Archivio | marzo 14, 2010

Francia, riscossa socialista: Sorpassata la destra di Sarkozy

Chiusi i seggi, arrivano le proiezioni negative per il partito del presidente
Il Ps al 29,1%, l’Ump si ferma poco sopra il 27. Bene i neofascisti di Le Pen

http://luttennord.files.wordpress.com/2008/09/martine_aubry.jpgMartine Aubry

Francia, riscossa socialista
Sorpassata la destra di Sarkozy

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Francia, riscossa socialista  Sorpassata la destra di Sarkozy
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PARIGI – I socialisti sorpassano l’Ump, il partito di Sarkozy. Le prime proiezioni danno il Partito socialista al 29,1%, mentre la destra al governo si attesta al 27,3 %. Sono le indicazioni che emergono dalle elezioni regionali tenute oggi in Francia.
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Il dato più clamoroso è comunque quello dell’astensione. Si profila infatti un record negativo. Alle 17:00 la percentuale dei votanti era del 39,29%, cioè 10 punti al di sotto del primo turno delle regionali del 2004 alla stessa ora (49,66%). Al termine delle votazioni, l’astensione avrebbe raggiunto oltre il 50 % degli aventi diritto: i dati parlano di una “forbice” addirittura tra il 52 e il 55 %.
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Sempre secondo le proiezioni i verdi si porterebbero all’11,5% (più bassi del previsto), la sinistra al 5,5%, i trotzkysti al 4%, il Fronte Nazionale (estrema destra) passerebbe all’11 %, i centristi al 4,5%.
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Sono dati che confermano le previsioni di un “possibile sorpasso” della “Gauche” sul centrodestra del presidente della Repubblica. Non ci sono ancora indicazioni su quante delle 22 regioni verranno conquistate dall’una e dall’altra parte. Venti delle amministrazioni uscenti sono di sinistra e solo due (Alsazia e Corsica) vengono governate dall’Ump. La “Gauche”, in base alle ultime previsioni, puntava a fare il pieno. E ora sarà il secondo turno, domenica prossima, a decidere quali coalizioni guideranno le regioni di Francia.
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La sconfitta del partito del presidente Nicolas Sarkozy appare comunque netta. L’Ump arretra in quasi tutte le regioni e nonostante negli ultimi giorni Sarkozy abbia smorzato i toni del valore “nazionale” del voto di oggi, lo scarto con i socialisti – che raddoppiano rispetto al 16% delle europee dell’anno scorso – è tale da costituire una vittoria per la gauche dopo anni di sconfitte brucianti.

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Il presidente francese, Nicolas Sarkozy ha riunito stasera all’Eliseo, subito dopo la diffusione dei risultati, i principali rappresentanti della maggioranza. I primi a raggiungerlo sono stati il premier, Francois Fillon, il segretario generale dell’Eliseo, Claude Gueant, e il ministro degli Interni, Brice Hortefeux.Successivamente si sono uniti altri ministri, fra i quali Michele Alliot-Marie (Giustizia) e Luc Chatel (Educazione).
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“Gli elettori hanno espresso oggi il loro rifiuto di una Francia divisa e indebolita, hanno detto di volere una Francia più giusta e più forte”: lo ha detto il primo segretario socialista, Martine Aubry, in una dichiarazione subito dopo la diffusione dei risultati del primo turno delle regionali che fanno del Ps il primo partito di Francia.
“I francesi – ha continuato – hanno posto il Partito socialista largamente in testa, siamo di fronte a un risultato storico, e dico grazie ai milioni di elettrici ed elettori che ci hanno dato”.
“Il voto di oggi – ha proseguito la Aubry – rappresenta l’adesione ad un progetto, che è quello di proteggere i francesi e preparare il loro futuro. E’ un incoraggiamento per noi, e la dimostrazione che quando il Partito socialista è unito e rivolto ai francesi, ritrova la loro fiducia”.
“Per noi – ha continuato – si tratta soprattutto del segnale di un dovere da rispettare, quello di unire la sinistra. Siamo il primo partito, dobbiamo radunare i nostri alleati, nella chiarezza degli impegni e nel rispetto di ognuno”.
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“Il voto di oggi – ha detto Martine Aubry – ci impone però soprattutto di continuare a batterci con tutta la nostra energia per l’economia, per mantenere i posti di lavoro che ci sono e preparare quelli di domani, aiutare i giovani e gli anziani che soffrono, lottare per gli alloggi, i trasporti, le pensioni, l’ambiente da proteggere, tutti settori nei quali lo stato è sempre più assente”.
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Il primo ministro francese, Francois Fillon, ha rivolto un appello ai sostenitori dell’Ump, subito dopo essere uscito dall’Eliseo dove era stato convocato, insieme con alcuni ministri, per una riunione straordinaria dal presidente della repubblica, Nicolas Sarkozy.
Commentando i risultati decisamente negativi per la maggioranza di governo, Fillon ha affermato che “nulla è deciso per il secondo turno” ed ha lanciato un invito “alla mobilitazione degli elettori della maggioranza presidenziale”.
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14 marzo 2010
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Raid contro Internet Point di bengalesi: “Quindici italiani coi bastoni”

L’assalto al locale, ora distrutto, è durato solo pochi minuti. Gli uomini avevano il volto coperto
In ospedale quattro clienti. All’interno c’erano anche degli italiani che sono stati lievemente feriti

Raid contro Internet Point di bengalesi
“Quindici italiani coi bastoni”

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Raid contro Internet Point di bengalesi "Quindici italiani  coi bastoni"
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ROMA – Il locale distrutto a colpi di bastone, quattro clienti feriti e portati in ospedale. Questo il racconto del titolare di un Internet Point con un piccolo bar, gestito da bengalesi a Roma. Il raid, secondo quanto ha denunciato Mohamed Masumia, è durato solo qualche minuto, poco prima delle venti di questa sera.
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Il gruppo che ha assaltato il locale, secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, era composto da una quindicina di persone italiane, con i volti parzialmente coperti da sciarpe. Feriti, con lievi contusioni, anche alcuni clienti italiani e un dipendente bengalese.
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Il titolare del negozio e i feriti sono stati ascoltati dai carabinieri  della stazione di Villa Bonelli per cercare di capire la matrice del raid. Al momento nessuna ipotesi è prevalente rispetto ad altre anche perché il gruppo che ha effettuato l’assalto non avrebbe detto nulla.
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14 marzo 2010
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Avanti senza correre, domani si festeggia la giornata mondiale della lentezza

Avanti senza correre, si festeggia
la giornata mondiale della lentezza

https://i0.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100314_lentezza.jpg

Appuntamenti e manifestazioni nelle città italiane, ma anche performance itineranti in Cina

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ROMA (14 marzo) – Alzarsi con calma, prepararsi senza fretta e andare avanti per tutta la giornata con un ritmo a dimensione umana, senza corse e senza affanno: è l’invito con cui, il 15 marzo, l’associazione onlus l’Arte di vivere con lentezza aprirà la quarta Giornata mondiale della lentezza. Previsti una serie di appuntamenti organizzati da associazioni o anche da singoli che vogliono, seppure per un giorno, riprendersi vita e tempo passando la giornata, in modo più rilassato e salutare per tornare padroni del nostro tempo e riflettere sui danni sociali, ambientali e economici prodotti da una vita all’insegna della troppa velocità.

