Archivio | febbraio 16, 2010

“Il Meridione arretrato perché meno intelligente”: Studiosi e politici contro una ricerca britannica / montanaro’s: L’INTELLIGENZA E’ MESCHINA

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Richard Lynn, psicologo all’università dell’Ulster, illustra la sua discutibile tesi sulla rivista scientifica ‘Intelligence’

“A sud il QI si abbassa a causa della mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa”

“Il Meridione arretrato perché meno intelligente”
Studiosi e politici contro una ricerca britannica

“E’ almeno dal 1400 che il Mezzogiorno non partorisce figure di spicco nelle arti e nella politica”
Il presidente Aip: “Gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici”. L’onorevole Laboccetta: “E’ una cavolata”

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di GIOVANNI GAGLIARDI

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"Il Meridione arretrato perché meno intelligente"  Studiosi e politici contro una ricerca britannica Il siciliano Luigi Pirandello premio Nobel per la Letterarura nel 1934

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ROMA – Dopo anni di lotte, discussioni e studi sulla ‘Questione meridionale’, ora Richard Lynn, docente emerito di psicologia all’università dell’Ulster a Coleraine, avrebbe trovato una spiegazione, a dir poco discutibile, sull’arretratezza del sud Italia: è meno sviluppato del nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. La tesi, che non sfigurerebbe in un pamphlet sulla superiorità della razza, compare nell’ultimo numero della rivista scientifica Intelligence che pubblica la ricerca dal titolo In Italy, north­-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy.
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Secondo Lynn, mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud, più il coefficiente si abbassa. La causa è “con ogni probabilità” da attribuire “alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa”. Insomma, la tesi è che al pari della statura, dell’istruzione e del reddito, da nord a sud l’intelligenza media della popolazione scenda fino a toccare il punto più basso in Sicilia. I più intelligenti d’Italia, secondo Lynn, sono concentrati in Friuli.
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Il professore non è nuovo a teorie a dir poco discutibili: negli anni ’70 sostenne che gli abitanti dell’Estremo oriente fossero più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro La curva a campana teorizzò che nella popolazione di colore una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici.
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Ora, nello studio pubblicato da Intelligence, afferma che “il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità del QI” e che, in sintesi, nel sud Italia la qualità del cibo è più scadente, si studia meno, ci si prende meno cura dei figli e che almeno dal 1400 il Meridione non partorisce “figure di spicco” nelle arti e nella politica.

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Evidentemente Lynn non si è preso la briga di scorrere l’annuario dell’accademia di Stoccolma. In quel caso si sarebbe accorto del premio Nobel per l’Economia e di quello per la Fisica assegnati ai romani Franco Modigliani ed Enrico Fermi. Per non parlare di quello per la medicina assegnato al catanzarese Renato Dulbecco o di quelli per la letteratura ai siciliani Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo, o alla nuorese Grazia Deledda.
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Ma, se non bastassero né il buonsenso né l’evidenza, allora arriva la comunità scientifica a stroncare le conclusioni  di Lynn. Di recente lo studio sugli africani è stato demolito da Jelte Wicherts dell’Università di Amsterdam e Jerry Carlson dell’Università di Riverside, con un lavoro per la rivista Intelligence, Personality and Individual Differences, and Learning and Individual Differences. I due esperti hanno riesaminato circa 100 rapporti sul quoziente intellettivo e screditato il lavoro di Lynn, sostenendo che ha usato dati selezionati ignorando sistematicamente africani con QI elevato; inoltre i valori di QI per gli africani e per gli occidentali sono stati ottenuti con studi eseguiti con metodi di misura differenti e quindi tra loro non comparabili. Infine il gruppo di Wicherts ha stimato che il QI medio africano intorno agli anni ’50 era del tutto simile a quello degli olandesi e che quello degli occidentali è cresciuto molto nel XX secolo ma che ora anche quello dei nativi dell’Africa sta avendo un trend di crescita simile, che continuerà tanto più quanto maggiori saranno i miglioramenti delle condizioni di vita nel continente.
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Lo studio sul sud Italia viene invece duramente contestato, tra gli altri, dal professor Roberto Cubelli, presidente dell’Associazione italiana di psicologia (AIP). Secondo Cubelli, lo studio di Lynn ha “gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica”.
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Inoltre il presidente dell’Aip ritiene “deontologicamente sbagliato interpretare i risultati di un’analisi correlazionale di fenomeni complessi, quali quelli relativi al rendimento scolastico nelle diverse aree geografiche, facendo riferimento a modelli teorici che si sono già rivelati falsi e ingiustificati”. Secondo Cubelli, infatti, “non si possono ignorare i fattori storici, politici, sociali ed economici e attribuire ogni effetto causale a presunte differenze biologiche e genetiche”. Il professore, inoltre, mette in guardia dalla divulgazione di studi che, a causa dei suddetti limiti ed errori, “possono legittimare comportamenti individuali e scelte politiche di impronta razzista e di discriminazione sociale”.
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Ma non è solo la comunità scientifica a insorgere, anche i politici nostrani non esitano a bollare lo studio di Lynn come “un’autentica cavolata, per non dire di peggio”, per usare le parole del deputato del Pdl e napoletano doc Amedeo Laboccetta. “Chi ha redatto lo studio  – continua Laboccetta – è un povero ignorante, animato certamente da pregiudizi e da una pesante dose di razzismo. Dovrebbe vergognarsi di simili affermazioni, ma sono pronto a offrire a questo signore un soggiorno gratuito nelle regioni meridionali  per rendersi conto di persona di quello che dice”.
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16 febbraio 2010
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montanaro’s

L’INTELLIGENZA E’ MESCHINA

«La razza umana è una brutta bestia. Proviamo a ritoccarla con Photoshop.»

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Un po’ di marxismo ci vorrebbe.

Detto da un individualista come il sottoscritto. Detto da uno che è sempre quello più a destra degli altri. Detto da uno che ad aprile non associa tesi, al massimo antitesi; insomma, un po’ di rigore, ragazzi miei, solo un po’ di rigore.

