Archivio | febbraio 18, 2010

LETTA DI SPINE – La banda del fare quello che ci pare / ‘A chi rideva niente appalti’: la bugia di Letta / Le intercettazioni: “Possiamo piglià tutto quello che ci pare” / Nella rete di Letta

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Anticipazione de L’Espresso
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La banda del fare quello che ci pare

Così Berlusconi, Letta e Bertolaso hanno affidato le opere più importanti a un gruppo di costruttori senza scrupoli. Con una cascata di leggi su misura per eliminare ogni ostacolo e ogni controllo

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di Fabrizio Gatti

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Un casinò da aprire sul dolore dell’Abruzzo. Una sala da gioco autorizzata da una postilla, infilata dentro uno dei decreti per la ricostruzione. Questo stavano progettando gli amici di Guido Bertolaso, 60 anni, capo della Protezione civile e uomo immagine del governo. È l’ultima trovata della banda della maglietta: una volta c’era la banda della Magliana, adesso nella capitale dominano gli uomini con la t-shirt delle emergenze.

Diego Anemone, 39 anni, il costruttore tuttofare arrestato il 10 febbraio, voleva trasformare il Salaria sport village di Roma in una piccola Las Vegas. Poker e slot machine di ultima generazione. Quelle in cui infili i numeri della carta di credito o del bancomat e vai avanti a giocare fino a quando il conto è prosciugato. Erano sistemi vietati. Poi Silvio Berlusconi ha firmato il decreto, convertito il 24 giugno 2009 nella legge 77. E via, con la scusa di finanziare la rinascita a L’Aquila grazie a una tassa una tantum di 15 mila euro a macchinetta, ecco inventata una nuova fonte di guadagno. C’è sempre un provvedimento d’urgenza, un’ordinanza pronta quando qualcuno della banda si fa prendere la mano dalle deroghe o dagli abusi.

È davvero straordinario il sottosegretario Bertolaso, come i suoi poteri che la Procura di Firenze ha ora messo sotto inchiesta. Sembra che in Italia non ci siano più alternative al suo modo spaccone di gestire gli appalti, i cittadini, il codice civile e quello penale. Se ne sta lì in mezzo al sistema solare della Tangentopoli 2. Praticamente intoccabile. Protetto dall’affetto di Gianni Letta e Francesco Rutelli. Amato nel Pdl, nel Pd e in Vaticano. Cercato, riverito da questa drammatica corte di imprenditori, massoni, paramafiosi, progettisti e puttanieri che stanno spolpando le casse dello Stato. Come hanno fatto in Sardegna, a forza di prezzi gonfiati e ritocchi in corso d’opera: quanto sarebbero utili i soldi sprecati alla Maddalena, oggi che da Porto Torres a Cagliari aumentano i disoccupati e nessuno sa come riaccendere l’economia.

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Dalla scuola dei sottufficiali dei carabinieri a Firenze ai laboratori con i virus letali dell’Istituto Spallanzani a Roma, finiti in una interrogazione in Senato: «Sono state rispettate le norme antisismiche?», chiede pochi mesi fa Domenico Gramazio (Pdl). Perché se crolla, scappano i virus. E lui, il Guido nazionale, può beatamente dire che va tutto bene, che non si è accorto di nulla. Può perfino permettersi, senza perdere il posto, di negare la partecipazione della Protezione civile a una esercitazione internazionale, finanziata dall’Unione Europea: l’unica organizzata in Calabria negli ultimi anni, in una delle regioni sismiche più pericolose al mondo. Quando la Commissione europea viene a sapere che i soccorritori di Bertolaso non ci saranno, annulla l’esercitazione. Una figura pazzesca per l’Italia. A tutt’oggi nessuno ha mai più valutato se le prefetture, i Comuni, gli ospedali calabresi siano in grado di gestire l’emergenza dopo una catastrofe. Niente male per l’uomo che pochi giorni fa è volato ad Haiti e dalla capitale rasa al suolo dal terremoto ha accusato di incapacità il governo degli Stati Uniti.

Il viaggio nel mondo infallibile di Guido Bertolaso, fresco di riconferma, può cominciare proprio da qui: via Miraglia 10, prefettura di Reggio Calabria. Nel 2008 si celebra l’anniversario del terremoto del 28 dicembre 1908: 80mila vittime a Messina e provincia, 15mila a Reggio. Da duecento anni la terra sullo Stretto trema dopo un secolo di silenzio sismico. Il dipartimento di Bertolaso dovrebbe per legge verificare la preparazione di Comuni, Regioni e prefetture, coordinare le esercitazioni, aiutare gli enti locali a predisporre i piani, correggere le lacune. Il 27 luglio 2007 il professor Mauro Dolce, direttore per la Protezione civile dell’Ufficio prevenzione e mitigazione del rischio sismico, spedisce in Calabria lo ‘scenario di danno’, nel caso si ripetesse oggi una catastrofe come quella del 1908. I dati vengono ricavati dal Sistema informativo per la gestione dell’emergenza, un archivio che tiene conto della qualità degli edifici. Il bilancio è terrificante: 325.247 persone coinvolte dai crolli, 335.699 senzatetto. Un altro calcolo, tenuto nei cassetti degli uffici di Bertolaso, prevede 112.312 morti.

L’anno successivo è il momento delle commemorazioni storiche. Ed è anche l’occasione per verificare il sistema dei soccorsi: viene messa in agenda l’esercitazione Ermes 2008. La Commissione europea sceglie il progetto di Reggio per collaudare su vasta scala l’integrazione internazionale tra i diversi corpi di protezione civile. Si fanno riunioni a Bruxelles, si firmano accordi. Il prefetto, Antonio Musolino, però deve insistere con Bertolaso. E lui il 6 agosto 2008 gli risponde con una lettera di ghiaccio: «Nel comunicarti che questo Dipartimento non prenderà parte alle successive attività organizzative ed operative, non mi resta che augurarti un proficuo avanzamento dei lavori… previsti dal progetto, che mi auguro possa avere la giusta rilevanza in ambito locale», scrive Bertolaso. Ambito locale? E la Commissione europea? Il capo dipartimento se la prende con il prefetto Musolino «per il quadro economico progettato dalla tua struttura, che non risulta modificabile». Questione di soldi. Il capo della Protezione civile nazionale vuole essere al centro dell’organizzazione.

Il 3 settembre Hervé Martin, capo unità della Commissione europea, prende atto che senza gli uomini di Bertolaso l’esercitazione non sarebbe più realistica: «La Commissione comprende la perdita di tempo risultata dalle negoziazioni senza successo con il dipartimento di Protezione civile…», scrive Martin. Bruxelles cancella la partecipazione dei Paesi della Ue. E pure i finanziamenti. La prova viene rinviata dall’estate a dicembre. Ma resta limitata alla catena di comando locale. Niente mobilitazione sul campo dei soccorritori italiani e stranieri. Niente coinvolgimento dei cittadini, delle scuole, degli ospedali. Nessun piano di emergenza condiviso.

Nel 2008 Bertolaso lascia scadere anche il protocollo di prevenzione tra il suo dipartimento e la Regione Abruzzo. E, mentre nei mesi successivi la terra trema, nessuno ricorda che uno studio ha inserito la prefettura a L’Aquila tra gli edifici a rischio sismico. Infatti il 6 aprile 2009 la prefettura crolla, paralizzando per ore la catena dei soccorsi. Sempre nel 2008 il commissario delegato per il G8, una delle tante cariche che Romano Prodi e Silvio Berlusconi affidano a Bertolaso, deve soprattutto predisporre i cantieri sull’isola della Maddalena. È la grande abbuffata di soldi pubblici che il 10 febbraio porta in cella con l’accusa di corruzione quattro uomini della ‘banda della maglietta’.

