Archivio | febbraio 14, 2010

Alessandro Vaia, una lezione che non muore

Alessandro Vaia, una lezione che non muore

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di Fausto Sorini, su Liberazione del 14 gennaio 2010

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Tremila battute sono poche per ricordare Alessandro Vaia nel 19° anniversario della sua morte (12 febbraio 1991). Ma probabilmente lui apprezzerebbe questa “costrizione” alla sinteticità e si opporrebbe ad ogni dilatazione di spazi: lui che detestava ogni vacua prolissità.

Fu una grande scuola, di militanza e di vita, per un bel gruppo di quadri che erano poco più che trentenni negli anni ’80; che si formarono nella lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI, organizzati soprattutto attorno alla rivista Interstampa, di cui egli fu uno dei fondatori e la cui funzione di lotta e formazione considerò sempre centrale, anche rispetto a talune ambiguità della direzione cossuttiana che poi, negli ultimi anni, si sono manifestate in tutto il loro liquidazionismo.

Oggi quei quadri (molti di essi) rivestono ruoli di direzione nel PRC e nel PdCI, e in buona parte sembrano non aver smarrito l’essenza politica e ideologica di quella formazione leninista e gramsciana che – per Vaia – era l’opposto di ogni settarismo o scolastica ripetizione di formule fuori dal tempo e dallo spazio, ma anche di ogni opportunistico e pragmatico ripiegamento adattativo allo “spirito dei tempi”, privo di basi strategiche, ideologiche e di integrazione col movimento comunista nella sua dimensione internazionale (o, peggio, di ogni patetico carrierismo fine a se stesso).

Non tutti sanno chi era Vaia, e ancor più in tempi di revisionismo imperante, vale la pena di leggere e rileggere il suo libro Da galeotto a generale, edito da Teti, con prefazione di Luigi Longo..

Nato a Milano nel 1907, si iscrive al PCd’I nel ’25 e l’anno dopo entra in clandestinità. Arrestato nel ’28, resta in carcere per 5 anni, poi emigra in Francia. Nel ’35 è alla scuola leninista di Mosca, politica e militare. Da lì, nel ’37, viene inviato a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, dove – sotto la direzione di Luigi Longo – diventa Generale della 12° Brigata Garibaldi, che verrà solennemente definita “la migliore unità della 45° Divisione”. Sconfitta la Repubblica spagnola, dopo 4 anni di campo di concentramento e di carcere duro riesce a fuggire e rientra in Italia nel ’44. Nel marzo ’45 sarà a Milano come Commissario di guerra del Comando Piazza, dove dirigerà l’insurrezione del 25 aprile.

Dirigente del PCI, membro del CC, subirà dopo il ’56 – in nome del “rinnovamento” – l’epurazione  della guardia partigiana vicina a Pietro Secchia: operazione che a Milano verrà condotta, congiuntamente, da Rossana Rossanda e Armando Cossutta, su direttiva di Togliatti. E fino alla sua morte, avvenuta nei giorni della nascita del PRC, parteciperà da protagonista di primo piano alla lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI: con la fondazione della Editrice Aurora (1978), della rivista Interstampa (1981) e, successivamente, del Centro culturale Concetto Marchesi.

Sicuramente Brecht lo avrebbe collocato tra gli “imprescindibili”, quelli che lottano per tutta una vita. Insieme lo ricordiamo, con indelebile commozione, coi figli Franco e Vladimiro, e con la sua compagna Stellina, che fu il grande amore della sua vita. Ancora parleremo di lui, perchè tante cose da lui abbiamo ancora da imparare.

https://i1.wp.com/www.sitocomunista.it/Immagini/rivoluzioni/spagna/spagna_graf/partenza.gifAppartenenti alle Brigate Internazionali

Retromarcia Rai: la puntata su Bachelet in onda il 20 febbraio

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Retromarcia Rai: la puntata su Bachelet in onda il 20 febbraio

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La puntata di “A sua immagine” dedicata al trentennale della morte di Vittorio Bachelet andrà in onda sabato prossimo, 20 febbraio. Lo ha deciso la Rai e l’annuncio è stato dato stamattina in diretta da Rosario Carello, conduttore del programma in onda il sabato pomeriggio e la domenica mattina su Raiuno.

La puntata era stata cancellata per la par condicio in quanto era prevista la presenza del figlio Giovanni, deputato del Partito Democratico. Raiuno ha applicato le regole della par condicio ma trattandosi di una vicenda eccezionale il servizio su Vittorio Bachelet andrà comunque in onda. così Viale Mazzini spiega ufficialmente la decisione di oggi, annunciata durante la puntata di “A sua immagine” di far slittare la trasmissione sul trentennale della morte di Vittorio Bachelet a sabato prossimo. «Fermo restando che Raiuno ha applicato in maniera corretta e puntuale la normativa vigente – sostiene la Rai in una nota – considerata l’eccezionalità della vicenda umana e storica della famiglia Bachelet, la Rai ha deciso che il servizio dedicato a Vittorio Bachelet andrà comunque in onda».

Il Presidente della Rai Paolo Garimberti ha chiamato il deputato Pd Giovanni Bachelet dopo che la Rai ha deciso di trasmettere ‘A sua immaginè la prossima settimana. Garimberti, secondo quanto si apprende, si è detto molto sollevato per come si è conclusa una vicenda che lo aveva trovato perplesso e di fronte alla quale era rimasto in silenzio per rispetto nei confronti di una decisione aziendale. Il presidente, consultato questa mattina su un possibile ripensamento, aveva espresso il suo totale sostegno alla decisione di ripristinare la puntata.

«Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mi ha telefonato stamattina per esprimermi solidarietà», dice Giovanni Bachelet. «Tutto coopera al bene per chi crede nella divina provvidenza: per questo guaio si sono ricordati tutti di mio padre, cosa che non era accaduta fino a ieri fatta eccezione per i quotidiani di area cattolica e per La stampa». «Avrei preferito che la puntata non andasse in onda piuttosto che fosse strumentalizzato l’unico presidio al pluralismo rappresentato dalla legge sulla par condicio, una legge che potrà essere pure ridicola in certi aspetti ma la situazione dell’informazione televisiva è tragica», aggiunge Bachelet. Da tanti, spiega, «ho avuto solidarietà e non tutti a sinistra. Mi piace ricordare Valentina Aprea del Pdl».

Il presidente della commissione parlamentare di Vigilanza Sergio Zavoli definisce «positiva» la notizia della risposta della Rai «alle tante sollecitazioni intervenute sulla messa in onda dell’intervista a Giovanni Bachelet – tra cui a quanto pare, anche da parte del presidente della Repubblica». Per Zavoli questa risposta «coincide con un’idea di rigore e buon senso che militano in favore di una ragione ragionevole, cioè della forma più ricca di approssimazione nella ricerca dell’equità. Al di là di ogni altra considerazione si sono incontrate delle volontà che mi stanno molto a cuore istituzionalmente e personalmente».

«Siamo stati ascoltati e ha prevalso la ragionevolezza. La Rai ha fatto bene a prevedere subito la messa in onda della puntata di “A sua immagine dedicata” a Vittorio Bachelet. Ma – dice l’on. Rosy Bindi, vicepresidente della Camera dei deputati e testimone diretta dell’omicidio brigatista del giurista Bachelet – in questa brutta pagina di miopia e stoltezza burocratica la par condicio non c’entra nulla e la maggioranza farebbe bene a non strumentalizzare gli errori di chi vuol essere più realista del re».

Con la decisione di mandare in onda la trasmissione su Bachelet, la legge sulla par condicio «non c’è più», polemizza Gasparri. «Comprendo la decisione della Rai su Bachelet e immagino le sollecitazioni istituzionali piovute per chiedere la violazione della legge. Vista la eccezionalità del caso mi astengo da polemiche. Solidarizzo con i dirigenti Rai oggetto di una pressione vistosa e proveniente da ogni tipo di livello. Ovviamente questo evento manda in archivio la non compianta legge sulla par condicio. Questa comprensibile violazione delle norme crea un precedente evidente che consentirà a chiunque, quando le circostanze lo consentiranno, di fare quel che vuole. Gli anniversari sono tanti e le occasioni non mancheranno. La legge non c’è più. Era ora. Astenersi da ipocrite repliche. I fatti sono chiari e non vorremmo mettere in imbarazzo quanti dall’alto hanno invitato a violare la legge», conclude Gasparri.

La replica arriva da Vincenzo Vita (Pd): «Il senatore Gasparri non è nuovo a muovere attacchi alla par condicio. Si ha ancora la memoria dell’impressionante ostruzionismo che fu fatto contro quel provvedimento nell’autunno-inverno del 1999″. Per Vita «il caso dell’intervista a Giovanni Bachelet in memoria del padre Vittorio, barbaramente ucciso dai terroristi nulla a che fare con la legge 28 del 2000. La legge, in verità, introduce solo criteri generali differenziando rubriche di informazione e tribune politiche o dibattiti elettorali. Sono stati i regolamenti successivi ad immaginare uno specifico divieto per chi ha ruoli politici a partecipare programmi che non siano diretta emanazione delle testate. La ragione di simile disciplina risiede nella necessità di evitare che la legge possa essere aggirata in ogni momento. Desta comunque persino amarezza dover ribadire che la vicenda di Bachelet nulla a che fare con il battage politico e dunque niente a che vedere con la normativa. È solo sorprendente che la Rai abbia avuto un simile atteggiamento e davvero non fa onore a nessuno utilizzare tutto questo per attaccare ancora una volta la par condicio. È chiaro ormai che la destra vuole abolirla, ma tutto questo non troverà alcuna condiscendenza. Anzi».

