Archivio | febbraio 22, 2010

ECOLOGIA – “Falsi i dati sulle emissioni di C02”: Le auto in realtà inquinano di più

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“Falsi i dati sulle emissioni di C02”
Le auto in realtà inquinano di più

I numeri dichiarati dalle case automobilistiche non corrispondono al vero secondo un’inchiesta di Auto Motor und Sport. Dopo lo scandalo dei consumi ora si arriva al C02

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di VINCENZO BORGOMEO

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Le case automobilistiche non dicono il vero sulle emissioni di C02. Questa la sconcertante realtà dell’inchiesta appena pubblicata da Auto Motor und Sport, la più grande rivista di settore d’Europa. Una denuncia forte, ma in qualche modo scontata considerando il fatto che tutte, o quasi, le dichiarazioni sui consumi medi sono false. Dopo la famosa inchiesta di Autobild e quella di Quattroruote venne infatti dimostrato che in fatto di consumi ci sono differenze abissali fra quelli reali e quelli dichiarati: si va dal 17 al 47% in più. Ma non è solo una questione di inchieste: on line abbiamo ormai migliaia di testimonianze dei nostro lettori che denunciano come le proprie vetture (divise per marca e modello) non rispettino i consumi dichiarati. Un gigantesco blog interattivo dove i messaggi dei nostri lettori valgono più di mille discorsi.
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Detto questo, visto che le emissioni sono legate anche ai consumi era facile immaginare che anche in fatto di C02 ci potesse essere qualcosa di “strano”. Ma si trattava solo di supposizioni, appunto. Ora invece abbiamo una prima prova che testimonia come perfino le auto più virtuose in fatto di ambiente poi tanto virtuose non siano…
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I dati della tabella che pubblichiamo parlano da soli, ma  –  se possibile  –  il fatto che le case automobilistiche barino sui dati di emissioni è ancora più fastidioso. E già perché mentre con i consumi chiunque si può rendere conto che i dati dichiarai sono pressoché impossibili da replicare su strada, con la C02 queste è impossibile. Insomma, bisogna fidarsi…
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Il problema di tutto questo è il solito. Ossia la metodologia seguita per i test: la legge – in vigore in ben 50 Paesi – prevede infatti che i consumi e le emissioni di C02 per tragitti in città e su strada siano calcolati simulando il viaggio delle macchine su speciali rulli per un tempo complessivo di 1.180 secondi, circa 20 minuti: per 780 secondi si misura il consumo nel percorso urbano, per 400 secondi quello di un viaggio extraurbano; per un tempo massimo di 10 secondi si raggiunge invece la velocità di 120 chilometri orari.
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Condizioni inesistenti. Anche perché le case costruttrici hanno la possibilità di effettuare questi test con aria condizionata spenta e con modelli completamente privi di accessori, quindi in realtà non in vendita.

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VEDI TABELLE (pdf)

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Dite la vostra, come venir fuori da questa farsa?

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22 febbraio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/motori/ecoauto/2010/02/22/news/motori_inchiesta_c02_emissioni-2389831/

Phonemedia, Omega chiede il concordato e scoppia la rabbia dei lavoratori

http://portal.lombardinelmondo.org/lombardinelmondo/portal/nazioni/argurug/articoli/mondoeco/pehon_img/abstract

Momenti di tensione durante l’udienza davanti al tribunale di Novara
L’azienda richiede 60 giorni di tempo, provocando la protesta dei lavoratori

Phonemedia, Omega chiede il concordato e scoppia la rabbia dei lavoratori

Il giudice: “Entro 48 ore la decisione sul commissario straordinario”
L’annuncio di Letta: “Aspettiamo i verdetti, slitta il vertice di Palazzo Chigi”

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di SALVATORE MANNIRONI

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Phonemedia, Omega chiede il concordato e scoppia la rabbia dei  lavoratori Una manifestazione dei lavoratori Phonemedia

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Ancora 48 ore. I settemila lavoratori del gruppo Phonemedia dovranno attendere altri due giorni per sapere se un commissario straordinario potrà occuparsi dei loro cinque mesi di stipendio arretrati. Nell’udienza davanti al tribunale di Novara, come temevano i sindacati, il gruppo Omega si è infatti presentato con una proposta di concordato preventivo – la stessa strategia già messa in campo nella vicenda Agile ex Eutelia – e la richiesta di sessanta giorni di tempo per poterla articolare nel dettaglio, lasciando intendere di voler lavorare a possibili cessioni di ramo d’azienda.
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Sono bastate quelle poche parole dei legali dell’azienda a far saltare il tappo e la rabbia degli operatori che a centinaia da Novara, Gaglianico, Ivrea, Trino Vercellese e Monza, dopo un corteo per le strade della città, presidiavano il tribunale. Il “no” urlato ad alta voce e le grida dei lavoratori presenti hanno spinto il presidente a minacciare di far sgombrare l’aula e attimi di tensione ci sono stati anche all’esterno. A rappresentare il gruppo che da settembre ha rilevato la proprietà di quello che un anno fa era un colosso dei contact center e che ora è ridotto a un fantasma, c’erano gli avvocati. L’amministratore, Claudio Marcello Massa, ha inviato un certificato medico per giustificare la sua assenza per motivi di salute.
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Il tribunale ha preso atto delle istanze di insolvenza e della richiesta dell’azienda alla quale non ha però concesso il tempo richiesto, rinviando la decisione di sole 48 ore.
Netto il no della Cgil all’ipotesi del concordato preventivo: “Noi chiediamo il commissariamento e semmai in subordine il sequestro cautelativo- spiega Riccardo Saccone, della segretaria nazionale Slc – Abbiamo ribadito la richiesta di estromissione dall’azienda della proprietà poiché non c’è alcuna affidabilità né garanzia da parte della proprietà stessa. Confidiamo nel tribunale”. “Hanno chiesto un mese e mezzo di tempo per fornire la documentazione – ha aggiunto Tommaso Ferlinghetti, della Cisl nazionale -: un tempo esagerato”. La priorità per i lavoratori è un’amministrazione straordinaria che, perlomeno, avvii le pratiche per poter attivare da subito agli ammortizzatori sociali e tentare di recuperare da Omega gli arretrati, stipendi, contributi, quote tfr e quant’altro non è stato più versato da settembre a oggi.
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Il rinvio delle decisioni dei tribunali sui casi Agile ex Eutelia e Phonemedia ha causato anche lo slittamento del vertice in programma per domani a Palazzo Chigi. Il sottosegretario Gianni Letta ha fatto sapere che si attenderanno le prime decisioni dei tribunali prima di riconvocare il tavolo di settore. I rinvii preoccupano, sia perché le commesse si allontanano, sia perché nel frattempo il gruppo Omega, accantonati stipendi e annunciati piani di rilancio, sta portando avanti iniziative sui singoli call center. A Pistoia è avviata una trattativa per il centro Answers che dovrebbe essere ceduto con la formula dell’affitto di ramo d’azienda alla società Call & call (gruppo Costamagna).
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A Catanzaro, invece, proprio ieri mattina è partita, tramite Confindustria Calabria, un’iniziativa con la Regione per attivare la cassa integrazione in deroga. Il sindacato auspica più una soluzione di gruppo affidata a un commissario straordinario, una persona super partes che congeli anche i conti per evitare il rischio che l’azienda incassi gli introiti delle commesse e scarichi sullo stato i costi sociali e il peso degli ammortizzatori sociali.
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22 febbraio 2010
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MAFIA – Reggio C., giornalista minacciato “Non andare oltre”