Oltre all’amico Diego Anemone, gli altri sono: Angelo Balducci, 62 anni, nel 2008 coordinatore delle strutture di missione e poi presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Fabio De Santis, 47 anni, prima soggetto attuatore per il G8 e poi provveditore ai Lavori pubblici a Firenze, e Mauro Della Giovampaola, 44 anni, ingegnere cresciuto tra le imprese di Diego Anemone, diventato poi controllore degli appalti di Diego Anemone alla Maddalena e, forse proprio per l’efficacia dei suoi controlli, nel 2009 confermato alla presidenza del Consiglio e nominato responsabile delle opere per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Balducci e De Santis vengono nominati negli appalti della Protezione civile su proposta di Bertolaso. Quella di Mauro Della Giovampaola è invece una carriera tutta di corsa. Quando sull’isola della Maddalena ‘L’espresso’ gli chiede al telefono come possa conciliare il suo passato di sociodella famiglia Anemone con il presente di controllore dei lavori e delle spese degli Anemone, l’ingegner Della Giovampaola si appella all’etica professionale. Poi chiama Angelo Balducci e lo aggiorna della telefonata. I carabinieri del Ros li registrano.

Nel dicembre 2008 ‘L’espresso’ con uno stratagemma entra nei cantieri del G8 coperti dal segreto di Stato. È la prima inchiesta giornalistica sulla rete Bertolaso- Balducci-Anemone. A Roma piove da giorni. Il Tevere è in piena. La sera di venerdì 12 il capo della Protezione civile si fa intervistare dalle tv. Sullo sfondo le luci della capitale si riflettono nel gonfiore del fiume. Alcuni ponti sono chiusi da ore dopo che i barconi-ristorante si sono incastrati sotto le arcate. «La grande criticità», dice Bertolaso, «non è rappresentata dalla piena del Tevere, che passerà nel corso della notte in maniera controllata, ma da alcuni imbecilli che non hanno ancorato bene i barconi sul fiume». Il capo della Protezione civile sa bene che il Tevere, come tutti i fiumi, ha bisogno di zone di espansione. Servono a rallentare le piene, a evitare che l’acqua allaghi le città. Una di queste aree di protezione è all’ingresso di Roma, quartiere Settebagni. Anzi era. Perché quello è il terreno vincolato a uso agricolo su cui Diego Anemone ha costruito i nuovi impianti del Salaria sport village, sfruttando le ordinanze proposte a Berlusconi dall’amico Bertolaso per i mondiali di nuoto 2009. La palazzina, la piscina olimpionica coperta e la sala del futuro casinò sono ora sotto sequestro. Ma nel dicembre 2008 i muratori lavorano ancora giorno e notte. Tranne nei giorni della piena: il cantiere finisce sott’acqua. Bertolaso è socio del Salaria sport village. È lì quasi ogni settimana a farsi massaggiare la schiena. È perfino un pubblico ufficiale con obbligo di denuncia. Il suo amico Diego Anemone sta violando tutte le norme urbanistiche e paesaggistiche. Italia nostra e il circolo locale del Pd denunciano da mesi gli abusi.

Il vicepresidente del quarto municipio di Roma, Riccardo Corbucci, 31 anni, tra i più impegnati e informati nella battaglia di quartiere, qualche mese dopo verrà addirittura pedinato e filmato da due persone in scooter. Un modo per provare a spaventarlo e fermare i ricorsi al Tar, che invece vanno avanti. Eppure l’attento Guido nazionale non vede nulla di irregolare tra gli affari dei suoi amici. Anzi il 30 giugno 2009, sei giorni dopo la conversione in legge del decreto per l’Abruzzo e per le nuove slot machine, Bertolaso propone e Berlusconi firma l’ordinanza 3787 della presidenza del Consiglio. Gli amici sono salvi: gli impianti privati vanno equiparati a quelli pubblici e gli abusi, se approvati dal Comune di Roma, diventano legali. Molte strutture, compresa quella di Anemone, restano sotto sequestro dopo le prime perquisizioni chieste mesi fa dalla Procura di Roma. Ma almeno le piscine possono essere usate per gli allenamenti durante i mondiali. Ci sono gli affitti e i compensi della federazione da incassare.

Passata la piena del Tevere di fine 2008, il 23 dicembre Bertolaso sale a Parma per una scossa di terremoto. Il 24 torna a Roma e incontra Balducci per decidere come rispondere all’inchiesta giornalistica de ‘L’espresso’ uscita il giorno prima. «Il dottor Guido Bertolaso», fa scrivere qualche ora dopo il capo all’ufficio stampa della Protezione civile, «ha ricevuto dall’ingegner Balducci una relazione che ribadisce la regolarità delle procedure seguite ed esclude qualsiasi legame familiare con imprese impegnate nella realizzazione delle opere». Bertolaso ovviamente non dice di avere concordato con Balducci una menzogna. È quello che scoprono poco dopo i carabinieri del Ros quando sentono Balducci spiegare la soluzione a Diego Anemone e a Fabio De Santis: «Nel corso dell’incontro tra il Balducci e il Bertolaso è stato concordato di far predisporre al commercialista Gazzani» una falsa dichiarazione: dovrebbe scrivere una nota da cui risulti inattiva la Erreti film, la società che lega negli affari le mogli di Balducci e di Anemone. Stefano Gazzani, 48 anni, è il commercialista delle due famiglie. Forse proprio in cambio di questo favore Gazzani viene inserito nella commissione di collaudo delle opere alla Maddalena. Un commercialista messo a verificare lavori di ingegneria?

La notizia circola da tempo nei cantieri. Quando per verificarla ‘L’espresso’ chiede alla Protezione civile l’elenco dei collaudatori, c’è una sorpresa: il commercialista di Balducci non compare. La presenza di Gazzani nella commissione di collaudo emerge soltanto adesso dalle intercettazioni di Mauro Della Giovampaola. Anche i compensi per i collaudi sono un affare. E in quell’elenco, tra i tanti nomi, c’è un’altra storia da raccontare. Quella di Roberto Grappelli. È segretario generale dell’Autorità di bacino del Tevere quando il 31 marzo 2008 firma il parere positivo al progetto di Diego Anemone per l’ampliamento dello Sport Village sul terreno di espansione del fiume. Così, mentre Claudio Rinaldi, altro amico di Balducci e commissario delegato per i mondiali di nuoto, dà il via libera ai lavori nel Salaria sport village, Grappelli cambia vita: collaudatore per il G8 e presidente della metropolitana di Roma.

Il casinò è l’ultima frontiera della banda della maglietta. Sport, massaggi, ristorante, gioco. E tanti ospiti famosi. Come l’amico Guido Bertolaso. Qualche settimana fa la pratica finisce sul tavolo di un concessionario di Lottomatica. L’idea è di installare le Vlt, le macchine mangiasoldi collegate online. «È come connettersi a Internet, si può vincere fino a mezzo milione », spiega uno dei rappresentanti contattati da ‘L’espresso’: «Abbiamo fatto un sopralluogo con il dottor Travasi, un concessionario di Lottomatica. Il problema è che in uno spazio sotto sequestro non si può aprire un casinò. Nemmeno un minicasinò. La legge non lo consente ». Questo no, almeno per ora.