“La Rai, con un giorno di ritardo, ha dato il via libera alla puntata dedicata a Bachelet. Ottima idea ma non potevano pensarci prima evitando l’ondata di sdegno e di ridicolo che ha travolto la Rai?”, si chiede Giuseppe Giulietti, portavoce dell’associazione Articolo 21 e deputato del Gruppo misto.

«Finalmente dalla Rai, sulla vicenda del servizio in memoria di Vittorio Bachelet, una seria assunzione di responsabilità». È l’opinione di Roberto Rao capogruppo UDC in commissione di vigilanza Rai che aggiunge: «La decisione maturata oggi, purtroppo con un giorno di ritardo e troppe polemiche che si potevano evitare, dimostra che l`azienda ha in sé i poteri e la forza di prendere delle decisioni e contribuire a una ragionevole e non  semplicemente burocratica applicazione dei regolamenti».

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14 febbraio 2010
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SCHEDA DI VITTORIO BACHELET – DA ‘VITTIME DEL TERRORISMO’


Vittorio Bachelet


Il corpo a terra di Vittorio Bachelet

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(cognome, nome e professione) Vittorio Bachelet, vice Presidente del Consiglio superiore della Magistratura, docente universitario presso la Facoltà di Scienze Politiche di Roma.
(luogo e date di nascita) Nato a Roma, 20 febbraio 1926
(luogo e date dell’attentato) Roma, 12 febbraio, 1980
(luogo e date di morte) Roma, 12 febbraio, 1980
(descrizione attentato) L’uccisione del Professor Bachelet avviene all’Università di Roma davanti all’aula dove ha appena terminato la lezione di diritto amministrativo. I suoi assassini si sono infatti mescolati tra gli studenti: i due terroristi con le pistole in pugno sparano otto colpi a bruciapelo al professore che si accascia subitaneamente morente. Il secondo killer interviene sparando ulteriori cinque colpi per finirlo. Al panico che si crea i due terroristi, confusi tra gli studenti, aggiungono urlando che c’è una bomba. Gli assassini, pertanto, riescono a dileguarsi nel caos scatenato da quella voce e nonostante il presidio presente quel giorno in Università, in occasione di una tavola rotonda sul terrorismo.
(biografia) Vittorio Bachelet è il più piccolo di nove fratelli e il suo percorso scolastico inizia a Roma dove, dopo il liceo classico, si iscrive nel 1943 a Giurisprudenza. Negli anni universitari si impegna nella FUCI; nel 1947 si laurea e svolge successivamente l’attività di ricercatore, ha incarichi presso il Comitato Italiano per la ricostruzione e la Cassa per il Mezzogiorno. Nel 1951 si sposa con Maria Teresa De Januario a cui fa seguito nel 1952 la nascita della figlia Maria Grazia e nel 1953 del figlio Giovanni. Consegue la libera docnza nel 1957 in Diritto Amministrativo e in Istituzioni di Diritto Pubblico. Giovanni XXIII lo nomina nel 1959 vice presidente dell’Azione Cattolica. Nel 1961 insegna Diritto Pubblico e poi Ammistrativo alla Facoltà di Scienze Politiche di Trieste, sarà professore ordinario nel 1965. Nel 1964 diviene Presidente generale dell’Azione Cattolica e conclude nel 1973 il periodo alla guida dell’Azione Cattolica dopo tre mandati. E’ nominato successivamente Vicepresidente della Commissione Pontificia per la famiglia, della Commissione italiana Justitia et Pax . Nel 1974 è docente ordinario di Diritto Pubblico dell’Economia presso la facoltà di Scienze Politiche di Roma “La Sapienza”. Viene eletto in Consiglio Comunale a Roma nel 1976 e sempre nello stesso anno è eletto Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
(rivendicazione, autori) L’attentato viene rivendicato dalle Brigate Rosse ed uno degli attentatori è identificato successivamente in Anna Laura Braghetti.

L’Aquila: corteo anti-tangenti entra nella «Zona rossa». I cartelli: «Io non ridevo»

Inutile il tentativo delle forze dell’ordine di fermare i manifestanti

L’Aquila: corteo anti-tangenti entra nella «Zona rossa». I cartelli: «Io non ridevo»

Protesta alla luce delle intercettazioni divulgate negli ultimi giorni relative all’inchiesta che coinvolge Bertolaso

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MILANO – Una protesta a L’Aquila alla luce dell’inchiesta sulle tangenti sugli appalti per il G8 che vede coinvolto anche il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Gli aquilani si sono ritrovati in piazza con cartelli con scritto «Io non ridevo» e «Riprendiamoci la nostra citta» in segno di protesta alla luce delle intercettazioni divulgate negli ultimi giorni relative all’inchiesta fiorentina, ed hanno forzato un posto di blocco all’altezza dei Quattro cantoni, nel cuore della zona rossa, per entrare a Piazza Palazzo, considerata inaccessibile.

SFONDATE LE TRANSENNE – Le forze dell’ordine, dalla polizia all’Esercito, hanno provato a impedire ai manifestanti, circa 300, di varcare le barricate della zona rossa, ma è stato inutile: al primo tentativo di forzare i blocchi, le persone preposte al posto di guardia hanno preferito lasciar defluire la gente onde evitare disordini. Così i manifestanti hanno raggiunto piazza Palazzo, la stessa in cui un mese fa era stato celebrato un Consiglio comunale tra cumuli di macerie. Gli stessi cumuli su cui una decina di persone sono salite, rivendicando la propria rabbia per non avere più a disposizione la loro città. Simbolicamente ogni persona ha preso con sè una pietra da quelle macerie residue dai crolli del terremoto di Aprile. «Non possono portarci via 700 anni di storia – ha commentato Giusi Pitari, tra i manifestanti – è ora di riprenderci la nostra città, siamo indignati – ha proseguito – anche di fronte all’assenza dei nostri rappresentanti istituzionali». (Fonte: Ansa)

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14 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_14/manifestazione-aquila-g8-bertolaso_3b633276-196e-11df-b019-00144f02aabe.shtml

NO SINISTRE? NO PARTY! – Bersani: “Ma perché siamo l’unico Paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni?”

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No Sinistre? No party!

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Già, Bersi, perché? Forse se avessimo iniziato a tempo debito col conflitto di interessi, non saremmo qui a questionare sulla scoperta dell’acqua calda.. Certo, l’argomento è serio e non di poco conto (immaginati i mancati introiti per lo Stato), ma sarebbe stato più serio non aver passato anni in manovre da ‘pollaio’ per la conquista di un immaginifico potere, con la sola conseguenza di aver affossato, come presenza politica in Parlamento, le ‘sinistre’ vere. Come il PdCi, tanto per non far nomi. Caro Bersani, il treno l’avete perso quando, una volta al governo, non avete rispettato il programma elettorale concordato con Prodi. Tout court.

Besame mucho

mauro

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Il segretario del Pd a Pisa in un convegno dell’associazione Nens: “Primo o poi Tremonti ci dovrà pur spiegare le ragioni di questa anomalia”

Bersani: “Ma perché siamo l’unico Paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni?”

Bersani: "Ma perché siamo l'unico Paese Ocse che non ha una  tassa sui grandi patrimoni?" Pier Luigi Bersani

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PISA – “Io non chiedo una tassa patrimoniale, non sono d’accordo. Mi aspetto però che  qualcuno mi spieghi perché siamo l’unico Paese dell’Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni? Tremonti ci spieghi perché”. Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani nel suo intervento di chiusura al Manifutura Festival organizzato dal Nens, il Centro studi Nuova Economia Nuova Società di Pisa. Parlando più in generale di fisco, Bersani ha aggiunto che “bisogna semplificare il sistema e riordinare anche la discussione in materia”. Dal governo, ha proseguito, “arrivano sparate sempre diverse, del tipo ‘togliamo l’Irap o tagliamo le aliquote’ e poi non succede niente. Bisogna fare un’operazione di semplificazione, in particolare per quanto riguarda le piccole e medie imprese: l’obiettivo è di mettere un pò di soldi nelle loro tasche”.
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Le soluzioni, secondo il numero uno del Pd, sono cinque o sei: “O rinviare la manovra sul Tfr, o agendo sugli adempimenti fiscali, oppure lavorando sui pagamenti da parte della pubblica amministrazione, perché le imprese sono in una grave situazione di difficoltà di liquidità”.
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L’Italia ha una ripresa debole e più lenta degli altri Paesi europei perché – ha proseguito il segretario del Pd – “la crisi si è saldata a problemi strutturali antichi e li ha aggravati. Questo non significa che non possiamo rimontare e accelerare la crescita, ma significa che accelerare e darsi un orizzonte non viene da sé non facendo nulla”. Un piano anti-crisi serve a stimolare l’economia, anche perché “si esce dalla crisi quando si torna al punto in cui si era prima, cioè al 2006”, in tempi brevi. Per questo “si dovrebbe correre più velocemente”. E’ necessario “stare attenti al tema economico e sociale: da quando è cominciata la crisi ci sono 6-700mila lavoratori in meno, con un milione di persone che ha usufruito degli ammortizzatori sociali”.

