Archivio | marzo 18, 2010

Altro autogol della Rai: Chiuse Melevisione, Trebisonda e Gt ragazzi. Bambini in rivolta

Altro autogol della Rai: Chiuse Melevisione, Trebisonda e Gt ragazzi. Bambini in rivolta

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Lo stop ai popolarissimi programmi per l’nfanzia suscita un’ondata di proteste. L’on. Gabriella Carlucci (pdl), vicepresidente della Commissione per l’Infanzia, attacca: “Un grave errore, sono oasi felici in un panorama dalla superficialità, dalla violenza e dalla brutalità dei contenuti”

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https://i2.wp.com/www.farnt.unito.it/melevisione/gt.jpgRoma, 18 marzo 2010 – La notizia è tale da gettare nella disperazione i bambini – e soprattutto i genitori – nella fascia di età tra i 5 e gli 11 anni: la Rai chiude la ‘storica’ Melevisione, e già che c’è si libera anche di Trebisonda e del Gt Ragazzi. Ovvero le uniche trasmissioni – su Raitre – pensate, prodotte e dedicate esclusivamente ai bambini, nel panorama di un primo pomeriggio televisivo in cui abbondano ‘tronisti’,  varietà per signora sul gossip e cartoni animati giapponesi.

A confermarlo, non senza  accenti critici, è la parlamentare del Pdl Gabriella Carlucci, Vicepresidente della Commissione per l’Infanzia, che spiega come il motivo dei tagli sarebbe un calo di ascolto ma poi attacca: ” Io considero un grave errore valutare la qualità dei programmi per ragazzi in base allo share che gli stessi raccolgono”.

“Questi programmi -aggiunge Gabriella Carlucci- si sono contraddistinti negli anni per l’originalità e la sobrietà, oasi felici all’interno di un panorama televisivo contraddistinto dalla superficialità, dalla violenza e dalla brutalità dei contenuti.  Peraltro la Rai senza indicare precisamente una loro eventuale ricollocazione continua a non fare chiarezza sul futuro di queste trasmissioni e di tutti gli operatori in esse impiegati. Spero che esista ancora un margine utile ad un ripensamento dell’azienda pubblica radiotelevisiva e continuerò a battermi perchè questa triste vicenda abbia un esito positivo. Magari ricollocando queste trasmissioni all’interno del palinsesto dei canali tematici Rai presenti sul satellite e sul digitale terrestre», conclude Carlucci.

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/spettacoli/tv/2010/03/18/306878-deciso.shtml

La rabbia del Caimano / Mafia – Il boss ordinò: “votate Silvio”

La rabbia del Caimano

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Caos liste. Partito a pezzi. Sondaggi in discesa. La nuova indagine su di lui. Il premier torna all’attacco con la strategia di sempre: vittimismo e offensiva senza quartiere

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di Marco Damilano

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Il volto sgomento del Pdl è quello del deputato semplice Simone Baldelli lasciato a fare la guardia al bidone di un gruppo parlamentare che non esiste più, un tenente Drogo abbandonato nel deserto dei Tartari dell’aula di Montecitorio, costretto a rimotivare truppe che non gli danno retta mentre i generali, il capogruppo Fabrizio Cicchitto, il suo vice Italo Bocchino, sono altrove, a dettare le grandi strategie, si fa per dire. La settimana più nera del Popolo della libertà, cominciata con la clamorosa esclusione del partito nella capitale da parte del Tar Lazio nonostante il decreto notturno salva-liste, prosegue con una serie di rovesci alla Camera e al Senato. A Palazzo Madama la maggioranza è costretta al voto di fiducia sul provvedimento che più sta a cuore al Cavaliere, il legittimo impedimento, reso necessario dalle assenze dei senatori Pdl e dalla continua mancanza di numero legale. A Montecitorio il centrodestra va sotto perfino su un’innocua votazione sull’ordine del giorno. E quando entra in aula la neo-sottosegretaria Daniela Santanchè partono bordate di fischi e di buuu dai banchi. Dell’opposizione? Macché, la simpatica accoglienza per la collega arriva dalle compagne di partito, le deputate del Pdl. Che non dimenticano di essere state definite dalla signora Garnero “in posizione orizzontale” di fronte a Berlusconi. E ora restituiscono il rametto di mimosa.
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Caos delle liste. Pdl a pezzi. Sondaggi in discesa: dieci punti di gradimento per il governo in meno. Per salvare il centrodestra in disarmo tocca riportare in scena il Berlusconi più classico. Il Caimano che addenta pezzi di istituzioni, divora frammenti di Costituzione e fa legge a sé. E fino a lunedì 8 sera, quando il Tar del Lazio ha bocciato il ricorso del Pdl romano, il Cavaliere poteva vantare un bel numero di risultati raggiunti in poche ore: con il decreto firmato da Giorgio Napolitano nella notte del 5 marzo aveva rimesso in corsa la lista di Roberto Formigoni in Lombardia e quella del Popolo della libertà a Roma, bocciate dai tribunali ordinari. Aveva ricompattato la maggioranza, dalla Lega di Umberto Bossi che inizialmente aveva fatto conoscere la sua contrarietà al decreto, al corpaccione del partito azzurro, fino ad arrivare al presidente della Camera. Questa volta Gianfranco Fini non poteva opporsi all’ennesimo strappo istituzionale. Perché la vicenda romana lo riguarda in prima persona, Renata Polverini è un nome lanciato da lui. Infine, con il decreto Berlusconi aveva raggiunto altri due risultati politicamente pesanti nel campo avversario: aveva messo in difficoltà il Pd di Pier Luigi Bersani, diviso tra gli attacchi al Quirinale di Antonio Di Pietro e la minaccia di ritiro dei radicali di Emma Bonino e Marco Pannella. Ed era riuscito a separare il Pd dal presidente della Repubblica, per la prima volta visibilmente su sponde diverse.

Tutto sfumato in poche ore, in seguito ai colpi di scena e alle sentenze a sorpresa della magistratura amministrativa. E ora le elezioni regionali, che fino a pochi giorni fa il Cavaliere considerava (o faceva finta di considerare) una spiacevole incombenza, al punto di annunciare comizi ridotti al minimo e nessuna comparsata televisiva, si sono di nuovo trasformate per il premier in un giudizio di Dio, lo scontro tra il Bene e il Male cui sono legate molte cose: la sopravvivenza della maggioranza, la vita del Pdl, il futuro del governo, le sorti della legislatura. Con la linea di sempre, vittimismo e scontro senza quartiere. Una campagna elettorale stile Armageddon inaugurata con l’annuncio di una grande manifestazione di piazza per il 20 marzo a Roma, a San Giovanni. E con un videomessaggio in cui Berlusconi accusa “la sinistra che non vuole misurarsi democraticamente con il voto”. Un pronunciamento inviato on line non al partito, ma ai Promotori della libertà del ministro Michela Vittoria Brambilla, la nuova creatura prediletta del premier. E già: nelle ore più cupe del partitone azzurro fondato appena un anno fa, Berlusconi ignora il Pdl e preferisce trasmettere il suo verbo direttamente ai promoters brambilliani con un video-messaggio. E già questa scelta rivela il senso di quello che succederà nelle prossime settimane.

Il Pdl in tutta Italia è chiamato a vincere le elezioni regionali per conto del premier, ma è come se appartenesse a un’altra epoca geologica. Uno dei tre coordinatori, Denis Verdini, è addirittura sotto inchiesta per corruzione a Firenze, ma nessuno sembra farci caso: più per distrazione che per solidarietà. Un altro componente del trio, il ministro Sandro Bondi, partecipa alle riunioni del partito quasi con sofferenza. Non apre bocca, come se la cosa non lo toccasse. All’ultimo vertice, venerdì scorso, se n’è andato senza salutare, accompagnato sotto la pioggia dalla fidanzata, la deputata Manuela Repetti. In compenso, scrive torrenziali lettere alla stampa amica, dal ‘Giornale’ al ‘Foglio’, proponendosi come l’unico autentico ideologo della “rivoluzione berlusconiana”, manco fossimo nella Cina di Mao.