Detto da uno a cui i marxisti da secolo scorso hanno fatto due palle così.

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E così via, ma: un po’ di marxismo ci vorrebbe.

Cosa ne vogliamo fare di questa intelligenza collettiva, intelligenza 2.0 che seminiamo in rete con perfida solerzia? Che ne faremo? Là fuori il mondo continua ad essere buio. E noi ci inventiamo un mondo baio. Al chiuso delle nostre stanzette.

Qualche anno fa, un film scemo sui Beatles, un musical, non ricordo nemmeno il nome, ma la regista disse: «Vorrei solo che i giovanotti d’oggi la smettessero di stare nelle loro stanze, la rivoluzione si fa per strada».

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Rivoluzione! Parolacce! Mi mordo la lingua pur di non dirlo!

Stanotte, invece, gira in rete un video su Gabriella o Milly Carlucci, non so quale delle due, che dice delle cose improbabili a proposito della rete a un altro tizio che non so chi sia. Mi immagino già il giro della morte che farà questo video: il tam tam da blog a blog, da twitter a twitter e l’indignazione generale su Facebook.

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Bene. Ma poi? Che succede?

Mi fa un po’ paura pensarmi coetaneo di tanti miei coetanei. Intelligenza, pura, purissima intelligenza a manetta, a palla, meravigliosa intelligenza, conoscenza senza limiti: siamo tutti brillanti, ironici, caustici, cinici al punto giusto perché il cinismo è quanto di più azzeccato e cool (cool!) al momento. Conosciamo l’ultimo disco dei Greenwood Stories from Hell, l’ultimo film di Jean-Pierre Minchiamotou, l’ultima cappellata di Berlusconi: ma nulla sposta di uno sputo la nostra esistenza. Rielaboriamo cartelloni dell’UDC, scavicchiamo nelle stronzate di Franceschini e soci, la religione è come un fumetto Marvel e l’editoria un percorso obbligato. Perché al massimo si scrive un libro: e un libro non si nega a nessuno.

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Siamo smart (smart!), veloci e furbi, gli anni ’80 ci fanno schifo ma ci salvano da un amore finito male, siamo giusti e perdenti (perché perdere ingrassa il cinismo, e il cinismo…), disincantati ma pur sempre moralmente in forma. Domani le nostre idee – brillanti, gaudenti, giuste, giuste per l’amor del cielo! – fluttueranno da mente a mente così come la nostra musica e il mondo, che là fuori è buio, ci sembrerà almeno un po’ baio, almeno nella nostra mente, che prima era la nostra stanzetta (insomma, si restringe un po’, questo mondo, ma è il prezzo della libertà).

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Per questo canto: un po’ di marxismo ci vorrebbe.

Dal 2.0, in questo modo, non si esce vivi. Internet non ammette altro al di fuori di sé, per come la utilizziamo. In giro ci sono dei pazzi fottuti che vanno in giro cantando come degli Hare Krishna: «Web is my ’68!». Per Giuda, ma abbiamo bisogno di un altro ’68? A Casini gli prende un colpo: fermatevi immediatamente! Noi subiamo Internet: non stiamo imparando nulla. Sputtaniamo parti importanti della nostra vita: i nostri movimenti, le nostre idee politiche, è tutto tracciabile, e il primo problema non è la censura o il potere politico: ma il mercato che ci sta ingoiando. Proletari e proteiformi, proletari e proteiformi, come dice Rifkin: perché per quanto io possa apparirvi brillante (scommetto già sugli applausi alla fine del pezzo) fuori da qui non ho un soldo e uno straccio di prospettiva come molti di voi (e finisco già qui la retorica sul precariato, perdonatemi).

[Certo poi ci sono quelli che vanno via. Via dal Sud. Via dall’Italia. Fuori dall’Italia è tutto più bello. Quella barzelletta delle angurie americane che in realtà sono piselli. Cose del genere. E poi, via dal Pianeta Terra.]

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E anche qui, a meno di accodarmi alle indignazioni e alla disperazione generica che gironzola su Internet in circostanze straordinarie (terremoti; vittorie di Berlusconi; vittorie di Obama; guerre termonucleari) io non sono libero; non sono libero di usare termini – messi così vuoti, ma all’occorrenza pieni, molto pieni – termini come pietà, dignità, frustrazione. Internet non ammette violenza: l’uso che noi facciamo della rete è punk nel senso di «fallo da te», ma non ha la violenza del punk. E’ fighetto. E’ modaiolo. E’ una versione cretina di Uomini e donne. Il gesto violento, persino il pensiero violento, qui è annacquato, è un cocktail d’intelligenza meschina, persino facile, e acqua, tanta acqua.
Se metti una scimmia davanti a un pc connesso a Internet per 365 giorni, qualcosa impara anche la scimmia.

L’essere di sinistra è il piacere intellettuale d’aver sempre ragione: una volta mi hanno detto qualcosa del genere. Internet ci va molto vicino.

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In questo caso no, un po’ di marxismo non ci vorrebbe proprio.

Ma nel senso di struttura, di poter strutturare il casino che sta andando avanti, allora sì. A meno che non vogliamo continuare a fare il gioco del G8-banche sfasciate-incazzatura sopita-Chavez che canta El pueblo unido. Che non è il nostro gioco. Io non ho soluzioni. Cito solo quello che leggo in un’intervista che ho fatto a un mio ex-professore, Carlo Formenti: «Le tecnologie del Web 2.0 sono l’anticamera di nuove forme di sfruttamento capitalistico di un’intelligenza collettiva che, almeno a tutt’oggi, non appare dotata di consapevolezza politica né, tanto meno, degli strumenti organizzativi per far valere i propri interessi». Io non so se il professore in questione è marxista. Non lo so, anzi, proprio lui parla di Cybersoviet, e di come l’autorganizzazione del web 2.0 sia simile alla farsa dei soviet. Ma quelli che vanno cianciando di 2.0 e ’68 dovrebbero stare attenti e guardarsi attorno: quelli per cui Internet è la Via dovrebbero farsi un giro per la rete verso blog meno impegnati, quelli delle persone “qualunque”, che non hanno film o libri o artisti dritti da citare su Facebook e che usano Internet in un modo così pecoreccio (e legittimo) che poi è chiaro perché tutto, là fuori, rimane uguale. Perché la cosa che gli adepti della Sacra Rete non vogliono capire è che Internet non è né più né meno che ciò che c’è là fuori: un mondo intero, in cui c’è la persona interessante e quella terribilmente banale ai limiti dell’offesa al buon gusto. C’è la persona consapevole e quella che mette on-line persino le foto del proprio amante nudo con le palle al vento. Su Internet stiamo trasportando le nostre vite: e ciò implica un trasferimento d’ogni cosa, dalle virtù alle miserie. Solo che i nostri corpi rimangono qui. Il sollazzo mentale – persino spirituale, a volte – di Internet non risolve un bel niente.

