Archivio | febbraio 15, 2010

Afghanistan, Emergency e Croce Rossa: «Impedito il soccorso ai civili feriti»

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Continuano i bombardamenti aerei nella regione di Helmand

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Afghanistan, Emergency e Croce Rossa: «Impedito il soccorso ai civili feriti»

«Sei, senza cure, sono già morti. Centomila persone bloccate nella città di Marjah»

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Militari nella città di Marjah (Ap)
Militari nella città di Marjah (Ap)

KABUL – Procede l’operazione “Mushtaraq” (Insieme) delle truppe della Nato in Afghanistan, per recuperare la regione di Helmand, una delle zone del paese finora sotto ilcontrollo dei talebani. Ma, secondo Emergency e Croce Rossa, questa operazione è iniziata male: con la violazione dei diritti sanciti anche dalle Convenzioni di Ginevra, visto che viene impedito il soccorso ai feriti civili: «Serve subito un corridoio umanitario».

NUOVI BOMBARDAMENTINon si ferma intanto l’operazione di bombardamento aereo di caccia ed elicotteri, come ha confermato a Corriere.it il personale dell’ospedale di Emergency che si trova a Lashkar-gah, a circa 40 km dalla città di Marjah, dove sono bloccate 100mila persone: «Continuiamo a sentire forti boati, che non sono certo quelli dell’ artiglieria di terra. E poi vediamo il passaggio continuo di caccia ed elicotteri ». Le rassicurarazioni date all’Agenzia France Press dal comandante delle forze armate del governo Karzai, Aminullah Patiani, secondo il quale «la quasi la totalità delle aree di Marjah e di Nad Ali sono sotto il controllo della coalizione» sono state smentite dalla Bbc, secondo la quale gli ordigni nascosti dai talebani nelle strade sono «in numero superiore rispetto a quanto previsto» e stanno rallentando le operazioni della coalizione. Un portavoce dei marines Usa ha poi riferito che nel distretto di Nad Ali, dove si trova Marjah, si registra ancora «dura resistenza» da parte di gruppi di talebani. Dal sud giunge inoltre la notizia della morte di tre militari britannici, che tuttavia non sarebbero rimasti uccisi nell’ambito dell’operazione Moshtaraq.

EMERGENCY E CROCE ROSSA: «NEGATO IL SOCCORSO AI CIVILI FERITI» – I bombardamenti di domenica hanno fatto 12 vittime tra la popolazione civile e un numero imprecisato di feriti. Il problema dell’ inizio di questa campagna militare è proprio il coinvolgimento degli abitanti della regione, e in particolare il soccorso ai feriti. Che, in questo momento, secondo la denuncia di Emergency e Croce Rossa, non viene consentito dai militari occidentali. «Da 40 ore il nostro ospedale a Lashkar-gah – racconta il personale di Emeregency – è in attesa di ricevere le vittime dei bombardamenti. Al nostro staff è stato comunicato dal personale della Croce Rossa che ha una sede a Marjah che decine di vittime civili in gravi condizioni non riescono ad essere trasferite agli ospedali a causa dei posti di blocco militari che impediscono anche il passaggio di vetture speciali per il trasporto dei feriti».

L'ospedale di Emergency a   Lashkar-gah
L’ospedale di Emergency a Lashkar-

SEI FERITI SENZA CURE SONO MORTI «Lunedì mattina – prosegue il racconto da Lashkar-gah – già sei di loro sono morti perché ne è stata impedita l’evacuazione. Tra i pochi riusciti a raggiungere l’ospedale di Emergency, portati in elicottero direttamente da membri del Provincial reconstruction team (personale paramilitare Usa), anche un bambino di 7 anni colpito al petto da una pallottola e immediatamente operato». La richiesta del personale di Emergency è che venga immediatamente aperto un corridoio umanitario per garantire assistenza ai feriti. La preoccupazione del governo di Karzai era proprio quella di evitare episodi di questo genere. Per questo il comando Usa aveva dato in anticipo l’annuncio dell’attacco. «Ma a Marjah vivono 100mila persone – obietta Matteo dell’Aira che si trova a Lashkar-gah – Come si poteva pensare che in 24 ore si svuotasse una città di quelle dimensioni? E poi dove potrebbero andare?». Domande che per ora non hanno risposta.
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Stefano Rodi
15 febbraio 2010

fonte:

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INCHIESTA PROTEZIONE CIVILE E G8 – Appalti, Denis Verdini (Pdl) indagato: E’ accusato di concorso in corruzione

