Archivio | marzo 8, 2010

ALLARME OGM – Il mais ogm Monsanto provoca gravi danni al fegato e ai reni degli animali alimentati / Ogm, l’Autorità parziale

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La Monsanto con le spalle al muro

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La Monsanto è stata costretta a pubblicare un dossier segreto sui danni degli ogm. Gli animali nutriti con tre varietà di mais geneticamente modificato creato dalla società statunitense hanno infatti subito gravi danni al fegato e ai reni dopo solo tre mesi di somministrazione.

Due delle varietà contengono geni per la proteina Bt che protegge la pianta contro il parassita piralide del mais, mentre una terza è stata geneticamente modificata per essere resistente al glisofate.

I dati diffusi dalla Monsanto sono stati esaminati dal ricercatore francese Gilles-Eric Seralini dell’Università di Caen, che ha choiesto ulteriori studi per verificare i danni agli organi sul lungo periodo.

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fonte: aam terra Nuova, marzo 2010, pag. 4

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Ogm, l’Autorità parziale

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di Federico Tulli
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IL CASO. Ancora una volta i pareri in materia di biotech espressi dall’Ente europeo per la sicurezza alimentare causano perplessità. E la patata Amflora può trasformarsi in un boomerang commerciale per chi decide di coltivarla.

E se quella della lobby biotech fosse una vittoria di Pirro? A 48 ore dal via libera di Bruxelles alla coltivazione in Europa della patata Amflora, e di altre tre varietà di mais Ogm, l’azienda tedesca Emsland Stärke GmbH (Esg), seconda produttrice mondiale di carta (con le sue 350.000 tonnellate di amido di patate) ha dichiarato di non voler al momento coltivare il tubero biotech della Basf «pur avendo considerato nel passato la possibilità di farlo». Nessun ripensamento di carattere “morale”.

L’argomentazione del colosso tedesco è squisitamente economica, ma non per questo meno dirompente. I vertici della Esg temono infatti di perdere importanti partner commerciali a causa della forte opposizione dei cittadini Ue agli Ogm. In caso di ripensamento definitivo l’Esg non rischia di rimanere senza materie prime, dal momento che sul mercato sono ampiamente disponibili prodotti equivalenti all’Amflora, ma non geneticamente modificati, realizzati dalla tedesca Europlant e dall’olandese Avebe. Altri, poi, sono in via di realizzazione. Considerato questo, e considerato che la patata della Basf potrà anche alimentare gli animali, nota il vicepresidente di Verdi ambiente e società (Vas), Simona Capogna, «non si capisce cosa ha spinto il neo commissario Ue alla Salute, John Dalli, a ignorare le informazioni sui rischi, il parere negativo di enti scientifici, la contrarietà dei cittadini e degli agricoltori e la normativa comunitaria (direttiva CE 2001/18) sull’immissione in commercio di Ogm contenenti geni per la resistenza ad antibiotici».

I Verdi per questo presenteranno una denuncia alla Procura di Roma per chiedere il sequestro delle sementi gm: «Il via libera alla patata – ha ricordato il presidente Angelo Bonelli – è stato concesso nonostante i pareri contrari dell’Agenzia europea del farmaco (Emea) e dell’Organizzazione mondiale della sanità». I Vas sottolineano inoltre che nemmeno l’Efsa (Authority europea per la sicurezza alimentare), che per le sue  valutazioni “scientifiche” si attiene ai dati delle multinazionali biotech, «è riuscita a dare un parere unanime rispetto al rischio di trasferimento, ai batteri umani e animali, dei geni di resistenza agli antibiotici presenti in Amflora».  Le frizioni interne all’Efsa comunque non hanno evitato la formulazione di un parere positivo sulla documentazione scientifica prodotta dalla multinazionale tedesca. Parere che sarebbe stato di segno opposto se a tempo debito la stessa Authority avesse inserito due antibiotici – cui la patata gm è resistente – nel gruppo di quelli ad alto valore medico e veterinario. Un’inerzia che getta delle perplessità sull’operato dell’Ente con sede a Parma.

Non è la prima volta che accade. Nel marzo 2007 il bioingegnere Gilles Eric Séralini dell’università di Caen ha dimostrato con uno studio pubblicato su Archives of environmental contamination and toxicology la tossicità di un tipo di mais gm, il Mon Bt863 della Monsanto, autorizzato dalla Commissione europea per il consumo umano e animale dopo il parere positivo dell’Efsa. Le conclusioni della ricerca spinsero il Comitato di ricerca e informazione indipendente sulla genetica, presieduto dallo stesso Seralini, ad accusare l’Authority di aver concordato le conclusioni favorevoli con gli esperti della multinazionale. Per questo motivo il Criigen chiese le dimissioni del direttore esecutivo dell’Efsa, Catherine Geslain-Lanéelle.

Un anno dopo, il sistema adottato dall’Ue per la valutazione scientifica degli studi sugli Ogm, fu duramente criticato anche dal governo francese. Sotto accusa sia l’affidabilità delle analisi del rischio ambientale, sia la durata dei test sui pesticidi (tre mesi invece dei due anni richiesti dall’Ue per quelli non biotech). Anche in questo caso il principale imputato era l’Efsa. Che secondo Parigi non svolgeva al meglio il compito di dare a Bruxelles il parere scientifico sui dossier delle industrie che hanno chiesto l’autorizzazione al commercio di Ogm in Ue.

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04 marzo 2010

fonte:  http://www.terranews.it/news/2010/03/ogm-l%E2%80%99autorita-parziale

ALIMENTAZIONE & SALUTE – Kamut: un mito da sfatare

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https://i1.wp.com/www.iosonoimmortale.it/files/servizi/ogm/kamut.jpgEsempi di pubblicità deviante

Kamut: un mito da sfatare

Ha buone proprietà nutrizionali ed è eccellente per la pastificazione, ma non è stato “risvegliato” da una tomba egizia e non è adatto ai celiaci. Inoltre viene coltivato e venduto in regime di monopolio, ha un costo eccessivo, e una pesante impronta ecologica. Luci ed ombre del Kamut – o meglio, del Khorasan: un tipo di frumento che tra l’altro abbiamo anche in Italia

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di Massimo Angelini

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“Kamut” non è il nome di un grano, ma il marchio commerciale (come “Mulino Bianco” o “McDonald’s”) che la società Kamut International ltd (K.Int.) ha posto su una varietà di frumento registrata negli Stati Uniti con la sigla QK-77, coltivata e venduta in regime di monopolio e famoso in tutto il mondo grazie ad un’operazione di marketing senza precedenti.