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Leggevo un’intervista a Serge Quadruppani. Che è uno scrittore francese (ma a chi importa?). E quest’uomo dice che apprezza molto la resistenza culturale italiana. Si riferisce al New Italian Epic. Che la maggior parte della gente non sa nemmeno che minchia è. Giustamente. Si tratta, in sostanza, di un manipolo di folli scrittori dotati di un talento spropositato – questo è indubbio – e che si è però autoinvestito del titolo di salvatore della patria. Ma che tristezza: la Patria non s’è neppure accorta di loro.

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Questo è quello che viviamo. Un pugno di mosche che ronza nervosamente nella mia testa. Nella mia testa. Perché sono convinto che se spengo il computer – ne sono certo – tutto questo non esiste più. E fanculo alla vostra bella intelligenza.

Scrivendo scrivendo, mi sono già stancato di quell’adagio che faceva più o meno così: un po’ di marxismo ci vorrebbe. Siccome non sono Giulietto Chiesa, non divido i miei interventi in due parti, di cui la prima è apocalittica, così apocalittica, da dar vita a una seconda più rassicurante.

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Non ho soluzioni. Per anni ho pensato che la soluzione, possibile, a un problema, fosse il voto. Il periodo storico fa così pena che votare è una cosa così delicata. La maggior parte della gente qui attorno non vota. E chi vota usa Internet per tifare per il proprio candidato. Il piccolo paese in cui vivo ha una sola qualità: è, nel piccolo, la replica esatta di ciò che accade su larga scala. Quattro candidati identici, identici nel ricercare la conferma di se stessi, del proprio essere un politico prima che un uomo, una città che cade a pezzi, ridicola nel suo cadere a pezzi, la gente che rivoterà i Padre Ubu che giocano con la disperazione del posto. Stop.
Ho aperto blog, collaborato con siti, fatto questo e quell’altro, tutto questo perché fuori da qui, anche per ragioni geografiche, ogni cosa era morta. E sarà lo stesso motivo per cui smetterò: perché, fuori da qui, ogni cosa continua, imperterrita, a esser morta.

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La razza umana è una brutta bestia. Proviamo a ritoccarla con Photoshop.

[Spengo il computer. Le mosche non ronzano più. E’ tutto nella mia testa.]

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fonte:  http://bananasso.files.wordpress.com/2009/04/lintelligenza-e-meschina.pdf

DUE FACCE, STESSA MAFIA – Si costituì contro Riina: Ministero le nega benefici. «Non me l’aspettavo» / Maroni consegna villa Riina a ordine giornalisti siciliani

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Mafia, si costituì contro Riina: Ministero le nega benefici. «Non me l’aspettavo»

I boss le uccisero i figli e il genero

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ROMA (16 febbraio) – La mafia le ha ucciso i figli e il genero nel 1995 a Corleone. Uno dei nipotini si salvò per miracolo dall’agguato perché la madre lo coprì con il suo corpo dalle pallottole. Caterina Somellini, madre delle vittime e nonna di due bambini rimasti orfani, si costituì parte civile nel processo. A distanza di 15 anni il ministero dell’Interno ha rigettato la sua richiesta, presentata anche nella qualità di tutrice dei propri nipoti, per ottenere i benefici previsti per le vittime della criminalità di tipo mafioso.

Ministero: no prova estraneità della vittima. Il Ministero ha ritenuto che non sarebbe stata raggiunta la «prova obiettiva della sussistenza dei requisiti oggettivi per l’ottenimento dei benefici e cioè della totale estraneità della vittima e del beneficiario ad ambienti e rapporti delinquenziali». Il processo è stato celebrato tra la fine degli anni 90 e i primi anni del 2000, davanti alla Corte di Assise di Palermo. Imputati erano Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca considerati gli autori materiali degli omicidi e Giovanni Riina, allora incensurato, figlio del capomafia Salvatore Riina. Per i boss il sospetto era che i Giammona fossero coinvolti in un fantomatico progetto, ispirato dalle cosche perdenti, per rapire Giovanni Riina.

I legali: faremo ricorso. La Corte di Assise ha condannato tutti gli imputati e sancito che «non emerge alcun minimo elemento che conforti l’ipotesi di legami o contatti di qualsiasi genere stabiliti tra Giuseppe Giammona e persone o comunque a gruppi o ambienti della criminalità organizzata». I legali della Somellini, gli avvocati Mario Milone e Carmelo Franco, hanno anticipato che proporranno ricorso alla decisione del Ministero. «Per la prima volta siamo riusciti ad aiutare una familiare delle vittime a chiedere giustizia contro i Riina e i Bagarella. La donna che continua ad abitare a Corleone ha creduto nello Stato e quindi sarebbe proprio un’ingiustizia negarle i benefici previsti dalla legge», afferma Pippo Cipriani, ex sindaco del comune di Corleone che in quel processo si è costituito parte civile.

