Archivio | marzo 6, 2010

I VERBALI – Lo sfogo della vice di Bertolaso “Siamo un’armata Brancaleone”

I VERBALI. Anemone avvisava: “Vediamo gli affari di quel Pm”

Quei contatti della cricca: “Fai una telefonata a Letta”

Lo sfogo della vice di Bertolaso
“Siamo un’armata Brancaleone”

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dall’inviato  di Repubblica FRANCESCO VIVIANO

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Lo sfogo della vice di Bertolaso "Siamo un'armata  Brancaleone"
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PERUGIA – Nonostante le inchieste giornalistiche dell’Espresso e di Repubblica, che denunciavano gli sprechi, nonostante le “talpe” all’interno del palazzo di giustizia di Roma e nella Guardia di Finanza che informavano passo passo l’andamento delle indagini della Procura di Firenze (grazie anche all’amicizia del Procuratore aggiunto, Achille Toro e del figlio Camillo, entrambi indagati) la “cricca” del G8, dei Grandi Eventi, della Maddalena, dei Mondiali di Nuoto e di altri appalti ancora, continuava ad agire indisturbata.
Cercavano contatti con i politici, anche con Gianni Letta, per ottenere favori, arbitrati, nomine e consulenze. Anche il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (anche lui indagato) non aveva allentato i rapporti con gli imprenditori ed i tre funzionari del ministero che assegnavano appalti e finanziamenti e che sono finiti in galera. Anche un mese prima degli arresti di Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro della Giovanpaola e l’imprenditore Diego Anemone che in una intercettazione viene definito anche “il Capo” di Bertolaso, continuavano a parlare di affari, appalti e raccomandazioni, di tutti i tipi. Tutte “situazioni” che emergono dalle migliaia di intercettazione telefoniche dei carabinieri del Ros che hanno svolto l’indagine.
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CI VUOLE UN INTERVENTO DI GIANNI LETTA
L’imprenditore fiorentino, Riccardo Fusi, amico e socio (secondo gli investigatori) del coordinatore di Forza Italia Denis Verdini, aveva affidato l’incarico di assistenza legale all’avvocato Guido Cerruti (interrogato ieri dai pm di Firenze) su indicazione di Angelo Balducci e Fabio De Santis. Cerruti cerca anche una sistemazione per la collega Raffaela Di Tarsia Belmonte per occuparsi del grande restauro dei nuovi Uffizi. Ed è a questo punto che l’avvocato Cerruti pensa di investire il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per una nomina. Cerruti parlando con Angelo Balducci dice: “… noi a limite lo possiamo dire anche a Antonio… (Maffey commissario per il palazzo del Cinema di Venezia nominato da Rutelli ndr) “Antò fatti una telefonata a Letta… gli dici che… eh!? di nominà eh!… e che come presidente… la Presidenza del Consiglio desidererebbe… in modo che la moglie gli può fare la segretaria… insieme a te… no?. (.). insieme a te e la moglie di Botto (funzionario dell’Autorità di Vigilanza sugli appalti, relatore della delibera relativa al cantiere della Scuola Marescialli di Firenze ndr).

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DIEGO ANEMONE CAPO DI TUTTI ANCHE DI BERTOLASO

La mattina del 31 dicembre, l’ingegnere Balducci parlando con Diego Anemone gli riferisce di avere avuto un colloquio con Guido Bertolaso “… poi mi ha chiamato Guido.. mi ha chiamato Guido e m’ha detto.. sa.. . dice… ho avuto un bellissimo colloquio con il nostro capo… che saresti te (Diego Anemone ndr”. Anemone informa Balducci che Bertolaso sta andando al Salaria Sport Village per il “massaggio”. “Lui (Bertolaso ndr) deve andare, io mo’ ci sto andando e quando arrivo ti chiamo”.
Poi i due fanno dei commenti su Bertolaso che era stato ad Haiti per il terremoto e Balducci dice ad Anemone: “Bertolaso ad Haiti? Una boutade”” riferendosi alle critiche che il capo della Protezione civile aveva mosso agli Stati Uniti per gli interventi di soccorso.
In alcune conversazione Balducci non risparmia alcune critiche a Guido Bertolaso soprattutto quando commenta un articolo di Repubblica sulla società “Triumph” che aveva avuto assegnato dal capo della Protezione civile diversi incarichi per fornitura di servizi. “È una esagerazione – dice Balducci – detto tra noi è perfettamente preciso, non sgarra di un millimetro ed io gliel’ho sempre detto a Guido che secondo me è una esagerazione”.
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LA RICOSTRUZIONE IN ABRUZZO: “SIAMO UN’ARMATA BRANCALEONE”

“I militari sembrava che facessero l’ira di Dio… fan peggio di noi che siamo l’armata Brancaleone”. È lo sfogo di Manuela Manenti, capo dipartimento della Protezione civile e responsabile della funzione infrastrutture e strutture post emergenziali per la ricostruzione dell’Abruzzo dopo il terremoto. Manenti parla con Angelo Balducci ed aggiunge che con Bertolaso “è una situazione difficile” facendo riferimento, scrivono i carabinieri all’attività di ricostruzione in Abruzzo “Io poveretta più in là non posso andare…. perché ho persone – dice a Balducci – che sono dei deficienti, non ho persone tecniche… “.
Balducci consola la donna: “Tu devi uscire a testa alta”.
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GLI OPERAI DI ANEMONE “VISITATI” VIA FAX DA MEDICO NAPOLETANO

Uno dei grandi imprenditori indagati ed in odore di contatti con la camorra, Mario Piscicelli ed i suoi collaboratori mal tollerano i controlli sulla sicurezza che sono esercitati sul cantiere di Valco San Paolo. Ed allora per risolvere alcuni problemi, anche quelli del certificato di sana e robusta costituzione per i suoi operai che non ce l’hanno se li fa inviare via fax da un medico napoletano che quegli operai non li ha mai visti in faccia. “Ingegnere allora.. giusto un attimo… questa come al solito… questa stronza (un architetto responsabile della sicurezza nel cantiere ndr) non se ne va in vacanza in nessun modo sta qui il 18 agosto a rompere la palle… noi abbiamo fatto tutto… i carpentieri sono pronti… “. Piscicelli chiede come fare per ottenere l’idoneità per i suoi operaio ed il suo geometra, De Rosa gli trova la soluzione suggerendo un medico di Napoli che è in rapporti con Giuseppe Illuminato che è un loro subappaltatore di San Giuseppe vesuviano “Noi teniamo il dottore di Illuminato – dice De Rosa – il quale fa stè visite, le fa via fax”. Piscicelli avalla subito questa soluzione “… ah! che meraviglia… e mo’ me lo fate uscire?” risponde Piscicelli ridendo. “Piscicelli – scrivono i carabinieri – che ha già dato prova della sua scarso interesse per la sicurezza nel cantiere, ritiene, a questo punto, che sia conveniente avvalersi dei rapidi servigi di questo medico anche per tutti gli altri operai “… ma facciamolo pure per gli altri!!. sì.. se fa i fax questo è fantastico. È una meraviglia. (ride)… risolviamo così.. così ci sbattiamo ‘ste carte in faccia a questa.. (l’archietto che li richiedeva ndr). fate tutti gli incarichi che volete.. basta risolviamo. ottimo. ottimo”. De Rosa recepisce subito l’input del suo principale e dice”… allora lo nominiamo nostro medico… allora lo facciamo definitivo.. li guarda via fax gli operai
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“ANEMONE E L’EX ARBITRO AGNOLIN. “COMPRIAMOCI IL VENEZIA”