L’inchiesta sul G8 e Protezione Civile

Appalti, Denis Verdini indagato
E’ accusato di concorso in corruzione

Dalle intercettazioni nel rapporto dei Ros emergono i nomi dei parlamentari del Pdl Denis Verdini e Altero Matteoli. Il coordinatore azzurro: «Sono totalmente estraneo ai fatti»

Denis VerdiniDenis Verdini

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FIRENZE – Denis Verdini, coordinatore del Pdl, è indagato dalla procura di Firenze per il reato di concorso in corruzione nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti, imprenditori e Protezione Civile. Lo ha reso noto lo stesso Verdini, aggiungendo di aver dimostrato la sua «più totale estraneità all’accusa» durante l’interrogatorio in procura. In serata infatti, Verdini era stato sentito dai magistrati per un’ora e mezzo. Era andato accompagnato dal suo avvocato Marco Rocchi. Le telefonate dell’imprenditore toscano Riccardo Fusi della Btp (uno degli indagati) con l’onorevole Denis Verdini, oltre a una chiamata al ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli vengono riportate in un’informativa dei carabinieri del Ros di Firenze, che consta di oltre ventimila pagine, in parte pubblicate dal Corriere della Sera. L’inchiesta sugli appalti, imprenditori e Protezione Civile coinvolge così anche i politici. Il nome di Verdini compare in molte intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per i grandi eventi.

UN’ORA E MEZZO IN PROCURA – L’onorevole del Pdl è stato in procura un’ora e mezza, poi è andato via in auto; la vettura è uscita dal passo carraio della procura, davanti alla quale erano in attesa i giornalisti. Il parlamentare era arrivato negli uffici di viale Lavagnini poco dopo le 18.30, uscendone alle 20.10. Verdini era uscito poi senza fermarsi con i giornalisti su una Toyota Yaris partita a velocità piuttosto spedita.

IL COMUNICATO DI VERDINI – In tarda serata Denis Verdini ha poi scritto un comunicato dicendo di essere indagato: «Dopo aver letto che il mio nome compariva per fatti marginali nell’inchiesta condotta dalla procura di Firenze in merito agli appalti per le opere emergenziali affidate alla gestione della Protezione civile – scrive l’onorevole Pdl – e dopo aver saputo dai giornali che il mio telefono era stato intercettato indirettamente, per una serie di colloqui con gli indagati, uno dei quali, Riccardo Fusi, è un mio carissimo amico da molti anni, ho chiesto al mio avvocato di verificare i fatti presso la magistratura. In questo modo ho appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di corruzione».

«SONO TOTALMENTE ESTRANEO ALLE ACCUSE» – «La vicenda che mi veniva contestata – ha aggiunto il coordinatore del Pdl – riguardava solo ed esclusivamente la segnalazione per la nomina di Fabio De Santis a Provveditore delle opere pubbliche per Toscana, Umbria e Marche. Ho quindi chiesto e ottenuto la disponibilità del procuratore della Repubblica di Firenze ad essere ascoltato quanto prima, cosa che è avvenuta nel pomeriggio di fronte ai pubblici ministeri Giuseppina Mione e Giulio Monferini, titolari dell’inchiesta, ai quali ho fornito serenamente e con la massima trasparenza le informazioni richieste, illustrando le motivazioni del mio intervento come unicamente riconducibili al tentativo di risolvere il problema del danno erariale conseguente all’appalto per la realizzazione della scuola Marescialli e carabinieri a Firenze. Ho quindi dimostrato – ha concluso Verdini – la mia più totale estraneità all’accusa».

IL PROCURATORE – Nelle stanze dei magistrati si era tenuto il più stretto riserbo per tutta la giornata. «Non intendo fare i nomi delle persone indagate, di nessuno». Così il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi aveva risposto ai giornalisti che gli chiedevano se ci fossero politici indagati per l’inchiesta sugli appalti per le grandi opere. Quattrocchi aveva poi precisato che «da questo ufficio non esce una virgole, un foglio di carta. Tutto quello che esce non esce da questa procura, ma dai destinatari degli atti che ne fanno un uso di cui io non discuto».

