Archivio | marzo 13, 2010

IMPERDIBILE! – Blues for Haiti alla Bocconi di Milano: Una grande serata di solidarietà a favore di Francisville

Blues for Haiti

La Bocconi per la Fondazione Francesca Rava

Jazz e Musica d’autore mercoledì 17 marzo, ore 20,30 in aula magna Bocconi via Roentgen 1, Milano

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Una grande serata di solidarietà a favore di Francisville – la città dei mestieri, promosso ad Haiti dalla Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia onlus.

Alex Britti, Giorgio Conte, Eugenio Finardi, Andrea Mingardi e Antonella Ruggiero per la musica d’autore, l’armonicista Fabio Treves, i pianisti Enrico Intra, Paolo Alderighi e Gaetano Liguori, i chitarristi Franco Cerri e Bebo Ferra, i clarinettisti Gabriele Mirabassi e Paolo Tomelleri, i batteristi Stefano Bagnoli e Tony Arco, i sassofonisti Tino Tracanna e Riccardo Luppi, il trombettista Emilio Soana, i contrabbassisti Paolino Dalla Porta e Attilio Zanchi e il soprano Karin Schmidt per un totale di oltre 30 musicisti del panorama internazionale.
Una notte di musica e solidarietà che si concluderà con una jam session che vedrà esibirsi insieme tutto il cast di Blues for Haiti.
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CALCOLA LA TUA PENSIONE / Previdenza: i più penalizzati? Quelli nati nel 1964

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PLUS24 / Previdenza: i più penalizzati?
Quelli nati nel 1964

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di Marco Lo Conte

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Avete mai provato ad attendere sui binari un treno che vi viene incontro, con l’idea di spostarvi all’ultimo istante? Un gioco estremanente rischioso, non giustificabile al peggiore degli scapestrati. Eppure larghe fasce di lavoratori italiani procedono verso la loro pensione convinti di riuscire – in qualche modo – a evitare un taglio drastico delle proprie entrate: grazie alla lotteria, a un’eredità, o nella speranza di scoprire che i contributi versati offriranno una buona pensione.

Ci possono contare coloro che sono nati prima degli anni 60 e che calcolano la loro pensione con il sistema retributivo. Gli altri no: chi aveva meno di 18 anni di lavoro alle spalle al 1/1/1996 calcola i contributi col sistema contributivo, che garantisce maggiore stabilità al sistema e una rendita inferiore per il singolo. Non a caso, tra i nati negli anni 70 e 80 è più diffusa la convinzione di non avere in futuro una pensione; o quanto meno, nulla di comparabile con quelle delle generazioni precedenti.

Per non andare a spanne su un tema così delicato, si è deciso di fornire a ciascun lavoratore un’informazione precisa sulla rendita ottenibile in base ai contributi in essere. In Svezia questa informazione certificata viene inviata da una dozzina di anni in una busta arancione. L’analogo progetto italiano, previsto per il 2010, sarà limitato per quest’anno a un’informazione rivolta a un gruppo «pilota» di mezzo milione di lavoratori circa iscritti all’Inps. E tutti gli altri?

Qui di seguito mettiamo a vostra disposizione un motore di calcolo online che consente di conoscere quale sarà il tasso di sostituzione (tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico) al netto della fiscalità. E’ inoltre possibile conoscere l’apporto fornito dall’adesione ai fondi pensione (sempre in termini di differenza percentuale tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico), ma anche il calcolo del beneficio fiscale per chi aderisce alla previdenza complementare e infine l’indicazione di quanto conferire per ottenere una rendita predefinita.

A voi la scoperta del futuro da pensionati che il futuro vi riserva. Con un’anticipazione: è vero che il vero discrimine è tra giovani e over50, ma quelli che non se la passano bene sono quelli di mezz’età: chi è nato negli anni 60 non ha più i vantaggi delle generazioni precedenti e allo stesso tempo ha meno tempo per far leva sulla previdenza complementare. Buon calcolo a tutti!

