Archivio | febbraio 19, 2010

L’INTERVISTA – La certezza di Elton Jonn: “Gesù era gay e intelligente”

L’INTERVISTA

La certezza di Elton Jonn
“Gesù era gay e intelligente”

“Voleva che ci amassimo e perdonassimo. Non so cos’è che rende la gente crudele”. “Ad alcune persone un grammo di cocaina può durare un mese. Non certo a me. Me ne facevo un sacco”

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La certezza di Elton Jonn  "Gesù era gay e  intelligente"
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ROMA – “Gesù? Era un gay super-intelligente”. Parola di Reginald Dwight, in arte Elton Jhon. Omosessuale dichiarato e da anni una delle stelle più luminose della musica pop. Secondo la star, Gesù fu una persona “straordinaria” perché anche sulla croce, fu capace di perdonare chi lo aveva crocifisso. “Gesù voleva che ci amassimo e perdonassimo. Non so cos’è che rende la gente così crudele. Prova ad essere una donna gay in Medio Oriente, sei bella che morta”, dice il cantante in un’intervista al magazine Parade.
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E’ una lunga chiacchierata quella di Elton Jhon, che spazia dai suoi problemi con la droga al suo impegno contro l’Aids. Proprio per dare impulso alla ricerca per sconfiggere questa malattia Elton rivela di aver dato il via alla sua fondazione per la lotta all’Hiv: “Volevo in qualche modo farmi perdonare per il fatto di essere stato un tossicodipendente per tanti anni. Le persone ammalate di Hiv sono spesso discriminate. Il tasso di infezione cresce. La gente muore e la risposta dei politici è sempre deludente”.

Poi tocca agli eccessi, di cui la vita del cantante è stata piena. ”Ad alcune persone un grammo di cocaina può durare un mese. Non certo a me. Me ne facevo un sacco e poi ne volevo di più e tutto quello che succedeva era un gran mal di testa il giorno dopo” racconta Elton che ricorda i suoi amici scomparsi. Tutti famosi e tutti finiti tragicamente. ”La principessa Diana, Gianni Versace, John Lennon, Michael Jackson, tutti morti. Due di loro sono stati uccisi fuori dalla loro casa. Nessuno di loro sarebbe morto se non fosse stato famoso. La fama attrae i pazzi”.

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Infine tocca all’amore. A partire da quello per il suo compagno al quale è legato da una unione civile che per la legge britannica equivale al matrimonio: ”Sono stato attratto da David immediatamente. Aveva un lavoro vero, il suo appartamento, la sua macchina. Ho capito che era la persona giusta, perché non ha paura di me e mi dice sempre esattamente cosa pensa”.
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Quanto al futuro, Elton John rivela di voler ”scrivere altri musical, raccogliere ancora fondi per l’Aids. Ho appena celebrato 19 anni di sobrietà. Non voglio fermarmi. Ho molte cose ancora da fare e ho la possibilità di farle. Non potrei chiedere di più”.
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19 febbraio 2010
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Contro lo smog ferme le auto padane: il 28 blocco del traffico in 80 Comuni

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Contro lo smog ferme le auto padane: il 28 blocco del traffico in 80 Comuni

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MILANO (19 febbraio) – Tutti gli 80 comuni della pianura padana che hanno preso parte stamani al vertice indetto a Milano dall’Anci, hanno aderito al blocco totale del traffico contro lo smog per il 28 febbraio prossimo. «Non c’è stata alcuna voce discorde» ha detto il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, presidente di Anci.

La proposta di Chiamparino, avanzata insieme al sindaco di Milano Letizia Moratti, sembrava una provocazione e invece è diventata una proposta seria.

Ritoccare i pedaggi delle autostrade e delle tangenziali, partendo da quelle più trafficate che convergono nei centri urbani più grandi per reperire risorse a favore dei comuni da investire nella lotta all’inquinamento. A annunciare questa proposta, che sarà presentata al Governo, è stato il sindaco di Torino e presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, al termine del tavolo antismog dei primi cittadini della Val Padana riunitosi a Milano. «Chiederemo un incontro urgente al governo – ha detto Chiamparino – e avanzeremo anche un suggerimento su come trovare le risorse: una piccola sovrattassa sul pedaggio delle autostrade e delle tangenziali da distribuire ai Comuni e vincolata agli investimenti per l’ambiente».