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Il Fondatore, Berlusconi, guarda al Pdl come a una struttura già nata decrepita. Ha nostalgia del suo vecchio partito, al punto che a volte si confonde e ne parla come se fosse ancora vivo: “Nei sondaggi Forza Italia è al 40 per cento…”, come se il Pdl non fosse mai esistito. Eppure di candidati ex forzisti alle elezioni se ne vedono pochini: al Nord domina la Lega, con l’eccezione del ciellino Formigoni, nel Lazio e in Calabria ci sono gli ex di An, in Campania il socialista Stefano Caldoro. E in Puglia, l’unica regione dove il candidato presidente è un forzista doc, Rocco Palese, tra i berlusconiani è scoppiata la faida per il controllo del territorio: nella zona di Bari pesca il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello, il Salento è il feudo del ministro Raffaele Fitto che ha voluto Palese contro il parere di Berlusconi. E ora Quagliariello gli fa la guerra, con l’obiettivo di scalzarlo dalla guida del Pdl pugliese (e chissà, anche dal governo in un eventuale rimpasto) in caso di sconfitta contro Vendola.
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Ma anche Fini è più inquieto che mai. In difficoltà, perché sul decreto si era esposto, perché Roma è soprattutto una cosa di An, dunque anche sua, e perché la convivenza con Berlusconi diventa sempre più complicata. Il co-fondatore del Popolo della libertà è ormai diviso dal numero uno praticamente su tutto, tranne che su un punto: il Pdl non piace neppure a lui e dopo le regionali bisognerà cambiare.
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Nella cerchia dei consiglieri del presidente della Camera giurano che il tempo delle scelte si avvicina. Dopo le regionali nulla può essere escluso: neppure una scissione, un’uscita dal partito o almeno dai gruppi parlamentari. Magari con l’obiettivo di costituire un altro gruppo, esterno al Pdl, restando nella maggioranza di governo ma recuperando una piena libertà di azione. In An, tra i più vicini a Fini, c’è chi ricorda con nostalgia i tempi della Casa delle libertà, che non era un partito unico ma una federazione in cui ognuno poi tornava nel suo habitat naturale. Ricorrono metafore matrimoniali: “Silvio e Gianfranco sono come due coniugi che continuano a vivere insieme e si tirano i piatti tutte le sere. Se si separassero tornerebbero a parlarsi con serenità”. E poi, senza giri di parole: “Così non possiamo andare avanti. Nel Pdl o rompi le scatole o ti adegui. E noi non possiamo più restare abbinati ai berlusconiani”. Fini conosce a memoria gli umori dei suoi colonnelli. Anche perché, ogni volta che si va in Parlamento senza vincoli di maggioranza o voti di fiducia, emergono alla luce del sole. Distanze abissali, come quella che passa tra la deputata calabrese finiana Angela Napoli, minacciata di morte dalla ‘ndrangheta, e quei colleghi ex Forza Italia che a Montecitorio intendevano evitare la censura per i mafiosi che fanno propaganda elettorale.
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Il presidente della Camera aspetta, vorrebbe che fosse Berlusconi a fare la prima mossa. Se è Silvio a sfasciare il Pdl, chi potrebbe poi gettare addosso a Fini la croce del traditore? Ma il tempo stringe, anche per lui. La strategia dei distinguo si è ormai esaurita: se Fini non fa qualcosa o si paralizza come la sinistra democristiana, che brontolava molto ma non rompeva mai, o finisce imbalsamato nel suo ruolo istituzionale. Un monumento della Repubblica, senza futuro politico.
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Molto più a casa si sente la Lega, data per vincente nei sondaggi. Così, dopo le elezioni, hanno previsto Fini e Giuseppe Pisanu nel loro ultimo incontro con Pier Ferdinando Casini, ci saranno il partito di Bossi molto più forte e il Pdl più debole elettoralmente e più diviso politicamente. Ingredienti che anticipano un giro di boa della legislatura difficile per il governo. Per questo, e non solo per il pasticciaccio delle liste, tocca ancora una volta al Cavaliere tornare in campo, come sedici anni fa, con una mega-manifestazione di piazza. Obiettivo: recuperare voti preziosi che rischiano di finire nell’astensionismo o alla Lega. Non per salvare il Pdl, ultimo dei suoi pensieri, ma per resuscitare se stesso. Se le regionali andranno male Berlusconi addosserà le responsabilità della sconfitta a chi nel partito non si è impegnato abbastanza. Se andranno bene, invece, il merito sarà tutto suo e non si faranno prigionieri. Dentro il Pdl, s’intende. A meno che non sia Fini ad anticiparlo.

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IL COMMENTO Senza più regole di Edmondo Berselli
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15 marzo 2010
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Il boss ordinò: “votate Silvio”

Registrata dagli inquirenti una riunione degli uomini di Messina Denaro alla vigilia delle elezioni 2006: ‘Se vincono i comunisti ce ne dobbiamo andare’

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di Lirio Abbate

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L’arresto di Salvatore Messina Denaro
fratello del boss Matteo
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In una cittadina del trapanese gli uomini del boss stragista Matteo Messina Denaro si appartano in un angolo di un’autofficina e parlano delle direttive del capomafia, dei messaggi che ha fatto arrivare dalla sua latitanza e le indicazioni politiche da seguire. Le microspie registrano le conversazioni. Sono alla vigilia delle elezioni politiche dell’aprile 2006 e Cosa nostra manda in campo i suoi uomini nel trapanese per dar sostegno alle liste di Silvio Berlusconi. La conversazione tenuta segreta fino adesso dalla Procura di Palermo è chiara sulle posizioni politiche dei clan. I pretoriani di Matteo Messina Denaro commentano che sono “finiti i tempi dei comunisti”, alludendo ai partiti della sinistra, e per questo motivo i mafiosi si organizzano per contribuire a far tornare il governo Berlusconi. Il centrosinistra guidato da Prodi vince le elezioni con uno scarto minimo di voti sul Cavaliere. Ma a Trapani il successo del centrodestra è netto per entrambe le Camere.
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La conversazione dei mafiosi viene registrata la mattina del 6 marzo 2006 e i fedelissimi del capomafia accusato di omicidi e delle stragi del 1993 di Milano, Roma e Firenze, commentano negativamente il ritorno dei ‘comunisti’. Sembra una riunione elettorale con i massimi esponenti di Cosa nostra che tifano per il Cavaliere. I favoreggiatori del latitante ripetono spesso che l’eventuale vittoria della sinistra li avrebbe “consumati”. Le conversazioni vengono captate dalla polizia di Stato impegnata nelle indagini sulla latitanza dell’uomo che adesso è ritenuto al vertice di Cosa nostra. Le microspie sono piazzate nell’autofficina del fidato Leonardo Ippolito, arrestato lunedì scorso su ordine dei pm della Dda di Palermo. Sono a Castelvetrano, nel cuore del regno del latitante.
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Con Ippolito è finito in manette anche Salvatore Messina Denaro, fratello di Matteo, il quale aveva costituito la base operativa dei favoreggiatori proprio nell’autofficina. Ippolito, dopo aver appreso le direttive politiche imposte da Matteo, commenta che “le leggi non sono più come una volta…” e aggiunge che “ora le cose sono cambiate…” e invita gli altri mafiosi a sostenere Berlusconi. L’uomo di cui si fida Messina Denaro insiste sul fatto che “se tornano i comunisti” i mafiosi “possono andar via da Castelvetrano. Anzi ce ne possiamo andare dall’Italia se salgono”. E poi conclude: “Prodi, questo babbu! ci consuma a tutti…”.
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Tra i grandi capi di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro è rimasto uno dei pochi uomini d’onore con alle spalle una tradizione familiare mafiosa che lo ha portato ad essere un leader nell’organizzazione criminale. Anche per questo motivo i mafiosi lo evocano o cercano un contatto anche solo indiretto. E il fatto che la sua latitanza si allunghi di anno in anno, porta nell’ambiente mafioso ad alimentare il culto e la fama di imprendibile. A differenza di altri capimafia, Messina Denaro si preoccupa dei propri uomini ai quali fornisce ogni cosa – anche somme di denaro consistenti – per farli star bene. Il suo grosso giro d’affari illegale è talmente vasto che gli investigatori fanno fatica a ricostruire tutti i passaggi economici sui quali hanno già messo le mani. Compreso il giro di politici collusi. Ma alla base di quello che fa questo boss c’è sempre il rispetto delle regole che la mafia si è autoimposta nel passato.
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E proprio su questo punto i favoreggiatori sono entrati in fibrillazione quando hanno scoperto che il fratello di Matteo aveva una relazione extraconiugale con una ragazza di 29 anni. La stessa che era stata fidanzata con l’imprenditore Salvatore Grigoli, già arrestato perché prestanome del boss. Le microspie registrano le reazioni dei mafiosi, i quali commentano pure l’irruzione che la cognata del padrino ha fatto nella villetta in cui il marito incontrava la ragazza, sorprendendo la coppia. Chissà come l’avrà presa Matteo questa violazione delle regole.
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LEGGI Milano calibro 9 di Paolo Biondani
LEGGI La nuova mafia invincibile di Roberto Saviano
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18 marzo 2010
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Berlusconi attacca i pm e difende Bertolaso: “Santoro scandaloso, trasmissioni inaccettabili”

