Archivio | febbraio 26, 2010

LONDRA – La prima modella disabile in Oxford Street

Le foto sono state scattate per la catena di grandi magazzini inglese Debenhams

Londra. La prima modella disabile in Oxford Street

Images of Shannon Murray will appear in the window of Debenhams at  the retailer's flagship Oxford Street Branch in London

RICHARD CANNON

Images of Shannon Murray will appear in the window of Debenhams at the retailer’s flagship Oxford Street Branch in London

Si chiama Shannon Murray e presterà la propria immagine per una pubblicità che tappezzerà la via più frequentata della capitale britannica

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MILANO – Shannon Murray è abituata a fare la modella. Ma questa volta è un’altra cosa, come confida nel suo blog: gli scatti di Shannon, trentaduenne bellezza britannica, sdraiata con le gambe disinvoltamente appoggiate alla sua sedia a rotelle, addobberanno le vie di Londra, anzi la via di Londra per antonomasia, Oxford Street. Si tratta della prima campagna pubblicitaria di questo genere, nonostante l’accoppiata moda e disabilità vanti già dei precedenti. L’iniziativa è promossa in collaborazione con lo show televisivo di Channel 4 «How to look good naked», ospitato dal guru dello stile Gok Wan: una trasmissione televisiva incentrata su tutte le forme di diversità nella bellezza, dalle donne sovrappeso con le maniglie dell’amore passando via via per tutto quello che è bellezza, ma non in senso canonico. Il concetto che si vuole promuovere è che l’armonia estetica può bypassare la taglia, il difetto e anche l’handicap.

LA STORIA DI SHANNONQuesta giovane tipicamente anglosassone, con gli occhi chiari e la carnagione lattea, bella era e bella è rimasta, anche dopo l’incidente avuto durante una vacanza in famiglia a Lanzarote. All’età di 14 anni Shannon riporta una lesione midollare e da allora in poi la sedia a rotelle diventa scomoda e necessaria compagna di vita. Ma Shannon sogna di fare la modella, come tante ragazzine sue coetanee, e decide di non rinunciare al suo sogno. A qualsiasi costo. Nel ’94 vince il premio VisABLEModels, organizzato da Louise Dyson, guru e pioniere del fashion che tra i primi sdogana la disabilità nel mondo della moda.

STORIE DI BELLEZZA DIVERSA Negli ultimi anni ci sono state molte iniziative che vanno in questa direzione, come lo stesso reality della Bbc in cui 8 aspiranti modelle disabili si sfidavano per conquistare un ambito contratto per Marie Claire. Ma l’iniziativa del brand Debenhams ha una connotazione decisamente originale. Non si tratta più di competizioni o serie televisive riservate alla categoria: si tratta semplicemente di offrire un modello particolare di bellezza, senza però incastrarla in una categoria a sé. Certo esiste un rischio di spettacolarizzazione e forse anche di pietismo, ma esistono anche nella vita reale ed è forse la prima cosa da cui una persona con un handicap si deve difendere. Per il resto la bellezza è bellezza, nonostante una sedia a rotelle, o a volte a maggior ragione.

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Emanuela Di Pasqua
25 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/disabilita/10_febbraio_25/londra-modella-disabile_a1e5c798-2229-11df-8195-00144f02aabe.shtml


Disabili e scuole private: un rapporto difficile / Studenti disabili è già emergenza / “Stiamo tornando alle classi differenziali”

http://laconoscenzarendeliberiblog.files.wordpress.com/2009/11/scuole_private.jpg

DAL PROBLEMA DEL SOSTEGNO ALLA RETTA INTEGRATIVA: UN PERCORSO A OSTACOLI

Disabili e scuole private: un rapporto difficile

La legge sulla parità del 2000 prevede che gli istituti che ottengono il sì del Ministero debbano accogliere tutti, disabili compresi. Ma la realtà a volte pare diversa

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https://i1.wp.com/istruzione.tanterisorse.com/images/disabili.jpgROMA – «Signora, ma perchè non iscrive suo figlio in una scuola statale? Lì sono organizzati meglio. Noi i ragazzi disabili non li prendiamo, non sapremmo come gestirli, non abbiamo insegnanti di sostegno». Iscrivere un bambino alla scuola paritaria può diventare un percorso a ostacoli per un padre o una madre se quel figlio ha una disabilità. Non bastano le difficoltà quotidiane e il pensiero assillante di quel giorno in cui mamma e papà non ci saranno più. Ci si mettono pure le discriminazioni in ambito scolastico. Eppure la legge sulla parità del 2000 prevede che le scuole che ottengono il sì del ministero debbano accogliere tutti, disabili compresi. Tanto che ogni anno vengono stanziati dei fondi per il sostegno. Il concetto lo ha ribadito anche il tribunale di Roma nel 2002 e nel 2008 il ministro Mariastella Gelmini ha rincarato la dose con un decreto in cui si dice che si ottiene la parità solo se si rispettano le norme di inserimento degli alunni disabili.

OLTRE LA LEGGE IL «FAI DA TE» Fin qui la legge, ma nella realtà regna il fai-da-te. Una giungla in cui la Dire ha deciso di avventurarsi. Telefono alla mano, abbiamo contattato numerose scuole private paritarie, scoprendo che molte volte il bambino disabile riceve un «no». Ma anche quando scatta il «sì» arrivano i problemi sul sostegno. E su questo punto la confusione è totale. C’è chi dice «noi non ci attiviamo neanche per averlo», scaricando la colpa sul ministero “che non garantisce i rimborsi, che stanzia pochi fondi”, chi chiede rette aggiuntive per pagare l’insegnante in più, chi contributi parziali.

IL PROBLEMA DEL SOSTEGNO Qualche esempio. Chiamiamo un noto istituto privato romano, di quelli che pubblicizzano la loro attività a forza di maxi cartelloni. Ci risponde una cortese segretaria a cui chiediamo di iscrivere alla prima elementare un bimbo affetto dalla sindrome di down. «Non credo ci siano problemi- risponde la donna in un primo momento- chiedo alla direttrice». Poi il verdetto cambia: «Non abbiamo l’insegnante di sostegno in questo momento. Può provare nelle scuole statali dove il sostegno c’è sempre. Le iscrizioni sono ancora aperte». Il no è condito da un «mi dispiace» che si ripete ad ogni diniego, con, appunto, il consiglio di mandarli alla statale, i bambini con disabilità, perchè lì, si sa, sono «più organizzati». Di fatto, uno scarica barile. Che penalizza le scuole pubbliche e, soprattutto, le famiglie, che non hanno liberta’ di scelta su dove far studiare i figli.
Cambiamo ciclo scolastico, ci riproviamo con le superiori. Di nuovo scegliamo un istituto paritario romano dei più pubblicizzati. Anche qui scatta il no al ragazzo down: «Non sappiamo come gestirli- risponde un uomo al centralino- non abbiamo l’obbligo di prenderli, non ricadiamo nella legge della scuola pubblica. Non prendiamo ragazzi con disabilità».

«SI CREA UN PROBLEMA» Il problema è il sostegno? Domandiamo. «No, è che non li prendiamo proprio perchè ci si viene a creare un problema. La cosa migliore, signora, è la statale, che è più organizzata di noi». Ci risiamo. In un istituto cattolico gestito da una grande fondazione (la struttura è a Roma e ha laboratori, centri sportivi, teatro, piscina) si aprono le porte per il nostro bambino che deve andare in prima, ma, ci dicono dalla segreteria, «noi siamo una scuola paritaria e vi dovete prendere l’onere del sostegno. In attesa che il ministero vi riconosca le ore e vi rimborsi, ma chissà quando avverrà». Scoraggiarsi è d’obbligo. In un’altra scuola cattolica blasonata della Capitale ci dicono che «non c’è un sì o un no a priori, certo poi bisogna vedere se si concretizzerà l’iscrizione». Ci lasciano nel dubbio.