“Sono Agnolin, allora avete notizie sull’acquisto del Venezia calcio e su questo incontro?”.
L’incontro doveva avvenire tra Stefano Gazzani, commercialista indagato, e l’imprenditore Diego Anemone interessato all’acquisto. Gazzani: “Guarda devo vedere i due fratelli (Diego e Daniele Anemone) oggi pomeriggio ti faccio sapere”. Poi Gazzani fa sapere all’ex arbitro Agnolin che l’affare non si può perché Diego Anemone, è impegnato nei lavori, probabilmente gli appalti che si era aggiudicato per i Grandi Eventi, rimandando il tutto a dopo.
Sempre Gazzani avrebbe segnalato due studentesse prima degli esami all’Università di Roma.
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IL SEGNALE DEL PRESIDENTE DEL TAR

Emergono anche contatti e invio di “segnali” tra il presidente del Tar del Lazio Pasquale De Lise Balducci. La sera dello scorso 12 ottobre – tre giorni dopo il Tar Lazio respingerà il ricorso con il quale Italia Nostra aveva chiesto di bloccare il via libera del Comune di Roma alle costruzioni per i mondiali di nuoto – De Lise avvisa Balducci di avergli fatto arrivare un “segnale” tramite il genero Patrizio Leozappa.
“Io – dice De Lise a Balducci – ti avevo mandato, non so se hai visto Patrizio, ti avevo mandato un segnale… “.
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ANEMONE E IL PM
È “meglio vedere gli affari di quel pm”. Parla probabilmente di Sergio Colaiocco, il pm romano che sta conducendo le indagini che hanno determinato il sequestro dell’impianto del Salaria Sport Village, l’imprenditore Diego Anemone in una delle intercettazioni.
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04 marzo 2010
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“Questa mattina mi son svegliato…” E il ‘Popolo Viola’ scende in piazza

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“Questa mattina mi son svegliato…” E il ‘Popolo Viola’ scende in piazza

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di Mariagrazia Gerina

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“Questa mattina mi sono svegliata…”, dice così una signora che fa l’archeologa, senza pensare che sono le parole della canzone partigiana. “Ecco – dice – mi sono svegliata e ho letto l’sms di un’amica. Diceva: ‘dimmi solo quando dobbiamo scendere in piazza’. E allora ho capito che Napolitano aveva firmato il decreto. Non riuscivo a trattenere le lacrime pensando a quello che era successo nella notte. Allora davvero le leggi non valgono più nulla. Davvero possono fare quello che vogliono”, ripete, mentre timidamente prende il microfono. “Il nome? No, non mi va di dirlo. Sono una cittadina, sono sempre scesa in piazza in questi anni, non sono mai stata iscritta a nessun partito. Volevo dire grazie al popolo viola per questo presidio, altrimenti non avrei saputo che fare, dove andare”, dice tutto d’un fiato per poi passare ad altri microfono e altoparlante montato in fretta dal popolo viola davanti a Montecitorio per dare voce allo “sdegno”.

I primi sono scesi in piazza ieri notte, quando non c’era ancora la firma di Napolitano sul decreto licenziato in seduta straordinaria dal Consiglio dei ministri. Tutti in piazza contro il decreto “salvaliste” del Pdl. Il tam tam è partito, seguendo i canali ormai collaudati del “popolo viola”. Convocazioni via sms, messaggi su Facebook e su Twitter. Prima in piazza del Quirinale, il sit-in notturno, poi a firma avvenuta, a Montecitorio dove, a sfidare il freddo notturno e lo stupore, si sono ritrovati in tanti, anche dopo la mezzanotte.

Poi stamattina la nuova mobilitazione. Cartelli viola, bandiere rosse, di Pd, Sinistra e Libertà, tricolore del Pd, bianco-celesti di Di Pietro, militanti di partito che spontaneamente si sono che uniti alla piazza. “Presidente non abbiamo capito”, “tutti uniti per l’emergenza democratica”, recitano i tazebao del popolo viola. “la legge è uguale per tutti”, “la Repubblica non è un de-cretino”. Al microfono si alternano per ore gli appelli per la democrazia. Mentre la gente continua ad andare e venire. Giovani, meno giovani, militanti, cittadini.

Dario non ha ancora 19 anni, è al primo anno di Economia. “La mia coscienza politica? Me la sono formata applicato il metodo critico prima allo studio e poi alla politica. Chiedendomi sempre di ogni fatto: perché? Come succede? Che conseguenze ha.” E poi la rete: “Che non è come la tv, in rete le informazioni te le vai a cercare tu”. Francesco ha qualche anno in più: 23, studia filosofia. Ha partecipato all’onda: “Che poi infondo era un po’ come il popolo viola, stessa spontaneità, stessi meccanismi di autoconvocazione… almeno all’inizio”. Né lui né Dario sono iscritti a nessun partito. Persino il “popolo viola” se assomigliasse a un partito gli andrebbe stretto: “Va bene se è una scintilla che mette in moto un processo più grande ed eterogeneo come sta succedendo in queste ore…” “La cosa più bella è tutta questa gente: vedere che quello che hai letto in rete si materializza nelle persone che hai attorno”, si sorprende Dario, che racconta così la sua “scesa in piazza”. “Questa mattina, appena alzato, ho acceso il computer, ho letto le ultime notizie, un attimo dopo ero sul gruppo facebook del “popolo viola””. E poi in carne ed ossa in piazza, con gli altri.

“Io prima di venire qui mi sono riletta il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio per sostenermi moralmente”, racconta al microfono Giovanna Bottino (disoccupata dopo dieci anni da manager culturale precaria e fund raiser) che ripropone le sue letture partigiane alla piazza. Fenoglio: “Oggi siamo cento, ma domani saremo molti di più, diceva il Johnny. E sappiamo allora come è andata a finire”. Etty Hillesum: “Finché c’è una sola persona a testimoniare la bontà dell’essere umano siamo salvi”. Ecco, è per questo che molti sono scesi in piazza spontaneamente. Per dimostrare la bontà dell’essere umano, di un paese. “Siamo qui perché non ne possiamo più, volevamo delle elezioni rappresentative e invece non ci rappresenta più nessuno”.

È solo la prima tappa di una settimana che si preannuncia scandita dagli appuntamenti di piazza. “Tra poco ci sposteremo tutti in piazza del Pantheon con Emma Bonino”, comunica Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori del sit-in, dirottando tutti sul presidio nel frattempo convocato dal centrosinistra, che organizza per sabato prossimo la manifestazione di massa. Ma intanto: “Domani alle 15 tutti a piazza Navona”, si convoca il “popolo viola”. “E non ci vengano a chiedere i tre giorni di preavviso per darci il permesso”, dice qualcuno al microfono, suscitando anche un dibattito tra la folla riunita sotto le insegne della legalità. “Noi siamo quelli che le regole le rispettano”. Niente parua: “Abbiamo anche l’autorizzazione”, comunica Mascia, prima che la piazza si sciolga per riaggionarsi alle 16.30.