«Non me lo aspettavo. Non credevo che il Viminale respingesse la mia richiesta. Nessun potrà ridarmi i miei figli ma vorrei ottenere quello che mi spetta dalla legge per aiutare e dare un futuro migliore ai mie nipoti rimasti orfani e che sono ancora minorenni». Lo dice, Caterina Somellini, 68 anni , «In questi anni sono rimasta a Corleone da dove non mi sono mai mossa. Ho continuato a vivere facendo tanti sacrifici e guardando avanti con dignità. Credo però che lo Stato debba sostenere chi lo aiuta a combattere la mafia».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=91505&sez=HOME_INITALIA

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Mafia, Maroni consegna villa Riina
a ordine giornalisti siciliani

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PALERMO (16 febbraio) – Il ministro dell’Interno Roberto Maroni a Palermo ha partecipato alla cerimonia di consegna all’Ordine dei giornalisti siciliani di un immobile confiscato ai costruttori mafiosi Sansone.

«La sottrazione dei beni alla mafia ha un duplice valore: simbolico, perché dà ai cittadini il segnale che lo Stato va fino in fondo e concreto perchè sottrae risorse economiche ai clan che hanno bisogno di denaro per governare l’Antistato» ha detto il ministro.

Si tratta di una villa immersa nel verde del complesso residenziale in cui trascorse gli ultimi tempi della latitanza il boss Totò Riina, che venne arrestato a pochi metri dalla nuova sede dell’ordine. «Questa diventerà la nostra casa – ha detto il presidente dell’ordine regionale Franco Nicastro che ha ringraziato il ministro e ha voluto ricordare i tanti giornalisti morti nell’adempimento del proprio dovere – questo posto sarà un presidio di legalità e un luogo di recupero della memoria». Alla cerimonia hanno partecipato anche il capo della polizia Antonio Manganelli, il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Lorenzo del Boca, esponenti delle forze dell’ordine e il sindaco di Palermo Diego Cammarata.

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fonte:  http://www.corriereadriatico.it/articolo.php?id=91488

IL REGALO DEL POLITICO – E’ bufera sul calendario sul duce

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E’ bufera sul calendario sul duce

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https://i1.wp.com/iltempo.ilsole24ore.com/politica/2010/02/16/1127535/images/31297-cel.jpgSi è scatenata una bufera sulla notizia pubblicata dal quotidiano “La Repubblica”, secondo cui Luigi Celori, ex capogruppo An alla Pisana, candidato Pdl per il Lazio, regali ai militanti calendari del duce per “l’ottantesimo anno dell’era fascista”. Secondo Mario Michelangeli, segretario regionale del Pdci, candidato della federazione della sinistra alle elezioni regionali del Lazio, è un’iniziativa che contraddice i dettami della costituzione per la quale l’apologia del fascismo in Italia e dunque reato. Michelangeli ha invitato il ministro dell’interno Maroni a intervenire per precisare la situazione e alla candidata della destra Renata Polverini di pronunciare parole chiare sul fascismo.
«A me non risulta affatto. Non ho nessun contatto con il consigliere Celori» ha intanto commentato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

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16 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=95142

Altra vicenda “kafkiana”. Disabili e parcheggi: proteste a Napoli

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Scontro tra Comune e Associazioni

Disabili e parcheggi: proteste a Napoli

I titolati di contrassegno arancione devono pagare per la sosta a meno che non dimostrino che tutte le aree a loro disposizione erano occupate

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NAPOLI – È scontro a Napoli tra l’amministrazione comunale e le principali associazioni partenopee a difesa dei diritti delle persone disabili. L’Anida (Associazione nazionale italiana diversamente abili), il Comitato «Cinzia Fico» e la Lega per i diritti degli handicappati onlus criticano la scelta di applicare sul territorio partenopeo la sentenza della Corte di Cassazione del 12 ottobre scorso (n.211271/2009), che sancisce che è obbligatorio anche per le auto munite di contrassegno invalidi il pagamento della sosta sulle strisce blu. A Napoli , però si prevede l’eccezione, che i conducenti siano emendati dal pagamento se sono in grado di dimostrare che tutti gli spazi riservati alla sosta disabili non erano a disposizione.

IL PRINCIPIO «Il principio espresso dalla Corte è che la gratuità della sosta – spiega l’Anida – non agevola per nulla il disabile e questo è un principio condivisibile. Il disabile con seri e gravi problemi di carattere motorio non chiede né mance, né elemosina, ma il sacrosanto diritto di poter parcheggiare la sua auto quanto più vicino è possibile al posto che deve raggiungere, così come stabilisce art.11 del D.P.R 503/96 che regola la circolazione e la sosta dei veicoli al servizio di persone disabili». Dello stesso avviso, la Lega per i diritti degli handicappati onlus che parla di un «provvedimento, che si rifà ad una assai discutibile sentenza della Corte di Cassazione e che è palesemente inopportuna in una città come Napoli, dove i parcheggi riservati ai veicoli delle persone con disabilità sono del tutto insufficienti e il più delle volte occupati da non aventi diritto, dove la mobilità è gravemente ostacolata dal permanere delle barriere architettoniche e dove i mezzi di trasporto pubblico sono tuttora inaccessibili a chi è costretto su sedia a rotelle». Medesimo l’approccio al provvedimento da parte del Comitato «Cinzia Fico» che descrive la giornata tipo di una persona disabile napoletana alle prese con i controlli, legittimi, della VII Direzione Servizio Viabilità e Traffico per la validità del proprio posto riservato: la mancanza di parcheggio si aggiunge così alle barriere all’ingresso, all’ascensore non accessibile, all’attesa nell’androne ed anche all’impossibilità di uscire dalla struttura perché la porta di accesso è ostruita. «La sentenza della Corte Suprema di Cassazione ha sollevato – sostiene l’Anida – un enorme problema, che mette in luce ancora una volta l’impossibilità dei disabili di attendere con una certa normalità alla propria attività: certamente questo compito non può essere devoluto alla Magistratura, che in ossequio alla legge accerta la sussistenza o meno di una violazione, ma la questione è prettamente politica».