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Per l’immediato, ha continuato Bersani, “ci sono rischi: siamo in una fase di avvitamento con disoccupazione, stagnazione, crisi della finanza pubblica”. Sul lungo periodo invece “il rischio è di un rimpicciolimento della base produttiva del Paese”. “L’esito di questa crisi – ha aggiunto il leader democratico – non tutto è nelle nostre mani, ma ciò non ci esenta dal fare qualcosa per dare stimolo alla ripresa e affrontare i problemi strutturali”.
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Ed è per questo che serve un piano anticrisi nazionale. “Nel 2010 – ha sottolineato il segretario Pd – rispetto allo scorso anno avremmo un 12% in meno di investimenti. Non si può non fare niente, serve un grande piano di piccole opere e un piano di economia verde. Le piccole opere partono in tempi brevi, le grandi vanno bene ma richiedono i loro tempi”. Bersani ha inoltre chiesto interventi per le famiglie numerose e un piano Paese di politica industriale”.
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14 febbraio 2010
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MESSINA – Frana la collina di San Fratello. Gli abitanti abbandonano le case

Il comune alle pendici dei Nebrodi, nel Messinese, è ormai un paese fantasma
La massa di terreno sta scendendo a valle trascinando via i pali della luce

Frana la collina di San Fratello
Gli abitanti abbandonano le case

La Protezione civile: “L’attenuazione della perturbazione è prevista per le prime ore di domani”

Frana la collina di San Fratello Gli abitanti abbandonano le case San Fratello

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PALERMO – La collina che sovrasta San Fratello sta franando. Il piccolo paese alle pendici dei Monti Nebrodi, nel Messinese, è ormai un paese fantasma. Oltre 60 abitazioni sono state evacuate ma ormai anche gli abitanti che non sono stati fatti allontanare dalle loro case hanno deciso di lasciare il centro e sono diretti nei comuni vicini da familiari o amici. Il fronte della frana si allarga a vista d’occhio. Decine di case si vanno riempiendo di crepe e una larga spaccatura è comparsa anche nella chiesa di San Nicolò. Tra le cause anche il maltempo degli ultimi giorni. Ieri una frana aveva colpito il comune di Raccuja, da due giorni la Sicilia infatti è sotto una forte perturbazione, nelle ultime 12 ore in alcune zone sono caduti oltre 60 millimetri di pioggia.
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San Fratello, un tempo chiamata Apollonia, è una cittadina storica a circa 640 metri sul livello del mare. Ha origini antichissime che sembrano risalire alla storica “Alunzio”. Il paese prende il nome dai tre Santi fratelli, Alfio, Cirino e Filadelfio, martirizzati sotto l’imperatore Valerio dal governatore Leptile (312 d.C.). E’ famoso per il cavallo razza San Fratello e per i tradizionali riti della Settimana Santa come la Festa dei Giudei, di origine pagana. A San Fratello vivono circa 4mila persone con agricoltura e allevamento. Nel paese si parla una lingua e non un dialetto, che è un ibrido di parlata provenzale e lombarda con costrutti neo-latini. Qui è nato il nonno di Bettino Craxi.
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I fedeli hanno portato in piazza la statua del santo e il crocifisso per evitare che vengano distrutti da eventuali crolli e in segno di devozione. In comune c’è un vertice della Protezione civile. Il rappresentante provinciale Bruno Manfrè ha detto che “la frana è in pieno movimento”. La massa di terreno che va scendendo a valle ha trascinato via alcuni pali della luce. Le zone maggiormente interessate dalla frana sono le contrade Stazzone, dove è danneggiata anche la Chiesa madre, e Riana, ma lo smottamento sta interessando anche il rione Fontananuova. Sono tre le ‘fila’ di case interessate dallo smottamento, tutte di nuova costruzione, e al momento non sono agibili per problemi statici. L’allarme era stato lanciato ieri sera, tanto che il Comune aveva disposto che le abitazioni interessate fossero sgomberate.

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Non è la prima volta che una tragedia del genere colpisce il Messinese. Ad ottobre scorso un costone di roccia si portò via una ventina di abitazioni a Giampilieri, a dieci chilometri dal capoluogo, distruggendo intere frazioni del comune di Messina, alcuni paesi della provincia e facendo 37 vittime. La Coldiretti afferma che l’84 per cento dei comuni della provincia di Messina è considerato a rischio per frane e alluvioni anche per effetto della progressiva cementificazione del territorio che ha sottratto terreni fertili all’agricoltura.
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La situazione meteo continua a essere monitorata dalla sala operativa di via Vulpiano in collaborazione con il personale della Protezione civile locale. “Le previsioni segnalano – ha detto Fabrizio Curcio, responsabile ufficio emergenze della Protezione civile – che la perturbazione si sposterà nelle prossime ore verso la parte orientale dell’Isola, poi sulla Calabria e la Puglia. L’attenuazione dei fenomeni – conclude – è prevista per le prime ore di domani”.
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14 febbraio 2010
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CRONACA DI UN GENOCIDIO – Autorità Energia Gaza: centrale elettrica sta per fermarsi/ «Affondate le barche»

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Autorità Energia Gaza: centrale elettrica sta per fermarsi a causa della mancanza di carburante

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Roma, 13 feb. (Apcom) – L’unica centrale elettrica della Striscia di Gaza smetterà di funzionare nel giro di qualche ora a causa della mancanza di carburante. Lo ha annunciato l’Autorità per l’energia della Striscia di Gaza – il territorio palestinese controllato da Hamas -, secondo quanto scrive il sito web di Haaretz, che riprende una notizia diffusa dall’agenzia palestinese Maan.

In un comunicato, l’Autorità ha avvertito che ci saranno dei blackout a Gaza, e ha accusato Israele di aver ridotto l’ingresso di carburante per la centrale durante la prima settimana di febbraio.

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13 febbraio 2010

fonte:  http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2010/2_febbraio/13/mo_autorita_energia_gaza_centrale_elettrica_sta_per_fermarsi,22970890.html

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“Affondate le barche”

di Michele Giorgio – TEL AVIV
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Nelle acque di Gaza, la sopravvivenza dei palestinesi dipende dalla discrezionalità della Marina israeliana, che arresta i pescatori e cerca di farne delle spie. Un militare di Tel Aviv «rompe il silenzio».Un capitano svela la strategia della Marina contro i pescatori palestinesi


È un’atmosfera davvero insolita per parlare del dramma che i pescatori palestinesi vivono ogni giorno nelle acque davanti alla costa di Gaza. Siamo in un caffè di Tel Aviv, all’angolo tra via Mazarik e Piazza Rabin, e ritmi brasiliani allietano la serata dei tanti che affollano il locale. Eppure l’ha scelto apposta, il capitano della Marina israeliana Ido M., 29 anni, che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità perché è ancora un riservista. «Con questa confusione nessuno presterà attenzione alla nostra conversazione, per me sarà più semplice non essere identificato», spiega il capitano guardando negli occhi il rappresentante dell’associazione di soldati e ufficiali israeliani «Breaking the silence» («Rompere il silenzio») che ha organizzato l’intervista. Da tempo Ido M., che fino al dicembre 2007 ha avuto il comando di una motovedetta della classe «Dabur», voleva «rompere il silenzio» sul comportamento delle navi da guerra israeliane contro i pescatori di Gaza. Ma è riuscito a farlo solo dopo aver lasciato la carriera militare. «Continuo ad essere richiamato ogni anno per tre settimane ma nel mare di Gaza non vado più, mi rifiuto di farlo e il comando della Marina mi ha assegnato un incarico a terra, in un ufficio», aggiunge il capitano preparandosi a rispondere alle nostre domande.

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Per quanto tempo hai avuto il comando di una delle motovedette israeliane che entrano nelle acque di Gaza.
Per quasi tre anni, prima e dopo il 2005, ma avevo partecipato a missioni in quella zona durante la formazione all’accademia navale.

Perché fai riferimento al 2005, l’anno del ritiro di coloni e soldati israeliani da Gaza?
Il comportamento e le regole di ingaggio della Marina sono cambiate dopo il ritiro, nel 2005. Prima, le violazioni (israeliane, ndr) delle acque territoriali di Gaza erano occasionali perché i pescatori palestinesi avevano la possibilità di spingersi al largo per una dozzina di miglia e gettare le reti in acque pescose. Dopo il 2005 la Marina, per ordine del governo, ha cominciato a restringere il limite di pesca portandolo a una misura minima dopo il giugno 2007, quando Hamas ha preso il potere a Gaza. Allo stesso tempo le regole di ingaggio si sono allentate, nel senso che se nel 2002 ogni intervento contro i pescatori doveva essere coordinato in ogni momento con il comando centrale, dopo il 2005 e soprattutto il 2007, ai comandanti delle unità «Dabur» è stata lasciata ampia libertà. Inoltre, se in passato ad ogni operazione (contro i pescatori, ndr) seguiva un’analisi dettagliata dell’accaduto una volta rientrati alla base, oggi questo non accade quasi più.