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06 marzo 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=95877

Smog, studio Ue sull’inquinamento: in Italia i maggiori rischi per l’ozono

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Smog, studio Ue sull’inquinamento: in Italia i maggiori rischi per l’ozono

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COPENAGHEN (6 marzo) – Italia maglia nera in Europa per il rischio ozono nell’estate del 2009. Mentre il Vecchio Continente ha visto un generale abbassamento del livello di questo inquinante il BelPaese ha fatto registrare il maggior numero di superamenti dei limiti. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente, secondo cui per il Vecchio Continente l’estate del 2009 è stata la migliore dal 1997, cioè da quando viene effettuato questo tipo di monitoraggio.

Mentre nei Paesi del Nord Europa, tranne che in Belgio, non è stato osservato nessuno ‘sforamento’, un’alta percentuale di stazioni con rilevamenti oltre la cosiddetta “soglia di informazione” (cioè 180 microgrammi per metro cubo come valore massimo della concentrazione media oraria durante le 24 ore), considerata la prima soglia di pericolo per la salute, è stata registrata nel Sud Europa e in particolare in Grecia, Italia e Portogallo. In Italia poi è stato osservato il numero più alto degli sforamenti, toccando complessivamente quota 79 giorni. Ad essere colpita è stata circa la metà della popolazione italiana (50,6%), contro una media europea del 17,2%.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=93703&sez=HOME_NELMONDO

ARGENTINA – La verità sui voli della morte

https://i2.wp.com/2.bp.blogspot.com/_XcSJye8ECfc/SZyKnz-IRMI/AAAAAAAAAI4/yWuXlaxWsyg/s320/desaparecidos.jpgFoto d’epoca

La verità sui voli della morte

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Un lungo lavoro investigativo. A cui ha partecipato anche un fotografo italiano. Ecco come sono stati ritrovati gli aerei e i piani di volo usati dalla giunta militare argentina per eliminare gli oppositori

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di Gigi Riva. Foto di Giancarlo Ceraudo

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Otto nomi di piloti che tornano, con cadenza regolare, sulla ‘planilla para historial de aeronave’, il brogliaccio dove viene riportata tutta l’attività di un velivolo. Solo che lo Skyvan PA-51 non è un aereo normale perché quando era di proprietà della Prefectura Naval Argentina tra il 1976 e il 1983 è stato utilizzato per i ‘vuelos de la muerte’ con cui almeno 5 mila oppositori della dittatura militare sono stati gettati, tramortiti ma vivi, nell’Oceano Atlantico. Tornata la democrazia nel paese sudamericano, gli alti ufficiali della ‘junta’ hanno sempre sostenuto che quelle carte erano state distrutte. Trent’anni di bugie per coprire le responsabilità, a diversi livelli, di uno dei crimini più odiosi della storia recente. Invece i documenti, preziosissimi, sono riapparsi, in seguito a un lungo lavoro investigativo, durato tre anni in vari continenti, condotto da un fotografo italiano, una ex desaparecida e un ricco signore col gusto della verità.

Modello dell’aereo, numero di serie, giorno, itinerario, nome del comandante, durata della missione: tutto è stato registrato. E adesso è un formidabile atto d’accusa. I giuristi già le hanno definite “le carte più importanti sulla dittatura ritrovate negli ultimi dieci anni”. Un premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, e il ricco signore, Enrique Piñeyro, rampollo della famiglia Rocca, li hanno consegnati al giudice istruttore di Buenos Aires Sergio Torres, lo stesso che ha condotto le indagini che hanno portato al processo, in corso, sulla Scuola di Meccanica della Marina (Esma), luogo di tortura e detenzione dei ‘desaparecidos’ (un processo è in corso in Italia in contumacia). Torres ha già chiesto, per rogatoria, gli originali dei piani di volo che si trovano negli Stati Uniti (e vedremo come ci sono arrivati).

‘L’espresso’ ha avuto modo di visionarli e conosce i nomi degli otto piloti. Erano, all’epoca, giovani tra i 25 e i 35 anni, hanno poi lasciato la Marina e fatto carriera nelle compagnie civili. Alcuni sono andati in pensione, altri sono ancora in attività e due, dipendenti dell’Aerolineas Argentinas, sono comandanti su rotte intercontinentali.

Toccherà alla magistratura stabilire chi di loro era davvero al posto di comando dei voli della morte. Per questo tacciamo i nomi. Il sospetto, comunque, è che tutti fossero coinvolti. Perché una delle prerogative del regime era la condivisione dei misfatti: in modo da essere uniti, in futuro, nel patto scellerato dell’omertà. I protagonisti dell’inchiesta sul filo della memoria hanno rintracciato cinque ‘aerei della morte’. Buonsenso, intuito, pazienza e molta passione gli ingredienti che hanno prodotto il risultato.

La storia inizia tre anni fa quando il fotografo romano Giancarlo Ceraudo si stabilisce in Argentina e decide di iniziare un lavoro sulla dittatura. Trascorre mesi nei centri di detenzione illegale, Olimpo, Club Atletico, Esma, Virrey Ceballo, dove sono passati i trentamila desaparecidos, luoghi adesso gestiti da comitati e associazioni per i diritti umani. Ritrae i sopravvissuti, le stanze dove furono torturati. All’Olimpo, garage per la revisione delle automobili della polizia, in via Ramon Falcon, nella zona di Floresta, grazie alla sua curiosità vengono recuperati, in uno scaffale nascosto, dei fogli con le spiegazioni tecniche dei lavori sulle Ford Falcon, le famigerate auto usate dalle squadre della morte per i sequestri di persona. Un piccolo frammento del tempo che fu. Oltre che dai racconti, è influenzato dalla visione del film ‘Garage Olimpo’ di Marco Bechis, con quell’ultima scena in cui i carcerati vengono trascinati dentro un aereo che decolla. Un riferimento esplicito ai voli della morte. Di cui, quattro anni fa, si sapeva solo quanto riferito da quello che in Italia definiremmo un pentito,Adolfo Scilingo, trentenne capitano all’epoca dei fatti. Nel 1995 aveva raccontato al giornalista Horacio Verbitsky di aver partecipato a due voli della morte in cui furono ammazzati rispettivamente13 e 17 prigionieri. E aveva aggiunto: “La decisione dei voli fu comunicata ufficialmente dal viceammiraglio dell’Armada Mendìa pochi giorni dopo il golpe del 1976. Ci è stato spiegato che le procedure per lo smistamento dei sovversivi nell’Armada si sarebbero svolte senza uniformi, indossando solo scarpe da ginnastica, jeans e magliette. I sovversivi non sarebbero stati fucilati per non aver gli stessi problemi avuti da Franco in Spagna e Pinochet in Cile”. E circa il modo: “Erano incoscienti. Li spogliavamo e, quando il comandante del volo ci dava l’ordine, aprivamo le porte e li gettavamo, nudi, uno alla volta. Questa è la storia vera, nessuno può negarla”.