Le modalità con cui applicare questo prelievo, sono ancora da definire, anche se lo stesso Chiamparino si è detto d’accordo sia a modalità progressive, con tariffe più alte per i veicoli più inquinanti, sia a forme di esonero per i veicoli ecologici. «Credo che questo sia un principio di sana tassazione», ha osservato Chiamparino. La proposta nasce dalla richiesta che i Comuni rivolgono al governo di «mettere a punto un piano complessivo – ha spiegato Chiamparino – che tenga insieme mobilità ed energia e che incentivi i comportamenti ecologicamente sostenibili».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=91911&sez=HOME_INITALIA

Appello agli scrittori di adesione al movimento ‘primo marzo: una giornata senza migranti’

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Cari scrittori e scrittici,

avrete senz’altro sentito parlare dell’iniziativa  Primo Marzo: Una giornata Senza Migranti, un movimento ormai a livello europeo ma che e’ particolarmente necessario in un paese come l’Italia che si sta purtroppo distinguendo per razzismo e persecuzione dei migranti.  In questi giorni sono partiti diversi appelli “settoriali”, tra cui uno rivolto ai docenti universitari. Alcuni di noi che fanno parte dei vari comitati (+ di 50 in tutta Italia) hanno deciso di lanciare un appello rivolto specificamente a scrittori/trici, giornalisti/e e blogger che esprime l’adesione alla giornata e in piu, visto lo specifico della nostra professione/passione, la donazione di un testo che andra’ a far parte di un “fondo” di scritti che possano essere utilizzati per avviare riflessioni nella societa’ civile sulle tematiche inerenti alla giornata.

Poiche’ il tempo preme e non siamo ancora riusciti a organizzarci a livello di un sito specifico che accolga testi e adesioni, vi invio degli allegati preliminari che contengono l’appello e i 3 testi che sono stati donati fino adesso, sperando che vogliate aggiungere la vostra adesione e un testo. Non appena saremo riusciti a sistemare l’appello online vi mandero’ una mail per avvisarvi.

Grazie dell’attenzione e vi preghiamo di diffondere al massimo  questa iniziativa facendo circolare l’appello

un caro saluto

Pina Piccolo

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Lettera di scrittori-scrittrici, giornaliste/i e blogger contro il razzismo a sostegno del primo marzo, “una giornata senza di noi”

Noi scrittori e scrittrici migranti e stanziali, giornaliste/i, blogger che operano in Italia abbiamo deciso di aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza di noi”, rendendoci visibili attraverso la scrittura, impegnandoci a creare, diffondere ed elaborare occasioni per promuovere in maniera pubblica la riflessione attraverso scritti che affrontino le tematiche espresse in questa giornata. Ci impegniamo già fin da ora a creare un fondo di testi che sarà accessibile nella pagina web del Comitato Primo Marzo e forniamo come esempio i due testi che seguono:  il primo, la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine di gennaio, e il secondo, stralci dalla lettera aperta ai calabresi dell’antropologo calabrese Vito Teti, in risposta ai drammatici fatti di Rosarno:

I mandarini e le olive non cadono dal cielo

In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma.

Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre.


Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani.
Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.

La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all´uomo.


Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.

Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all´Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:


domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.

L´Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma”

Vito Teti

“Abbiamo smarrito il senso della nostra storia”

in “Il Quotidiano della Calabria”, lunedì 11 gennaio, 2010,

Sprofondati sui nostri divani, li osserviamo mentre fuggono scacciati da Rosarno.

Noi vagamente impegnati nei propositi buoni per smaltire gli stravizi alimentari delle feste, le nostre pattumiere appena svuotate da chili di pane, panettoni e cibi che li avrebbero nutriti per un mese almeno, lì  nei baracconi dismessi, dove non cercavano riparo nemmeno gli animali.

Sfilano le immagini nelle nostre case comode – magari incompiute, frutto di sacrifici – di quei lager più vergognosi forse di quelli nazisti.

Noi che sprechiamo acqua come nessuno in Europa, qui nella terra dei profumi – agrumi spremuti a sangue? – li vediamo improvvisare un muro di vecchi copertoni d’automobile e qualche calderone d’acqua calda, pur di riuscire a lavare via fatiche inimmaginabili.

Noi che siamo stati emigrati, che siamo fuggiti, che abbiamo conosciuto il razzismo degli altri, ci chiediamo ora cosa abbiamo fatto per impedire questo strazio.

Noi, eredi degli emigrati che sono stati chiamati gipsy, zingari, «razza maledetta», «uccisori di Cristo», noi abitatori di una terra, in passato, chiamata “Africa” o “India”, noi nipoti e figli di uomini vissuti nelle baracche e morti nelle miniere, pensiamo mai ai sentimenti di tutta questa umanità dolente?