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13 marzo 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2010/03/prvidenza-penalizzazioni-sistema-retributivo.shtml?uuid=1cd2a772-2e7e-11df-aab2-c7ba47dedd35&DocRulesView=Libero

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Come prevenire l’effetto Umberto D.

di Marco Liera

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I lavoratori che non si sono ancora iscritti ai fondi pensione e hanno mantenuto il Tfr in azienda meritano il massimo rispetto. Al pari di quelli che hanno aderito, si intende. A queste persone viene chiesto di prendere la decisione finanziaria della vita senza che qualcuno (la scuola, per esempio) li abbia mai dotati della consapevolezza necessaria.

Le variabili che entrano in gioco nella pianificazione previdenziale sono molteplici: l’incertezza dei mercati finanziari e la reale capacità dei gestori di domarla, l’indisponibilità dei risparmi per un periodo molto lungo, la possibilità di fruire della contribuzione datoriale e di una tassazione privilegiata; per arrivare al rendimento reale del Tfr, così competitivo in tempi di tassi “normali”.
Davanti a questa complessità, i lavoratori sono lasciati per lo più soli. Non stupisce che ad oggi gli aderenti siano cinque milioni (su un totale di 23) e crescano pochissimo.

Purtroppo l’impoverimento al quale vanno incontro molti di quelli che non si dotano di alcuna accumulazione a fini previdenziali avrà conseguenze sociali sconvolgenti. In un’intervista uscita su «Plus24» del 30 gennaio scorso il presidente della Covip Antonio Finocchiaro ha efficacemente usato l’immagine del protagonista di «Umberto D» di Vittorio De Sica: un funzionario ministeriale che in pensione diventa povero, tanto da mettersi a chiedere la carità davanti al Pantheon. Negli Stati Uniti, dove il welfare state è molto meno protettivo che da noi, cresce il numero di 60/70enni che sono diventati poveri dopo essere andati in pensione. E hanno davanti a loro ancora molti anni di vita. Tutt’altro che agiata.

Non si sa come si evolverà l’aspettativa di vita nei prossimi anni. Nel ventesimo secolo si è allungata come mai era successo nella storia dell’uomo, dimostrando tra l’altro che livello delle pensioni e durata (e qualità) della vita non sono variabili indipendenti. E’ prevedibile che continui lo sforzo comune per migliorare le condizioni igieniche, di alimentazione e sanitarie. Ma questo processo avrà successo a condizione che gli anziani abbiano abbastanza risorse per potersi nutrire e curare in modo adeguato.

La gravità delle conseguenze della mancata accumulazione mostra che le classiche soluzioni “di libero mercato” applicate alla pianificazione previdenziale sono inefficaci. La finanza comportamentale, di fronte a puzzle come questi, invita a un temperato paternalismo. Come? L’esempio viene dall’Irlanda, Paese che per altro non ha recentemente mostrato grandi virtù finanziarie. Ma proprio la Grande Crisi ha imposto un cambio di marcia alle politiche pensionistiche irlandesi. La settimana scorsa il Governo di Dublino ha presentato una riforma che prevede che tutti i lavoratori al di sopra dei 22 anni che non aderiscono già a un fondo pensione vengano iscritti automaticamente e contribuiscano con il 4% del reddito a proprio carico. Restano liberi di uscire dal piano dopo tre mesi. Se lo fanno, verranno automaticamente re-iscritti ogni due anni. I datori di lavoro hanno l’obbligo di versare un euro per ogni due euro versati dal lavoratore, e lo Stato ci mette un altro euro, pari al risparmio fiscale fissato nell’aliquota del 33%. Si tratta di soluzioni semi-obbligatorie analoghe a quelle già adottate negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda e a quella che sarà introdotta nel 2012 nel Regno Unito. Tutti paesi che non possono certo essere accusati di indulgere in politiche dirigistiche.