Riccardo Fusi
Riccardo Fusi

I LEGAMI CON FUSI – Secondo la procura, Riccardo Fusi cercava l’aiuto dell’onorevole Denis Verdini, già esponente di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In un’occasione — riferiscono gli investigatori — il deputato si vanta con l’imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni scorsi. Il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlano del «coinvolgimento in una comune operazione dell’imprenditore parmense Pizzarotti». Il 28 marzo discutono invece di un’operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo fiorentino, di cui Verdini è presidente. Il 24 aprile del 2008, parlando della composizione del nuovo governo Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo Verdini risponde di sì. Ancora nell’estate 2008 Fusi sollecita a Verdini un incontro con Matteoli per discutere della scuola Marescialli di Firenze. Il 5 agosto Fusi parla direttamente con Matteoli: gli chiede se «ci si può vedere un minuto». La risposta di Matteoli è negativa perchè il ministro sta per andare in vacanza: «No, io me ne vado stanotte e torno il 27 a Roma».

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Alessandra Bravi
15 febbraio 2010

SALUTE – Tumori, super-raggio di carbonio per bruciarli: a Pavia il primo centro

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Tumori, super-raggio di carbonio
per bruciarli: a Pavia il primo centro

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MILANO (15 febbraio) – Un super-raggio di carbonio e protoni per bombardare il cancro risparmiando i tessuti sani. La nuova guerra al cancro inizia in Italia a Pavia, (il primo centro sul territorio nazionale e quarto al mondo) con armi di ultima generazione progettate e costruite interamente in Italia.

A Pavia apre i battenti il primo Centro Nazionale di Adroterapia oncologica (Cnao). Il cuore del Centro è il sincrotrone, la macchina cioè che produce i protoni e gli ioni carbonio con i quali verranno bombardati i tumori, e che è stata realizzata dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). La particolarità di queste particelle è che sono in grado di penetrare in profondità nel corpo umano, arrivando a colpire anche gli organi più difficili da raggiungere con la chirurgia, «senza danneggiare – dicono gli esperti – se non in minima parte i tessuti sani circostanti».

Secondo il Cnao, «bastano due o tre minuti per irradiamento e in media una decina di sedute della durata di 25 minuti per curare una varietà sempre più importante di patologie». Tuttavia, aggiunge Roberto Orecchia, direttore scientifico della Fondazione Cnao, «questa terapia non sostituisce la radioterapia convenzionale, ma è un’arma in più a disposizione di medici e pazienti che può essere utilizzata in aggiunta o in sostituzione dei trattamenti tradizionali. Degli oltre 120 mila pazienti che ogni anno vengono sottoposti a radioterapia, si stima che circa il 5% dei casi possa essere curato con i fasci di adroni».

Inaugurata dai ministri Ferruccio Fazio, Giulio Tremonti e Umberto Bossi, insieme al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, la struttura è stata realizzata in 4 anni dalla Fondazione Cnao. È il quarto centro al mondo di questo tipo, dopo quelli di Chiba e Hyogo in Giappone e di Heidelberg in Germania, e si concentrerà in particolare nella cura dei tumori solidi resistenti alla radioterapia o difficilmente operabili, grazie a una radioterapia mirata che utilizza al posto dei normali raggi X particelle subatomiche chiamate adroni.

La struttura, costata 125 milioni di euro, avvia oggi la sua fase di sperimentazione, che si concluderà nell’ottobre 2011. Entro la fine di quest’anno, invece, partiranno i primi test sull’uomo che coinvolgeranno 230 pazienti. I primi trattamenti di cura saranno invece effettuati verso la fine del 2011, e il Centro si prevede lavorerà a pieno regime entro il 2013, quando sarà in grado di curare circa 3 mila pazienti ogni anno in circa 20 mila sedute.

La realizzazione del Centro, concludono i suoi responsabili, «consentirà ai pazienti italiani che potrebbero trarre vantaggi dall’adroterapia di non doversi più recare all’estero per la necessaria cura, spesso con onere a carico del Servizio sanitario nazionale. La valutazione dell’efficacia e dei costi della terapia sarà fra gli obiettivi della sperimentazione clinica: si tratta comunque di costi sostenibili all’interno dell’Ssn» .

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=91412&sez=HOME_SCIENZA

Atenei: “Lettera-appello contro il razzismo”

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Atenei: “Lettera-appello contro il razzismo”

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Noi docenti precari/e e docenti non precari/e delle università italiane abbiamo deciso di aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza di noi”, presentando ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove possibile anche durante le ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo marzo, dapprima la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla fine della loro lettera e invitandoli/e a partecipare alle iniziative della giornata:

“I mandarini e le olive non cadono dal cielo”
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre.

Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.