Siamo eredi di mille popolazioni “straniere”, abitiamo una terra crogiuolo di popoli, ma non li abbiamo trattati come uomini.

Dell’ospitalità facciamo vanto e retorica, proclamiamo l’odio per ogni forma di violenza, noi che comprendiamo la paura della gente di Rosarno e la sua irritazione per la “guerriglia” degli immigrati, noi che non pensiamo che siamo diventati improvvisamente razzisti, noi che abbiamo contribuito con la nostra ipocrisia, i nostri silenzi, le nostre complicità a trasformare queste persone in fiere arrabbiate, ma forse le bestie inferocite siamo proprio noi, pronti a braccare, o ad applaudire chi stana le prede.

Noi figli dei contadini che hanno occupato le terre, noi che abbiamo sfilato nella piana contro i caporali e abbiamo pianto Giuseppe Valerioti, ucciso dalla ndrangheta, abbiamo perso la memoria, smarrito il senso della nostra storia.

Noi che abbiamo cercato pane e lavoro in tutto il mondo, li guardiamo fuggire su un pullman, scortati dalla polizia per evitare il linciaggio.

Noi “fieri” e “forti calabresi”, noi che gliela abbiamo “fatta pagare a questi sporchi negri”, noi che “abbiamo liberato il territorio dalla feccia dell’umanità”, quando e perché abbiamo accettato di perdere la libertà, siamo caduti sotto il governo della ndrangheta, che manipola le nostre vite, le nostre case, i nostri legami, le nostre passioni?

[…]. Noi che non abbiamo dubbi e noi che non abbiamo certezze, troviamo il coraggio di fissare questa pagina dolorosa della nostra terra che evoca, e non sembri un’esagerazione, l’eccidio dei Valdesi voluto dagli oppressori del passato.

Noi che ci lamentiamo e non ci ribelliamo, che conosciamo la retorica e le perversioni dell’onore e magari manteniamo ancora il senso della dignità e proviamo vergogna, troviamolo il coraggio di ringraziare questi emigrati che sono fuggiti muti e increspati come le nubi di questi giorni che hanno cancellato le nuvole bionde e sorridenti della Piana.

Chiediamoci noi – tanto e tale è il disagio – che idea abbiamo di questo noi, chi siamo diventati, noi. E come sarei tentato di chiamarmi fuori da questo noi!

Firmatari e scritti donati al fondo di testi per il 1 marzo

Hamid Barole Abdu ( “Anfibi rasati”)

Pina Piccolo (“Rapsodia in giallo”)

Julio Monteiro Martins ( “La pala di Daouda”)

Stefano Massari (frammento da “Serie del ritorno”)

Christiana Caldas Brito (“Clandestini”)

Savina Dolores Massa (“È nero il giacinto”)

Iyara Bagala (“Sempre in partenza, Sempre in viaggio… ma ancora qui”)

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INVIATE QUI I TESTI

piccolop@mindspring.com

direzione@casadellapoesia.org

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fonte: via email

Fabriano, protesta degli operai della Merloni: traffico bloccato

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Fabriano, protesta degli operai della Merloni: traffico bloccato

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Si sono presentati intorno alle 6,00 di questa mattina avanti all’ingresso dell’aeroporto internazionale dell’umbria, in concomitanza con la partenza del volo giornaliero per milano, per rimanervi un paio d’ore. Un centinaio di lavoratori dello stabilimento della A.Merloni di Nocera Umbria ha scelto questa forma di protesta, svoltasi nella massima civiltà e senza creare disagi ai passeggeri in partenza, per tenere alta l’attenzione sulla crisi dell’azienda che occupa in Umbria 1038 lavoratori dei 3200 complessivi distribuiti negli altri stabilimenti di Marche ed Emilia Romagna (ai quali si aggiunge un indotto fatto di piccole e piccolissime imprese molte delle quali hanno già chiuso). Sta infatti per scadere il termine per la firma dell’accordo di programma promesso dal ministero dello sviluppo economico indispensabile per la continuità occupazionale. L’azienda è in amministrazione straordinaria da 15 mesi e i finanziamenti statali e regionali derivanti dall’accordo, 40 – 50 milioni di euro, potranno rendere possibile la proroga dell’amministrazione straordinaria e degli ammortizzatori sociali. Gli operai hanno sottolineato che da più di un anno hanno uno stipendio quasi inesistente. Alla A. Merloni sarebbe interessata una società cinese partecipata dello stato ed una delegazione arriverà il 21 febbraio per visitare gli impianti di Umbria e Marche. Sempre questa mattina, a fabriano un centinaio di operai hanno bloccato l’uscita della superstrada Ancona-Roma, mentre un altro gruppo di una cinquantina di persone ha occupato la linea ferroviaria Orte – Falconara. Dopo avere attraversato il passaggio a livello a Piaggia D’Olmo, a sud di Fabriano, si sono fermati sui binari impedendo il traffico ai convogli.

