco e la più grande azienda produttrice al mondo di farmaci per il cancro, a inviare, nell’aprile 1994, una lettera a 380.000 medici americani, per difendere il tamoxifen. La ricerca svedese aveva studiato 1371 pazienti con il cancro al seno che avevano assunto 40mg al giorno di tamoxifen per periodi dai 2 ai 5 anni e aveva scoperto che vi era un aumento di 6 volte dei tumori all’utero. Inoltre un secondo studio che coinvolgeva pazienti che avevano assunto 20mg al giorno(la dose raccomandata) mostrava un significativo aumento di cancri uterini. E ancora i ricercatori dell’Anderson Cancer Center di Houston e quelli della Yale University School of Medicine scoprirono che le pazienti con il tumore al seno che sviluppano cancro all’utero durante la cura con il tamoxifen, possono subire una forma letale di neoplasia dal rapido sviluppo. Infine nonostante decine di studi provino che il tamoxifen abbia pesanti effetti collaterali, il National Cancer Institute qualche anno fa ha lanciato una campagna di prevenzione del cancro al seno da 60 milioni di dollari, puntando a reclutare 16.000 donne sane in Stati Uniti, Europa, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Ancora in corso, la sperimentazione coinvolge 13.000 donne sane di età superiore ai 35 anni che vengono considerate ad alto rischio. L’Australia ha reclutato 1350 donne con l’obiettivo di arrivare a 2500. Per cinque anni, metà delle donne riceveranno il tamoxifen e metà il placebo. Il farmaco viene fornito gratuitamente dalla Zeneca. Il dr. Samuel Epstein, professore emerito di Medicina Occupazionale e Ambientale alla Scuola di Salute Pubblica dell’Università dell’Illinois a Chicago e autore nel 1997 del Breast Cancer Prevention Program (Programma di Prevenzione del Cancro al Seno), solleva gravi preoccupazioni: “Sfortunatamente, questo approccio, fuorviato e pericoloso alla prevenzione, deriva dalla radicata fissazione dell’NCI sull’utilizzo dei farmaci chimici per prevenire il cancro che potrebbe principalmente essere stato indotto da inquinanti chimici, tecnologie medicali (come le radiazioni dai raggi-X) e farmaci cancerogeni/estrogenaci. Invece di cercare di ridurre il carico di composti chimici cancerogeni con i quali combattiamo per mantenere la nostra salute, l’NCI crede che la soluzione sia quella di aggiungere ulteriori composti chimici alla mistura”. Una battaglia, comunque, quella sugli effetti cancerogeni del tamoxifen, che ha portato dei risultati soddisfacenti: lo stato della California all’unanimità ha votato una legge chiamata “Proposition 65” che richiede la pubblicazione e il mantenimento di un elenco di tutti i cancerogeni conosciuti. Nel maggio 1995, il Comitato d’Identificazione Cancerogeni dello stato ha votato in modo unanime l’aggiunta del tamoxifen a questo elenco. In seguito, nel 1996 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha formalmente designato il tamoxifen un cancerogeno umano, accorpandolo ad altri 70 composti chimici – di cui un quarto farmaceutici – che avevano ricevuto questa equivoca distinzione. Comunque, il nolvadex, ancora oggi, risulta il farmaco più prescritto al mondo con un volume d’affari che supera i 400 milioni di dollari.

