TERREMOTO CILE – Il drammatico racconto-appello del matematico Francesco Zanon. “Mia madre ha comunicato alla Farnesina i miei contatti, finora silenzio. Qui mancano acqua, benzina, elettricità”

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Il drammatico racconto-appello del matematico Francesco Zanon. “Mia madre ha comunicato alla Farnesina i miei contatti, finora silenzio. Qui mancano acqua, benzina, elettricità”

“Noi, italiani abbandonati a Concepcion
Turni di guardia per difenderci dai saccheggi”

La testimonianza di un altro professore, Nicola Chiacchio, da San Pedro de la Paz
“Vorremo partecipare alla ricostruzione di un paese che forse domani sentiremo anche nostro”

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"Noi, italiani abbandonati a Concepcion Turni di guardia per  difenderci dai saccheggi" Code per i rifornimenti d’acqua a Talcahuano

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“Mi chiamo Francesco Zanon e sono un italiano che sfortunatamente si trovava a Concepcion in Cile il giorno del terremoto. Tutt’ora sono in questa città. Scrivo questa lettera per raccontare parte della mia storia, per raccontare quello che ho dovuto passare e quello che ancora sto passando. Sono un collega di quel Federico Albertini, professore presso la scuola italiana, di cui non si avevano più notizie. A differenza del collega io sono arrivato in questo paese solo da pochi giorni, per la precisione il 23 di febbraio e a differenza sua mi trovavo nella città il giorno della tremenda scossa di terremoto. Non ho mai insegnato in questa scuola e durante i miei primi giorni qui sono stato ospite a casa di Luis Colaciatti, che è uno tra i fondatori della scuola e un membro importante della comunità italiana, io sono qui per insegnare matematica.
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Al momento della scossa mi trovavo appunto suo ospite ed è stata la mia fortuna e la mia salvezza. Eravamo in un appartamento al 5° piano di un palazzo che per miracolo non è crollato; la scossa sembrava non finire mai ed era come essere in una barca in mezzo ad una tremenda tempesta. Non si poteva scappare perché era mpossibilie stare in piedi, ho pregato che non mi cadesse il soffitto sulla testa e così è stato. Finita la paura dei primissimi attimi ci siamo spostati in una casa sita in una zona un po’ più elevata per paura dello Tsunami. uesta casa è di un cugino di Luis e vi abitano due famiglie. E’ una casa bassa a due piani e non ha subito danni, è molto più sicura di un palazzo e così molti parenti si sono trasferiti qui in questi giorni. Alla fine siamo arrivati ad essere circa 25 persone, tra adulti, donne, bambini e persone anziane che ricordano tutti i terremoti anche prima di quello tremendo del 1960. Il giorno dopo il sisma pensavo che per me le cose non potessero che migliorare, mi sbagliavo. Siamo rimasti senza  energia elettrica fino a questa sera e ancora non abbiamo acqua potabile. Per rifornirci di questa che è il bene più prezioso, siamo ricorsi a molti mezzi: attingendo a fonti di fortuna ma anche a piscine e idranti funzionanti in città per miracolo. Abbiamo bollito quest’acqua utilizzando una griglia da barbeque che è a disposizione nel giardino di casa e tutti l’abbiamo bevuta.

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Ancora oggi c’è il pericolo che la casa in cui mi trovo venga saccheggiata, mentre scrivo sono le 2.39 del mattino e alle 4 inizia il mio turno di guardia insieme ai vicini. Quello che non riesco a capire è perché sono stati fatti così tanti errori sia da parte del governo cileno, ma anche da parte di quello italiano. Immediatamente nelle ore successive al sisma sono riuscito a mandare un sms ai miei familiari chiedendo di comunicare alla Farnesina la mia posizione, e i miei numeri di telefono cellulare (quello italiano e quello cileno). Immaginate con che difficoltà si potevano e si possono usare i telefoni cellulari in questa situazione. Non c’è possibilità di ricaricare le batterie, né di ricaricare il credito (per il telefono cileno). Mi aspettavo di essere contattato nel giro di poche ore, di un giorno al massimo, niente. Mia madre ha chiamato nuovamente la Farnesina il giorno successivo, si è sentita dire che dovevo andare in Argentina in automobile e di contattare l’ambasciata a Santiago. Ovviamente non  ho una automobile e anche se la avessi non c’è disponibilità di carburante perché non c’è energia elettrica e poi ora quasi tutte le pompe di benzina sono state distrutte e in quelle che si sono salvate non vengono distribuiti più di pochi litri per ciascuno. Alla fine sono riuscito ad ottenere i numeri dell’ambasciata italiana a Santiago, con pochissima batteria e con le linee che vanno e vengono chiamo a Santiago. Mi risponde una voce registrata: “Per la lingua italiana prema 1, per avere informazioni sul passaporto prema 2…”. Se non mi credete provate a chiamare. Comunque riesco ad ottenere il numero per le emergenze spulciando il menù automatico, chiamo e ovviamente chi risponde non sapeva chi fossi e dove mi trovassi, pur avendo mia madre chiamato per due volte la Farnesina. Mi hanno detto di stare tranquillo e che mi avrebbero ricontattato, nulla fin’ora.
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"Noi, italiani abbandonati a Concepcion Turni di guardia per  difenderci dai saccheggi"Si naviga in internet fuori un ufficio che ha messo a disposizione connessioni gratis a Concepcion