Comizio a Napoli del premier per il candidato Pdl Caldoro. “Fango sugli eroi della Protezione civile”
“I tempi della campagna elettorale sono dettati da una magistratura politicizzata e amica della sinistra”

Berlusconi attacca i pm e difende Bertolaso
“Santoro scandaloso, trasmissioni inaccettabili”

“Le cose dette nelle intercettazioni riportate dai giornali su Annozero sono lecite e doverose”
“Con la sinistra al governo ci sarebbe uno Stato di polizia tributaria, perderemmo la nostra libertà”

Berlusconi attacca i pm e difende Bertolaso "Santoro  scandaloso, trasmissioni inaccettabili" Silvio Berlusconi

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NAPOLI – “Io sono Paperone, loro la Banda Bassotti”. Silvio Berlusconi in un comizio a Napoli a sostegno del candidato del Pdl Stefano Caldoro attacca la sinistra che “ha cercato di gettare fango sulla Protezione civile, su Bertolaso, sugli eroi che hanno realizzato un miracolo” e critica la magistratura che “guarda caso”, dice, ha rifiutato le liste a Roma e Milano “violando le leggi e tentando di farci passare degli incapaci”. “I magistrati non fanno certo gli interessi degli italiani”, aggiunge il Cavaliere. Sulla ‘querelle’ delle liste “i nostri uomini non hanno avuto nessuna responsabilità, nessuna colpa – sottolinea il premier – è venuta fuori la loro vecchia abitudine del ’94 quando avevano fatto fuori tutti i partiti. Se non ci fossimo stati noi a scendere in campo i comunisti avrebbero avuto il 92% dei seggi”.
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La manifestazione è stata organizzata in tempo record, per ammissione degli stessi organizzatori, ma alla mostra d’Oltremare per vedere il premier sono arrivati almeno in diecimila, secondo le stime degli organizzatori. Gremito il padiglione 6 dell’ente fieristico, affollati i viali circostanti. Molti i manifesti e gli striscioni, al punto che, durante il suo discorso, lo stesso premier prega di abbassarne uno che impedisce la vista del palco a chi si trova dietro. “Abbassate quel cartello – dice – impedisce di vedere bene, è un fatto di civiltà e democrazia”. Per la cronaca, il cartello era del comitato che si oppone agli abbattimenti di fabbricati abusivi secretati dalla Procura generale partenopea ed è di vistoso colore rosso.
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Magistrati. “I tempi della campagna elettorale sono dettati da una magistratura politicizzata e amica della sinistra”, dice il premier alla platea: “Avete mai letto su un giornale i risultati di questo governo e le critiche  al malgoverno della sinistra? Purtroppo no”.

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Intercettazioni. Berlusconi torna a parlare dell’inchiesta di Trani e delle intercettazioni. L’Italia, dice, è “l’unico paese dell’Occidente in cui si intercetta un presidente del Consiglio”. Le cose dette, come riportato dalle intercettazioni comparse sui giornali sulla vicenda Annozero, ”non solo sono lecite ma sono doverose”, afferma il presidente del Consiglio, spiegando che nelle sue telefonate a Giancarlo Innocenzi, membro dell’Agcom ”eletto da noi” veniva detto che la trasmissione di Michele Santoro ”era inaccettabile. Era inaccettabile che si facessero i processi in tv senza la presena di un avvocato”.
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Comunisti.
”Vedo un cartello lì in fondo: ‘Silvio ci devi liberare dai comunisti’. Ebbene, sono qui per questo!”. Per il premier in caso di vittoria dei candidati della sinistra “raddoppierebbero le imposte”, dice. Quanto al programma della sinistra “vogliono vietare i pagamenti in contanti, ci sarebbe uno Stato di polizia tributaria, tutti noi perderemmo la nostra libertà”, afferma il premier. Con la sinistra al governo, insiste il Cavaliere, “saremmo tutti intercettati, intercettati su tutto e le intercettazioni finirebbero sui giornali. Chi di voi – domanda il Cavaliere alla folla arrivata ad ascoltarlo – è sicuro di non essere stato intercettato? Vi sembra che questo sia un Paese libero? Vi sembra che l’Italia sia una democrazia quando viene calpestato il primo diritto, la privacy? Con la sinistra diventeremmo uno Stato di polizia. La sinistra non sa cosa è la democrazia”, insiste Berlusconi. “I nostri comunisti – aggiunge – sono sempre gli stessi, fanno la campagna con i metodi di sempre”.
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Rifiuti elettorali. La crisi registrata in Campania nella raccolta rifiuti per alcuni giorni è da imputare all’imminente voto per le regionali, dice Berlusconi. “Hanno fatto dei rifiuti elettorali – spiega – da un problema piccolissimo, un ostacolo burocratico per il pagamento degli stipendi dei dipendenti dei consorzi. Ieri me ne sono interessato e abbiamo risolto. Ma non deve capitare e non capiterà più”. Il premier ricorda che la prima emergenza che ha dovuto affrontare il suo governo è stata quella dei rifiuti della Campania: “L’abbiamo risolta per Napoli e per 552 Comuni in 58 giorni – rivendica – e ora c’è un termovalorizzatore e quattro discariche che funzionano benissimo”.
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Paperone e la Banda Bassotti. “Se io sono Paperone loro sono la Banda Bassotti”, dice il premier. “Noi non abbiamo bisogno di soldi e quando il finanziamento pubblico per i partiti non basta – ha detto Berlusconi – qui c’è Pantalone. Anzi come mi hanno chiamato in questi giorni, Paperone”.
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Mafia, camorra e ‘ndrangheta. “In tre anni sconfiggeremo la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta”, afferma Berlusconi. “Lo Stato è tornato ad essere lo Stato”, dice il premier ricordando i risultati del governo contro la criminalità.
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Giustizia. Dalle elezioni regionali per il governo “ci deve essere un ulteriore mandato affinché si possa lavorare sicuri del sostegno della gente e introdurre nel nostro Paese la rivoluzione liberale”, che significa “riforma importante delle istituzioni, una modernizzazione del fisco, una grande, grande, grande riforma radicale del sistema giudiziario”.
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“Fango sugli eroi dell’Aquila”. Il presidente del Consiglio torna a parlare anche del sisma dell’Aquila. Di quanto fatto e soprattutto “di quanto fango è stato gettato sopra a un vero miracolo”. Il premier cita le case antisismiche date ai cittadini e punta il dito contro chi ha cercato di rovinare tutto questo. “Hanno cercato in tutti i modi di gettare fango su quello che è un vero miracolo, su veri e propri eroi, su Bertolaso – aggiunge – è una vergogna”.
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“Sulle liste nessuna colpa del Pdl”. “Ho fatto io il pm, interrogando sei persone separatamente per capire cosa era successo, e ho verificato che i nostri rappresentanti non hanno colpe”, dice il premier in merito al caos liste nel Lazio. “Non è un caso che abbiano escluso le nostre liste a Roma e a Milano – sottolinea Berlusconi – I nostri rappresentanti di lista non hanno colpe. Sono stati mandati via dal Tribunale da un magistrato che aveva in ufficio il ritratto del Che. Invece avrebbero dovuto rincorrerli per far presentare le liste e consentire agli elettori del primo partito italiano di poter votare”.
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“No all’astensione”. Da queste elezioni regionali ”il nostro governo deve uscire rafforzato”. Si tratta di fare ”una scelta di campo tra noi e loro”, dice Berlusconi, deve venire ”un ulteriore mandato” all’esecutivo per portare a compimento la ”nostra rivoluzione liberale”. Ma perché questo si possa realizzare, aggiunge, è necessario non cedere all’astensionsimo e non votare i piccoli partiti, che ”non avranno alcun peso in Consiglio regionale”. Evitare insomma ”un voto alla sinistra”.
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Immigrati. “Se la sinistra va al potere l’Italia avrebbe le frontiere spalancate e dall’immigrazione si passerebbe all’invasione”, dice il premier. Per il Cavaliere la sinistra “vuole dare il voto agli stranieri perché cosi facendo vorrebbe cambiare a suo favore la bilancia elettorale”.
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“La Carfagna ha le palle”. Elogi a Stefano Caldoro (“Uno dei migliori ministri che ho avuto”) e elogi a Mara Carfagna dal premier. In particolar modo il Cavaliere esalta il ministro per le Pari Opportunità: “E’ dolce” ma è anche “una donna con le palle”, dice il premier concludendo il suo intervento alla mostra d’Oltremare.
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18 marzo 2010
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GIUSTIZIA? – La condanna beffa nel Paese degli insulti