In italia il giro d’affari è cospicuo se è vero che sono 35.000 le donne che ogni anno vengono colpite dal cancro al seno che secondo alcuni dati sarebbe la prima causa di morte delle donne nella fascia di età compresa tra i 35 e i 44 anni, e in molte zone rappresenta circa un quarto di tutti i tumori di cui soffre il gentil sesso. Allarmanti anche i dati europei sulla diffusione della malattia. Questo tumore colpisce ogni anno 200.000 donne nell’UE e rappresenta il 20-25% dei carcinomi.  Alle soglie del terzo millennio, quindi, il cancro continua a mietere le sue vittime. È come la colata lavica, paragonabile solo alle epidemie che colpivano intere popolazioni. Ma barlumi di speranza  arrivano dal mondo scientifico e accademico. “I progressi scientifici degli ultimi anni”, afferma il prof. Giampietro Gasparini, primario del reparto di oncologia del S. Filippo Neri di Roma, “sono stati molto significativi e ci hanno permesso di approfondire le conoscenze sui meccanismi che sono coinvolti nello sviluppo e nella progressione dei tumori”. “Grazie alla diagnosi precoce”, dice Umberto Veronesi, ex ministro della sanità e oncologo di fama internazionale, siamo riusciti a bloccare il tumore della mammella allo stadio iniziale. Infatti quando il tumore viene operato al di sotto del centimetro di diametro, continua Veronesi, la guarigione è sicura nel 98 per cento dei casi, ma se la massa supera i 3 centimetri di diametro, le possibilità di sopravvivenza scendono al 35 per cento”. In questo caso bisogna affrontare le cure necessarie per cercare di ritardare il più possibile l’estendersi della malattia. Però mentre il baronato della lotta al cancro continua a investire enormi quantità di denaro nella ricerca, nella produzione e nella sperimentazione di farmaci, che successivamente potrebbero risultare dannosi, per la prevenzione e la cura del cancro al seno esistono già alternative sicure ed efficaci. Si tratta di farmaci non tossici che evitano di attaccare il sistema endocrino o di danneggiare l’organismo.“Per esempio l’estriolo, uno degli estrogeni prodotti dalle ovaie”, dice il dott. Henry Lemon, ricercatore scientifico, “è considerato un estrogeno sicuro per le caratteristiche che ha dimostrato nell’inibizione del cancro al seno”. Il dott. Lemon, insieme ad altri ricercatori, ha condotto uno studio su donne già malate di cancro al seno, con metastasi in altre aree del corpo. Ad un gruppo è stato somministrato estriolo, ad un altro no. Al termine dell’esperimento, il 37% delle donne che avevano assunto estriolo presentavano una remissione o un arresto dei loro tumori. Forse l’estriolo, un ormone naturale, sicuro e quasi senza effetti collaterali, è capace di compiere quello che fa il tamoxifen con i suoi effetti tossici.  Anche lo stile di vita gioca un ruolo significativo. In uno studio su 25.624 donne norvegesi dai 20 ai 54 anni, dopo circa 14 anni di osservazioni i ricercatori hanno trovato forti evidenze del fatto che esercizi fisici quotidiani, sia per lavoro che per svago, riducevano del 37 per cento il rischio di cancro al seno. Si è scoperto, inoltre, che le donne che si allenavano almeno quattro ore la settimana durante il tempo libero, avevano una riduzione di rischio di cancro al seno del 37 per cento, se comparate con donne dalla vita sedentaria. Lo studio ha scoperto che più tempo si spende in attività fisica, più basso è il rischio di cancro al seno. Oltre allo stile di vita, anche una corretta alimentazione può prevenire la malattia. Infatti gli esperti consigliano di “consumare frutta e verdura fresca e cibi ricchi di fito-estrogeni, quali soia, legumi, frutti di bosco, noci e frutta secca”. “I loro benefici sono simili a quelli del tamoxifen(senza i pericolosi effetti collaterali)” afferma il dr. John R. Lee, nel suo libro, What Doctors May Not Tell You About Menopause (Quello che i medici non ti dicono sulla menopausa), “nel senso che i fito-estrogeni occupano i recettori di estrogeni e sono meno estrogenici di quelli prodotti dal corpo. Dato che ora si sa che la riduzione dell’apporto calorico riduce i livelli di estrogeno, e studi recenti hanno dimostrato che il 46 per cento in meno dei tumori al seno viene riscontrato tra le donne che consumano più frutta e vegetali, sembrerebbe che le donne interessate a prevenire il cancro al seno potrebbero fare modesti cambiamenti nell’alimentazione ricavandone risultati migliori e certamente più sicuri.