Domani, a Milano, in piazza San Babila, si correrà il rischio di essere multati se si supererà il limite di velocità-felicità. Ci saranno inoltre giochi e spettacoli per riscoprire il piacere di trascorrere il tempo senza fretta, fare passeggiate, pause per bere tisane, incontri di riflessologia.

A Treviso ci sarà invece una gara tra chi avrà idee su come vivere lentamente e a Cuneo il Centro Noosoma ha organizzato una serata della lentezza nei locali degli ex lavatoi, dove si terranno una conferenza interattiva, massaggi yoga e trattamenti rilassanti.

Si chiama «S-Concerto mi guardo intorno e penso lentamente!» l’iniziativa dell’associazione Parliamone di Benevento: si tratta di un concorso che premierà la frase più originale che evoca il pensiero lento. Nella stessa città, l’istituto scolastico Alberti ha organizzato «A spasso per la Benevento romana», passeggiate ecologiche tra i beni storici.

A Bari, il mercatino dell’usato della Cooperativa Sociale Ecopolis aprirà uno spazio dedicato alla riflessione e a Bitonto, nella provincia, una «Passeggiata con tutti i sensi» offrirà la possibilità di scoprire i vicoli della città e di assaporare specialità cotte lentamente sul fuoco.

A Genova i “passovelox” multeranno simbolicamente i cittadini che andranno di fretta e i “citywalkers” li solleciteranno a passeggiare lentamente nella città scegliendo itinerari diversi da quelli tradizionali e turistici.

I mezzi pubblici saranno gratuiti a Caltanissetta e, al loro interno si potranno leggere i Comandalenti che aiuteranno a recuperare non solo il piacere della calma ma anche la cortesia.

Ma una Giornata mondiale della lentezza ci sarà anche a Shanghai: Bruno Contigiani, fondatore e presidente dell’associazione L’Arte di vivere con lentezza, sarà impegnato in performance itineranti lungo il Bund, in Nanjing Road e in Peoplès Square, dove multerà e intervisterà i frettolosi. Nella metropoli cinese l’iniziativa durerà fino al 19 marzo, con seminari interculturali e incontri con gli studenti. «Nel nostro quotidiano, ad alzare il livello dello stress, a volte, è solo il nostro modo di parlare, di respirare o di pensare troppo veloce e affrettato» – si legge in un passo del libro «Vivere con lentezza» di Contigiani. Anche una sola giornata di “slow life” potrà così fermare la frenesia del mondo e far capire che la lentezza permette di assaporare al meglio ogni minuto del proprio tempo e ad aumentare la qualità della propria esistenza.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=94627&sez=HOME_PIACERI

LANCIO IL 1° APRILE – E Fini pensò a un “suo” partito..

http://lerane.files.wordpress.com/2009/11/berlusconi-fini.jpg“Giuda, mi tradisci con un bacio?”

Lancio il 1 aprile

Sarà Generazione Italia il “partito” di Fini

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Roma, 14-03-2010

“Nasce il primo aprile ma non sara’ uno scherzo”. Esponenti del mondo della politica e dell’informazione riceveranno il 1 aprile una cartolina con questo testo, che ‘partecipera” loro la nascita di ‘Generazione Italia’, l’iniziativa politica benedetta da Gianfranco Fini e gestita in prima persona dal vicepresidente dei deputati Pdl Italo Bocchino che avra’ per simbolo un fiocco tricolore che incrocia una ‘G’ verde ed una ‘I’ rossa, con in mezzo il colore bianco.

Un modo per far politica nel Pdl nell’attesa che il partito si strutturi e si organizzi meglio sul territorio, si spiega per allontanare il dubbio che stia nascendo una ‘corrente finiana’ o un ‘partito del presidente’. ‘Generazione Italia’ fa riferimento in tutto e per tutto a Fini, nasce con il suo pieno benestare, ma chi la fonda per adesso parla di un nuovo strumento per coinvolgere, all’interno del Pdl, chi si sente vicino a Fini e alle sue posizioni. Qualcosa di speculare ai ‘Promotori della Liberta” lanciati dal premier Berlusconi con Michela Vittoria Brambilla, anche se l’iniziativa non e’ rivolta al mondo dei movimenti ma alla classe politica nazionale e al territorio. Una struttura che nasce dunque non ‘contro’ il Pdl, ma ‘per’ renderlo piu’ forte.

Dapprima a partire sara’ il quotidiano online http://www.generazioneitalia.it. Ma immediatamente dopo il battesimo web della nuova creatura politica vicinissima al Presidente della Camera e co-fondatore del Pdl Fini, arrivera’ la convention dell’8 e 9 maggio a Perugia, dal titolo ‘Destinazione Futuro’, uno sguardo all’Italia che verra’. Quasi un congresso, con 1.200 delegati, le conclusioni di Fini nella giornata finale, una telefonata di Silvio Berlusconi programmata per il sabato ed inviti a ministri, coordinatori, capigruppo e massimi esponenti del Pdl, oltre a diversi ospiti internazionali.

Accanto al web magazine, nascera’ a breve una ‘Associazione amici Generazione Italia’, con tanto di statuto e con struttura sul territorio (nasceranno ‘Generazione Campania’, ‘Generazione Veneto’, ‘Generazione Puglia’ e via dicendo) ed un gemellaggio – caldeggiato in particolare da Fini – con la ‘Generation France’ di Jean Francois Cope’, il capogruppo Ump all’Assemblea nazionale francese (che Bocchino andra’ ad incontrare il 19 a Parigi). ‘Generation France’ si presenta come ‘club de reflexion’, gruppo di riflessione, per offrire un vero dibattito di idee su tutti i temi dell’attualita’. Ed e’ lo strumento principale delle politiche del giovane politico francese, nei quali in diversi vedono il delfino di Nicolas Sarkozy.

Se la fondazione finiana ‘Farefuturo’ ed il ‘Ffwebmagazine’ vicinissimo al Presidente della Camera sono rivolti piu’ all’esterno, all’elite politica del paese ed alla pubblica opinione, ‘Generazione Italia’ punta alla classe politica del Pdl: parlamentari, dirigenti regionali e locali, iscritti.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=138864

Aldilà di ogni aspettativa (quando la “lega” era un’altra cosa)

Aldilà di ogni aspettativa

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di Angelino Loffredi http://profile.ak.fbcdn.net/v228/271/64/q1061408557_8128.jpg

Oggi alle 9.58

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Abbiamo letto con grande attenzione l’articolo di Massimiliano Paolozzi “ Quando al nord l’unica “lega” conosciuta era quella della solidarietà “

L’articolo è scritto con rigore, ben circostanziato e utilissimo per allargare ricerche da parte di chi vuole conoscere ed approfondire la significativa esperienza dei bimbi del Cassinate ospitati da famiglie del nord Italia nel 1946.