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19 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=95274

Bersani: «Io spalai, Bertolaso voli basso»

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Pier Luigi Bersani, volontario durante l’alluvione di Firenze avvenuta il 4 novembre 1966

BOTTA E RISPOSTA

Bersani: «Io spalai, Bertolaso voli basso»

Replica al sottosegretario: «Con me capita male: io ero angelo del fango a Firenze, non so lui cosa facesse»

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Gli angeli del fango in azione a Firenze
Gli angeli del fango in azione a Firenze

MILANO – Non solo il G8 a La Maddalena e gli appalti a L’Aquila. Argomento di polemica tra il numero uno della Protezione Civile e l’opposizione diventa anche l’alluvione che sconvolse Firenze nel 1966. È Pier Luigi Bersani ad evocare il disastro di 44 anni fa. E lo fa per invitare all’umiltà il sottosegretario Guido Bertolaso che, in un’intervista a Panorama, aveva polemizzato con il segretario democratico («se arriva un terremoto chi spala? Bersani?»).

POLEMICA – «A Bertolaso consiglierei un po’ più di umiltà – replica il leader del Pd al termine dei lavori d’aula alla Camera – meno arroganza e di volare un po’ più basso, perché con me capita male: io a quindici anni spalavo a Firenze, non so lui cosa facesse». E per dar forza al concetto Bersani posta su Flickr le foto della sua trasferta toscana quando giovanissimo e con tutti i capelli in testa venne immortalato in maglione scuro e carriola per portare via le macerie. Come uno dei tanti giovani volontari, poi ribattezzati “angeli del fango”, che giunsero a Firenze per mettere in salvo opere d’arte e libri.

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Redazione online
19 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_19/bertolaso_toscana_bersani_efdb8b48-1d5d-11df-b33e-00144f02aabe.shtml

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DALLA CINA – Caro Berlusconi, la crisi dell’Italia minaccia l’Europa

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di Lao Xi

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La Cina non si occupa delle elezioni in Italia, trascura i cambi di maggioranza, non comprende e ignora le lotte tra governo e opposizione. Sì, si è meravigliata, come faccenda esotica e pittoresca, della immondizia di Napoli. Si fece torva e sdegnata quando il presidente del Consiglio, Berlusconi, disse che i comunisti cinesi usavano i bambini come concime, ma poi pensò di soprassedere. Erano puerilità, decise, e come tali vennero trattate. Strabuzzò infine gli occhi per il terremoto di L’Aquila e il pronto intervento, ma lì finì. Lunedì 14 dicembre invece, per la prima volta, la televisione centrale ha dedicato un approfondimento all’Italia, chiamandovi addirittura un corrispondente italiano a Pechino, mentre internet e giornali sono esplosi di commenti e notizie. La Cina è incredula e attentissima sulla vicenda della statuetta scagliata in faccia a Berlusconi a Milano.

In primo luogo c’è una questione generale che viene ricordata e che inquieta. La democrazia, il sistema che dovrebbe risolvere pacificamente i conflitti politici interni, in realtà non elimina la violenza dal confronto di poteri, anche se la violenza certo è l’eccezione e non la regola. La statuetta contro Berlusconi ricorda l’attentato contro Reagan o quelli contro altri presidenti e capi governo sparsi per il mondo. Questo comunque è un tratto comune di tutti i sistemi liberali, dove l’attentato del singolo o la complicata cospirazione non possono essere esclusi, anche se sono casi probabilmente inferiori a quelli che si registrano in sistemi autoritari.

Alle spalle però della vicenda italiana c’è un altro elemento che interessa la Cina: l’esasperazione e la violenza del dibattito politico nazionale. Questo ha toni drammatici, quasi da rivoluzione, o da anticipo di un confronto da guerra civile. È parte della natura esagerata, da opera lirica, del carattere italiano? O è vera tensione politica? La Cina non sa decidere, e forse l’Italia stessa non lo sa. Pechino sa che se l’Italia, terza, quarta economia d’Europa, entrasse in crisi, il vecchio continente e l’Unione europea rischierebbero l’implosione, o peggio, l’esplosione.