C’è chi chiama questa varietà il “grano del faraone” perché si racconta che i suoi semi sono stati ritrovati intorno alla metà del secolo scorso in una tomba egizia ed inviati nel Montana, dove dopo migliaia di anni sono stati “risvegliati” e moltiplicati.

Il frumento prodotto e venduto con il marchio Kamut è coltivato negli Stati Uniti (Montana) e nel Canada (Alberta e Saskatchewan), sotto lo stretto controllo della famiglia Quinn, proprietaria della società K.Int.; in Italia è importato solo da aziende autorizzate e può essere macinato solo da mulini autorizzati. Tutti i prodotti che portano il marchio sono preparati e venduti sotto licenza della K.Int e sotto il controllo della Kamut Enterprises of Europe.

Il marketing decisamente efficace che è alla base del successo del Kamut ha fatto leva su tre aspetti: la suggestiva leggenda del suo ritrovamento, l’attribuzione di eccezionali qualità nutrizionali ed una presunta compatibilità per gli intolleranti al glutine. Parliamone.

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Il Frumento orientale o Grano grosso o Khorasan – lo chiamiamo col suo nome tramandato, comune e “pubblico”, mentre Kamut è un nome di fantasia registrato – è una specie (Triticum turgidum subsp. turanicum) appartenente allo stesso gruppo genetico del frumento duro: presenta un culmo (fusto) alto anche 180 cm; ha la cariosside (chicco) nuda e molto lunga, più di quella di qualunque altro frumento; è originario della fascia compresa tra l’Anatolia e l’Altopiano iranico (Khorasan è il nome di una regione dell’Iran); nel corso dei secoli si è diffuso sulle sponde del Mediterraneo orientale, dove in aziende di piccola scala è sopravissuto all’espansione del frumento duro e tenero.

L’invenzione commerciale del ritrovamento

Dunque, per trovare il Khorasan in Egitto non era (e non è) davvero necessario scomodare le tombe dei faraoni; senza contare che un tipo di Khorasan era (e, marginalmente ancora è) coltivato anche tra Lucania, Sannio e Abruzzo: è la Saragolla, da non confondere con una omonima varietà migliorata di frumento duro ottenuta da un incrocio e registrata nal 2004 dalla Società Produttori Sementi di Bologna. Inoltre non bisogna dimenticare che la germinabilità del frumento decade dopo pochi decenni, per quanto ideali siano le condizioni di conservazione. Tutto questo porta ariconoscere nella storia del presunto ritrovamento del Khorasan/Kamut solo una fantasiosa invenzione commerciale, eleborata per stimolare il desiderio di qualcosa di puro, antico ed esotico. E, a onor del vero, la stessa K.Int. ha preso le distanze salla leggenda che, prealtro, ormai non ha più bisogno di essere incoraggiata.

Dai dati oggi disponibili, di fonte pubblica e privata, tra gli elementi di maggiore caratterizzazione del Khorasan ci sono un elevato contenuto proteico, in generale superiore alla media dei frumenti duri e teneri, e buoni valori di beta-carotene e selenio; per le altre componenti qualitative e nutrizionali non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri frumenti.

Glutine: non ne è né privo né povero

Bisogna, infatti, chiarire che, come ogni frumento, il Khorasan è inadatto per l’alimentazione dei celiaci, perché contiene glutine (e non ne è né privo né povero, come, poco responsabilmente, una certa comunicazione pubblicitaria afferma o lascia intendere) e ne contiene in misura superiore a quella dei frumenti teneri ed a numerose varietà di frumento duro.

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Kamut: glutine secco 15,5%, glutine/proteine 94,5%

Frumento duro: glutine secco 12,5%, glutine/proteine 87,5%

Farro dicocco: glutine secco 14%, glutine/proteine 79%

Frumento tenero: glutine secco 13,4%, glutine/proteine 80,6%

Farro spelta: glutine secco 17,1%, glutine/proteine 93%

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Detto ciò, il Khorasan è certamente un frumento rustico, con ampia dattabilità ambientale, eccellente per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a procedimenti di miglioramento genetico o ad una pressione selettiva troppo spinta, e proprio per questo motivo pare sia più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celiachia: ma questo è proprio ciò che si può dire dei farri e delle “antiche” varietà di frumento duro e tenero. Se la sua coltivazione è biologica (come permette la sua rusticità e come, per i propri prodotti, assicura il disciplinare del marchio Kamut), si può dire che senz’altro è un prodotto salutare, senza però scadere in esagerazioni né in forzature incoraggiate dalla moda e dal marketing del salutismo.

Costi elevati, per il portafoglio e per il Pianeta

Restano ancora tre aspetti che gettano un’ombra sul prodotto a marchio Kamut (ma non sul Khorasan!):

  • il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;
  • il costo eccessivo del prodotto finito (dall’80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico), poco giustificabile a sostanziaòe parità di valori qualitativi e nutrizionali, dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso ed ai costi di propaganda, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell’eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute;
  • la pesante impronta ecologica legata allo spostamento di un prodotto perlopiù coltivato dall’altra parte del Mondo che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga (migliaia di chilometri), e che, solo per questo fatto, non è compatibile con la filosofia della decrescita e con l’attenzione al consumo locale, fatto se possibile a “chilometro zero”.