Membri della Lega invocano metodi da SS contro gli immigrati, senza strascichi giudiziari

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La condanna beffa nel Paese degli insulti

Sentenza (e appello) da record per aver detto “vergogna” a una giunta leghista. Accade in provincia di Treviso

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Su col morale: la giustizia sa essere velocissima. In una regione come il Veneto in cui la prima udienza di 44 processi civili è stata fissata dalla Corte d’Appello di Venezia nel 2017 (pazienza, pazienza…) un pubblico ministero di Treviso ci ha messo tre-giorni-tre a presentare appello contro l’assoluzione di una signora che aveva osato dire agli assessori comunali di Vittorio Veneto la parola «Vergognatevi!». Ai milioni di processi che impantanano i tribunali si aggiungerà anche lo strascico di questo. Quali siano gli esempi arrivati in questi anni dall’alto, li ricordiamo tutti. Una rinfrescatina? Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca capo dello Stato, fu liquidato da Vittorio Sgarbi in piazza Montecitorio come «una scorreggia fritta». Roberto Maroni spiegò che «Bossi ce l’ha duro, Berlusconi ce l’ha d’oro, Fini ce l’ha nero, Occhetto ce l’ha in (censura) ».

Gianni Baget Bozzo tuonò in diretta televisiva che «il popolo deve molto a Berlusconi. E col cazzo che questa è adulazione». Il leghista Enrico Cavaliere si avventurò dai banchi della Camera a dire: «C’è puzza di merda in questo posto». Alessandra Mussolini mandò una lettera pubblica al Senatur in cui diceva: «Si’ proprio nu chiachiello e nun tien’ manch’e palle p’ffa na vera rivoluzione». Massimo D’Alema bacchettò Carlo Ripa di Meana con il suo tipico garbo: «Dice solo cazzate». Romano Prodi sibilò a Enrichetto La Loggia, in pieno dibattito parlamentare, l’invito «Ma vaffan… » seguito da un’interrogazione parlamentare dell’offeso: «Risponde al vero che lei mi ha mandato fanculo?». Quanto ai tempi più recenti, va ricordato almeno Silvio Berlusconi, che dopo aver precisato di avere «troppa stima per l’intelligenza degli italiani per pensare che ci possano essere in giro così tanti coglioni che possano votare a sinistra», se l’è presa con chi «sputtanando il premier sputtana anche l’Italia». E poi Antonio Di Pietro, che ad Annozero ha detto «col massimo rispetto, Berlusconi è un delinquente » per incitare successivamente a «buttar fuori Minzolini a calci in culo ». E ancora Gianfranco Fini («Chi dice che gli stranieri sono diversi è uno stronzo…») e Roberto Calderoli: «È stronzo anche chi li illude».

Per non dire di Tommaso Barbato e Nino Strano che, il giorno della caduta del governo Prodi, urlarono al Senato contro Nuccio Cusumano: «Pezzo di merda, traditore, cornuto, frocio!» e «Sei una checca squallida!». E via così: potremmo andare avanti per ore. Bene: in questo contesto, in cui una parte del Paese accusa l’altra d’avere le mani lorde di sangue dei crimini staliniani e l’altra metà risponde imputando agli avversari di essere golpisti e goebbelsiani, la signora Ada Stefan si è spericolatamente spinta a contestare una decisione urbanistica della giunta comunale leghista di Vittorio Veneto. La scelta di non demolire un complesso edilizio che avrebbe dovuto diventare un «polo sportivo d’interesse nazionale » con due campi di calcio, un impianto di pattinaggio a rotelle, tribune, foresterie, palestre, parcheggi e un sacco di altre cose compresi un po’ di «spazi commerciali accessori». Una cosa grossa. Edificata su un terreno per il quale il piano regolatore prevedeva fossero «ammessi solo gli impianti per il gioco, gli spettacoli all’aperto e le attrezzature sportive».

Scelta giusta o sbagliata? Non ci vogliamo manco entrare: non è questo il punto. Il fatto è che, essendo state costruite solo le strutture commerciali e non quelle sportive, un gruppo di abitanti della zona aveva chiesto alla giunta di smetterla con le deroghe e, dato che il progetto originale era stato stravolto e dunque risultava tutto abusivo, di procedere con le ruspe. Al che l’amministrazione aveva risposto che «l’esigenza del ripristino della legalità non è sufficiente a giustificare la demolizione richiesta, occorrendo comparare l’interesse pubblico alla rimozione con l’entità del sacrificio imposto al privato». Parole discutibili. Tanto più alla luce di una serie di sentenze di sette o otto Tar (veneto compreso) e del Consiglio di Stato presentate dal legale degli abitanti della zona, Daniele Bellot, tutte molto chiare: in casi del genere l’abuso va abbattuto. Ma neppure questo è il punto. Il punto è che, durante un consiglio comunale, esasperata dalle resistenze della maggioranza all’idea di demolire il complesso, la signora Ada Stefan sbottò: «Vergognatevi! ».