L’Italia si affanna nella rincorsa delle colpe. È stato Berlusconi, dice l’opposizione, a personalizzare la politica, ad abbassare il livello dello scontro, il livello della cultura, a concentrare e accumulare i poteri corrompendo ogni cosa e pestando l’anima del sistema democratico: la divisione dei poteri. È stata l’opposizione, dicono i berlusconiani, a usare la giustizia come un randello per rovesciare il responso delle urne, a concentrare gli attacchi sul premier per mascherare la propria pochezza di programmi e di politiche.

Nel mezzo della battaglia delle colpe il paese diventa un campo di battaglia, e chi sta in mezzo o grida “pace, ragionevolezza” viene massacrato dall’uno e dall’altro. In effetti, in genere, la ragionevolezza del compromesso si raggiunge solo in seguito a uno stallo, in mancanza del quale le due parti cercano la vittoria assoluta convinti che questa sia l’unica garanzia della propria sopravvivenza.

Così, nell’Italia dei veleni e dei sospetti si aggira anche un’altra ipotesi: l’attentatore con la statuetta era solo un colpo di teatro, un gesto ad effetto… una minaccia. Qualcuno che ha mandato avanti il pazzo, oppure lo ha lasciato filtrare tra le maglie della sicurezza per dire a Berlusconi: ritirati o la prossima volta in faccia avrai un colpo di pistola e non una mattonella. Questa sola ipotesi, che aleggia tra i più cinici e scettici a Roma, scoppia peggio di una cannonata. Questa voce da sola è il segno del degrado della vita politica italiana e lascia tutti più spaventati e impotenti. È una voce che non potrà essere mai provata o smentita e che prova, al di là di ogni smentita, il ritorno a voglie di colpo di stato. Qualcuno a sinistra può usarla per minacciare: Berlusconi dimettiti o ti spariamo. Per qualcuno a destra è una minaccia di altro tipo: bisogna sbarazzarsi degli estremisti e concentrare il potere. Nell’uno e nell’altro caso si allunga l’ombra di una dittatura e ritorna l’incubo dei doppi ed opposti estremismi che hanno perseguitato l’Italia degli anni ’70.

In realtà, secondo italianisti cinesi, lo Stivale è perseguitato da un destino tragico per cui ogni 20, 30 anni subisce forti sconvolgimenti che ne mettono a rischio la stabilità politica e sociale. Venti anni fa, con il crollo del muro di Berlino, ci fu in Italia il crollo del sistema dei partiti che avevano dominato la scena pubblica dal dopoguerra in poi. Vent’anni prima ancora ci fu il ’68 e ancora 20 anni prima c’era stato il ’48, la creazione di un blocco politico incentrato sulla Democrazia Cristiana che avrebbe guidato il Paese per i decenni successivi. Prima c’era stata la guerra e il notorio “Ventennio” fascista, preceduto da un altro periodo di fortissime tensioni e dalla prima guerra mondiale. Per gli italianisti di qui il 1890 fu ancora un momento di grave crisi, con la fine del lungo dominio di Crispi sulla politica italiana a seguito della disfatta di Adua e dello stop alle ambizioni coloniali italiche.

Gli Italiani potranno vedere un eccesso di meccanicismo in questa visione storica, che da una parte rispecchia l’antica idea cinese dei cicli storici, come quelli imperiali, ma che d’altronde trova riscontro nella illustre tradizione italiana di Giambattista Vico, il quale vedeva corsi e ricorsi storici nel passato. Di certo, la statuetta in faccia a Berlusconi riporta alla luce una questione irrisolta sin dall’inizio di Mani Pulite. Berlusconi avrebbe dovuto far parte di quelli da eliminare nella campagna di pulizia lanciata dai giudici agli inizi degli anni ’90.

In realtà Berlusconi non è stato eliminato, anzi ha tratto vantaggi dal quasi azzeramento della vita politica italiana di quegli anni, prendendo a sorpresa il potere e avvitando in un paradosso la vita politica nazionale: capo del governo e capo del maggiore impero mediatico italiano. Né però sono stati eliminati o fermati i giudici che erano stati il motore, insieme ai giornali, di quel cambiamento rivoluzionario. Né la sinistra ha cercato seriamente di rompere il monopolio mediatico di Berlusconi quando, per esempio al potere con il primo o secondo governo Prodi o con quello D’Alema, avrebbe potuto farlo. Allora il governo avrebbe potuto privatizzare la Rai, e ciò avrebbe tolto risorse industriali a Berlusconi. Ma non lo fece e da qui, in Cina, non si capisce perché. Paradossalmente oggi la più grande sfida mediatico/industriale (con impatti politici forti) a Berlusconi viene da un altro controverso tycoon, Rupert Murdoch, che con la sua Sky sta erodendo il potere industrial/politico di Fininvest dove fa più male… nel portafogli.