RETTA INTEGRATIVA Istituto di suore a Milano: il sostegno non c’è, il bambino non trova spazio. «Il fatto- ci dicono- è che il ministero paga solo un ‘quid’…”. Colpa di viale Trastevere, insomma, se un bambino non può scegliere la scuola che vuole. In un istituto di Verona ci dicono che anticipano loro la «retta integrativa per la disabilità». Poi la famiglia chiederà un sostegno alla Regione che andrà girato all’istituto. «E se non ce lo danno?». «Non è mai capitato, ma certo il rimborso si potrebbe fare in molte rate». Si parla, infatti, dello stipendio di un docente per un anno. E anche al Sud la musica non cambia: a Palermo ci invitano a portare il nostro bimbo alla statale, «da insegnante- ci dice una operatrice- le dico che è meglio». (Fonte agenzia Dire)

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25 febbraio 2010(ultima modifica: 26 febbraio 2010)

fonte:  http://www.corriere.it/salute/disabilita/10_febbraio_25/disabili-scuole-private_3ee7fade-2207-11df-8195-00144f02aabe.shtml

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Studenti disabili è già emergenza

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di Maristella Iervasi

tutti gli articoli dell’autore

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Classi-pollaio alle medie come alle superiori. Il sovraffollamento nelle aule la fa da padrone nella scuola dei tagli della Gelmini. E oggi – primo giorno di lezione per gli studenti d’Italia – l’amara sorpresa delle famiglie con figli che vivono in una condizione di disagio. A Velletri ben cinque alunni con disabilità sono finiti insieme in una classe di trenta adolescenti. A Cagliari, cinque ragazzi svantaggiati siedono negli ultimi banchi “isolati” da oltre venti compagni. A Vercelli sette disabili su 23 alunni. Ma il ministro dell’Istruzione continua a tacere, in barba al progetto stesso di integrazione.

Gli insegnanti di sostegno in tutta Italia sono circa 90mila. Gli alunni con disabilità sono circa 180 mila. Dunque: il sostegno non è stato tagliato ma il numero degli alunni certificati è cresciuto. Ma la ministra unica dell’Istruzione non ha dato le risorse rispetto ai nuovi bisogni. Tutti pensano che a scuola ci sia un insegnante di sostegno ogni due alunni. In realtà, questa è una media non è un dato numerico. Nelle classi i docenti sono stati assegnati fino a tre o quattro casi. Se non di più.

Una questione delicata quella degli alunni con disabilità e il Miur ne era a conoscenza da tempo. L’Unità denunciò lo scenario nel marzo scorso. Il ministero intervenne con una secca nota, liquidando la questione in poche righe: “Scuola, confermato il limite di venti alunni nelle classi con disabili”. Glissando, anche nel comunicato stesso, sui veri contenuti. Il numero richiamato, infatti, era riferito esclusivamente al totale degli alunni della classe e non a quanti alunni disabili potevano essere iscritti in una classe composta da venti alunni.

Nel regolamento sulla riorganizzazione scolastica la Gelmini aveva tralasciato di fissare il tetto massimo degli alunni con disabilità nelle classi. Con grande disperazione dei dirigenti scolastici, lasciati soli a districare l’impietosa questione. Le associazioni che si interessano di integrazione scolastica speravano in una correzione ad hoc nelle linee guida attese per l’autunno. Invece, a sorpresa, il provvedimento è stato emanato in piena estate quando le famiglie e le scuole erano in vacanza. Anche in questo documento la questione è stata omessa, coperta da un velo di silenzio. Per gli studenti con disabilità l’amara constatazione entrando in classe: è come se la Gelmini gli avesse detto «Per voi la scuola finisce qui».

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Leggi l’Unità del 30 marzo 2009

Guarda la bugia del ministero

TUTTI GLI APPROFONDIMENTI SULLA SCUOLA

DISAGI: RACCONTA LA TUA STORIA

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14 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/scuola/88423/studenti_disabili_gi_emergenza

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“Stiamo tornando alle classi differenziali”

L’associazione famigliari dei ragazzi autistici denuncia i tagli del ministro Gelmini agli insegnanti di sostegno: ‘Nel 90% degli istituti reggiani – dice – gli alunni disabili vengono isolati’

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di Giulia Gualtieri

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“C”è la classe H, nel 90% degli istituti, io vado a parlare con i presidi e mi dicono che i ragazzi devono stare da soli, si stancano, ma non è reale”. E’ amaro, nel 2010, sentire parlare ancora di classi H, dove H sta per handicap. La denuncia, dura, parte dal presidente dell’associazione Aut Aut, che riunisce le famiglie dei ragazzi autistici. Roberto Vassallo, padre di un adolescente che frequenta l’istituto Gobetti di Scandiano, questi problemi li vive tutti i giorni sulla propria pelle. E ogni giorno riceve segnalazioni da altri genitori, che condividono con lui le stesse difficoltà.

La presenza di alunni diversamente abili nelle scuole reggiane, di ogni ordine e grado, è sempre piu’ rilevante: oggi sono 1.873, 160 i portatori di autismo. Ma secondo Vassallo non ci sono forze a sufficienza per seguire questi ragazzi in un percorso che dovrebbe accompagnarli fino al diploma. Non ci sono progetti. E la riforma Gelmini ha peggiorato la situazione. “Con tutti questi tagli il mestro di sostegno non è più del ragazzo, ma diventa della classe”. Le conseguenze sono inevitabili: i ragazzi diversamente abili vengono isolati e a volte portati a spasso. ‘Per non parlare poi – continua Vassallo – del continuo ricambio degli insegnanti, che provengono da diverse parti d’Italia. Seguire un ragazzino autistico comporta una formazione specifica, e i docenti di sostegno restano troppo poco’.

Nell’Isola Felice di Casalgrande, la struttura creata ad hoc dall’associazione Aut Aut, sono già inziati percorsi di studio privati, sempre auto finanziati. Ma le famiglie si sentono sempre più sole, e chiedono aiuto. “Chiedo alle istituzioni di muoversi, i nostri figli non sono macchine da soldi per insegnati, cooperative o chi altro – conclude il presidente di Aut Aut – hanno biosgno di studiare, noi non li riteniamo persi, se c’è anche una piccola possibilità di farli studiare e dare loro una vita dignitosa, noi ci proviamo”.

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07 febbraio 2010

fonte:  http://www.viaemilianet.it/rssre.php?id=17044

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Bossi tiene famiglia. La gelatina leghista tra potere e affari

Da Trota a Piranha?

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Bossi tiene famiglia. La gelatina leghista tra potere e affari

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di Alessandro De Angelis

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Carroccio. Un’epurazione per blindare il figlio Renzo. Il ruolo di Bruno Caparini nel business del nucleare. I rapporti tra Caparini jr. e Lagostena, capo di Odeon Tv, arrestato nell’inchiesta sul turismo. I timori sulle relazioni con Prosperini

© Roberto Monaldo / LaPresse 16-09-2007 Venezia Politica Lega Nord – Festa dei popoli padani Nella foto Umberto Bossi con il figlio Renzo

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Sarà che la Lega è l’ultimo partito padronale. O sarà che pure per l’«Umberto» vale il principio sacro di Filomena Marturano, ovvero «i figli so’ piezz’ ‘e core». Succede così che attorno alla candidatura di Renzo, «piezz’ e’ core» del Senatur, nel Carroccio le ferree logiche di partito hanno ceduto alla «gelatina» dei rapporti familiari.

Per la prima volta, infatti, per blindare il seggio bresciano del giovane pargolo che ha passato gli esami di maturità al quarto tentativo, il soviet leghista ha violato regole e procedure. Raccontano a via Bellerio di un «colpo di mano inusuale»: prima è stata approvata una lista al consiglio federale. Poi quel pezzo di carta è scomparso. E, al contempo, è stata pure annullata la conferenza stampa di presentazione dei candidati a Brescia.

Ma non è finita. Nel giro di poche ore con un tratto di penna sono spariti dalla lista i candidati più forti nelle preferenze, per non mettere a rischio la candidatura di Renzo che di consensi nel bresciano ne ha davvero pochi: via il consigliere provinciale Roberto Bertelli, via l’ex assessore provinciale Guido Bonomelli, e via pure il segretario di Brescia Stefano Borghesi. Per garantire le preferenze a Renzo poi è stata spostata nella parte nobile del listino Monica Rizzi. Dopo l’epurazione il viceministro Roberto Castelli è stato spedito di fronte ai microfoni: «Un atto di coraggio andare tra la gente a vent’anni a cercare voti. Mi tolgo il cappello».