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17 febbraio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-banda-del-fare-quello-che-ci-pare/2121101&ref=hpsp

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‘A chi rideva niente appalti’: la bugia di Letta

“Le brutte persone che ridevano del dramma de L’Aquila e che pensavano di lucrare illeciti guadagni non hanno nulla a che fare con questa città. Nessuna di loro ha messo piede a L’Aquila, né ha avuto un euro dalla ricostruzione. E questo lo dobbiamo solo alla gestione accorta e oculata di Guido Bertolaso’. Con queste parole pochi giorni fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta ha cercato di tranquillizzare i terremotati, dopo la pubblicazione delle intercettazioni sugli imprenditori sciacalli. Oggi, grazie al giornalista aquilano Enrico Nardecchia del Centro, si è scoperto che Letta o non sapeva la verità o mentiva.

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Ecco un estratto da Il Centro:
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“Ridevano e lavoravano, coronando il loro sogno. «Qua possiamo piglia’ quello che ci pare». «Qua c’è da fare per 10 anni». Le intercettazioni svelano che gli imprenditori-sciacalli non solo hanno riso nel letto, la notte del terremoto, ma hanno anche raggiunto l’obiettivo di prendere soldi, pubblici e privati, dalla grande torta degli affari della ricostruzione in Abruzzo. Il comizio di Gianni Letta («Nessuna di quelle persone e imprese ha messo mai piede all’Aquila e non hanno avuto e non avranno un euro») è di 5 giorni fa. Ma pare lontanissimo.

AL LAVORO. Sciacalli al lavoro nel cratere, nonostante quella che Letta ha definito «la gestione oculata di Bertolaso». Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore che avrebbe riso la notte del terremoto parlando col cognato Pierfrancesco Gagliardi pensando agli affari che avrebbe potuto realizzare, tre giorni dopo il terremoto rincara la dose quando afferma che già gli sono stati chiesti «sei escavatori e venti camion». L?’intercettazione è inserita nell?inchiesta di Firenze sui grandi appalti in cui Piscicelli è indagato”

LEGGI Tutto il servizio di Enrico Nardecchia su Il Centro

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APPALTI E TERREMOTO

Le intercettazioni: “Possiamo piglià tutto quello che ci pare”

Feste, percentuali, assunzioni e affari: le telefonate descrivono il «sistema gelatinoso» che ruotava intorno agli appalti. Il magistrato: i soggetti protagonisti hanno anche una vera sindrome di impunità

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di Natalia Andreani, Alessandro Cecioni
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Angelo Balducci (foto darchivio) Angelo Balducci (foto d’archivio)
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ROMA. Dalle carte dell’inchiesta sulla gestione dei grandi eventi «emerge l’interessamento anche di soggetti legati alla malavita organizzata di stampo mafioso che controllano cordate di imprese interessate al banchetto costituito dagli appalti ultramilionari». E’ uno dei passi salienti dell’o rdinanza dei magistrati fiorentini, magistrati che da oggi inizieranno nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori degli arrestati nell’ambito dell’inchiesta sulla gestioni dei grandi eventi nella quale è indagato anche il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. A sentire Angelo Balducci, Diego Anemone e Mauro della Giovampaola sarà il gip fiorentino Rosario Lupo, il magistrato che a Milano archiviò l’inchiesta sul Lodo Mondadori. Il quarto arrestato, l’ingegner Fabio De Santis sarà invece sentito nel carcere milanese dove si trova. Fra gli indagati spicca il nome del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro. Ieri, quasi con le lacrime agli occhi, ha detto di aver pensato alle dimissioni, ma di non averlo fatto per il figlio Camillo (indagato).

Ci sono le feste «megagalattiche», gli appalti che si gonfiano per ricavare le percentuali da ridistribuire, le auto, le librerie, i soggiorni in hotel, le assunzioni di figli, nuore, figli degli amici, amici. E ci sono, corollario obbligato, le prostitute. Sembra mancare il denaro, ma gli investigatori hanno in proposito un’idea: accade che prima di incontrare Bertolaso l’imprenditore Diego Anemone si attivi alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investigatori ritengono – scrive il gip Lupo – «che detti incontri siano finalizzati alla consegna di denaro a Bertolaso». E’ il «sistema gelatinoso» che ruota intorno agli appalti per i grandi eventi, «il totale e incondizionato asservimento della pubblica funzione, demandata a Balducci, De Santis e della Giovanpaola, agli interessi di Anemone». E non solo, ci sono, di fondo, un cinismo e un senso di impunità che sgomentano.

Come quando arriva la notizia del terremoto e l’imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli parla con il cognato Gagliardi che gli dice: «Occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno». P: «Eh lo so (ride)». G: «Così per dire, per carità… poveracci». P: «Vabbuò, ciao». G: «O no?». P: «Eh, certo… io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro al letto». G: «Io pure».

Sì perché sono le intercettazioni telefoniche, ancora una volta, a svelare tutto ai magistrati. E di fronte a queste il sindaco dell’A quila sbotta: «Sono allibito. Sono forme di sciacallaggio che gettano ombra su tutti i fornitori che stanno lavorando alla ricostruzione».

La festa.
E’ il 21 settembre 2008, Diego Anemone, imprenditore romano che ha rapporti stretti con Guido Bertolaso, parla con Simone Rossetti, il suo factotum allo Sporting Club Salaria (sequestrato poi dalla procura di Roma nell’inchiesta sui mondiali di nuoto) dell’organizzazione di una «cosa megagalattica» in favore del capo della Protezione civile. Rossetti: «Capo». Anemone: «Eccomi». R: «Allora domenica prossima alle 8». A: «Di quello che parlavamo prima?». R: «Sì, sì. Cosa megagalattica». A: «Ma lì da voi?». R: «… chiudo il circolo due ore prima. Festa al centro benessere». Ancora Rossetti: «Tre persone con lui». Il 25 settembre, Rossetti: «Quante situazioni devo creare?». Anemone: «Io penso due, lui si diverte, due». R: «Tre? Che ne so!». A: «Eh la Madonna…. di qualità!». R: «Assolutamente sempre». La festa non si farà per impegni di Bertolaso che il 27 settembre chiama Anemone e dice: «Spero mi consentirai di approfittarne in un’altra occasione».

Il denaro.
La mattina del 21 settembre 2008 (Anemone e Bertolaso hanno un appuntamento di lì a poco) l’imprenditore contatta per chiedere denaro, come altre volte, don Evaldo Biasini economo del Collegio del Preziosissimo sangue di Roma. Anemone: «Scusa don Eva, scusa se ti scoccio… solo per rotture di coglioni… perché ieri… stamattina devo vedere una persona verso le 10 e mezzo. Tu come stai messo?». Don Evaldo: «Di soldi? Qui ad Albano ce n’ho 10 (mila) soltanto. Giù a Roma potrei darteli, debbo poi portarli in Africa, mercoledì… vediamo un po’».

Patente per uccidere. Il magistrato scrive: «I soggetti protagonisti oltre a essere consapevoli del loro potere pressoché illimitato, hanno anche una vera e propria sindrome di impunità». Lo si comprende bene da questa intercettazione del primo luglio 2009 fra Fabio De Santis e il fratello Marco a proposito degli interventi alla Maddalena. Fabio De Santis: «C’abbiamo la patente per uccidere… cioè possiamo piglià tutto quello che ci pare».

La cresta.
Il 22 agosto 2008 l’architetto Marco Casamonti descrive al suo collaboratore Giovanni Polazzi i termini per l’a ccordo sui lavori alla Maddalena. Casamonti: «Allora la storia sta così: lui ci dà 150mila euro mensili di anticipo tutti i mesi… va bene? Prendiamo il 2% su 60 milioni di euro già appaltati… su 63 primo lotto che sono il 2% 1 milione e 200mila… poi prendiamo il 3% sulle robe da appaltare nuove… e il 4% sugli arredi…. Sì, totale verrà un paio di milioni di euro… siccome sono in 10 mesi è una roba buona per noi». Successivamente Casamonti spiega che può far lievitare l’importo complessivo dei lavori che gli sono stati affidati. Casamonti: «Grazie al mio intervento… insomma di riuscire a far crescere anche gli importi.. capito? Quello fidati è una cosa che me la curo io… secondo me ci vuole altri 60 milioni di lavori».