Altro farmaco che sta facendo nuovamente capolino nel mondo della farmacologia ufficiale come trattamento contro il mieloma multiplo, una forma letale di cancro al midollo osseo è il Talidomide. “Uno studio condotto su 84 pazienti”, scrive sulla rivista “New England Journal of Medicine” Bart Barlogic, della University of Arkansas, “ha fatto rilevare come la somministrazione di talidomide abbia curato i sintomi del male in due persone, e li abbia alleviati in altri 28”. Il farmaco, recentemente, è stato reintrodotto anche come rimedio contro il cancro al seno e l’aids, e approvato come terapia per la lebbra. Peccato però, che quarant’anni fa tutto il mondo rimaneva scioccato nell’apprendere che per effetto del talidomide circa 10.000 bambini erano stati colpiti da mancato sviluppo degli arti e da altre gravissime deformazioni. Scoperto alla fine degli anni ‘50 dagli scienziati della Chemie GrÜnenthal di Stolberg, in Germania, il talidomide è stato subito commercializzato con il nome di Contergan. “La campagna pubblicitaria di questo farmaco nel 1958”, spiegano H. SjÖstrÖm e R. Nilsson, autori del libro ”Il talidomide e il potere dell’industria farmaceutica,  “ha assunto proporzioni gigantesche: 50 inserzioni sulle riviste mediche, 200.000 lettere e 50.000 “circolari terapeutiche” inviate a medici e farmacisti”. Inizia così, con una grossa operazione di “marketing”, la campagna pubblicitaria che ha permesso al talidomide di essere utilizzato in ogni categoria e gruppo di età immaginabile. Non solo. L’industria tedesca, per aumentare i propri guadagni, combina il talidomide con altri prodotti come l’aspirina, la fenacetina, il chinino; così milioni di tedeschi, tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ’60, hanno assunto farmaci al talidomide per curare raffreddore, tosse, influenza, nervosismo, nevralgie, emicrania e asma. Un successo che porta l’azienda a organizzare il lancio a livello internazionale. Detto, fatto. Il farmaco alla fine del 1958 si trova sui banchi delle farmacie di 11 paesi europei, tra cui l’Italia, 7 paesi africani, 17 paesi asiatici e 11 dell’emisfero australe. Nella pubblicità del talidomide si sottolineava “la completa atossicità” e si affermava, da parte dell’azienda produttrice, “che il talidomide non danneggia né la madre né il bambino, quindi può essere somministrato alle gestanti e alle madri che allattano”. Con l’aumento delle vendite di contergan nel 1959, aumentano, però, i rapporti critici sugli effetti del farmaco. Medici e farmacisti iniziarono a inviare schede in cui venivano descritti gli effetti collaterali: vertigini, malessere, perdita della memoria, diminuzione della pressione arteriosa e altri sintomi. Gli ospedali rilevavano, dopo l’assunzione di talidomide, “emorragie cutanee locali e casi di neurite multipla”. L’azienda, per evitare perdite economiche, tace. Intanto le vendite continuano ad aumentare, e gli effetti collaterali anche. E l’azienda continua colpevolmente a tacere. Anzi, fa in modo che i rapporti dettagliati degli effetti indesiderati, non vengano resi noti.