La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all´uomo.

Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.

Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all´Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:

domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità. L´Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma”

Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come l’astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006, quando in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti di soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali manifestazioni in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra di particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, migranti e non.

Per questo, abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello sottoscritto da alcuni lavoratori africani di Rosarno. Riteniamo, infatti, che quanto accaduto a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e le violenze sui migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al nero” dei giorni successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella “gestione dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i lavoratori africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione e la minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di soggiorno – sia il precipitato, soltanto più visibile, delle scelte politiche con cui negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e voluto gestire il fenomeno globale delle migrazioni. Il risultato, innanzitutto, di una volontà di generale clandestinizzazione della presenza dei/lle migranti e dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha permesso, non solo a Rosarno, ma nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di agrumi e le serre così come nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie, forme di assoluto sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’illegalità diffusa del mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che normano l’immigrazione.

Ricordiamo di seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla base di quanto accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente nel resto d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998, con cui si apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i cittadini, un altro per i non cittadini, passibili di pene detentive in assenza di reato; il nesso inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, con la legge del 2001, che spianava la strada a ogni forma di ricattabilità da parte dei datori di lavoro sulla forza lavoro migrante, compresa la ricattabilità sessuale delle lavoratrici migranti impiegate nel lavoro domestico; gli innumerevoli provvedimenti delle recenti norme previste dai pacchetti sicurezza ispirati tutti a un orizzonte di discriminazione e razzismo (l’aggravante di clandestinità, il reato di clandestinità, il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa, l’interdipendenza tra permesso di soggiorno e atti dello stato civile, tra cui il riconoscimento dei figli e il matrimonio, l’istituzione di corpi speciali privati per il mantenimento dell’ordine pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati nel maggio del 2009 volti a risolvere il problema degli arrivi sulle coste italiane con la deportazione verso i campi di concentramento della Libia finanziati dallo stato italiano di donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati provenienti dai luoghi di guerra delle ex-colonie italiane.

La criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce effetti a cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo precaria la condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, esponendoli/e a continue discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere nell’“irregolarità”. “Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono i lavoratori africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di questa domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata lavorativa alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi di violenza e intimidazioni.

“Come può esistere chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di fondo diventata sempre più impellente in Italia e generata da una forma pervasiva di razzismo istituzionale che permette e legittima forme di razzismo, intolleranza, xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità comune delle nostre città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro che, pur essendo “attori della vita economica di questo paese”, con differenti dispositivi sono continuamente sospinti verso una presenza marginale e una vita non vivibile costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del permesso di soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione, dagli innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di rifugiato alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di vita affettiva concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di detenzione previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’ultima proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?

Aderiamo a questa giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la vita di tutti e di tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa e in altri paesi del mondo. In quanto docenti, sappiamo che nelle università, anziché come studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile incontrare i/le migranti come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi, assunti/e con bassi salari e senza garanzie. La scandalosa difficoltà nell’accesso a un permesso di soggiorno per studi universitari, attraverso una politica delle “quote” anche nel campo del sapere che rende quest’ultimo esclusivo privilegio dei cittadini, è parte integrante della chiusura nei confronti dei/delle migranti che caratterizza il nostro paese. Per questo ci impegniamo a lottare anche per garantire la piena accessibilità dell’Università ai/alle migranti.

Siamo più in generale convinti che soltanto cancellando il razzismo istituzionale e sociale come pratica quotidiana di sfruttamento sarà possibile costruire spazi di convivenza futuri.

Docenti precari/e e docenti non precari/e delle Università italiane firmatari

Primi firmatari:

Fabio Amaya (Università di Bergamo)

Anna Curcio (Università di Messina)

Umberto Galimberti (Università di Venezia)

Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo)

Sandro Mezzadra (Università di Bologna)

Renata Pepicelli (Università di Bologna)

Luca Queirolo Palmas (Università di Genova)

Antonello Petrillo (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)

Federico Rahola (Università di Genova)

Fabio Raimondi (Università di Salerno)

Maurizio Ricciardi (Università di Bologna)

Anna Maria Rivera (Università di Bari)

Gigi Roggero (Università di Bologna)

Pier Aldo Rovatti (Università di Trieste)

Devi Sacchetto (Università di Padova)

Anna Simone (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)

Federica Sossi (Università di Bergamo)

Alessandro Triulzi (Università di Napoli L’Orientale)