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Note

Per i dati riferiti in questo articolo sono stati consultati i siti dell’Associazione Italiana Celiachia (www.celiachia.it), dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (www.inran.it), della Kamut International (www.kamut.com), dell’United States Department of Agricolture (www.usda.gov), dell’Insitute Sciwentifique de Recherche Agronomique (http://grain.jouy.inra.fr), l’articolo di A. R. Piergiovanni, R. Simeone, A. Pasqualone, “Composition of whole and refine meals of Kamut under southern Italian conditions” su Chemical Engineering Transactions, 2009, vol. 17: 891-896. Alcuni dati sonostati indicati da Oriana Porfiri (comunicazione personale).

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fonte: aam Terra Nuova, marzo 2010, n°248, pagg.73-76

No al PdL nel Lazio, Tar: decreto inapplicabile

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Il Tar del Lazio con un’ordinanza ha respinto la richiesta con la quale il Pdl contestava la decisione della Corte d’Appello di escludere la lista di Roma dalle elezioni regionali.

Il Tar del Lazio ha respinto la sospensiva del provvedimento della Corte d’Appello che aveva decretato la non ammissione della lista provinciale del Pdl. Questo il contenuto dell’ordinanza emessa dal Tar e letta dal presidente della seconda sezione bis, Eduardo Pugliese.

Per i giudici amministrativi del Lazio il decreto legge ‘salva liste’ non “puo’ trovare applicazione perche’ la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione”. “A seguito dell’esercizio della potesta’ legislativa regionale la potesta’ statale non puo’ trovare applicazione nel presente giudizio”, concludono i giudici.

Il presidente Pugliese ha spiegato che “nella regione Lazio la materia elettorale e’ disciplinata dalla legge 2 del 2008” e “il sistema di elezione e’ oggi disciplinato nei limiti dei principi di legge”.

Inoltre, per il Tar non puo’ essere considerato sufficiente la circostanza che, prima delle 12 dell’ultimo giorno utile della cosnegna delle liste elettoriali al tribunale di competenza, i rappresentanti del Pdl fossero all’intero del perimetro dell’Aula giudiziaria, in quanto non e’ dismostrabile che avessero con se’ l’intera documentazione necessaria a depositare le liste.

I giudici hanno rinviato al sei maggio prossimo l’udienza per discutere il merito del ricorso, spiegando che l’eventuale rinvio alla Corte costituzionale sulla legittimita’ del decreto cosiddetto ‘salvaliste’, sara’ deciso in quella sede. Il ricorso, in sostanza, non e’ stato dunque respinto ma, allo stesso tempo, le toghe hanno deciso di non riammettere in via cautelativa la lista.

La lista potrebbe comunque essere ammessa grazie al nuovo iter avviato oggi presso l’ufficio elettorale del Tribunale, al quale e’ stata consegnata ex novo la documentazione.

“C’e’ una riunione con gli avvocati. Stiamo valutando cosa fare, penso che faremo ricorso al Consiglio di Stato”. Lo afferma Ignazio Abrignani, responsabile elettorale del Pdl, commentando la decisione del Tar che ha respinto il ricorso della lista Pdl Lazio.

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08 marzo 2010

fonte:  http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=138650

POLITICA E LEGALITA’ – Dal ‘vostro’ presidente della Repubblica: “Care pirla, cari pirla” / Interessante video ‘illustrativo’ su Napolitano

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Care pirla, cari pirla

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di Marco Travaglio

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Care pirla e cari pirla che avete consumato diottrie a studiarvi le norme elettorali fino all’ultimo codicillo in corpo 2, avete consumato scarpe andando in giro a raccogliere firme regolari, vi siete congelati stazionando per ore ai banchetti per convincere i passanti a sottoscrivere le liste, avete rinunciato al tempo libero per inseguire gli autenticatori in capo al mondo e vi siete svegliati alle tre del mattino per presentarvi per tempo agli uffici elettorali, questo discorso a reti unificate è dedicato a voi imbecilli ancora convinti di vivere in uno Stato di diritto, in una democrazia fondata su elezioni regolari, cioè conformi alle leggi vigenti.

Spiacente di informarvi, casomai non ve ne foste ancora accorti, che viviamo in un regime fondato sulla legge del più ricco e del più forte, di chi grida e minaccia di più. Una legge che varia a seconda delle esigenze del più prepotente. Se, puta caso, costui viola la legge, non ha sbagliato lui: è sbagliata la legge, che viene cambiata su due piedi. Se poi, puta caso, la Costituzione non lo consente, non è sbagliata la nuova legge: è sbagliata la Costituzione. Che si può cambiare come un calzino sporco. Se penso che da cinquant’anni mi chiamano “il figlio del re” per la mia somiglianza con Umberto II, mi scompiscio. Hanno sbagliato re: io sono l’erede di Vittorio Emanuele III, quello che nel 1922 non mosse un dito contro la marcia su Roma e nel 1943 se ne fuggì a Brindisi. Sempre di notte. Infatti quando ho firmato il decreto salva-Banana? Di notte.

Del resto chi sono io per respingere una legge con messaggio motivato alle Camere come previsto dall’articolo 74 della Costituzione? Mica sono il garante della Costituzione. L’ho già detto per lo scudo fiscale: se non firmo, quelli mi rimandano indietro la stessa legge e poi devo firmarla comunque. Tanto vale farlo subito. A chi mi prospetta le dimissioni, rispondo che non conosco questa parola: sono in Parlamento dal 1953, figuriamoci. E in vita mia ho fatto ben di peggio che firmare leggi illegali: ho plaudito all’invasione sovietica dell’Ungheria, ho attaccato Berlinguer che evocava la questione morale, ero amico di Craxi, ho scritto pure alla vedova che il marito corrotto era un perseguitato.