LA SENTENZA A monte di tutta la vicenda, che non riguarda solo Napoli ma tutto il territorio nazionale, c’è una sentenza della Corte di Cassazione in cui si legge che il costo del parcheggio non va pagato «qualora l’auto sia stata parcheggiata in uno spazio di sosta a pagamento a causa dell’indisponibilità di uno degli stalli riservati gratuitamente ai disabili». Il problema era e resta «dimostrare questa indisponibilità»: una persona disabile di Palermo, Antonio Piano, ad esempio non si è visto riconoscere il ricorso dal Giudice di Pace perché «non c’erano prove» che gli altri spazi fossero occupati, ma a Pisa una signora disabile ha dimostrato questa indisponibilità e si è vista riconoscere il diritto. Come orientarsi non si è ancora capito: il Codice della strada non prevede gratuità, ma i Giudici di pace possono intervenire sui ricorsi. Tanti disabili, infatti, nell’impossibilità di parcheggiare nei posti riservati o perché sono occupati o perché sono assenti, prendono la multa e poi fanno ricorso. Le diverse sentenze dei Giudici di pace sui territori disegnano un’applicazione della sentenza «a macchia di leopardo» sul territorio italiano: un problema, per chi vorrebbe regole chiare e valide per tutti. (Fonte Agenzia Redattore Sociale)

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16 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/disabilita/10_febbraio_16/disabili-parcheggi-protesta-sentenza-cassazione_19da32a0-1acf-11df-af4a-00144f02aabe.shtml

“Una vicenda kafkiana”. Vince la causa ma non può incassare il denaro: “E’ rom, nessuna banca gli ha aperto un conto”

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Fa ricorso per infortunio e ottiene un risarcimento di 400.000 euro. Ma l’uomo, cittadino italiano, non può ricevere i soldi

Il Garante dei diritti dei detenuti: “Gli istituti di credito hanno fatto intendere che si trattava di un cliente indesiderato”

Vince la causa ma non può incassare il denaro
“E’ rom, nessuna banca gli ha aperto un conto”

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Vince la causa ma non può incassare il denaro "E' rom,  nessuna banca gli ha aperto un conto" Nella foto Angiolo Marroni, Garante dei diritti dei detenuti del Lazio

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ROMA – “Una vicenda kafkiana”. E’ con queste parole che Angiolo Marroni, Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, descrive questa storia. Il protagonista è un giovane cittadino italiano di origine rom che, prima di essere  arrestato per reati contro il patrimonio, aveva vinto una causa per infortunio contro l’Ater, le Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Circa otto anni fa, infatti, l’uomo, affittuario di un appartamento di proprietà dell’Ater, era caduto all’interno dell’abitazione. Poco dopo aveva fatto causa per i danni fisici subiti. Al termine del procedimento, la sentenza del giudice: l’uomo ha diritto a un risarcimento di oltre 400.000 euro da pagare con un bonifico bancario.
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Una cifra niente male, che l’interessato non è però riuscito a incassare. Nonostante le ripetute richieste indirizzate dal suo legale a svariate filiali di diverse banche, “nessun istituto di credito – spiega in una nota Marroni –  ha permesso che l’uomo aprisse un conto corrente dove far accreditare tali fondi”. Quello che è emerso chiaramente dalle risposte, messe anche per iscritto, è che il cliente è stato giudicato “indesiderato”. “Il sistema creditizio – continua il garante – ha deciso che quest’uomo è un cittadino diverso dagli altri. Per questi motivi ho chiesto ai miei uffici di acquisire la documentazione degli istituti di credito che hanno rifiutato l’apertura del conto corrente per segnalarle sia all’Abi che alla Banca d’Italia”.
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Il protagonista della vicenda è attualmente detenuto nel carcere di Viterbo dove è stato da poco trasferito. La pena giungerà a termine entro la fine di quest’anno.
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16 febbraio 2010
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ITALIA A PEZZI – Calabria, evacuazione di massa a Maierato. Il sindaco: “La frana minaccia il paese”

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Oltre duemila persone stanno abbandonando le loro case nel centro in provincia di Vibo Valentia dopo che ieri un intero costone della montagna che si trova a ridosso del centro è venuto giù

Calabria, evacuazione di massa a Maierato
Il sindaco: “La frana minaccia il paese”

Tutta la regione alle prese con smottamenti. Nella sola provincia di Cosenza se ne contano 180

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Calabria, evacuazione di massa a Maierato Il sindaco: "La  frana minaccia il paese" La frana a Maierato nel Vibonese

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MAIERATO (Vibo Valentia) – L’evacuazione in massa di tutti gli abitanti di Maierato, paese di 2.300 persone in provincia di Vibo Valentia, è in corso da stamani, dopo che ieri un intero costone della montagna che si trova a ridosso del centro è franato mettendo in pericolo numerose abitazioni. La decisione è stata presa a scopo precauzionale dal sindaco, Sergio Rizzo, che ha definito lo scenario “apocalittico”. “La frana – ha detto il sindaco – minaccia una parte importante del paese e vista l’incertezza delle condizioni meteo abbiamo deciso di non rischiare”.

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GUARDA IL VIDEO
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Le prime 300 persone sono state allontanate dalle loro abitazioni già ieri sera, ma da stamani è cominciato lo sgombero di tutto il paese. Gli sfollati saranno sistemati nella scuola di polizia e nel palazzetto dello sport di Vibo Valentia. Inoltre sono stati allestiti punti di raccolta in varie scuole dei paesi della provincia. “E’ impressionante – ha detto l’assessore all’Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco-  quello che abbiamo potuto vedere dall’elicottero. Adesso, però, bisogna capire la natura della frana e la sua evoluzione”.

E’ emergenza, comunque, in tutta la Calabria dopo giorni di pioggia incessante che ha provocato danni ingenti. Hanno dovuto lasciare le loro case, per la minaccia di smottamenti alcune famiglie a Mendicino (Cosenza) e a Gimigliano (Catanzaro), mentre proprio alle porte del capoluogo di regione, a Germaneto, i tecnici del comune e della Protezione civile stanno valutando la necessità di procedere allo sgombero di altre 30 famiglie da alcune abitazioni minacciate da un nuovo fronte franoso che ha già reso impraticabile una strada. Ad Acri e Castiglione Cosentino, in provincia di Cosenza, i vigili del fuoco hanno raggiunto alcune abitazioni isolate a causa di smottamenti che hanno ostruito le strade, mentre a Bisignano è in pericolo il Santuario dedicato a Sant’Umile la cui chiesa è stata dichiarata inagibile. Il bilancio degli smottamenti si aggiorna di ora in ora.