Tiziana Terranova (Università di Napoli L’Orientale)

Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo)

Sincerely,

The Undersigned
Per adesioni: www.PetitionOnline.com/march1st/petition.html
per informazioni: semir@libero.it

SCUOLA – Nuove regole per gli insegnanti: un anno di tirocinio, selezione più severa / La lenta (e spesso inutile) scalata alle graduatorie

Scuola, nuove regole per gli insegnanti: un anno di tirocinio, selezione più severa

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Il decreto Gelmini entro il mese alla firma di Napolitano.
Il Consiglio di Stato: riconoscere anche i periodi di precariato

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di Anna Maria Sersale
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ROMA (15 febbraio) – Pronte le regole per i nuovi insegnanti. Per mettere un freno al dilagare del precariato e selezionare chi sale in cattedra, i “posti” per gli aspiranti nelle università saranno a numero chiuso, calcolati sulla base del “reale fabbisogno”. Cinque anni di studio, poi un anno di tirocinio non retribuito. Così gli anni salgono a sei. Per curare i tanti mali della scuola – nelle comparazioni dell’Ocse risultiamo i più impreparati d’Europa: 33mo posto in lettura, 36mo in cultura scientifica, 38mo in matematica – ora l’obiettivo è quello di recuperare credibilità. Ai nuovi insegnanti non dovranno mancare “robuste conoscenze disciplinari”, oltre a “capacità organizzative”, “relazionali e comunicative”. Inoltre dovranno saper “motivare gli studenti allo studio”, fare “lavoro di gruppo” e avere “rapporti con le famiglie”.

Una severa “selezione” costringerà quelli professionalmente inadeguati a cambiare mestiere. Un decreto del ministro Gelmini, che dopo un ultimo passaggio a Palazzo Chigi entro fine mese sarà mandato alla firma del Presidente della Repubblica, stabilisce in che modo si diventa docenti. Se le università, come dicono, saranno pronte il nuovo sistema di formazione partirà dal prossimo anno. I test d’ingresso nelle università saranno il primo filtro, con i corsi per la specializzazione a numero chiuso. La scuola dovrà programmare i nuovi organici e il sistema universitario avrà il compito di formarli. I “posti” saranno calcolati sulla base delle previsioni delle scuole, tanti per la matematica, l’italiano, la storia e così via.

L’anno scorso sono state assunte 16mila persone, il ministero dovrà programmare il prossimo triennio, poiché quasi la metà dei docenti è vicina all’età della pensione e i concorsi sono fermi da 10 anni. Per alcune materie, come matematica, scienze e francese, le graduatorie, soprattutto al Nord, sono esaurite (secondo i sindacati Milano, Treviso, Sondrio, Torino e Reggio Emilia sono le città con più cattedre vacanti nelle materie scientifiche). Come si diventerà insegnanti? «Cinque anni di studio universitario: a ciclo unico, per chi punta alla scuola primaria, oppure tre anni per la laurea base in una disciplina, seguiti dal biennio specialistico, per chi pensa alla cattedra di medie o superiori». Per tutti, nel biennio, lo studio di materie professionalizzanti nel ramo pedagogico e psicologico.

Dunque, posti a numero chiuso nelle università, assunzioni programmate, stop al precariato, tirocini di un anno, ma anche più inglese e nuove tecnologie. Questo il piano. Ma la vera novità è “l’anno di tirocinio obbligatorio, non retribuito, da svolgere nelle scuole”. Al termine scatterà automaticamente il contratto? No, entrerà in ruolo solo chi supererà l’anno di prova, sotto la guida di un tutor, e il concorso bandito ogni due anni, (da definire con un provvedimento a parte). Sarà poi compito degli Uffici scolastici regionali organizzare, aggiornare e controllare gli albi delle scuole accreditate che ospiteranno i tirocini (sulla base di appositi criteri stabiliti dal ministero). Il tirocinio non prevede salario (Tremonti ha detto che non ci sono i soldi) inoltre il ministero vuole evitare situazioni che potrebbero generare altro precariato.

Per completare il profilo dell’insegnante, la Gelmini si dice pronta al «prossimo passo, la riforma complessiva del reclutamento», come ha annunciato l’altro giorno dopo il varo dei nuovi licei. Per questa seconda parte, ha in preparazione un secondo decreto. Ma che cosa ha in mente il ministro? Quali prospettive saranno offerte a chi andrà in cattedra? La scelta dei più bravi sarà il criterio guida. Il nuovo provvedimento conterrà due punti centrali: carriere differenziate e stipendi legati al merito e ai risultati ottenuti. Previsto anche l’accorpamento delle classi di concorso: per le superiori si ridurranno da 70 a 40, un modo per “ridurre la spesa”. Tornano anche i concorsi, fermi dal 2000.