Fin qui le cronache dei lunghi coltelli nel partito. Ma dietro lo svezzamento del pargolo al Pirellone c’è assai di più. Tanto che i big della Lega da Maroni a Calderoli a Giorgetti hanno scelto un preoccupato silenzio. Poiché nei palazzi inizia a serpeggiare il dubbio che come suo successore Bossi abbia scelto proprio lui: prima la gavetta, poi il grande salto. Per prepararlo il papà infatti lo sta inserendo nel mondo degli amici che contano, quello dove si parla di cose serie.

E dove Bossi non va con i big di partito ma, appunto, con amici e parenti. Durante le vacanze natalizie a Ponte di Legno, buen retiro del Senatur, si è siglato una sorta di patto, attorno a un bel tavolo imbandito. C’era tutta gente di famiglia. Come Rosi Mauro, ex leader del sindacato in camicia verde e vicepresidente del Senato: una che «se ce l’hai amica – dicono a microfoni spenti molti parlamentari – entri nelle grazie del capo». C’era Marco Reguzzoni, ex presidente della provincia di Varese, che con il Senatur è di casa: anche lui, uno dei pochi.

E forse proprio in virtù di questo in molti scommettono che Bossi stia pensando a lui come futuro capogruppo alla Camera, nel caso in cui Cota vinca in Piemonte; o in alternativa come segretario della Lega lombarda, cuore del movimento leghista, visto che il prossimo anno si dovrà affrontare la successione di Giorgetti. Ma attorno al tavolo dove Renzo ha ascoltato discorsi di potere c’era soprattutto Bruno Caparini, amico storico di Bossi, il cui figlio Davide – al cuor non si comanda – è parlamentare leghista.

E qui la gelatina si ingrossa. Bruno Caparini, producendo una mezza insurrezione nella Lega, è stato indicato proprio da Bossi nel consiglio di amministrazione di A2a, la super-utilities quotata in borsa che nasce dalla fusione della municipalizzata milanese e da quella bresciana. Del resto la sua esperienza nell’impiantistica nucleare per il Senatur era un requisito indispensabile nel momento in cui A2a punta pure alla costruzione di centrali nell’est europeo.

Big business, dunque. Strategie future. Ma anche potere da mantere. Perché famiglia chiama famiglia. E il figlio di Bruno, Davide Caparini ha un ruolo cruciale nella rete bossiana, visto che è amministratore di TelePadania, la voce ufficiale del Carroccio nell’etere, che ultimamente Renzo Bossi segue da vicino.

E fin qui, nulla di strano. La gelatina però produce gelatina. E in molti tra i leghisti si stanno interrogando sui legami di Caparini con Raimondo Lagostena, il proprietario di OdeonTv finito in manette nell’inchiesta su appalti e marketing del turismo in Lombardia che ha portato in carcere Piergianni Prosperini, assessore regionale del Pdl. E chissà se è un caso che Telepadania trasmette proprio sui ponti televisivi di Lagostena, che si occupò pure del suo lancio nel lontano ’98. E chissà se è un altro caso che Telepadania ha una programmazione di poche ore al giorno ma Caparini è da sempre molto presente nelle trasmissioni del circuito Odeon, molto visto del nord. E talvolta anche molto discusso, come quando mandò in onda il programma «Venerabile Italia» con ospite il venerabile maestro Licio Gelli.

Dopo che Prosperini e Lagostena sono finiti in carcere si è passati dagli interrogativi alle paure. Fonti del Pirellone rivelano che l’azienda di produzioni televisive di Lagostena, la Profit, mediante un consorzio con la Saatchi&Saatchi, ha vinto una grossa gara, triennale, sulla comunicazione dell’assessorato alla Sanità della Lombardia. E l’assessore alla Sanità è Luciano Bresciani, medico di fiducia di Bossi nonché amico dei Caparini. Sia chiaro: a quanto risulta al Riformista non c’è nessuna indagine in corso. Ma nella Lega serpeggia una certa preoccupazione sui legami della famiglia Bossi: la partita di Caparini sul nucleare, le voci sulla successione dinastica, le relazioni pericolose di Caparini figlio. Perché la gelatina, si sa, è scivolosa.

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25 febbraio 2010

fonte:  http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/181501_bossi_tiene_famiglia._la_gelatina_leghista_tra_potere_e_affari_di_alessandro_de_angelis/

Zuaiter bersaglio del Mossad, così fu ucciso l’amico di Moravia e Pasolini. In un libro che si legge come un giallo: ma è tutto vero

Zuaiter bersaglio del Mossad, così
fu ucciso l’amico di Moravia e Pasolini

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di Eric Salerno

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ROMA (26 febbraio) – La parola “vendetta” non appare mai nei documenti ufficiali. “Caesarea”, il nome del gruppo operativo comandato da Mike Harari, non aveva il compito di distinguere tra colpevoli o innocenti.

L’ordine arrivato dalla bocca di Golda Meir era di colpire un certo numero di militanti palestinesi. Che fosse una rappresaglia in qualche modo era chiaro a tutti. Che voleva essere anche una lezione per il nemico, altrettanto chiaro. Che fosse necessario colpire chi tramava contro Israele, anche. I dossier messi a punto dagli ufficiali preposti all’Intelligence, con le fotografie dei militanti palestinesi, le loro abitudini, la descrizione dettagliata delle loro famiglie, dei loro amici, delle loro frequentazioni, erano pronti da tempo. Bastava scegliere. E l’ordine di Golda Meir non lasciava molti dubbi. C’era in lei, come negli altri, molta rabbia. La premier di ferro, una donna con le palle come veniva descritta nelle battute e nelle vignette un po’ volgari dei giornali, non intendeva chiudere un occhio. Era furiosa. Sia nei confronti degli autori dell’azione terroristica che distrusse la squadra olimpionica di Monaco 1972 e, indirettamente, le loro famiglie, sia con i tedeschi che, per lei e la maggioranza degli israeliani, non avevano saputo salvarli. La polemica nei confronti di quella Germania post nazista incapace di proteggere la squadra olimpionica israeliana si sarebbe assopita con il passare degli anni. Per il resto, ci hanno pensato Mike e i suoi.

Lui era a Roma già da qualche giorno. Con lui, pronti a colpire, c’erano una quindicina di uomini e donne. Alcuni erano arrivati appositamente da Israele. Non insieme, per non dare nell’occhio. Altri appartenevano alla struttura italiana del Mossad che si avvaleva di alcuni “locali”, probabilmente gente della comunità ebraica, e, secondo una delle ricostruzioni più attendibili, di terroristi della banda Baader Meinhof inconsapevoli di lavorare per i 007 israeliani e ignari del loro obiettivo. …

…La scelta della vittima era stata fatta in base a varie considerazioni. Gli agenti del Mossad del gruppo di Mike si erano istallati a Ginevra e ancora prima di imboccare la strada di Roma, avevano analizzato i fascicoli relativi a numerosi possibili bersagli scelti dai loro colleghi a Tel Aviv. L’esperienza aveva dimostrato che era facile lavorare in Italia dove i servizi segreti erano molto sensibili alle esigenze israeliane…

Wail Zuaiter, era un “bersaglio morbido”… Per guadagnarsi da vivere, lavorava come traduttore per la vicina ambasciata libica in via Nomentana ma era particolarmente fiero della sua traduzione de Le Mille e una notte.

