Archivio | febbraio 13, 2010

Il sistema di Guido: società amici, opere di bene in patria e fuori / I botti di Bertolaso / INTERCETTAZIONI: ‘Fermate L’espresso’

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Il sistema di Guido: società amici, opere di bene in patria e fuori

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di Claudia Fusani

tutti gli articoli dell’autore

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Al di là di tutto, degli ingegneri e dei costruttori, del sesso e dei massaggi, delle auto e degli arredi merce di scambio per entrare nel gran giro degli appalti, è un intero sistema di potere quello sotto inchiesta da parte della procura di Firenze. La «cricca di delinquenti» del Dipartimento Sviluppo e Turismo, scrive il gip Lupo nell’ordinanza, «godeva di poteri illimitati grazie alla normativa», cioè il potere di ordinanza e di spesa in nome dell’urgenza senza vincoli di cui gode il Dipartimento della Protezione Civile. Occorre allora provare a capire se esiste e in cosa consiste il sistema di potere di Bertolaso e della sua Protezione Civile.
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La famiglia, ad esempio. «Nel pur breve periodo di monitoraggio – si legge nell’ordinanza- emergeva che in evidente conflitto di interesse il cognato di Bertolaso, Francesco Piermarini, è stato impiegato nei cantieri della Maddalena per il G8. Sono emersi anche rapporti tra Piermarini e Anemone». Lavorare e avere società non è certo un reato. Comincia ad essere sospetto se queste società possono beneficiare di corsie privilegiate e short list. Di sicuro la famiglia Piermarini, Gloria è la moglie di Bertolaso, Francesco e Marilena i fratelli, è molto attiva nell’aprire e chiudere società. Alla Maddalena ha lavorato Ecorescue che si occupa di rifiuti e raccolta differenziata. Prima c’è stata Sviluppo Tevere (conferenze e convegni), chiusa da poco Mystic river (grandi manifestazioni), in mezzo Flumen urbis srl, convegni e noleggio di imbarcazioni. Un vortice di attività solo agli ultimi anni. Gli investigatori stanno cercando di capire se il conflitto di interessi, oltre a Ecorescue, riguarda anche altre società di famiglia. È un fatto che tra le principali attività della Protezione Civile c’è l’organizzazione dei Grandi Eventi.
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Bertolaso ama il suo lavoro quasi più di se stesso. Lo dice. Si vede. È il suo cruccio più grande in queste ore: teme che il dubbio possa insinuarsi tra l’affetto delle persone. Ma qualche macchia c’è già. A Napoli, dove è stato Commissario per l’emergenza rifiuti, era indagato per traffico di rifiuti e truffa ai danni dello Stato perché avrebbe derogato ad alcune regole nell’affidamento degli incarichi favorendo, tra le altre, Impregilo. Che strana inchiesta quella: Bertolaso ha fatto di tutto per non essere iscritto al registro (la sua vice De Gennaro e altri 24 sono invece già a processo), la procura lo ha ascoltato, lo ha stralciato e per un inghippo ora è tutto a Roma. In ogni caso, per non sbagliare, il decreto sulla Protezione Civile spa offre lo scudo giudiziario ai Commissari straordinari. Per finire, sempre a Napoli e sempre per i rifiuti, è indagato Claudio De Biasio. Se non ci fosse stata l’inchiesta sui rifiuti, con gli inevitabili link con la camorra, sarebbe diventato vicario di Balducci alla Maddalena.
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A Bari Bertolaso è stato tirato nell’ingorgo Tarantini-D’Addario per via di amici di amici. L’imprenditore Giampy Tarantini, oltre a vendere protesi con la Tecnohospital e a piazzare escort nei saloni di palazzo Grazioli e villa Certosa, ha anche un’attività di consulenza, la G.C. consulting. Tra i clienti, «per offrire nuove opportunità», l’imprenditore Enrico Intini che, tra gli altri, è stato presentato a Guido Bertolaso.
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«Mai fatto nulla con quello» ha risposto piccato il n°1 della Protezione Civile. E però, mai disperare: è di pochi giorni fa la notizia che la sua Tecnohospital, in grosse difficoltà, è stata acquistata per 300 mila euro da Gian Luca Calvi. E chi è il benefattore? Il fratello di Gian Michele, presidente di Eurocentre, società senza scopo di lucro fondata dalla Protezione Civile e soggetto attuatore del progetto C.A.S.E all’Aquila, la famose casette per terremotati, orgoglio di Berlusconi. Ma nulla vien per caso. Eurocentre ha realizzato nel 2008 il Ponte Italia sul fiume Payee in Sudan, «grande opera – si legge sul sito della Protezione Civile – per collegare la zona della diocesi di Rumbek, quasi isolata, con quella del Nilo Bianco». Il ponte è costato un milione e mezzo di euro, è stato finanziato via sms e con il fondo della Protezione Civile, ed è stato montato dai tecnici di via Ulpiano.
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Tutto si tiene nella grande famiglia: ponte, progetto Case, acquisto Tecnohospital. «Un sistema gelatinoso» scrivono i magistrati. Dove i quattro arrestati e Bertolaso «costituiscono una catena di comando omogenea ed efficiente».

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13 febbraio 2010
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I botti di Bertolaso

Nell’area protetta della Maddalena nel 2009 gli operai del G8 fanno saltare in aria con cariche esplosive una diga. In barba ai divieti

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di Emiliano Fittipaldi

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Isola della Maddalena, primavera-estate 2009. Un abitante del posto nota che alcuni operai che stanno lavorando per il G8 stanno piazzando qualcosa sotto la diga foranea davanti casa sua. La diga fa parte di un complesso marittimo, chiamato “zona arsenale”, che doveva essere ricostruito in fretta e furia per l’appuntamento voluto da Berlusconi in Sardegna. La residenza dell’Arsenale è uno dei cinque appalti che, secondo il Gip della procura di Firenze, è stato pilotato da Balducci e dalla sua ‘combriccola’ della Protezione civile. L’ordine è categorico: bisogna levare di mezzo le vecchie dighe il più rapidamente possibile e costruirne di nuove.

Il modo migliore per sbrigarsi è quello vietato da ogni legge: usare cariche esplosive e far saltare tutto in aria. Una tecnica proibita per le opere a mare, soprattutto se si tratta di aree delicate e protette come l’arcipelago della Maddalena. Un Parco nazionale i cui fondali sono ricchi di Posidonia oceanica e pezzo del Santuario dei cetacei. A poca distanza dall’esplosione che lascia di sasso – come si vede dal filmato – il regista “per caso”, c’è infatti una comunità stanziale di delfini Tursiope, studiati da anni da un centro Cts e dal ministero dell’Ambiente. Chissenefrega, il G8 prima di tutto.

QUI IL VIDEO

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11 febbraio 2010
fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-botti-di-bertolaso/2120846&ref=hpsp

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‘Fermate L’espresso’

Dalle intercettazioni degli inquirenti emerge quanto il comitato di affari che sfruttava gli appalti  della Protezione Civile temesse le inchieste di Fabrizio Gatti sul G8 alla Maddalena e le sue partecipazioni ad Anno Zero. Al punto da sorvegliare il lavoro dell’inviato de L’espresso