Conosco l’obiezione: non c’è elezione senza qualche lista esclusa per ritardi o irregolarità. In Molise nel 2000 aveva vinto la sinistra con Giovanni Di Stasi, poi la destra di Michele Iorio fece ricorso contro alcune liste irregolari, Tar e Consiglio di Stato lo accolsero, si rifecero le elezioni e vinse Iorio che ancora governa. E il governo D’Alema non ci pensò neppure di fare un decreto per legalizzare le illegalità: peggio per lui, poi dicono che è intelligente. Del resto al Quirinale c’era ancora Ciampi, mica io. Due anni fa invece c’ero già io, quando alle Provinciali in Trentino venne esclusa, dopo i ricorsi di Lega e Pdl, la lista Udc alleata della sinistra. Nemmeno allora l’Unione pensò di salvare l’alleato con un decreto interpretativo: peggio per loro, pirla.

Ecco, care pirla e cari pirla: la prossima volta, anziché prendere sul serio la legge e rischiare l’assideramento per raccogliere le firme e presentarle in tempo utile, fate come me: statevene a casetta vostra davanti al caminetto, con la vestaglia di lana e le babbucce di velluto. Poi fate come i bananieri: all’ultima ora dell’ultimo giorno vi presentate in Corte d’Appello con le firme tarocche di Romolo Augustolo, George Clooney, Giovanni Rana e soprattutto Gambadilegno, magari vi fate pure un panino e una pennica per non arrivare proprio in orario, poi minacciate la marcia su Roma, portate in piazza una dozzina di esaltati, mi urlate “buh” sotto le finestre del Quirinale, mi fate sparare dai vostri giornali e io vi firmo la qualsiasi.

Anche la lista della spesa, il menu del ristorante, la ricevuta del parrucchiere, lo scontrino dell’intimissimo. Tanto Santoro l’hanno chiuso e per un mese non rompe con le sue notizie: fa tutto Minzolini, che sta dalla parte del Banana, cioè dalla mia. Statemi allegri. Il vostro presidente della Repubblica. Vostro, si fa per dire.

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07 marzo 2010

fonte:  http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2451427&yy=2010&mm=03&dd=07&title=care_pirla_cari_pirla

(Filmato della tv tedesca mai trasmesso in Italia, dal canale Youtube di GenerazioneAttiva)

Provocazione? – Scritte contro Calabresi su commissione

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Qualcuno ‘la strategia della tensione’ evidentemente la ricorda male, o ha fatto un corso accelerato per corrispondenza. Quale che sia la verità, leggendo la notizia non si può pensare ad altro che all’ennesima, dilettantesca, provocazione. Due romeni, due senza fissa dimora e semi analfabeti, con in tasca bigliettini con scritte da ricopiare sui muri. Prezzolati da non si sa chi (ma è troppo facile immaginarlo) allo scopo di ‘seminare’ indizi, per l’ennesimo ‘finto’ (si spera) attentato.

Strategia della tensione. Per rafforzare i poteri forti. Per militarizzare la l’Italia e uccidere la democrazia, o quel che ne resta. Come dire: da Pinocchio a Pinochet.

mauro

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Scritte contro Calabresi su commissione

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TORINO – Avevano nello zainetto degli appunti con vergognosi slogan da scrivere sui muri davanti alla Stampa, ma non ne conoscevano il significato. Due romeni senza fissa dimora sono stati bloccati la scorsa notte a Torino dai carabinieri, che ora cercano i mandanti. Hanno raccontato, infatti, di non conoscere neppure chi fosse il direttore del giornale: sarebbero stati pagati per farlo. Sono stati sorpresi grazie alle telecamere esterne, dal personale della sicurezza: hanno scritto a grandi lettere “Calabresi farai la fine di tuo padre” e “Calabresi fascista”. I due arrestati hanno 35 e 21 anni. Non avrebbero finora fornito indicazioni utili per risalire ai mandanti. E’ la quinta volta da quando Calabresi è alla guida del quotidiano torinese che sui muri del giornale appaiono scritte offensive, ma questa volta – secondo gli investigatori – la gravità del gesto sta nella minaccia contenuta in quella frase:”Calabresi farai la fine di tuo padre” e nel fatto che si sia trattato di un’azione su commissione.
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07 marzo 2010
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8 marzo, Amnesty: in ogni parte del mondo giustizia e dignità negate alle vittime di stupro

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8 marzo, Amnesty: in ogni parte del mondo giustizia e dignità negate alle vittime di stupro

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di Amnesty international

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In ogni parte del mondo, le vittime di stupro e di violenza sessuale si vedono negare l’accesso alla giustizia, a causa della discriminazione di genere e di pregiudizi sul loro comportamento sessuale. E’ questa la denuncia che Amnesty International rende nota in occasione della Giornata internazionale delle donne, attraverso due rapporti che mettono a confronto la violenza sessuale in due contesti opposti: la Cambogia e i paesi nordici europei (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia).

‘Tanto nei paesi poveri quanto in quelli ricchi, le donne che hanno subito stupri e violenza sessuale hanno poche speranze di vedere i loro aggressori portati davanti alla giustizia’ – ha dichiarato Widney Brown di Amnesty International. ‘E’ agghiacciante constatare che nel 21° secolo, con tutte le leggi che dovrebbero garantire l’uguaglianza delle donne, praticamente ogni governo non le protegga e non chiami i responsabili a rispondere dei loro crimini’.

I rapporti di Amnesty International, diffusi mentre sono in corso di svolgimento i lavori della Commissione Onu sulla condizione delle donne, mettono in luce i molti ostacoli che vengono posti alle donne che cercano giustizia per la violenza sessuale e domestica, quali l’atteggiamento inadeguato, negativo o minimizzante da parte della polizia, dei giudici e dei medici.
A causa della radicata indifferenza delle autorita’ nei confronti della violenza sessuale, molte donne si vergognano o addirittura si addossano la colpa e rinunciano a denunciare alla polizia i reati subiti. Quando invece lo fanno, le loro richieste di giustizia vengono accolte raramente. I due rapporti dimostrano come le incriminazioni per stupro siano tra quelle percentualmente piu’ basse rispetto ad altri tipi di reato.

‘Salvo che non sia accompagnata da violenza fisica, la violenza sessuale non viene presa seriamente in considerazione’ – ha sottolineato Brown.
‘Una donna che ha subito uno stupro senza gravi conseguenze fisiche viene spesso stigmatizzata e giudicata responsabile per un crimine che in realta’ e’ stata lei a subire, mentre il suo aggressore se la cava, nella maggior parte dei casi, con una blanda sanzione penale e una riprovazione sociale minima’.