Stiamo lavorando a ricostruire questa eccezionale esperienza troppo trascurata e dimenticata. Si trattò infatti di un trasferimento con tappe scaglionate di 2.988 bambini provenienti da 48 comuni della Provincia di Frosinone che, attraverso l’impegno di 18 comitati provinciali, riuscirono ad essere ospitati, per un minimo di quattro mesi, in 51 comuni del nord Italia..
Nel 1980 su questo avvenimento è uscito un bellissimo libro dal titolo:” Cari bambini vi aspettiamo con gioia “ nel quale vengono riportate le testimonianze di chi quell’esperienza la organizzò in prima persona: Tullio Pietrobono, Pina Savalli e Maria Maddalena Rossi.

Dopo trenta anni su questo argomento ha scritto Giovanni Rinaldi con umanità, commozione e freschezza nel libro “ I treni della felicità “ Abbiamo letto scritti a riguardo di Emilio Pistilli mentre Eugenio Berenger con il suo lavoro “ Giovani Profughi da Cassino e dal Frusinate ospitati ad Imperia per iniziativa del CLN “ ha aperto un “filone ligure”.
Ora Massimiliano Paolozzi ha tirato fuori la pubblicazione “ Il Compagno “ della Sezione Comunista di Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna, un centro impegnato ad accogliere i ragazzi provenienti prima da Roma e dal Cassinate, poi da Napoli, e nel 1950 da San Severo. Il giornale porta la data 3 marzo 1946. Il 1 marzo, infatti, da Cassino era partito il secondo scaglione di bambini. In tale pubblicazione il segretario di sezione del PCI dava un caloroso e ragionato benvenuto ai nostri bambini ed invitava la sua comunità ad una generosa accoglienza.

Mentre al Nord ci si impegnava per l’accoglienza , parrocchie comprese, le stesse nel Cassinate, al contrario, misero in moto una campagna allarmistica che affermava che i bambini sarebbero stati mandati in Russia ove ne avrebbero fatto del sapone. Oppure che dopo essere stati indottrinati nel Nord da famiglie senza Dio, sarebbero ritornati odiando i propri genitori.
Fortunatamente la verità fu più forte della menzogna ed il coraggio più della viltà. Quella dei bimbi al nord Italia è una storia che merita di essere raccontata. Per poterlo fare abbiamo raccolto documenti, fotografie, testimonianze di protagonisti.

In questi giorni abbiamo sentito Attilio Cellucci, già sindaco di San Donato alla fine degli anni sessanta, che il giorno della partenza del primo scaglione, 16 febbraio 1946, trasportò con uno dei tre camion i ragazzi da San Donato alla stazione di Cassino. Ci ha raccontato con dovizia di particolari fatti salienti e ci ha messo a disposizione foto di gruppo di bimbi nelle località di arrivo.

Il fatto significativo è che nell’interno di questa ricerca si è aperto un effetto domino che riguarda persone e avvenimenti che, in un modo suggestivo ed affascinante, raccontano con schiettezza ed umanità vicende personali e dell’epoca. Siamo, comunque, in attesa di ulteriori ed interessanti contributi.

A corredo di quanto scritto alleghiamo foto di bimbi di San Donato a Milano ed a Poggibonsi, in provincia di Siena messeci a disposizione da Attilio Cellucci.

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fonte:  http://www.facebook.com/notes/angelino-loffredi/aldila-di-ogni-aspettativa/10150151405535445

Giappone, ex manager Prada denuncia: “Licenziano le persone brutte e grasse” / Japan: Prada accused of maltreatment

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Da Tokyo rimbalzano in Italia le parole dell’ex direttrice generale Rina Bovrisse che accusa il prestigioso marchio della moda di discriminazioni sul lavoro

Giappone, ex manager Prada denuncia
“Licenziano le persone brutte e grasse”

La replica della maison: “Il suo allontanamento è perfettamente legale”

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MILANO Un caso giudiziario che coinvolge una delle più prestigiose griffe del made in Italy: l’ex direttrice generale di Prada in Giappone ha accusato la casa di moda milanese di molestie e atti di discriminazione sul lavoro. La donna, Rina Bovrisse, fino a novembre dell’anno scorso gestiva quasi 500 dipendenti del marchio italiano nei 40 negozi nipponici. E adesso ha presentato un’azione legale contro l’azienda italiana dopo aver ricevuto lo scorso maggio da Davide Sesia, numero uno della società in Giappone, l’ordine di licenziare quindici dipendenti perchè “brutti vecchi e grassi e non in linea con lo stile Prada”. Alcuni di loro avrebbero deciso di andare via dopo ordini di trasferimento e retrocessioni di livello.

La vicenda è stata raccontata dal “Japan Times”. Attraverso le colonne del quotidiano la manager ha denunciato anche di aver subito personalmente degli atti dicriminatori da parte dell’amministratore delegato. “Si vergognava della mia bruttezza e non voleva che i visitatori provenienti dall’Italia mi vedessero”, ha detto Bovrisse. A quanto lei riferisce Sesia le disse che, se voleva continuare a lavorare per la casa italiana, avrebbe dovuto cambiare pettinatura e dimagrire.

La prima azione è stata presentata ad un tribunale del lavoro, che in Giappone può risolvere le controversie senza arrivare a processo. Ma in caso di disaccordo si può arrivare a una sentenza di una corte. “Voglio raccogliere testimonianze e sporgere denuncia al più presto”, ha avvertito Bovrisse, che ha accusato anche il direttore delle risorse umane, Hiroyuki Takahashi.

La manager ha raccontato che dopo le sue manifestazioni di dissenso sulle direttive arrivate dall’alto è stata prima retrocessa di livello e poi sospesa temporaneamente. Lunedì l’azienda italiana ha deciso di licenziarla per “false accuse nei confronti della società”. Il quotidiano britannico “Telegraph” ha pubblicato una dichiarazione di Prada in cui si annuncia che “il tribunale giapponese ha respinto tutte le accuse della dipendente, e ha confermato che il licenziamento di Rina Bovrisse è perfettamente legale”.

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14 marzo 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/03/14/news/prada_denuncia-2654661/?rss

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Friday, March 12, 2010

Prada accused of maltreatment

Boss wanted ‘old, fat, ugly’ out: manager

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Staff writer
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A senior manager at Prada Japan has filed a legal complaint against the Italian fashion label, accusing the company of harassment and discrimination based on appearance and alleging it maltreated other employees in the past.