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«Emblematica è la vicenda relativa alla trasmissione Anno Zero in cui il giornalista Gatti autore dell’articolo de L’espresso che tanto ha preoccupato gli indagati, avrebbe dovuto partecipare parlando dei lavori alla Maddalena per il G8; gli indagati si danno da fare perché ciò non avvenga e comunque si dimostrano interessati». Dall’atto di accusa dei magistrati fiorentini emerge come fosse in allarme il comitato di affari che sfruttava gli appalti della Protezione civile per gli articoli de L’espresso e di Fabrizio Gatti, che per primo nel dicembre 2008 ha denunciato l’intreccio tra le opere del G8 alla Maddalena, Angelo Balducci e gli interessi del costruttore Anemone.
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Gli inquirenti intercettano le discussioni tra gli indagati, che si mettono in allarme non appena leggono le anticipazioni dell’inchiesta giornalistica. E – scrivono i magistrati – dopo un vertice tra Guido Bertolaso e Balducci decidono di compilare un documento falso proprio per rispondere all’articolo in questione. «Inoltre Bertolaso viene coinvolto anche a seguito della pubblicazione, sul settimanale L’espresso di un articolo intitolato “Scandalo Formato G8” nel quale vengono fatti riferimenti a presunte collusioni tra Balducci Angelo e alcune imprese riconducibili alla famiglia Anemone. Nell’occasione viene coinvolto il Bertolaso, in contatto sia con il Balducci che con l’Anemone». «Dalle successive conversazioni intercettate si comprende che nel corso dell’incontro tra il Balducci e il Bertolaso è stato concordato di fare predisporre al commercialista Gazzani una nota di chiarimento sul fatto che la società Erretifilm – menzionata nell’articolo in questione come riconducibile alla cointeressenze della famiglia Balducci e della famiglia Anemone – non ha mai operato (circostanza questa smentita dalle indagini di p.g.) – ; il contenuto di questo elaborato viene utilizzato dal Balducci nella predisposizione della nota ufficiale di chiarimenti inviata al Bertolaso».
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Anche la nota ufficiale – trasmessa all’epoca a L’espresso nel tentativo di smentire l’inchiesta di Gatti – è stata quindi realizzata falsificando la realtà. Gli indagati infatti si rendono conto che il giornalista ha individuato il punto debole del loro patto: le società hanno la stessa sede in una villa di Grottaferrata ai Castelli Romani. Lo sottolinea subito Roberto Di Mario quando il 23 dicembre 2008 chiama immediatamente Balducci: «Sul prossimo numero de L’espresso – c’è già l’anticipazione sul sito – c’è un articolo di Fabrizio Gatti che è piùttosto brutto. Nel senso che parla di appalti G8, fa il nome di Bertolaso, il tuo e poi anche di Anemone… sostanzialmente hanno fatto questa verifica a Grottaferrata per cui hanno trovato che all’indirizzo dell’amministratore dell’Anemone c’è anche la casa di produzione cinematografica… c’è anche il nome di Rosanna (moglie di Balducci)».
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Da quel momento sorvegliare le dichiarazioni e gli articoli di Gatti diventa prioritario per il comitato di affari. Che – scrivono i magistrati – cerca di impedire che sulle reti Rai vengano rilanciati i risultati dell’inchiesta de L’espresso. Il capitolo “Pressioni sui mass media” evidenzia la capacità di «fare pressioni sui mass media (e del resto Balducci risulta avere profondi rapporti con il direttore generale della Rai Mauro Masi alle cui richieste non si sottrae)». Cercano di impedire che Report di Milena Gabanelli dedichi una puntata alla vicenda della Maddalena. La loro preoccupazione diventa massima quando scoprono che Fabrizio Gatti sarebbe stato ospite di Michele Santoro ad Anno Zero, in un numero dedicato al lavoro nero. Un attore Patrizio La Bella – che si era presentato a Gatti come portavoce degli Anemone – li informa: «Mi ha detto che parlerà esclusivamente della sua esperienza a Lampedusa». Ma nella trasmissione – seguita in diretta dai personaggi intercettati – Gatti denuncia lo stesso lo scandalo delle opere del G8: «Ha detto “Io ho fatto un servizio sui lavori dell’isola della Maddalena e anche lì in cantiere sono guidati dai caporali praticamente i caporali pagano gli stipendi agli operai”. Mo’ sta parlando di un’altra cosa». Nelle loro «attività di intelligence» – come le definiscono i magistrati – continuano per mesi a sorvegliare il lavoro di Gatti e de L’espresso. A fine giugno 2009 pensano di essere ormai al sicuro: «Diciamo che comunque il problema è concettualmente risolto… L’espresso mi pare pure molto tranquillo…».
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Dopo quella data L’espresso ha invece pubblicato altre tre inchieste – firmate da Gatti e da Marco Lillo – dedicate alla malagestione delle opere affidate alla Protezione civile, continuando ad approfondire l’intreccio tra la struttura di Bertolaso, Balducci e gli Anemone.

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INTERCETTAZIONI IL TESTO

LEGGI Appalti, il sistema Balducci

VIDEO I botti di Bertolaso

ESCLUSIVOIo Angelo Balducci vi racconto l’affare Maddalena

DALL’ARCHIVIO Scandalo formato G8 di Fabrizio Gatti

Maddalena d’oro, il costo dei lavori

VIDEOINCHIESTA Nei cantieri della Maddalena di F. Gatti

LEGGI Sport e opere pubbliche di M. Lillo

Protezione Civile Super Spa di F. Gatti

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11 febbraio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/fermate-l%27espresso/2120884

FUORI GIOCO – Calcio al voto: Polverini teme la vendetta degli ultrà Lazio

Calcio al voto: Polverini teme la vendetta degli ultrà Lazio

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di Celestina Dominelli

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Renata PolveriniChi vorrebbe liquidare come una banale boutade la vicenda dei tifosi laziali, tradizionalmente destrorsi, che minacciano di boicottare le prossime elezioni per protesta contro il loro presidente Claudio Lotito, dovrebbe forse tornare con la mente alle europee 2009. Quando, solo a Milano, ben 4mila schede furono annullate perché riportavano frasi contro il premier Silvio Berlusconi reo di voler cedere Kakà, gioiello brasiliano del Milan. Vendita che, per la verità, il Cavaliere si era affrettato a smentire a tre giorni dalla consultazione, dopo esser stato informato della rabbia degli ultras rossoneri, pronti a usare l’arma del voto per bloccare la cessione del giocatore.

Ora la minaccia di ritorsioni dei tifosi nel segreto dell’urna è tornata alla ribalta. Però alla Lazio che, domenica dopo domenica, è scivolata pericolosamente verso il fondo della classifica. E questa volta la clava del voto viene brandita contro la candidata del Pdl, Renata Polverini.
Il ragionamento che si rincorre da giorni tra radio, blog e tv dedicate alla squadra biancazzurra, è il seguente: l’attuale presidente della Lazio, Claudio Lotito, è arrivato nel 2004 alla guida della società grazie all’appoggio del centro-destra e di Francesco Storace che all’epoca era governatore della regione e ne sponsorizzò l’ascesa e che oggi si è schierato con la Polverini. Ora, sostengono i tifosi avvelenati, quello stesso centro-destra deve mobilitarsi per mandare via il presidente. Altrimenti boicotteranno il voto di fine marzo a danno della Polverini, annullando le schede con scritte anti–Lotito o, peggio, dirigendo il consenso verso la sua avversaria, Emma Bonino.

Difficile al momento tentare previsioni. Ma la minaccia del boicottaggio, nata quasi in sordina, è diventata ormai il leit-motiv della cronaca calcistica romana degli ultimi giorni. E non solo. Perché anche la politica ha acceso un faro sulla vicenda. Tanto che, fino all’altro ieri, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha invitato i tifosi a più miti consigli promettendo di incontrarli nei prossimi giorni.

Insomma l’affaire è tutt’altro che banale. Certo i numeri sono molto ballerini ed è difficile prevedere quanti tifosi laziali tradurranno la loro rabbia in un “non voto”. Secondo Gianluca Tirone, ultras e conduttore storico della “Voce della nord” su Radiosei, puntuale termometro radiofonico della tifoseria laziale – che oggi si fermerà per cinque minuti alle 12 in punto suonando il clacson in segno di protesta – «sono 50-60 mila le persone pronte a boicottare le elezioni. E – spiega – le prese di posizione della politica sono la dimostrazione che la cosa si sta prendendo molto seriamente». Più cauto il suo collega, Alessio Buzzanca, voce su Radiosei di un’altra trasmissione, “Non mollare mai”, sempre sintonizzata sulle vicende della Lazio. «Non credo a quelle cifre – dice -. Se si arriverà a convincere 5mila persone sarà già un miracolo». L’unico mezzo, aggiunge, «per mandare via Lotito, che è uomo della politica, è accogliere almeno una delle sue richieste».

Nel quartiere generale della Polverini si segue il tam tam mediatico con molta attenzione. Nessun allarme, ci tengono a precisare. Ma certo fa riflettere che ieri la candidata del Pdl sia giunta a Trigoria per incontrare il capitano della Roma, Francesco Totti, annunciando di fare lo stesso con la Lazio.
E c’è chi, come Michele Plastino, da 30 anni alla guida della trasmissione tv “Goal di notte” in onda su T9, altro barometro cruciale degli umori dei tifosi capitolini, legge nella visita della Polverini «una conferma che il problema del possibile non voto è serio». Lui, laziale ma lontano dal centro-destra, a differenza di gran parte della tifoseria biancazzurra, non è assolutamente d’accordo con questa scelta. «È un segno di pochezza civile, ma è altrettanto agghiacciante vedere che la Polverini va a Trigoria, dalla Roma, per provare a raccogliere i voti e pareggiare l’eventuale emorragia di consensi persi dall’altra parte». Sui numeri, però, Plastino non si sbilancia. «Non credo siano 50mila, ma di certo non sono affatto pochi». Polverini e i suoi sono avvisati.

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12 febbraio 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/02/calcio-polverini-teme-punizione-ultra-lazio.shtml

ULTIM’ORA – Milano, ucciso 19enne egiziano: Dopo la rissa è rivolta nelle strade

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Il ragazzo è stato accoltellato per futili motivi in viale Padova

Milano, ucciso 19enne egiziano
Dopo la rissa è rivolta nelle strade

Gruppi di nordafricani stanno spaccando auto e danneggiando negozi gestiti da sudamericani

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MILANO – Almeno un centinaio di stranieri stanno dando vita a Milano, a una rivolta nella zona periferica di via Padova, uno dei quartieri più multietnici del capoluogo lombardo dopo l’omicidio di un giovane egiziano da parte di sudamericani. Secondo quanto confermato dalla polizia, gruppi di nordafricani stanno spaccando auto e danneggiando negozi prevalentemente gestiti da sudamericani. In base a quanto si è appreso, i gruppi di nordafricani infuriati non si stanno limitando ai danneggiamenti, ma hanno aggredito anche alcune persone, prevalentemente di etnia latino-americana. Al momento non è noto se ci siano persone ferite in modo serio. . Poi un folto gruppo si è riunito in un corteo improvvisato e si è diretto verso il Consolato egiziano sito in via Porpora. Il quartiere si è riempito delle volanti di polizia.