Scilingo aveva acceso una luce sulla pagina forse più buia della dittatura. Aveva fornito delle tracce per chi volesse andare a fondo, compresi i tipi di velivoli usati, gli Skyvan e gli Electra della Lockheed. Curiosamente, nessuno le aveva volute seguire. Giancarlo Ceraudo parte da lì, il suo progetto fotografico, chiamato ‘Destino final‘ (dalla formula usata dalle compagnie aeree di lingua spagnola per indicare il punto di arrivo di un viaggio), è quello, adesso, di ritrovare gli aerei e i piloti. Viene affiancato da una giornalista, Miriam Lewin, origini ebraiche, 53 anni, sequestrata quando ne aveva 19 perché simpatizzante peronista, tenuta prigioniera per un anno a Virrey Ceballo dalla polizia federale e poi venduta alla Marina dell’ammiraglio Emilio Massera, nome in codice ‘Zero’, e, grazie alla conoscenza delle lingue, usata come traduttrice di giornali stranieri. In quella posizione conobbe alcuni tra gli ufficiali più feroci comeJorge Acosta detto ‘El Tigre’, il tenente Alfredo Astiz, ‘Angel’, assassino infiltrato nei gruppi delle madri di plaza de Mayo. Miriam adesso fa la giornalista, conduce il programma ‘Telenoche investiga’ per la rete Canal 13. Una giornalista, un fotografo. Che hanno però bisogno delle conoscenze, anche tecniche, di un personaggio assai noto in Argentina e dai multiformi interessi: Enrique Piñeyro. Nato a Genova 53 anni fa, Piñeyro è contemporaneamente medico, pilota, attore, regista e produttore. Fu lui a denunciare la compagnia per cui lavorava, la Lapa (Lineas aereas privadas argentinas) per la cattiva manutenzione dei velivoli e una serie di irregolarità. E quando, poco dopo, un aereo Lapa cadde, fu incaricato di fare l’inchiesta.

Il terzetto è ben assortito ma il suo lavoro andrebbe assai più a rilento se non esistesse, nel mondo, un gruppo di persone che dedicano gran parte delle loro energie nel seguire, dalla culla alla tomba, il destino di qualunque oggetto abbia le ali. Salvo poi pubblicare su Internet una biografia completa di ciascun aereo. Grazie alla Rete non è così complicato sapere cosa ne è stato degli cinque Electra della Marina. Uno è caduto durante la guerra delle Falkland-Malvinas, un altro è precipitato nel sud del Paese. Di un terzo si sono perse le tracce. Ne restano due. Uno, nome Ushuaia, ha trovato ricovero nel museo dell’Armada nella base ‘comandante Espora’ di Bahia Blanca, come se fosse un cimelio di cui menare vanto. L’ultimo, Rio Grande, ha avuto un curioso itinerario. È rimasto fermo all’aeroporto Ezeiza di Buenos Aires finché un privato ha deciso di acquistarlo per farne un ristorante, senza peraltro conoscere quale fu il suo impiego. Per trasportarlo sino al Camino de cintura, Buenos Aires, dove attualmente si trova, ha dovuto spendere un patrimonio. I costi di ristrutturazione per modificarlo si sono rivelati così alti che la strada di periferia dove è parcheggiato, sotto la vista dei cittadini della capitale, è anche diventato il suo cimitero.

Con gli Electra i militari si liberavano degli oppositori, gettandoli dal capace portellone posteriore. Gli Skyvan, invece, avevano il vantaggio di avere un portellone ventrale, comodo da aprire. Di questi la Prefectura Naval ne aveva cinque. Uno pure abbattuto alle Falkland, un altro scomparso mentre tre vengono acquistati, nel 1995, dalla lussemburghese Cae Aviation, una compagnia che li noleggia anche alle Nazioni Unite. Quello con la sigla PA-53 è rimasto in Lussemburgo. Il PA-52 è stato venduto a una società inglese che lavora anche per il ministero della Difesa e ha finito di volare nel 2006. Sinora ha dato le soddisfazioni maggiori il terzo, Skyvan PA-51, girato nel 2002 alla Gb Airlink di Fort Lauderdale, Florida, Stati Uniti, che, sino ad alcuni mesi fa, lo impiegava per un servizio postale con le Bahamas. Un collega di Miriam Lewin di Canal 13, di base a Miami, è andato a vederlo. Senza altro intento se non fotografarlo. Forte è stato il suo stupore quando un addetto della Gb Airlink gli ha segnalato i numerosi documenti che, come vuole del resto la legge, lo accompagnano. I militari dicevano di averli distrutti. Invece no, eccoli. Parlano di quegli anni dal 1976 al 1983. I voli sospetti sono presto individuati. Ci vuole poco per un esperto del ramo come Piñeyro: “Ci sono dei tragitti da Aeroparque Jorge Newbery a Punta Indio (poco più di cento chilometri) che ci mettono 4.7 ore, cioè quattro ore e 35 minuti nel codice aeronautico. Lo stesso tempo che impiega un Bariloche-Buenos Aires, distanti 1.700 chilometri. Altri ancora Punta Indio-Punta Indio di 4.6 ore cioè 4 ore e mezza. Insostenibili. Senza contare che tutto coincide con le confessioni di Scilingo. Aeroporti usati, giorni, aerei. E oggi sappiamo anche dove i desaparecidos venivano scaricati in mare. A 500 chilometri dalla costa, seguendo la rotta sud-sud-est. E il tempo che ci vuole per quel tragitto corrisponde esattamente con quello indicato sui piani di volo”.

La scoperta è choccante. No, i militari non hanno distrutto i piani di volo. Perché avevano un senso profondo dell’impunità, perché credevano che quei brogliacci emigrati all’estero non sarebbero più stati ritrovati. C’è da mettere in moto la giustizia, adesso. Non sarebbe stato possibile sino al 2005 quando le leggi ‘de obediencia debida’ e ‘de punto final’, che avevano di fatto sancito l’impunità per torturatori e killer, sono state dichiarate incostituzionali e si sono potuti riaprire i processi. Ceraudo, la Lewin e Piñeyro scelgono un Premio Nobel come Adolfo Pérez Esquivel, torturato per 14 mesi durante la ‘junta’, come il personaggio di prestigio assieme al quale presentare la denuncia al giudice istruttore Sergio Torres. Gli consegnano un esposto con le fotocopie della ‘planilla para historial de aeronave’. Gli chiedono di acquisire gli originali attraverso una rogatoria internazionale da presentare immediatamente agli Stati Uniti (già fatto). Non c’è tempo da perdere, sono ancora in molti che temono quelle carte. E sono ancora potenti. La dittatura è finita 27 anni fa, ma per dirla con Piñeyro “solo nel 2015 quando se ne sarà andato in pensione anche l’ultimo generale, che all’epoca era magari un soldatino, le forze armate si saranno davvero ripulite”. Ancora, a suo giudizio, possono compiere nefandezze nell’ombra e “controllano una parte dell’informazione”. Di certo sono attive squadre della morte che agiscono con le stesse metodologie degli anni Settanta. Proprio legato a un processo riaperto contro Miguel Osvaldo Etchecolatz, ex direttore investigativo della polizia di Buenos Aires, coinvolto nella ‘Notte delle matite spezzate’ in cui scomparvero molti studenti di scuola superiore, c’è stato, nel 2006, il primo caso di un desaparecido durante la democrazia. Si chiama Julio Lopez, teste chiave dell’accusa. Anche il giudice di primo gradoCarlos Rosanzki ha ricevuto pesanti minacce anonime. Tutto questo non ha impedito di condannare il gerarca all’ergastolo. Stessa pena comminata, in primo grado, al cappellano della polizia federale Christian Von Wernich, ritenuto responsabile di sette omicidi. In corso, riprenderà a giorni, l’importante giudizio sulla Esma.