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13 marzo 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2010/03/tfr-lavoratori-pensione-umberto_d.shtml?uuid=f43d0e32-2e7e-11df-aab2-c7ba47dedd35

In 200mila a Piazza del Popolo

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In 200mila a Piazza del Popolo

Immagini tratte da la Fotogallery de La Stampa

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di Andrea Carugati

tutti gli articoli dell’autore

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Sarà la pioggia che concede finalmente una tregua e regala a Roma uno dei primi pomeriggi di primavera, sarà la gente che se ne va ballando con Cristicchi e la sua canzone sfottò su Carla Bruni, ma oggi a piazza del Popolo, per una manciata di ore, è sembrato di essere in un’altra Italia, non quella percossa e strattonata dalle continue incursioni del premier. Piazza gremita (200mila per gli organizzatori, solo 25mila per la Questura che evidentemente ha misurato un’altra piazza), bandiere sventolanti di tutti i partiti del centrosinistra e molto colore viola, slogan che virano spesso nell’ironia, come quel cartello con il quadro “I bari” di Caravaggio e i volti dei leader Pdl o lo stand dei giovani comunisti che vende il panino “alla Milioni”. «Sì alle regole, no ai trucchi», si legge nei cartelloni sul palco. E al centro: «Per la democrazia, la legalità, il lavoro, i diritti».

Prima prova del “nuovo centrosinistra”, la manifestazione di oggi è riuscita anche ad esorcizzare il rischio di un “effetto Unione”, con la carrellata di segretari di partito, dal socialista Nencini fino a Bersani, passando per Bonino, Bonelli, Vendola, Ferrero, Di Pietro. Forse anche perché i politici sono stati sapientemente intervallati da intermezzi musicali e testimonianze della società civile, una lavoratrice dell’Omsa, un’insegnante siciliana e il giornalista Riccardo Iacona che chiede di «riaprire subito le trasmissioni televisive che sono state bloccate».

Un Di Pietro in versione super moderata ha fugato subito i dubbi della vigilia su possibili attacchi al Quirinale. Sciarpa viola al collo, e un siparietto con un fan che lo invita a non censurarsi e lui che si mette le dita a “x” sulla bocca, ma dal palco nessuna smagliatura. «Lo dico subito, oggi e da oggi l’unico nostro obiettivo sarà liberare il paese del despota Berlusconi», mette subito in chiaro Di Pietro, chiamando la piazza a una raffica di fischi contro Minzolini e regalando al premier una mezza dozzina di epiteti come “corruttore”, “neofascista”, “Nerone”, “piduista”. Qualche cartuccia anche per gli alleati, «noi a piazza Navona c’eravamo a dire che la democrazia era in pericolo e ci trattavano come eversivi, oggi siamo tutti qui perché i fatti ci hanno dato ragione». Punzecchiature agli alleati anche quando parla del centrosinistra «che con Berlusconi ha scherzato, soprattutto in tema di informazione, e i responsabili di quelle omissioni oggi dovrebbero venire qui a chiedere scusa». Ma il Tonino di Piazza del Popolo punta soprattutto sull’«alternativa», sul «fare squadra», sulla «responsabilità». Spunta un solo cartello critico col Quirinale, “Vendesi repubblica,rivolgersi a Napolitano”, ma il leader Idv prende subito le distanze. Ma su Casini si abbette il sarcasmo: «Non sono in piazza? Mi pare che qui non se ne sia accorto nessuno…». Diversa l’opinione di D’Alema, che all’Unità dice: «Non credo che l’assenza dell’Udc segnali una battuta d’arresto nel nostro rapporto con l’Udc, ogni forza politica ha il suo stile e le sue tradizioni. Il rapporto con l’Udc ha fatto dei passi avanti, a mio avviso non sufficienti, anche per alcune loro scelte contradditorie alle regionali. Spero che sul decreto “salvaliste” l’Udc faccia il suo dovere in Parlamento insieme alle altre forze di opposizione».