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La rivolta in via Padova La rivolta in via Padova La rivolta in via Padova La rivolta in via Padova

La rivolta in via Padova La rivolta in via Padova La rivolta in via Padova La rivolta in via Padova La rivolta in via Padova

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LA VITTIMA – L’omicidio, avvenuto alle 17,40 per strada in via Padova all’altezza del numero civico 80, secondo una prima ricostruzione della Questura, è da un diverbio nato per motivi banali fra tre africani e cinque latino-americani su un autobus. I gruppi, scesi dal mezzo pubblico, si sono affrontati. Un egiziano di 19 anni, raggiunto da una coltellata al torace è morto quasi all’istante. Gli altri due sono stati feriti, ma non sono in pericolo di vita. Quando medici e polizia, terminati i rilievi, stavano rimuovendo il corpo sono iniziate le proteste che si sono fatte sempre più violente tanto da richiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

DE CORATO – Il vice sindaco e assessore alla sicurezza Riccardo De Corato non si mostra certo sorpreso per l’accaduto: «Quando ci scappa il morto scatta la tragedia. Proprio come era successo lo scorso 7 giugno quando un giovane era deceduto per una rissa tra sudamericani e ancora prima, il 29 marzo, quando una rissa tra nordafricani in via Lombroso si era conclusa con un morto e due feriti, tutti accoltellati. Ma a Milano le liti tra extracomunitari sono all’ordine del giorno». «Basti dire – continua – che nei primi sei mesi del 2009 erano stati 84 gli stranieri coinvolti in episodi del genere, che hanno comportato 25 arresti e 23 denunce. Un far west, al quale via Padova non è rimasta immune, vista l’alta densitá di stranieri. E dove la componente clandestinità gioca un ruolo tutt’altro che secondario. Quando si parla di porte spalancate a tutti, è bene mettere in conto anche questi “effetti collaterali”».

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Redazione online
13 febbraio 2010
fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_febbraio_13/milano-nordafricano-ucciso-coltellate-1602458972870.shtml


Appalti, soldi, feste e massaggi: Il caso Bertolaso tra certezze e dubbi / Bersani: «Chiederemo le dimissioni di Bertolaso»

L’inchiesta – I nodi

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Appalti, soldi, feste e massaggi
Il caso Bertolaso tra certezze e dubbi

Nessuna prova di pagamenti da Anemone. Da chiarire i rapporti ambigui

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ROMA — Punti di forza e punti di debolezza. Nell’inchiesta sugli appalti per il G8 alla Maddalena ci sono elementi a sostegno sia di chi crede all’innocenza di Guido Bertolaso sia di chi è convinto della sua colpevolezza.

Paura per la reazione
Il 4 settembre del 2008 l’ingegner Susanna Gara del ministero delle Infrastrutture telefona all’ingegner Fabio De Santis, commissario delegato per i lavori alla Maddalena. Gli dice, con «tono preoccupato », che per la realizzazione della sala congressi della Maddalena l’impresa Anemone sta per chiedere un «aumento di qualcosa tipo il 50 per cento». Scrivono i magistrati che De Santis «è preoccupato per la reazione che può avere Bertolaso se gli prospetta l’esigenza di dover incrementare la spesa complessiva di 100 milioni, “perché sennò ci si incula quello”». Il commissario delegato, quindi, teme che Bertolaso possa non dare il suo ok. Sembra un punto a favore del capo della Protezione civile.

L’appunto e l’ok
Nei giorni successivi il titolare della ditta in questione, Diego Anemone, si incontra più volte con Diego Della Giovampaola, responsabile del controllo sui cantieri per i grandi eventi. Scrivono i magistrati che «si comprende come tali incontri siano connessi alla redazione di un appunto riguardante i maggiori costi (…) per un importo di 73 milioni». E si capisce anche, si legge nell’ordinanza, che «l’Anemone deve mostrare questo appunto a Bertolaso». Nelle settimane successive arriverà il via libera del capo della Protezione civile.

I soldi non trovati
Non c’è la prova che Bertolaso abbia ricevuto denaro da Anemone in cambio degli appalti o di questa maggiorazione dei costi. Ma c’è almeno un episodio che insospettisce gli investigatori. Il 20 settembre del 2008, alle dieci di sera, Anemone manda un sms a Bertolaso per chiedergli di incontrarlo il giorno dopo. I due si accordano per le 10 e mezza in Piazza Ungheria. La mattina dopo, verso le nove, l’imprenditore telefona a don Evaldo Biasini, economo di una struttura missionaria, il «Collegio preziosissimo sangue», dove sta eseguendo lavori di ristrutturazione: «Senti don Eva’, scusa se ti rompo solo per rotture di coglioni, perché stamattina devo vedere una persona verso le dieci e mezza. Tu come sei messo? ». Risponde don Evaldo: «Di soldi? Qui ad Albano ce n’ho soltanto 10 mila, giù a Roma potrei darteli». Scrive il gip nell’ordinanza che l’incontro con Bertolaso è «stato preceduto con ogni evidenza da frenetici dialoghi telefonici tesi al rapido procacciamento di una consistente somma di denaro».

Altro in cambio?
Non c’è la prova del pagamento, ma è possibile che per gli appalti la contropartita sia stata diversa. Subito dopo l’incontro con Bertolaso del 21 settembre, Anemone telefona a Simone Rossetti che per suo conto gestisce il Salaria sport village. Gli ricorda che per la domenica successiva deve organizzare per Bertolaso quella «cosa megagalattica di cui parlavamo prima». Rossetti assicura che «chiuderà il centro due ore prima» e che ci «saranno tre persone con lui». È vero che la «cosa megagalattica » viene annullata da Bertolaso all’ultimo momento per impegni di lavoro. Ma è lui stesso, in una telefonata ad Anemone, a dire: «Conto che l’offerta possa essere ripetuta ovviamente in un’altra occasione. Ripeto, spero che mi consentirai di approfittarne in un’altra occasione ». Non ci sono solo i dodici incontri con Francesca, la massaggiatrice alla quale Bertolaso farà poi portare una «cosa che gli dovevo mandare da tanto tempo». Due mesi e mezzo dopo, il 14 dicembre, Rossetti su richiesta di Anemone porterà al Salaria sport village Monica, «con ogni verosimiglianza una prostituta brasiliana gestita da tale Regina che incontrerà il Bertolaso».

Prestazioni pagate?
Il 18 febbraio 2009 Bertolaso chiama al telefona Anemone, nel pomeriggio ha un appuntamento al Salaria sport village con Francesca. Scrivono i magistrati: «Bertolaso chiede ad Anemone di fargli trovare pronta la documentazione per il pagamento dell’abbonamento per la frequentazione del centro». Si può dire, dunque, che Bertolaso paghi di tasca propria per quelle prestazioni, massaggi o incontri di altro tipo che siano? È un nodo che deve essere ancora sciolto. Nella telefonata si parla dell’abbonamento annuale per entrare nel centro. Non del pagamento delle singole prestazioni. Quando Bertolaso arriva quel 18 febbraio al Salaria sport village, Francesca non si trova. Anemone chiede ai suoi collaboratori di rintracciarla e portarla nella struttura pagandole una «prestazione extra».

Familiarità
Scrivono i magistrati che dalle intercettazioni telefoniche «si evincono stretti e plurimi contatti del Bertolaso con Anemone». E che «l’Anemone cura in prima persona gli appuntamenti del Bertolaso presso il centro benessere Salaria sport village (…) dove lo stesso Bertolaso usufruisce non solo di massaggi ma anche di vere e proprie prestazioni sessuali». Al di là dello scambio ipotizzato nell’inchiesta tra l’imprenditore ed i pubblici ufficiali, resta un’anomalia nel rapporto fra controllore e controllato.

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Lorenzo Salvia
13 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_13/appalti-soldi-feste-e-massaggi-lorenzo-salvia_ca1a343e-1873-11df-adbd-00144f02aabe.shtml

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«Opposizione fermissima» contro il decreto del governo sulla Protezione Civile Spa

«Chiederemo le dimissioni di Bertolaso»

Bersani: «Credo che sia creata una situazione che non consente un buon governo della Protezione civile»

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Pier Luigi Bersani (LaPresse)
Pier Luigi Bersani (LaPresse)

MILANO – Ora il Pd vuole la testa del capo della Protezione Civile. Dimissioni di Guido Bertolaso? «Spero che lo capisca da solo, se no bisognerà chiederle. Credo che si è creata una situazione che non consente un buon governo del sistema della Protezione civile in condizioni di serenità e di tranquillità». Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ai microfoni del Tg2, auspica che il capo della Protezione civile faccia un passo indietro.