Quali sono le regole?
La principale riguarda lo spazio entro il quale restringere la possibilità di pesca per i palestinesi di Gaza. Attualmente credo che un peschereccio palestinese non possa andare oltre le tre miglia dalla costa ma, in ogni caso, questo conta fino ad un certo punto. Quando andiamo in mare ci vengono comunicati gli ordini e quel limite varia per decisione delle autorità politiche.Spesso viene ulteriormente ridotto. Noi dobbiamo farlo rispettare. L’azione delle nostre unità diventa più intensa e repressiva in due corridoi, larghi 1,5 km, nelle acque palestinesi che determinano il limite orientale e occidentale dello spazio concesso ai pescatori. In questi due corridoi, dove nessuno può entrare e le acque sono tranquille, ovviamente i pesci abbondano, specie nel periodo primaverile. I pescatori quindi tentano di penetrarvi anche solo per lanciare una rete che torneranno a recuperare piena di pesci in un secondo momento. In quei casi la Marina interviene con durezza arrestando i pescatori, confiscando le imbarcazioni, distruggendo le reti e usando anche le armi.

Ma sono acque palestinesi non israeliane.
Certo, tutto avviene sempre nelle acque di Gaza non in quelle israeliane. Negli anni in cui sono rimasto in servizio attivo in quella zona non c’è stato alcun tentativo palestinese di infiltrazione nelle acque territoriali di Israele e negli ultimi anni la percentuale di azioni armate palestinesi via mare non supera lo 0,1%.

Ufficiali e marinai sanno di aver di fronte pescatori che dal mare traggono il sostentamento.
Naturalmente, lo sanno tutti.

Ne discutevate al ritorno alla base?
Pochissimo, quasi niente. Quando si è parte del sistema, raramente si mettono in discussione certe politiche. Ufficiali e marinai inoltre vogliono portare a casa risultati, far vedere ai superiori che la Marina sta facendo la sua parte, sta dando il suo contributo alla «lotta al terrorismo», come l’Esercito e l’Aviazione. Anche se i risultati sono l’arresto di qualche povero pescatore e il sequestro di qualche imbarcazione.

Parliamo degli arresti in mare. Come e per quale motivo avvengono.
Anche in questo caso le regole valgono fino a un certo punto. A volte quando fermiamo i pescatori in mare e controlliamo i loro documenti, dal comando ci viene detto di arrestarne uno o due, senza una motivazione precisa. Li portiamo alla base di Ashdod dove vengono presi in consegna dagli uomini dello Shin Bet (il servizio di sicurezza) che ha il compito di interrogarli ma anche di reclutare collaborazionisti.

Voi ne siete informati?
Il nostro compito termina nel momento in cui gli arrestati mettono piede a terra ma, naturalmente, sappiamo che lo Shin Bet cerca di avere informazioni su quel che accade a Gaza, specie da quando c’è Hamas al potere, e che prova a trasformare gli arrestati in spie, minacciandoli di tenerli in carcere per anni o, al contrario, promettendo soldi e permessi speciali.

Hai mai ordinato ai tuoi uomini di sparare in direzione delle imbarcazioni palestinesi?
Sì, l’ho fatto e in un caso il fuoco delle mitragliatrici ha ferito un pescatore. Il più delle volte non si spara direttamente sui pescherecci ma in mare, sul lato sinistro dell’imbarcazione. In questo modo i proiettili, rimbalzando sull’acqua cadono verso destra con effetti meno letali ma non per questo poco pericolosi. So di diversi pescatori di Gaza feriti dal fuoco delle nostre armi. Una notte i palestinesi erano usciti in mare con un’imbarcazione più grande e alcune piccole barche che poi hanno formato un cerchio. I pescatori avevano anche acceso delle lampade a gasolio per attirare i pesci. Si erano però spinti fino al limite di una fascia proibita di 1,5 km e dal comando, a un certo punto, mi hanno detto di aprire il fuoco e di affondare una delle barche più piccole a scopo punitivo. Dalla mia unità, un marinaio ha lanciato degli avvertimenti in ebraico ai palestinesi, poi la mitragliatrice leggera ha fatto fuoco. Uno dei pescatori è stato colpito alle gambe. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto i suoi compagni che cercavano di aiutarlo.

Hai mai disobbedito a un ordine mentre eri nelle acque di Gaza?
Sì, o almeno non l’ho eseguito come avrebbero voluto al comando. Avevamo arrestato dei pescatori. Dal comando mi hanno detto di interrogarli, ma quelli si rifiutavano di rivelarci la loro identità. Da Ashdod hanno insistito per avere quelle informazioni, ho risposto che i palestinesi continuavano a rimanere muti. Quindi mi hanno detto di andare avanti, fino a farli parlare. A quel punto ho capito che mi stavano chiedendo di usare la forza. Ho replicato che non lo avrei fatto. I minuti successivi sono stati davvero difficili. Per uscire da quella situazione ho preso da parte uno dei palestinesi, quello che parlava un po’ di ebraico, chiedendogli di dirmi almeno i loro nomi. Quel mio gesto conciliante invece lo ha impaurito, forse ha pensato che lo avrei picchiato, così ha cominciato a piangere nonostante le mie rassicurazioni. Una scena che non dimenticherò mai.

Perché hai deciso di raccontare tutto questo ai giornalisti?
Perché bisogna rompere il silenzio, non si può tacere di fronte a ciò che accade nelle acque di Gaza.

Da il Manifesto

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05 febbraio 2010

fonte:  http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Rai, salta il programma su Bachelet. L’ira di Zavoli: “Inspiegabile miopia” / Il discorso di Giovanni Bachelet in ricordo del padre

Rai, salta il programma su Bachelet
L’ira di Zavoli: “Inspiegabile miopia”

Cancellazione per “par condicio”. L’azienda: «Conteneva l’intervista al figlio che è un esponente del Pd»

Giovanni Bachelet con il presidente Napolitano

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ROMA
Sergio Zavoli,
presidente della commissione di Vigilanza, è indignato: per lui la cancellazione della puntata di Raiuno “A sua immagine” dedicata a Vittorio Bachelet con il ricordo del figlio Giovanni, deputato del Partito Democratico, «è un atto di inspiegabile miopia nell’attuazione di una norma».

Il presidente è netto e aggiunge: «È l’indifendibile pretesa di scambiare per un atto politico il ricordo di un padre che fa parte della storia più dolorosa e memorabile del nostro Paese». Eppure la questione sembra più complessa perchè rimette al centro della discussione la par condicio anche alla luce del regolamento – da più parti contestato perchè giudicato ulteriormente restrittivo – approvato dalla Vigilanza il 9 febbraio e che scatta trenta giorni prima del voto. La Rai fa sapere di aver semplicemente applicato la legge sulla par condicio (n.28 del 2000), in vigore da giovedì 11 febbraio, a 45 giorni cioè dalla tornata elettorale.

Non ci possono essere interpretazioni della norma che è chiara: al contrario – sottolineano ambienti Rai – l’azienda verrebbe esposta al rischio di sanzioni. A dare la notizia dello stop alla puntata è Giovanni Bachelet: «Sono stupito e il conduttore del programma che mi ha comunicato la cancellazione lo era più di me. Si trattava di una trasmissione di ricordo di mio padre, in occasione dei trent’anni, che cadevano ieri, 12 febbraio, dalla sua morte. Non si è naturalmente parlato di politica e del mio partito, e io non sono candidato». Tuttavia, la decisione era stata presa precedentemente e la scaletta della puntata già modificata. Invece di Bachelet, virata su Don Luciano Cantini e al giurista ucciso dalle Brigate Rosse resta solo un applauso dello studio e poche parole del conduttore Rosario Carello («Rispetto la decisione»).

Il caso monta con il passare delle ore: a caldo interviene Roberto Natale (Fnsi), secondo il quale lo zelo dei burocrati genera mostri. Sulla stessa linea l’associazione dei telespettatori cattolici, l’Aiart («scelta da burocrati del catasto»). Particolarmente scossa Rosi Bindi che, il 12 febbraio 1980, nell’atrio della Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza, conversava con Bachelet quando il commando delle Brigate Rosse fece fuoco contro il professore. E di ottusità burocratica parla anche il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo: per lui la par condicio non c’entra nulla. Si susseguono numerosi commenti di questo tenore: per il Partito Democratico è una decisione gravissima; Articolo 21 denuncia il rischio che la par condicio sfoci nel ridicolo; l’Italia dei Valori ritiene la cancellazione una vergogna. Andrea Sarubbi (Pd), ex conduttore di A sua immagine si scusa con la famiglia Bachelet, mentre i radicali insorgono contro «un’operazione di sciacallaggio».