«Non ci possiamo permettere – afferma il ministro Gelmini – che migliaia di quindicenni non sappiano comprendere un testo scritto e che il 25% abbandoni la scuola nel primo biennio delle superiori». Per innalzare i livelli della qualità, il ministro promette nomine degli insegnanti fatte per merito, non per “scorrimento” automatico, questo decreterà la fine delle “graduatorie a esaurimento”, che verranno chiuse per sempre. Una svolta. Ma i tempi? Il decreto sulla formazione è in dirittura d’arrivo, quello sul reclutamento è allo studio. Ma non è detto che quello alla firma diventi subito attuativo.

Il Consiglio di Stato il 7 febbraio scorso ha inviato un primo parere al ministero: i giudici di Palazzo Spada chiedono alla Gelmini di avviare una fase di transizione per riconoscere “ai fini del tirocinio e dei crediti il servizio prestato in via precaria presso le istituzioni scolastiche”. Cosa che potrebbe portare a un “canale riservato” per l’assunzione dei precari (attualmente 200mila in attesa del posto). «Appare opportuno – sostengono le toghe – in una fase di passaggio dal vecchio al nuovo regime, tenere conto della esperienza professionale maturata, ferma restando la possibilità di fissare presupposti e limiti di tale rilevanza». Il che equivale a dire “sì” alle nuove regole, ma non senza avere prima sistemato i precari.

Si aggiungono le proteste dei sindacati: «Chi ha già una laurea magistrale e un periodo di supplenze a scuola, o incarichi annuali con contratti a tempo determinato, rivendica il diritto a vedersi riconosciuto l’anno di praticantato», sostiene Massimo Di Menna, segretario nazionale Uil scuola. «Abbiamo insegnanti che hanno all’attivo quattro concorsi, o anni di servizio tra un incarico annuale e l’altro, vogliamo pure chiedergli il tirocinio obbligatorio? La loro esperienza a scuola vale forse meno?», aggiunge Francesco Scrima, segretario nazionale Cisl, che come altri sindacalisti si prepara a dare battaglia. Chiedono deroghe al decreto per governare una “fase di transizione”. «In questo modo – replicano fonti ministeriali – si vanifica tutto». Conclusione: si riapre il conflitto ma il governo andrà avanti.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=91411&sez=HOME_SCUOLA

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La lenta (e spesso inutile) scalata
alle graduatorie

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di Anna Maria Sersale
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ROMA (15 febbraio) – Migliaia di insegnanti hanno raggiunto la cattedra dopo anni di “scorrimento” in graduatoria. Si avanzava passo dopo passo. Errori, carte bollate, Tar, concorsi a singhiozzo. Un inferno, mentre l’esercito dei precari si faceva sempre più grosso. C’è chi in cima alla graduatoria non è mai arrivato. Non ha fatto in tempo. Molti avevano titoli e meriti, molti altri no. Dal 2000, l’anno del concorsone di Berlinguer, con un milione di partecipanti, non sono più usciti bandi. Le graduatorie erano gonfie. Poi c’erano le Ssis, le scuole di specializzazione universitaria con valore abilitante. Poi è scoppiata la guerra tra sissini e precari.

Una guerra tra poveri. Fioroni nel 2007 disse smettiamola con il sistema delle graduatorie permanenti, non possono vivere in eterno. Non sono ancora esaurite. Ora il governo scommette sui provvedimenti che stanno per essere varati. Almeno in apparenza non sono tanto diversi da quelli che furono proposti da altri governi, sia di centrosinistra che di centrodestra, con ministri come Berlinguer, De Mauro, Moratti.

La commissione interministeriale guidata dallo storico Nicola Tranfaglia, nominato da Tullio De Mauro, una decina di anni fa aveva proposto “tre anni di laurea base”, cui si aggiungevano “due anni di laurea specialistica e un anno di inserimento nell’attività professionale attraverso un tirocinio mirato nelle scuole”. Se il piano fosse passato già allora sarebbero stati necessari 5 anni di studio più 1 di tirocinio con l’acquisizione di 300 crediti formativi, 60 dei quali dovevano riguardare le scienze dell’educazione.