DECRETO – Il Pd inoltre farà «opposizione fermissima» contro il decreto del governo che trasforma la Protezione civile in una Spa, ribadisce ancora Bersani, che invita l’esecutivo a tornare sui suoi passi. «Se facciamo norme che aggravano il problema, come quelle che il Governo sta proponendo, è come se ci buttassimo nel pozzo», ha detto Bersani. «Si tratta di norme rischiose – ha continuato il segretario del Pd – se ora le applichiamo ad ambiti ancora più vasti, triplichiamo il rischio. Spero che il governo ci ripensi. Ho visto qualche perplessità e qualche incertezza dentro la maggioranza», ha concluso il segretario del Pd.

BONDI E LUPI – Non si fa attendere la replica del Pdl che con una nota del coordinatore Sandro Bondi attacca: «Ormai i fatti ci dicono che è impossibile coltivare la speranza di un cambiamento della sinistra italiana. Ci dobbiamo convincere che è tempo perso attendere da parte del Pd un segnale di resipiscenza, un sia pur minimo accenno di novità, una prova effettiva di apertura, una reale testimonianza di rinnovamento». Lo afferma in una nota il coordinatore del Pdl Sandro Bondi. «Alla prova dei fatti – prosegue – Bersani è uguale agli altri, si comporta come tutti coloro che lo hanno preceduto alla guida del partito. Qual è ormai la differenza fra lui e Di Pietro? Di Pietro chiede le dimissioni di Bertolaso e Bersani a distanza di qualche ora immancabilmente segue la linea truculenta e demagogica dettata da Di Pietro. Possibile che una sinistra che voglia essere riformista, seria e responsabile non abbia la forza di esprimere parole diverse da quelle pronunciate da Di Pietro, soprattutto in riferimento ai meriti di fronte all’Italia di un galantuomo come Guido Bertolaso?».
Gli fa eco Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera dei deputati per il quale: «L’opposizione continua a percorrere la strada del tanto peggio tanto meglio. L’attacco di Pier Luigi Bersani nei confronti di Guido Bertolaso, oltre che strumentale, dimostra che il Pd non riesce a liberarsi dall’abbraccio giustizialista di Di Pietro. Bertolaso ha lavorato, e bene, per risolvere le emergenze che hanno colpito il nostro Paese e non bastano le illazioni per condannarlo».

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Redazione online
13 febbraio 2010

Il quotidiano francese ‘Libération’: “L’Italia è un paese che si imbarbarisce”

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Il quotidiano francese ‘Libération’: “L’Italia è un paese che si imbarbarisce”

La traduzione dell’articolo ‘L?Italie de Berlusconi, un pays en voie de barbarisation’ apparso sul quotidiano francese Libération

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L’Italia è un paese normale? L’anomalia rappresentata da Berlusconi – il fatto che concentri in sé il potere politico e mediatico, che utilizzi il Parlamento come un’azienda destinata a fabbricare leggi che lo salvino dai tribunali, che vomiti insulti sulla magistratura, che critichi continuamente la Costituzione, che riduca la politica a un cumulo di barzellette e dichiarazioni istrioniche, che porti con sé il peso dei suoi scandali sessuali – tutto questo spingerebbe a rispondere di no. Ma c’è di più.

Ciò che colpisce, ad esempio, è il fatto che dopo essere stata considerata il laboratorio-avanguardia dell’idea di Europa, l’Italia è oggi regredita a uno status ‘provinciale’. La sua stessa classe politica è provinciale, viaggia poco, soltanto di rado parla inglese. Il ruolo centrale ancora attribuito alla televisione immobilizza il paese negli anni Ottanta. Si va in televisione agghidati, tutto è intrattenimento, pubblicità, talk show urlato, sederi e pizzi, le trasmissioni di inchiesta sono rarissime e di conseguenza quelle a cui potrebbero partecipare filosofi, storici, sociologi, psicanalisti o uomini di scienza praticamente non esistono. Una sera su due Rai Uno manda in onda Porta a Porta, un talk show condotto da un giornalista dolciastro, una sorta di messa a cui partecipano sempre gli stessi leader politici, e che non è lontana dal rimpiazzare Camera e Senato. Molto di rado nelle trasmissioni politiche, sportive o di varietà compare una persona di colore. Nuova provincia, l’Italia perde punti praticamente in ogni settore, dalla scuola alla sanità, all’ecologia, ai diritti, alla cultura (budget massacrato) e anche alla tecnologia. Di recente, dopo Bob Geldof che rimproverava il governo di pareggiare il bilancio alle spalle dei poveri, è stato Bill Gates in persona ad accusare Berlusconi (“I ricchi spendono molti più soldi per risolvere i loro problemi personali, come la calvizie, di quanto non facciano per combattere la malaria”) di aver ridotto della metà i fondi pubblici per lo sviluppo promessi davanti alle telecamere, facendo dell’Italia “il più avaro paese europeo”.

La stessa regressione a livello informatico. Si sa che a causa del decreto Pisano la connessione wireless a Internet in un luogo pubblico, un areoporto o un cybercafé per esempio, è sottomessa alla presentazione di una carta di identità? Che i crediti per lo sviluppo dell’addebito immedito sono congelati dal 2008, che da parte della maggioranza si levano voci che domandano il controllo di social network come Facebook? Che sono state firmate ovunque petizioni per “emancipare Internet” dalle norme legislative che penalizzano il futuro del paese il quale, per l’accesso alla Rete, è già “indietro e sottosviluppato rispetto al resto d’Europa”? Berlusconi è un uomo di televisione vecchio stile, per il quale Internet è un mezzo pericoloso in quanto “liquido”, ovvero incontrollabile e fuori dal suo impero.

Ma è a livello sociale che la regressione è più netta. Berlusconi catalizza talmente l’attenzione che all’estero non si percepisce come il fatto più importante sia piuttosto una “leghizzazione” della società, che porta con sé una degradazione morale e civica, una “barbarizzazione” dell’Italia. La Lega Nord di Umberto Bossi – il cui organo di stampa, La Padania, ha scritto “Quando ci liberete dai negri, dalle puttane, dai ladri extracomunitari, dai violentatori color nocciola e dagli zingari che infestano le nostre case, le nostre spiagge, le nostre vite, i nostri spiriti? Buttateli fuori, questi maledetti” – la Lega Nord alleata decisiva del partito di Berlsconi ha fatto eleggere i suoi uomini, molti dei quali sono ministri, in un considerevole numero di amministrazioni locali, diffondendo i suoi valori e il suo linguaggio. Ha sdoganato e reso normale il discorso xenofobo.

Ci vorrebbe la Biblioteca Vaticana per riunire ed enumerare i discorsi che incitano all’odio razziale, all’omofobia, all’anti-meridionalismo pronunciati dai suoi leader. Che si guardino su Youtube i discorsi del signor Mario Borghezio, che ci ascolti qualche estratto dei discorsi di Radio Padania: in nessun paese sarebbe tollerato un tale strabordamento di odio, stupidità, xenofobia!

Si difendono i valori cristiani, la famiglia, il lavoro, si vuole la croce sulla bandiera italiana e il crocifisso nelle scuole ma il ministro dell’Istruzione vuole imporre una quota di stranieri nelle classi, il ministro dell’Interno ha voluto istituire ronde di sorveglianza (un fiasco colossale, fortunatamente, nessuno si è presentato per farne parte) e ha reso reato penale il fatto di essere uno straniero senza permesso di soggiorno. Una piccola star della politica, a capo di un’impresa e politicamente schierata a destra della destra, di cui si prevedeva che sarebbe diventata sotto segretario al Welfare perché nelle grazie di Berlusconi (a proposito del quale aveva detto: “E’ ossessionato da me, ma non avrà il mio…” o anche “Le donne gli piacciono solo in posizione orizzontale”) si è finemente distinta per aver dichiarato che “Maometto era un pedofilo”. Un fanatico (eletto) ci teneva a che i treni frequentati dalle ragazze nigeriane fossero disinfettati, un altro (anche lui eletto) voleva “eliminare tutti bambini rom che derubano gli anziani” e, interrotto dagli applausi del “popolo padano” ha invitato i musulmani a “pisciare dentro le loro moschee”.

Altri ancora hanno dato fuoco alle baracche degli immigrati, proposto vagoni ferroviari e linee del bus separate per italiani e stranieri. Discriminazioni di ogni genere, aggressioni, spedizioni punitive, crimini a volte, bandiere e grida razziste nei raduni della Lega, vere e proprie cacce all’uomo nero con bastoni e fucili che per la stampa internazionale fanno evocare il Ku Klux Klan e che invece al ministro dell’Interno fanno dire: “Abbiamo dato prova di troppa tolleranza verso gli immigrati”.