Sebbene i sistemi penali esaminati nei due rapporti varino profondamente, Amnesty International vi ha trovato carenze e discrepanze che allo stesso modo scoraggiano le donne e le ragazze dal chiedere giustizia.

Nei paesi nord-europei, a determinare la gravita’ di uno stupro non e’ la violazione dell’autonomia sessuale di una donna quanto l’uso o meno della violenza o la minaccia di violenza. Amnesty International descrive un caso in Finlandia, dove un uomo ha costretto una donna ad avere un rapporto sessuale nel bagno di un parcheggio, facendole sbattere la testa contro il muro e tenendo bloccate le sue mani dietro la schiena. Secondo l’inchiesta, non si e’ trattato di stupro in quanto la violenza usata era stata di entita’ lieve. L’uomo e’ stato giudicato colpevole per coercizione a un rapporto sessuale e condannato a sette mesi di carcere con la condizionale. Per raffronto, le leggi finlandesi prevedono almeno sei mesi di carcere per il rifiuto di svolgere il servizio militare obbligatorio, compresa l’opzione del servizio civile.

In Cambogia, le donne non hanno fiducia nel sistema giudiziario. Le spese legate ai procedimenti (talvolta sotto forma di ‘mazzette’ da pagare alla polizia perche’ apra un’inchiesta, ma sovente anche legate alle visite mediche e ai trasporti) hanno un effetto scoraggiante. Un altro aspetto tipico del paese asiatico e’ quello del ‘pagamento extragiudiziario’, che la polizia negozia tra la l’aggressore e la vittima, in modo che quest’ultima ritiri la denuncia. Il mediatore riceve una percentuale.

‘Per troppe, troppe donne, l’esperienza col sistema giudiziario acutizza la violenza subita’ – ha proseguito Brown. ‘Ogni stupratore che rimane impunito rappresenta il segnale che le autorita’ sono indifferenti di fronte alla sofferenza delle vittime della violenza sessuale’.

La violenza contro le donne rimane una delle piu’ gravi e invasive barriere all’uguaglianza di genere. Amnesty International chiede ai governi di fare il proprio dovere, prevenendo, indagando e punendo gli atti di violenza e garantendo cio’ che e’ di fondamentale importanza: l’accesso delle donne alla giustizia e a rimedi effettivi per la violenza che hanno subito.

Amnesty International sollecita anche la creazione di un organismo stabile e forte delle Nazioni Unite che possa garantire il pieno e concreto godimento dei diritti umani da parte delle donne. Per questo, l’organizzazione fa parte della campagna globale sulla Gender Equality Reform Architecture, che chiede ai governi e al sistema delle Nazioni Unite di assicurare che la nuova agenzia dell’Onu per le donne abbia risorse, personale e autorita’ per fare davvero la differenza nella vita delle donne di ogni parte del mondo.

Amnesty International sollecita tutti i governi a riaffermare a chiare lettere il loro impegno a rispettare i diritti umani delle donne contenuti in numerosi trattati internazionali e nella Dichiarazione di Pechino e Piattaforma d’azione, un’agenda per conseguire gli obiettivi di eguaglianza, sviluppo e pace per tutte le donne.

Le attivita’ della Sezione Italiana in occasione dell’Otto marzo

In occasione della Giornata internazionale delle donne, la Sezione Italiana di Amnesty International propone una serie di iniziative e appelli per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della violenza sessuale e dei diritti sessuali e riproduttivi.

Del tema degli stupri di guerra si discutera’ oggi alle ore 16 presso il Rettorato dell’Universita’ degli Studi di Torino, in occasione della presentazione del volume ‘Stupri di guerra’, pubblicato da Franco Angeli e patrocinato da Amnesty International. Interverranno il curatore Marcello Flores, Anna Bravo e Marco di Giovanni dell’Universita’ degli Studi di Torino e, per Amnesty International, Laura Renzi, coordinatrice della campagna ‘Mai piu’ violenza sulle donne’.

Iniziative sono anche previste in diverse citta’ italiane tra cui Bologna, insieme alla sezione provinciale della Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna).

Per dare piu’ efficacia all’azione per salvaguardare i diritti sessuali e riproduttivi delle donne in tutto il mondo, la Sezione Italiana ha siglato un accordo di collaborazione con la Societa’ italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). L’accordo ha l’obiettivo di promuovere e sostenere i diritti delle donne presso istituzioni nazionali e internazionali, abbattere le barriere culturali che pregiudicano il godimento del diritto alla salute delle donne e combattere discriminazione e disuguaglianza nel loro accesso ai servizi sanitari.

Home

Nell’ambito della principale campagna globale di Amnesty International, Io pretendo dignità, le attiviste e gli attivisti dell’associazione saranno coinvolti in una raccolta di firme e invio di cartoline al presidente del Nicaragua per chiedere che la salute delle donne sia tutelata. Nel luglio 2008, infatti, e’ entrato in vigore il divieto assoluto di abortire, anche in caso di rischio per la vita della donna.
Il sito Internet e la bacheca su Facebook di ‘Donna moderna’ pubblicheranno link e informazioni su questa iniziativa.