Un’offesa gravissima, secondo Mario Rosset, già segretario e consigliere della Lega. Al punto di meritare una denuncia. Denuncia finita sul tavolo di un magistrato trevisano. Il quale, incredibile ma vero, decise di emettere un decreto penale che condannava la signora «per avere offeso l’onore e il prestigio del consiglio comunale di Vittorio Veneto dicendo ad alta voce, rivolta al loro indirizzo, “Vergognatevi”». Un verdetto sconcertante. Che Ada Stefan decise di non accettare chiedendo di andare a processo. Processo aperto e chiuso giorni fa nel giro di pochi minuti: per il giudice Angelo Mascolo la signora andava assolta «perché il fatto non costituisce reato, ai sensi dell’art. 129 c.p.p.». Faccenda chiusa? Macché: tre giorni dopo (tre giorni: in un Veneto in cui i magistrati sono sommersi di arretrati e, stando alla relazione della stessa presidente Manuela Romei Pasetti, «trascorrono mediamente 272 giorni tra la sentenza di 1˚ grado e l’arrivo alla Corte d’Appello») il sostituto procuratore Giovanni Cicero impugnava l’assoluzione. Il processo andrà avanti: la signora Stefan, secondo lui, va castigata. Il tutto in una provincia come Treviso.

Dove il sindaco leghista Giancarlo Gentilini ha ordinato «la pulizia etnica contro i culattoni» ed è arrivato a invocare «il linciaggio in piazza». Dove il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni si è spinto a dire: «Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto» aggiungendo che «l’immigrato non è mio fratello, ha un colore della pelle diverso». Dove il consigliere comunale leghista della città capoluogo Pierantonio Fanton ha teorizzato che «gli immigrati sono animali da tenere in un ghetto chiuso con la sbarra e lasciare che si ammazzino tra loro». Dove un altro consigliere leghista, Giorgio Bettio, è sbottato tempo fa urlando che occorreva «usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Il tutto senza particolari strascichi giudiziari. E sarebbe un reato dire «vergognatevi»? Messa così lo diciamo anche noi: vergognatevi.

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Gian Antonio Stella
18 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_18/condanna_beffa_acf81aea-325b-11df-b043-00144f02aabe.shtml

Giallo su un manoscritto di Pasolini: «Adesso indaghino i carabinieri»

Tempo fa Dell’Utri aveva detto di aver letto un capitolo perduto di «Petrolio»

Giallo su un manoscritto di Pasolini
«Adesso indaghino i carabinieri»

Veltroni presenta un’interpellanza al ministro Bondi: «Si prefigura un reato». Replica: «Bisogna fare luce»

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Pasolini (Fotogramma)
Pasolini (Fotogramma)

MILANO – Saranno i carabinieri a occuparsi del giallo dell’ultimo capitolo perduto di Petrolio, il romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini. L’intervento delle forze dell’ordine è stato sollecitato da Walter Veltroni, che ha portato il caso in Parlamento con un’interpellanza urgente al ministro della Cultura. Lo stesso Bondi, replicando all’esponente del Pd, ha promesso di «svolgere ulteriori accertamenti, anche attraverso i carabinieri», per poi informare il Parlamento.

VELTRONI: «REATO» – Il caso era stato sollevato tempo fa proprio da Veltroni, dopo le dichiarazioni del senatore Marcello Dell’Utri sull’esistenza di un manoscritto di 70 pagine riconducibile a Pasolini. «Se questo capitolo esiste, come è arrivato nelle mani di Dell’Utri? Chi lo ha portato via da casa Pasolini, chi lo ha consegnato a mani diverse di quelle della famiglia o dei curatori dell’opera di Pasolini? – afferma Veltroni -. Ma se, come dice la famiglia, questo capitolo non esistesse, di cosa stiamo parlando?». L’ex segretario del Pd non ha dubbi, «ci troviamo in una fattispecie di reato», e l’intervento del governo è indispensabile: «Non si tratta solo di una discussione di carattere letterario, ma di qualcosa di più importante che ha a che fare con la parte più oscura della storia italiana».

Veltroni (Emblema)
Veltroni (Emblema)

BONDI: FARE LUCE – In Aula Veltroni ha riletto alcune interviste di Dell’Utri in cui il senatore spiegava che le pagine del manoscritto avrebbero contribuito «a fare luce sulla morte di Pasolini, su alcune vicende dell’Eni, sulla morte di Enrico Mattei, su Cefis». Secondo l’ex sindaco di Roma, «sulla morte di Pasolini deve essere fatta luce. Ci sono state sentenze contraddittorie, dal punto di vista storico rimangono moltissimi dubbi accompagnati da una parte consistente dell’opinione pubblica». Un passaggio, questo, su cui il ministro della Cultura ha convenuto: «Sono interessato a capire, a fare luce sulla vita di uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, sulla sua vita drammatica e su degli aspetti ancora oscuri del nostro Paese» ha detto Bondi spiegando di avere preso «contatti diretti» con Dell’Utri, «il quale mi ha confermato che effettivamente avrebbe letto un manoscritto di circa 70 pagine che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo». Veltroni ha ribadito che «Dell’Utri, come prima cosa, avrebbe dovuto rivolgersi all’autorità giudiziaria».

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Redazione online
18 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cultura/10_marzo_18/veltroni-bondi-dellutri-manoscritto-pasolini-petrolio_8642bc92-3289-11df-b043-00144f02aabe.shtml

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Pier Paolo Pasolini

‘Petrolio’

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l mondo contemporaneo
in Petrolio, l’ultima fatica narrativa di Pasolini.

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commento e nota di Angela Molteni

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Petrolio: un libro dalla copertina bianca, tutta bianca; solo il titolo è in rosso, colore archetipico, il “primario” di tutti i colori. I possibili significati del bianco nella cultura occidentale (Michel Pastoureau, Dictionnaire des couleurs de notre temps, Editions Bonneton 1992) vengono così indicati: colore della purezza e della castità, della verginità e dell’innocenza; colore dell’igiene, della pulizia, del freddo, della sterilità; colore della semplicità, della discrezione, della pace; colore della saggezza e della vecchiaia; colore dell’aristocrazia e della monarchia; colore del divino; colore dell’assenza di colore: il grado zero del colore.
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Pier Paolo Pasolini
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Petrolio
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Dice Marco Belpoliti: “È raro che i grafici editoriali scelgano il bianco per le copertine dei libri, anche per ragioni pratiche: le copertine bianche si sporcano in fretta, ingialliscono. Einaudi scelse, nel 1992,  il ‘tutto bianco’ per la copertina di Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Nessuna scelta fu più efficace: Petrolio è un canovaccio, un brogliaccio, è la restituzione filologica di un manoscritto incompiuto; perciò il bianco di quella copertina era insieme una superficie e uno spazio: il libro come scatola che contiene i materiali impuri di un libro in fieri, inconcluso. Questo bianco non era azzeramento dei significati, ma significato esso stesso: quello dei fantasmi, delle apparizioni, della morte; della paura e dell’inquietudine”.
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Pasolini disse della sua ultima opera di narrativa: “Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di ‘summa’ di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”. Così scriveva il 10  gennaio 1975. Il nuovo libro al quale Pasolini stava lavorando – e che egli stesso aveva indicato come un corposo volume che avrebbe toccato le duemila pagine – rimase incompiuto. Tutto quanto lo scrittore era riuscito a comporre è stato pubblicato, come si è accennato all’inizio, nel 1992 da Einaudi. O, per meglio dire, il volume pubblicato comprende 133 “appunti”, parecchie annotazioni o “promemoria”, oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall’autore nel manoscritto. .