Nel complesso sono trascorsi 15 anni dalla prima vittoria elettorale di Berlusconi senza che una delle due parti sia riuscita a prevalere nettamente sull’altra o che si sia riusciti a raggiungere un compromesso sostanziale. I paradossi italiani sono ancora tutti lì e tutti enormi. Visti dall’esterno i giudici italiani riescono a scuotere la politica più dell’apparato giudiziario di qualunque altro paese democratico, ma Berlusconi ha un cumulo di poteri (appunto: presidenza del Consiglio, capo del più potente impero di media del paese) senza paragoni in altri paesi occidentali.

I giudici spiegano il loro potere con le malefatte altrui e di certo hanno meriti storici nel paese, quelli di avere salvato l’Italia e la sua democrazia dalla doppia sfida del terrorismo e della mafia. Per Berlusconi la storia è più contorta, perché si diede alla politica solo dopo che esponenti di sinistra avevano minacciato di distruggere il suo impero economico, nato all’ombra di Craxi, il leader socialista vittima illustre di Mani Pulite. D’altro canto l’incrocio di poteri industriali con quelli bancari, editoriali e politici è una caratteristica italiana di lungo termine, ed in altri posti sarebbe considerata incestuosa per la libertà di opinioni e del mercato. Nessuno delle forze in campo però vuole cedere una parte del suo potere per timore di essere ingannata e sopraffatta dalle altre. In altre parole, manca la fiducia reciproca per trovare una mediazione e manca una forza esterna che garantisca e imponga una mediazione o la prevalenza di qualcuno su un altro.

La storia del ’48 può essere letta certo come la vittoria della Democrazia Cristiana sui comunisti, ma anche sulla base del fatto che i comunisti accettarono l’esito elettorale, perché la DC era sostenuta dagli americani e c’era stata Yalta dove l’URSS rinunciava all’Italia, e il PC italiano si era piegato a questa cornice. Il ’68 in Italia fu tante cose ma anche uno sforzo da parte di settori sovietici, sostenuti da frange della sinistra italiana, di mettere in discussione l’eredità di Yalta e del ’48, mentre estremisti di destra volevano eliminare ogni patto raggiunto con la sinistra. La crisi del dopo l’89 in Italia scoppiò in pieno in effetti nel ’92, quando il presidente americano Clinton eliminò la riserva e il veto contro la vittoria elettorale del PC o dei suoi eredi. Per gli eredi di Togliatti c’era anche l’idea di riprendersi la vittoria elettorale che Usa e Urss avevano sottratto loro nel ’48 a causa di Yalta. Per gli altri, quelli che dal ’48 si erano opposti a Togliatti, c’era il timore di un redde rationem paventato per quasi 50 anni.

In effetti, le elezioni del ’94 e anche quelle successive dimostrarono che l’Italia, come tutti i paesi sviluppati, è dominata da settori moderati, se non proprio conservatori, al di là dei patti internazionali. Questa dovrebbe essere la grande lezione degli ultimi 15 anni, per tutti, destra o sinistra. Anche oggi la maggioranza degli italiani certamente vuole un compromesso, una soluzione mediana, non estremismi di destra, sinistra o anche centro. Ma i poteri che si giocano il Potere in Italia hanno timore l’uno dell’altro e non paiono disposti a compromessi mentre inseguono la vittoria, o la sconfitta, totale. Questo scontro potrebbe trascinare l’Italia nel baratro, cosa che si tirerebbe dietro l’Europa, visto che l’Italia è tante volte più importante della Grecia, paese oggi praticamente in bancarotta e che con questo suo crollo già da solo minaccia l’Unione europea.

In teoria occorrerebbe un governo di salvezza nazionale, che tuteli tutti, ma che a tutti spunti le unghie, e per dargli forza ed esservi forte Berlusconi dovrebbe rovesciare il tavolo ed essere lui stesso a proporlo. Il presidente Napolitano che in questi mesi è parso una roccia in mezzo alla burrasca, è certo l’uomo più adatto per guidare tale transizione. Lo farà? Riuscirà a farlo? Sarebbe seguito? In teoria è molto più facile che, come accade spesso in tali processi storici, semplicemente l’attuale deriva continui senza alcun freno, accumulando con il passare dei giorni e delle settimane tensioni e prospettive di disastri.