Le nuove carte aprono la possibilità di portare alla sbarra i piloti dei voli della morte. Nelle pance dei due aerei che stanno in Lussemburgo e in Gran Bretagna potrebbero nascondersi altri fogli preziosi. Per questo l’inchiesta continua. I parenti dei desaparecidos non hanno avuto nemmeno i corpi dei loro cari da piangere. Almeno vogliono guardare in faccia chi diede l’ordine di aprire il portellone: per buttarli in pasto ai pescecani.

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GUARDA IL REPORTAGE Gli aerei della morte | Memoria, Verdad y Justicia | Archeologia del terrore | Reaparecidos

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04 marzo 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-verita-sui-voli-della-morte/2122243&ref=hpsp

Germania, abusi sessuali in una scuola per vip

La denuncia sul quotidiano Frankfurter Rundschau: violenze tra gli anni ’70 e ’80 –

Germania, abusi in una scuola per vip

Almeno quattro ex insegnanti sono stati accusati da ex allievi: le vittime sono «tra 50 e 100»

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BERLINO – Una prestigiosa scuola tedesca, non religiosa e legata all’Unesco, ha ammesso che suoi allievi sono stati vittime di abusi sessuali tra gli anni ’70 e ’80. La rivelazione giunge proprio mentre il paese è scosso da uno scandalo che vede coinvolti istituti cattolici tedeschi. La scuola Odenwald (Oso) di Heppenheim, nell’ovest della Germania, nota per il suo metodo pedagogico basato sul «libero sviluppo di ogni allievo», ha riconosciuto «anni di abusi commessi da suoi educatori ai danni degli allievi», riporta il quotidiano Frankfurter Rundschau.

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TRA GLI ALLIEVI ANCHE COHN-BENDIT L’istituto annovera tra i suoi ex allievi molti nomi noti, tra cui il leader studentesco del maggio ’68 e attuale leader dei verdi al Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit, che lo frequentò tra il 1958 e il 1965, o anche uno dei figli dell’ex presidente della Repubblica federale tedesca Richard von Weizsacker, Andreas, tra il 1969 e il 1976, stando al sito internet dell’istituto. «Gli abusi sessuali hanno avuto luogo almeno a partire dal 1971», ha affermato la direttrice della scuola, Margarita Kaufman, precisando di aver sentito di «20 nomi» di studenti coinvolti. Il quotidiano tedesco, dal canto suo, scrive che almeno quattro ex insegnanti sono stati accusati da ex allievi e di aver appreso che le vittime sono «tra 50 e 100»

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06 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_06/scuola-germania-abusi_f956df98-2937-11df-a5a9-00144f02aabe.shtml

La notte della Repubblica

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La notte della Repubblica

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LOST IN POLITICS di Marco Damilano

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Ore 23.44. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato il decreto salvaliste.

Titola così l’Ansa, ma c’è un errore. Il decreto non salva tutte le liste, ne salva soltanto due: il listino Formigoni in Lombardia e la lista del Pdl a Roma.

Conviene ripeterlo: nessuno si augurava l’esclusione del Pdl dalle elezioni in due regioni decisive. Ma si poteva aspettare che i tribunali amministrativi si pronunciassero. Invece il decreto è stato firmato, in fretta e nella notte. La politica aveva bisogno di anticipare la giustizia. Perché lo pretendeva la Lega, lo voleva Formigoni e An non voleva restare fuori dalla partita.

E così un caos politico-formale, la mancanza del partito più grande nella capitale e della coalizione di centro-destra nella sua regione d’origine per colpa dei pasticci dei suoi rappresentanti, è stato cancellato da una catastrofe politico-costituzionale: l’alterazione delle regole del gioco con la partita già iniziata. Uno stravolgimento operato con prepotenza dalla squadra più forte. Perché c’è da chiedersi cosa avrebbe fatto il governo se a rimanere fuori per qualche motivo fosse rimasta una lista dell’opposizione, dal Pd alla più piccola e insignificante. Quell’opposizione, da Di Pietro a Bonino a Bersani, che ora grida alla vergogna e annuncia già per domani manifestazioni di piazza.

Forse sarebbe bastato soltanto questo, il rispetto delle ragioni delle minoranze e di chi ha rispettato le regole senza ritardi e trucchetti, per consigliare più prudenza a chi, del puntuale, pignolo rispetto della forma e delle forme, aveva fatto la sua regola di vita.
Fino a questa notte, almeno.

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06 marzo 2010

fonte:  http://damilano.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/03/06/la-notte-della-repubblica/

CARTA – Femministe e musulmane?

Femministe e musulmane?

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di Sarah Di Nella

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Carta in edicola dal 5 marzo dedica la copertina a un fenomeno sconosciuto ma diffuso, quello del femminismo islamico.

Di questi tempi, le donne musulmane non godono esattamente di una buona pubblicità in Italia, né del resto in alcun paese europeo. Mentre in Francia si discute di identità nazionale, con gli scivoloni razzisti che l’istituzione di un «ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale» lasciava presagire con largo anticipo, in Italia comuni piccoli e grandi scoprono una non meglio precisata «ispirazione cristiana della vita», tanto da escludere dall’asilo bambini le cui famiglie non vi si riconoscono. È accaduto a Goito, un paese del mantovano, e sicuramente accadrà altrove.

Accade anche, però, che le edizioni Al Hikma pubblichino in Italia alcuni libri di Asma Lamrabet, una delle esponenti di spicco di un movimento nato vent’anni fa e che da allora non ha smesso di crescere: il femminismo islamico: quasi un ossimoro, per i luoghi comuni correnti, a cui Carta dedica la copertina del numero in edicola da venerdì 5 marzo. Si tratta di un movimento complesso, che a volte fatica a riconoscersi in questa definizione ed è animato da donne di fede musulmana. Un movimento globale, che riunisce donne dei paesi arabo-musulmani, convertite europee e statunitensi, musulmane africane e asiatiche, che hanno deciso di rileggere il Corano, smontando versetto per versetto le letture patriarcali, misogine e maschiliste che per secoli ne sono state date e rivendicando una giustizia di genere che – affermano – non è affatto osteggiata dalla lettera dei testi sacri dell’Islam, ma dalle letture storiche che ne sono state fatte.