Battute a parte, il “caso” Di Pietro è rientrato. E Bersani gongola: «Mai avuti dubbi su di lui». Soddisfazioni che al leader Pd arrivano anche dalla Bonino, che lui ha fortemente voluto candidata nel Lazio, anche sfidando più d’una resistenza nel partito. «Oggi i compagni Radicali non ci sono ma io io sì perché sono grata di essere la candidata di tutti voi», esordisce Emma, in feeling con una piazza che chiama a fare qualcosa di più che darle una mano. «Dovete sentirvi tutti candidati presidenti, e io con voi». «Temo nei prossimi giorni ancora molte trappole, dobbiamo attrezzarci per prevederle ed evitarle», avverte la Bonino. «Le regionali non saranno solo un voto amministrativo, da qui può partire una riscossa democratica e civile del Paese». Bonino guarda anche agli elettori di centrodestra: «Penso che siano molti quelli che sentono l’esigenza di decoro istituzionale, di decenza, perché di cittadini perbene ce ne sono tanti». E chiude citando la giornalista russa Anna Politkovskaja, «per conquistare la fiducia della gente non bastano sentimenti tiepidi e io non ne ho, spero neanche voi!».

Pure il leader del Prc Ferrero, che in alcune regioni si è chiamato fuori dalla coalizione, ha toni particolarmente unitari: «Nonostante le differenze, alle prossime elezioni dobbiamo stare tutti insieme per battere Berlusconi». Applausone, mentre il Verde Bonelli (ormai in via di guarigione dopo il lunghissmo digiuno di 34 giorni e il malore) lancia un mazzo di fiori alla piazza «bellissima che segna l’inizio di una rivoluzione gentile». «I fiori sono il nostro riconoscimento agli italiani che ogni giorno rispettano le regole e si battono per la legalità», spiega. E conclude: «Berlusconi ha definito questa piazza una “ammucchiata”, ma non è il lettone di Putin, è una piazza che dà una grande prova di democrazia».

Tutti in squadra, dunque, e Bersani ha gioco facile nel dire che oggi «è la festa dell’alternativa». Un discorso tutto al futuro, il suo, «difesa della democrazia e questione sociale si danno la mano», e poi lavoro, scuola, sanità. Onestà, serietà e regole, «poche parole chiare». Anche Bersani ironizza sul Cavaliere, «fa il capopolo, persino il caporedattore del Tg1, tranne che il suo mestiere. Perché non prende la carriola e non porta via le macerie dell’Aquila che stanno lì da un anno?». E poi un consiglio, anche se per la verità il copyright è dell’assente Casini (che definisce la manifestazione «un errore gravissimo»): «La prossima volta le liste se le facciano fare dalla protezione civile», ironizza il leader Pd. Che si dice sicuro, «vinceremo, lista o non lista», perché «Berlusconi non può più parlare al futuro del Paese. E’ troppo forte per essere finito, ma noi impediremo che nel suo tramonto nervoso travolga la politica e le istituzioni». «Guardate che le cose cambiano», conclude, «affrontiamo con fiducia l’appuntamento elettorale e andiamo a vincere».

Un ottimismo condiviso da un sorridente Massimo D’Alema, che dietro il palco si concede anche una chiacchierata con Nichi Vendola, («La pace? L’abbiamo fatta un mese e mezzo fa…») e sulle regionali dice: «Andremo meglio di come si pensava due mesi fa e forse meglio di quello che si pensa oggi…stiamo salendo, questo è il trend». Vendola fa un intervento dei suoi, decisamente appassionato e molto apprezzato dalla piazza, per dire che il premier è «una bestia ferita che può ancora far danni con i suoi colpi di coda», ma soprattutto per dire che l’epoca della «balcanizzazione» del centrosinistra è finita. «Il racconto di Berlusconi è finito tra le macerie dell’Aquila, qui comincia il cantiere dell’alternativa, il centrosinistra ritrova il suo popolo che si era smarrito, dobbiamo rendere percepibile e netto il senso del cammino di un centrosinistra che riapre la porta della speranza. Hanno portato l’Italia in un angolo, tocca a noi risollevarla». Ovazione per lui, che alla fine ruba la scena a Di Pietro: si pensava che la piazza “movimentista” premiasse Tonino, e invece l’applausometro lo vince il governatore pugliese. Che si candida a un ruolo di primo piano nella coalizione che verrà.
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La piazza “continua” sul web di Giuseppe RizzoOpposizione in piazza, Berlusconi: «Risposta dura»