News photo
By design: Prada Japan’s flagship store in Tokyo’s Minami Aoyama district is famous for its unusual design. MINORU MATSUTANI PHOTO

Last May, Prada Japan CEO Davide Sesia visited some of the 40 Prada shops in Japan with Rina Bovrisse, its senior retail manager. Afterward, he asked her to “eliminate” about 15 shop managers and assistant managers he described as being “old, fat, ugly, disgusting or not having the Prada look,” Bovrisse said in a recent interview with The Japan Times.

Prada Japan Senior Human Resources

Manager Hiroyuki Takahashi gave demotional transfer orders to about 13 of those employees, citing poor sales and other problems but without mentioning their appearance, in May and June, Bovrisse said. Most of them chose to quit, she said.

Speaking to the Japan Times on condition of anonymity, one of the managers and two of the assistant managers confirmed that Takahashi had given them the orders.

But according to Bovrisse and the three, the shops run by the trio regularly ranked among the top 10 in Japan sales.

“The level of harassment is beyond human understanding. My responsibility is to protect hardworking women and make sure their working environment is safe,” Bovrisse said.

Bovrisse, who is Japanese and oversees 500 employees in 40 shops in Japan, and one each on Guam and Saipan, has been on involuntary leave since November on Takahashi’s orders.

In December, Bovrisse filed a labor complaint with the Tokyo District Court, demanding compensation for emotional distress and cancellation of her demotion and leave.

Neither Sesia, nor Mia Morikawa, Prada Japan’s senior manager for external relations, returned phone calls requesting comment.

Both Takahashi and Morikawa’s associate, Hisako Kagawa, declined comment on Bovrisse’s allegations.

Marta Monaco, a spokeswoman at Prada’s Milan headquarters, said by e-mail: “Besides underlining our serene position and our flat refusal of all the allegations put forward by Ms. Bovrisse, we believe it is inappropriate to add any comment regarding this matter whilst the judgment is still pending.

“After the panel’s (court’s) decision, we will be available to give full explanation about the matter.”

Tokyo-based lawyer Reiko Shiratori, who specializes mainly in workplace harassment cases, said it would be illegal even for a luxury fashion house to order the dismissal, demotion or unfavorable transfer of a worker on the grounds of physical appearance because that isn’t the only relevant job requirement.

“Even though good-looking shop clerks may arguably be a plus for Prada’s business, elements other than appearance are also important,” said Shiratori, who is not involved in the dispute.

“Prada employees are not fashion models,” she said.

Bovrisse, who began working for Prada Japan last April after spending 18 years working in high-end fashion worldwide, including at Prada USA Corp. headquarters in New York, said she became a target of harassment herself when she began disagreeing with Sesia and Takahashi after the end of her three-month probation.

The complaint is being handled by an industrial tribunal, a simpler version of a labor issues trial. Sessions are closed to the public.

In an industrial tribunal, the two sides try to reach a court-mediated settlement. If they can’t, the judges recommend settlement terms.

If either party is dissatisfied with those terms, the case can be brought to a civil court.

The final hearing in Bovrisse’s case is set for Friday.

Bovrisse’s complaint cites the alleged harassment of the shop staff, saying they were given a choice of either resigning or taking demotions and involuntary transfers, as examples of employee mistreatment. But the main point at issue is the alleged harassment she herself suffered at the hands of Sesia and Takahashi.

According to copies of Bovrisse’s written complaint obtained by The Japan Times, Takahashi called her into a meeting room on the night Sept. 29 and told her Sesia wanted her “to change her hair style, to lose weight, and that Sesia is ashamed of Bovrisse’s ugliness, so he doesn’t want visitors from Italy to see her.”

Bovrisse talked with senior Prada executives in Milan about what she felt was severe harassment against her and other employees. She also reported to the executives that store staff were often forced to purchase handbags with their own money, the complaint alleges.

According to Bovrisse’s account, on Oct. 13, Sesia told her at work that she was being fired for “bringing negative energy to the company by reporting the harassment to Milan.”

She then stopped going to work and asked for a dismissal notice in writing, but Takahashi said on Oct. 29 she was actually not terminated but only demoted and accused her of having an unexcused absence, according to the complaint.

She returned to work Nov. 4, and Takahashi blamed her for the absence and ordered her not to come to work until further notice, the complaint alleges.

She continues to receive her full salary as senior retail manager, she said.

According to copies of written testimony submitted on Jan. 11 to the Tokyo District Court by Sesia and Takahashi, also obtained by The Japan Times, both said that on Sept. 29, Sesia instructed Takahashi to ask Bovrisse to change her hair color from bleached blond and to lose weight because appearance is an important aspect of Bovrisse’s work at Prada.

Bovrisse said she submitted to the court photos of herself taken while she worked at Prada Japan to prove her hair was never bleached blond.

“I don’t want to mention (Bovrisse’s) body shape, but Prada’s customers recognize value in Prada’s brand image and admiration toward Prada, and thus it goes without saying that it is desirable that customers looking at shop employees build admiration to wear Prada products just like Prada shop employees do,” Sesia said in his written testimony submitted to the court.

“I thought it is necessary to ask Ms. Bovrisse, who supervises shop employees, to make efforts to be a role model, in order to avoid lowering shop employees’ morale,” he stated.

Sesia claimed in his testimony that Bovrisse tried to fabricate evidence of forced employee purchases, adding he never heard such practice happened in the company.

However, Prada’s Aoyama shop manager, Chizuko Kawasaki, and the Ginza shop manager, Tomoko Ochiai, said in written testimony filed with the court Jan. 7 that they received a request, not an order, from Takahashi in August to have employees buy Prada products.

And a former regional shop manager, requesting anonymity, said in her testimony filed with the court Feb. 7, “Takahashi has ordered me to buy Prada products, saying otherwise (the company) will cut employees in her shop. Such orders always came via telephone,” according to copies of the court testimony.

Sesia claimed in his written testimony that Bovrisse falsely told the executive in Milan that she had “received heinous verbal harassment” and that “I power-harassed her.”

Bovrisse said she is taking this opportunity to raise the issue of harassment against women in the workplace because she wants to improve their working environment.

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The Japan Times Online

fonte:  http://search.japantimes.co.jp/cgi-bin/nn20100312a2.html

Il concetto di Oscenità e la società (politica compresa) nell’Italia di oggi

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Il concetto di Oscenità e la società (politica compresa) nell’Italia di oggi

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Mai come ora tornano alla mente le parole, vere e dirompenti, che sigillano un libro (Sette lunghi minuti*) scritto da Irving Wallace nel 1969, e pubblicato in Italia nel 1991 dalla Rizzoli Libri:

“Voglio dire che la vera battaglia va combattuta non contro oscenità come la descrizione dei rapporti sessuali o l’uso di parolacce, ma contro oscenità come quella di chiamare un negro “sporco negro” o di etichettare come “comunista” una persona con cui non si è politicamente d’accordo. Ciò che è veramente osceno è picchiare o perseguitare un uomo, perché è diverso da te o ha idee differenti dalle tue; è osceno mandare i nostri giovani in paesi lontani in nome dell’autodifesa; è osceno, come ha dichiarato un predicatore, “vedere un uomo vestito di tutto punto contorcersi e dibattersi sotto la scossa elettrica che, applicata dai nostri agenti nelle nostre prigioni di stato, gli brucia tutto il corpo”. Quello che è realmente osceno è insegnare agli studenti a dire menzogne, è promuovere l’ipocrisia, la disonestà, la strizzatina d’occhi, facendo dei propri interessi materiali l’unica ragione di vita, ignorando la povertà in un paese ricco, accettando ingiustizie ed ineguaglianze, dedicando un rispetto puramente formale alla Bandiera, ai Padri Fondatori e alla Costituzione. Queste sono le oscenità che mi preoccupano e mi angosciano!”