Questo movimento, racconta Renata Pepicelli in «Femminismo islamico», un saggio appena pubblicato da Carrocci – che usa internet per diffondersi e connettersi, e che agisce su due piani: quello intellettuale e quello dell’attivismo sociale. Mentre nel primo caso le donne si concentrano sull’esegesi dei testi sacri, nel secondo si impegnano contro l’analfabetismo, i matrimoni forzati o la discriminazione. Al centro dell’azione delle femministe islamiche, in molti paesi, è il diritto di famiglia, proprio perché è in quell’ambito che i diritti delle musulmane vengono più calpestati. Anche se la battaglia dall’interno dell’islam sarà ancora lunga e faticosa, perché sono per ora ben pochi gli uomini convinti dalla rilettura dei testi, alcuni dei quali non esitano a dichiararsi a loro volta «femministi islamici». Molti altri preferiscono continuare a usufruire dei privilegi che la lettura tradizionale del Corano gli conferisce.

Per le musulmane occidentali, i temi principali sono invece l’accesso condiviso da uomini e donne alla moschea, il diritto a indossare liberamente il velo, o la lotta contro gli stereotipi razzisti.
In Italia, le associazioni di donne musulmane non hanno accolto le istanze di quel movimento. Come spiega Patrizia Khadija del Monte, dell’European muslim network, sono così occupate a difendersi dal governo, dalle istituzioni e dal clima ostile che si respira nel paese, che hanno preferito affermare la propria identità in modo piuttosto conservatore. La principale associazione di donne musulmane, l’Admi [Associazione delle donne musulmane in Italia], aderisce tuttavia all’European forum of muslim women, che si dà da fare perché le donne possano svolgere un ruolo di primo piano nell’Islam.

Resta il nodo, affrontato su Carta da Lucia Sorbera, del Centro interdipartimentale di ricerca e studi sulle politiche di genere dell’Università di Padova, del rapporto – spesso conflittuale – di questo movimento con gli altri femminismi. Sono molte le reticenze nei confronti di chi propone la religione come orizzonte possibile di emancipazione. Piano piano però questo filone di pensiero traccia la sua strada. E sulla scia del Marocco, dove la mobilitazione delle femministe laiche e poi di tutta la società, ha portato nel 2004 alla riforma del codice di famiglia, molte lavorano per ottenere più diritti. È il caso di molti collettivi, primo tra tutti quello delle Sisters in Islam malesiane, che hanno lanciato una piattaforma per l’uguaglianza dei diritti, Musawah, alla quale aderiscono una cinquantina di organizzazioni. Di sicuro, il femminismo – laico o islamico che sia – sta smuovendo qualcosa in tutti gli Islam.

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04 marzo 2010

CARTA sett mens

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fonte:  http://www.carta.org/editoriali/19277

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INCROCI PERICOLOSI – Il curioso caso di Giorgio Napolitano

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Il curioso caso di Giorgio Napolitano

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By Anonimo

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Published: 03/12/2009 – 22:05

Risorse web:

«Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla […] è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica[…]

Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti». Era con queste parole che il senatore a vita ed ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi spiegava il compito e i poteri che un Capo di Stato italiano può e deve usare in certi momenti delicati della vita del paese. Una frase che lo stesso Ciampi non indirizzava direttamente all’attuale Presidente della Repubblica ma che aveva nel significato delle sue parole un implicito riferimento al suo successore, Giorgio Napolitano.

Un potere, quello non promulgativo, che l’attuale Presidente non sembra voler esercitare e che nei suoi 3 anni di mandato ha minacciato di usare realmente solo una volta in occasione del Decreto Englaro, cioè quando l’attuale Governo tentò di bloccare tramite emendamento la sentenza di vari tribunali nel caso della povera Eluana.

La firma e l’avallo del Capo di Stato sono arrivati infatti per tutte le leggi di questo esecutivo, comprese le incostituzionali Lodo Alfano e Legge Gelmini, la discriminante (secondo l’Onu) “aggravante razziale“ legata al reato di clandestinità e infine il salvacondotto per gli evasori, lo Scudo Fiscale.

“Il baratto” è il titolo di un libro pubblicato nell’aprile del 2008, scritto da Michele De Lucia, membro della direzione nazionale dei Radicali Italiani. Uno scritto che riporta alla luce strani incroci politici ed editoriali di più di 25 anni fa, ricordandoci infatti i suoi principali attori e collegandoli alla politica di oggi.

Uno di questi è proprio Giorgio Napolitano, all’epoca leader della corrente “migliorista” del Partito Comunista Italiano. Questa ala politica, definita come “la destra del PCI“ aveva anche un giornale di riferimento, “Il Moderno“, un mensile non di elevata tiratura ma che aveva nel suo interno “curiosi” articoli e pubblicità. Ecco alcuni estratti dal libro di De Lucia:

«Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della Corrente “migliorista” del Pci (cioè la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104).»

«Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno… scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente i modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e  apacità produttive” (p. 115).»

«Il numero di aprile 1987 del mensile comunista Il Moderno esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie… Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca… E il 18 aprile l’agenzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 — 127).»

«A giugno 1989 il settimanale comunista Il Moderno pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via. Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148).»

Berlusconi in quegli anni era solo un imprenditore, ma le sue parole dopo un mega contratto tra Fininvest e la “tv sovietica” dimostrano ancora oggi la sua poliedricità politica quando si parla di affari: «Noi non abbiamo cattivi rapporti col Partito comunista italiano, e cerchiamo di averne sempre di migliori».

Se tra i miglioristi militò anche Sandro Bondi, attuale Ministro della Cultura nel governo Berlusconi IV, vuol dire che con qualcuno del vecchio PCI qualche intreccio c’è stato, e sarebbe importante sapere se qualcun altro ha avuto rapporti con l’attuale Presidente del Consiglio. Certo, fare domande del genere al Presidente Napolitano non sarebbe facile, specialmente visto come rispose stizzito già 5 anni fa ai giornalisti tedeschi che chiedevano spiegazioni riguardo i suoi onerosi rimborsi spese per i viaggi aerei utilizzati durante il periodo in cui era parlamentare europeo.

«La Costituzione italiana contiene valori, regole, principi che devono ispirare i comportamenti di tutti gli italiani» ha detto in questi giorni il nostro Presidente della Repubblica. Speriamo che non intendesse “di tutti meno uno” come lasciò dedurre un anno fa avallando una legge palesemente ingiusta, il Lodo Alfano.

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fonte:  http://roma.indymedia.org/node/14988/pdf

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Michele De Lucia
IL BARATTO

Pagg. 338 – € 17,00
ISBN 978-88-7953-188-7

Anni Settanta – Gli scritti giovanili del compagno Walter Veltroni, comunista togliattiano anti-capitalista e impegnato nella «costruzione del socialismo in Italia». Tra capitali “svizzeri”, edilizia e prestanome, i traffici affaristici del piduista Silvio Berlusconi con la partitocrazia, nelle agende di Mino Pecorelli.