Fammi un favore.
Dalle intercettazioni sbuca anche l’a ttuale direttore generale della Rai, Mauro Masi. Chiama più volte Angelo Balducci per chiedergli l’assunzione di una persona di Anacapri, Anthony Smit. Masi: «Un piacere personale…». L’a ssunzione verrà fatta.

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12 febbraio 2010

fonte:  http://ilcentro.gelocal.it/dettaglio/appalti-e-terremoto-le-intercettazioni:-possiamo-piglia-tutto-quello-che-ci-pare/1857490/2

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Nella rete di Letta

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di Marco Damilano
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Bertolaso, Balducci, Masi, Leone. Nelle carte dei Ros la ragnatela del sottosegretario. Che vede a rischio il suo futuro politico. E deve esporsi nella difesa dei suoi

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La ragnatela c’è, il Ragno è invisibile. “Allora, ho parlato con Gianni che ha portato tutto a Bertolaso”. “Sono qui a Palazzo Chigi, in sala d’attesa”, si ripetono gli indagati al cellulare dove tutti conversano con tutti. Ma di lui neppure una telefonata in oltre quarantamila pagine di inchiesta, neanche un sms. È come la pipì dei gatti, si diceva un tempo di Giulio Andreotti quando non c’erano ancora le intercettazioni, ne avverti la presenza per l’odore, ma non la vedi mai. Così, in questi giorni il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il dottor Gianni Letta si muove nell’occhio del ciclone dove, si sa, regna la calma assoluta. Ma il Governante è tutt’altro che sereno. “Lo vogliono fermare nella successione a Berlusconi a palazzo Chigi. O nella corsa per il Quirinale”, lamenta un amico deputato Pdl. Costretto per la prima volta a esporsi per difendere in pubblico il suo uomo di fiducia, Guido Bertolaso, anticipando perfino Berlusconi. Con il Cavaliere quasi disorientato da uno scandalo che non coinvolge direttamente la sua persona e la cerchia di Arcore, ma la presidenza del Consiglio come istituzione. E il suo direttore d’orchestra. Il suo mondo: quell’intreccio romano di buone frequentazioni, retorica, salotti, canottieri Aniene e messe mattutine che Letta coltiva da quando arrivò in piazza Colonna nel 1959, più di mezzo secolo fa, da redattore del ‘Tempo’, di fronte a palazzo Chigi, e non se n’è più andato. Una rete di relazioni informali che controlla il governo. Il Partito dei Commissari, potenti senza volto mai votati da nessuno che si presentano come servitori dello Stato, con al vertice il Commissario numero uno, Gianni Letta. Bipartisan, al servizio di tutti gli schieramenti, riservati, discreti, trasversali. Inodori e incolori, in apparenza. Come si usa nel Letta-monde. Un sistema che mette insieme centrodestra e centrosinistra, apparati statali e Vaticano. Angelo Balducci, l’arrestato numero uno, l’uomo chiave dell’inchiesta, è un fervente gentiluomo di Sua Santità, come Letta ma entrato dieci anni prima di lui nell’esclusivo club di vip papalini nominati con la benedizione della Curia vaticana. Per grazia ricevuta: in virtù dei buoni servigi offerti durante il Giubileo. A richiedere favori e raccomandazioni spuntano due ex segretari generali di palazzo Chigi, il direttore generale della Rai Mauro Masi e il presidente della Fieg Carlo Malinconico, più il vice-direttore generale della Rai Giancarlo Leone che discute con l’imprenditore Diego Anemone dell’inserimento nel cast di una produzione tv di Lorenzo Balducci, figlio di Angelo, e della lunghezza dei suoi capelli. Bertolaso, del gruppo, è il più fragoroso. Sempre in prima pagina e con robusti rapporti politici che ripercorrono la linea di discendenza del palazzo romano. Ogni dieci anni un salto di carriera e un padrino eccellente: nel 1990 arriva a palazzo Chigi con Andreotti. Nel 2000 è a fianco di Francesco Rutelli sindaco di Roma, come vice-commissario al Giubileo. “Rutelli è un allenatore eccezionale che ha fatto giocare al meglio una squadra di fuoriclasse”, riassume, modesto come sempre. Della squadra fanno parte il vice-capo di gabinetto del sindaco Marcello Fiori, il responsabile lavori Maurizio Pucci. E il provveditore alle opere pubbliche del Lazio, Balducci.

Va talmente bene che dopo quell’esperienza nel 2001 Rutelli si candida premier con il centrosinistra. Alla Squadra va ancora meglio: non si sono persi di vista, nel 2010, dieci anni dopo, sono ancora lì, al gran completo, tutti insieme. Con nuovi ruoli: Bertolaso è il super-sottosegretario, con la prospettiva di più alti incarichi. Balducci è presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, Fiori è al ministero dei Beni culturali, commissario straordinario agli scavi di Pompei, Pucci è direttore della Protezione civile del Lazio. Anche l’uomo del Vaticano per il Giubileo Crescenzio Sepe ha fatto carriera, è cardinale di Napoli. Riceve di prima mattina in arcivescovato Bertolaso quando il commissario è in città per la gestione dell’ermergenza rifiuti. “Mi sottopone le sue decisioni”, si compiace il cardinale. E già: prima di tutto l’ossequio alle autorità costituite, prevede la tavola dei comandamenti del nuovo allenatore che protegge la Squadra: il Marcello Lippi di Palazzo Chigi, Letta.

Peccato che lo stesso rispetto formale non valga quando si tratta dell’equilibrio tra le istituzioni. Fin dal 2001, con la sponsorizzazione del numero due del governo Berlusconi, parte l’equiparazione dei grandi eventi alle emergenze, con l’assegnazione dei pieni poteri a Bertolaso, tornato alla guida della Protezione civile. Per estendere il sistema, il felpato Letta si trasforma in una belva. Con l’inquilino del Viminale Giuseppe Pisanu sono scintille in Consiglio dei ministri. Un primo scontro è sui vigili del fuoco: competenze che Letta vorrebbe assegnare a Bertolaso e che Pisanu difende. Ma il conflitto riguarda anche la gestione di un eventuale attacco terroristico, questione centrale negli anni delle bombe nelle metro di Madrid e Londra. Letta prova a piazzare il capo della Protezione civile e con il ministro dell’Interno volano parole grosse. Risultato: oggi Pisanu è fuori dal governo. E il duo Letta-Bertolaso domina la scena.