Leggermente diversa la lettura che offre Roberto Zaccaria (Pd), presidente della RAI dal 1998 al 2002: la sua convinzione – ed è un po’ il sospetto manifestato da alcuni in questi ultimi giorni – è che si voglia far saltare del tutto la legge sulla par condicio. «Il tentativo goffo di far saltare questa legge attraverso interpretazioni miopi e burocratiche deve essere smascherato con forza». Non si mobilita il centrodestra. Sul tema si fa sentire l’ex ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri che invita la sinistra a non lamentarsi ma a modificare insieme al Pdl la discussa legge sulla par condicio: «Gli esponenti della sinistra riflettano sul fatto che la par condicio è troppo politicizzata e invece di protestare sottoscrivano la nostra proposta».

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13 febbraio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201002articoli/52194girata.asp

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Il discorso di Giovanni Bachelet in ricordo del padre

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Pubblichiamo il discorso di Giovanni Bachelet in ricordo del padre Vittorio, assassinato 30 anni fa dalle Brigate Rosse, pronunciato il 12 febbraio nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, in occasione del convegno «Vittorio Bachelet testimone della speranza», cui ha partecipato il presidente della Repubblica Napolitano.

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“Saluto e ringrazio il Presidente della Repubblica, il Magnifico Rettore, le tre associazioni che hanno promosso questa commemorazione di papà, i vecchi colleghi della Sapienza e i nuovi colleghi della Camera: vorrei ringraziarli uno per uno.

Nella disgrazia è una fortuna avere tanti amici che anche dopo trent’anni vogliono ricordare papà. Non tutti hanno la stessa fortuna. Di alcuni morti di quegli anni lontani è rimasto solo un nome una foto e una data, come testimonia il libro che il Presidente della Repubblica ha curato due anni fa, in occasione della prima giornata della memoria dedicata alle centinaia di vittime del terrorismo e delle stragi.

Nel ricordare mio padre torna sempre alla mente la folla di vittime di quegli anni, che meriterebbero di essere ricordate una per una; solo qui alla Sapienza, oltre ai docenti elencati dal Rettore, ho per esempio davanti agli occhi il maresciallo Oreste Leonardi: sorridente, bello, giovane, in attesa di Moro davanti a un’aula, insieme a papà che aspetta perché deve farci lezione nell’ora successiva. Si può godere di maggiore o minore memoria e, come dirò fra un momento, si può anche discutere il testo di una lapide; ben piú drammatico è poi il caso in cui, dopo l’assassinio di un giovane disarmato, i suoi condomini rifiutino per decenni il permesso di usare il muro per la lapide; che poi, affissa ad un palo, viene periodicamente rimossa o sfregiata. E’ successo anche questo. L’ho appreso due anni fa, collaborando al progetto memoria di un gruppo di studenti trentini che ha prodotto il volume “Sedie vuote”; alcuni brani sono stati letti lo scorso maggio al Quirinale, nella seconda giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi. La lapide ricordava Graziano Giralucci, pioniere del rugby in Italia (due squadre da lui fondate sono oggi in serie A), papà di una bambina di tre anni, morto nel 1974. Sembra incredibile, ma solo da poco le istituzioni civili sono riuscite a sottrarre la sua memoria all’odio di parte e restituirla alla città di Padova, dove Giralucci, prima vittima delle Brigate Rosse, aveva l’unica colpa di aver simpatizzato per il Movimento Sociale e di trovarsi in una sua sezione nel momento sbagliato. In quel tempo terribile si poteva uccidere senza pietà un innocente solo perché simbolo di un partito o dello Stato, ma anche allora i piú erano contro la violenza e la guerra.

Una canzone di Luigi Tenco che piaceva a papà diceva

E se ci diranno
che per rifare il mondo
c’è un mucchio di gente
da mandare a fondo,
noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
per poi sentire dire che era un errore,
noi risponderemo, noi risponderemo:
no no no no!

Oggi quel tempo terribile è definitivamente finito. Non solo molti, ma praticamente tutti sottoscriverebbero la canzone di Tenco: grazie al cielo fra chi studia e lavora non si trova piú traccia, nemmeno ultraminoritaria, di furore idelogico e simpatia per chi spara che, all’epoca dei miei vent’anni, convogliò ragazzi sprovveduti verso la violenza politica. Nell’Italia di oggi ci sono certo molti altri guai; ma non quello.

Stasera a me spettano ricordi personali e familiari di papà; pensavo di illustrarne alcuni attraverso poesie e brani di autori a lui cari, ma grazie ai saluti iniziali me ne sono venuti in mente due fuori programma, che però illustrano un aspetto importante di papà: la capacità di ridere, anzitutto di se stesso e del proprio mondo.

Nel salutare il Magnifico Rettore mi sono ricordato che al momento della mia iscrizione alla Sapienza avevo chiesto a papà: che senso hanno, ormai, appellativi come “Magnifico”? Non è ridicolo per lo stesso Rettore? Non sarebbe ora di abolire questa roba medievale? Mi rispose: non so, secondo me alcuni Rettori si fanno eleggere, anche oggi, proprio per farsi chiamare Magnifico. Risi di cuore con lui.

Il secondo ricordo ridanciano me l’ha stimolato la varietà dei mondi qui presenti o rappresentati: successori di papà alla presidenza dell’azione cattolica e molti dirigenti e soci, successori di papà alla vicepresidenza del Consiglio Superiore, magistrati e giuristi, universitari. Una volta papà mi disse: nella vita associativa e professionale ho avuto a che fare con preti, professori universitari, e da ultimo anche magistrati; a volte mi chiedo in quale dei tre gruppi accada piú rapidamente che, quando qualcuno si allontana, gli altri comincino a parlar male di lui. Papà me lo diceva ridendo, come se con i mondi in cui era vissuto prendesse in giro un po’ anche se stesso. Ma non amava il potere e non l’ho mai sentito parlar male di nessuno. Una volta, su mia richiesta, mi disse che il segreto per non parlar male degli altri era semplice: bastava non pensare male degli altri. Bastava ammettere onestamente che in analoghe condizioni ci comportiamo spesso nello stesso modo, e a volte peggio.

Il terzo ricordo riguarda l’importanza del lavoro. L’ultima volta che vidi papà fu il 3 agosto 1979, quando partii per andare a lavorare nel New Jersey, ai laboratori di ricerca Bell. Né lui né io lo sapevamo, ma quella fu l’ultima volta che ci parlammo. Papà richiamò la centralità del lavoro come vocazione primaria, come modo principale, per un cittadino e per un cristiano, di contribuire al bene comune e alla costruzione di un mondo piú libero e piú giusto. Mi disse con chiarezza che le tante cose buone di cui mi ero occupato fino alla laurea –associazionismo cattolico, musica, politica– erano importantissime, ma avrebbero perso ogni valore se fossero servite a mascherare o compensare una scarsa capacità, o, peggio, diligenza nel proprio lavoro.

Mi consigliava dunque, almeno per qualche anno, di occuparmi esclusivamente e con tutte le energie della mia vocazione professionale, la fisica, affinare le mie capacità: solo in questo modo i miei ideali sarebbero rimasti credibili. Questa esortazione, per lui davvero rara (non credo mi abbia fatto piú di due o tre prediche in tutta la mia vita) veniva rafforzata dalla citazione di due autori a lui molto cari. Uno era Gandhi:

Se quando si immerge la mano nel catino dell’acqua,
se quando si attizza il fuoco col soffietto,
se quando si allineano interminabili colonne di numeri
al proprio tavolo di contabile,
se quando, scottati dal sole, si è immersi nella melma della risaia,
non si realizza la stessa vita religiosa
di quando ci si trova in preghiera in un monastero,
il mondo non sarà mai salvo.

L’altro brano l’ho da poco citato rispondendo a un articolo del Tempo, che criticava l’assenza dell’indicazione dei colpevoli dalla lapide di papà che è qui alla Sapienza. L’articolo trovava riduttiva la frase “ucciso nell’adempimento del proprio dovere”; a me invece, ricordando questo brano di Martin Luther King caro a papà, sembrava per lui il migliore degli epitaffi. Il brano diceva:

Noi siamo sfidati da ogni parte a lavorare instancabilmente per raggiungere l’eccellenza nel nostro lavoro. Non tutti gli uomini sono chiamati a lavori specializzati o professio¬nali; anche meno sono quelli che si elevano alle altezze del genio nelle arti e nelle scienze: la maggior parte è chiamata a lavorare nei campi, nelle fabbriche o sulle strade. Ma nessun lavoro è insignificante. Ogni lavoro che fa crescere l’umanità ha la sua dignità e la sua importanza, e dovrebbe essere intrapreso con diligenza e perfezione. Se un uomo è chiamato ad essere uno spazzino, egli do¬vrebbe pulire le strade proprio come Michelangelo dipinge¬va, o Beethoven componeva musica, o Shakespeare scri¬veva poesia. Dovrebbe pulire le strade cosí bene che tutte le legioni del cielo e della terra dovrebbero fermarsi per dire: qui è vissuto un grande spazzino, che faceva bene il suo lavoro.