Anni Ottanta – Le televisioni locali del Pci comprate da Berlusconi, secondo la testimonianza di Primo Greganti. Autunno 1984: l’incontro “riservato” fra Occhetto-Veltroni e l’ex piduista 1816. Il baratto veltroniano con Dc e Psi del gennaio 1985: via libera al decreto-Berlusconi del governo Craxi, in cambio di Raitre al Pci. Soldi berlusconiani al giornale della destra comunista “Il Moderno” e ai Festival de “l’Unità”…

Mosca, aprile 1988: megacontratto fra la televisione sovietica e la Fininvest. Berlusconi: «Noi non abbiamo cattivi rapporti col Partito comunista italiano, e cerchiamo di averne sempre di migliori». Veltroni: «Intendo rivolgere a Berlusconi due complimenti sinceri, di stima… Il primo per la sua capacità di imprenditore che è riuscito a “inventare” un settore. Il secondo complimento va alla sua capacità di aver imposto, attraverso un alto grado di egemonia, i tempi della decisione politica in un settore così delicato come quello nel quale opera…».

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MICHELE DE LUCIA (Roma, 1972), laureato in Legge, fa parte della direzione nazionale dei Radicali italiani. Co-fondatore dell’associazione Anticlericale.net, ha pubblicato: Fiat, quanto ci costi? (Stampa alternativa 2002) e Siamo alla frutta. Ritratto di Marcello Pera (Kaos edizioni 2005).

Decreto “salvaliste”: Di Pietro contro Napolitano

Decreto “salvaliste”: Di Pietro contro Napolitano

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Antonio Di Pietro attacca l’operato del presidente Napolitano, reo di aver firmato il decreto “salvaliste”, che permetterà ai candidati e alle liste del Pdl in Lombardia e Lazio di presentarsi in barba alle regole che non sono state rispettate. Il popolo viola scende in piazza in difesa della Costituzione

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di Stefano Bernardi

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Antonio Di Pietro tuona contro il decreto “salvaliste”, il decreto “scudo” che salva le candidature di Formigoni in Lombardia e della Polverini nel Lazio, e le rispettive liste. Il leader dell’Italia dei Valori, chiama in causa per primo il presidente della repubblica Giorgio Napolitano: “Ieri sera appena ho saputo che Napolitano aveva firmato la legge salva Pdl ho pensato tra me e me che il presidente della Repubblica si era comportato da Ponzio Pilato, più tardi ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l’arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta”.

Gli risponde con durezza il portavoce del Pdl Daniele Capezzone, che afferma che è “indecente che Di Pietro parli di inpeachment”, liquidando la questione etichettandola inspiegabilmente come complotto della sinistra: “Ma davvero la sinistra sperava di buttare fuori gara i suoi antagonisti e di correre in beata solitudine? […] Ora, Bersani, Bonino, Di Pietro, visto che non sono stati capaci di rispettare i loro avversari, dovrebbero almeno sforzarsi di rispettare gli elettori, a cui viene restituita dal decreto la possibilità di esercitare il loro diritto di voto, e il Quirinale, che si è mosso con scrupolo e senso di responsabilità”.

Il popolo viola, la rete di associazioni in difesa della Costituzione autogeneratasi da internet, si è riunito questa mattina di fronte a Montecitorio per protestare contro il decreto del Governo. Il leader del Pd, Pierluigi Bersani, insieme ad Emma Bonino, lo stesso Di Pietro ed altri responsabili del centrosinistra, stanno valutando l’idea di una manifestazione unitaria dell’opposizione; in giornata dovrebbero riunirsi i resonsabili laziali dei partiti per decidere.

Il Pdl sta cercando in tutti i modi di strumentalizzare a proprio favore un errore macroscopico dovuto a leggerezze e tensioni interne, che hanno prodotto un walzer di nomi che alla fine ha contribuito al ritardo nella presentazione delle liste. Le parole degli esponenti della maggioranza, stanno cercando di confondere i cittadini tramite l’utilizzo della solita novella del complotto. C’è da sperare che il minor numero possibile di italiani creda a questo modo vergognoso di condurre la campagna elettorale per le regionali. Intanto, Napolitano ha dimostrato nuovamente la sua debolezza di fronte ad una violazione legalizzata delle regole.

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06 marzo 2010

fonte:  http://www.newnotizie.it/2010/03/06/decreto-salvaliste-di-pietro-contro-napolitano/

Palermo, quando la vita è un Gratta & Vinci

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Palermo, quando la vita è un Gratta & Vinci