È con il ritorno del centrodestra a Palazzo Chigi, nel 2008, che il sistema delle ordinanze diventa la regola. Anche perché, intanto, Gianni è riuscito a convincere Berlusconi che i grandi eventi sono la leva per governare scavalcando votazioni parlamentari, controlli di legittimità, incursioni della Corte dei conti e della Ragioneria centrale dello Stato. Lo strumento ideale per il governo del fare, il più coerente con la concezione berlusconiana della politica. Con una Santa Trinità a dirigerlo: Silvio, Gianni e Guido. “Berlusconi è l’ideologo, Letta è il capo di Stato maggiore e Bertolaso il generale di campo”, sintetizza il senatore del Pd Luigi Zanda, il più tenace avversario della trasformazione della Protezione civile in Spa. Un’ideologia che riguarda tutto il governo. Al ministero dei Beni culturali, che gode delle attenzioni privilegiate di Letta, il commissariamento è la norma. Piccoli Bertolaso crescono. C’è l’ex rutelliano Fiori, ex vice di Bertolaso, commissario agli scavi di Pompei. C’è l’enfant prodige Salvatore Nastasi, a trentasei anni è capo di gabinetto del ministro Bondi, direttore generale dello spettacolo dal vivo, commissario del Maggio fiorentino e del San Carlo che appassiona Letta e vice-commissario del Petruzzelli di Bari. Il commissario? Balducci, ancora lui. Al posto di Nastasi nel 2007 a Bari arriva Gaetano Blandini, direttore generale del cinema, altro protegé di Letta. “Siete formidabili”, li coccola il sottosegretario. Formidabili soprattutto nello scalare posizioni. Blandini conquista la direzione della Siae. E nel decreto sulla Protezione civile spa compare un articolo che prevede l’inquadramento nel ruolo di dirigenti di prima fascia per i dipendenti di un ministero che abbiano cinque anni di anzianità come direttori: non c’entra nulla con i rifiuti ma calza a pennello per Nastasi. Un codicillo preparato dalla mente giuridica della Protezione civile di Bertolaso, l’avvocato dello Stato Ettore Figlioia, l’uomo che ha materialmente scritto il decreto, già consigliere legislativo di Rutelli ai Beni culturali. Da Rutelli a Letta: la Squadra continua a scambiarsi la palla. Fino a oggi. Quando si è scoperto che alcuni giocatori della Squadra facevano parte della Cricca.

La nascita per decreto di una Spa di diritto privato, di proprietà al cento per cento della presidenza del Consiglio, sembrava essere la consacrazione del Sistema. Un trionfo per il regime dei Commissari, il vero partito egemone della maggioranza, mal sopportato dai ministri più forti politicamente, Giulio Tremonti, Claudio Scajola, i leghisti. Il ministro dell’Economia è taciturno e felice per la marcia indietro sul decreto Bertolaso e per il ridimensionamento di Letta, al pari di Gianfranco Fini, che vede azzoppato un temibile competitore nella corsa al Quirinale. Nel Palazzo i veleni sui Letta-boys circolano senza freni: “Personaggi per tutte le stagioni che si preparavano a tradire e offrirsi per un governo istituzionale se fosse caduto Berlusconi. Incredibile che Silvio possa essere colpito a causa loro”.

Incredibile che possa essersi incrinato il vertice della piramide, il mitico Letta. L’uomo che nessuno ha mai ascoltato parlare di politica e che è diventato il silenzioso, nascosto crocevia delle trame d’Italia. Alla vigilia del salto finale: da dipendente di Berlusconi a statista, premier o presidente della Repubblica, come Silvio comanda. Ma ora nella ragnatela rischia di finire invischiato anche il Ragno.

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18 febbraio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nella-rete-di-letta/2121279

P2P – Pirate Bay bloccato? Gli Italiani si riversano su BTjunkie

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Pirate Bay bloccato? Gli Italiani
si riversano su BTjunkie

Dopo la decisione del tribunale di Bergamo, il sito svedese non è più accessibile dall’Italia. Così gli utenti italiani si stanno indirizzando in massa verso servizi simili

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MILANO – Recentemente il Tribunale del Riesame di Bergamo ha confermato il sequestro di Pirate Bay in Italia per violazione della legge sul copyright. Il provvedimento è diventato subito effettivo: negli ultimi giorni i fornitori di connettività (Isp) italiani hanno reso irraggiungibile il dominio http://www.piratebay.com.

ALTERNATIVEMa gli utenti italiani non si sono fatti molti problemi per questa decisione. Anzi, sono andati subito alla ricerca di alternative per continuare a scaricare file torrent. In molti ricorrono a servizi che rendono anonimo il proprio indirizzo IP. È il caso di Anonymouse che maschera il Paese di provenienza dell’utente e permette così di avere libero accesso al sito della Baia dei Pirati. Ma ci sono anche alternative meno macchinose, che stanno riscuotendo più successo.

BTJUNKIE Il fondatore di BTjunkie, noto motore di ricerca per torrent simile a Pirate Bay, ha dichiarato a TorrentFreak di essere rimasto sorpreso dal boom di accessi dall’Italia degli ultimi giorni: i visitatori del Belpaese sono aumentati del 50 per cento rispetto a una settimana fa. Chiuso Pirate Bay, quindi, gli italiani si sono riversati in massa sui motori alternativi.

IL PRECEDENTECome spiega l’avvocato Elvira Berlingieri, il blocco dei siti torrent attraverso la cooperazione degli Isp sta diventando una pratica diffusa in tutta Europa. Oltre all’Italia, anche in Irlanda, Regno Unito e Bulgaria le autorità hanno scelto questa strada. Mentre in Danimarca (dove Pirate Bay sta subendo un processo simile a quello italiano) gli Isp per ora si sono rifiutati di filtrare l’accesso ai siti web. Ma non è ancora del tutto chiara la legittimità di simili provvedimenti, dal momento che alcune norme dell’Unione Europea vanno in direzione contraria. La direttiva sul commercio elettronico ha chiarito che gli Isp non sono tenuti a vigilare sui reati commessi attraverso i servizi di connessione. In attesa di un quadro giuridico più chiaro, il blocco di Pirate Bay in Italia costituisce un precedente importante, secondo Berlingieri: «Se è possibile imporre ai provider l’obbligo di inibire agli abbonati l’accesso a Pirate Bay, sarà possibile imporre lo stesso obbligo qualora violazioni di diritto d’autore venissero riscontrate su altri servizi» come YouTube, Flickr, Scribd.

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Nicola Bruno
18 febbraio 2010
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SALUTE – Mio figlio obeso? Ma figuriamoci / Piccoli obesi crescono. Il ruolo dell’educazione alimentare

studio olandese

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Mio figlio obeso? Ma figuriamoci

L’allarme dei pediatri: tre genitori su quattro non si accorgono di avere figli sovrappeso

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MILANO – Proprio vero che i genitori non vogliono vedere l’evidenza, quando si parla di guai che riguardano i figli. Anche se c’è di mezzo la salute: la maggior parte delle mamme e dei papà non pensa che i propri bimbi in sovrappeso o obesi abbiano problemi con la bilancia, tutt’altro. Lo dimostra una ricerca olandese uscita su Acta Pediatrica, condotta su oltre 800 genitori e 439 bambini fra i 4 e i 5 anni.

GENITORIA mamme e papà sono stati chiesti altezza e peso dei loro figli, poi sono stati misurati loro stessi e, con semplici domande, si è cercato di capire come vedessero i bambini. Attraverso uno specchio deformante da luna park, si direbbe: «I genitori giudicano correttamente il proprio peso, sanno di essere sovrappeso od obesi. Quando però viene chiesto loro di indicare la sagoma che più si avvicina al figlio fra 7 diverse possibili, tutti i genitori dei bimbi normopeso scelgono una figura più magra – racconta Pieter Sauer, il pediatra che ha coordinato la ricerca –. Purtroppo succede anche ai papà e alle mamme dei bimbi con problemi di peso: il 75 per cento dei genitori pensa che i bimbi in sovrappeso siano in realtà normopeso e li “riducono” di almeno una taglia. Un genitore di bambini obesi su due non riconosce il problema del figlio e lo vede come se fosse di almeno tre taglie più magro». C’è di più: i genitori dei piccoli con problemi di peso non si accorgono nemmeno che i figli sono sedentari.