- Ulteriori informazioni e appelli

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08 marzo 2010

fonte:  http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article5992

Terremoto in Turchia, oltre 50 morti

Terremoto in Turchia, oltre 50 morti

Colpita una vasta area poco abitata centro-orientale: un centinaio i feriti

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Alcuni residenti rimuovono le macerie di una casa a Karakocan
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ANKARA
È sinora di almeno 57 morti e quasi 100 feriti
il bilancio del violento terremoto che stamani all’alba ha colpito una vasta area poco abitata della Turchia centro-orientale. Lo ha riferito, come annunciato dai media nazionali, il vice premier turco Cemil Cicek citando dati forniti dall’unità di crisi del governatorato della provincia di Elazig.
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La scossa – registrata dall’Osservatorio di Kandilli ad Istanbul – ha avuto una magnitudo di 6 gradi sulla scala Ricther ma un’intensità di 8 gradi. Il sisma è stato avvertito alle 4:32 del mattino (le 3:32 in Italia) ed è durato un minuto. Dopo la prima scossa se ne sono succedute altre 30 di assestamento di intensità minore. Come ha affermato il vicegovernatore della provincia di Elazig, Mehmet Ali Saglam, le località più colpite dal terremoto sono stati sei villaggi, tra cui in particolare quelli di Okcular e Yukari Demirci, sui quali da stamani si sono concentrati i soccorritori arrivati dalle vicine città di Tunceli, Bingol, Diyarbakir, Mardin ed Erzurum.
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Secondo vari media, in un villaggio ci sarebbero almeno sei persone ancora intrappolate sotto le macerie di un’abitazione che, come la maggior parte di quelle crollate, era stata costruita con mattoni fatti di terra secca mista a paglia. Da parte sua, la Mezzaluna Rossa (l’equivalente della Croce Rossa) ha inviato sul posto 500 tende e generi alimentari mentre altre istituzioni pubbliche hanno provveduto a spedire 10 container di generi di soccorso. Sul posto, per seguire le operazioni di soccorso, oltre a Cicek si sono recati anche il ministro di Stato Cevdet Yilmaz, il ministro dei Lavori Pubblici Mustafa Demir e quello della Sanità Recep Akdag. Nella stessa zona lo scorso primo febbraio si registrò una scossa di magnitudo 4.7 gradi Richter ed il successivo 21 un’altra di 4.3 gradi che però non provocarono vittime nè danni di rilievo.
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Le scosse telluriche sono abbastanza frequenti in Turchia che è situata su un’importante faglia sismica. Gli ultimi terremoti disastrosi in questo Paese sono avvenuti nell’agosto e nel novembre del 1999 ed hanno provocato circa 20 mila vittime.
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08 marzo 2010
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8 marzo, parità uomo-donna è un mito nelle imprese: Italia peggio del Vietnam / Napolitano, il ‘vecchio’ che avanza

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Napolitano: “Potremo contare sulle donne di domani, solo se saremo capaci di dare loro quanto meritano”.

No, caro Napolitano, potremo contare su ‘un vero’ domani solo se le donne sapranno ‘prendersi’ loro quanto si meritano, uscendo una volta per tutte dagli stereotipi della politica al maschile, imprimendo alla società una ‘svolta’ al femminile che porti in alto (ma seriamente) i valori di libertà, uguaglianza e fraternità. Il tempo del maschio ‘padre-padrone’ e finito, l’immagine della donna tutta casa e chiesa è tramontata, la donna-oggetto non c’è più se non nell’immaginario perverso di uomini poco meno che cavernicoli. Le donne sono la vera rivoluzione, e non possiamo noi, neanche tu che ci rappresenti, dire loro che gli ‘daremo quanto meritano’ perché (e loro lo sanno) da noi non l’avranno. Buone intenzioni o meno. Caro Napolitano, tu sei il ‘vecchio che avanza’, tu come tutti i Berlusconi, Pulcinella e Pantalone d’Italia. Un’Italia di marionette di un’altra epoca, un’epoca per fortuna al tramonto, che sanno di stantio. Che sanno di muffa.

Mauro Salvi

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8 marzo, parità uomo-donna è un mito nelle imprese: Italia peggio del Vietnam

L’Ocse: guadagnano il 20% in meno degli uomini
Napolitano: le donne ragione di speranza e fiducia per Paese

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ROMA (8 marzo) – Una parità auspicata e perseguita per un secolo, ma ancora mai raggiunta. Il gap tra uomo e donna resta, anche se di passi in avanti dal 1910, data che sancì nell’8 marzo la giornata della donna, se ne sono fatti e non pochi: dal diritto al voto alle scelte nella vita privata e lavorativa.

Tuttavia la parità tra uomo e donna resta ancora un mito, soprattutto se si parla del mondo delle imprese dove rimane incontrastato il predominio assoluto degli uomini. Il gap che ancora esiste tra generi è conferamto nell’ultimo report del Word economic forum che piazza l’Italia nella posizione di circa metà classifica a livello internazionale, tra Vietnam e Tanzania. L’Italia è al 72° posto su 134 paesi, in peggioramento rispetto al 67° posto del 2008. Peggio di noi in Europa si classificano solo Grecia (86/a) e Malta (89/a).

La posizione si ribalta se si prendono in considerazione alte posizioni occupate dalle donne nelle imprese e in particolare quella di amministratore delegato. In questo caso la posizione dell’Italia si ribalta drasticamente. Contro una media mondiale di poco meno del 5%, il nostro Paese si attesta all’11%, poco sotto la Finlandia (13%) e la Norvegia (12%), paesi che, insieme all’Islanda, registrano il livello di uguaglianza maggiore.

I risultati dell’indagine su 600 società, pubblicata in occasione della festa della donna, rappresentano «un campanello di allarme – sottolinea Saadia Zahidi, coautrice del rapporto – sul fatto che il mondo aziendale non sta facendo abbastanza per raggiungere l’uguaglianza tra genere maschile e femminile. Mentre un certo numero di imprese in Scandinavia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna sono leader nell’integrazione delle donne, l’idea che la maggior parte delle corporation internazionali siano equilibrate nel rapporto uomo-donna è ancora un mito».

Guardando ai settori di attività, sono i servizi quelli che a livello mondiale contano più dipendenti donne. In particolare, all’interno di questo comparto, i servizi finanziari e le assicurazioni sono decisamente rosa con una percentuale di donne occupate pari al 60%. Seguono i servizi professionali con il 56%, i media e lo spettacolo con il 42%. All’opposto si piazzano invece il settore automobilistico con il 18%, quello minerario con il 18% e l’agricoltura con il 21%. Le donne sono concentrate soprattutto ai livelli più bassi della carriera e rimangono ancora poche nelle posizioni di managment o all’interno dei consigli di amministrazione. L’eccezione è quella della Norvegia dove, grazie ad una apposita normativa, la percentuale delle donne tra i dirigenti è di oltre il 40%.