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Reggio C., giornalista minacciato
“Non andare oltre”

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REGGIO CALABRIA “Non andare oltre”. Una lettera minatoria con pallini di fucile è stata recapitata al collega Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano della Calabria e corrispondente di Repubblica. Il gravissimo gesto di intimidazione è stato denunciato alla Squadra Mobile. Baldessarro è il quinto giornalista oggetto di minacce in poco meno di un mese. Dieci giorni fa è stata bruciata l’automobile di Antonino Monteleone, blogger e collaboratore del quotidiano online locale Strill.it.

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22 febbraio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/22/news/reggio_c_giornalista_minacciato_non_andare_oltre-2393247/?rss

INCHIESTA – Il sistema Caltagirone

Il sistema Caltagirone

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Dalle sfide al nord industriale alla conquista del sud; dall’acquedotto pugliese ai porti turistici di Sicilia, una storia imprenditoriale emblematica, all’insegna della Roma caput mundi, con tanti lati in ombra

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di Carlo Ruta

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Con la sua morte, Gaetano Caltagirone chiude in un certo senso l’album dei ricordi della dinastia romana. Ancora in vita costituiva in effetti l’emblema di un passato, mosso e ingombrante. Altri nomi della famiglia, con strategie affinate, sono entrati in gioco, hanno superato i passaggi più tortuosi del paese, mostrandosi oggi, tanto più oggi, in perfetta linea con i tempi. Con le sue disinvolture, Gaetano ha tracciato probabilmente delle coordinate, forse è stato pure un pioniere, percependo già, per esempio, l’importanza del binomio imprenditoria-giornali. Era tuttavia espressione di un mondo che è andato fuori tempo. Quelli che si sono fatti avanti, durante e dopo, non sono venuti allora a raccoglierne il testimone, ma, soprattutto, a rigettarne l’eredità, dichiarandosi diversi. Ma quanto lo sono nella sostanza? I Caltagirone, lungo i decenni hanno espresso un metodo, che si è tradotto man mano in un sistema di potere, in un ordine di cose. Hanno esercitato un’influenza forte e condizionante sull’informazione, oltre che sulla politica. La loro storia s’intreccia infatti con quella dei tanti giornali che sono finiti nelle loro mani. Hanno fatto quindi scuola. E da tale scuola, forse, ha potuto trarre qualcosa pure Silvio Berlusconi. Oggi fanno capo alla famiglia romana il Messaggero, il Mattino di Napoli, il Gazzettino di Venezia, il Corriere Adriatico, il Nuovo Quotidiano di Puglia, il quotidiano gratuito Leggo, altre testate ancora. I destini degli imprenditori romani restano saldati comunque ai business industriali che più contano, alla finanza, alla borsa, alle sedi del potere reale. E per definirne i modi è il caso di fare, anzitutto, un po’ di storia.

Il passato si è  snodato sugli sfondi della prima Repubblica, che i Caltagirone hanno superato abilmente, seppure con qualche danno, legato maggiormente alla vicenda Italcasse: finita, come è noto, con una plenaria assoluzione. Proveniente dalla Sicilia, da Palermo, la dinastia costituiva, già allora, una istituzione della capitale: discretamente protetta dalle circostanze, in grado di contare decisivamente nel teatro dell’economia italiana, e non solo, quando il cemento erompeva su tutte le linee, fino a permeare di sé la finanza e a fare aggio sull’imprenditoria padana del miracolo industriale. Era tuttavia altra cosa, perché del tutto particolare era lo stile, la visione delle cose che animava taluni componenti della famiglia romana, Francesco Gaetano in primo luogo, detto Franco, il quale, cresciuto in relativa sordina nel business delle costruzioni, nei primi anni ottanta ne diventava la mente strategica. L’attenzione mediatica veniva attratta in quegli anni da elementi più mossi della famiglia: da Francesco Bellavista, diviso fra scommesse edilizie e mondanità, come dal più pittoresco Gaetano, pure lui costruttore di rango, su cui circolava un’ampia aneddotica, fino a oggi inesausta. I Caltagirone del tempo, a dispetto delle diversità, che non erano da poco, recavano comunque una comune consuetudine: la contiguità strettissima con il potere politico della capitale, in particolare con la componente democristiana di Giulio Andreotti, che più di ogni altra, in quelle stagioni, andava combinandosi con lo Stato, sullo sfondo di alcuni affari strategici, sui quali aveva peraltro puntato lo sguardo il cronista Mino Pecorelli.