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La famiglia che mi ospita mi tratta come parte integrante del gruppo, sono tutte persono straordinarie, che in questo momento di difficoltà sanno affrontare la crisi con tutti i mezzi a loro disposizione. Con loro divido il cibo, la vita, la ricerca di acqua potabile e le ronde notturne sulla barricata allestita qui fuori per evitare di essere saccheggiati. Oramai mi sento in debito con questa gente e non credo di lasciarli finché saranno migliorate le cose. Ma vi pare possibile che il governo italiano non mi abbia mandato neache un sms con qualche indicazione utile, non si sia mai messo in contatto con me, in pratica mi abbia abbandonato? Senza queste persone fantastiche non so cosa avrei fatto e cosa farei”.
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Da San Pedro de la Paz ci scrive Nicola Chiacchio. “Siamo stati svegliati da violento terremoto. La casa ha tremato per un tempo interminabile, non riuscivamo ad alzarci dal letto. L’armadio ballava, qualche mobile è caduto. In cucina era un disastro: piatti, bicchieri, bottiglie, tutto sul pavimento. Siamo corsi in auto e siamo partiti verso la collina. Vivendo a 100 metri dall’oceano la prima cosa che abbiamo pensato e a cui hanno pensato tutti è stata di salire il più in alto possibile. E cosi abbiamo fatto… In strada centinaia di auto e migliaia di persone a piedi, avvolti nelle coperte, con i figli sulle spalle. Più del solito si è vista la profonda divisione sociale che vive questo paese. Tutti diretti alle colline di San Pedro, fuori sembra che non sia successo quasi niente. C’è una fabbrica che brucia ma le case sembrano tutte intatte. La strada in qualche punto si è spaccata. Dopo qualche coda riusciamo a salire in collina e parcheggiamo tra altre auto piene di  persone. Intorno gente accampata, la terra continua a tremare. Dopo una mezz’ora vediamo salire gente con i carrelli di un supermercato. Carrelli pieni di tutto, ci rendiamo conto che sono cominciati i saccheggi. Alcuni hanno buste di una farmacia. Ci preoccupiamo della nostra casa lasciata intatta ma incustodita e dopo un’altra ora decidiamo di scendere. La coda è lunga, l’attesa è snervante. Per strada decine di persone con sacchi della spesa stracolmi. Finalmente scendiamo e corriamo verso casa. Quando arriviamo troviamo qualche vicino che non è fuggito, la situazione sembra tranquilla, tutti stanno bene. Non c’è elettricita ma per fortuna esce un filo di acqua dalla fontana in giardino. Rientriamo in casa e iniziamo a rimettere a posto tra le infinite scosse che si ripetono. Io e mia moglie abbiamo il mal di mare. Dopo qualche ora dal terremoto iniziano a saccheggiare anche un supermercato vicino casa nostra e anche un grosso deposito di pasta, farina, biscotti è preso d’assalto.
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Alla fine anche noi del vicinato, temendo che venga a mancare tutto decidiamo di fare provviste e entriamo nel supermercato tra gli sguardi dei carabinieri che sopraggiunti non possono far altro che osservare il fiume di gente che si riversa nei locali. Il giorno dopo l’altro supermercato è presidiato dai militari, che nel frattempo hanno preso il controllo dell’ordine pubblico. Ma dopo un giorno di presidio hanno l’ordine di andarsene e anche l’altro supermercato è preso d’assalto e praticamente distrutto dalla calca di gente. E questo non farà altro che ritardare il ritorno alla normalità. Adesso il nostro quartiere è fornito di tutto e anche l’elettricità è ritornata.
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Dalla radio si ascoltano notizie di saccheggi, di folle che assaltano nella notte le case e così ci si organizza per ronde notturne. La prima notte è il caos, tutti si agitano al minimo rumore. Qualcuno comincia a sparare, arrivano anche i carabinieri e la polizia. La notte seguente va meglio, arriva anche qualche soldato. Ora abbiamo ridotto i turni di guardia. Sembra che si torni alla tranquillità.. anche se una scossa più forte delle altre ha gettato molti nel panico scatenando un fuggi fuggi verso la collina per un allarme tsunami poi rientrato. Ora comincia il difficile cammino verso la normalità. Il lavoro, la scuola. Chi è stato a Concepciòn dice che la città è distrutta. I ponti che da San Pedro portavano a Concepciòn sono semi distrutti. Su uno si passa solo a piedi. Molti si chiedono quando si potrà tornare al lavoro. Talcahuano è stata quasi distrutta dal terremoto e da un’onda che ha “parcheggiato” in strada le navi ancorate nel porto.
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Qualcuno ci chiede se restiamo o ritorniamo in Italia. Noi vogliamo restare. Il primo marzo averi dovuto cominciare il mio lavoro di insegnante all’Università di Concepciòn. Non so niente della situazione là, magari lunedi tenterò di attraversare il fiume Bio-Bio per sapere qualcosa. Ringrazio tutti i vicini per l’aiuto che ci hanno dato… Tra le tante cose brutte di questo terremoto quella di stare tutti insieme, dividere l’acqua, il cibo, passare le notti svegli a sorvegliare le nostre famiglie che dormono è una cosa bella che ci fa desiderare di restare e condividere con tutti i mesi difficili che ci aspettano, e ci fa desiderare di partecipare alla ricostruzione di un paese che forse domani sentiremo anche nostro”.
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05 marzo 2010
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