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*Ringraziamo l’amica Mariangela per averci prestato il libro, ed in questo modo fattocelo conoscere.

Che Guevara fuori dai luoghi comuni / Visto da destra: L’altro Che. Hasta la victoria, Comandante…

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Che Guevara fuori dai luoghi comuni

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di Lorenzo Salimbeni

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Il testo che segue è estratto dall’intervento di Lorenzo Salimbeni al convegno Economia, filosofia, politologia ed antropologia di fronte all’utopia nel XXI secolo del Centro Studi Internazionali della Regione Friuli Venezia Giulia Heliopolis svoltosi a Trieste.

La redazione

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Che Guevara icona da maglietta rossa. Che Guevara sbandierato nelle marce pacifiste. Che Guevara spietato sovversivo. Quanti luoghi comuni hanno accompagnato e tuttora accompagnano questo personaggio, nato nel 1928 in una famiglia irlandese-argentina e morto in Bolivia alla vigilia di quel ’68 che tanto rivoluzionario avrebbe voluto essere.

Punto di riferimento della sinistra, ma capace di esclamare in un discorso davanti alle Nazioni Unite “Patria o muerte”. Esaltato per i suoi tratti quasi da ribelle jüngeriano in certi ambienti della destra e del cosiddetto socialismo nazionale, nonostante quella stella rossa così evidente sul basco che indossa nella più famosa fotografia che lo ritrae (vedasi a tal proposito di M. La Ferla L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante, ed. Stampa Alternativa).

Ernesto Guevara de La Serna credeva nella rivoluzione, ma in un’accezione quasi trotzkista: una rivoluzione permanente, esportabile in tutto il mondo. Lui, argentino di nascita, che scopre le miserie del subcontinente latinoamericano durante un avventuroso viaggio in motocicletta. Lui, medico di professione, che depone il bisturi per imbracciare il fucile. Lui, recentemente riscoperto anche dal cinema, comparendo addirittura come voce narrante del musical Evita in cui duetta con la rock-star Madonna, laddove fu Juan Domingo Peron a “dialogare” proficuamente con il suo connazionale, anche se si trattò di un dialogo postumo, ovverosia di un elogio funebre che lo statista argentino in esilio in Spagna dedicò al Comandante Che Guevara (l’appellativo “Che” gli fu affibbiato dai primi compagni di guerriglia per canzonare la sua cadenza argentina che abbondava di questa tipica esclamazione) quando apprese della sua morte. Il controverso leader giustizialista riconobbe in lui le stimmate dell’eroe, del combattente per l’indipendenza e la libertà di quel Sudamerica che una superpotenza aveva arbitrariamente eletto a suo giardino di casa e vi spadroneggiava da decenni.

Ma il ritratto più interessante di quest’uomo reca in calce la firma di Jean Cau, intellettuale francese dal percorso politico segmentato e particolare, il quale riesce a dar vita nelle sue parole alle immagini. Di lui ricordiamo Il cavaliere, la morte e il diavolo, di Ciarrapico Editore, immaginario dialogo stimolato dalla visione della nota incisione di Albrecht Dürer, ma è per lui un altrettanto significativa fonte di ispirazione la celebre foto del cadavere di Che Guevara disteso su un tavolaccio e compulsato da Rangers boliviani e agenti della CIA. Il visionario autore, infatti, vide in quell’immagine il celeberrimo Cristo deposto del Mantegna e vi trovò l’ispirazione per scrivere Una passione per Che Guevara, edito in Italia da Vallecchi. È un ritratto a prima vista contraddittorio, ma che a ben pensarci ha una sua coerenza di fondo: il fil rouge della Rivoluzione e della coerenza ad un ideale, magari utopico, ma che si vuole conservare puro e cristallino a fronte dei compromessi cui deve soggiacere un potere costituito per perpetuarsi.

Sarà l’incontro a Città del Messico nel 1955 con l’esule cubano Fidel Castro a segnare la svolta nella sua vita. Un anno dopo essersi conosciuti, Castro e Guevara fanno rotta su Cuba a bordo dello scalcagnato yacht Granma assieme ad un pugno d’uomini per unirsi al movimento di resistenza che intende rovesciare il regime di Batista, sostenuto da quelli Stati Uniti che hanno trasformato l’isola caraibica in un luogo di sfruttamento economico. Il primo scontro a fuoco obbliga Che Guevara a una scelta: formalmente Ernesto è il medico del gruppo, ma sotto i colpi della pattuglia che li ha scoperti decide di abbandonare i ferri del mestiere e di tenersi invece ben stretto il fucile, non potendo portarsi tutto dietro nella sua fuga. Gli esiti della guerriglia castrista sono ben noti, quasi quanto il fatto che Guevara si trova, al pari dei suoi compagni, proiettato in poco tempo dalle insidie della boscaglia ai formalismi degli scranni ministeriali. I panni di Ministro dell’Industria gli vanno stretti, preferisce fare l’apostolo della rivoluzione andando in visita dai leader di quei paesi africani che stanno lottando per ottenere un’indipendenza non solo formale, ma anche e soprattutto sostanziale nei confronti di quelle potenze coloniali che non esercitano più il loro controllo attraverso l’esercito e la burocrazia, bensì tramite enormi concentrazioni di capitali grazie a cui detengono ancora le leve del potere effettivo negli importantissimi ambiti minerario ed agricolo.