Franco riusciva a fare la differenza in una famiglia che già costituiva un fatto a sé. Volava in effetti là dove solo i più audaci dell’imprenditoria italiana potevano: lungo prospettive capaci di garantire, dopo le disillusioni del decennio settanta, guadagni consolidati, a partire da quelle che combinavano appunto edilizia e finanza. Nei primi anni ottanta, avocava a sé, per farne un ariete a tutto campo, la Vianini Spa, operante su scala globale nel comparto delle grandi infrastrutture. Deciso altresì a giocare risolutivamente la carta di Roma caput mundi, nei primi anni novanta si aggiudicava, in lizza con gli Agnelli, la torinese Cementir, terza società italiana nel settore cementiero. In quella stagione, che vedeva tramontare l’egemonia democristiana sullo Stato, l’imprenditore della capitale entrava quindi, d’impeto, nel top dei potenti del paese, mentre il cugino Gaetano, rientrato in Italia dopo l’assoluzione, riduceva il passo per smarcarsi dalle cronache e da ogni altra possibile attenzione. Per alcuni settori dell’opinione pubblica, serviti dall’informazione amica, o di famiglia, ma non solo, Franco costituiva il Caltagirone migliore. Tale era ritenuto del resto dalla stessa sinistra, quella più istituzionale almeno, per la duttilità e le aperture con cui il costruttore romano si proiettava sul nuovo corso della Repubblica, pure sotto il profilo dell’informazione: offrendo soccorso, per esempio, a giornali di diversa ispirazione, da «Paese sera», contiguo al Pds, al «Sabato», di osservanza andreottiana. Il nuovo re del cemento costituiva in realtà una sfinge, contro la quale perdevano vigore i vecchi paradigmi, giacché dentro le mura di quell’impero, pur con riguardo per la tradizione, andava pianificandosi un futuro di traguardi, di concerto ancora con la politica, ma con approcci differenti.

Come tutta l’imprenditoria del paese, Franco Caltagirone, aveva dovuto fare i conti con una situazione magmatica e imprevista, che aveva finito per sedimentare le politiche berlusconiane. Il suicidio di Raoul Gardini aveva aperto, per certi versi, il rendiconto di un’epoca, che insisteva, un decennio dopo, ancora emblematicamente, con lo scandalo Parmalat di Callisto Tanzi. Venivano incrinati in sostanza miti tenacissimi, a partire da quello che aveva fatto di Milano la capitale morale, oltre che economica, del paese. La cosiddetta seconda Repubblica, nel rimescolare le carte, è divenuta allora lo scenario giusto perché la famiglia romana, pur sempre divisa, potesse consolidare le proprie sfide. Franco Caltagirone non ha fatto partita comune con Berlusconi, né si è posto su quella specie di Aventino che vede arroccati, cauti e dubitanti, alcuni ambiti della finanza e dell’economia reale. Si è mosso nondimeno da protagonista, fedele, ma in modo nuovo appunto, al «rito romano» che la famiglia, per quanto con modalità distinte, aveva sempre osservato. Ha puntato in effetti su una politica duttile, mediana, in grado di spostamenti a tutto campo, ritrovandola infine, nuova di conio ma erede anch’essa di una storia, nel partito di Pierferdinando Casini. Ed è la vicenda di questi anni.

Da quando esordiva come Ccd, l’Unione centrista ha espresso uno stile, con effetti non da poco al sud, dove è riuscita ad esercitare un’influenza di tipo dirigistico su ambiti strategici dell’economia. Facendo tesoro di un certo passato, che non evoca solo l’andreottismo meridionale, ha finito in sostanza per «specializzarsi», investendo con calcolo sui disegni di riequilibrio sollecitati dalla UE, in ambiti come l’acqua, le energie, i rifiuti, le infrastrutture. Ne sono un po’ l’emblema i processi di «modernizzazione» avviati in Sicilia da Salvatore Cuffaro e i grandi appalti che si sono avvicendati in Calabria sotto l’egida di Lorenzo Cesa. Dovrebbero esserne altresì un risvolto, ai livelli più interrati, i business interregionali, garantiti ancora dai contributi UE, testimoniati da Francesco Campanella, già star nascente dell’Unione. Le cronache degli anni zero suggeriscono beninteso che il partito di Casini, nella coalizione di riferimento, ha avuto a che fare con competitori agguerriti, in tutte le aree del Mezzogiorno. La vicenda ondivaga dei Mastella, i tentativi di dar vita a un partito del sud, l’autonomismo di Raffaele Lombardo, dicono quanto sia complessa in realtà la trama degli interessi. A dispetto di alcuni inevitabili rovesci qui e là, come nel caso di Cuffaro, l’Udc regge tuttavia sulle linee essenziali. Avanza altresì nuove pretese. Mentre rilancia infatti, con discrete virtualità, l’idea di un grande centro, non ha esitato a rompere l’accordo con le destre, sempre più ripiegate peraltro, con l’avallo condizionante della Lega, sul dirigismo padano. Franco Caltagirone, mossosi ancora una volta con accortezza, può contare, come è evidente, su un partito sufficientemente romano, che negli attuali frangenti si propone, sotto il profilo degli affari, come un capitale politico fra i più spendibili.