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22 dicembre 2009

fonte:  http://www.ilsussidiario.net/Approfondimenti/Politica/2009/12/22/DALLA-CINA-Caro-Berlusconi-la-crisi-dell-Italia-minaccia-l-Europa/57378/

LA LETTERA – «A 17 anni non ho voluto abortire. Ora sono senza casa con mia figlia» / Alemanno offre una accoglienza in struttura alla ragazza madre sotto sfratto

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la lettera

«A 17 anni non ho voluto abortire
Ora sono senza casa con mia figlia»

«Ho lo sfratto da un alloggio occupato. Alemanno mi aiuti»

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Cintamani Puddu
Cintamani Puddu

Giovane, diplomata, tanti lavori precari, lo stage a 400 euro al mese, il sogno di una casa: nonostante il nome di battesimo decisamente inusuale, la vita di Cintamani Puddu, la ventunenne romana autrice della lettera che pubblichiamo, a prima vista è simile a quelle di migliaia di altre sue coetanee in Italia. A fare la differenza è sua figlia Sita, avuta a soli 17 anni, e il suo coraggio nel fare di tutto per dare a quella «piccola famiglia felice» composta soltanto da loro due, stabilità e futuro. Cintamani e la sua bambina vivono in una casa occupata da cui stanno per essere cacciate, la famiglia di origine non può o non vuole aiutarle, la piccola rischia di essere affidata ai Servizi sociali, nonostante sia «una bambina serena», con una «madre disperata» che ha solo bisogno di un po’ di aiuto per guardare al futuro con serenità. E speriamo che chi ha il potere di farlo non si tiri indietro. Ecco la lettera scritta da Cintamani Puddu al sindaco di Roma Gianni Alemanno e, per conoscenza, al Corriere della Sera.

LA LETTERA – Non sono contraria, ma sapevo che dentro di me avevo la forzadi andare avanti e amavo già questa bambina, sapevo che ce la potevo fare e ho preso la mia coraggiosa decisione. Ho passato il mio diciassettesimo compleanno portando a testa alta il mio pancione e combattendo con tante persone che non condividevano la mia scelta. Come può immaginare all’epoca frequentavo ancora il liceo, mia figlia è nata nel novembre del mio 4˚ anno all’Istituto Tecnico Statale e per Geometri Federico Caffè. Mia madre non ha mai voluto aiutarmi con la mia bambina ma mi ha permesso di restare a casa con lei finché non mi fossi diplomata. Fortunatamente ho avuto tutto l’aiuto possibile da parte dell’istituto. Visto che all’epoca le assenze non erano motivo di bocciatura, ho passato il 4˚ anno studiando a casa e passando a scuola quando riuscivo a trovare qualcuno che tenesse la mia bambina qualche ora, e in quel tempo mi sottoponevo alle interrogazioni e compiti in classe che imiei compagni svolgevano durante la settimana. Ho studiato a casa, da sola e con una neonata. Quell’anno non ho avuto i massimi voti ma sono riuscita a passare senza debiti formativi. Il 5˚ anno è stato più «semplice», perché grazie all’inserimento di mia figlia all’asilo nido ho potuto frequentare le lezioni. La mattina portavo la mia bambina a scuola, poi mi andavo a lezione al mio istituto e tornavo a casa. Pensavo al mio fratellino e a mia figlia e la notte studiavo. Sono riuscita a diplomarmi nel giusto tempo e con ottimi voti. E’ stata dura, e come sempre sono orgogliosa di me. Dopo il diploma ho dovuto lasciare la mia casa.

La situazione in famiglia non era più sostenibile e sono dovuta andare via. Ho abitato per un anno a casa di una mia amica e del suo compagno, anche lei con una bimba dell’età della mia. Vivevamo in 5 in 2 stanze e io e mia figlia avevamo una «camera» improvvisata dividendo il salone con una libreria. Vi era lo spazio solo per il mio letto a soppalco con sotto la culla della mia bambina. Come era immaginabile, ho dovuto lasciare anche quell’alloggio. Mi sono ritrovata nella situazione di non avere un posto dove abitare. In quella situazione ho avuto la «fortuna » di occupare una casa popolare. Attualmente sto occupando a Roma un alloggio di proprietà dell’ATER, l’Istituto di Case Popolari. Sono residenza in Via Donna Olimpia 30, lotto I, scala A, Interno 4. E come potrà immaginare ho ricevuto lo sfratto. Ragazza madre, con un minore a carico e lavoratrice precaria, sembra che io non abbia i requisiti per ottenere un alloggio. Nell’anno passato ho guadagnato 7.900 euro. Io non so se lei immagina quanto sia dura per una famiglia normale permettersi un affitto con 2 stipendi, soprattutto con gli stipendi che purtroppo ci sono qui per noi gente normale. Io lavoro dal mattino alla sera e quando riesco anche la notte e nei week end. Ma nonostante questo non ho nessuna possibilità di potermi permettere un «normale» affitto.