Le donne guadagnano circa un quinto in meno degli uomini. È quanto evidenzia un rapporto dell’Ocse nel quale si mette in evidenza la differenza nel ricorso al part-time: l’orario ridotto è scelto da una su quattro donne che lavorano mentre tra gli uomini è diffuso solo per il 6%. Sono infatti le donne ad occuparsi maggiormente della cura dei figli e degli anziani. Tornando alle differenze salariali, si va dal 30% di gap tra uomini e donne in Giappone e Corea, ad un livello inferiore al 10% in Belgio e Nuova Zelanda.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, celebrando al Quirinale la Giornata internazionale della donna, ha dichiarato che «le donne di domani rappresentano una ragione di speranza e di fiducia per il nostro Paese, in questo momento, abbiamo bisogno. Potremo contare sulle donne di domani, solo se saremo capaci di dare loro quanto meritano. Bisogna scongiurare il rischio che venga dissipata questa ricchezza di risorse umane rappresentata dall’universo femminile. Non va neanche dimenticato il fatto che il carico di lavoro in casa continua a pesare soprattutto sulle donne. Governo e opposizione continuino a riflettere sulle misure idonee per conciliare la maternità, la famiglia e il lavoro».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=93898&sez=HOME_INITALIA

Nasce sul web la Rivoluzione dei fiori e spuntano gli elettori Pdl delusi

Cresce la mobilitazione contro il dl salvaliste. Il 20 marzo mazzi di crisantemi saranno portati all’Altare della patria e alle prefetture delle varie città

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Nasce sul web la Rivoluzione dei fiori e spuntano gli elettori Pdl delusi

Su ForzaSilvio.it: “Presidente abbiamo fatto la figura degli inetti

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di CARMINE SAVIANO

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Nasce sul web la Rivoluzione dei fiori e spuntano gli elettori Pdl  delusi
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CRESCE di ora in ora la protesta on line sul decreto salva-liste. Il versante virtuale della mobilitazione diventa sempre più consistente. Dai gruppi Facebook che raccolgono decine di migliaia di adesioni ciascuno, fino al caotico miscuglio di proposte e iniziative del Popolo Viola. Passando per la Rivoluzione dei fiori prevista il 20 marzo e il proselitismo digitale dei partiti che invitano militanti e sostenitori a usare internet per raccogliere adesioni alla manifestazione di sabato 13 marzo. E sui social network del Popolo della Libertà affiorano malumori nei confronti di Berlusconi: “Presidente, l’immagine che abbiamo fornito è discordante con il partito del fare che vogliamo costruire”.
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30 mila adesioni in 48 ore. E’ il gruppo Facebook “5 marzo 2010. Oggi c’è stato un golpe”. Un avatar listato a lutto per la democrazia che sta facendo il giro del web. E la canzone “Povera Patria” di Battiato citata spesso e volentieri dagli utenti. Un gruppo dove si propongono boicottaggi economici nei confronti del premier e dove spunta anche chi si professa elettore del Pdl: “Siamo delusi e arrabbiati: con questo decreto non si è voluto garantire il diritto di voto, ma il posto in lista ai soliti raccomandati”. Altra pagina, stessi contenuti. Sono 13mila gli iscritti a “No al decreto Salva Polverini e Formigoni”. E in molti commentano positivamente la decisione della giunta della Regione Lazio che ha impugnato il salva-liste di fronte alla Corte Costituzionale.
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Caos e proposte a valanga sul profilo del Popolo Viola. Aggiornamenti continui, decine di inviti a sostenere picchetti e sit-in, mobilitazioni e piccole e medie manifestazioni. Con obiettivi più o meno realizzabili. C’è chi vuole portare 100mila persone ai cancelli della villa di Arcore e chi propone di abbandonare in massa il Paese per lasciare da solo Berlusconi. E poi foto e video a non finire per documentare le attività dei giorni scorsi. Non mancano i delusi di turno che invitano tutti a “staccarsi dai computer e a scendere in strada per partecipare fisicamente alle manifestazioni”.

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E per il 20 marzo è indetta la Rivoluzione dei Fiori. Mazzetti di crisantemi saranno portati “all’Altare della Patria a Roma e alle sedi delle prefetture nelle altre città”. Su Facebook già mille adesioni. Per gli organizzatori si tratterà di “una rivoluzione gentile, un modo per dire che è morto il rispetto per le regole e, insieme, per comunicare che ci sono persone che non sono mosse dall’odio, ma dal suo esatto contrario: l’amore per questo Paese, per la legalità, per la democrazia”.
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“Si alle regole e no ai trucchi” è lo slogan principale della manifestazione organizzata per sabato 13 marzo a Roma. Un lavoro collettivo dei partiti di centrosinistra per denunciare “il trucco vergognoso del decreto salva-liste” e “l’arroganza del governo”. E alle adesioni prese porta a porta o nelle sezioni, si aggiungono quelle richieste via web. C’è Bersani che su Facebook invita a condividere il link della pagina ufficiale della manifestazione. E in una nota del Pd si detta la linea da seguire. Insieme ai classici della propaganda di partito – “Compila il modulo per diventare volontario”, e “diffondi la nostra posizione e spiega le ragioni della protesta anche agli elettori del Pdl o della Lega” – appaiono anche le coordinate del proselitismo 2.0: “Fai girare su internet gli articoli e i video che stiamo preparando” e “utilizza Facebook per restare aggiornato e per promuovere l’evento tra i tuoi amici”.
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Nelle ultime ore sono molte le critiche che sui social network del Pdl vengono postate nei confronti di Berlusconi. Su ForzaSilvio. it, insieme alle immancabili ovazioni per il premier, compaiono anche molti messaggi di militanti delusi: “Presidente, lei ha tutta la mia stima. Ma il partito con più consensi d’Italia è sembrato un insieme di inetti, offuscando il buon lavoro fatto fino ad adesso”. E poi: “Caro Silvio, queste figure devono assolutamente essere evitate in quanto discordanti con il Partito del fare!”. Un elettore lombardo scrive: “Sono molto dispiaciuto della piega presa dalle cose. Ora chi ha sempre sostenuto (a torto) che Berlusconi si faceva le leggi ad hoc ha una prova evidente che, invece, è vero! Ma sarebbe stato davvero tragico che chi aveva combinato il pasticcio se ne stesse a casa? Io non so cosa farò. Ma ho fortissimi dubbi sul dare il mio voto alla lista Formigoni”.
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08 marzo 2010
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8 Marzo al cinema: ‘Louise Michel’, una satira anarchica sulla disoccupazione