E intanto a l’Avana Fidel Castro sente l’ombra statunitense farsi via via più minacciosa: inizialmente tollerata poiché aveva tolto di mezzo un personaggio scomodo e discutibile come Batista, la rivoluzione cubana ora deve essere anestetizzata, bisogna ripristinare il controllo dello Zio Sam. In un contesto di Guerra Fredda, Castro minacciato da uno dei due contendenti non può trovare protezione e appoggi che dall’altra parte della barricata. Il percorso di avvicinamento al colosso sovietico garantisce sì le esportazioni di canna da zucchero in cambio di petrolio a prezzi stracciati, ma d’altro canto conduce pure ad un’escalation che culminerà con la famosa crisi dei missili nel 1962. Nei suoi viaggi Guevara è stato anche al Cremino, ha visto la fredda nomenklatura all’opera nei suoi rigidi formalismi, vede parimenti Cuba fossilizzarsi sul mito di sé stessa e dei suoi trascorsi rivoluzionari. Dal cono d’ombra a stelle e strisce, l’isola caraibica sta scivolando in quello moscovita, con tutto quel che comporta in termini d’indipendenza: lo sviluppo economico è bloccato, nel sistema sovietico di alleanze ogni Paese deve specializzarsi in qualcosa e con ciò alimentare lo scambio con gli altri Stati, quindi Cuba ha davanti a sé un destino agricolo che la lega indissolubilmente al sempre più invadente alleato eurasiatico per quanto riguarda tutti gli altri approvvigionamenti. Ernesto Che Guevara dismette i panni ministeriali e va a fare il contadino nelle piantagioni di canna da zucchero fianco a fianco con coloro per la libertà dei quali ha combattuto e tribolato. Finché, come scrive in una delle ultime lettere alla madre, cui è affezionatissimo, ha «di nuovo inforcato Ronzinante»: il riferimento donchisciottesco è chiaro, meno nota è probabilmente la percezione dell’eroe partorito dalla fantasia di Miguel Cervantes nella letteratura ispanica. Se da noi, infatti, Don Chisciotte della Mancia è visto come un perdente e un disadattato, nei paesi di lingua spagnola gode di una malinconica fama, il suo utopismo è oggetto di rispetto e non di sberleffo, il suo disinteressato e maldestro prodigarsi per gli altri raccoglie non scherno, bensì simpatia nel senso etimologico del termine, vale a dire condivisione di sofferenza. Che Guevara si sente quindi chiamato di nuovo in causa, si confronta con Castro, non gli nasconde le sue perplessità sul cammino che ha intrapreso la loro rivoluzione, dopodiché torna in Africa, non in visita nelle capitali, altresì nella giungla ad accendere quei “dieci, cento, mille Vietnam” con i quali spera di mettere definitivamente in crisi non solo lo sfruttamento capitalista in generale, ma anche quest’assurdo duopolio di Mosca e di Washington che si consuma sulla pelle di quei popoli in lotta per la propria libertà e che si trovano invece volenti o nolenti invischiati in giochi diplomatici e di potere ben più grandi di loro. E’ il 1965, “l’anno in cui non siamo stati da nessuna parte” come disilluso e malinconico Guevara annotò nei suoi scritti.

Questo suo iperattivismo non era gradito sulla Piazza Rossa: per l’ultima volta Guevara fu costretto a tornare a Cuba, ma si trattò di un passaggio rapidissimo, poiché il cerchio del destino doveva chiudersi ed il combattente argentino era chiamato all’ultima tappa della sua Via Crucis, la quale avrà luogo in quei posti visitati in gioventù e che tanto avrebbero influenzato le sue future scelte di vita. Seguito da un manipolo di disperati e senza collegamenti né con i servizi segreti cubani né tanto meno con quelli sovietici, il Che tentò di accendere un fuoco rivoluzionario in Bolivia, ma lo scenario non era come quello cubano di una decina d’anni prima. La gente adesso aveva paura di questi guerriglieri affamati e malconci praticamente sbucati dal nulla, braccati dai reparti speciali dell’esercito e privi di una rete di simpatizzanti. Sempre più minato dall’asma di cui soffrì da sempre, Guevara vide le sue fila assottigliarsi giorno dopo giorno, fino all’imboscata finale in cui, ferito ed esausto, venne fatto prigioniero e trascorse l’ultima notte della sua vita (quella fra l’8 ed il 9 ottobre 1967) sul tavolaccio di una piccola scuola di un villaggio boliviano. È in questa circostanza che Jean Cau immagina si volga questo dialogo in retrospettiva, in cui il guerrigliero argentino ripercorre le tappe della sua vita perché sa che l’indomani il plotone di esecuzione porrà fine alla sua utopia. Il Che morì a 39 anni d’età (“gli eroi son tutti giovani e belli” cantava qualcuno), in segno di massimo spregio i suoi sicari ne deturperanno la salma mozzandone le mani.

I detrattori di Guevara additano al pubblico ludibrio il guerrigliero spietato che uccise un suo commilitone reo di aver rubato del cibo in un villaggio, obnubilati come sono dai droni e dagli strumenti sempre più tecnologici  con cui si combatte la guerra oggi, sicché tremano di fronte all’algido Guerriero. I detrattori del suo successo cubano si stracciano le vesti per il mancato rispetto dei diritti umani nello Stato castrista, ma non si rendono conto delle ben più gravi nequizie che si consumano a danno dei detenuti nella base di Guantanamo, ubicata sì a Cuba, ma sotto sovranità di un Paese che vorrebbe essere esportatore di democrazia. Qualcuno cinicamente afferma che con Castro Cuba si è trasformata da bordello degli USA a bordello dell’Europa, ma da un punto di vista politico i capi di stato di quella corrente neobolivarista (Chavez in Venezuela, Correa in Ecuador, Morales in Bolivia ed in una certa qual misura Lula in Brasile e la Kirchner in Argentina) che sta ponendo fine alle posizioni privilegiate di cui godevano multinazionali e ditte statunitensi nell’America latina, non hanno negato la loro solidarietà a L’Avana, stretta dall’embargo di Washington, e vanno sempre più compattando le fila del subcontinente, come era nei desiderata non solo di Simòn Bolivar quasi due secoli fa, ma anche di Ernesto Che Guevara, nato in Argentina, diventato famoso a Cuba e morto in Bolivia.

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fonte:  http://www.mirorenzaglia.org/?p=12495

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L’altro Che. Hasta la victoria, Comandante…

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La redazione

A più di quarant’anni dalla morte, Ernesto Che Guevara sembra essere stato dimenticato dalla sinistra. Un mito esaurito? Niente affatto. Dalla Francia all’Italia gruppi, associazioni, movimenti della destra radicale idolatrano il Che, il rivoluzionario che ha combattuto contro ogni forma di imperialismo a fianco degli umili e degli oppressi. Con una meticolosa e originale documentazione, Mario La Ferla tenta di superare luoghi comuni e pigre falsità. Perché la cronaca, e soprattutto la storia, siano meno incompiute e bugiarde. Il prossimo 20 aprile sarà in libreria L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante, di Mario La Ferla (ed. Stampa Alternativa, 2009, € 14,00). Si annuncia già come un libro “provocatorio”, assolutamente nuovo ed è il caso di dire rivoluzionario. Per spiegare meglio il contenuto e la forza dirompente del libro, pubblichiamo integralmente la prefazione di “L’altro Che”.