Sollecitato dall’estendersi delle bolle immobiliari, in Italia come altrove, l’imprenditore romano ha percorso l’ultimo decennio con il rovello della diversificazione, che si è tradotta, fra l’altro, in una ulteriore incetta di testate, dal «Messaggero» al «Gazzettino». E in tale quadro gli è venuto naturale rilanciare la sfida al settentrione, con investimenti a tappeto in varie aree, a partire comunque dal nord-est, dove ha trovato un sostenitore veemente nel sindaco di Venezia Massimo Cacciari. Oltre che clamore, gli arrembaggi finanziari alla Bnl e alla Rcs hanno fatto tuttavia la differenza, testimoniando peraltro, di riflesso, quando lo stile del costruttore abbia fatto testo. Più ancora dei cugini, che pure, come nel caso di Francesco Bellavista, non sono rimasti inerti, Franco Caltagirone ha incarnato in effetti il mito della liquidità finanziaria, la forza del contante, del cash, da cui hanno tratto insegnamento, per esempio, quel Danilo Coppola e quello Stefano Ricucci che con pressappochismo hanno condiviso con lui alcuni blitz sulla finanza settentrionale. Gli esiti di quelle vicende, davvero esemplari, sono noti. Se i parvenu non hanno avuto scampo, lasciandosi dietro l’onta del carcere, Francesco Gaetano ha potuto trattare e ottenere, nel 2008, l’ingresso al più potente gruppo di assicurazione in Europa: le Generali. Ha potuto bruciare altresì un ulteriore traguardo, di rilievo non minore, acquisendo una quota di prestigio del Monte dei Paschi, che gli è valsa, in un solo colpo, la vice presidenza del gruppo e la contiguità strategica con alcune multinazionali che, con quote altrettanto significative, recano rappresentanza nel board del medesimo, come, attraverso Axa, la francese Suez Gaz de France, leader mondiale nel business dell’acqua.

L’acqua evidentemente non è un dettaglio. Pure nella vicenda Caltagirone, come è nelle regole di questi tempi, il circuito va chiudendosi con i profitti e le utilities dell’oro blu, giacché proprio questa è la nuova frontiera di Francesco Gaetano, oltre che il punto di ricongiunzione del medesimo con altri esponenti della dinastia. La testa d’ariete è costituita nello specifico dall’Acea, che l’imprenditore romano è riuscito a sottrarre di fatto, con il nulla osta di Alemanno, al controllo del comune di Roma, per farne, appunto, un agile strumento di penetrazione: ben oltre i confini regionali, se si considera che ha già messo radici in Toscana, in Umbria, in Campania, in Puglia. Ma l’Acea non è sola, trovandosi in gioco la Acque Blu Fiorentine, che la famiglia romana controlla tramite la Società italiana per i lavori marittimi, mentre sull’arena del nuovo business, corroborato come è noto da propositi di finanziamenti della UE, che per i prossimi decenni dovrebbero ammontare a circa 50 miliardi di euro, ritorna, con il controllo della storica Acqua Marcia, Francesco Bellavista. Per il gruppo Caltagirone, in particolare per Francesco Gaetano, si profilano allora percorsi di partnership inediti, con risvolti in sede internazionale, mirati comunque a chiudere nel modo più profittevole la corsa alle risorse idriche in Italia, a partire dal centro-sud, dove, ancora, tutto appare in discussione.

La famiglia Caltagirone non poteva pretendere di più, ponendosi in un girone d’affari che insiste a progredire pure in tempi di crisi. Ha dovuto fare i conti beninteso con gli stranieri, che recano motivi per far pesare il loro status in sede internazionale. Ma li ha fatti secondo tradizione. Nel panorama italiano Suez costituisce un fatto consolidato, in competizione con Veolia e la spagnola Aqualia, venute a patti a loro volta con altri protagonisti del cemento: dai Pisante di Puglia, proprietari di Galva, al siciliano Pietro De Vincenzo. In ogni caso, nell’accordarsi, Francesco Gaetano è stato risoluto nel non cedere il passo. Con pienezza riesce a dirigere infatti le politiche di Acea, di cui possiede solo il 7 per cento, quando la multinazionale francese ne detiene una quota di molto superiore. Fedele alla propria storia, Caltagirone propone in realtà strategie di attacco che possono ben meritare la condivisione di Gaz de France, come nel caso di Acquedotto Pugliese, già amministrato dal Tesoro, che il costruttore, proprio attraverso Acea, intende trarre a sé, di concerto con il partito di Casini e alcuni interlocutori forti, divisi fra Pd e Pdl. Si tratta della struttura più grande d’Italia, in grado di rifornire di acqua più regioni. Per guadagnare terreno nel Mezzogiorno l’operazione pugliese, rimasta fino a oggi senza esito per l’opposizione tenace della giunta regionale, può essere assunta quindi come strategica.

Si tratta di una vicenda sintomatica, dei modi in cui i Caltagirone sono andati posizionandosi al sud, in senso lato. È opportuno definire allora, da una prospettiva esemplare, quanto è avvenuto di nuovo e di diverso. Con le politiche di integrazione UE, l’introduzione dell’euro, l’avvicendarsi delle privatizzazioni, con l’avvento infine della crisi globale, che sta influendo non poco sui destini economici del Mediterraneo, pure nell’ambito della famiglia romana si proceduto a sensibili cambi di paradigma. E nel fluire di tali aggiustamenti una considerazione inedita è stata riservata alla Sicilia. È la storia di questi anni, all’insegna di una incalzante occupazione, che è stata pianificata soprattutto, in sintonia con gli spostamenti Franco, da Francesco Bellavista, attraverso il gruppo Acqua Marcia, di cui ha assunto da oltre un decennio la leadership. Il Caltagirone ha fatto business a tutto campo, a partire dall’industria turistica. A Palermo, ha avocato a sé Villa Igea e il Grand Hotel des Palmes. A Taormina ha acquisito il San Domenico. A Catania sta trattando l’acquisizione della Perla Jonica, già proprietà del costruttore Costanzo. Gli affari più vistosi, legati ancora al turismo elitario, riguardano comunque le strutture portuali. Sotto l’egida di Acqua Marcia vanno allestendosi infatti scali turistici a Siracusa, Catania, Mazara del Vallo, in altre località della costa sud. Ma quale è il significato di tali operazioni?