Nel 1960, dopo alcuni anni che veniva utilizzato in Europa come tranquillante, il talidomide si rilevò essere causa, se preso in un certo periodo della gravidanza, di orrende malformazioni. Così, dopo aver fatto venire alla luce circa 10.000 bambini malformati, il contergan su richiesta del ministero degli interni del Nordrhein-Westfalen è stato ritirato.  Ma la storia del talidomide, non è l’unica. Agli inizi degli anni ’70, si chiuse un vergognoso capitolo riguardante l’impiego di un medicinale conosciuto come cancerogeno e distruttivo del sistema endocrino, chiamato DES(dietilstilbestrolo). “Contro i consigli del suo inventore, sir Charles Dodd”, scrive Sherrill Sellmann, “da 4 a 6 milioni di donne in Europa e Australia, hanno utilizzato il DES per prevenire problemi di aborto e complicazioni durante la gravidanza”.  Inoltre, il DES diventò un medicinale popolare, sebbene non sperimentato, per una varietà di altre patologie: per la soppressione della lattazione, per il trattamento dell’acne, di certi tipi di cancro al seno e di quelli prostatici, come inibitore della crescita nelle adolescenti, come sostituto di estrogeni durante la menopausa e come pillola “del giorno dopo”. Saranno necessari 30 anni per accettare quello che i test di laboratorio avevano indicato fin dal 1938 – che il DES era un medicinale altamente pericoloso e nocivo. Veniva riportato che, 20 anni dopo aver assunto il DES, le madri avevano tra il 40 e il 50 per cento di probabilità in più di rischio di tumori al seno di quelle che non lo avevano utilizzato. Inoltre, i figli delle “mamme DES” mostravano una maggior incidenza di deformità riproduttive, aborti, tumori vaginali, cancri testicolari, sterilità e disfunzioni immunitarie. L’ironia di questo totale fallimento è che il sistema medico ha infine riconosciuto che il DES era inutile nella prevenzione degli aborti. Questi i fatti che mettono in luce come le aziende farmaceutiche, ossessionate “dall’odore dei soldi”, passino sopra ogni segnalazione di rischi, connessi all’assunzione di farmaci ritenuti pericolosi e nocivi per la salute dell’uomo.

Tratto da: accadeinitalia.it

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15 gennaio 2010

fonte:  http://www.antimafiaduemila.com/content/view/23974/48/

AMBIENTE E SALUTE – Pillole di iodio finte per tutti: L’anti-nucleare di Greenpeace

Pillole di iodio finte per tutti
l’anti-nucleare di Greenpeace

L’iniziativa degli ambientalisti a Roma e nel resto d’Italia. E un invito a firmare la petizione contro l’energia nucleare

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Sulle scatole c’è scritto “Nuclease65” e sembrerebbe un medicinale, ma non lo è. Più che un placebo, è una provocazione firmata Greenpeace. I militanti del movimento ambientalista distribuiscono oggi a Roma e in altre 21 città italiane (ieri per chi legge, n.d.m.) i pacchetti di finte pillole allo iodio, insieme a un bugiardino che informa sui problemi alla salute causati dal nucleare. Una presa di posizione a difesa dell’ambiente e soprattutto della salute dei cittadini.

“L’attività di Greenpeace – si legge in una nota di Greenpeace Roma – simula quella dell’Agenzia di Sicurezza Nucleare francese che distribuisce queste pillole alla popolazione che abita a 10km dai siti nucleari. Se il nucleare tornasse nel nostro paese, la nuova Agenzia di Sicurezza Nucleare italiana dovrebbe pianificare la stessa distribuzione anche in Italia. I volontari dell’organizzazione invitano i cittadini a firmare una petizione online per chiedere ai candidati alle regionali di dichiararsi contrari al nucleare”.

“Visto che il Governo continua a non dichiarare dove intende realizzare le nuove centrali nucleari, Greenpeace distribuisce le finte pillole nelle città in tutte le regioni italiane – dichiara Andrea Lepore, responsabile della campagna Nucleare di Greenpeace – Dovunque una centrale venisse costruita, la popolazione dovrebbe rassegnarsi a convivere con i rischi del nucleare”.

L’atto dimostrativo non è affatto casuale. “Lo ioduro di potassio che viene distribuito in Francia – spiega Greenpeace – serve a saturare la tiroide di Iodio, riducendo il rischio di assorbire lo Iodio-131, uno degli elementi radioattivi che viene emesso dalle centrali nucleari in caso di incidente. Le pillole riducono il rischio alla tiroide ma non danno alcuna protezione dagli altri elementi radioattivi – come il Cesio-137, lo Stronzio-90, il Plutonio-239 e altri – che possono accompagnare il fall out di un disastro nucleare. Quello dei rischi per la salute è solo uno dei problemi del nucleare: il nucleare è costoso, pericoloso e il problema dello smaltimento delle scorie radioattive rimane irrisolto”.