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13 marzo 2010
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Regionali, non ci sarà la lista Pdl a Roma: Il Consiglio di Stato boccia il ricorso

L’organo amministrativo del Lazio rigetta la richiesta di annullare l’esclusione, il partito annuncia un possibile, ennesimo ricorso. In Lombardia confermata la riammissione del listino Formigoni

Regionali, non ci sarà la lista Pdl a Roma
Il Consiglio di Stato boccia il ricorso

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Regionali, non ci sarà la lista Pdl a Roma Il Consiglio di Stato  boccia il ricorso Renata Polverini

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ROMA – Niente lista del Pdl a Roma e provincia, confermata la riammissione del listino Formigoni in Lombardia: due sentenze diverse, emesse rispettivamente dal Consiglio di Stato del Lazio e da quello della Lombardia, decretano l’esito della vicenda che ha animato e complicato questa campagna elettorale per le Regionali.
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La pronuncia più importante arriva, poco dopo le 19,30, dal Consiglio di Stato del Lazio, che respinge il ricorso – l’ultimo possibile – che chiedeva la riammissione della lista del Pdl per Roma e provincia. Anche il Tar aveva in precedenza rigettato la richiesta, ritenendo inapplicabile, in una regione che si era dotata di proprie regole elettorali, il decreto con le cosiddette “norme interpretative” varate in tutta fretta dal governo. Quanto al Consiglio di Stato, non è entrato nel merito del ricorso, ritenendo che fosse improcedibile.
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Termina così, il pasticciaccio cominciato con la presentazione in ritardo della lista, e che perciò la Corte d’appello non aveva accettato. E anche se la candidata del centrodestra Renata Polverini resta in pista, per il partito del premier resta una sconfitta che brucia. Ignazio Abrignani, responsabile dell’ufficio elettorale nazionale del partito, annuncia però possibili, ulteriori iniziative: “Stiamo valutando di ricorrere di nuovo al Tar contro la decisione dell’ufficio elettorale centrale di ieri che non ha ammesso la lista dopo la presentazione della documentazione a seguito dell’approvazione del dl”.
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Prima, intorno alle 18, il Consiglio di Stato della Lombardia aveva invece respinto il ricorso della Federazione della sinistra, confermando la riammissione – già deliberata dal Tar – del listino del governatore uscente, e candidato del centrodestra, Roberto Formigoni. Un esito atteso e quasi scontato, questo, ma comunque cruciale per mettere la parola fine alla vicenda: senza il listino, infatti, per Formigoni sarebbe stato impossibile correre per mantenere la guida del Pirellone.
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13 marzo 2010
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Masi, l’Agcom e la lettera per fermare Santoro

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Masi, l’Agcom e la lettera per fermare Santoro

Le minacce di B: se non ci riuscite è una barzelletta, dovreste dimettervi. Il garante: per me ci sei solo tu