PREOCCUPAZIONENel campione olandese i bimbi “pesanti” non erano la maggioranza: il 5 per cento era in sovrappeso, solo il 4 per cento obeso. Dalle nostre parti le cose vanno decisamente peggio, visto che si stima un buon 25 per cento di piccoli in sovrappeso e un altro 12 per cento di obesi (in crescita). E Gabriele Riccardi, che insegna malattie del metabolismo all’Università Federico II di Napoli e da tempo si occupa degli effetti della nutrizione nei più piccoli, conferma: «Mi capita spesso di vedere mamme e papà che definiscono un bimbo francamente sovrappeso o addirittura obeso come “paffutello”. Per questo non intervengono: rimandano un’azione consistente sullo stile di vita familiare, ma quando il problema è diventato cronico è molto più difficile risolverlo. Fino ad arrivare all’assurdo di chiedere la chirurgia bariatrica, per dimagrire, in adolescenti che non hanno nemmeno 18 anni». Il guaio, dice l’esperto partenopeo, è che spesso l’eccesso di peso dei figli va a braccetto con quello dei genitori: anche lo studio olandese segnala che di solito mamme e papà di bimbi in sovrappeso hanno a loro volta qualche chilo di troppo. L’intervento sullo stile di vita, quindi, dovrebbe di fatto riguardare tutta la famiglia, ma Riccardi osserva che «è davvero difficile riuscire a cambiare le abitudini di interi nuclei familiari». Aggiunge Sauer: «Purtroppo le persone in sovrappeso sono sempre di più: forse è per questo che la percezione generale di che cosa sia un peso normale si è modificata e oggi si tende a considerare normopeso anche chi ha qualche chilo di troppo. Ma è essenziale che i genitori siano consapevoli degli eventuali eccessi ponderali dei figli, perché un bimbo sovrappeso od obeso sarà un adolescente e un adulto con gli stessi problemi, con tutto quel che ne consegue in termini di rischi per la salute», conclude il ricercatore olandese.

Elena Meli
18 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/nutrizione/10_febbraio_18/genitori-non-riconoscono-figli-obesi_88e594e6-1c7d-11df-beab-00144f02aabe.shtml

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Piccoli obesi crescono. Il ruolo dell’educazione alimentare

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Quello di una corretta alimentazione è oggi uno dei temi più dibattuti. La consapevolezza che una corretto stile di vita possa tradursi in un miglioramento della qualità della vita ha fatto crescere il desiderio di una conoscenza sempre più approfondita di cosa e come mangiamo.

I ritmi stressanti della vita quotidiana e una disponibilità alimentare sempre maggiore hanno portato degli inevitabili squilibri nelle abitudini alimentari che è bene non sottovalutare.

Le fasce economicamente più deboli risultano quelle più colpite da patologie dovute non più a scarsa ma a cattiva alimentazione.

Occorre quindi fornire all’opinione pubblica una informazione puntuale e corretta che insegni a mangiare bene non ricorrendo alle illusorie scorciatoie di diete miracolose o adottando modelli nutrizionali squilibrati proposti da pubblicità che esibiscono giovani dai fisici anoressici.

A tal proposito Michele Carruba – farmacologo e presidente della Società Italiana sull’Obesità – mette in guardia dai rischi connessi all’uso dei farmaci perdi-peso: “C’è un abuso di questi prodotti e a utilizzarli in modo sbagliato sono soprattutto le persone che devono perdere pochi chili prima di andare in spiaggia”. “Questo – aggiunge Carrubba – è il risultato di una cultura che propone il dimagrimento come un risultato estetico e non di salute”. Un altro pericolo estivo è cadere spesso in tentazioni gastronomiche non sempre salutari: “Purtroppo una buona parte degli italiani – continua Michele Carruba –  parte già con l’idea di mangiare parecchio e di sperimentare tutte le prelibatezze che la buona tavola offre durante la stagione estiva. Ma se non esiste alcuna controindicazione nell’assaggiare i prodotti locali dei paesi in cui si soggiorna è altamente sconsigliato programmare una vacanza orientata esclusivamente verso la buona tavola”.

Un esempio di come una cattiva alimentazione conduca ad vere patologie è quello dell’obesità adulta e infantile, da considerare ormai come una vera e propria malattia.

Per il dr. Gianvincenzo Barba, ricercatore dell’Istituto di Scienze dell’ Alimentazione del CNR, la cause dell’aumentare dei casi registrati di obesità sono dovuti ai mutamenti dello stile di vita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. “Tali mutamenti – spiega Barba – hanno avuto un enorme impatto sulla comparsa di quella che oggi è definita come ‘l’epidemia di obesità’. Parliamo di stile di vita in senso generale perché se, indubbiamente, si ingrassa perché si mangia troppo, d’altro canto dobbiamo riconoscere che conduciamo una vita sempre più sedentaria: disegno urbano inadeguato, televisione, computer. Hanno avuto ragione Battle e Brownell nel dire che viviamo oggi in un ‘toxic environment’ un ambiente tossico che è il più adatto per lo sviluppo di obesità.”

L’obesità ora non risparmia nemmeno il mondo dei piccoli. Ci si pone quindi il problema se è possibile intervenire in tenera età.

“Non solo si può, ma si deve! – continua Barba – Curare l’obesità dell’adulto è spesso difficile e gravato da frequenti insuccessi. Prevenire precocemente ci permette di modificare questo circolo virtuoso e migliorare lo stato di salute della popolazione non solo relativamente al presente ma soprattutto in prospettiva futura. Se oggi circa il 40% dei bambini del nostro paese sono in sovrappeso potremmo aspettarci in un futuro prossimo di avere adulti un numero uguale o maggiore di adulti in sovrappeso  con costi sociali e sanitari difficilmente sopportabili. Prevenzione quindi, prevenzione precoce, e prevenzione a livello di popolazione in età infantile, l’unica risorse per affrontare il problema in maniera ‘causale’.”

Spesso si parla del ruolo che devono avere i mass media e le istituzioni in una corretta informazione e prevenzione dei disturbi alimentari ma è il ruolo della famiglia ad essere centrale e prioritario. La famiglia gioca certamente un ruolo fondamentale nella prevenzione dell’obesità infantile a livello di popolazione.

“E’ infatti in famiglia – spiega il ricercatore del CNR – che le cattive abitudini alimentari nascono e si consolidano ed è spesso in questo contesto che si manifestano i segni di ‘disagio’ della crescita del bambino di cui spesso l’obesità è l’espressione conclamata. La diminuzione del contatto tra genitori e figli facilita inoltre l’assunzione di stili di vita inadeguati: quale genitore, almeno una volta nella vita, non ha invitato il proprio figlio a ‘guardare la televisione’ perché preso da altri impegni ? E’ un esempio, naturalmente, ma penso sia un fenomeno di riscontro abbastanza comune nella storia di bambini con problemi di peso corporeo.”

Nel dopo guerra ci si arrangiava mangiando quello di cui di volta in volta si disponeva, oggi, invece,  alimentarsi non significa più sopravvivere e una corretta educazione alimentare è indispensabile per prevenire le cosiddette “malattie del benessere”.  Mentre qualche decennio si moriva per mancanza di cibo, oggi si muore per eccesso di cibo. Quindi è necessario disporre di una cultura della nutrizione  che si sviluppi di pari passo con il livello culturale che fa da cornice al proprio
ambiente di vita.

Sul problema dell’obesità è intervenuto con studi dedicati anche l’Osservatorio Grana Padano che nasce nel 2004, grazie all’impegno del Consorzio tutela Grana Padano in collaborazione con FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) e SIMG (Società Italiana di Medicina Generale).