Il movimento esprime preoccupazione per la posizione presa dal Governo italiano che “intende imporre il nucleare ai cittadini italiani che, come al solito, pagheranno salata questa follia”. Perciò, in vista delle elezioni del 28 e 29 marzo, che vedono il nucleare tra i temi in primo piano,

Greepeace invita i cittadini a firmare una petizione contro. Per partecipare: http://www.greenpeace.it/nuclearlifestyle/homepage.html.

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06 febbraio 2010

fonte:  http://roma.repubblica.it/dettaglio/In-pillole-lanti-nuclearedi-Greenpeace-per-tutti/1851934

https://www.greenpeace.it/sostieni/css/img/sostieni-gp.jpg

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De Luca piace a tutti, meno uno. De Magistris: “De Luca? Racconta favole”

https://i1.wp.com/claudiocaprara.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/38949/Antonio%20Di%20pietro%20e%20Luigi%20De%20Magistris.jpg

De Luca piace a tutti, meno uno: De Magistris: racconta favole

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di Natalia Lombardo

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Volete consegnare la campania ai Casalesi? Nooo! Vincenzo De Luca lo vogliamo? Siiiii! Con un colpo di teatro magistralmente messo in scena da Antonio Di Pietro, il congresso dell’Italia dei Valori «assolve» il sindaco di Salerno per acclamazione, dopo la sua arringa difensiva nella sala dell’Hotel Marriott. Così il leader Idv rafforza l’alleanza privilegiata col Pd nella regione e oltre, inaugura la democrazia nel partito in vago stile Barabba, e mette nell’angolo l’opposizione di Luigi De Magistris. L’altro ex pm, che sbotta: «E che hanno fatto, il processo breve? I processi si fanno in tribunale. Su De Luca non cambio idea, non lo voto».

A sorpresa, guardando in prima fila Bersani, Antonio Di Pietro annuncia: «Ho telefonato a De Luca e gli ho detto: visto che ti stiamo processando perché non vieni qui a fare delle dichiarazioni spontanee? Convincici. Ecco, alle tre e mezza viene qui». Il sindaco di Salerno accetta sicuro di averla vinta, grazie al terreno spianato dal leader Idv sulla necessità delle alleanze. Tonino ha telefonato a De Luca la notte prima, oggi il congresso avrebbe deciso se sostenerlo o no come candidato Pd in Campania. Il leader Idv inventa un altro paletto, un Grande Fratello regionale: piazzare «una webcam sulle riunioni della giunta». Vendola e Bersani annuiscono.

Con ironia o no, Tonino non perde il lessico da magistrato. Fa scoppiare a ridere il segretario Pd quando dice «in Calabria abbiamo questo supplemento d’indagine e Bersani è il procuratore aggiunto». Convincere Loiero a farsi da parte.
Così l’albergone romano si trasforma in un’aula di tribunale paesano. «Qualche domanda da fare a De Luca ce l’avrei», scherza De Magistris, «ma mica posso fare il pm qui». Volutamente non ascolta «l’imputato», esce sul piazzale gelido. Non ci sono mozioni alternative, si vota, non si vota? Non servirà, basta l’applausometro nell’happening Idv.

Enzo De Luca arriva alle tre e dieci. Entra in sala tra pochi applausi fiacchi, si siede in prima fila tra Zipponi e Formisano e attende tamburellando il suo turno. Quando sale sul palco conquista la platea dipietrista (i parlamentari campani in una riunione hanno dato il via libera). «È bene parlare alla luce del sole, guardandoci negli occhi», esordisce. Incassa un «bravo» quando esalta le battaglie per la trasparenza ma anche «il dovere civile di non calpestare gli esseri umani» se indagati. Piuttosto «ti può capitare sul territorio un mafioso senza avviso di garanzia che devi sbattere fuori subito».