Nella sola provincia di Cosenza se ne contano ormai 180 con l’interessamento di 27 arterie tra provinciali ed ex statali completamente “off-limits”. A pagare lo scotto maggiore è la fascia che va da Aiello Calabro a Roggiano Gravina. Difficoltà anche per il Basso Ionio con interruzioni a Campana, Pietrapaola, Paludi. Nell’hinterland cosentino il discorso non cambia a Castiglione Cosentino, Zumpano, Rovito e San Pietro in Guarano.

Nel catanzarese, transito è bloccato sulle provinciali a Tiriolo, Gimigliano per i problemi di stabilità del ponte sul fiume Corace, Soveria Simeri e Guardavalle nella zona ionica del soveratese. Tempi lunghi si prospettano, invece, per il ripristino della strada Janò-Magisano che dal capoluogo conduce nella zona della Presila, chiusa ormai da quasi venti giorni per un vasto movimento franoso che minaccia due quartieri di Catanzaro.

Rubinetti a secco da ieri per diverse decine di migliaia di persone a Catanzaro e nell’hinterland costiero per la rottura della condotta idrica che alimenta per almeno due terzi l’acquedotto cittadino, dovuta alla piena del fiume Alli. Gli ospedali e le cliniche del capoluogo sono riforniti di acqua dalle autobotti della Protezione civile regionale. Anche a Cosenza una frana ha investito una condotta provocando disagi per la riduzione della portata nel centro cittadino. In Sila la neve ha raggiunto i tre metri di altezza.

I parlamentari Gentile e Pittelli, del Pdl, hanno chiesto la dichiarazione dello stato di calamità e l’intervento del governo. Il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero ha convocato, per oggi, una riunione straordinaria dell’esecutivo sulle conseguenze del maltempo. In Prefettura è stata costituita un’unità di crisi che segue l’evolversi della situazione.

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16 febbraio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/16/news/frana_maierato-2315930/?rss

Berlino: dalla Romania all’Austria, ciack sul mondo delle carceri / La libertà negata (“If I want to whistle, I whistle”)

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Berlino: dalla Romania all’Austria, ciack sul mondo delle carceri

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di Lorenzo Buccella

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Strisce di cinema viste attraverso le sbarre. Che si parta dalle screpolature penitenziarie della Romania (“If I want to whistle, I whistle”), oppure dalle fredde celle danesi (“Submarino”), da un sistema d’ordine austriaco (“Der Räuber”) così come da una galera spolverata da continui nevischi norvegesi (“A somewhat Gentle Man” di Moland), il concorso della Berlinale di quest’anno pare appendersi con doppia mano ai racconti d’ambiente carcerario e ai loro protagonisti marginali, visto il filotto consecutivo di pellicole che nei luoghi topici della detenzione trova la propria zona d’innesco narrativa.

Mondo compresso, insomma, per storie ancor più “trattenute”. Poi, va da sé, la violenza atmosferica della reclusione può sbottare tutta dentro gli interni claustrofobici di una prigione (lo scabro film del rumeno Serban) nell’illusione di preservare un fratello dall’immigrazione verso l’Italia, o invece dettare la ripartenza ad handicap per chi si trova costretto a reinserirsi in una nuova vita, misurando sul proprio intestino le difficoltà digestive della famosa “seconda possibilità”.

E se lì il malessere sociale casca spesso nella trappola deterministica della ricaduta (succede sia per i fratelli alcol-droga del danese Vinterberg sia per il ladro-maratoneta austriaco del tedesco Heisenberg), per il film norvegese di Hans Peter Moland si imbraccia una soluzione obliqua e di genere che finisce per impaginare una commedia stralunata, pronta a ricalcare nelle sue parti più riuscite uno humour nordico stile Kaurismäki. A far da perno alla vicenda, la faccia corpulenta e monosillabica di Ulrik (il bravo Stellan Skarsgard), uscito in libertà dopo 12 anni di gattabuia per omicidio, e subito inserito suo malgrado in una piroetta di eventi su cui si trova intruppato dal lento desiderio di ricominciare da capo. Da una parte, la pressione del suo capo-gangster che cerca a più riprese di spingerlo a vendicarsi dell’uomo che lo ha denunciato; dall’altra il nuovo lavoro in un’officina gestita da un logorroico padrone e tutto il tran tran quotidiano di una vita scandita dai tic delle donne con cui entra in contatto e che a cadenze regolari gli richiedono esilaranti quanto poderose prestazioni sessuali.

Tra grottesche affittacamere pronte a sfidare la propria obesità a colpi di guepiere, ex-mogli distaccate e nevrotiche colleghe di lavoro, gli unici intervalli sentimentali che Ulrik si concede sono quelli che lo avvicinarsi al figlio mai veramente conosciuto, proprio nel momento in cui quest’ultimo sta diventando padre. Sarcasmo buffo di un mélange scandinavo che, ghiacciandosi nella vita rallentata da freddo e solitudine, riesce a trovare con pregio i suoi accenti principali nelle pause rispetto alle azioni, così come i silenzi diventano l’imbottitura che dà corpo alle parole.