Poco dopo le 22 di quel lunedì di ottobre, due della squadra di Mike entravano nel palazzo di via Annibaliano, un complesso grande con più ingressi. C’erano passati davanti nei giorni precedenti segnando nella memoria ogni piccolo dettaglio. Avevano assorbito le caratteristiche del luogo e del bersaglio e riferito agli altri agenti pronti all’azione e sparpagliati nella zona. Si sa che un paio di loro attendevano con l’auto predisposta per la fuga, una 125 che un “turista canadese” aveva noleggiato nei giorni precedenti. …L’androne era al buio e l’intellettuale palestinese deve aver visto appena i due giovani che lo aspettavano vicino all’ascensore.
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Eric Salerno: Mossad base Italia, le azioni, gli intrighi, le verità nascoste. Ed. Il Saggiatore, 260 pagine, 19 euro

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=92817&sez=HOME_SPETTACOLO

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Un libro che si legge come un giallo: ma è tutto vero

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di Fabio Isman
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ROMA (26 febbraio) – La Marina israeliana è nata a Civitavecchia, quando Israele non era ancora stato fondato, e in Italia c’era ancora il fascismo; e l’Aviazione all’aeroporto dell’Urbe, mentre Ben Gurion proclamava l’indipendenza: in nove mesi, formati una sessantina di piloti, s’intende nel massimo riserbo. Come i segreti avvolgevano, allora, l’immigrazione clandestina nel futuro Stato, in buona misura organizzate da Ada Sereni; o, peggio, i traffici d’armi (dal porto di Talamone, dalla Oto Melara, da Ortona, dalle foci del Magra) per fronteggiare i palestinesi.
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L’Italia, e in particolare Roma, sono sempre stati un crocevia, più o meno comodo, per le trame, e per i “servizi” di ogni genere; ma raccontare quello più segreto, («Credevo che voi spie sapeste tutto; solo Dio sa tutto, e lavora per il Mossad» scrive John Le Carré), non è impresa semplice, né facile. Ha provato, riuscendoci, Eric Salerno (Mossad base Italia, le azioni, gli intrighi, le verità nascoste, Il Saggiatore, 260 pagine, 19 euro), tra i massimi esperti del Medio Oriente, e, da svariati lustri, abituale firma da Gerusalemme per i lettori de Il Messaggero.
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Il “colpo” è stata una lunga intervista, al caffé Doney di via Veneto ma anche a casa sua in Israele, con Mike Harari, lo 007 capo delle operazioni meno confessabili, cui Golda Meir aveva confidato l’incarico di vendicare i morti delle Olimpiadi di Monaco 1972: «Aveva licenza di uccidere e l’ha usata più d’una volta; a Roma, senza ombra di dubbio, in altre località della penisola non so», scrive Salerno; «se ti racconto tutto, poi dovrei ucciderti. O scomparire per sempre», gli replica lui. Tutto non gliel’ha raccontato, ma molto, anche negli archivi israeliani, italiani, inglesi, Salerno ha scoperto.
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Le uccisioni a Roma, a cominciare da Wael Zuaiter, amico di Moravia e Pasolini (e in anteprima, pubblichiamo un brano di quella vicenda); ma anche tanto d’altro. Il giudice Mastelloni, che indaga sul sabotaggio e la caduta di Argo 16, l’aereo di Gladio e dei “servizi” italiani, discute di un misterioso personaggio, Vittorio Amadasi, che forse con il Mossad ha qualcosa da spartire. Restano tanti segreti, ma ora ne sappiamo qualcosa di più; e, soprattutto, il libro si legge come un giallo d’autore. Solo che tutto è vero; tutto è documentato: ormai è storia.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=26876&sez=HOME_SPETTACOLO&npl=&desc_sez=

«Mills, legittima la richiesta di Ghedini»: È scontro tra Alfano e l’opposizione

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Bersani: «Chi è per bene non cerca prescrizioni». Di Pietro: «Il Cavaliere si dimetta»

«Mills, legittima la richiesta di Ghedini»
È scontro tra Alfano e l’opposizione

Pd e Idv contro il ministro che si schiera con l’avvocato di Berlusconi: stop al processo al premier

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Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano (Eidon)
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano (Eidon)

ROMA – All’indomani della sentenza della Cassazione che ha dichiarato prescritti i reati oggetto del processo all’avvocato Mills, protagonista di un caso di corruzione che vede coinvolto anche il premier Silvio Berlusconi, non si placano le polemiche. Anzi. A rilanciarle ci ha pensato il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che da Bruxelles ha definito legittima la richiesta dell’avvocato Ghedini, legale di Berlusconi, di sospendere il processo al Cavaliere proprio alla luce della sentenza di giovedì.

ALFANO E LA GIURISPRUDENZA «La richiesta di Ghedini, di cui ho appreso dai giornali, è legittima, so che sarà sottoposta al Tribunale di Milano che domani deciderà», ha detto Alfano parlando con i cronisti a margine del Consiglio Giustizia dell’Ue, in corso a Bruxelles. Il ministro ha sottolineato che la sentenza Mills «viene dal più importante organo giurisdizionale del Paese, perché non si tratta di una semplice sentenza della Corte di cassazione, ma delle sue sezioni riunite». Ha dunque «rango primario e dà un orientamento giurisprudenziale», ha osservato il ministro. Ma proprio questa sottolineatura fa andare su tutte le furie le opposizioni.

LE REAZIONI DELL’OPPOSIZIONE «Evidentemente Angelino Alfano si è dimesso da ministro della Giustizia per diventare praticante dell’avvocato Ghedini» ha commentato con ironia il presidente dei senatori dell’Italia dei Valori, Felice Belisario. «Ricordo all’Azzeccagarbugli Alfano che Ghedini è già pagato da Berlusconi e che un ministro della Giustizia non dovrebbe entrare nel merito nelle faccende del capo. Pensi piuttosto a combattere la corruzione in maniera seria buttando nella spazzatura processo breve, intercettazioni e legittimo impedimento che non sono altro che ulteriori strumenti di delegittimazione del ruolo della magistratura oltre che mezzucci per evitare al premier di farsi processare». Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, ha invece detto di non comprendere «l’isterica esultanza di tanti rappresentanti del Pdl» perché «secondo la sentenza la corruzione susseguente c’è stata». E il segretario del partito, Pier Luigi Bersani, ha evidenziato che «la gente per bene confida nelle assoluzioni, non nelle prescrizioni». «Voglio credere – ha aggiunto – che il nostro premier possa confidare in un’assoluzione e possa andare a cercarsela là dove le assoluzioni vengono date, nella sede giusta».

«BERLUSCONI SI DIMETTA»Il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, ha invece puntato il dito direttamente contro il premier: «Ribadisco: se c’è un corrotto, c’è un corruttore, ed è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Infatti, la Cassazione ha dichiarato il reato prescritto, grazie ad una legge, ex-Cirielli, che si è fatto fare ad hoc per non farsi condannare, ma ha confermato che è stato commesso. Infatti, David Mills, colpevole, ha dovuto risarcire lo Stato con 250mila euro. Chi, ancora una volta, la fa franca è Silvio Berlusconi, nonostante sia stato accertato, e ieri confermato, che alla base del suo successo imprenditoriale e politico ci sono corruzione, bilanci falsati, evasione fiscale e alterazione delle leggi che regolano il sistema economico». Auesto punto, secondo Di Pietro, «Berlusconi deve fare una sola cosa: dimettersi. Perchè in un Paese democratico e civile un governo non può essere guidato da un corruttore: questa è la verità».

LA POSIZIONE DELL’ANMNon è però solo la politica a prendere posizione. «È sconcertante che la decisione della Cassazione, che ha riconosciuto sussistente la corruzione in atti giudiziari susseguente e ha dichiarato prescritto il reato, venga strumentalizzata per affermare l’esistenza di un complotto ordito dai magistrati milanesi» ha dichiarato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara. «In attesa di conoscere le motivazioni della decisione – ha aggiunto – chiediamo rispetto per l’attività di tutti gli organi giudiziari».

IL PROCESSO A BERLUSCONINel frattempo, si prospetta una falsa ripartenza domani al processo in cui Silvio Berlusconi risponde di aver corrotto il testimone David Mills. Appare infatti molto probabile un rinvio delle udienze in attesa che la Cassazione depositi le motivazioni della sentenza di giovedì che ha dichiarato l’intervenuta prescrizione del reato per il professionista britannico che negli anni ’90 aveva creato il sistema di società off-shore utilizzato dal gruppo Fininvest. La Suprema Corte dovrebbe impiegare tra i 30 e i 40 giorni per preparare il provedimento, che servirà per conoscere formalmente la data in cui la corruzione in atti giudiziaria si consumò, in modo da definire anche la posizione del presidente del consiglio in relazione alla prescrizione. E’ quasi certo che i giudici delle sezioni unite abbiano accettato la ricostruzione del procuratore generale, ma siccome nel dispositivo si dice solo che il reato è estinto senza altre indicazioni sarà necessario attendere le motivazioni. In teoria i giudici potrebbero indicare una data antecedente all’11 novembre 1999, dichiarando in pratica “morto” anche il procedimento gemello a carico del premier.