È il rischio se non mi appoggerete, avverte De Luca. E da lì parte per l’autodifesa sulla vicenda del ‘98. Elenca i capi d’imputazione di cui è accusato, truffa e concussione per «avere difeso 200 operai», declama fra gli applausi, la variante urbanistica per opere di bene comune e così via. Guarda negli occhi la platea e dà la sua parola «che vale più della vita»: si difenderà «nei processi» senza fuggirne e «chi è condannato mette la firma sotto le sue dimissioni e se ne vada a casa». I dipietristi si alzano in piedi, applaudono a mani alzate, conquistati da chi si presenta come «un altro Sud».
Nuovo anche rispetto a Bassolino, è fra le righe. De Luca insiste sul «rinnovamento» senza clientele «a destra e a sinistra», boccia una classe dirigente «chiusa nelle stanze e lontana dalla gente» o, peggio, zeppa di «burini arricchiti». E «tutti consulenti vadano a casa». L’accordo è coronato dall’abbraccio con Tonino, dal bacio con Orlando.

È andata, il congresso ha premiato la linea dell’asse col Pd cara al capogruppo Donadi. Nella hall un giovane urla: «Qui è come per Berlusconi, votato per acclamazione»; delegati campani contestano in minoranza, con loro De Magistris che rispetta la scelta di Di Pietro «come leader di partito» e farà campagna elettorale «solo per l’Idv». Si volta pagina sulla grana Calabria; Di Pietro nega scambi tra regioni: «È un patto tra gentiluomini, non un ricatto». Bersani lasciando il Marriott annuncia «primarie di coalizione», ma Callipo, sponsor l’Idv, le rifiuta.

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06 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/94691/de_luca_piace_a_tutti_meno_uno_de_magistris_racconta_favole

Anno 2010, la fuga delle multinazionali: da Glaxo a Severstal, da Alcoa a Yamaha

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vignetta tratta da: http://www.cgmo.it/

L’INCHIESTA. La perdita di posti di qualità e di investimenti indebolisce la nostra struttura produttiva

Anno 2010, la fuga delle multinazionali: da Glaxo a Severstal, da Alcoa a Yamaha

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di ROBERTO MANIA

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ITALIA addio. Le multinazionali se ne vanno o minacciano di farlo: solo nelle ultime settimane ci sono stati gli annunci di chiusure da parte dell’Alcoa, il colosso americano dell’alluminio, e della Glaxo, grande impresa britannica della farmaceutica. L’una con impianti in Sardegna e a Porto Marghera, l’altra con il centro di ricerca a Verona: circa tremila posti a rischio considerando anche l’indotto. Un terremoto ha colpito l’industria mondiale e le scosse sono arrivare anche da noi. C’è un processo globale di riorganizzazione della produzione e le multinazionali (anche la Fiat lo è) sono le prime a potersi muovere scegliendo i nuovi luoghi dove impiantare le fabbriche, spostandosi sui mercati emergenti, sfruttando tutte le possibili opportunità per ridurre i costi.

Non c’è un solo motivo per cui si decide di andarsene. L’Alcoa ha denunciato un eccessivo costo dell’energia, la Fiat dice che a Termini Imerese si produce in perdita (mille euro per ciascuna vettura), la Glaxo non farà più ricerca nel settore delle neuroscienze quindi deve chiudere in Veneto (500 addetti più altrettanti nell’indotto) come in Inghilterra (1.200 dipendenti).

Regole feroci, che le multinazionali possono applicare sfidando le tensioni sociali e anche i governi. «È fisiologico che accada, non bisogna farne un dramma né pensare che sia in atto una fuga dall’Italia. Queste sono le multinazionali», dice Giorgio Barba Navaretti, professore di economia internazionale all’Università di Milano. Eppure il nostro Paese appare più esposto per le sue carenza strutturali: il peso della burocrazia, il costo dell’energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile.

Perché è proprio questo che spiega la bassa percentuale di investimenti diretti esteri in Italia: circa il 16 per cento rispetto al Pil, contro una media europea che si avvicina al 40 per cento. Non è l’eccessiva tassazione – dicono i manager delle multinazionali – né la rigidità della manodopera considerata, al contrario, un elemento di forza di quel che c’è del sistema-Italia.