L’imprenditore, che, significativamente, è stato insignito dall’ateneo catanese di una laurea honoris causa, ha visto bene, giacché le cose nel Mediterraneo evolvono in modo vertiginoso. Gli accordi che sono seguiti al patto di Barcellona del 1995 hanno modificato gli scenari complessivi, con l’apertura di numerose aree di scambio. Tangeri, sede di una Free Zone fra le più nevralgiche, si appresta a divenire il primo porto d’Europa e uno dei maggiori al mondo. La sponda nordafricana, ancorandosi a India e Cina, ha reagito in modo esemplare ai rovesci finanziari che hanno sconvolto l’Occidente. In gran parte dei paesi del Maghreb, oltre che del Vicino Oriente, ancora dopo i rovesci di Dubai, che pure hanno influito non poco sui trend, il saldo del PIL è rimasto infatti positivo. Le sollecitazioni al protezionismo appaiono in sostanza esigue e sormontabili. Francesco Bellavista ha motivo allora di scommettere su una Sicilia che di qui a pochi anni, a partire soprattutto dalla costa meridionale, potrà essere utilizzata come una straordinaria pedana di lancio in direzione del Nord Africa, in tutti i sensi. Francesco Gaetano, più dotato di senso strategico ma attento all’estro del cugino, per adesso non si esprime, mantenendo nell’isola una presenza sottintesa, che nella vicenda delle acque potrebbe essere rilevabile da alcuni passaggi dell’avvocato Luigi Pelaggi, membro dal 2009 del Cda di Acea, già incaricato dal governo a gestire l’emergenza idrica nelle Eolie. Tutto lascia pensare comunque che pure il Caltagirone più facoltoso e quotato stia disponendosi, come è nel suo stile, a puntate decisive.

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Fonte: domani.arcoirs.tv

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Web, blog e censura

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Web, blog e censura

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di Leonardo Tondelli

tutti gli articoli dell’autore

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Accadde qualche anno fa: stavamo scegliendo l’aspirapolvere. C’era una marca che conoscevamo sin da bambini: tutti ce ne avevano sempre parlato come il non plus ultra; sapevamo che costava un po’ di più ma che probabilmente ne sarebbe valsa la pena. Insomma, ormai ci eravamo decisi.

Poi però siamo andati su Internet. Abbiamo visitato un sito di recensioni, non ricordo quale – ce n’è più d’uno, e non danno alcuna garanzia d’affidabilità. Ci scrive gente normale, che decide di pubblicare on line il proprio punto di vista su un aspirapolvere, o una lavatrice, o un automobile, facendo spesso scempio di sintassi e ortografia. Però sono persone vere, che nessuno paga per parlare bene di un prodotto; se condividono il loro parere è per il solo gusto di farlo. Bene, queste persone normali distrussero la fama del prestigioso elettrodomestico nel giro di cinque minuti. Leggemmo che era un affare ingombrante e inutilmente costoso, che l’assistenza era un calvario, ecc. Così non lo comprammo. Magari ci siamo sbagliati, le recensioni on line non sono più attendibili dei pareri di amici e conoscenti. Ma riflettono le opinioni di un insieme più vasto di persone. In fondo non abbiamo fatto altro che sostituire a un sentito dire (“l’aspirapolvere X è buono perché me l’ha detto un cugino, o un collega, o un vicino di casa”) un altro sentito dire (“X è scarso perché ne parlano male 9 recensioni su 10”), che ci sembrava più affidabile perché più condiviso.

Ah, dimenticavo: le recensioni erano tutte rigorosamente anonime. Non è difficile capire il perché. Tutti abbiamo il diritto di parlare bene o male di un prodotto, ma scrivere dello stesso prodotto comporta un rischio che in Italia non sono disposti a correre nemmeno i quotidiani. Anche le testate più critiche nei confronti dei politici più potenti si guardano bene dall’attaccare esplicitamente aziende che possono ritirare la pubblicità o mettere in mezzo gli avvocati. Capita così che sulla carta stampata sia più facile criticare il Presidente del Consiglio che parlare male di un aspirapolvere. Certo, Internet ha un poco cambiato le cose. Ha dato a tutti uno spazio per esprimerci; e, cosa non meno importante, ci ha dato la possibilità di farlo in modo anonimo. Ha regalato a tutti una maschera, un avatar, un profilo vuoto da riempire. Per un po’ è stato fantastico.

Ma probabilmente era illegale. Questa maschera, come molti giornalisti esperti non cessano di farci notare, internet l’ha regalata anche a mitomani e diffamatori. A nessuno piace trovare su una pagina web falsità o cattiverie sul proprio conto: tanto più a chi gestisce un’azienda, e che spesso non sa ancora come reagire ad attacchi che in Italia fino a poco fa erano una novità. Per esempio: una settimana fa la blogger Sybelle ha avuto un’esperienza che chiunque scriva su un blog considera tra i suoi incubi peggiori: perdere l’accesso al suo sito personale. Cos’era successo? Qualche mese prima un anonimo aveva lasciato un commento lesivo della reputazione di un marchio d’abbigliamento. L’azienda titolare del marchio, invece di chiederne la rimozione a Sybelle, coinvolge WordPress, il servizio di hosting (in pratica i proprietari dello spazio web concesso a Sybelle). Così, per impedire la lettura di un commento anonimo, WordPress oscura l’intero blog. Apparentemente le norme d’utilizzo glielo consentono.