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Che, a noi! Un amore proibito

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che_-fondo-magazineCelebrato come il personaggio più popolare del Novecento. Ernesto Guevara è riuscito ad approdare nel nuovo millennio con tutto il suo fascino, la sua suggestione e il ricchissimo significato politico e sociale. Del guerrigliero argentino è stato detto tutto e scritto tutto e più di tutto: l’infanzia e la giovinezza, la famiglia, i suoi amici, gli studi, le passioni sportive, l’impegno politico e la sua avventura a Cuba, la rivoluzione con i barbudos di Fidel Castro, i suoi viaggi intorno al mondo e la sua ultima missione in Bolivia. Infine della tragica morte e del rimpianto dei suoi ammiratori sparsi in tutto il mondo. Ma davvero é stato detto e scritto tutto su di lui? Esistono zone d’ombra del guerrigliero argentino? Per molti anni la sua vita e la sua morte sono state raccontate soltanto nel tentativo di esaltarne il mito. Ma non è tutto. Anche la passione per il Che nasconde angoli non ancora esplorati. Fatti veri mai detti, neppure accennati. Non era possibile, non era soprattutto ‘conveniente’ indagare, andare oltre i luoghi comuni, oltre le cose già dette e ripetute. Troppe le certezze, troppe le verità esclusive, e troppe anche le tesi scolpite nel granito.

Questo libro fa luce su una delle zone d’ombra del Che, l’amore dell’estrema destra internazionale per lui, attraverso un’inchiesta giornalistica alla vecchia maniera, scritta soltanto per scoprire la verità, fosse anche molto scomoda. E’ un racconto popolato di personaggi, documentazioni, fatti, film, libri e canzoni, che testimoniano un amore per il Che sbocciato a destra tanti anni fa, ancora prima della sua morte e prima dell’esplosione del ‘68.

La scoperta dell’esistenza di una passione della destra radicale per il Che è stata occasionale, ma non casuale. Durante la difficile, quasi impossibile ricerca di testimonianze e documenti presso gli archivi di giornali e televisioni, biblioteche e lo sconfinato spazio del web, alla ricerca di spunti e suggerimenti per una inedita interpretazione della vita e della morte di Ernesto Guevara nel giorno della ricorrenza del quarantennale della sua uccisione, il 9 ottobre 2007, ecco apparire una lettera d’amore per il Comandante tanto appassionata quanto imprevedibile scritta da un ideologo di estrema destra, Gabriele Adinolfi, fondatore con altri due amici di Terza Posizione, uno dei movimenti più attivi nel panorama del neofascismo militante.

Pubblicata da alcuni siti della destra rivoluzionaria con il titolo: ‘Lotta e Vittoria, Comandante!’, e il sottotitolo ‘Quarant’anni fa veniva ucciso Che Guevara. Perchè da fascista lo onoro’, aveva fatto subito il giro dei blog della galassia nera. Dopo aver ricordato «le tante simpatie per il Che tra coloro che la stupida logica degli schemi vedeva come i suoi avversari», da Jean Thiriart, fondatore di ‘Jeune Europe’ e del Partito nazionale europeo che avrebbe schierato volontari in Palestina, al generale Juan Peron, al Caudillo Francisco Franco fino a Jean Cau autore di sensibilità nazionalsocialista di ‘Une passion pour Che Guevara’, le lettera proseguiva: «Potrei quindi onorare Che Guevara sulla base dei miei illustri predecessori e sentirmi per questo molto più fascista dei fascisti che lo denigrarono. Ma non sarebbe sufficiente né corretto. Non lo voglio onorare solo perché i migliori fascisti lo onorarono, ma perché lo merita di per sé… Il Che si batteva per liberare il suo continente dall’occupazione americana, dall’oppressione oligarchica e dalle ingiustizie…».

La scoperta era troppo ghiotta per non prenderla in considerazione. Anche perché, sembrava evidente, quella lettera non poteva rappresentare una iniziativa isolata, un fatto episodico, un’idea impulsiva.

Questo libro racconta le inattese rivelazioni sul Che amato dalla destra radicale partendo da quattro fatti noti, ma sempre rimossi dalla cronaca e dalla storia. Un mese dopo la morte del Che, due autori del Bagaglino, il cabaret romano ’spudoratamete di destra’, avevano scritto una ballata in onore del Che. Nel 1968 fu girato il primo film sulla vita e sulla morte di Guevara con soggetto e sceneggiatura di Adriano Bolzoni, reduce di Salò. Il primo marzo del ‘68 gli studenti di estrema destra avevano partecipato assieme a quelli dell’ estrema sinistra agli scontri di Valle Giulia, inneggiando tutti insieme a Ernesto Guevara. Dieci anni dopo, a Parigi, veniva pubblicato ‘Une passion pour Che Guevara’ di Jean Cau, ex segretario di Jean-Paul Sartre, convertitosi all’estrema destra. Il Che come il Cristo deposto del Mantegna, esaltato come il ’sacerdote laico, il gesuita ribelle della religione rivoluzionaria, un altro Cristo’, infiammò i cuori dei giovani neofasciti di tutta Europa.

Da allora, con qualche defezione e con alcune resistenze, il Che marxista e leninista, il rivoluzionario più rosso delgli anni Sessanta, vessillo della gioventù contestatrice, idolo e immagine della rivolta dei deboli contro i potenti, è adottato dalla destra estrema, quella che ama definirsi nazionalrivoluzionaria e anche rossa, che ha dichirato guerra agli Stati Uniti ancora prima del Vietnam e proclama a voce alta la sua solidarietà alla Palestina contro Israele, che sta dalla parte dei tibetani, dei Karen ribelli di Birmania, e di tutti i popoli ‘angariati e oppressi’”.

Alla ricerca dell’inedita passione a destra per il Che, il libro ha scoperto sorprendenti verità. Gli amici del Che, a destra, sono tanti, distribuiti in una miriade di sigle, rivendicazioni, simboli, nostalgie di ogni epoca e di ogni tempo.

Un Che Guevara bipartisan non piacerà a tutti. Non sarà accettato soprattutto dagli affezionati alle barriere, da chi non sa fare a meno di steccati e muri ideologici. Questo libro li porrà di fronte a una realtà diversa da quella precostituita. Forse ne prenderanno almeno atto, e sarà già un grandissimo risultato.

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6th apr 2009

fonte:  http://www.mirorenzaglia.org/?p=6786

Vita, morte e miracoli (della scienza) / Con l’Unità: Tutta la scienza on-line

Vita, morte e miracoli (della scienza)

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di Pietro Greco

tutti gli articoli dell’autore

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Che cos’è la morte? Non è semplice rispondere a questa domanda. Neppure in termini strettamente scientifici. Non perché la scienza non abbia una risposta. Ma, al contrario, proprio perché la scienza ha ormai fornito una risposta, lontana dal senso comune. Negli ultimi decenni la biologia ha infatti posto fine al concetto di morte in sé e di vita in sé perché su questi due stati, come ha scritto il medico e bioeticista cattolico Hugo Tristram Engelhardt jr., non sempre c’è certezza assoluta. Non solo e non tanto perché esistono, talvolta, difficoltà empiriche nell’accertarli. Ma anche e soprattutto perché esistono limiti concettuali a definirli.
Non è più possibile considerare la vita e la morte come condizioni assolute, ma occorre considerarli come processi, che coinvolgono un’intera costellazione di stati, nessuno dei quali è, in sé, dirimente e quasi mai è indispensabile.