L’Alcoa probabilmente resterà ancora tre anni per trasferire poi tutte le produzioni italiane in Arabia Saudita dove sta costruendo un nuovo imponente impianto. Ci si sposta nei nuovi mercati, ma anche all’interno dell’Europa. Nella sua riorganizzazione produttiva la nipponica Yamaha chiuderà a Lesmo in Brianza per andarsene in Spagna. Anche la Nokia, gigante finlandese dei telefonini, ha deciso di trasferire il suo centro di ricerca da Cinisello Balsamo a Dallas, in Texas, non in Vietnam o in India.

Ha lasciato Torino anche l’americana Motorola. Perché nelle riorganizzazioni l’abbassamento dei costi si ottiene anche accorpando i centri di ricerca. La nazionalità dei siti produttivi può essere un fattore irrilevante. Così, almeno, spiegano i manager delle multinazionali. «È vero che lo dicono – sostiene Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil – , nei fatti, però, non è così. Due anni fa la Pfizer annunciò la chiusura dei centri italiano di Nerviano (Milano), di Stoccolma e di Boston. Bene: gli ultimi due continuano a produrre. La verità è che si sono mossi i governi, perché un aspetto importante della politica estera è proprio la strategia di politica industriale che non ha questo governo al pari dei suoi predecessori».

L’elenco delle grandi multinazionali del farmaco che hanno abbandonato l’Italiaè lungo: dalla Merck di Pomezia, proprio dove è stato scoperto l'”Isentress”, considerato decisivo nella lotta contro l’aids, alla Wyth di Catania, fino alla Pzifer e, appunto, alla Glaxo. Posti di lavoro di qualità scomparsi e investimenti in ricerca finiti in altri Paesi. Un indebolimento complessivo della nostra struttura produttiva. Ma non è fenomeno recente. Prima della grande recessione una ricerca del Centro studi della Confindustria sull’attrattività del Paese concludeva così: «Gli investitori stranieri tendono a trascurare le industrie che, in presenza di un mercato interno stagnante e di una domanda mondiale relativamente lenta, appaiono meno promettenti in termini di sviluppo potenziale». Poca industria, quindi, e più commercio, servizi, trasporti.

Ripensamenti anche tra i russi della Severstal che avevano rilevato le acciaierie (un tempo Lucchini) di Piombino. Ora i russi schiacciati dai debiti (intorno ai cinque miliardi di euro complessivi)e dal calo della domanda globale cercano acquirenti. L’obiettivo è andarsene dall’Italia entro aprile: oltre due mila posti di lavoro in bilico.

Non tutti, però, fuggono. Giuseppe Recchi è il presidente di un colosso come la General Electric per l’Italia e il Sud Europa. «L’Italia un Paese più a rischio di fuga? No – risponde – perché le multinazionali considerano il nostro Paese non solo come un mercato ma sempre più come un luogo per produrre. Un luogo dove si trova il miglior rapporto costoqualità della manodopera».

La General Electric comprò dall’Eni nel 1994 il Nuovo Pignone (turbine e compressori), fu la prima grande privatizzazione. Ed è stato un successo industriale: «Da un giro d’affari di un miliardo di dollari siamo passati agli attuali dieci, con novemila dipendenti», dice. L'”headquarter” mondiale del settore “oil & gas” è stato trasferito a Firenze. Da qui si decide tutto. «L’Italia non è l’ultima arrivata», insiste Recchi. E spiega che ciò che serve per attirare i grandi gruppi mondiali è la «pianificazione delle strategie» nei settori nevralgici, dall’energia alle grandi infrastrutture. Che poi è proprio quello che manca e che spesso porta velocemente alla fuga delle altre multinazionali.

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07 febbraio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/02/07/news/anno_2010_la_fuga_delle_multinazionali_da_glaxo_a_severstal_da_alcoa_a_yamaha-2215720/?rss