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26 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_26/sentenza-mills-alfano-ghedini-bersani-idv_792eb630-22f0-11df-8195-00144f02aabe.shtml

Torna in piazza il popolo Viola: “La legge è uguale per tutti”

Dopo il No-B Day, il cantautore (con lo pseudonimo TheTeamPicci) pubblica in rete “L’imperatore Tiberio”. Il ritmo del brano, che prende di mira il premier, è scandito dal coro “Berlusconi dimettiti”

Gli organizzatori del No B-Day chiamano a raccolta contro le leggi su processo breve e legittimo impedimento. Aderisce anche la Cgil

Torna in piazza il popolo Viola
“La legge è uguale per tutti”

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di CARMINE SAVIANO

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Torna in piazza il popolo Viola "La legge è uguale per  tutti"
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DOMANI i Viola tornano in piazza. Una nuova manifestazione a quasi tre mesi dal No B Day del 5 dicembre scorso. La location scelta è ancora Roma, Piazza del Popolo. Nel mirino legittimo impedimento e processo breve. Lo slogan scelto è: “Basta! La legge è uguale per tutti”. Adesioni da tutti i partiti del centrosinistra, (Bersani dice: “Io avevo già un impegno ma il Pd ci sarà”) e dalla Cgil il cui segretario Guglielmo Epifani fa gli auguri per un evento “bello e sereno”. L’appuntamento è per le 14 e 30. Previste numerose iniziative. E nelle ultime ore il popolo Viola continua a sottolineare la propria indipendenza: “Siamo persone libere, autonome dai partiti e fuori dalla gelatina della politica”. Con l’obiettivo di rilanciare il “rinnovamento culturale e politico in questo Paese”.
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Per la manifestazione di domani i Viola hanno fatto tutto da soli, rinunciando agli aiuti che per il No B Day erano arrivati dai partiti. I fondi sono stati raccolti attraverso sottoscrizioni online: alle 21 di ieri sera toccata quota 26mila euro. Gianfranco Mascia, uno dei responsabili nazionali del movimento, ha dichiarato che proprio l’indipendenza “rende la nostra spinta ancora più forte”. E ancora: “La nostra energia serve anche a loro, agli uomini della politica. Il fatto che non ci siamo presentati con una nostra lista alle prossime elezioni amministrative ha sciolto molti pregiudizi e diffidenze”.
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Per domani a piazza del Popolo sono previste numerosi interventi ed iniziative. Dallo striscione per ricordare i venti anni dalla scomparsa di Sandro Pertini, fino alla distribuzione  –  a pagamento – di spille, felpe e magliette. Tutto rigorosamente viola. Online continuano a risuonare appelli affinché “i personaggi dell’informazione e della  cultura partecipino alla protesta contro il governo”. Già pervenute le adesioni di Mario Monicelli, Alberto Asor Rosa, Margherita Hack, Andrea Camilleri, Giorgio Bocca, Moni Ovadia e Dario Fo. E dal palco sarà letto l’articolo in cui Roberto Saviano ha invitato i cittadini italiani a ribellarsi allo scandalo della corruzione.

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Negli ultimi tre mesi i Viola non sono stati certo fermi. Gli amministratori della pagina Facebook, da cui era partito il No B Day, sono diventati i responsabili nazionali di un’organizzazione con diramazioni in decine di città italiane. Una nuova fase avviata a Napoli il 9 gennaio scorso con una riunione che ha sancito formalmente la nascita del Popolo Viola. E poi numerose viol@zioni: dai sit-in in difesa della Costituzione del 30 gennaio fino ad improvvisate e flash mob nei luoghi della politica istituzionale. Come il lancio di palloncini a San Pietro durante l’Angelus del Papa o i gazebo a Montecitorio per rilasciare la ‘patente violà ai politici meritevoli.
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Ma il centro nevralgico resta la rete.
Alla pagina Facebook è stato affiancato un vero e proprio network che comprende anche una web-tv. Il palinsesto è, naturalmente, monopolizzato dalle gesta dei Viola sparsi in tutto il Paese. Poi migliaia di fotografie dove tutto è cosparso di viola e decine di interminabili interventi su forma e sostanza del movimento. C’è chi addirittura propone di strutturarsi sul modello dei soviet e chi auspica, invece, una sorta di partito liquido all’americana. Temi che saranno affrontati nella prossima Assemblea Nazionale che i Viola terranno a partire dal 19 marzo.
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Nelle ultime ore impazza su YouTube e sui Social Network il video “L’imperatore Tiberio”, un rap realizzato da Daniele Silverstri. Immagini del No B Day si sovrappongono a spezzoni di film, documentari e trasmissioni televisive. Il testo è dedicato all’imperatore Tiberio, “che aveva donne di lusso” ed “emanava un editto che toglieva di mezzo chi chiedeva giustizia”. Chissà domani quante volte la ascolteranno in Piazza del Popolo.
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26 febbraio 2010
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L’elezione truffa di Di Girolamo ha «complici» alla Farnesina / Ecco chi salvò il senatore Di Girolamo

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L’elezione truffa di Di Girolamo ha «complici» alla Farnesina

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di Claudia Fusani

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C’è un nome che balla nelle 2600 pagine dell’ordinanza sulla maxifrode alle casse dello Stato, non è indagato e porta dritto al cuore della Farnesina e al Consiglio generale degli italiani all’estero, struttura chiave per il voto all’estero. Un nome che apre scenari nuovi sugli appoggi politici, in ambienti della destra, al gruppo di malavitosi, ’dranghetisti, prestanome e colletti bianchi dell’operazione Broker. Mostra quanto sia “facile”, a tratti quasi grottesco, falsificare le liste per l’elezione degli italiani all’estero. «In realtà – scrive il gip Morgigni – tutta la vicenda relativa all’elezione di Di Girolamo è frutto di attività criminosa». Dai rapporti «con istituzioni transnazionali (ad esempio ambasciatore e impiegato della sede di Bruxelles, ndr) finalizzate al rilascio di false attestazioni di residenza necessarie per candidatura e eleggibilità». Fino ai galoppini del clan Arena, Giovanni Gabriele e Roberto Macori, che vanno in Germania, si fanno consegnare le schede bianche dai calabresi residenti a Stoccarda e le compilano con il nome “Di Girolamo”.

E’ febbraio 2008 quando Gennaro Mokbel, «promotore e capo dell’organizzazione» decide che deve essere l’avvocato Di Girolamo il volto pulito da infiltrare nelle istituzioni della Repubblica (al Senato) «con ciò che ne sarebbe conseguito per gli affari dell’intera associazione delinquenziale». Per la costruzione della falsa candidatura si mettono in moto due personaggi: Gennaro Mokbel, cinquantenne amico di Mambro e Fioravanti e sostenitore della Banda della Magliana; Gianluigi Ferretti, «ex segretario dell’onorevole Tremaglia». Tremaglia è il papà del voto per gli italiani all’estero e nel 2006 istituisce presso la Farnesina Il Consiglio generale, organo supervisore della formazione delle liste e dei necessari requisiti. Ferretti, 65 anni, imprenditore, iscritto al Msi dal 1960, collaboratore del mensile Area, residenze in mezza Europa, viene nominato nel 2006 nel Comitato di presidenza del Cgie dal governo Berlusconi e in quota An. Si dimette un anno dopo pur restando membro del Consiglio.

Il colloquio con l’ambasciatore. Appena eletto, il 18 aprile 2008, Di Girolamo viene chiamato alle 16.15 dall’ambasciatore Siggia che lo informa, allarmato, che «i giornalisti cominciano a chiedere informazioni, vogliono contattarlo, un giornalista belga vuole sapere il suo indirizzo a Bruxelles. Io prendo tempo, la privacy, ma bisogna che troviamo un modo…». Il modo è suggerito dallo stesso ambasciatore: «Se posso consigliarla…, è evidente chi chi uno studio legale importante e ramificato…è evidente che ha interessi in Belgio, in Svizzera, in Germania e passa il tempo girando da una sedia all’altra delle sue strutture e quindi è evidente che può passare molto tempo fuori dal Belgio… Insomma, lei ha affari ovunque e il Belgio è solo la residenza. Come tutti i grandi manager delle multinazionali… Detto questo però senatore, un indirizzo a Bruxelles lo deve avere». L’intercettazione tra i due, ben tre pagine, illumina bene la frode. Il primo ad essere informato del “guaio” è Mokbel (16.27), il secondo è Ferretti (16.32) che poi gli comunica di «aver sistemato la sua posizione al Senato e di aver organizzato un incontro con il senatore Scarabosio che essendo amico di Scajola, probabile futuro presidente del Senato, gli potrebbe essere molto utile per i futuri rapporti parlamentari».