Il Dr. Domenico Tiso, coordinatore scientifico, spiega che l’obiettivo dell’Osservatorio è: “Ottenere una stima qualitativa delle abitudini alimentari e degli errori nutrizionali degli italiani, fornire al medico uno strumento operativo per agevolare un’anamnesi nutrizionale più sensibile, nel rispetto e a completamento dell’attività clinica svolta in ambulatorio ed iniziare a diffondere la cultura della corretta nutrizione come condizione sempre più necessaria alla diminuzione delle patologie croniche.”

L’Osservatorio dall’inizio del 2005 sta fotografando gli stili alimentari della popolazione italiana attraverso il contributo attivo dei Medici di Medicina Generale e i Pediatri di famiglia.

La ricerca condotta ha evidenziato che il 14 per cento della popolazione studiata, sia nell’età pediatrica che in quella adulta, è obesa.

“La fascia più colpita dall’obesità, in età pediatrica – afferma Tiso – è quella compresa tra i 7 e i 10 anni con un 17 per cento della popolazione italiana. Tutte le regioni del Sud si posizionano sopra la media nazionale e in Sicilia, si registra quasi un 19 per cento di obesi tra la popolazione. Il Trentino Alto Adige vince la targa di Regione più ‘magra’ d’Italia con il 5,3 per cento di obesi sulla popolazione.”

Va sottolineato che sovrappeso e obesità, una volta consolidati, sono difficili da correggere e, se compaiono durante l’infanzia, tendono a persistere nell’adolescenza e in età adulta.

Il problema principale è la scarsa educazione alimentare che dimostrano gli italiani quando siedono a tavola.

“Solo un italiano su dieci – spiega Domenico Tiso – rispetta la raccomandazione dei nutrizionisti: 5 porzioni al giorno di frutta e verdura. Mediamente si arriva a superare di poco le 3 porzioni.”

La situazione poi varia decisamente da regione a regione: “Al Lazio – continua Tiso – spetta la maglia rosa con 4,4 porzioni al giorno, è questo il risultato che più si avvicina alla regola del five a day. Nel Sud il consumo di vegetali risulta, paradossalmente, sotto la media nazionale. È importante ricordare che consumando 5 porzioni al giorno di frutta e verdura, quest’ultima meglio cruda o cotta a vapore, e scegliendo 5 prodotti di colore diverso, si garantisce all’organismo un’assunzione variegata dei nutrienti. Va ricordato, inoltre, che per beneficiare al meglio dei vantaggi che i vegetali offrono, è necessario consumarli freschi e in stagione in quanto in queste condizioni forniscono il massimo delle proprietà nutritive.”

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fonte:  http://mariomasi.wordpress.com/2006/11/19/piccoli-obesi-crescono-il-ruolo-delleducazione-alimentare/

SCUOLA – “Contro la ‘deforma’ Gelmini andremo alla Consulta

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“Contro la ‘deforma’ Gelmini andremo alla Consulta

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di Mariagrazia Gerina

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La cosa, per ora, funziona così. Accompagni tuo figlio ad iscriversi alla scuola superiore, ma che cosa studierà, cosa gli insegneranno, non lo sai. Sai però che le ore di lezione, a meno che non sia un liceale in erba, gli saranno ridotte. È la nuova scuola superiore disegnata da Tremonti e Gelmini. «E non chiamatela riforma, per piacere», avvertono gli insegnanti. Qualcuno suggerisce di chiamarla «deforma». Qualcuno burocraticamente «riordino».

Rossella Zamparini, insegnante di matematica, dal suo osservatorio di frontiera, l’Iiss Von Neumann, «la scuola più complessa di Roma» (due sedi nella periferia di San Basilio, una terza nel carcere di Rebibbia), la vede così: «La distruzione della scuola pubblica è iniziata, i nostri ragazzi sono stati stati premiati in Cina per i progetti sulla robotica, ma l’insegnante che li ha seguiti con questa riforma rischia di perdere il lavoro, come molti insegnanti tecnico-pratici, dicono “più matematica” e poi scopro che il prossimo anno la mia materia verrà tagliata del 30 per cento». E ragiona: «Noi a San Basilio i ragazzi li andiamo a prendere casa per casa, saremo in contatto con almeno 800 famiglie, dobbiamo coinvolgere anche loro». Assemblea pubblica della Cgil Flc, ieri mattina, nella Sala delle Carte geografiche, a Roma. Si prepara lo sciopero della scuola del 12 marzo.

Gli insegnanti arrivano da tutta Italia, da Bari, da Venezia, da Napoli. Mettono insieme un cahier de doléances, che dovrebbe chiamare in piazza tutti, non solo chi nella scuola lavora. O almeno convincere il governo a rinviare di un anno l’attuazione della riforma piovuta sulle scuole superiori, senza nemmeno i regolamenti attuativi.

«Dobbiamo fermarli», dicono il segretario generale della Cgil Flc, Domenico Pantaleo, e la segretaria nazionale Maria Brigida. «Gli esuberi saranno 26mila, solo per gli insegnanti» (il 23 è fissato l’incontro sugli organici al ministero). «Le scuole non ha i soldi nemmeno per i corsi di recupero: vantano credi di 1miliardi e 600mila euro». Quanto alla riforma: «Arriveremo anche alla Corte Costituzionale se serve, perché c’è un problema di uguaglianza tra gli studenti dei licei e gli altri che si vedranno ridurre le ore di lezione da 36 a 32».

In prima fila, a sentire, Giovanni Bachelet, Francesca Puglisi, del Pd, Loredana Fraleone, Prc, Bergonzi, Pdci, Simonetta Salacone, SeL. Danilo Prosdoci insegna in provincia di Venezia, nelle scuole professionali e, per paradosso, è uno di quegli insegnanti tecnico-pratici di cui la scuola secondo la riforma Tremonti-Gelmini potrà fare a meno. «Ho uno scatolone di titoli, la mia professionalità è stata riconosciuta dalla Microsoft, ma per la scuola sono un lavoratore ad esaurimento e a 52 anni non voglio nemmeno sapere cosa significa». Eppure: «Quando escono dalle nostre scuole ai ragazzi chiedono: cosa sai fare? Io invece adesso di fronte ai tagli della riforma mi chiedo: con tre ore a settimana cosa gli insegnerò?».

Il tam tam in molte scuole è già partito. «Noi abbiamo scritto una lettera al ministro e abbiamo chiesto alle famiglie di firmarla: 1200 firme e molti nel nostro territorio hanno votato questa maggioranza che ci governa», racconta Mirella Alcamone, del liceo Anco Marzio di Ostia. «Abbiamo bisogno di un sistema di istruzione che sappia promuovere i più deboli e che non separi i forti dai deboli a quattordici anni», è il grido di aiuto di Pina Bonaiuto, preside di istituto professionale a Nola: «L’istituto alberghiero della nostra zona vanta 700mila euro di credito dallo Stato e non sa nemmeno se li avrà restituiti».

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18 febbraio 2010
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Test Aids: in Italia anonimato assicurato solo per un test su tre

L’accesso in Italia

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Test Aids: in Italia anonimato
assicurato solo per un test su tre

Lo dice un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità e della Consulta delle Associazioni per la Lotta all’AIDS

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ROMA – Il test per l’Hiv è anonimo nel nostro Paese solo in poco più di un caso su tre: nei restanti, viene richiesta la ricetta medica o un documento di identità. È il dato che emerge da un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità e della Consulta delle Associazioni per la Lotta all’AIDS sull’accesso ai test in Italia. Nei centri diagnostico-clinici pubblici intervistati è garantita la gratuità nel 76,2% dei casi, ma l’anonimato appena nel 37% e il colloquio di counselling pre e post Test, giudicato «prezioso» per l’approccio psicologico del paziente, nel 44,5% dei casi.