A questo punto entra un gioco un fattore che l’azienda e il servizio di hosting non avevano calcolato: la solidarietà di decine di utenti che si sono immediatamente messi nei panni di Sybelle. Il caso è approdato su blog e social network, creando un fiume di interventi che ha preso diverse direzioni. Da una parte la polemica con WordPress (che dopo qualche giorno ha rimesso on line il blog, eliminando soltanto il pezzo in cui era apparso il commento incriminato). Dall’altro, il marchio di abbigliamento. Il famigerato commento, ripescato su google, è stato ripubblicato sul popolare blog del giornalista dell’Espresso Alessandro Gilioli. A quel punto i responsabili dell’azienda si sono resi conto di avere amplificato a dismisura la visibilità di un oscuro commento dimenticato da mesi su un blog personale, e hanno addirittura chiesto scusa. Purtroppo per loro la credibilità di un marchio non si ripristina così facilmente come l’accesso a un blog. (Per un resoconto più dettagliato sulla vicenda vedi MyWeb 2.0); per una riflessione più articolata vedi Punto Informatico).

L’anonimato di internet è un problema. Inutile negarlo. Ma sbaglia chi crede di poterlo risolvere in maniera repressiva, con l’abolizione dell’anonimato o altre misure impraticabili. Internet è un universo fluido (la metafora della navigazione è ancora la più azzeccata): invece di piantare paletti e alzare steccati, a volte basta seguire la corrente. Se uno sconosciuto parla male di te, ignorarlo è sempre l’opzione migliore. E bisognerebbe comunque evitare di farsi troppi nemici… in pratica, le regole che abbiamo imparato nel cortile della scuola sono ancora le migliori per farsi rispettare sul web. Almeno, questa è una mia teoria. Non è detto che sarà così per sempre. Forse un giorno le aziende riusciranno a imporre quel rispetto un po’ omertoso che già vige nel nostro giornalismo. Perdonatemi se quel giorno non canterò vittoria. Certo, nessun anonimo potrà più permettersi di offendere me e il mio lavoro. Ma probabilmente possiederò un aspirapolvere ingombrante e inutilmente costoso.
(leonardo.blogspot.com)

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22 febbraio 2010
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Fiat, continua presidio a Fma di Pratola Serra

Fma, la Polizia disperde il presidio dei lavoratori

Fiat, continua presidio a Fma di Pratola Serra

lunedì 22 febbraio 2010 11:57
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NAPOLI (Reuters) – Dopo che ieri un gruppo di operai ha cercato di impedire l’accesso di Tir, provocando l’intervento della polizia, continua oggi e per i prossimi giorni il presidio di protesta davanti alla Fma di Pratola Serra, nell’Avellinese, dove 1.600 lavoratori che producono motori per Fiat sono in cassa integrazione straordinaria.

Lo riferisce un sindacalista.

La Fma produce motori di segmento medio-alto per vettore Fiat e in passato anche per General Motors.

I dipendenti sono in cassa integrazione straordinaria in deroga dal 15 ottobre scorso, dopo 50 settimane di Cig, ha detto Giovanni Sgambati della Uilm Campania. In media, gli operai lavorano una settimana al mese.

La società, controllata da Magneti Marelli (gruppo Fiat), ha a sua volta un indotto che coinvolge circa un migliaio di lavoratori, non solo in Campania, ha detto Sgambati.

Oggi, riuniti in assemblea coi sindacati, i lavoratori hanno deciso di mantenere il presidio di protesta almeno fino a venerdì, quando a Roma, al ministero dello Sviluppo Economico, ci sarà un nuovo incontro sul destino degli impianti Fiat in Italia.

“Mentre per Pomigliano c’è un’idea di prospettiva, (con la produzione de) la Panda, per Pratola Serra non si ha idea di cosa succederà”, ha detto Sgambati, riferendosi allo stabilimento Fiat campano di Pomigliano d’Arco.

“Se si ridimensiona Fma si ridimensiona anche tutto il settore dell’auto in Italia”.

— Sul sito http://www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

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fonte:  http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE61L0D320100222

India, scontri tra indù e cristiani per un ritratto blasfemo di Gesù

L’immagine di Cristo con un boccale di birra e una sigaretta in mano è comparsa su un libro per le scuole elementari. Protesta e violenze nel Punjab

India, scontri tra indù e cristiani
per un ritratto blasfemo di Gesù

Aggressioni e due chiese protestanti rase al suolo

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 India, scontri tra indù e cristiani per un ritratto blasfemo di  Gesù  L’immagine delle polemiche

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ROMA – Violenti scontri sono scoppiati in vari stati dell’India e due chiese protestanti sono state incendiate e rase al suolo, in seguito della diffusione, prima sulle pagine di un libro per le scuole elementari e poi su altri media, di un ritratto blasfemo di Gesù, raffigurato con una bottiglia di birra e una sigaretta in mano. Lo riferisce l’agenzia vaticana Fides, citando fonti locali.

La protesta – precisa la Fides – ha infiammato soprattutto il Punjab, nel nordovest dell’India, dove il ritratto è stato esposto per le vie delle città di Jalandhar e Batala. Alcuni giovani cristiani sarebbero stati coinvolti in una rissa per aver tentato di rimuovere le immagini esposte in un mercato, venendo aggrediti da un gruppo di estremisti indù. La violenza si è poi estesa all’intera città.