Gennaro Mokbel, Gianluigi Ferretti, Stefano Andrini, la terna che organizza, pianifica e firma l’elezione di Di Girolamo con momenti scrive il gip «di impressionante dilettantismo». La residenza di Di Girolamo a Bruxelles, ad esempio, è uno studentato per giovani borsisti pugliesi presso il Parlamento europeo. «Un appartamento chiaramente inidoneo – scrive il gip – dove lo stimato professionista romano avrebbe dovuto risiedere dormando su un divano letto della sala visto che le due stanze sono occupate dai borsisti». Per tacere poi del fatto che Di Girolamo, in consolato, riesce anche a dare l’indirizzo sbagliato e confonde l’abitato di Etterbeek con quello di Woluwe Saint Pierre. In effetti lui ha sempre vissuto a Roma, quartiere Prati.

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26 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=95552

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Ecco chi salvò il senatore Di Girolamo

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di Serenella Mattera

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Riaprire il caso di Nicola Di Girolamo. Tornare a valutare «sollecitamente» se annullare la sua elezione. Portare la questione in Aula «già la prossima settimana». Lo ha chiesto ieri alla Giunta per le immunità del Senato, il presidente Renato Schifani. La cui autorevole voce si è andata ad aggiungere al coro di chi nel centrodestra non esita più a chiedere che Di Girolamo, eletto all’estero nelle file del Pdl, sia cacciato dal Parlamento e consegnato ai magistrati, che ne hanno chiesto l’arresto.

© Roberto Monaldo / LaPresse 24-02-2010 Roma Politica Senato – Commissione per le Autorizzazioni a Procedere – Audizione del senatore Nicola Di Girolamo Nella foto Nicola Di Girolamo © Roberto Monaldo / LaPresse 24-02-2010 Rome Senate, Special Commit to alowed the arrest – Hearing Senator Nicola Di Girolamo In the photo Nicola Di Girolamo

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Il presidente della Camera Gianfranco Fini e il ministro degli Esteri Franco Frattini, hanno detto che se fossero senatori voterebbero sì all’autorizzazione a procedere. Il sottosegretario Carlo Giovanardi spera di poter contribuire «al più presto» con il suo voto alla decadenza dalla carica dell’avvocato romano. Tutt’altra musica, però, rispetto a un anno fa. Quando, nonostante la Giunta avesse accertato che l’elezione di Di Girolamo era illegittima, la maggioranza lo salvò dalla “ghigliottina” parlamentare, trincerandosi dietro il tradizionale garantismo. E lasciò sul suo scranno un signore che potrebbe aver non solo imbrogliato sulla residenza all’estero, ma anche su voti ottenuti con l’appoggio, sottolineano i giudici, della ‘ndrangheta.

Per ben due volte l’emiciclo
di Palazzo Madama ha “assolto” Di Girolamo, in meno di due anni. Nonostante un Comitato inquirente istituito per indagare sul caso, all’esito di 266 pagine di resoconto, lo abbia giudicato “colpevole” di aver truccato la propria elezione. La magistratura si è accorta subito che qualcosa non andava. E il 7 giugno 2008 ha mandato al Senato la richiesta di autorizzazione all’arresto per «attentato contro i diritti politici dei cittadini e falso»: non era affatto vero che il tributarista risiedeva in Belgio, come aveva dichiarato per potersi candidare all’estero.

La Giunta per le immunità, presieduta da Marco Follini (Pd), vota però compatta contro l’arresto. E in Aula destra e sinistra (esclusa l’Idv), sono d’accordo. Non ci sono, tra l’altro, spiegano, esigenze cautelari. Ma non perché i magistrati abbiano torto. Al contrario. «Noi abbiamo visto, nel lavoro della Giunta – dice Luigi Lusi (Pd) – che l’evidenza dei fatti è stata dimostrata e le prove sono già state riscontrate». Solo non c’è fretta di consegnare Di Girolamo alla giustizia. E tutto viene rimandato, spiega il Pd, alla Giunta per le elezioni, che deve decidere, su ricorso del primo dei non eletti, se annullare l’elezione di Di Girolamo e togliergli così lo scranno che lo protegge dall’arresto.

Le cose vanno in effetti in questo modo. La Giunta, che al Senato è la stessa di quella per le immunità, così come quasi unanime aveva rigettato l’arresto, unanime chiede la destituzione dell’eletto. E il 20 ottobre 2008 accoglie le conclusioni cui arriva il Comitato inquirente: di «aver potuto inequivocabilmente accertare l’esistenza di gravissime irregolarità e condotte illegali in ordine alla presentazione della candidatura» di Di Girolamo. Cosa fatta? Assolutamente no: tre mesi dopo, in Aula, la maggioranza deciderà di “salvare” comunque il suo eletto.

«Ottanta senatori della Repubblica del Pdl – spiega il 29 gennaio 2009 Sergio De Gregorio, presidente della fondazione Italiani nel mondo, di cui Di Girolamo è vicepresidente – hanno sottoscritto un appello ai propri capigruppo perché si ragionasse su un elemento che appartiene al cuore e allo stomaco di chi vive in questa Aula». Con il “cuore” e con lo “stomaco”, spiega l’esponente del Pdl, si chiede una «scelta garantista». Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello non esitano a farsene portavoce. Presentano infatti una richiesta di sospensiva per consentire ai senatori di approfondire meglio il caso, dal momento che è ancora in corso l’indagine della magistratura. Il Pd si oppone, obietta che i difensori di Di Girolamo avrebbero potuto chiedere quella sospensiva davanti alla Giunta, ma hanno scelto di non farlo. Claudio Micheloni (Pd), sottolinea che con 20 firme i senatori del Pdl avrebbero potuto presentare una mozione contraria a quella della Giunta, ma non hanno voluto «metterci la faccia» e adesso cercano un escamotage. Schifani convoca una riunione dei capigruppo, perché l’opposizione contesta la procedura. Ma alla fine dà il via libera al voto. Andrea Augello (Pdl), relatore per la Giunta per le elezioni, mette agli atti il suo dissenso dal gruppo. Ed evidentemente non è il solo dissenziente nella maggioranza. Perché il voto segreto finisce pari: richiesta di sospensione rigettata.

A questo punto, per approvare l’annullamento dell’elezione di Di Girolamo non ci sarebbe neanche bisogno di votare. Ma i senatori De Gregorio e Luigi Compagna (Pdl), non si danno per vinti. «Non ci sto», dice Compagna, che contesta diversi elementi, tra cui il diritto della Giunta a «costituirsi in organo inquirente». E allora l’asso nella manica è un ordine del giorno per rimandare la questione alla Giunta stessa, fino a che i giudici non si saranno pronunciati sul caso con un «giudicato», una sentenza. E mentre si raccolgono le 20 firme necessarie, diversi esponenti del Pdl intervengono in Aula a sostegno dell’iniziativa. Franco Orsi, che aveva votato sì in Giunta, si oppone adesso alla destituzione del collega. Come Lucio Malan, Sergio Vetrella e Andrea Pastore, che tra l’altro definisce «sopra le righe» la richiesta di custodia cautelare dei pm. E Salvatore Cuffaro (Udc) invoca garantismo. Il lodo Compagna-De Gregorio viene approvato. E nel resoconto si legge: «Vivi, prolungati applausi dal gruppo Pdl».

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26 febbraio 2010

fonte:  http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/182648/

Vendola: «Il premier vuole depistare e parla al basso ventre»

Vendola: «Il premier vuole depistare e parla al basso ventre»

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di Pietro Spataro

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Il 30 marzo si presenterà al portone di Palazzo Chigi. Sì, se dovesse vincere le elezioni, la prima cosa che farà sarà andare a Roma a chiedere la «restituzione del maltolto». Dobbiamo riavere indietro, spiega, le risorse che ci sono state sottratte. Nichi Vendola sta combattendo a Bari una personale battaglia politica che ha risvolti nazionali. Non nasconde, mentre parla di sé e della sua sfida, la passione di chi si sente trasportato dalla voglia di aria nuova che la sua candidatura rappresenta. Qualcuno lo ha accusato di essere una specie di Berlusconi di sinistra, qualcuno si è rammaricato che non si sia piegato alle leggi della Grande Politica mandando a monte quel laboratorio pugliese nel quale si doveva sperimentare la nuova alleanza con l’Udc. Eppure, questo ragazzo di 52 anni, nato a Terlizzi e cresciuto sotto i due grandi ritratti di Yuri Gagarin e Giovanni XXIII appesi nella sua casa, omosessuale e comunista, non porta rancore. «In politica conosco i sentimenti, non i risentimenti», spiega. Lui è fatto così ed è questa sua leggerezza che forse piace, soprattutto ai giovani.