Il quarto ricordo di papà riguarda la capacità di ascoltare di papà come padre, di guardare e rispettare noi figli, di considerare insomma la libertà come l’unico terreno nel quale potesse davvero crescere il bene e la verità. Diceva che la nostra Chiesa aveva variamente interpretato il difficile rapporto fra verità e libertà; con l’ultima enciclica di Giovanni XXIII, Pacem in Terris, ne aveva da ultimo riscoperto la centralità (la pace tra tutte le genti è fondata sulla verità, sulla giustizia, sull’amore e sulla libertà), e poi, soprattutto col Concilio, la cifra stessa del rapporto di Dio con le sue creature e di Gesú con i suoi discepoli: amare, accompagnare, aiutare i figli a rialzarsi, ma rispettandone la libertà e godendo della loro progressiva autonomia. Ci ho ripensato quando Giovanni Paolo II a Parigi, nel 1996, dichiarò solennemente che libertà, uguaglianza e fraternità erano valori evangelici. Papà amava la libertà di noi figli. Io come padre temo di essere molto meno bravo nell’ascolto e nella discrezione della guida e degli interventi educativi. Mi resta almeno un modello cui tentare di assomigliare un po’. L’ atteggiamento educativo di papà è ben espresso da una poesia che gli piaceva molto, tratta dal libro “Il Profeta”, di Khalil Gibran.

I vostri figli non sono i vostri figli:
essi sono i figli e le figlie della vita che anela a proseguire.
Essi vengono attraverso voi, ma non da voi,
e anche se sono con voi, non vi appartengono.
Voi potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
perché essi hanno i loro pensieri.
Voi potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima,
perché la loro anima abita nella casa del domani,
che voi non potrete visitare, nemmeno nei vostri sogni.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli,
come frecce viventi, sono lanciati.
L’Arciere vede la mira sulla via dell’infinito,
ed Egli vi piega con la sua forza
perché le sue frecce vadano veloci e lontane.
Che la vostra curvatura, nella mano dell’Arciere, sia gioiosa:
perché, come ama la freccia che vola,
Egli ama l’arco che è stabile.

E’ difficile indovinare quel che direbbe oggi papà: dell’Italia, della Chiesa, del mondo. Aver privato l’Italia e la Chiesa di voci come la sua le ha rese decisamente piú brutte, e rende piú difficile il nostro discernimento.

Tuttavia, in un un tempo nel quale anche molti progressisti e molti cristiani hanno indossato l’abito dei profeti di sventura cui Giovanni XXIII invitava a non dar retta aprendo quasi cinquant’anni fa il concilio, io sono quasi sicuro che papà non si unirebbe al coro delle cornacchie; che ci inviterebbe, invece, a notare in quanti aspetti il mondo di oggi sia piú ricco, piú comunicativo e piú libero di quello di ieri e l’altroieri, e ad essere certi che, col nostro impegno e con l’aiuto di Dio, il mondo di domani sarà anche piú bello di quello di oggi”.

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13 febbraio 2010

Draghi: «Fuori dalla crisi con un tasso di crescita basso e disoccupati in aumento»

«Finchè la flessione dell’occupazione non s’inverte resta rischio di ripercussioni sul Pil»

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Draghi: «Fuori dalla crisi con un tasso di crescita basso e disoccupati in aumento»

Il governatore: «Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei»

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MILANO – «Alla fine dello scorso anno vi erano in Italia oltre 600 mila occupati in meno rispetto al massimo del luglio 2008. La quota di popolazione potenzialmente attiva che è al momento forzatamente inoperosa è elevata e crescente. Finchè la flessione dell’occupazione non s’inverte permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul Pil». Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al Forex leggendo la sua relazione.

CRESCITA – «Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei» ha aggiunto Draghi, mettendo in evidenza come «una crescita economica sostenuta sia base di benessere» e come per questa «ne siano condizione le riforme strutturali, la cui mancanza ha segnato la perdita di competitività del Paese che dura da un quindicennio».

LA CRISI GRECA – L’Italia dei primi anni novanta era in condizioni economiche «peggiori» di quanto non lo sia attualmente la Grecia, eppure è riuscita ad uscire dalla crisi con le proprie forze. È quanto ha rilevato «a braccio» il governatore nel corso del suo discorso al congresso. «Non ci dimentichiamo – ha detto – che eravamo in condizioni più drammatiche, ma siamo stati in grado di uscire da soli dalla crisi».

GOVERNO ECONOMICO DELL’UE– «L’euro è saldo», sottolinea il governatore della Banca d’Italia, anche se è venuto il momento, specifica, che l’Unione europea abbia anche un «governo economico» saldo e univoco: «Occorre che nell’Unione europea si formi la volontà comune di estendere alle strutture economiche e alle riforme di cui necessitano, la stessa attenta verifica, lo stesso energico impulso che sono stati esercitati negli ultimi anni sui bilanci pubblici. Dieci anni fa – afferma Draghi – all’avvio della moneta unica si levarono voci a richiedere anche un governo economico dell’Unione; furono sovrastate dai cori entusiasti che celebravano la meta raggiunta insieme all’impegno a resistere a ogni ulteriore integrazione».

SCUDO FISCALE – «Le operazioni di rimpatrio dei capitali in regime di “scudo fiscale” devono essere attentamente esaminate dagli intermediari, al fine di individuare e segnalare operazioni sospettabili di riciclaggio» ha spiegato ancora Draghi aggiungendo che «le banche devono impegnarsi di più a uno scrutinio attento delle operazioni di rimpatrio». Finora – ha aggiunto il governatore – «sono giunte poco più di 50 segnalazioni di possibili reati connessi con operazioni di emersione di disponibilità all’estero. È un numero esiguo, spiegato solo in parte dal fatto che la legge esclude l’obbligo di segnalazione per diverse fattispecie di reato».

SUPERBONUS BANCARI – Poi Draghi si è soffermato sul tema dei superbonus bancari sottolinenando come le prossime assemblee dei soci delle banche dovranno fornire «informazioni esaurienti e dati puntuali» sull’adeguamento delle regole su bonus e stipendi ai nuovi standard internazionali. Il governatore della Banca d’Italia ha chiesto anche ai sei maggiori gruppi di verificare la coerenza dei loro sistemi di incentivazione e remunerazione anche con le linee guida dell’Fsb di cui lo stesso Draghi è presidente.

REDDITIVITA’ DELLE BANCHE – La redditività delle banche italiane è nettamente peggiorata «di pari passo con il deterioramento della qualità dei loro prestiti» ha spiegato ancora Draghi. Nei primi nove mesi del 2009 gli utili si sono dimezzati rispetto allo stesso periodo del 2008 per i maggiori accantonamenti e rettifiche sui crediti. Il rendimento del capitale e delle riserve si è ridotto in ragione d’anno, nota Draghi, dal 9% al 4,2%. Il flusso di nuove sofferenze, inoltre, nel terzo trimestre ha superato il 3%, valore più elevato degli ultimi dieci anni. «Secondo prime elaborazioni – aggiunge Draghi – il peggioramento della qualità del credito sarebbe proseguito anche nell’ultima parte dell’anno con probabili effetti sui risultati del quarto trimestre». L’aumento degli incagli e di rate non pagate prefigura ulteriore peggioramento nei mesi a venire.

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Redazione online
13 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_febbraio_13/draghi-forex_e7271656-188b-11df-adbd-00144f02aabe.shtml

CASO BERTOLASO – Berlusconi apre al pressing dei ministri “Cambio la legge, ma salverò Guido” / Don Ciotti: “No alla Protezione Civile spa Così è a rischio la democrazia” / La difesa fragile del Grande Capo che sapeva tutto

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Il capo della Protezione civile ancora incerto sul suo mandato. Posizioni diverse nel governo
Fini non vuole aprire un nuovo fronte, ma conferma i dubbi ai suoi collaboratori

Berlusconi apre al pressing dei ministri
“Cambio la legge, ma salverò Guido”

Il Cavaliere teme altre iniziative giudiziarie: “Puntano a lui per colpire me”
Ma Tremonti, Matteoli, Scajola e Calderoli insistono nel chiedere correzioni al provvedimento

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di FRANCESCO BEI

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ROMA – Silvio Berlusconi, dopo oltre tre mesi di assenza, si è rifugiato ieri a villa Certosa. Ma nemmeno il Mar Tirreno è servito a tenere lontana l’eco della vicenda Bertolaso, con la richiesta di dimissioni che anche il Pd – dopo l’Italia dei valori – ha iniziato a chiedere. Dentro il governo poi le voci di quanti ritengono che il decreto sulla Protezione civile debba cambiare e pretendono che i ministeri abbiano più voce in capitolo sulla nuova S. p. a. – Tremonti, Matteoli, Scajola, Calderoli – stanno facendo riflettere il premier, che inizia a valutare l’ipotesi di alcune modifiche, “a patto però di non dare l’impressione che stiamo scaricando Bertolaso”.