In questo Paese si predica la proliferazione. Vedo continuamente servizi sul come «nascono pochi bambini » o «le persone non fanno più figli» o «i giovani restano a casa dei genitori troppo a lungo»: ogni volta, mi viene un malore al solo pensiero. Perché mai, e sottolineo mai, ho sentito un servizio del genere che dicesse la verità sul perché succede. Mantenere un bambino, in Italia, è diventato davvero difficile. Non posso permettermi nemmeno di andare dal dottore se sto male perché per me significherebbe perdere un giorno di lavoro e rischiare il posto. Per questo motivo un anno fa sono finita in ospedale con la broncopolmonite. L’assistenza sociale ha detto che l’unico aiuto che potrà dare sarà a mia figlia e non a me perché non ci sono i soldi necessari per inserirmi in una qualche struttura se resto senza alloggio. Sto rischiando di perdere la mia bambina per colpa… del Paese? Dell’economia? Dei soldi? E questo significherebbe non solo rovinare una madre, ma soprattutto rovinare un bambino. Non mi drogo, non ho nessun tipo di dipendenza o problema psicologico. Mia figlia è una bambina serena e io sono una buona madre. Se ritenessi di non fare abbastanza, abbasserei la testa e accetterei. Ma io torno a casa distrutta la sera. Io do tutta me stessa tutti i giorni. Sempre. Sono una madre disperata con una figlia meravigliosa, ho costruito una piccola famiglia felice. Sono una ragazza coraggiosa che ha bisogno di aiuto. Non voglio perdere la mia bambina e a quanto pare non posso farcela da sola. E non ho nessun altro a cui chiedere se non allo Stato.

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Cintamani Puddu
19 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_19/non_abortire_17_anni_28f0eeac-1d20-11df-b33e-00144f02aabe.shtml

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LA REAZIONE DEL CAMPIDOglio

Alemanno offre una casa
alla ragazza madre sotto sfratto

Cintamani Puddu ha scritto una lettera al Corriere e rivolta al sindaco di Roma

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Cintamani Puddu
Cintamani Puddu

ROMA – Sarà accolta da una struttura in via del Casaletto Cintamani Puddu, la ragazza madre che ha scritto al sindaco di Roma Gianni Alemanno perchè destinataria di un provvedimento di sfratto della casa che aveva occupato con la sua bambina. La sua lettera è stata pubblicata in prima pagina sul Corriere della Sera di oggi.

ALEMANNO – «Non sarà separata dalla sua bambina e verrà ospitata per 8 mesi dalla struttura di via del Casaletto, nella quale ci sono altri casi simili -ha annunciato il sindaco, che ha incontrato la ragazza in Campidoglio- lei avrà la sua privacy, la sua stanza di 30 metri quadri, e avrà accanto altre persone che l’aiuteranno. Inoltre, mi impegno affinchè fino a quando non verrà inserita in una graduatoria secondo le nuove normative e avrà una casa in base alle leggi noi la ospiteremo in questa struttura». Secondo il sindaco questa decisione è «un segnale che diamo a lei ma anche a tutte le ragazze madri, che a Roma non devono sentirsi sole – ha affermato – penso che casi come quello di Cintamani Puddu debbano essere tutelati perchè si tratta di ragazze che accettano la sfida di essere madri contro tutto e contro tutti. Vogliamo essere vicini a persone come lei, delle piccole eroine».

«NON ME L’ASPETTAVO» – Riguardo alla proposta del presidente dell’Ater Luca Petrucci che aveva chiesto ad Alemanno di firmare perchè la ragazza potesse rimanere nella casa che aveva occupato, «era una soluzione illegale che non dava alcuna certezza a questa ragazza – ha commentato il sindaco – abbiamo individuato invece una soluzione che la mette in una situazione di legalità e regolarità. Era una deroga illegale che non vogliamo e non possiamo dare. Queste persone – ha concluso – non devono vivere con occupazioni e mezzucci, ma seguendo la strada della legalità». Dal canto suo Cintamani Puddu ha voluto ringraziare tutte le persone che sono state disponibili ad aiutarla. «Non me lo aspettavo – ha detto – voglio mandare un messaggio a tutte le ragazze nella mia situazione, perchè siamo tante: facciamoci vedere».

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Redazione Online
19 febbraio 2010

fonte:  http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_febbraio_19/alemanno-ragazza-sfrattata-ospitata-8-mesi-via-casaletto-1602502542364.shtml