Un viaggio nei vicoli antichi, dove il lavoro è una chimera e le ricevitorie accerchiate da un fiume di persone a caccia di un colpo di fortuna non conoscono crisi
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di Evelina Santangelo
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L’ho notato nel quartiere in cui vivo, una zona del centro storico di una città del sud, Palermo, che oggi conta il 17,1% di disoccupati, un incremento della cassa integrazione negli ultimi due anni del 65,4%, e questo, in un’isola come la Sicilia che l’Adiconsum pone al primo posto tra le regioni italiane per il rischio di bancarotta familiare. Se c’è un’attività che impegna in modo sistematico soprattutto la varia popolazione più o meno dissestata o quella, inesplicabilmente e periodicamente, riassestata del mio quartiere (dove i più diversi esercizi abusivi, semi abusivi o a norma-di-legge convivono in un bailamme incongruo di locali, pub, localini, botteghe vecchissime e attività artigianali reinventate per star dietro al gusto dei tempi… dove l’odore del kebab si mescola a quello delle panelle, quello della colla dell’ultimo ciabattino al profumo di dopobarba che emana dalla porticina a vetri dell’ultimo barbiere…), se c’è un’attività, dicevo, che impegna in modo continuativo la varia umanità del mio mescolato quartiere, questo è il gioco d’azzardo o, comunque, il vasto arcipelago delle scommesse: dalle forme più domestiche o più o meno illegali a quelle più aggressive e allettanti promosse dai Monopoli di Stato.
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Lotterie e affini. Lotterie in natura (soprattutto qualche anno fa) – con il battitore che gira per le stradine spingendo un vecchio passeggino carico di beni di prima necessità, cibo in special modo –; lotterie in denaro in cui i numeri sono urlati strada per strada a cavallo di una moto che si fa i vicoli a passo d’uomo, così come, a estrazione avvenuta, il nome del fortunato o della fortunata: nome, cognome (o soprannome) e attività (quando c’è l’ha, e la si può dichiarare); probabilmente un po’ di totonero, cui si allude a mezze parole tra vicini di casa o di persiana (per chi vive nei bassi). Tutti giochi in cui è forte ancora quel controllo sociale che, a suo modo, contribuisce a creare un senso di comunità, per quanto parziale e alieno da sentimenti propriamente civili (quei sentimenti, insomma, che evocano diritti e doveri di cittadinanza).
Tutti giochi che oggi sono tendenzialmente rimpiazzati da scommesse solitarie e compulsive, che hanno la loro piazza affari nella tabaccheria-ricevitoria: di gran lunga, il luogo più frequentato di un quartiere dove vincere al gioco è diventato una sorta di accreditamento sociale, la manifestazione vivente di un successo possibile nel semideserto di prospettive, l’unico gesto che, per molti, sembra dotato di senso, anzi, di concretezza. Uno spaccato esasperato ed “esasperante” (secondo quanto sostiene il proprietario della tabaccheria) di Italia, verrebbe da dire, leggendo le statistiche nazionali.
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L’Italia che soffre. Perché se c’è un’Italia che perde il posto di lavoro, che non è mai uscita dalla precarietà o che, un lavoro, non lo ha mai avuto, in parallelo (e con un incremento insospettabile) c’è un’Italia che disperatamente scommette: 53,4 i miliardi spesi nell’ultimo anno in scommesse, Gratta & Vinci, Superenalotto, slot machine (quasi il doppio dell’incasso stimato per lo scudo fiscale, come riporta Il Sole 24 Ore in un articolo online dello scorso gennaio).
145 circa i milioni di euro spesi in giochi ogni 24 ore nel corso del 2009 (Agipronews). Ora, ogni tempo ha i suoi luoghi-simbolo, i suoi gesti, che nel loro insieme definiscono un modo di essere, un sentimento di sé individuale e collettivo.
Così, per raccontare questo nostro tempo, dare la misura dell’odierna condizione (sociale, economica, esistenziale, ma anche psicologica) forse non basterebbe solo ricordare gli operai arrampicati sui tetti delle fabbriche, i ricercatori e impiegati del terziario asserragliati dentro le aziende, i manager trincerati nei loro uffici, ma bisognerebbe probabilmente anche guardarla da lì, la crisi (sociale, economica, civile), dalle tabaccherie-ricevitorie tappezzate di tagliandi – da giocare, riscossi, o accartocciati nei cestini –, con le postazioni di videopoker o slot machine in un angolo, i terminali automatizzati che trasmettono le giocate, gli scontrini e le schede prestampate che, in certe ore e in certi giorni, passano nella macchina validatrice a ritmi serrati.
E questo mentre l’offerta di giochi, più o meno d’azzardo si fa capillare – entra nei bar, nei supermarket, nelle stazioni ferroviarie – capillare e ininterrotta, attraverso i distributori automatici o le offerte su Internet, contribuendo in modo sempre più significativo ai bilanci dello Stato, che (nel paese dei grandi evasori) con “la tassa degli imbecilli” – come la definì il matematico statistico e Bruno de Finetti – copre spese pianificate o esborsi imprevisti, come il terremoto in Abruzzo, finanzia strutture pubbliche e servizi. Tutte facce di una stessa medaglia: di quella precarietà, cioè, che oggi è il tratto più peculiare della condizione contemporanea (italiana, e non solo). Si potrebbero tracciare mappe di precarietà, scandendo semplicemente i nomi delle fabbriche Fiat e dell’indotto in crisi reale o presunta (Termini Imerese, Mirafiori, Melfi, Cassino, Pomigliano, la Sevel, l’Fma di Pratola Serra…), o quelli delle aziende nazionali e multinazionali orientate a delocalizzare i siti produttivi (Glaxo, Eutelia-Agile, Alcoa; Fusina, Omsa, Merloni). Si potrebbero disegnare intere geografie di precariato passando dalle scuole ai call center.
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Ultima speranza. E, allo stesso tempo, si potrebbe registrare il crescente sentimento di radicale precarietà, elencando i nomi dei giochi d’azzardo e le percentuali di giocatori che, ogni giorno di più, si affidano alla sorte o, in modo specifico, tentano la fortuna promessa dai Gratta & Vinci immessi nel mercato del gioco d’azzardo dai Monopoli di Stato ormai con cadenza quasi mensile. Come se non si potesse far altro che affidarsi alla più cieca delle forze, quando il resto diventa imperscrutabile, arbitrario: i disegni di aziende dichiaratamente “in crisi” che incrementano i compensi dei top manager o i dividendi degli azionisti; l’identità di multinazionali che manifestano sempre più i tratti di entità potentissime e senza volto; i processi occupazionali che non garantiscono posizioni acquisite né danno alcun credito all’esperienza; l’immediato futuro che sfugge a qualsiasi progettazione non solo lavorativa ma addirittura esistenziale, la politica che fa e disfa e proclama misure anticrisi… “La disponibilità a correre rischi sta per diventare una necessità quotidiana di massa”, constata il sociologo Richard Sennett, considerando le conseguenze del nuovo capitalismo flessibile sulla vita personale.
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Senza talento. Una constatazione che assume tratti inquietanti dinanzi a una moltitudine sempre più disposta o rassegnata ad affidarsi a quel genere di rischio che non prevede né coraggio né valore né talento né professionalità alcuna, come lo è il tentare la sorte in lotterie istantanee e giochi d’azzardo in cui spesso non ha senso nemmeno la ricerca di una strategia o il calcolo delle probabilità (una su 2 milioni e 880 mila la probabilità di vincere una rendita ventennale al nuovissimo Gratta & Vinci: Turista per Sempre).
E questo soprattutto quando il gioco d’azzardo di massa s’innesta nel quotidiano, scandisce la giornata, simula il lavoro, come le estrazione a cadenza oraria del Win for Life (24 estrazioni in 24 ore per garantirsi un vitalizio ventennale di 4.000 euro al mese), promette la sicurezza che il lavoro non offre: uno stipendio certo per un numero significativo di anni, una vita dignitosa e un po’ di futuro, facendo così della più precaria, cieca ed effimera delle chimere l’unico ancoraggio possibile, o comunque a portata di mano.
Un ancoraggio molto simile, in realtà, alle condizioni stesse cui spesso costringe proprio il lavoro flessibile: arbitrio (aziendale), istantaneità e occasionalità (della propria posizione lavorativa), rischio continuo di «ripartire da zero», solitudine. Ci sono probabilmente poche situazioni che suggeriscono la stessa solitudine e lo stesso sradicamento sociale incarnati da una moltitudine che si adatta a ridimensionare le proprie aspirazioni, o addirittura la propria realizzazione sociale entro l’orizzonte del caso o della sorte più cieca.
E così, mentre nella consustanziale incertezza del presente diventa quasi impossibile «un racconto coerente della propria vita» o «costruirsi attraverso il proprio lavoro» (R. Sennett), in quella corsa al gioco probabilmente c’è qualcosa di più del manifestarsi di un disagio economico o di una sfiducia nel futuro.
C’è la fine di una certa cultura del lavoro intesa come contributo a un progetto collettivo – ognuno per la sua parte, in base alle proprie competenze, al proprio mestiere, alla propria professionalità, alla propria esperienza accumulata nel tempo, alla propria ricchezza –; c’è il segno più tangibile del logorarsi del senso stesso di appartenenza a una storia comune, di cui il lavoro è sempre stato una delle componenti fondamentali con quel suo quotidiano intessere storie, fatiche individuali e destini collettivi.
Forse per questo al sud, per esempio, è sempre mancato assieme a una cultura del diritto al lavoro un sentimento civile diffuso, capillare. Forse per questo, al nord, oggi, nel tessuto sociale e culturale si va facendo strada un individualismo sempre più disperato e rabbioso. Forse per questo la crisi del lavoro oggi si intreccia più che mai con una crisi profonda dei valori civili.
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da il Fatto Quotidiano del 27 febbraio

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01 marzo 2010

fonte:  http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2447431&yy=2010&mm=03&dd=01&title=palermo_quando_la_vita_e_un_gr