Inoltre, a complicare le cose, è venuta la tecnologia, figlia della scienza. Che ha dato un proprio ulteriore contribuito a svuotare di contenuto i concetti assoluti di morte e di vita, rendendo possibile intervenire in maniera significativa su quasi tutti gli stadi dei processi che chiamiamo vita e morte.
La scienza ha, dunque, modificato la nostra immagine della morte. E ha fortemente perturbato la percezione che abbiamo del «passaggio», ovvero della complessa e articolata transizione dalla vita alla morte. Pertanto assume nuovo senso la domanda: cosa significa morire?
Proprio a questa domanda cerca di rispondere un libro mandato di recente alle stampe da Danila Monti: Che cosa vuol dire morire, Einaudi, 2010, pagg. 168, euro 15,00.

Danila Monti è una giornalista – dirige le pagine culturali del Corriere della Sera – con una formazione filosofica. E dunque è alla filosofia che ha rivolto la domanda, per il tramite di sei filosofi appartenenti a diverse correnti di pensiero: Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Vito Mancuso, Giovanni Reale, Aldo Schiamone, Emanuele Severino.
L’interlocutrice scelta da Danila Monti, la filosofia, è quella giusta. Perché sebbene non sia più possibile definire il morire senza tener conto della scienza, non è possibile definirla neppure riferendosi solo alla scienza. Nella nostra percezione della morte, infatti, mettiamo in campo valori (culturali, etici, religiosi persino politici) che travalicano la scienza. E i sei filosofi che le fanno da tramite sono tutti di grande valore. Possiamo dunque scorrere la pagine del libro intervista e cercare di rispondere alla domanda su cosa significa, dunque, morire e, addirittura, per usare le parole di Danila Monti, cercare di elaborare una teoria (filosofica) della morte.
Inutile dire che ciascuno dei sei filosofi offre una sua propria visione del morire. Talvolta spiazzante, come quella di Emanuele Severino, secondo cui il morire semplicemente non esiste. E, anche, una sua propria visione dell’influenza che ha e deve avere la scienza nella costruzione di una teoria della morte. Giovanni Reale non sembra avere la medesima fiducia che ha Aldo Schiavone nelle possibilità che la scienza e la tecnica ci possano aiutare a morire meglio. Schiavone
Tuttavia, pur tra le enormi divergenze, tra i pensieri espressi dai sei filosofi esistono una serie degli invarianti. Delle proposizioni comuni a tutti. Un grappolo di affermazioni condivise che si aggregano intorno a un concetto: libertà di scelta.

Tutti condividono, ormai, l’idea di origine scientifica che la morte non è un concetto assoluto, ma un processo molto articolato. Tutti sottolineano, tuttavia, che la novità prodotta dalla scienza non è solo concettuale, ma fattuale. In altri termini, grazie alla scienza e a sua figlia (la tecnica), ora l’uomo ha la possibilità di intervenire su molti stadi di questo processo, di condizionarlo, di influenzarlo. L’uomo moderno, come sostiene Remo Bodei, ha la possibilità concreta di costruire «un antidestino». L’uomo, incalza Schiavone, non ha mai avuto tanta possibilità di scelta. E, dunque, non è mai stato così libero (noi aggiungeremmo un più prudenziale, così potenzialmente libero).

Questa possibilità si manifesta attraverso due modalità. Una positiva: possiamo usare la conoscenza scientifica e tecnologica per vivere di più e meglio. L’altra negativa: possiamo usare la conoscenza scientifica e tecnologica per rinunciare a una vita che consideriamo non più degna di essere vissuta.

I sei filosofi condividono l’idea che le nuove opportunità che ci offrono la scienza e la tecnologia vanno colte sia per vivere di più e meglio, sia per rinunciare alla vita se questa non è più degna di essere vissuta. Tutti, ancora, condividono l’idea che offrendoci nuove opportunità la scienza e la tecnologia esigono da noi tutti una nuova e più forte responsabilità.
Ancora: i sei condividono l’idea che non c’è responsabilità e neppure morale se non c’è libertà. E tutti, infine, condividono l’idea che nessun uomo è, per dirla con Roberta De Monticelli, più competente di un altro in materia morale.

Ne derivano due conseguenze. Una sottolineata dal laico Remo Bodei: non può esistere un’etica di stato che sancisce come bisogna morire. L’altra sottolineata dal cattolico Vito Mancuso: non può esserci un’etica religiosa che pretende di imporre a tutti, anche a chi non appartiene a quel credo, come si debba morire.

Alla fine della lettura di questo libro davvero importante ciascuno di noi non avrà elaborato, forse, una teoria della morte. Ma tutti sappiamo chi è l’unico che può decidere, con equilibrio e consapevolezza, sui vari stadi accessibili a un intervento umano di quel complesso processo che è la mia morte. Sono io. E nessun altro.

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11 marzo 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/scienza_recensioni/96068/vita_morte_e_miracoli_della_scienza

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Tutta la scienza on line

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di Cristiana Pulcinelli

tutti gli articoli dell’autore

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Il mistero della biodiversità di terra e di mare

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Perché oltre il 95% delle specie che popolano la Terra si trovano sulla terraferma e solo una piccola parte nei mari? È per rispondere a questa domanda – una di quelle d’obbligo nell’anno internazionale che celebra la biodiversità – che la rivista Science ha sentito un po’ di pareri tra gli studiosi più accreditati della diversità biologica. Lo leggerete sulla scienza on line.
LEGGI L’ARTICOLO

Parleremo poi di medicina: secondo alcuni studi pubblicati su The Lancet, bisognerebbe rivedere le linee guida per l’ipertensione perché la variabilità dei valori della pressione sarebbe un fattore di rischio importante.
Ipertensione: la variabilità è un rischio LEGGI L’ARTICOLO

Ancora uno studio pubblicato da Science, ma questa volta sul talidomide, il farmaco che negli anni ’50 e ’60 divenne famoso perché causava malformazioni negli embrioni: alcuni ricercatori hanno scoperto la causa di questo effetto.
Scoperto perché la talidomide causa malformazioni nel fetoLEGGI L’ARTICOLO

Infine, sulla scienza che esce lunedì sul giornale di carta, daremo conto della trattativa in corso tra i paesi Onu per la conservazione delle specie che dovrebbe arrivare al bando del commercio di tonno dalla pinna blu e alla ripresa di un commercio controllato dell’avorio. E racconteremo come si determina il sesso dei polli: una ricerca pubblicata da Nature.
TUTTO IN EDICOLA CON L’UNITA’

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13 marzo 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=96169