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15 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=95108

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La libertà negata

Recensione del film If I Want To Whistle, I Whistle (2010)

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a cura di Adriano Aiello
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Alla sua opera prima, Serbian si iscrive in quel corpus magmatico che è il nuovo cinema rumeno e racconta una storia carceraria di ineluttabilità con impeto e generosità e con un occhio politico alla realtà
La libertà negata .
A cinque giorni dalla fine della sua detenzione al carcere minorile, Silviu scopre che la madre, con cui non ha rapporti da anni, ritornata in patria, ha intenzione di ripartire per l’Italia portando con sè suo fratello minore. I pochi giorni che lo separano dalla libertà e dai suoi sogni, diventano un’odissea, costretto a barcamenarsi tra le angherie del carcere e cercando di non perdere il fratello, che Silviu considera al pari di un figlio a cui vuole risparmiare la vita che la madre ha in serbo per lui. Fallito il tentativo di convincerla attraverso un incontro nel carcere, sarà costretto alle vie più estreme, a costo di sacrificare la sua libertà.
George Pistereanu nel film If I Want To Whistle, I Whistle .
Esiste una new wave rumena o è un’invenzione di noi cannibali di cinema sempre pronti a immaginare estetiche e intenti definiti dove non ce ne sono? A vedere If I Want To Whistle, I Whistle, selezionato in concorso alla sessantesima edizione del festival di Berlino e a confrontarlo con il pugno di altri film rumeni che hanno scosso pubblico e critica agli ultimi festival internazionali si direbbe proprio che esista. L’opera prima di Florin Serban si inserisce nel filone aperto da Cristian Mungiu con 4 Mesi, 3 Settimane e 2 Giorni e conferma il fermento del cinema rumeno contemporaneo, sorretto da un corpus di opere che ambisce a raccontare le cose e il mondo circostante con sguardo vigile e diretto, senza troppe mediazioni o compromessi. Un cinema “politico” cui dovremmo trarre insegnamento, che anche quando sembra rinchiuso in una dimensione esclusivamente biografica come in If I Want To Whistle, I Whistle, si dimostra capace di raccontare la Romania moderna e il suo coacervo di contraddizioni economiche e sociali.
Il regista Florin Serban .
Serban ha le idee molto chiare e pedina nervosamente il suo attore (George Pistereanu) e i suoi ultimi tormentati giorni di carcere con tutta la grammatica tipica del cinema realista, incollandosi ossessivamente alla faccia del suo protagonista, vivendone gli stati d’animo, aggrappandosi a una messa in scena dalla fisicità dirompente e prendendosi tutto il tempo necessario (a volte esagerando anche nel soffermarsi su alcuni particolari), prima dell’incontro con la madre, scena fondamentale e di grande potenza; zona liminale di un dramma pronto a intraprendere la via della nera ineluttabilità. Perché da lì tutti sappiamo che Silviu, abbandonato a sé stesso, è pronto a mettere in gioco la sua vita, a due giorni dalla sua scarcerazione, solo per impedire alla madre di dare al fratello la sua stessa miserabile esistenza. Ma il regista rumeno ce lo racconta con un impeto e una generosità indiscutibili, senza ammiccamenti o scorciatoie. Ecco perché il beffardo finale, apparentemente pretestuoso e sopra le righe, finisce per fungere da grido di allarme su una condizione che esclude ogni possibilità di redenzione e riaffermazione sociale. Non importa che si tratti di un semplice caffè da consumare con una ragazza o una vita da vivere senza gli spettri del carcere, per Silviu c’è solo un mondo impossibile da raggiungere, se non con la forza e la disperazione.
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14 febbraio 2010
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La ‘cricca’ della Ferrarella: Nelle telefonate moglie, cognati e figli. E i nomi di Lotito, Rutelli e Leone

I Verbali. Ecco le intercettazioni contenute nell’informativa dei carabinieri dei Ros
E’ l’album di famiglia della “cricca della Ferrarella” (sede della Protezione Civile)

Nelle telefonate moglie, cognati e figli
E i nomi di Lotito, Rutelli e Leone

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di CARLO BONINI

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Nelle telefonate moglie, cognati e figli E i nomi di Lotito,  Rutelli e Leone La foto, scattata durante i pedinamenti dei Ros, riprende Piscicelli (a sinistra) e Fusi. Quest’ultimo ha in mano un pacco regalo

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ROMA Mogli e mariti. Figli e cognati. Professionisti. Grand commis di Stato. Imprenditori rapaci e spicciafaccende da due soldi. L’album di famiglia della “cricca della Ferratella” (20 faldoni di atti istruttori, 20 mila pagine di intercettazioni telefoniche) è una Corte dei favori a inviti. Che spesso svela storie penalmente irrilevanti, ma illuminanti nel documentare la forza di attrazione di un sistema di relazioni.
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Per apprezzare la vertigine, sarebbe sufficiente annotare quanto scrivono i carabinieri del Ros nell’informativa del 15 ottobre 2009, quando scoprono che “due cognati importanti” girano intorno alla figura, non proprio specchiata, dell’imprenditore Diego Anemone: Francesco Piermarini, cognato di Bertolaso e ingegnere nei cantieri del G8 della Maddalena. E Paolo Palombelli, cognato del senatore Francesco Rutelli. Perché? Angelo Balducci e Diego Anemone dei due parlano con un linguaggio carbonaro.
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B: “Tra un po’ devo vedere il cognato Paolo”.
A: “Lui mi aveva detto che passata questa buriana ci saremmo visti per quel programma che lui conosce bene. Nel frattempo lui ci ha già un discorso in corso”.
B: “Senti, no, il cognato…”.
A. “Di F R”.
B: “E poi c’è quell’altro cognato”.
A: “Oddio, quanti ce ne sono di cognati?”
B: “Guido… il cognato di… Noi lo stiamo utilizzando lì. Lui invece lo vorrebbe spedire laggiù”.
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“Utilizzato lì”; “Spedito laggiù”. “Programma”. “Discorso in corso”. L’allusione è regola dell’esprimersi. Tranne quando c’è da chiedere o da promettere. L’8 maggio del 2008, Carlo Malinconico, allora segretario generale uscente della Presidenza del Consiglio, chiede a Balducci una parola buona che gli garantisca la sopravvivenza politica nella nuova stagione di centro-destra che va a cominciare. Per prudenza, lascia che a chiamare sia un funzionario di Palazzo Chigi, Calogero Mauceri, restando in ascolto accanto alla cornetta.