La sua campagna elettorale non è ancora nel vivo. Vendola gira la Puglia, ma sa che da oggi lo aspetta un mese infernale. «Il mio avversario Rocco Palese – dice – sì che è già a pieno regime. Il suo stile è quello di chi tira calci su tutto. Ma sa come si dice da noi? Sono calci di una mosca, non lasciano il segno». Lui per il momento si gode l’affetto che trova nelle strade, «affetto popolare di vaste dimensioni», e osserva una destra sull’orlo di una crisi di nervi. «Qui in Puglia vive con imbarazzo la propria riduzione a caserma diretta da Raffaele Fitto», spiega. Non si preoccupa più di tanto della guerra santa lanciata da Silvio Berlusconi e che nel Tavoliere avrà sicuramente uno dei suoi teatri più cruenti. «Diciamo la verità, è un cliché stantio. Fa impressione uno che parla di lotta tra bene e male e sullo sfondo si intravede l’onorevole ‘ndranghetista. Il premier si rivolge al basso ventre perché vuole depistare il dibattito dalle vere questioni». Vendola ne ha a cuore una: il nucleare. «Ha visto come si comportano? Di fronte all’accelerazione nuclearista del governo tutti i candidati della destra dicono che sono favorevoli a costruire nuove centrali ma non nel loro territorio». Vede anche la “volgarità” di un governo che presenta un piano per il sud mentre interrompe i fondi Fas e tenta di togliere il controllo dai fondi comunitari. «Per la Puglia si tratta di 3 miliardi e 100 chiusi in cassaforte a Palazzo Chigi…».

La “gelatina” che sta avvolgendo i palazzi della politica e dell’economia vista da Bari è preoccupante. Perché si capisce che non si tratta di una “malattia” o di una “patologia”. «Macché – dice Vendola – questa è la fisiologia del sistema paese. La rete corruttiva si è integrata organicamente nel rapporto tra politica ed economia. E’ una lezione amara». Certo, soprattutto per la destra, che considera le regole un impaccio e un attentato al mercato. Che ha compiuto una specie di «apologia dell’evasione fiscale» arrivando fino alla «vergognosa vicenda dello scudo fiscale» e passando per le «emergenze da gestite con metodologie speciali». Ma anche la sinistra deve darsi una mossa. «Stiamo ancora a ragionare a valle, mentre bisogna scalare la montagna e trovare la fonte della questione morale. Che sta nel deficit dell’alternativa, nella soggezione culturale ai miti del liberismo, nella mancanza di autonomia tra pubblico e privato». Se gli si fa notare che anche lui, un comunista puro, è stato sfiorato dalle inchieste Vendola reagisce dicendo che non c’è «un modo fideistico di impermeabilizzare la macchina pubblica». «E comunque – aggiunge – la differenza è che a ogni scalfitura della moralità ho reagito con durezza. E’ bastato un avviso di garanzia per azzerare la giunta». E questa è la verità.

Se si guarda a questo uomo con i capelli brizzolati, partito dalla Fgci nel 1972 e passato dentro la storia complicata del comunismo italiano, uno che oggi porta un anello al pollice perché glielo ha regalato un pescatore, ci si chiede quale sarà l’approdo del suo viaggio. C’è chi dice: vedrete, finirà nel Pd. «Il problema non è che cosa farò io da grande – risponde – Il problema è la sinistra che non ha una proposta di futuro. Bisogna lavorare intensamente per ricostruire un vocabolario dell’alternativa. Non dimentichiamo che la vittoria di Berlusconi è la vittoria del berlusconismo nella società». Quindi, pensa a un unico grande partito della sinistra? «E’ un bel progetto – risponde pesando le parole – ma vedo percorsi ancora insufficienti. Il nostro obiettivo è la rifondazione globale della sinistra». Un compito mica da poco. E il Pd che ruolo avrà? Per Vendola il Pd «è ancora il luogo del caos per via della sua identità». Però…«Però dobbiamo confrontarci sull’alternativa. Io credo che non siamo lontanissimi dal capolinea del berlusconismo. E se non ci sarà una risposta forte nostra, non è detto che quella crisi produrrà un’evoluzione».

Il candidato presidente è convinto che molti dei germi della nuova sinistra stiano già nella “fabbrica di Nichi”, luogo di idee e di passioni che si sta estendendo in tutta Italia. «Lì vedo azioni di civismo, lì sento il profumo di un’altra politica». L’ultima curiosità riguarda D’Alema. Dopo il voto delle primarie vi siete sentiti? «No, non ancora. Ma lui verrà a sostenermi. Credo che noi due dobbiamo parlarci guardandoci negli occhi, è quel che si fa quando ci sono rapporti antichi e le lacerazioni sono state importanti. Dobbiamo ricostruire un dialogo mai interrotto». E’ un poeta, Vendola, un grande sognatore, uno che non ha ancora «elaborato la morte di Alda Merini». Ma è un poeta che ci tiene alle cose che fa. Infatti ha scelto uno slogan così: la poesia è nei fatti. Insomma: anche i poeti sanno fare, governano. Ora deve correre, lo aspettano a un’iniziativa contro la mafia. A lui che si definisce «la sinistra che vince» e il «poeta dei fatti», Alda Merini, con quel suo sguardo tenero, avrebbe dedicato questi versi: forse i sogni sono giovinezza / e peccato d’amore. Chissà.

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26 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=95554

Alcoa, trovato l’accordo: stabilimenti aperti per sei mesi

Alcoa, trovato l’accordo:
stabilimenti aperti per sei mesi

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ROMA (25 febbraio) – I due impianti italiani di Alcoa resteranno aperti, «fino a sei mesi», per attendere le indicazioni da Bruxelles in moda da poter attuare il decreto del governo italiano che consente una riduzione dei costi energetici anche per la sede italiana della multinazionale dell’alluminio. Dopo un «serrato confronto condotto con l’Alcoa» il governo ha riunito al tavolo azienda, enti locali e sindacati per annunciare che l’azienda ha «accolto l’invito» dell’esecutivo ad assicurare la continuità e la capacità produttiva dei due impianti italiani.

«Talvolta con un passetto dopo l’altro ce la si può fare» commenta il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che in questi mesi ha pazientemente condotto la trattativa con azienda e organismi comunitari per cercare di dare una soluzione alla vertenza. «Il lavoro svolto dal governo, eccezionale per impegno e strumenti adottati, ci consente di guardare avanti con qualche fondamento in più per un futuro dell’Alcoa in Italia» dice il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola ed anche il collega al Lavoro, Maurizio Sacconi, parla di un «significativo passo avanti, frutto di un complesso negoziato che penso possa far ben sperare».

Soddisfazione è stata espressa anche dal presidente mondiale di Alcoa John Thuestad, che ha ringraziato il governo, le istituzioni, i sindacati e i dipendenti. In questi sei mesi, quindi, arriveranno le decisioni della Commissione europea sul decreto “Isole” e le valutazioni che l’azienda ne farà: «Alcoa farà una verifica che terrà anche conto dell’evoluzione del mercato» dice il comunicato finale del governo che rinvia ad un nuovo confronto per aprile. Nel frattempo, però, l’azienda si è impegnata a garantire il ritiro della domanda di cassa integrazione, la manutenzione ed il mantenimento degli impianti e gli approvvigionamenti, mentre i sindacati assicureranno «l’ordinario svolgimento del lavoro e la consegna dei prodotti».