L’INDAGINE L’indagine, effettuata attraverso un’intervista telefonica, è stata svolta con l’assenso degli Assessorati alla Sanità delle Regioni e Province Autonome. In 168 Centri Diagnostico-clinici su 449, il risultato del Test viene consegnato in busta chiusa. Per il 76% dei 168 Centri che consegnano l’esito in busta chiusa, ciò avviene in caso di esito negativo, per il 4% in caso di esito positivo, per il 20% indipendentemente dall’esito del test. In 269 Centri il risultato del test viene consegnato dal medico.

IL «PERIODO FINESTRA» In merito all’indicazione sul periodo finestra (vale a dire il periodo durante il quale si è stati contagiati ma non si sono ancora formati gli anticorpi specifici anti-HIV), emerge una certa varietà: il 25% risponde che il test deve essere effettuato dopo 6 mesi dall’ultima situazione di rischio, il 16,7% dopo 3 mesi, il 10,9% dopo un mese. Per quanto riguarda i Centri Trasfusionali che hanno preso parte al Progetto, è stato rilevato che nel 26,7% dei casi accede al Test HIV anche la popolazione generale e non esclusivamente i donatori. Nel 65,9% dei casi, di fronte a un esito positivo al test HIV, la persona interessata viene contattata telefonicamente e invitata a recarsi al Centro per un colloquio con il medico.

DISOMOGENEITÀ – Complessivamente, sia per la gratuità che per l’anonimato, il rapporto rileva «una evidente disomogeneità», mentre «le politiche sanitarie nazionali e locali dovrebbero considerare prioritario fornire indicazioni utili ad unificare le modalità di accesso e fruibilità del Test HIV, tali da offrire a tutte le persone presenti sul territorio italiano le medesime opportunità». «A seguito di comportamenti a rischio – dice Gianni Rezza, Direttore del Dipartimento Malattie Infettive Parassitarie e Immunomediate dell’ISS – un accesso tempestivo al Test HIV può significare la possibilità di iniziare un efficace percorso terapeutico, se si è contratta la malattia, e può limitare la diffusione del virus. Risulta dunque fondamentale facilitare l’accesso al Test, abbattendo gli ostacoli che in alcuni casi ancora lo contraddistinguono nel nostro Paese». (Fonte Agenzia Agi)

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17 febbraio 2010(ultima modifica: 18 febbraio 2010)

fonte:  http://www.corriere.it/salute/10_febbraio_17/aids-anonimato-solo-un-test-su-tre_85acb5e8-1be2-11df-a6d3-00144f02aabe.shtml

VARESE – «Servono 50mila euro»: Arrestati due funzionari del fisco

L’operazione dei carabinieri. Sorpresi nell’atto di ricevere una mazzetta di 15.000 euro

Varese: «Servono 50mila euro»
Arrestati due funzionari del fisco

La richiesta di un commercialista ad un imprenditore per evitare controlli degli ispettori dell’Agenzia delle Entrate

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MILANO – Due funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Varese sono stati arrestati dai Carabinieri nell’ambito di una indagine coordinata dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Varese Agostino Abate. L’inchiesta era scaturita dalla denuncia presentata a fine gennaio di quest’anno da un imprenditore del varesotto titolare di una ditta di installazione di impianti elettrici, il quale aveva spiegato di aver ricevuto dal proprio commercialista di Varese la richiesta di 50.000 euro, destinata ad evitare un controllo da parte di non meglio identificati ispettori dell’Agenzia delle Entrate di Varese. Il timore della verifica da parte dell’imprenditore partiva da un accertamento valutario avvenuto nel 2007 presso il Valico di frontiera di Ponte Tresa, nel corso del quale l’imprenditore era stato trovato in possesso di documenti attestanti conti correnti e movimenti bancari nonchè la presenza di un’ingente somma di denaro presso una Banca Svizzera.

LA RICHIESTA – L’imprenditore, per regolarizzare gli adempimenti fiscali, aveva poi consegnato al commercialista la documentazione relativa all’accertamento subito e lo aveva incaricato di seguire la vicenda presso l’Agenzia delle Entrate. Dopo alcuni mesi il commercialista aveva consigliato l’imprenditore di far rientrare i capitali depositati all’estero sfruttando lo scudo fiscale appena approvato dal Governo chiedendo all’assistito 10.000 euro, quali oneri necessari per definire la pratica presso l’Agenzia delle Entrate. Ma non si trattava altro che della prima tranche di una mazzetta necessaria per i funzionari dell’Agenzia, per impedire l’esecuzione del controllo fiscale prima del rientro in Italia dei capitali dell’imprenditore. L’imprenditore aveva consegnato i 10.000 euro al commercialista, convinto che ciò avrebbe concluso ogni eventuale problematica fiscale. Intanto i capitali erano stati fatti rientrare in Italia alla fine dello scorso anno. A fine gennaio il commercialista aveva chiesto altri 50.000 euro per sanare definitivamente la pregressa situazione con l’Agenzia delle Entrate. A quel punto l’imprenditore ha deciso di denunciare l’accaduto ai Carabinieri. Dalle indagini è emerso che il denaro era effettivamente destinato a funzionari dell’Agenzia delle Entrate, che si erano detti disponibili a bloccare tutti gli accertamenti di natura fiscale a carico dell’imprenditore in cambio di una congrua somma in danaro. Martedì scorso i funzionari venivano sorpresi dai Carabinieri di Varese proprio nell’atto di ricevere dal commercialista una mazzetta di 15.000 euro, scena ripresa da registrazione audio e video. Arrestati con l’accusa di concussione continuata in concorso i due funzionari sono ora rinchiusi nella casa circondariale di Varese a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

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Redazione online
18 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_18/varese-fisco-arresti_c03baf98-1c5f-11df-beab-00144f02aabe.shtml

Partigiano novantenne minaccia di morte Brunetta: è il simbolo di un Paese ingiusto

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Partigiano novantenne minaccia di morte Brunetta: è il simbolo di un Paese ingiusto

L’uomo ha scritto una lettera al ministro: denunciato

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LA SPEZIA (18 febbraio) – A 90 anni ha preso carta e penna e ha minacciato di morte il ministro Brunetta perché ritenuto simbolo di un paese ingiusto e non quello per cui lui aveva combattuto. Per l’anziano signore è scattata una denuncia per minaccia a membro del corpo politico amministrativo dello Stato.

Protagonista della vicenda è uno spezzino che ha combattuto in Russia, è stato partigiano, e per tre anni anche arruolato nella Legione straniera. Ora ha minacciato di morte, con una lettera firmata, il ministro Brunetta, perchè spiega: «l’Italia non è il Paese giusto e democratico per cui ho combattuto». Sulla base dei dati contenuti nella missiva ricevuta dal ministro, la Procura di Roma ha chiesto un’indagine ai carabinieri di Ameglia, frazione spezzina in cui l’anziano risiede, ed i militari hanno così verificato che era stato proprio il novantenne a spedirla. Spiegando il motivo del suo gesto ai militari, l’anziano ha detto che «l’Italia non è il Paese giusto e democratico per cui ho combattuto. Ho problemi circolatori e sono stato operato, ma non ricevo adeguata assistenza sanitaria. Brunetta è simbolo di uno Stato che non perseguita gli evasori e i disonesti ma si accanisce con i più deboli».

Il nonnino, che nella lettera ha scritto letteralmente «Brunetta merita la morte», ovviamente, data l’età e le condizioni di salute – assicurano i militari – non costituisce una minaccia reale.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=91748&sez=HOME_INITALIA