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Berlusconi chiede – esplicitamente – ai suo fedelissimi dell’Agcom di elaborare una “strategia” per fermare Santoro. E l’Agcom si attiva. Non soltanto l’Authority: si muovono i vertici della Rai, si attiva l’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e viene coinvolto persino un membro del Csm. È di “strategia” che parla anche il direttore generale della Rai, Mauro Masi, quando si confronta con il commissario dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi, sul tema Santoro: una “strategia” che il Fatto Quotidiano oggi è in grado di rivelare e che vede il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, costantemente informato, giorno dopo giorno, passo dopo passo, di ogni mossa predisposta o da predisporre. Il fattore scatenante si manifesta nel novembre 2009: s’è sparsa la voce che Santoro intende trasmettere una puntata sul “caso Mills”. Berlusconi è stato informato dal direttore di Libero, Maurizio Belpietro, che a sua volta l’ha saputo da Santoro, che l’ha invitato in trasmissione. E il premier non ci sta: si lamenta pesantemente con Innocenzi. Questa puntata gli risulta insopportabile. Chiede a Innocenzi d’intervenire pubblicamente. Gli suggerisce di esprimersi in maniera dura. Molto dura. Lo sollecita a spingersi fino a criticare l’Authority per cui lavora – l’Agcom – accusandola di immobilismo. Innocenzi annuisce. È talmente consenziente da chiedere , a Berlusconi, il permesso di poter spingere l’acceleratore fino in fondo. Berlusconi non ha titoli per concedere – a un membro dell’Agcom – simili permessi. Ma il permesso viene richiesto. E il permesso viene accordato. Anzi – conclude il premier – fammi sapere la “strategia” che avrai elaborato. Ed ecco il sistema: la “strategia” può ruotare intorno a una “lettera”. Dovrebbe firmarla il capo dell’Agcom, Corrado Calabrò, per poi spedirla al direttore generale della Rai, Mauro Masi. A sua volta, Masi, ricevuta la lettera, potrebbe promuovere dei provvedimenti su Santoro. Serve una “lettera” efficace, però, e a consigliarne il contenuto è proprio Masi. È Masi che indica a Innocenzi la strada maestra per intralciare Santoro e Annozero. Siamo al paradosso: il direttore generale della Rai, che dovrebbe tutelare l’azienda, indica all’Agcom la via per incastrare un giornalista della stessa Rai e uno dei programmi di punta dell’azienda. Tra l’altro, parlando con Innocenzi, è lo stesso Masi che rivendica: la Rai è stata “aggiustata”. Non tutta. Ma quasi. Mettiamo il caso di RaiTre: il direttore Ruffini non c’è più.

Anche Tg1 e Tg2 stanno dando un messaggio diverso rispetto al passato. Persino il Tg3 sarebbe in qualche modo cambiato. Per Santoro , però – dice Masi – la questione è diversa. Nella prima fase della strategia Innocenzi sceglie una strada: non si possono fare “processi” in tv soprattutto se, questi processi, sono in corso nelle aule dei tribunali. Anche le docufiction – che poi saranno bloccate – rappresentano un problema. Ci sarebbe un preciso precedente giuridico sui processi in tv. Insomma: la via intravista da Innocenzi lascia presumere che, in base a questo indirizzo – e all’opportuna “lettera” scritta da Masi e firmata da Calabrò – si possa placcare Santoro e Annozero “prima” che vada in onda. Berlusconi si fa risentire: Innocenzi garantisce che sta lavorando alla “strategia” e che incontrerà, per metterla a punto, persino un membro del Csm. Ma la strada indicata da Innocenzi – quella sui processi in tv – non è adeguata. È il segretario generale dell’Agcom Viola ad accorgersene: parliamo del braccio destro del presidente Calabrò. La situazione si chiarisce quando Innocenzi richiama Masi: ha una busta. Dentro c’è qualcosa di scritto. Gliela lascia in un posto dove Masi può leggerla. Anche in questo caso, Berlusconi, viene tempestivamente informato. Prima, però, il Cavaliere inonda Innocenzi dei soliti improperi: il presidente Calabrò dovrebbe lasciare il suo posto, insieme con tutta l’Agcom, che dovrebbe dimettersi in blocco, visto che è una sorta di “barzelletta”.