Paolo Volponi, scrittore italiano recentemente scomparso, nel 1976, riferendosi all’ultimo colloquio avuto con Pier Paolo Pasolini, suo grande amico, a sua volta racconta: «Una volta mi ha detto, e lo ripeto cercando nel ricordo le sue parole: “Mah, io adesso, finito Salò, non farò più cinema, almeno per molti anni. Ho scritto apposta l’Abiura della Trilogia della vita, e non farò più cinema. Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho ricominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S’intitolerà Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sarà un dirigente industriale in crisi“. Per questo si era rivolto a me, per avere indicazioni e anche materiale, per esempio sulla vita dell’industria [Volponi è stato anche dirigente della Olivetti di Ivrea], sulle abitudini e sul linguaggio dei mondi chiusi del potere industriale, per avere schemi organizzativi dei processi aziendali. “Poi ci sarà anche un uomo della banca. Ci saranno anche dei protagonisti a livello popolare, quasi inarticolati”, aveva continuato a dirmi, “nemmeno più con dialetti perché i dialetti ormai sono finiti con questa lingua orrenda dei comunicati del telegiornale, della pubblicità, del recitativo ufficiale, per cui finirà magari che quelli più colti parleranno in un certo modo letterario con un gusto del dialetto assunto come distinzione e quelli meno colti, addirittura analfabeti, parleranno un po’ come certi nostri ministri democristiani alla televisione, con tutti questi ‘ione’, ‘enti’, ‘enze’ ecc.”. Queste erano le confidenze che mi faceva a Roma una sera dopo aver cenato insieme, non molto prima del due novembre dell’anno scorso dalle parti di piazza Farnese. Forse non mi ricordo bene, ma quella deve essere stata l’ultima volta che l’ho visto”.

La stesura di Petrolio, come si è accennato, è largamente incompiuta, cosicché darne un riassunto o farne un commento complessivo risulta impossibile: oltretutto vi sono spesso appunti, o note apposte dall’autore che spesso si contraddicono tra loro e rendono ancora più disagevole giungere a delle conclusioni complessive. In questo suo ultimo romanzo, Pasolini ritorna su alcuni dei temi che egli preferisce: la “mutazione antropologica” a causa della quale ormai tutta una popolazione si è trasformata in neo-borghesia, la sparizione del “popolo puro”, portatore di grandi valori, l’identificazione dei democristiani con i fascisti. Il tutto, scritto nella “lingua che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia […] Se io dessi corpo a quel che qui è solo potenziale, e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola nell’immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che è in fondo giuoco. Non ho voglia più di giuocare […] non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli si aspettava”, come lo stesso Pasolini scrive nella già citata lettera ad Alberto Moravia, alle pagine 544-545.

Si uniscono, nel romanzo, una esasperata esibizione strutturale e modi allegorici da sacra rappresentazione sul fondo di un dramma cosmico. Nel romanzo vi è tutto il mondo contemporaneo, vi è cioè un contributo essenziale che Pasolini offre per la comprensione di ciò che è accaduto nel nostro paese tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. E molte sono, in Petrolio, le dichiarazioni di Pasolini su se stesso. Alcune citazioni possono fornire qualche esempio:

    «Carlo guardava quei fascisti che gli passavano davanti. […] Le persone che passavano davanti a Carlo erano dei miseri cittadini ormai presi nell’orbita dell’angoscia e del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società “sviluppata” aveva infilato loro in saccoccia. […] I giovani avevano i capelli lunghi di tutti i giovani consumatori, con cernecchi e codine settecentesche, barbe carbonare, zazzere liberty; calzoni stretti che fasciavano miserandi coglioni. La loro aggressività, stupida e feroce, stringeva il cuore. […] Quella massa di gente sciamava per quella vecchia strada senza il minimo prestigio fisico, anzi fisicamente penosa e disgustosa. Erano dei piccoli borghesi senza destino, messi ai margini della storia del mondo, nel momento stesso in cui venivano omologati a tutti gli altri». (pp. 501-503) «Istituire all’interno del paragrafo precedente una sintesi della nuova situazione politica italiana: ossia le ragioni che hanno spinto Cefis dell’Eni alla Montedison, e la conquista della Presidenza dell’Edison con l’aiuto dei fascisti»  (annotazione di Pasolini a p. 526)

    «La liturgia continua […] nel programma stilato nel cuore del nostro democristiano nuovo, che, liberatosi da un fascismo, non intende (a parole | almeno in parte |) cadere in un fascismo nuovo, che è innominabile. Stavolta si tratta di un “esame di coscienza” esercitato all’interno del proprio essere; un'”autocritica” il cui oggetto è il “parassitismo” che è un problema esclusivamente tipico di chi è al potere: per comodità del lettore traspongo la prosa nel suo reale schema di “cursus” recitabile secondo il modello dell’omelia, o del “Mistero”:

    Il fenomeno del parsassitismo riguarda tutti coloro che
    di volta in volta,
    in cambio di un determinato guadagno ricevono beni
    o servizi che ne valgono assai meno,
    o addirittura intasano senza ceder nulla e tutto ciò fanno:
    o sfruttando particolari posizioni di monopolio o quasi monopoliooooo,
    o tempi difficiliiiii,
    o altrui bisogni pressantiiiiii,
    o ignoranza dei richiedentiiii,
    o deficiente sorveglianza dei soprastantiiiiii,
    o esecuzioni trasandateeeeee,
    o non rispetto di giorni e di orari di lavorooooo,
    o pratiche fraudolenteeee…» (pp. 528-529)

In Petrolio vi è perfino (p. 546) un appunto che contiene un accenno inquietante:

«La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’».

La strage alla stazione di Bologna è del 2 agosto 1980 e, in questo suo ultimo romanzo incompiuto, pare che la “visione” l’abbia avuta proprio Pasolini.

Una riflessione che ho trovato spontaneo compiere, leggendo Pasolini più in generale e in particolare il suo Petrolio, è sulla validità e l’attualità di certe analisi e di certe previsioni – soprattutto in tema di sfaceli e di stravolgimenti politici, economici, sociali e ambientali – che già negli anni Settanta venivano espresse da questo scrittore, quasi a precorrere situazioni e avvenimenti dei giorni nostri.

Pasolini, a proposito di Petrolio, ha parlato di “processo formale vivente” e di “forma magmatica e forma progressiva della realtà”; in effetti gli “appunti” presenti nell’intera opera hanno una intercambiabilità che costituisce il senso stesso del libro, che è disseminato di appunti e di promemoria.

    «Tutti i precedenti paragrafi vanno riuniti in un solo grande capitolo che
    ha per centro la festa della Sig.ra Giulia Miceli ecc. ecc.» (appunto di p. 533) «Ci sono persone che non credono niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale.» (appunto 84, p. 395)

    «Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos’altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso o la funzione della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà, io ho cercato di impadronirmi della realtà. […]
    Nello stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il mio romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne prendevo possesso, proprio nell’atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire.» (appunto 99 p. 419)

Concludo questo breve commento su Petrolio con le parole di Franco Fortini che in Attraverso Pasolini (Einaudi 1993), soffermandosi a sua volta sui contenuti e la forma letteraria di Petrolio, fa anche alcune riflessioni sulla vita di Pasolini:

«La sua vicenda biografica era anche quella del povero, ricco di genio e di cultura e di sregolatezza (uno dei modelli storici del piccolo-borghese), entrato di forza a far parte del mondo dei ricchi potenti e beneducati e a orgoglio e orrore della propria genealogia di classe; ma nel senso di non voler sapere […] quali contropartite visibili e invisibili gli sarebbero state richieste, incluso il proprio assassinio reale e allegorico. […] Non era solo mancanza di attenzione o penetrazione dei moti profondi della economia e della sociologia […] Era furia metabolica che voleva restituire subito, sulle pagine, ogni informazione. E rimanere nel monologo. Ma non si fa il socialismo in un cuore solo».