Tutto ciò provoca poche reazioni in Europa. Ed è senza dubbio in questo senso che l’Italia è ancor più provincializzata: la si guarda dal lontano e dall’alto, continuando ad amarla per la sua cucina, l’arte e i paesaggi, non la si prende sul serio né nel bene né nel male. Che si immagini cosa accadrebbe nelle strade di Londra, di Parigi, di Berlino se la Lega Nord fosse un partito, poniamo, austriaco o francese e se Umberto Bossi si chiamasse Jörg Haider.

Robert Maggiori, Libération, 11 febbraio 2009
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LEGGI L’articolo in originale su sito del quotidiano Libération.fr

Traduzione di Lara Crinò

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11 febbraio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-quotidiano-francese-liberation:-litalia-e-un-paese-che-si-imbarbarisce/2120843//1

INCHIESTA L’ESPRESSO – Gli Ogm sono tra noi / Petrini: Perchè dico NO dieci volte

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Gli Ogm sono tra noi

Entrano nei mangimi del 25 per cento degli animali allevati in Italia, quindi nel latte e nella carne. Passano le frontiere nei sacchi di soia e mais. Si nascondono nei prodotti, anche bio. E i consumatori sono senza difese

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di Tommaso Cerno

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Un disegno anti-Ogm tracciato da Greenpeace in una risaia lombarda
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Invisibili. Nascosti. Ce n’è sugli scaffali dei supermarket. Protetti dalle concentrazioni minime che non obbligano a dichiararli sull’etichetta. O trasformati in proteine nei gelati del futuro, che non si sciolgono e non si congelano mai. Occultati fra farine e bevande di soia, le stesse che ogni giorno passano i confini schivando i controlli. E soprattutto serviti quotidianamente nelle stalle, dove il menù di mucche, maiali, polli e tacchini è sempre più Ogm: geneticamente modificato. Ogni anno negli allevamenti italiani si consumano quasi 4 milioni di tonnellate di soia transgenica, un quarto del fabbisogno totale. Stessa cosa vale per il mais, pur in percentuale minore. Numeri sconosciuti ai più, che circolano solo fra gli addetti ai lavori. Così come pochi sanno che con quegli stessi animali si producono anche i grandi marchi Dop del made in Italy: dal Parmigiano al Grana, fino al prosciutto di San Daniele. Senza bisogno di scriverlo da nessuna parte, senza l’obbligo di informare chi compra. È così che l’Ogm si diffonde, fa concorrenza all’agricoltura tradizionale, si infiltra nella nostra dieta. Sì, perché lo scontro che vede l’agguerrito ministro delle Politiche agricole Luca Zaia, schierato per il no alle colture biotech, riguarda solo il divieto di seminare mais e soia ottenuti in provetta. Ancora proibiti nei campi, ma già legali sulla tavola degli italiani.
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DALLA STALLA ALLA CUCINA
È il pasto di Frankenstein, denuncia la Coldiretti. Vegetali col genoma modificato. Un rebus genetico difficile da decifrare, i cui effetti sulla salute non saranno chiari prima di molti anni. Nossignore, ribattono a Confagricoltura: quei prodotti sono l’ambrosia del Terzo millennio. Frutti high-tech e supernutrienti, piante che prevengono i tumori, proteine con proprietà farmaceutiche capaci di resistere a sbalzi climatici e parassiti. Alle ricerche americane che mostrano come gli Ogm facciano bene, il fronte dei contrari risponde con dossier che proverebbero i danni al fegato subiti dai bovini alimentati a quel modo. Mentre la polemica infuria, silenziose quelle tonnellate di mangime con Dna modificato entrano ogni giorno in Italia da Argentina, Brasile e Stati Uniti. Tutto secondo le regole, beninteso. La soia RR o il mais Mon 810 hanno i documenti a posto. Hanno superato i test dell’Efsa di Parma, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, per cui possono varcare le frontiere. E finire nelle mangiatoie: dalle stalle produttrici del latte, ai prosciuttifici. Senza l’obbligo di esplicitarlo sulle etichette del prodotto finale. Eppure sono diventati il piatto forte delle 43 mila stalle italiane: incidono per il 10 per cento sulla dieta dei suini, addirittura il triplo per i bovini. Con un risparmio fra il 20 e il 30 per cento. Messa così saranno presto una strada obbligata, se si vuole reggere alla concorrenza globale: “Senza questi mangimi l’Italia non sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno degli allevamenti”, spiegano all’Anacer, l’associazione nazionale dei cerealisti che rappresenta un centinaio di importatori. Già oggi. E Nomisma prevede che nel 2013 andrà ancora peggio: il mais non Ogm calerà del 70 per cento. Vuol dire che ne circoleranno meno di 26 milioni di tonnellate, quando già adesso il doppio non basta. Inevitabile sarà l’aumento di prezzo di 4 euro ogni cento. “Produrre i mangimi convenzionali è costosissimo. Ecco perché l’Ogm è diventato indispensabile anche nelle filiere che producono Dop”, dicono all’Assozoo, che riunisce i maggiori produttori italiani di mangimi. Trovare soia non Ogm, poi, è quasi impossibile. “La produzione futura di uova e pollame biologici è a rischio”, denuncia Martin Humphrey, portavoce di una fra le più importanti ditte di mangimistica: “Non credo che nel 2012 ci saranno più mangimi non Ogm. Bisogna che i consumatori lo sappiano”.