Innocenzi prende la sua dose quotidiana di rimproveri e poi rasserena il presidente del Consiglio: Masi ha una copia della bozza della lettera. E redarguisce Innocenzi: questa “lettera”, per come è stata elaborata, può servire dopo le trasmissioni. Non prima. Insomma: se Santoro non sbaglia – e la trasmissione su Mills non è ancor andata in onda – non lo si può sanzionare. Non avverrebbe neanche nello Zimbabwe. E quindi: bisogna ricominciare da zero. Masi offre ancora i suoi consigli: la vicenda va inquadrata pensando al passato. Per esempio, la trasmissione sul caso di Patrizia D’Addario, aveva offerto molti spunti. E in effetti – nei suoi primi “consigli” a Innocenzi – Masi aveva chiesto di portargli tutto il materiale che l’Agcom aveva raccolto su Santoro e Annozero nei mesi precedenti. La “strategia” si evolve fino a questo punto: una lettera, debitamente compilata e poi firmata da Calabrò, potrebbe mettere Masi nelle condizioni di dire a Santoro che, se dovesse infrangere le direttive, la Rai potrebbe pagare una multa pari al 3 per cento del suo fatturato.

Calabrò – che non cederà alle pressioni – sembra intenzionato a non scrivere testi di questo tenore. Innocenzi – per intervenire su Calabrò – chiama persino Gianni Letta, che si dice disponibile a rintracciarlo. Niente da fare. Calabrò non firma. Masi invierà comunque la lettera e il tormentone ricomincerà la settimana successiva. Sempre a ridosso dell’ennesima puntata di Annozero. Berlusconi s’inalbera e Innocenzi sopporta. Esibendo ancora una volta la sua obbedienza al Cavaliere: lo rassicura spiegando che, per lui, “esiste” soltanto una persona. L’ha confidato anche a un suo collega. E quella persona – s’intende – è Silvio Berlusconi.

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13 marzo 2010

fonte:  http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2455166&title=2455166

Saviano, la nuova mafia invincibile

Saviano, la nuova mafia invincibile

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Il potere della ‘ndrangheta calabrese cresce. Il pm Gratteri lo analizza e offre soluzioni per combatterlo. Mentre il governo non ha una strategia. E studia leggi a vantaggio dei padrini

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di Roberto Saviano

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‘Le mafie sono presenti dove c’è da gestire denaro e potere’. Con queste poche e semplici parole Nicola Gratteri ricorda che nessuno, in nessun angolo del mondo, può sentirsi al riparo dal problema mafia.

‘La malapianta’ è una conversazione fra due calabresi in prima linea contro le ‘ndrine. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso che vive in Canada – dove l’ho conosciuto – a oltre 12 ore di volo da chi non gli ha perdonato le sue parole di denuncia. Gratteri e Nicaso, separati da un oceano, uniti dalla conoscenza del fenomeno che li ha divisi, rispondono alle domande più frequenti poste a chi si occupa di criminalità organizzata. Come mai della ‘ndrangheta si sa così poco? Com’è possibile che un’organizzazione che ha le sue radici nel cuore di pietra dell’Aspromonte abbia un fatturato annuo così alto? Com’è possibile che la politica abbia fatto e continui a fare così poco per porre argine alla piaga della criminalità in Calabria? E come mai quando si parla di infiltrazioni mafiose nelle regioni del Nord, invece di affrontare il problema, la politica si indigna per negare o minimizzare?

La malapianta ha una forma strana, paradossale. I suoi rami arrivano ovunque, ma sono più invisibili delle radici. È un’organizzazione radicata nella parte più povera d’Italia e al tempo stesso una holding che tratta direttamente con i cartelli colombiani: gestisce l’importazione di cocaina praticamente in tutta Europa, con aperture anche nei mercati asiatici e africani. Eppure in Calabria la ‘ndrangheta, pur muovendo ingenti capitali, non ha quasi mai fatto investimenti o li ha fatti dove non vanno a beneficio dei suoi compaesani.