Esponenti dei movimenti estremisti indù sono scesi in strada armati e hanno incitato alla violenza contro i cristiani. Due chiese protestanti sono state attaccate, incendiate e rase al suolo. I pastori che ne erano responsabili sono stati aggrediti e percossi, e le loro case saccheggiate.

All’origine delle tensioni, l’immagine blasfema riprodotta su un libro per le scuole elementari edito dalla Skyline Publications a New Delhi e adottato nelle scuole indiane: un Gesù Cristo con birra e sigaretta, qualificato come un “idolo”. Se ne erano accorte alcune suore cattoliche di Shillong, nello Stato di Meghalaya, nel nordest, chiedendo subito alle autorità competenti il ritiro del testo dalle scuole. Richiesta subito accolta dal governo dello Stato ma non ben accetta agli estremisti che hanno affisso l’immagine nella pubblica via. Al termine degli scontri – riferisce ancora la Fides – alcuni cristiani accusati di essere coinvolti negli scontri sono stati fermati dalla polizia, mentre nessun estremista indù è stato arrestato.

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22 febbraio 2010
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Turchia: 40 arresti per complotto militare contro il governo islamista

Lo ha annunciato il primo ministro Erdogan

Turchia: 40 arresti per complotto militare contro il governo islamista

In manette 14 alti ufficiali legati a un piano riconducibile alla rete Ergenekon per screditare l’esecutivo

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Il premier Ergodan (Reuters)
Il premier Ergodan (Reuters)

ANKARA – Alta tensione in Turchia per un presunto complotto militare per rovesciare il governo islamista dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), che ha portato all’arresto di una quarantina di persone, tra le quali alti ufficiali delle Forze armate, da sempre baluardo della laicità kemalista dello Stato turco. «Oltre 40 persone sono state fermate», ha annunciato lo stesso primo ministro Recep Tayyp Erdogan.

COMPLOTTO – All’alba sono scattate le manette per 14 alti ufficiali, accusati di fare parte dell`operazione Balyoz («Martello» in turco), tra questi l’ex comandante dell’Aviazione, Ibrahim Firtina, il generale Engin Alan e altri dieci ufficiali più due militari in pensione: i generali Cetin Dogan e Suha Tanyrli. Oltre ai militari, fra gli arrestati c`è anche Ozden Ornek, ex capo della Marina militare e autore di alcuni diari controversi nel 2004 che parlavano di un golpe in preparazione da parte di quattro alti gradi dell`esercito.

ERGENEKON – Stando alla stampa locale, il complotto sarebbe ricollegabile a Ergenekon, l`organizzazione segreta che avrebbe come obiettivo la destabilizzazione del Paese e del governo: almeno 300 persone sono attualmente sotto processo accusate di far parte di Ergenekon. Secondo l’accusa, il gruppo ha eseguito alcuni omicidi politici e ne pianificava altri, tra cui quello del premier. Gli oppositori di Erdogan ritengono invece che il presunto piano golpista sia in realtà stato ideato da ambienti filogovernativi per creare consenso nei confronti del governo.

PIANO – Il primo a rendere noto il piano Balyoz fu il quotidiano Taraf, secondo il quale il piano aveva lo scopo di creare il caos nel Paese con atti di violenza e terrorismo. La stretegia era far esplodere bombe nelle moschee, attaccare con ordigni incendiari i musei e far precipitare un aereo di linea turco per far sembrare che fosse stato abbattuto da un caccia militare greco. Scopo finale del piano, sempre secondo Taraf, era quello di fare pressione sull’Akp e screditarlo dimostrando che non era in grado di proteggere la popolazione.

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Redazione online
22 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_febbraio_22/turchia-complotto-militare_440cf7c8-1fbc-11df-b445-00144f02aabe.shtml

Svolta in Arabia Saudita: le donne avvocato potranno esercitare in tribunale

Svolta in Arabia Saudita: le donne avvocato potranno esercitare in tribunale

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di Marigia Mangano

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https://i1.wp.com/www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/ARCH_Immagini/Mondo/2010/02/donne-arabe-324x230.jpgPer anni hanno svolto la loro professione soltanto in specifici servizi giudiziari riservati alle donne. Ma a breve le “avvocatesse” dell’Arabia Saudita potrebbero essere autorizzate ad esercitare la loro attività anche in tribunale. L’indiscrezione, che è clamorosa per un paese conservatore come l’Arabia saudita che applica la sharia con una netta separazione tra uomini e donne, è stata riferita ieri alla stampa dal ministro della giustizia Mohammed al Issa e nella sostanza va ad eliminare, seppur parzialmente, dei paletti rigidi che per decenni hanno caratterizzato il sistema del paese. Il ministro ha infatti dichiarato che il dipartimento di riferimento avrebbe allo studio una normativa che consentirebbe alle legali – che attualmente possono esercitare la loro attività esclusivamente in alcuni servizi giudiziari riservati alle donne – di occuparsi di particolari cause legate al diritto di famiglia. Nello specifico alla categoria delle avvocatesse potrebbe essere riservata la rappresentanza delle donne in tribunale nell’ambito delle cause legate ai divorzi, oppure a quelle relative all’affidamento dei figli o ancora in materia di pensione. Un ambito, dunque, che resta limitato, ma che garantirà per la prima volta il debutto delle donne nei Tribunali dell’Arabia Saudita, paese dove tutti i giudidi sono rigorosamente uomini. Oltre a questa normativa, in Arabia Saudita è in corso una riforma della giustizia con la creazione di tribunali specializzati, anche in affari familiari, in cui potranno esercitare anche le donne avvocato.