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IL FALSO OGM-FREE
Dalla stalla al piatto il passo è breve. Anche se non sembra. Se fai un giro fra gli scaffali dei supermercati l’etichetta Ogm, in effetti, è molto rara. La si trova ogni tanto sull’olio di semi per friggere. E poco altro. Ma le cose non stanno proprio così. Le multinazionali commissionano sondaggi continui e sanno bene che l’80 per cento degli italiani si schiera ancora contro i cibi transgenici. Magari senza sapere bene di cosa si parli, visto che quattro adulti su dieci non conoscono nemmeno il significato della sigla. E così i brand mondiali preferiscono non rischiare e restare sotto soglia. Tanto, fino allo 0,9 per cento di concentrazione nelle merendine, nei crackers, nel lievito o nella panna di soia, come di ogni prodotto in vendita in Italia, sulla confezione non serve scrivere Ogm.
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Il limite è definito dai tecnici che spie come le macchine non riescono a identificare sostanze mutate sotto quella soglia, e aggiungono che durante i trasporti o nei magazzini un rischio minimo di contaminazione, di fatto, c’è e quello 0,9 mette al sicuro dal caso. Ma a chi riempie il carrello della spesa, non basta evitare alimenti a base di mais e soia, perché l’ingrediente biotech può nascondersi nei derivati. Amido, semola, fruttosio, glucosio. Tutte sostanze che il consumatore non riconosce come a rischio. È la grande contraddizione denunciata da Confagricoltura: “Il sì o il no all’Ogm sono un falso problema. Il paradosso italiano prevede l’import e l’uso dei derivati di mais e soia transgenici, ma allo stesso tempo vieta ai produttori di accedere a queste innovazioni”, ripete il presidente Federico Vecchioni. Al punto che in Italia è esploso il fenomeno opposto: sempre più spesso in etichetta compare il bollino “Ogm free”. La prova, secondo il marketing, che si sta mangiando naturale. Ma non è sempre vero. “Dovrebbe essere possibile etichettare a quel modo solo a fronte di controlli precisi della filiera”, spiega Franca Braga di Altroconsumo: “Che non sempre si fanno”. Questo sembra oggi il tema vero sul piatto: si fanno pochi controlli e il consumatore non sa se sta comprando alimenti modificati, in una qualche fase della loro produzione, o no. E le verifiche fatte dai tecnici del ministero della Salute, che mette in atto il piano di controllo sulla presenza di organismi geneticamente modificati negli alimenti, dimostrano che sostanze modificate negli alimenti in vendita in Italia ci sono, eccome. Nel potenziale paniere transgenico c’è un po’ di tutto: l’amido di mais, presente nelle farine e nella pasta, le bevande di soia, i budini, le creme salate, i fiocchi di cereali, gli integratori dietetici. Perfino pane, latte, impasti per dolci e snack salati.
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Fino ai prodotti bio come il tofu, che spadroneggia nelle bioteche. Nel 2008 il ministero ha controllato un migliaio di alimenti e il 4,3 per cento risulta positivo al test: è vero che spesso l’Ogm presente è al di sotto della soglia dello 0,9, ma in molti obiettano che l’esistenza di un limite tecnico sotto il quale non si vede la mutazione non è garanzia che quella mutazione sia irrilevante. Non solo: i furbetti del transgenico si moltiplicano quando i controlli si spostano alle frontiere. Sui Tir in ingresso, un campione di alimenti su 10 presentava tracce di Ogm. Tantissimi. Anche il ministero parla di “riscontro significativo “, eppure i controlli restano insufficienti: solo 54 durante l’anno. “È per questo che chiediamo l’etichettatura completa dei prodotti su carni, formaggi e derivati. Il consumatore deve sapere tutto su ciò che acquista e mangia. È una mancanza grave di trasparenza “, spiega ancora Altroconsumo: “I controlli sono difficili, lunghi e ancora troppo pochi per avere la certezza che quello che finisce in tavola sia davvero Ogm free”. Le Asl ci stanno provando. Già nel triennio 2009-2011 si prevede di intensificare le verifiche, soprattutto alle ex dogane da cui proviene il grosso degli alimenti a rischio. Anche perché se in Italia produrre Ogm è vietato, in Europa siamo circondati: Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Germania, Slovacchia, Romania e Polonia coltivano regolarmente mais transgenico. Migliaia di ettari, destinati ad aumentare negli anni.
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IL VENTO DEL NORD
Doveva adeguarsi anche l’Italia e sdoganare l’agricoltura transgenica. La firma dell’accordo Stato-Regioni per definire i paletti era attesa a fine gennaio. Invece dal ministro Zaia è arrivato un altro rinvio. Troppi dubbi sulle linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate. In altre parole non c’è accordo su come impedire che i semi transgenici contaminino i campi ancora al naturale. Così da Vivaro, un paesino alle porte di Pordenone, è partita la sfida al governo. La guida un contadino friulano, Silvano Dalla Libera, che ha spento il trattore e s’è rivolto al giudice. Ricorsi, controricorsi fino al Consiglio di Stato che gli ha dato ragione: è un suo diritto seminare mais Ogm e il ministero dovrà autorizzarlo entro il 19 aprile. Una bomba a orologeria per Zaia, in corsa per la poltrona di governatore del Veneto, che promette di impugnare la sentenza e fermare il contadino biotech pronto, invece, a seminare il primo campo Ogm al confine fra Veneto e Friuli. Con lui altri mille soci di Futuragra, forti di un sondaggio Demoskopea che dimostrerebbe come da quelle parti ben il 53 per cento degli agricoltori si dica pronto a seguire l’esempio: “Ho dovuto arrivare a 63 anni per farmi il primo campo transgenico. Negli Stati Uniti vidi con i miei occhi la soia Ogm già 20 anni fa e mi dissi: dove vogliamo andare con le nostre zappe?”, racconta Dalla Libera che ha inviato una lettera aperta al premier Berlusconi. Il Friuli Venezia Giulia resta a guardare. L’ex governatore Riccardo Illy s’era detto favorevole nel 2005 all’avvio delle sperimentazioni, pronto a divorare una polenta transgenica alzando un calice di vino. Così farà anche il successore Renzo Tondo del Pdl: “Non vedo contraddizioni fra la tutela del prodotto locale e l’Ogm. Possono avere spazi e funzioni diversi. Da una parte coltiviamo l’alimento di qualità, dall’altra Ogm, magari per produrre energia alternativa. Zone separate, regole, rispetto reciproco”.
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Il problema di Tondo non sarà tanto il vento elettorale, che soffia in poppa alla Lega contraria al suo progetto. Quanto la brezza di montagna. Perché dal campo di Silvano Dalla Libera i semi di mais Ogm voleranno dappertutto, dando avvio anche in Italia alla “ contaminazione” che Coldiretti denuncia come rischio globale. Basta farsi una cinquantina di chilometri verso il mare. A Fossalon, nella laguna di Grado, Massimo Santinelli coltiva soia biologica. È titolare della Biolab e da vent’anni commercia tofu nel Nord-est. “La mia soia è naturale al 100 per cento, effettuo controlli alla semina, durante il raccolto e sul prodotto finito. Se danno il via libera ai campi Ogm, non potrò più avere certezze. Chi risponderà dei danni?”. Nessuno lo dice. Anche perché il rovescio della medaglia è che i contadini-tech sono pronti a fare altrettanto. E chiedere un risarcimento di 200 milioni di euro se lo stop agli Ogm rovinasse il loro raccolto: “La contaminazione? La subiremo noi, quando le piante robuste e perfette verranno contaminate da mais malato”. Si annuncia battaglia. Anche perché Federconsumatori è pronta a ricompattare la coalizione anti-Ogm che già nel 2007 si mobilitò per indire un referendum.
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SUPER-GELATO ARTICO
Ci aggiungi il super-gelato del futuro, che dall’estate scorsa può circolare nei 27 paesi della Ue e la zona grigia degli Ogm nascosti s’allarga ancora. Si chiama cono “very strong”, realizzato con un gene rubato a un pesce artico, capace di renderlo resistente alle temperature polari. Puoi metterlo in un frigo a bassissime temperature e resta cremoso. Eppure, sebbene la proteina Isp con cui si produce derivi da un lievito geneticamente modificato, l’etichetta Ogm non è obbligatoria: “È esonerato perché l’elemento transgenico usato per la produzione viene rimosso dal prodotto finale”, denuncia la Fondazione diritti genetici. Non è considerato un ingrediente. Non c’è scritto da nessuna parte. Chi mangia non lo sa. E i casi sono sempre di più.
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Chi li vuole e chi no

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di Tiziana Moriconi
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UNIONE EUROPEA Per essere coltivate sul terreno dell’Unione, le varietà transgeniche devono prima essere valutate dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare e ricevere l’approvazione della Commissione europea. Spetta poi ad ogni singolo Stato decidere se e cosa coltivare, una volta stabilita la distanza minima dalle altre piantagioni non Ogm, necessaria per evitare le contaminazioni. La Ue, infatti, tutela la libertà di scelta, ovvero il diritto dei cittadini di poter scegliere cibo non transgenico.

FRANCIA La legge consente le coltivazioni geneticamente modificate dal giugno del 2008. Prevede una distanza minima di 50 metri tra campi Ogm e non, e un risarcimento per eventuali contaminazioni. Oggi non sono presenti coltivazioni transgeniche.

GERMANIA Favorevole, ma cauta. La legge prevede una distanza minima di 150 metri dalle piantagioni convenzionali di mais e 300 da quelle biologiche, oltre all’obbligo di informare le aziende adiacenti, e di far firmare loro consenso scritto se si trovano a distanze inferiori ai limiti di coesistenza.

AUSTRIA La normativa è molto severa e mira a proteggere le coltivazioni tradizionali. È previsto un risarcimento per “gravi effetti avversi” derivanti dalle coltivazioni Ogm. SPAGNA Mais Ogm è coltivato dal 1998 senza alcuna regolamentazione sulla coesistenza. Tutta la produzione è destinata ai mangimi per animali.

GRAN BRETAGNA Le piantagioni Ogm non sono considerate pericolose, ma si preferisce valutare caso per caso. Si coltivano dal 1993 a scopo di ricerca, ma i prodotti non sono mai stati commercializzati. USA Una volta che una coltura Ogm è approvata dai tre organi deputati, lo United States Department of Agriculture, l’Environmental Protection Agency e la Food and Drug Administration, può essere fatta crescere liberamente in qualsiasi Stato. Vanno rispettate distanze minime per evitare la contaminazione.

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LEGGI Bioreattori in farmacia di Agnese Codignola
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10 febbraio 2010
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Perchè dico NO dieci volte

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di Carlo Petrini

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Sintetizzare e schematizzare su un argomento complesso come tutti quelli che riguardano il cibo e l?agricoltura non è mai facile né necessariamente un bene. Tuttavia credo che possa servire un elenco delle ragioni di chi, come noi, agli Ogm dice “no”, non per posizioni ideologiche o preconcette, come amano dire coloro che pensano di essere gli unici depositari del sapere, ma per ragioni serie e motivate, peraltro condivise anche da molti ricercatori e scienziati:

1. Contaminazione
Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile; le aziende sono di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L’agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell’acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.

2. Sovranità alimentare
Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.

3. Salute
Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.

4. Libertà
Le coltivazioni Ogm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l’agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.

5. Economia e cultura
I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico.

6. Biodiversità
Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.

7. Ecocompatibilità
Le ricerche su Ogm indicano due “vantaggi”: la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.

8. Precauzione
A circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli Ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.

9. Progresso
Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. È sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell’agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l’agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.