La malapianta è un organismo anomalo che non arricchisce e non porta ossigeno. Desertifica, anzi, la terra in cui è conficcata. Perché ogni euro regalato al territorio è avvertito come denaro perso, come obolo dato in beneficenza. Denaro che non frutta. Così la pensa chi domina la propria terra, sia in Calabria che in Campania.

E il dolo è evidente, ma tanto antico da sembrare legge di natura. Già dalla fine dell’Ottocento – precisamente dal 1869, quando le amministrative a Reggio Calabria furono completamente falsate dall’uso della violenza da parte di un’organizzazione criminale che muoveva i suoi primi passi spavaldi – era chiaro che in Calabria ci fosse un potere enorme, illegale e incontrollabile. Ma nell’ultimo secolo e mezzo, la ‘ndrangheta è cresciuta a livelli esponenziali, passando dai capitali accumulati con i sequestri di persona alla presenza dei propri broker in Colombia. È divenuta intermediaria privilegiata fra i maggiori produttori di coca e le mafie più longeve, partner di massima fiducia dei narcos.

Questo è il reale, enorme potere della criminalità calabrese che del suo mostrarsi povera e arretrata ha fatto un punto di forza. La ‘ndrangheta ha goduto per decenni di un silenzio quasi totale perché percepita come la sorella stracciona di mafia e camorra, priva di alcun fascino per cinema e letteratura. In questo modo le vicende che l’hanno riguardata sono sempre state riportate a margine della cronaca locale, persino più di quanto sia accaduto con la camorra. E se non fosse stato per la strage di Duisburg, nell’estate del 2007, quelle storie sarebbero rimaste appannaggio dei pochi in grado di recepirle e interpretarle. La malapianta sarebbe rimasta invisibile al resto d’Italia e del mondo. Del resto, il suo massimo interesse non è mai stato quello di condizionare palesemente la politica e l’economia nazionale, ma operare in maniera sotterranea, senza far rumore, e così gestire appalti e subappalti. Con gli ingenti capitali di cui dispone, infiltrarsi e corrompere è diventato facilissimo. Al punto che per la ‘ndrangheta il problema principale, adesso, non è accumulare denaro, quanto piuttosto trovare nuovi modi per giustificare e reinvestire la propria ricchezza. E se un tempo gli affiliati erano considerati uomini rozzi, abitanti di paesi dimenticati, oggi sono laureati, occupano posizioni di potere e gestiscono la cosa pubblica. Gli anni ’70 hanno costituito un punto di svolta in questa evoluzione. Allora venne creata ‘la Santa’ i cui componenti sono ‘ndranghetisti e massoni deviati, col risultato che allo stesso tavolo ora siedono criminali, professionisti, imprenditori e dirigenti. Ma la conversazione tra Gratteri e Nicaso non si limita a compilare una storia puntuale della ‘ndrangheta, propone piuttosto soluzioni e strategie che i governi dovrebbero adottare per contrastare o cercare di arginare i danni prodotti dall’espansione dei gruppi calabresi.

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11 marzo 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/saviano-la-nuova-mafia-invincibile/2122765&ref=hpsp

Vauro, Crozza, l’Acqua Pubblica… e Bersani


Vauro, Crozza, l’Acqua Pubblica… e Bersani

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Alcune sere fa, ad Annozero, Pierluigi Bersani si è sbellicato dalle risate. Quando Vauro ha cominciato a illustrare le sue vignette, il segretario del PD non riusciva a trattenersi. Come non si riesce a trattenere quando Crozza punge la classe politica e i suoi vizi a Ballarò.

Bene, sono contento. Ridere fa bene ed allunga la vita…

Però, mi domando se Bersani dopo aver riso, proceda anche farsi anche un bell’esame di coscienza. Ad esempio, ricordandosi di quanto egli stesso abbia partecipato all’evoluzione cultural-manageriale della sinistra che l’ha portata ad essere uno degli sponsor principali della privatizzazione dei beni comuni. Dell’Acqua in primo luogo.

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fonte:  http://www.domenicofiniguerra.it/?p=1242