NOTA Poiché alcuni commentatori di Petrolio sostengono ancora oggi (appellandosi nel migliore dei casi alla incompiutezza del romanzo, ma anche, in alcuni casi, alla sua “asprezza”) che l’ultima opera di Pier Paolo Pasolini sia “qualcosa che non si capisce” e che “non si sarebbe mai dovuto pubblicare”, si riportano nella sezione “Narrativa” di “Pagine corsare” [vedi sommario a destra] alcuni passaggi del testo pasoliniano, e precisamente:
– Traccia del romanzo (pp. 541-543)
– Lettera ad Alberto Moravia (pp. 544-545)
– L’Epochè: Storia di un padre e delle sue due figlie (pp. 422-428)
– L’Epochè: Storia di un volo cosmico (pp. 436-443)
I due brani dall’Epochè sono due racconti nel racconto perfettamente “compiuti”, “finiti”. Nel primo è narrata una vicenda esemplare di “sete di potere”, tema assai caro a Pier Paolo Pasolini; il secondo è un’atroce ma divertentissima riflessione sulla tragica stupidità umana ambientata in uno scenario fantascientifico assolutamente insolito in Pasolini.
L’intento, nel proporre tali brani, è quello di dimostrare quanto l’ultima opera del poeta si svolga in una forma letteraria nuova, perfettamente lucida e comprensibile. Di ciò d’altronde rende in parte testimonianza anche il contenuto della lettera [mai spedita] che Pasolini indirizzò ad Alberto Moravia. Un ringraziamento infine ad Alessandro Ryker per gli spunti di riflessione e approfondimento che con intelligenza, sensibilità e generosità ha voluto fornire.

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Su Petrolio vedi anche il sommario Narrativa in cui sono elencati anche
brani originali dal libro di Pier Paolo Pasolini
e il sommario Saggistica, nonché il commento di Francesco Oriolo

LEGGI ANCHE LA TESI DI LAUREA DI SIMONA CONSONI SU “PETROLIO”

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fonte:  http://www.pasolini.net/narrativa_petrolio.htm


Ru486, l’annuncio di Fazio: “La pillola solo in ospedale”

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Il consiglio superiore di Sanità stabilisce “l’unica modalità di erogazione” del farmaco abortivo

Il ministro della Salute: “Ho appena firmato l’invito per le Regioni ad adeguarsi”

Ru486, l’annuncio di Fazio
“La pillola solo in ospedale”

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Ru486, l'annuncio di Fazio "La pillola solo in ospedale"     Ferruccio Fazio

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ROMA – Niente day hospital, solo il ricovero in ospedale. E’ questa la strada obbligata che si troveranno davanti le donne che ricorreranno alla pillola abortiva Ru 486. Il consiglio superiore di Sanità ha deliberato che “l’ unica modalità di erogazione” del farmaco sia “il ricovero ordinario fino alla verifica dell’espulsione completa” per garantire “la tutela psicofisica della donna e il rispetto della legge 194”. Lo ha reso noto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a margine di convegno a Roma. Spiegando “di aver appena firmato l’invito per le Regioni ad adeguarsi”.
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“Il Css – continua Fazio – ha raccomandato al ministero di formulare linee di indirizzo e il ministero si riserva di adottare le necessarie iniziative di monitoraggio e valutazione al più presto”.
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Lo scorso novembre la commissione Sanità del Senato aveva approvato, a maggioranza, un documento in cui si chiedeva al governo di fermare la procedura di immissione in commercio della pillola in attesa di un parere tecnico del ministero della Salute circa la compatibilità tra la legge 194 e la RU486. Secondo la maggioranza con la RU486 l’interruzione di gravidanza diventerebbe molto più facile rispetto alle procedure previste dalla legge sull’aborto. Una valutazione contestata dall’opposizuione che parò di svolta “antiabortista”.
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18 marzo 2010
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Il Cavaliere chiamò i carabinieri: «Santoro vi offende, fate un esposto»

Politica e tv – Le carte

Mehr als  ein Problem: Premier Berlusconi

REUTERS

Il Cavaliere chiamò i carabinieri
«Santoro vi offende, fate un esposto»

E in una telefonata a Innocenzi: «Clima di odio, volevano ammazzarmi»

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Dall’inviato CorSera Giusi Fasano

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Il premier con il generale Gallitelli
Il premier con il generale Gallitelli

TRANI—Un giorno fra fine ottobre e metà novembre del 2009. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è infuriato perché Annozero di Michele Santoro «non fa che trasmettere puntate contro di me», dice. Si lamenta con più di un interlocutore. Soprattutto con chi crede che possa risolvergli il «problema Santoro» facendo qualcosa che blocchi la sua trasmissione. A un certo punto chiama il generale di Corpo d’Armata Leonardo Gallitelli. Il presidente del Consiglio vorrebbe che il generale firmasse un esposto contro Santoro per le parole anticarabinieri pronunciate durante Annozero. Ma di quella telefonata non c’è traccia da nessuna parte. Non è agli atti semplicemente perché né Berlusconi (indagato per concussione e minaccia) né il generale sono intercettati. Per il generale non ce ne sarebbe motivo, per il capo del governo, sebbene sott’inchiesta, non è possibile procedere alle intercettazioni se non c’è un’autorizzazione formale della Camera (mai chiesta).

La telefonata a Innocenzi
Però è intercettato Giancarlo Innocenzi, il commissario dell’Agcom che nell’inchiesta di Trani è indagato per favoreggiamento. E il Cavaliere lo chiama. «Ho parlato con Gallitelli per la storia dell’esposto» gli spiega. «Allora va bene, ti chiamerà lui». Effettivamente il giorno dopo Gallitelli chiama Innocenzi, anche perché è difficile, se sei un generale dei carabinieri, non fare la cortesia di una chiamata chiesta dal premier. La chiamata c’è. Quello che non c’è è l’esposto di Gallitelli che, stando ai fatti, non esaudisce il desiderio del presidente.

«Volevano ammazzarmi»
Il premier è stressato perché è convinto che tutte le parole contro di lui pronunciate ad Annozero alimentino un clima di odio nei suoi confronti. In una delle tante sfuriate con Innocenzi cerca di fargli capire quanto quella trasmissione lo danneggi: «Dicono così tante cose contro di me… sono una fabbrica di fango. Pensa che l’altro giorno volevano perfino ammazzarmi. Sai, è venuto fuori che volevano farmi un attentato con una macchina accostata alla mia fra palazzo Chigi e casa. Qualcuno ha perfino minacciato la figlia di Ghedini».

Il pressing e Masi
Innocenzi, come dimostrerebbe più di una telefonata, si prende ogni volta l’impegno di aiutare il premier senza riuscire nell’intento. Il pressing di Berlusconi è tale da far dire al direttore generale della Rai Mauro Masi (poi aggiornato sulle telefonate, perfino sugli insulti del premier contro Innocenzi): «Pressioni così manco nello Zimbabwe». Eppure Masi, anche se riluttante, si dà molto da fare per non scontentare il presidente. Fin troppo, sono convinti in Procura, dove due giorni fa hanno acquisito agli atti le carte che lo stesso Michele Santoro ha messo nelle mani dei pubblici ministeri durante la sua deposizione. E’ lo scambio di lettere fra lui e il dg Rai e gli inquirenti sembrano avere da quelle carte una sorta di conferma del «ruolo attivo» di Masi nelle azioni anti-Santoro. «La situazione del dg Rai» confida a uno di loro «è compromessa ».