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21 febbraio 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2010/02/donne-avvocato-arabia-saudita-esercitano-tribunale.shtml?uuid=eb287dcc-1efc-11df-973b-d71534057fb5&DocRulesView=Libero

20 anni fa moriva Sandro Pertini, il presidente più amato dagli italiani

Amava il Quirinale ma non ci andò mai ad abitare

20 anni fa moriva Sandro Pertini, il Presidente più amato dagli italiani

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Roma, 21 feb. – (Adnkronos) – Giornalista, combattente della Grande Guerra, medaglia d’argento al valor militare, partigiano, parlamentare membro della Costituente, presidente della Camera ma sopratutto uomo politico capace di innovare la figura e di reinterpretare il ruolo del capo dello Stato, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “presidente più amato dagli italiani”. Sandro Pertini(nella foto), di cui il prossimo 24 febbraio ricorre il ventesimo anniversario della morte, è stato tutto questo ma, soprattutto, proprio dal Quirinale è stato un interprete dei sentimenti, dei timori, dei bisogni, delle aspirazioni dell’Italia di allora. Pertini rimane un personaggio più che una personalità, una figura familiare ancora scolpita nella memoria collettiva del Paese, che lo amò per la sua semplicità e per quel suo saper dire, dall’alto del suo scranno presidenziale, le cose che tanti italiani pensavano.

Nato a Stella San Giovanni in provincia di Savona il 25 settembre del 1986, a ventuno anni si guadagnò la medaglia d’argento al valor militare per aver combattuto sull’Isonzo nella guerra del 15-18. Nel primo dopoguerra aderì al Partito socialista e si contraddistinse per la sua opposizione al fascismo, tanto da essere costretto, a causa della sua militanza politica, a lasciare l’Italia dopo essere stato condannato a otto mesi di carcere. Cominciò da lì il suo esilio in Francia, dove proseguì l’impegno antifascista che nel 1929 lo riportò in Italia sotto falso nome. Venne catturato, arrestato e condannato prima alla reclusione e in seguito confinato nell’isola di Ventotene.

Con lo stesso impeto, Pertini si impegnò nella lotta partigiana che continuò dopo la caduta del regime fascista nel 1943 nella battaglia di Porta San Paolo a Roma, mentre parallelamente cominciava insieme a Pietro Nenni la rifondazione del Partito socialista. Catturato dalle Ss e condannato alla pena capitale, riuscì a sfuggire alla morte per l’intervento dei partigiani del Gap che lo liberarono. Nell’Italia repubblicana venne eletto deputato all’Assemblea Costituente e poi senatore nella prima legislatura per tornare nuovamente alla Camera, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Dal 1968 al 1976 fu chiamato alla guida della Camera che lo lanciò verso il Quirinale l’8 luglio 1978, eletto come settimo presidente della Repubblica con una maggioranza record di 832 voti su 995.

Il suo settennato si pose forse nel periodo storico più difficile dell’Italia post bellica: il Paese ancora scosso dal sequestro e dall’omicidio di Aldo Moro, era attraversato dalle lotte operaie e studentesche e destabilizzato dalla minaccia del terrorismo e dalle bombe. La figura di Pertini, la sua fermezza, il rigore morale, contribuirono a tenere unito il Paese di fronte alle incursioni delle Br o agli spaventosi attentati come la strage di Bologna nel 1980. Nello stesso anno riecheggia l’appello “Fate presto” che Pertini pronuncia dopo aver visitato le zone del rovinoso terremoto in Irpinia, che prelude alla denuncia televisiva a reti unificate sulla lentezza delle operazioni di soccorso, sull’inefficienza e l’inadeguatezza del sistema di aiuti che tra mille ostacoli, anche di natura organizzativa e logistica, faticò moltissimo a mettersi in moto.

Spontaneo e per questo apprezzato dai suoi concittadini, Pertini non si lasciava ingabbiare dal protocollo e non perdeva occasione per sfuggire al ferreo cerimoniale imposto al capo dello Stato. Scelse di non alloggiare al Quirinale e mantenne la residenza nel suo appartamento a Fontana di Trevi, dove continuò a vivere con la moglia Carla Voltolina, tra l’affetto degli abitanti e i commercianti del quartiere con i quali, non di rado, si fermava a chiacchierare.

Pronto al saluto, alla battuta, Pertini fu anche il presidente del Mondiali di calcio nel 1982, quando l’Italia guidata da Enzo Bearzot tornò dalla Spagna con il titolo. Sull’aereo presidenziale, Pertini ‘costrinse’ un taciturno e intoverso friuliano come Dino Zoff a giocare in coppia con lui a scopone scientifico, contro il ‘barone’ Franco Causio e il ct della nazionale.

“Grazie allo slancio ideale, alla esemplare rettitudine, all’inconfondibile tratto di umana schiettezza e alla straordinaria capacità di comunicare, che lo caratterizzarono, Pertini è riuscito ad avvicinare i cittadini alle istituzioni, diventando un modello di impegno civile e morale per tutti gli italiani”. E’ quanto afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione della manifestazione promossa oggi a Stella, nel ventennale della scomparsa di Sandro Pertini. Un messaggio, scrive il capo dello Stato, di “sincera partecipazione e vivo apprezzamento per l’iniziativa in ricordo di uno dei padri fondatori dell’Italia democratica e repubblicana, custode dei suoi principi e ideali piu’ alti”. Per Napolitano, “rileggere la vicenda umana, politica e istituzionale del presidente Pertini significa ripercorrere un lungo tratto della storia dell’Italia contemporanea di cui egli fu appassionato protagonista: dalla Grande Guerra alla crisi dello Stato liberale, dall’avvento del fascismo alla Resistenza e alla nascita della repubblica”.

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ultimo aggiornamento: 21 febbraio, ore 17:26

fonte:  http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/?id=3.1.41771813

Sandro Pertini: Appello ai Giovani

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La Grande Storia: Sandro Pertini

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