10. Fame I relatori Onu dicono che l’agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l’Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio su cui si basa l’alimentazione.

c.petrini@slowfood.it

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10 febbraio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ogm-petrini/2120670


LAVORO & DIRITTI – Vita da discount

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Vita da discount

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di Giuseppe Vespo

tutti gli articoli dell’autore

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La diagnosi del verbale di pronto soccorso dice «sindrome ansiosa». La prognosi, «sette giorni di riposo a casa». Tra le note, l’invito a rivolgersi al Csm territoriale, il Centro di salute mentale. Tutto per una pipì arrivata troppo presto, prima della pausa prevista dal contratto. È un giorno di novembre, ma potrebbe essere oggi. In uno degli ipermercati Panorama di Roma una cassiera chiede di andare in bagno. Non le toccherebbe, è al lavoro da appena un’ora e mezza. Ma è urgente e chiede l’autorizzazione. L’aspetta inutilmente per quaranta minuti. Poi si sente male e i colleghi chiamano l’ambulanza che la porta in pronto soccorso. «Da qui esci solo col 118», dice adesso la ragazza. La sua vicenda «è il sintomo e l’effetto di una gestione del personale inqualificabile e sempre più ottocentesca», scrivono i sindacati in un protocollo di contestazione all’azienda che ha come oggetto il «diritto alla pipì». Un diritto limitato per molti dei dipendenti di discount o punti vendita della grande distribuzione alimentare. Difficile quantificare quanti siano: la Filcams Cgil ne stima circa 400mila, ma il dato comprende anche la «gdo» (grande distribuzione organizzata) non alimentare, tipo l’Ikea.
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Non si contano neanche le storie di ordinaria vessazione che subiscono questi lavoratori. L’ultima che ha suscitato un po’ di clamore è della fine di gennaio. Riguarda sempre la pipì, quella dei 40mila dipendenti Carrefour stavolta. Dal primo febbraio se ne può fare una per turno, dice il nuovo regolamento, per la seconda ci vuole il certificato medico. Scaduto il contratto integrativo, alla multinazionale francese hanno pensato anche di azzerare la pausa retribuita: se ti fermi un quarto d’ora per riprendere fiato recuperi a fine turno. C’è così tanto da lavorare che da gennaio 2009 il punto vendita della Romanina ha messo in mobilità 115 persone. Mentre in altri ipermercati si lavora con contratti interinali settimanali, in scadenza come lo yogurt sul banco frigo. «Il meccanismo è semplice – racconta una dipendente che vuole proteggere il suo nome – il contratto scade la domenica e il venerdì l’agenzia ti chiama per il rinnovo. Se non chiama non lavori». Succede che non chiamino? Quasi mai: «Io vado avanti così da quattro anni», dice la ragazza. Quattro anni settimana dopo settimana: «Se faccio 19 ore guadagno 6/700 euro. Se ne faccio 24 arrivo a 750». Così però «non puoi crearti delle prospettive. Non posso nemmeno comprare la macchina, chi mi concede un finanziamento? Vivere da sola? È dura. Per questo ho chiesto almeno un contratto stagionale, sei mesi – continua lei – mi hanno risposto che le assunzioni sono bloccate». E fare causa? «Mi sono informata, magari la vinco ma poi?». Bisogna stare attenti perché si perde anche il poco che si ha. Al Lidl, per esempio, altro grande discount sul quale è stato scritto anche un libro nero, qualcuno la causa l’ha fatta. Ma si tratta di dipendenti a tempo indeterminato che si sono opposti all’«invito» a pulire i locali alla fine del turno. Un coraggio che in uno dei punti vendita di Milano hanno trovato solo in due su 18 lavoratori. Dopo un anno hanno vinto la loro battaglia e adesso sono gli unici esclusi dalla mansione. La questione è stata posta anche negli incontri che hanno preceduto la firma dell’ipotesi di contratto integrativo raggiunta a novembre. Una conquista non da poco per i dipendenti del discount tedesco, tra i più diffusi nel mondo. Le pulizie però restano fuori dall’intesa. «Oggi devo dire che le cose vanno meglio di quando sono stata assunta», rivela una cassiera milanese. «Si stanno facendo dei piccoli passi in avanti rispetto a quando, come è successo per esempio ad Albenga, organizzavano delle finte rapine per vedere come reagivamo. Ecco, test di questo tipo non ne subiamo più». Sembra che le cose non vadano tanto male neanche all’interno del più grosso discount del Paese, l’Eurospin. Almeno nel Senese, dove la gestione è in mano a Eurospin Tirrenica, una delle cinque società italiane che controllano i 750 punti vendita sparsi per il Paese. Non ci sono notizie di scioperi contro l’azienda, solo di rapine. Anche perché qui i sindacati praticamente non esistono. Il gruppo è nato nel ‘93. Secondo i sindacati nazionali, la holding Eurospin controllerebbe il pacchetto azionario di maggioranza delle società territoriali. Il resto è tenuto da azionisti locali. «Qui – racconta un dipendente – non va malissimo. Certo, non abbiamo integrativo. A volte le circolari sono scritte in militaresco, facciamo anche le pulizie e se perdiamo il badge lo paghiamo 50 euro. Non so se succede lo stesso anche in Sicilia, non sappiamo nulla degli altri punti vendita, non c’è neanche un coordinamento dei lavoratori». Neppure su Facebook, che ospita i gruppi del Carrefour o di Mc Donald’s.
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Il grande fast food americano non rientra nella gdo alimentare. Ma anche qui i dipendenti hanno qualcosa da raccontare. «Se anche tu hai partecipato alla vita lavorativa dentro un Mc donald’s puoi capirmi!!!», recita la description del gruppo su Facebook. Ci dice qualcosa uno dei tanti studenti universitari di Parma che lavorano col contratto “week end” a tempo indeterminato: sette euro l’ora per otto ore tra venerdì e domenica sera, e la malattia nei tre giorni non è mai pagata. All’inizio, quando sei lento anche perché nessuno ti spiega come fare, subisci come l’ultimo arrivato in caserma: fai spesso il lavoro peggiore, le pulizie. Anche se il nostro contratto è multiservizio, non sta scritto da nessuna parte che devi pulire pure il vomito dei bambini. O che ti tocca lasciare la cucina per sistemare il bagno». Alla fine si torna sempre lì, alla toilette: ormai simbolo di diritti negati.

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13 febbraio 2010
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Londra sferza il Pd: dieci domande all’opposizione italiana

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Londra sferza il Pd: dieci domande all’opposizione italiana

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di Francesca Paci

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Perché quand’era al governo il centro-sinistra non ha messo mano al conflitto di interessi? Come amplierebbe in una prospettiva meritocratica le possibilità dei giovani, dissuadendoli dall’emigrare verso paesi più promettenti? Avendo un miliardo di euro da spendere a cosa darebbe priorità, ricerca universitaria, scuola, riduzione del debito pubblico, stimolo alle imprese? A rivolgersi direttamente all’opposizione italiana è un pool di professori, giornalisti, massmediologi del Regno Unito che rispondendo all’appello della think tank Open Democracy e della Open University si è riunito al Midland Institute di Birmingham per partecipare alla tavola rotonda intitolata “Oltre Berlusconi”. Obiettivo: dimenticare per un giorno le carenze della maggioranza a Palazzo Chigi, tanto a cuore alla stampa internazionale, e ragionare sulle chances di una reale alternativa.

Per mesi i media britannici hanno rilanciato le dieci domande poste da La Repubblica al premier Silvio Berlusconi cercando di spiegare ai lettori d’oltremanica quella che il prestigioso settimanale The Economist, tra i primi, definì “l’anomalia italiana”. Eppure, ammette James Newell, docente di scienze politiche alla Salford University e direttore del semestrale Bulletin of Italian Politics, la catena di scandali che ha coinvolto il capo del governo non ne ha intaccato la popolarità: “Se Berlusconi continua a godere di un consenso del 48% significa che esiste una diffusa seppur non sempre manifesta ammirazione degli italiani per l’uomo che ha piegato a sé il sistema”.

Il segreto? Secondo Daniele Albertazzi, docente di european media all’università di Birmingham, è una personalità che non ha molto a che vedere con le tv: “Berlusconi è la colla del centro-destra, l’anima del popolo delle libertà”. Il sospetto, suggerisce Francesco Grillo, direttore della think tank Vision, è che svolga la medesima funzione compattante anche per gli avversari: “Senza di lui l’opposizione si sfalderebbe in un istante”.
Allora ecco il quarto quesito: è possibile che la mancanza di un governo ombra comunichi agli elettori italiani l’assenza di una alternativa in attesa? “La sinistra è complice di Berlusconi. Perchè, mi piacerebbe chiedere a Massimo D’Alema, ha cercato di accordarsi con lui?” osserva l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott. Parte della risposta, sostiene Paola Subacchi, economista internazionale di Chatman House, è in un paese in declino, sempre più marginale sulla scena mondiale, con dati da “paese emergente” come l’occupazione femminile più bassa d’Europa.
Come vede il centro-sinistra la globalizzazione e in che modo vi inquadra l’Italia? Bill Emmott ritiene che il futuro sia oggi: “Dopo gli sforzi di modernizzazione degli anni 90, il paese si è mosso in direzione opposta al mondo allontanandosi dalla meritocrazia e dal liberismo”.

Il dubbio è che al di là dell’antiberlusconismo l’opposizione sia ancora alla ricerca d’un set di valori comuni. Questione centrale, ammette il segretario del Partito Democratico Londra Andrea Biondi: “Basta pensare che abbiamo ribattezzato “circoli” le vecchie senzioni di partito per capire quanto perfino il linguaggio del centro-destra ci influenzi”.
Le domande sarebbero assai più di dieci, nota il giornalista Geoff Andrews: almeno quante le anime dell’opposizione. Perchè non s’investe nei nuovi media? Che società italiana è allo studio e con quale tipo di giustizia sociale? Qualcuno sarà in grado di realizzare serie riforme della classe politica in termini di numero e costo dei parlamentari, immunità legali, esclusione di candidati pregiudicati? Ma soprattutto: esiste un Obama italiano capace di sfidare il carisma di Berlusconi e al tempo stesso regalare un sogno gli elettori? Can we? Or we cannot.