Allora non se ne fece nulla, a causa dei governi precari, così siamo andati avanti con la filosofia della sopravvivenza. Ma senza la rivalutazione dei docenti sarà difficile invertire rotta. «Un professore guadagna meno di un vigile del fuoco, di un impiegato ministeriale, e anche meno di un poliziotto, di un militare e di un dipendente del servizio sanitario nazionale», sono i dati della Ragioneria generale dello Stato che nel 2008 confrontò gli stipendi.

Un maestro di scuola elementare dopo 35 anni di servizio guadagna 1.750 euro; il docente delle medie, sempre dopo 35 anni, 1.950 euro; quello delle superiori un centinaio di euro in più. «Stipendi da fame – ammette la Gelmini – Una situazione che vede la scuola italiana in grave ritardo rispetto all’obiettivo di allinearsi all’Unione europea. Ma non ci saranno aumenti a pioggia, deve valere il merito». Secondo la Gelmini il male della scuola italiana è che abbiamo «troppi dipendenti e poco pagati, con una carriera pressoché piatta» e un generale «abbassamento della qualità».

Già alla fine degli Anni ‘90 il governo di centrosinistra aveva tentato di differenziare gli stipendi, ma il metodo scelto fu contestato e divise gli insegnanti. Tutto svanì in una bolla di sapone Per cambiare c’è una occasione storica, che non si sa se coglieremo. Entro i prossimi otto-dieci anni sarà rinnovato tra il 35 e il 45 per cento del corpo insegnante per ragioni anagrafiche. Dei soldi si dovrà discutere nelle prossime settimane. Il contratto di lavoro degli 800mila docenti italiani è scaduto il 31 dicembre scorso.

«In ogni caso è impensabile che si continuino a fare aggiustamenti retributivi, lasciando il quadro inalterato – sostiene Giorgio Rembado, il leader dei presidi – Occorre distinguere tra lo stipendio di chi fa molto e di chi si limita allo stretto necessario. Il mancato riconoscimento del merito provoca danni e demotiva gli insegnanti, anche i migliori».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=26509&sez=HOME_SCUOLA&npl=&desc_sez=

Fini: oggi chi ruba è un semplice ladro

MATTEOLI: «Sono estraneo all’inchiesta che riguarda la Protezione Civile»

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Fini: oggi chi ruba è un semplice ladro

«Improprio il paragone tra episodi di corruzione attuali e quelli di Tangentopoli». Maroni: stimo Bertolaso

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ROMA – «Oggi chi ruba non lo fa per il partito ma perché è un ladro». Gianfranco Fini parla a un convegno alla Luiss di Roma e rifiuta un parallelo fra gli episodi di corruzione attuali e quelli di Tangentopoli: «Oggi ci sono tanti episodi di malcostume e tangenti ma vanno considerati per quello che sono, volgari lestofanti. Evitiamo paragoni impropri». Per chiarire il suo pensiero ricorda un discorso di Craxi: «Fece una chiamata in correità, chiese a tutti noi se avessimo qualcosa da dire perché quello era un sistema. Oggi invece ci sono tanti corrotti, ma la corruzione non serve per sostenere i costi della politica». Fini ha precisato di non voler legittimare nessuno perché anche quelli della prima Repubblica «erano ladri, ma sulle loro spalle c’era il peso di mastodontici apparati».

«LA CORRUZIONE C’È» – «Non so se oggi c’è una questione morale, indubbiamente il malvezzo e la corruzione ci sono, ci sono sempre stati e ci saranno – aggiunge la terza carica dello Stato -. Non condivido la tesi di chi dice che è più o meno come era prima di Tangentopoli quando chi raccoglieva le tangenti diceva che servivano alla politica. Spero che nessuno voglia sostenere che la politica è marcia perché ha bisogno di tanti soldi. I grandi partiti del passato avevano in ogni città decine di impiegati e strutture che non esistono più. C’era il peso mastodontico di questi apparati, oggi non c’è più».