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M: “Sono qui un attimo con Carlo che aveva piacere di salutarti, ma ci chiedevamo se… Diciamo un po’ da Oltretevere (il Vaticano, ndr) ci fosse un piccolo segnale… Insomma, forse… Non vorrei che poi si pensi…. A parte che andiamo a messa la domenica e ci facciamo pure la comunione (ride). Però non vorrei che qualcuno dicesse che siamo dei comunisti e che mangiamo i bambini…”.
B: “Come no”.
M: “Aspetta che ti passo Carlo”.
Malinconico: “Angelo carissimo, innanzitutto era solo per abbracciarti. Nei prossimi giorni mi auguro abbiamo occasione anche magari brevemente di fare il punto della situazione. Pensaci un attimo, perché siccome ci sono buoni propositi… Tutto sommato una spintarella…”.
Balducci promette di occuparsi del Segretario generale che esce, ma cura con attenzione quello che entra. Manlio Strano. L’uomo diventa cruciale quando la Procura di Roma sequestra gli impianti del “Salaria sport Village” di Anemone (il centro massaggi di Bertolaso). È il 25 giugno del 2009 e “la cricca” aspetta l’ordinanza libera-tutti del Consiglio dei ministri, la cosiddetta salva-piscine e condona-abusi. Balducci chiede e ottiene da Strano un appuntamento e insiste sui tempi della firma. Così:
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Nelle telefonate moglie, cognati e figli E i nomi di Lotito,  Rutelli e LeoneBerolaso lascia il Salaria Sport Village il 2 ottobre 2008
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B: “Se ovviamente è una cosa che puoi dirmi, pensi che domani la cosa del nuoto potrebbe andare alla firma del Consiglio?”.
S: “Sai le ordinanze non passano in Consiglio. Vengono portate qui e firmate. Ma non in Consiglio”.
B: “Ah ho capito, perché dovrebbe… Siccome sapevo che era pronta”.
S: “Sicuramente allora domani mattina gliela fanno firmare a Berlusconi. Vigilerò al riguardo. Va bene?”.
Il giorno successivo, per Balducci (in conto Anemone, visto che il “Salaria sporting” è suo), si scomoda il capo dell’ufficio legislativo della Protezione civile, l’avvocato Giacomo Aiello. Con un sintetico sms: “Opc firmata. Giacomo”. La “cricca” esulta e nel comunicarlo ai suoi amici in Comune, svela che anche nell’Aula Giulio Cesare c’era il partito del condono. Il consigliere Antonello Aurigemma parla con Anemone. “Il provvedimento l’hanno modificato proprio per non far intervenire il Comune. Ne ha preso atto il sindaco, perché l’ordinanza fatta la settimana scorsa non andava bene. Perché lui non voleva prendere nessun provvedimento in merito. E così l’hanno modificata”.
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Nella gelatina del Sistema galleggiano – lo sappiamo dall’ordinanza – i consiglieri della Corte dei Conti Antonello Colosimo e Mario Sancetta. Ma anche – si legge ora negli allegati – l’avvocato generale Giancarlo Mandò, cui Balducci chiede lumi su una “pratica di interesse” e il presidente del Tar Lazio, Pasquale De Lise. Per venire a capo della rogna del ricorso di Italia Nostra, che chiede di sospendere l’ordinanza salva-piscine e appalti per il Mondiali di nuoto 2009, Balducci pensa bene infatti di coinvolgere come avvocato Patrizio Leozappa, il genero di De Lise. “Ti chiederei di essere in supporto”, gli dice. Dagli atti non si capisce se Leozappa abbia mai ricevuto un incarico formale. È un fatto che, il 27 agosto 2009, Italia Nostra perda il suo ricorso. Ed è un fatto che De Lise ai primi di settembre chieda un incontro con Balducci. “Ti devo mostrare una carta”, gli dice.
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Non c’è problema che non possa essere risolto. Porta che non possa essere aperta. Balducci, che ha una moglie produttrice cinematografica e un figlio attore, coltiva un rapporto di amicizia con Gaetano Blandini, direttore cinema del ministero dei Beni culturali. Quando un’inchiesta dell’Espresso comincia a frugare sul lato debole di Balducci (i rapporti societari della moglie con la consorte di Anemone e i film in cui ha lavorato il figlio), Blandini, con un sms, lo rassicura: “Male non fare. Paura non avere. Trattasi di spazzatura estiva”. Già, Balducci non ha di che preoccuparsi. Lorenzo, il figlio, non rimarrà disoccupato. Ha lavorato in “Distretto di polizia” e fa parte della scuderia Falchi. Con Anna, passata al ruolo di produttrice, ha realizzato due film, il mediocre “Ce n’è per tutti” e “Due vite per caso”. Entrambi hanno ottenuto finanziamenti pubblici, da parte del ministero dei Beni culturali. Anemone, la sera del 5 novembre 2008 chiama Giancarlo Leone, vicedirettore della Rai, presidente di Rai Fiction. Lo chiama “quel piccolino”. Anna Falchi lo vuole cacciare dalla nuova fiction della televisione pubblica (“dove è entrato grazie all’intervento dello stesso Leone”, scrivono i carabinieri) perché il ragazzo si è rasato i capelli a zero. Leone risolve il problema. E Anemone, naturalmente, risolve a Leone i problemi della ristrutturazione di casa. Naturalmente, accade anche che al povero Vincenzo Mollica del Tg1 venga chiesta una bella intervista a Lorenzo Balducci.
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Nella “cricca”, del resto, c’è un posto al sole per tutti. Persino per un tipo come Simone Rossetti. Quello che apparecchia il set per l’incontro di Monica e Bertolaso al Salaria Sport Village. Che risolve il problema di qualche “stellina di qualità” con cui rendere dolci le notti veneziane al Gritti e individua nel “Fenix”, un 3 stelle in viale Gorizia, lo scannatoio per gli appassionati della “Ferratella”. Il 26 settembre Rossetti avverte Anemone di un incontro “importante”: “Sto andando a Formello perché mi vuole incontrare il presidente Lotito (Lazio calcio ndr.)”. “A te?”. “Poi ti spiego. Comunque porta soldi a noi”. “Attento perché quello è un figlio di una mignotta”.
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16 febbraio 2010
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