I sindacati accettano la proposta anche se, nel corso della riunione a palazzo Chigi, non hanno mancato di insistere per avere garanzie sia sulla cassa integrazione sia sul futuro degli impianti. «La proposta di sei mesi rappresenta una svolta, ma c’è necessità da parte del ‘signor Alcoà di garantire la sua presenza in Italia, di garantire investimenti non solo per questi sei mesi ma per il futuro» dice il segretario confederale della Cisl, Gianni Baratta. Anche per il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani, apprezza «lo sforzo compiuto, per molti versi oneroso» ma osserva che l’allungamento di sei mesi «apre una serie di problematiche da chiarire, a partire dalla Cig». Per il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, lo stop di sei mesi «è una tregua. Resta fermo che non accetteremo che tra sei mesi l’azienda dica vado via perchè per noi le due fabbriche non devono chiudere». «Se non andasse a buon fine la strada intrapresa noi non rinunceremo a chiedere la continuità produttiva nei due stabilimenti anche con un intervento pubblico» chiarisce la segretaria confederale della Cgil, Susanna Camusso, secondo la quale «deve essere chiaro che la produzione di alluminio deve restare in Italia».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=92760&sez=HOME_ECONOMIA

Shirin Ebadi: «Il regime è violento, ha paura dell’altro Iran»

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Shirin Ebadi: «Il regime è violento, ha paura dell’altro Iran»

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Al telefono da Ginevra, dove partecipa a un convegno della «Federazione internazionale per i diritti umani» (Fidh) Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, paladina dei diritti umani in Iran.

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Signora Ebadi, da tempo lei gira il mondo patrocinando la causa dei diritti umani e civili violati in Iran. Ha l’impressione che ggi i popoli ed i governi comprendano meglio quanto accade nel suo Paese?
«Credo di sì. Precedentemente quando si parlava di Iran, l’immagine prevalente era quella di uomini dalla lunga barba e donne velate vestite di nero. Ma le proteste pacifiche seguite al voto ed ai brogli hanno aiutato la comunità internazionale a crearsi un’idea diversa degli iraniani, come di cittadini amanti della democrazia».

La Repubblica islamica ha una lunga storia di violazioni dei diritti umani. La situazione attuale è, a suo giudizio, solo la continuazione di un male endemico, oppure presenta caratteri originali?

«Credo che stiamo assistendo ad un peggioramento. Ciò che però mi rallegra è che oggi in Iran ci sono molti più difensori dei diritti umani rispetto a prima. In passato di fronte alle violazioni commesse dal governo erano pochi a reagire ed a manifestare. Pochi osavano anche solo sollevare l’argomento. Ma ora cresce il numero di coloro che protestano e reclamano il rispetto dei più elementari diritti che ci vengono negati».

Questo indurimento nella repressione deriva dal desiderio che il regime ha di mostrare che non teme la contestazione, oppure al contrario è figlia della paura che si diffonde tra i dirigenti di fronte alla protesta popolare?
«Un regime che goda di un solido appoggio popolare non perpetrerebbe mai atti di violenza contro i cittadini. Dunque ritengo che il comportamento del regime dipenda dalla paura. E da cosa altro potrebbe scaturire la decisione di vietare alla gente di manifestare e di reprimere la libertà di associazione? Temono che i cittadini si riuniscano e agiscano assieme».

Neda Soltan, è diventata il simbolo della pacifica lotta degli iraniani per la libertà. Come spiega che così spesso in Iran le donne siano in prima linea, sia come vittime dell’oppressione che come protagoniste della resistenza?
«Lo trovo piuttosto normale. È logico che coloro che sono le prime a patire per la negazione dei diritti, siano poi anche all’avanguardia nella battaglia per ottenerne il rispetto».

Il giorno dell’Ashura alcuni militari si sono rifiutati di sparare sulla folla. Singoli episodi di pietà, o la punta emergente di una rivolta etica che scuote gli stessi apparati di sicurezza?
«Potrei dire in generale che molti esponenti del regime non condividono l’oltranzismo di Ahmadinejad. C’è chi valuta che osando troppo sul cammino della violenza si possa danneggiare il regime e provocarne la caduta. Molti sanno che se ciò avvenisse, sarebbero i primi a rimetterci. Ecco perché si oppongono ad esagerazioni ed estremismi».

Cosa distingue l’onda verde da precedenti mobilitazioni per la libertà e la giustizia? La dimensione numerica, la maggiore determinazione, la chiarezza degli obiettivi?
«Credo sia evidente una cosa. Coloro che partecipano alle dimostrazioni sono mossi dalla volontà di perseguire obiettivi molto chiari: democrazia politica e rispetto dei diritti umani. Ma c’è anche un’altra differenza tra questo movimento ed altri del passato, ed è che l’iniziativa appartiene alla società. Il movimento è diretto dal popolo, non da Mirhossein Mousavi o Mehdi Karroubi. I leader non sono alla testa dei cittadini, piuttosto ne accompagnano l’iniziativa. Questa è una importante novità».

La Repubblica islamica sta agonizzando?

«Posso solo dire che è molto indebolita. Ma da qui a dire che sia in agonia, ne passa. Non voglio spingermi così lontano. Penso che sia un dibattito prematuro. È troppo presto per emettere un verdetto così drastico».

Si vede però che molte figure preminenti del cosiddetto establishment prendono le distanze dal capo di Stato Ahmadinejad e dalla Guida suprema Khamanei. Non è il segno di un crescente isolamento dei vertici?
«Sì, è vero che il sistema sta perdendo l’appoggio popolare, e contemporaneamente pezzi sempre più grandi di società se ne distaccano. Le massime autorità hanno meno sostenitori, sono più sole».

Lo Shah fu rovesciato anche in nome dell’Islam. Che ruolo ha oggi il sentimento religioso nel contesto dello scontro sociale e politico in atto? Gioca a favore dell’onda libertaria o è strumento della repressione?
«Direi che il sentimento religioso oggi in Iran è un po’ attenuato anche a causa degli arbitri e delle violenze che sono stati commessi facendosi scudo della fede. Non voglio dire che la gente sia meno devota di prima, ed anzi le convinzioni musulmane rimangono salde. Ma credo che sempre di più si imponga la coscienza che lo Stato e la religione devono essere due sfere distinte e separate».

Prevale dunque nell’opposizione chi rifiuta le basi ideologiche stesse della Repubblica islamica rispetto a chi denuncia nell’autoritarismo dittatoriale il tradimento dei valori fondanti del khomeinismo?
«Posso solo dire che l’onda verde non è un movimento ideologizzato. È una grande iniziativa popolare a carattere democratico. Fra coloro che manifestano nelle strade, hanno spazio le opinioni più diverse».

La comunità internazionale sta agendo bene nei confronti dell’Iran?
«Sarebbe opportuna una maggiore diffusione di informazioni, anziché limitarsi al contenzioso sul programma nucleare. Occorrerebbe occuparsi di più dei diritti umani violati e delle speranze di cambiamento degli iraniani. Quello che chiedo poi alla comunità internazionale sono atti concreti per vietare certi tipi di transazioni commerciali. Bisognerebbe astenersi dal firmare contratti che consegnano ai dirigenti di Teheran gli strumenti per opprimere i loro concittadini. Mi riferisco in particolare agli accordi raggiunti con aziende come Nokia e Siemens che forniscono allo Stato iraniano la tecnologia per controllare, censurare, bloccare le comunicazioni via Internet e la telefonia mobile.

Dunque lei approva le sanzioni contro l’Iran?
«Dico sì a sanzioni che impediscano la vendita di strumenti d’oppressione, come le armi o i gas lacrimogeni».

Da quasi un anno lei non torna in patria. Cosa teme? La prigione, violenze fisiche?
«Non ho paura. Sono i miei colleghi a Teheran che mi suggeriscono di non tornare. Dicono che la situazione è terribile e sarebbe estremamente difficile per me svolgere qualunque attività a casa, mentre all’estero posso fare molto di più per trasmettere i messaggi di denuncia e di proposta dei connazionali. In Iran mi sarebbe impedito parlare e comunicare. Ma non appena mi diranno che hanno bisogno di me, e posso essere più utile là di quanto non lo sia all’estero, non esiterei un momento a rientrare».

I suoi familiari hanno subito ritorsioni per causa sua da parte del potere. Come stanno adesso?

«Mio marito fu messo in prigione per alcuni giorni e poi rilasciato con il divieto però di espatriare. Mia sorella è stata arrestata e poi rimessa in libertà dopo tre settimane. Né l’uno né l’altra hanno mai svolto attività politiche o sociali di qualunque tipo. Il fermo fu loro motivato così: se non siete in grado di far cessare le sue attività a Shirin Ebadi, sarete voi a patirne gli effetti. Evidentemente si sono poi resi conto che quel ricatto non funzionava, ed io avrei continuato la mia attività. E li hanno lasciati andare».

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26 febbraio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=95553