Lo stesso sottosegretario in realtà starebbe pensando a un gesto risolutivo. Troppo forte la pressione su di sé: fare un passo indietro servirebbe anche a spegnere i riflettori e “salvare il patrimonio della Protezione civile”. E tuttavia il Cavaliere, che ha ricominciato a parlare di “giustizia ad orologeria” e teme “nuove iniziative giudiziarie durante la campagna elettorale”, è convinto che la strada da seguire sia opposta: “Guido non deve mollare. Mi dispiace che faccia da parafulmine, ma è chiaro – è la convinzione che il premier ha maturato in queste ore – che se la prendono con lui per colpire il sottoscritto. L’importante è continuare a lavorare senza farci intimidire”. Gianni Letta è dello stesso avviso, tanto che il braccio destro di Berlusconi, per due giorni di seguito, è uscito allo scoperto in difesa di Bertolaso e della Protezione Civile.

Legato a filo doppio con la sorte di Bertolaso è anche il decreto che trasforma la Protezione Civile in S. p. a. Per questo da Berlusconi è arrivato l’ordine di “non arretrare”, perché altrimenti “daremmo il segnale di aver abbandonato Bertolaso al suo destino e non ce lo possiamo permettere”. La Protezione civile S. p. a. è una creatura del sottosegretario e il premier è consapevole che un ripensamento del governo sul decreto, al di là di qualche modifica marginale, avrebbe l’effetto di spingere Bertolaso a sbattere la porta. L’indicazione che è arrivata da palazzo Chigi è dunque, al momento, quella di procedere all’approvazione definitiva del decreto legge, possibilmente senza toccare nulla e con la fiducia. Nell’agenda di Berlusconi è giovedì il giorno in cui la Camera dovrebbe votare la fiducia, impedendo in questo modo all’opposizione di trasformare il dibattito sul decreto in un “processo a Bertolaso e alla Protezione civile”. Con la fiducia infatti i tempi sarebbe strozzati e l’opposizione non avrebbe più munizioni per la sua battaglia (mercoledì, quando il provvedimento approderà in aula, già si sono iscritti a parlare tutti i 207 deputati del Pd).

Ma nella maggioranza e nel governo, nonostante la difesa corale di Bertolaso, cresce il fronte del dissenso sul decreto. L’uscita di Italo Bocchino – che ieri su Repubblica invitava Berlusconi a valutare “l’opportunità politica” di procedere a modifiche del decreto – è la spia di un malessere più profondo. Gianfranco Fini, pur senza avere l’intenzione di aprire un nuovo fronte di scontro con il Cavaliere, vorrebbe che il provvedimento fosse modificato. “Se si decide di andare avanti lo stesso – è il ragionamento che il presidente della Camera ha fatto ai suoi – Berlusconi se ne deve assumere la responsabilità politica”.

Il fatto è che stavolta anche uomini vicini a Berlusconi premono per mettere mano alle norme. Nomi pesanti. Come Giulio Tremonti, che non a caso è rimasto finora silente sull’intera vicenda. O Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, che in questi mesi in più occasioni ha denunciato in Consiglio dei ministri il tracimare della Protezione Civile sopra le competenze del suo dicastero. Persino un berlusconiano come Claudio Scajola non vede di buon occhio la nuova “Bertolaso Spa”, che secondo il decreto potrebbe diventare una centrale di potere (e di spesa) senza controlli. Le perplessità più forti arrivano dagli ex An, che per una volta mettono da parte le divisioni fra finiani e berlusconiani. Lo stesso Ignazio La Russa, coordinatore del Pdl, non ci vede “niente di strano” se il decreto resta così com’è, “ma tutti i provvedimenti legislativi possono subire modifiche, il Parlamento è sovrano”. Maurizio Gasparri la pensa allo stesso modo, anche se minimizza la portata del decreto: “Il testo uscito dal Senato ribadisce che il dipartimento è una struttura pubblica e parla di un’eventuale S. p. a. solo per alcune attività minori. Anche adesso, per esempio, i Canadair sono gestiti dai privati e nessuno dice niente”. Quanto al decreto, “nessuna decisione è stata presa, si vedrà se occorrono degli approfondimenti alla luce dei fatti di cronaca”. Impossibile, pensano in tanti, che l’inchiesta sulla Protezione civile non abbia alcun effetto sul decreto.

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14 febbraio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/02/14/news/berlusconi_apre_al_pressing_dei_ministri_cambio_la_legge_ma_salver_guido-2291849/?rss

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Da don Ciotti a Caselli, tutti contro la privatizzazione della struttura
Sembra un ulteriore passo verso l’abolizione dei controlli nel Paese

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“No alla Protezione Civile spa
Così è a rischio la democrazia”

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di EMANUELE LAURIA

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ROMA – “Se saltano i controlli vengono meno le responsabilità della politica e le guarentigie della democrazia. Così il pericolo di infiltrazioni criminali aumenta”. Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, riassume in pochi punti la contrarietà al decreto su Protezione civile Spa. Il suo è un no che unisce magistrati, imprenditori, rappresentanti dell’associazionismo e del volontariato. Quasi un urlo di rabbia, quello che giunge da una fetta significativa della società civile, e si oppone alla privatizzazione della macchina delle emergenze.
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Don Ciotti non dimentica di esprimere “gratitudine e riconoscenza per l’impegno sinora profuso dagli uomini della Protezione civile”. Ma aggiunge: “In questo settore non può venire meno la responsabilità della politica, che deve far rispettare le regole. Non si può pensare a privatizzare una funzione fondamentale dello Stato – dice il sacerdote da 40 anni impegnato nel sociale – Questo sembra tanto un ulteriore passo verso l’abolizione dei controlli nel nostro Paese. D’accordo, le emergenze e la necessità di ricostruire dopo i cataclismi richiedono una burocrazia veloce ma l’assenza di controlli, quando ci sono di mezzo grandi appalti e grandi opere, favorisce chi tenta di infiltrarsi in modo illecito”.
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Giancarlo Caselli, procuratore generale a Torino, parla dei rischi di una “deregulation”: “Quando tutto diventa una continua emergenza, quando passa questa logica, il pericolo che si finiscano per favorire interessi illeciti è forte. Lo Stato non può affrancarsi da procedure certe e trasparenti in una materia come questa”.

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Giuseppe Callipo, ex presidente di Confindustria Calabria e candidato di Italia dei valori alle regionali, invoca una “riorganizzazione della Protezione civile italiana, ma non certo della direzione della privatizzazione”. Per Callipo, fondatore del movimento “Io resto in Calabria”, la ricetta non è quella contenuta nel decreto del governo: “Nessuno mette in dubbio il valore dell’opera della Protezione civile: io ho ancora negli occhi la tragedia dell’alluvione di Vibo Valentia, nel 2006, tre morti che potevano essere di più se non ci fossero stati interventi efficaci. Ma occorre potenziare la struttura nelle regioni – dice – e lavorare per una maggiore collaborazione con altre forze come i vigili del fuoco”. Ma sono gli appalti l’anello debole della catena: “La mia esperienza in Calabria – dice Callipo – mi insegna che le procedure di emergenza possono mettere a repentaglio la legalità: con le somme urgenze, da queste parti, si è finito per favorire le imprese amiche e i compari. La mia impressione è che, come spesso capita in Italia, queste regole finiranno per aiutare i furbi”.

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Il viaggio nel dissenso verso Protezione civile spa si conclude in Sicilia. Dove Rita Borsellino, eurodeputata e leader del movimento “Un’altra storia”, rivolge un appello direttamente a Guido Bertolaso: “Fossi in lui, chiederei di sospendere l’esame del decreto. Fino a quando, almeno, non si farà chiarezza su quello che è stato sinora il sistema di gestione delle emergenze e dei grandi eventi in Italia. Una cosa è la necessità di interventi rapidi a seguito di calamità. Un’altra – conclude la Borsellino – è rendere l’emergenza la normalità, nel nostro Paese. Saltando a piè pari le procedure previste dalla legge”.
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14 febbraio 2010
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IL COMMENTO / Bertolaso ammette di non aver “controllato tutto”
Ma che qualcosa non andasse per il verso giusto doveva averlo capito da tempo

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La difesa fragile
del Grande Capo che sapeva tutto