MATTEOLI: «IO ESTRANEO» – Per quanto riguarda l’inchiesta sugli appalti dei grandi eventi, il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Altero Matteoli prende le distanze dalle notizie di un suo ipotetico coinvolgimento: «Sono estraneo all’inchiesta che riguarda la Protezione civile e altri soggetti incaricati di pubbliche funzioni. Le intercettazioni pubblicate oggi, peraltro in modo confuso, da un organo di stampa (il Corriere della Sera, ndr), sono riferite all’annosa vicenda della costruzione della Scuola dei marescialli e dei brigadieri dei carabinieri di Firenze risalente al 1997, che non ha attinenza alcuna con l’inchiesta sulla Protezione civile. In quella vicenda ereditata dai precedenti esecutivi, che vede aperto un contenzioso complesso e complicato, la mia azione è tesa a evitare un danno economico di circa 34 milioni di euro alle casse dello Stato e al completamento di una struttura attesa da oltre tredici anni. Smentisco recisamente, inoltre, un mio eventuale coinvolgimento in rapporti poco trasparenti tesi a favorire questa o quella impresa».

MARONI: STIMO BERTOLASO – Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervistato da Radiopadania Libera, ribadisce la propria stima a Guido Bertolaso: «Sui magistrati non parlo. Con Bertolaso c’è una grande collaborazione, è una persona di grande sensibilità che io stimo: mi rifiuto di credere alle cose di cui è accusato».

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Redazione online
15 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_15/fini-tangentopoli-ladri-matteoli-inchiesta-appalti_b8620c86-1a52-11df-8cad-00144f02aabe.shtml

PAR CONDICIO – Santoro: pronto ad andare in onda anche senza politici

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Par condicio, Santoro: pronto ad andare in onda anche senza politici

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ROMA (15 febbraio) – «Annozero potrà comunque continuare ad andare in onda con cadenza settimanale senza politici, anche in giorni diversi dalla sua normale programmazione, per il periodo indicato, con obiettività, completezza e imparzialità. Naturalmente l’Azienda potrà assumere decisioni diverse da quelle da me prospettate assumendosene tutte le responsabilità». Così Michele Santoro si è rivolto al direttore generale della Rai Mauro Masi sulla questione del regolamento della par condicio. Nella sostanza Santoro è disponibile ad andare in onda anche senza politici in studio purché Annozero non venga sospeso.

«La legge istitutiva della par condicio prevede una netta distinzione tra programmi di comunicazione politica e programmi di informazione. Riguardo ai programmi di informazione la legge indica la necessità di adottare criteri specifici per quarantacinque giorni, tenendo conto della data di convocazione dei comizi elettorali. Il Regolamento della Commissione Parlamentare di Vigilanza, recentemente approvato, diversamente da quanto previsto dalla legge, sovrappone comunicazione politica (le cosiddette tribune) e informazione (i programmi d’approfondimento) con conseguenze molto gravi». Aggiunge Santoro.

«In primo luogo
è intaccato il principio costituzionalmente rilevante della libertà d’espressione e irrimediabilmente ferita l’autonomia dei giornalisti». «In secondo luogo – aggiunge – risulta limitato il diritto di cronaca e viene operata una sospensione del servizio pubblico del quale le trasmissioni come Annozero rappresentano un genere fondamentale». «In terzo luogo – secondo Santoro – viene esautorato il Consiglio di Amministrazione, cui viene sottratta la funzione primaria di indirizzo sulla programmazione radiotelevisiva, viene danneggiata gravemente la Rai dal punto di vista economico, si altera la concorrenza a favore di Mediaset, si colpiscono le remunerazioni delle redazioni. Ma soprattutto si conferma la tendenza, già in atto, ad ingabbiare i programmi di approfondimento dell’informazione sottoponendoli, anche fuori dai periodi elettorali, a regole improprie. Eventuali procedimenti sanzionatori sarebbero non solo contestabili sotto il profilo della legittimità, ma consentirebbero al giudice una seria verifica su norme che concretizzano un vero e proprio abuso di potere».

Per tutte queste ragioni – dice Santoro a Masi – «io ritengo che la Rai dovrebbe resistere disattendendo le prescrizioni del Regolamento, rese in manifesta violazione della lettera della legge sulla par condicio (e in contrasto con le sentenze interpretative della Corte Costituzionale ), e optare per un’applicazione rigorosamente conforme alla legge; oppure scegliere di applicare il Regolamento precedentemente approvato dalla stessa Commissione. Eventuali procedimenti sanzionatori sarebbero non solo contestabili, per le ragioni sopra accennate, ma consentirebbero al giudice di chiedere alla CorteCostituzionale di pronunciarsi sia su disposizioni che violano diritti costituzionalmente garantiti, sia sull’indebito sconfinamento della Commissione che usa il regolamento non per attuare la legge ma per modificarla, sostituendosi ai poteri legislativi dell’intero Parlamento».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=91419&sez=HOME_INITALIA