LE DIECI DOMANDE

1 quali sono  i vostri  principali valori politici al di là dell’anti  berlusconismo?

2 perché quando l’opposizione ha avuto la possibilità  di governare non ha regolamentato il conflitto di interessi?

3 quale è la visione della società italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi schierate?

4 qual è la vostra visione della globalizzazione e come vedete l’Italia in essa?

5 come pensate di aumentare le possibilità a disposizione dei giovani in una prospettiva meritocratica e qual è la vostra risposta alla lettera di Pier Lugi Celli che invitava il figlio al lasciare l’Italia?

6 Sarete in grado di apportare serie riforme della classe politica in termini di: numero dei parlamentari; immunità legali; presenza di parlamentari con  problemi giudiziari; costi della politica

7 è possibile che l’inesistenza di un governo ombra o il fallimento nel tentativo di crearlo comunichi agli elettori l’assenza di un governo alternativo in attesa e quindi comunichi la non presenza di un’opposizione ufficiale in Italia?

8 perché non c’è un reale interesse e capacità nell’usare i nuovi media?

9 Se aveste un miliardo di euro di risorse extra come le utilizzereste? Ricerca universitari, Scuola, riduzione del debito pubblico, rafforzamento delle forze di polizia, stimolo alle  imprese, tutela del lavoro?

10 Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e popolarità ma al tempo stesso di creare una visione e  un sogno per gli elettori che vi dovrebbero votare?

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13 febbraio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=258&ID_articolo=125&ID_sezione=573&sezione=

USA – Docente precaria fa strage a scuola / University of Alabama in Huntsville biology professor in custody regarding deadly shooting at faculty meeting

13/2/2010 (7:19) – AMY BISHOP, QUARANT’ANNI, RISCHIA LA SEDIA ELETTRICA

https://i1.wp.com/media.al.com/huntsville-times/photo/-93b36a383a9e66de.jpg

Docente precaria fa strage a scuola

Le rifiutano la cattedra di biologia e apre il fuoco sui colleghi: tre morti e due feriti a Huntsville in Alabama

L’università di Hunstville, Alabama, teatro della strage

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NEW YORK
Le hanno rifiutato la cattedra di biologia
e ad Amy Bishop, la brillante specialista in neurologia laureata al prestigioso ateneo di Harvard, sono saltati i nervi: ha provocato una strage. La donna ha preso un fucile e ha sparato contro i suoi colleghi uccidendone tre, ferendone due gravemente e colpendo, ma in maniera meno grave, anche un dipendente dell’Ateneo.

È successo all’Università dell’Alabama, a Huntville, e la brillante docente, quasi 40 anni, rischia ora la sedia elettrica. Ad Huntsville la Bishop è piuttosto conosciuta, almeno negli ambienti scientifici ed accademici. Insieme al marito Jim Anderson, responsabile di un laboratorio locale, la donna aveva messo a punto nel 2006 un rivoluzionario incubatore di cellule, battezzato «inQ», piccolo, mobile e poco costoso per la coltivazione delle staminali.

Secondo i testimoni, la docente ha sparato contro i suoi colleghi, provocando la strage, dopo avere appreso che non avrebbe ottenuto la cattedra, rischiando verosimilmente di essere licenziata l’anno prossimo, come prevede il sistema in vigore nella maggior parte delle Università statunitensi. Secondo il portavoce dell’Ateneo, Ray Garner, la donna è stata arrestata e una seconda persona è stata fermata, ma non è chiaro se è coinvolta nella strage. Si tratterebbe del marito dell’assassina, Jim Anderson, secondo alcune fonti.

Non ci sarebbero altre vittime: la polizia ha isolato il palazzo della strage, lo Shelby Center di matematica e di scienze, e tutte le classi sono state ispezionate. Il campus è chiuso è c’erano pochi studenti al momento del dramma. Le tre vittime erano colleghi della donna, come anche i due feriti gravi. Il ferito leggero è membro del personale dell’Università, ma non fa parte del corpo insegnante. Nessun studente è stato ferito.

I fatti si sono verificati intorno alle 16:00 locali, le 23:00 italiane, al terzo piano dello Shelby Center, il palazzo che ospita le facoltà di matematica e di scienze, durante un seminario di biologia, secondo le prime indicazioni. Il campus rimane chiuso fino a nuovo ordine, ha precisato il portavoce dell’Ateneo.

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fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201002articoli/52177girata.asp

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University of Alabama in Huntsville biology professor in custody regarding deadly shooting at faculty meeting

https://i1.wp.com/images.huffingtonpost.com/gen/140894/thumbs/s-AMY-BISHOP-large.jpg

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By Patricia C. McCarter

February 12, 2010, 5:45PM

HUNTSVILLE, AL — A biology professor is in custody in connection with three fatal shootings on the University of Alabama in Huntsville campus Friday afternoon, according to a UAH official.

Dr. Amy Bishop, a Harvard-University trained neuroscientist, was taken into custody, and her husband has been detained. They have not been charged with a crime. Police said they have a suspect in custody but have not named the person.

According to police, three people were killed and three were wounded when the shooter opened fire during a biology faculty meeting on the third floor of the Shelby Center for Science and Technology. The three injured people are being treated at Huntsville Hospital.

In June 2006, The Times published a story involving Bishop, biology professor and her husband, Jim Anderson, chief science officer of Cherokee Labsystems in Huntsville.

Bishop is quoted in the story as co-inventor of “InQ,” a new cell growth incubator which promised to cut the costs, size and maintenance involved in the mechanics of cell generation.

From the story: InQ co-inventor Amy Bishop credits the coming together of a group of people with certain skills and crossover knowledge in a series of highly fortunate events fueled by Huntsville’s evolving entrepreneurial spirit.

“It’s great to actually see it hit the market, and the sooner the better,” Bishop said. “My colleagues think it will change the face of tissue culture. It will allow us, as researchers, to not live in the lab and control our tissue culture conditions, including the sensitive cultures including those like adult stem cells.

“The conditions to differentiate those have to be exact, and the incubator will help that.”

Tired of applying 1920s science to the rapidly advancing work of biotechnology, Bishop approached her husband … about inventing a portable cell incubator. Together, she and Anderson designed a sealed, self-contained cell incubation system that is mobile and eliminates many of the problems with cultivating tissues in the fragile environment of the petri dish.

It also has its own on-board computer that maintains and regulates the incubator, allowing tighter control of the cell environment.

Read the latest on the UAH shooting.

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fonte:  http://blog.al.com/breaking/2010/02/biology_professor_accused_in_u.html


Francia, tre ragazze torturano uno psicolabile: “Ci servivano i soldi per fare una festa”

https://i1.wp.com/4.bp.blogspot.com/_aMdUw2qQmQQ/SRg0xkCPVJI/AAAAAAAAANM/eMKeQKguB2A/s400/chiara-chiti-e-desiree-noferini-in-una-scena-del-film-un-gioco-da-ragazze-89860.jpgUna scena del film “Un gioco da ragazze”

Dopo essere entrate in casa, un appartamento a La Tronche, nei pressi di Grenoble, le giovani francesi hanno legato i piedi e le mani dell’uomo. Poi sono uscite “tranquille”

Francia, tre ragazze torturano uno psicolabile
“Ci servivano i soldi per fare una festa”

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Francia, tre ragazze torturano uno psicolabile "Ci servivano i  soldi per fare una festa"    Una strada di La Tronche, Francia

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GRENOBLE – Tre ragazze hanno torturato e derubato uno psicolabile di 55 anni. Lo scopo, ottenere la carta di credito dell’uomo, che aveva appena ricevuto un’ingente eredità dai familiari. E’ accaduto in Francia, a pochi chilometri da Grenoble. Nella notte tra martedì e mercoledì le tre giovani di 14, 15 e 17 anni si sono recate a casa dell’uomo, un appartamento nel paese di La Tronche, nella Francia centro-orientale. Dopo averlo legato, mani e piedi, con dei lacci, lo hanno torturato per tutta la notte con un martello e con un coltello dalla punta affilata, riscaldato prima su una fiamma.
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Dopo aver raggiunto il loro scopo, ovvero ottenere la carta di credito, in mattinata le tre giovani sono uscite e si sono recate “tranquillamente” al bancomat, dove avrebbero ritirato denaro per ben 14 volte. L’uomo, dopo essersi riuscito a liberare dai lacci che gli stringevano gli arti, è riuscito a chiamare la polizia. Le tre ragazze, già note alle forze dell’ordine, sono state arrestate mercoledì mattina. L’accusa è di tortura, barbarie, detenzione e estorsione.
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Secondo la polizia comunque, le tre giovani “sono incoscenti”. Per loro – spiega un agente – si è trattato solo di un gioco, tant’è che dopo aver ammesso le loro colpe, hanno concluso: “I soldi ci servivano per fare una festa”.
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12 febbraio 2010
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