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di GIUSEPPE D’AVANZO

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I SEVERI – e spesso assai mediocri –  censori del “circo mediatico-giudiziario” dovrebbero prenderne atto. Nello scandalo che umilia la Protezione civile, non è il giornalismo a doppiare, sovrapporsi (o incrudelire) la conduzione giudiziaria di un processo. Accade esattamente il contrario: è stata la magistratura ad accertare, nelle forme dell’indagine penale, le “storie di ordinaria corruzione” che un dignitoso giornalismo aveva già offerto all’attenzione dell’opinione pubblica, del ceto politico, del governo. Non stupisce che, nell’epoca della “crisi del reale”, i funzionari della menzogna vogliano convertire questo imbroglio di corruzione pubblica – e umana desolazione – in un episodio di patta e spada con l’usuale appendice di donne deprezzate a benefit e “bustarella”. Gli addetti alla adulterazione del discorso pubblico vogliono ridurre l’intera trama alla replica di uno slogan ideologico: il privato non è pubblico, quindi non può essere giudicato. Il segno di questo affaire non è nella segretezza dei comportamenti privati dei protagonisti, ma – al contrario – nella scandalosa pubblicità dei loro traffici pubblici. Chi, senza perdere la faccia, può dire di non aver saputo? Da più di un anno, l’agglomerato “gelatinoso” che accompagna le azioni – extra ordinem – della Protezione civile è stato raccontato nel minuto. Nomi, cognomi, incroci familiari, società, fatturato, bilanci, cointeressenze, partecipazioni, sprechi e inefficienze si sono lette nelle inchieste di Repubblica, l’Espresso, Report, Annozero, il Fatto. La “Premiata ditta Balducci & co.”; le relazioni tra i “soggetti attuatori” dei progetti della Protezione civile e imprenditori come Diego Anemone; i poteri senza controllo e le risorse senza fondo di Guido Bertolaso, “l’uomo dalle mani d’oro”, costituiscono da oltre un anno il quadro opaco e risaputo cui un governo responsabile e una politica attenta all’interesse pubblico avrebbero dovuto metter mano con prontezza.
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Ora scrutare all’indietro, e in quel buio, ci consente di valutare, in prima approssimazione, e senza tener conto degli esiti dell’istruttoria penale, l’accountability di Guido Bertolaso. Si può e deve cominciare dalle sue parole. Gli argomenti con cui il sottosegretario e capo della Protezione civile si salvaguarda da accuse e critiche sono tre, in sostanza. Dice: (1) “Qualcuno può aver tradito la mia fiducia, ma non ho elementi per sostenerlo”; (2) “Io non ho seguito direttamente e personalmente la vicenda degli appalti”; (3) “Ha gestito tutto Angelo Balducci (ora è in galera), uno che è diventato presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, cioè la massima autorità in Italia: non mi pare di aver affidato l’incarico al primo che passava per strada. Dopo di lui, c’è stato un altro “soggetto attuatore” (Fabio De Santis, anch’egli in carcere) ma c’era qualcosa che non mi convinceva e l’ho sostituito con Gian Michele Calvi, un professore di fama internazionale”.

Dunque, Bertolaso “si chiama fuori” così: non ha mai visto ombre nella sua Protezione civile; gli uomini che ha scelto erano al di sopra di ogni sospetto; in ogni caso, egli non ha mai messo becco negli appalti. Sono argomenti molto fragili. Che qualcosa non andasse per il verso giusto, Bertolaso lo capisce e lo concede: quel De Santis non gli piace. Lo rimuove dopo cinque mesi. Perché? Con quali “elementi”? A chi comunica i suoi dubbi? Quali verifiche decide per chiudere i “buchi” dei protocolli e delle procedure? Come non è attendibile sostenere che una buona reputazione abbia sempre accompagnato i “soggetti attuatori” prescelti. Il credito degli “attuatori” (il soggetto deputato alla realizzazione del progetto) è al lumicino da tempo. Di Balducci si conoscono gli affari di famiglia che incrociano gli oneri del suo incarico. Angelo, il padre di famiglia, coopta l’Anemone Costruzioni nel risanamento della Maddalena (appalti per 100 milioni). La moglie di Angelo (Rosanna Thau) è in società (“Erretifilm”) con la moglie di Diego Anemone (Vanessa Pascucci). Il figlio di Angelo (Filippo) compra con Diego Anemone il centro sportivo della Banca di Roma a Settebagni. Nasce il “Salaria Sport Village”.

Anche Gian Michele Calvi è prigioniero di un temperamento familistico (insegna al dipartimento di Meccanica strutturale dell’Università di Pavia; dopo essere stato “attuatore” alla Maddalena, oggi è il direttore del progetto C. A. S. E., la ricostruzione all’Aquila di 183 edifici, 4.600 appartamenti per 17mila persone con appalti per 695 milioni di euro). La “Myrmex” di suo fratello (Gian Luca) rileva chi lo sa perché la malandata “Tecno Hospital” di Giampaolo Tarantini che, per le sue prestazioni di prosseneta, è stato molto caro a Silvio Berlusconi prima che scoppiasse il rumore per le feste in Villa e a Palazzo. Così caro da riuscire a ottenere – grazie a buoni uffici del premier – un incontro privato con Bertolaso per via di un desiderato ingresso del ruffiano nella rosa delle società al lavoro nel post-terremoto aquilano. Nell’affollato intreccio di interessi pubblici, privati e familiari si intravedono ambiguità – se misfatti penali, lo si accerterà – , ma senza dubbio Bertolaso avrebbe dovuto trarne già da tempo “elementi” sufficienti per una qualche diffidenza. Che, invece, contro ogni evidenza, nega ancora oggi. Bisogna chiedersi perché.

La ragione può essere questa: anche Bertolaso partecipa al disinvolto coinvolgimento della sua famiglia nelle “emergenze” affrontate dalla Protezione civile. Suo cognato (Francesco Piermarini) “è stato impiegato nei cantieri della Maddalena ed è in rapporti con Diego Anemone”, l’imprenditore in affari (ora è in carcere) con il figlio e (attraverso la moglie) con la moglie di Angelo Balducci. Cadono così due degli argomenti difensivi di Guido Bertolaso. Inchieste giornalistiche gli hanno offerto “elementi” per mettersi in sospetto, per ridimensionare la reputazione dei tecnici che ha scelto, ma il capo della Protezione civile non può denunciare – nemmeno oggi che quelle pratiche sono diventate scandalo – il fondo “gelatinoso” del suo dipartimento perché anche le sue pratiche sono collose quanto le condotte di chi dovrebbe contestare. Le parole di Bertolaso, che possono apparire soltanto un’imprudenza, sono allora il frutto di un deliberato proposito di tacere perché egli è vulnerabile come gli altri. I passi storti di quelli sono equivalenti alle sue mosse molto dubbie.

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Già potrebbe bastare, e invece l’argomento più debole della difesa di Guido Bertolaso lo si rintraccia in un’affermazione che non ha ricevuto finora l’adeguata attenzione. Il capo della Protezione civile dice: “Io non ho seguito direttamente e personalmente la vicenda degli appalti”.

Sono parole che decidono in modo definitivo l’accountability di Guido Bertolaso. Egli trattiene nelle sue mani un potere inconsueto. Si muove oltre le norme, in un “vuoto di diritto”. Lo “stato di necessità”, che lo attiva, gli rende possibile e concreta qualsiasi decisione, anche contro la legge. È un potere eccezionale rinvigorito, come mai è accaduto, anche da privilegio aggiuntivo. Come ha rilevato il senatore Luigi Zanda in Senato, in Bertolaso “sono concentrati i poteri politici del governo (è sottosegretario) e quelli amministrativi di un ufficio pubblico (è il capo del dipartimento)”. Egli è dunque il responsabile per eccellenza, l’indiscusso accountable, colui che non solo dirige un progetto, un programma, una misura d’intervento, ma decide anche politiche, priorità, urgenze.

Bertolaso è allora doppiamente “accountable”, responsabile: nei confronti del Parlamento come membro del governo, nei confronti del governo come capo del dipartimento. In qualsiasi momento dovrebbe essere pronto a dichiarare in che modo viene eseguito l’incarico, come viene impiegato il denaro, in quale misura sono stati raggiunti gli obiettivi e quali aspettative sono state soddisfatte. Accountability è l’esatto contrario di arbitrio. Presuppone trasparenza, garanzie, assunzione di responsabilità e rendiconto sulle attività svolte, soprattutto sempre l’impegno a dichiararsi. Bertolaso, che non ha esitato a prendere su di sé doppi poteri, con quelle parole (“Nulla so di appalti”) rifiuta curiosamente di assumersi le responsabilità che quei poteri gli hanno attribuito. È troppo anche per l’Italietta di oggi. Perché delle due, l’una: o Bertolaso si è occupato degli appalti come il suo incarico gli comanda e oggi non la racconta tutta. O non se n’è occupato, come dice, ed è venuto meno ai suoi obblighi. È un contesto che non può essere liquidato con qualche cronaca, le solite grida rabbiose di Berlusconi contro la magistratura in attesa che i giudici sciolgano tutti i nodi. Ci sono altri e buoni modi per mettere a fuoco quel che è accaduto e accade nella Protezione civile. Il più lineare – anzi necessario perché è in discussione la privatizzazione della Protezione civile – è che Bertolaso faccia in Parlamento il resoconto del suo lavoro e che le Camere ne discutano con rigore, mentre il governo fermi e corregga il suo decreto legislativo.

Sarebbe l’esito più coerente per quel che si scorge in questa storia: una democrazia è viva ed equilibrata se ai pesi (poteri) corrispondono contrappesi (controlli) in grado di vigilare e, nel caso, segnalare il funzionario corrotto o incapace. In quest’occasione, s’è vista l’efficienza di alcuni controlli (una stampa intraprendente, una magistratura lesta e non intimidita). Manca ora l’esame del Parlamento che non dovrebbe farsi paralizzare dal “vergognatevi” di chi crede all’unicità del suo potere e alla “sacra” intoccabilità degli uomini scrutinati per esercitarlo.

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13 febbraio 2010
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