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Storie paradossali in una vicenda “oltraggiosa” dove l’importante sembra essere la ricerca di una logica antitelevisiva: gli autori Dele’pine e Kerven scompaginano le regole con un forte spirito anarcoide

Louise-Michel

Le operaie pagano un killer contro il padrone: gag surreali in una commedia sui licenziamenti

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E se gli umili, gli sconfitti, i perdenti riuscissero per una volta a vendicarsi? Se don Chisciotte abbandonasse il suo destino da inguaribile sognatore e per una volta nella vita riuscisse davvero a sconfiggere i mulini a vento? Forse nella realtà non succederà, ma al cinema anche i sogni più audaci possono sperare di avverarsi. Proprio come è successo al film Louise-Michel, che la sua battaglia contro i fantasmi del «buon» cinema e del «buon» gusto l’ha vinta sia sullo schermo, che davanti.

Il regista Gustave Kervern
Il regista Gustave Kervern

Sullo schermo perché racconta una di quelle storie che in anni più coraggiosi e spregiudicati si sarebbero dette «oltraggiose» e che oggi sembrano condannate al sospetto e alla diffidenza. E davanti allo schermo perché la coppia di registi che la firma — Benoît Delépine e Gustave Kervern — è riuscita non solo a farsi finanziare un film così (da Mathieu Kassovitz e da Arte) ma soprattutto a non farsi omologare con i soliti discorsi sui «gusti del pubblico» e le «aspettative del mercato». E il miracolo maggiore forse è proprio il loro, quello di due autori comici cresciuti alla scuola dell’irriverente programma tv Groland, che nel 2004 per esordire sul grande schermo propongono «un road movie su una sedia a rotelle». E lo girano davvero, interpretandolo anche in coppia (titolo: Aaltra). Mentre il successivo Avida (2006), racconta il tentativo fallimentare di rapire un cane.

Storie improbabili, raccontate con un gusto tutto surreale per le situazioni paradossali, dove l’importante sembra essere soprattutto la ricerca di una logica antitelevisiva («In uno sketch per la televisione bisogna concludere la gag in un minuto altrimenti il pubblico si distrae. Al cinema l’importante è il mistero e la spiegazione di quello che mostri può arrivare anche quando la scena è finita»). E dove serpeggia uno spirito anarcoide che si diverte a scompaginare le regole, le sicurezze e le convenzioni, spirito che i due registi chiamano solo «anar» per evitare ogni politicizzazione. Salvo poi chiamare i protagonisti del loro terzo film come il nome e il cognome di una celeberrima anarchica francese, Louise Michel, esiliata in Oceania dopo aver partecipato alla Comune di Parigi, paladina dei diritti delle donne e infaticabile organizzatrice di scuole libere per figlie del proletariato…

Bouli Lanners e Yolande Moreau
Bouli Lanners e Yolande Moreau

In Louise-Michel il film, le proletarie sono le impiegate di una fabbrica tessile della Piccardia (regione al confine col Belgio) che un giorno si vedono regalare dal loro padrone dei nuovi camici con il nome ricamato sopra, a testimonianza della volontà di andare avanti nonostante la crisi, e il giorno dopo, arrivate al lavoro, trovano la fabbrica completamente vuota, senza neppure più un macchinario. Dieci di loro decidono di mettere in comune la misera liquidazione ma invece di aprire la solita pizzeria, scelgono, su proposta della taciturna Louise (l’attrice belga Yolande Moreau, grandissima), di pagare un killer per uccidere il padrone.

Ad evitare polemiche fuori luogo su ogni possibile deriva «terroristica», il film ha già messo in campo nelle scene precedenti un paio di situazioni irresistibilmente surreali, come un fallimentare tentativo di cremazione o il buco-della-serratura-portabile per «spiare» quando e dove si vuole la donna dei propri desideri (che qui naturalmente è la massiccia Louise, sempre vestita con un castissimo impermeabile). E procede su questo stesso terreno, a metà stralunato e a metà provocatorio, anche quando Louise individua il possibile killer grazie al fatto che perde la sua pistola per strada…

Louise ed il killer Michel in una scena del  film
Louise ed il killer Michel in una scena del film

Come a dire che prima di una lettura realistica della storia viene la sua dirompente irriverenza contro ogni tipo di convenzione, a cominciare dal personaggio del killer Michel (Bouli Lanners, «incontournable» come dicono i francesi), che per eliminare i suoi obiettivi implora un paio malati terminali di fargli un «piacere», per continuare con i misteri del capitalismo che renderebbe irreperibile il vero responsabile delle proprie malefatte. Tanto che dopo aver fatto fuori il proprietario della fabbrica in Piccardia, le licenziate scoprono che il «vero» capo starebbe a Bruxelles, poi in Lussemburgo, poi ancora nell’isola di Jersey, innescando una «catena di sant’antonio» di vendette che sembra non dover finire mai (un consiglio: non alzatevi ai titoli di coda. Restate anche dopo). Mentre i due registi si divertono a mescolare ulteriormente le carte svelando due ulteriori segreti «sessuali» sui protagonisti. A dimostrare che forse il capitalismo avrà mille teste sfuggenti ma che le risate possono «tagliarle» tutte. Almeno in questo film.

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Paolo Mereghetti
03 aprile 2009

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