I contatti con Letta
Dall’inchiesta di Trani emergono ogni giorno nuovi dettagli, altri stralci di intercettazioni. Gli ultimi riguarderebbero il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta: una telefonata di inizio dicembre 2009. E’ Innocenzi che telefona al sottosegretario dopo aver ricevuto una sfilza di chiamate dal presidente del Consiglio e averne fatte altrettante nel tentativo di mettere a punto le sue richieste. Innocenzi spiega a Letta i passaggi fatti fino a quel momento. «La Vigilanza sa tutto… Masi, sa tutto l’Autorità». Dice che ha «fatto fare a due amici magistrati tutta l’analisi». Insomma: il «pacchetto anti-Santoro» è pronto. Innocenzi spiega a Letta che «ho dato tutto a Mauro» (secondo la Procura Mauro Masi) e gli dice che però Mauro vuole pararsi le spalle: quel che serve è che Calabrò, il presidente dell’Authority delle comunicazioni, dica a Santoro: «Niente trasmissione, non la puoi fare». Letta non commenta con approfondimenti. Sembra liquidare il suo interlocutore e taglia corto: «Va bene, lo cerco». In sostanza deve cercare Calabrò e convincerlo a fare il passo forte che vuole Mauro Masi.

Le lamentele
Ancora una volta Innocenzi telefona a Masi. E si lamenta di come Berlusconi lo tratta. « Mi manda a quel paese ogni tre ore», confida al dg Rai. «Mi insulta. Mi dice che l’Agcom si deve vergognare, che è una barzelletta». Masi raccoglie gli sfoghi e ogni volta prova ad aiutare l’amico vessato. Ma non intende scoprirsi senza motivo: o c’è la carta giusta, l’esposto, l’ordine dell’autorità giusta, oppure lui non fa niente.

La puntata su Mills
L’ordine giusto non arriva. Santoro manda in onda la trasmissione sul caso Mills e Berlusconi va su tutte le furie. Chiama Innocenzi e lo riempie di insulti. Il commissario Agcom cerca di difendersi come può: «Sono anche andato da Calabrò incazzato come una biscia» cerca di giustificarsi. Ma il Cavaliere non si contiene. E chiede di fermare quantomeno la trasmissione del giovedì successivo: «Giovedì sera c’è il processo Spatuzza, voi non riuscite veramente a fare questa roba…». E’ un altro tormento per Innocenzi. Che ancora una volta però mette in moto la macchina contro Annozero. Tutto inutile.

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18 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_marzo_18/cavaliere_chiama_carabinieri_8fea289c-3258-11df-b043-00144f02aabe.shtml

Guido Galli, quel giudice coraggioso nel mirino dei terroristi

Quel giudice coraggioso nel mirino dei terroristi

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di Ibio Paolucci

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Nel pomeriggio del 19 marzo del 1980, il giudice istruttore Guido Galli uscì di casa per recarsi all’Università Statale dove avrebbe tenuto una lezione alla Facoltà di crimimologia. Lì lo aspettavano i killer di Prima linea: gli chiesero se fosse lui il dottor Galli e lo uccisero. Nelle inchieste sul terrorismo di cui era titolare, il Pm che lo affiancava era Armando Spataro. Entrambi avevano ricevuto ripetute minacce di morte, ma mentre per Spataro la Procura aveva provveduto a una scorta, Galli ne era privo, un po’ per sua volontà ma soprattutto per una colposa disattenzione del capo del suo Ufficio. Da quel giorno sono passati trent’anni, ma quando chiedo ad Armando Spataro come seppe dell’assassinio, vedo che i suoi occhi diventano lucidi, come se quel delitto fosse avvenuto il giorno prima. Spataro è ora aggiunto alla Procura e allora era un Sostituto procuratore. Anni duri quelli di allora, anni di piombo e di sangue. Nel mirino dei terroristi soprattutto i magistrati più fedeli alla Costituzione. Il 12 febbraio, a Roma, viene ucciso dalle Br Vittorio Bachelet, vice presidente del Csm. Il 16 marzo fu la volta di Nicola Giacumbi, titolare della Procura di Salerno. Il 18 marzo le Br uccisero Girolamo Minervini, Consigliere di Cassazione, amico di Guido Galli.

Nel pomeriggio di quel giorno, Spataro è nel suo ufficio e sta aspettando Galli. Riceve invece una telefonata della Digos che gli annuncia la tremenda notizia. Spataro si precipita alla Statale, in tempo per vedere l’amico steso sul pavimento, ormai cadavere, con accanto il Codice penale e l’agendina dov’era scritto: «Dovesse succedermi qualcosa, avvisate il dottor Spataro». E così lo trova la figlia Alessandra, che a quell’ora, era nella sede dell’Università.

Dopo trent’anni entro nella bella casa di Bianca e Guido Galli. La loro è stata una stupenda storia d’amore. Si erano conosciuti da quando erano bambini, vicinissime le loro case e un giardino dove giocavano assieme. Poi la scuola media e il liceo Sarpi di Bergamo, dove era scoccata la scintilla, primo grande amore per tutti e due. Infine l’Università, lui alla Statale e lei a Città studi, dove si laureò con una tesi in botanica. Per quattro anni pendolari innamorati, legati da una intensa passione. Il matrimonio, nella primavera del 1959. Lui 27 anni e lei 28. Guido entra in magistratura nello stesso anno, a Milano, come pretore. La prima figlia arriva un anno dopo, nel 1960. La seconda due anni dopo. Attualmente sono entrambe magistrate, la prima a Chiavari, la seconda a Milano.

Alla signora Bianca, che ho conosciuto a Torino durante le udienze del processo che riguardava anche le uccisioni di Alessandrini e di Galli, torno a domandare come riuscì a vivere dopo quella giornata. «Un vuoto assoluto. Un totale annientamento, senza cognizione della realtà. Nessuna voglia di fare niente, né di leggere, né di parlare, né di uscire. Niente. Non ci fossero stati i figli, con il loro amore, chissà. Oltre loro, c’erano i miei otto fratelli, dai quali ricevetti un aiuto immenso. Anche pratico, intanto. Furono loro a occuparsi dei figli più piccoli. Io non riuscivo a impormi un minimo di equilibrio. Tutto mi sembrava ostile, nemico. Persino la fede, che poi mi ha tanto aiutato, la sentii senza conforto. Solo una forte, interna rabbia. Non volli, d’accordo con mio suocero, funerali pubblici. La scelta del camposanto fu a Piazzolo, un paesino dell’alta Val Brembana, dove eravamo stati assieme durante diverse passeggiate e almeno una volta Guido mi aveva detto che sarebbe stato bello riposare in quel delizioso cimiterino di montagna. Ecco perché l’abbiamo portato lì ed è in quella piccola chiesa che sono stati celebrati i funerali, presenti soltanto noi famigliari e il vescovo di Bergamo. Come mi trovo dopo trent’anni? La memoria è ancora vivissima e le ferite tornano continuamente ad aprirsi. E in me è sempre presente il rammarico di non essere riuscita a prevedere quello che sarebbe successo. Ma come avrei potuto? Lui era sempre così sereno, tranquillo. Eravamo così felici, mi creda, con i nostri parenti, gli amici e i nostri figli, che, per fortuna, hanno tutti trovato una buona sistemazione. E ora ci sono anche i nipotini, che sono tanti, sono nove e l’ultimo è appena arrivato. Certo, non sempre riesco a liberarmi di quei tempi crudeli e, per me, di un immenso dolore, pur temperato, se possibile, dal fatto di avere avuto tanto di prezioso da Guido, un grande dono che resta incancellabile. Ma allora non sapevo dove sbattere la testa, non riuscivo a giudicare se il mio modo di comportarmi era giusto o sbagliato. Chiesi allora un incontro con il cardinale Carlo Maria Martini, che mi fu subito concesso. Durò a lungo il nostro colloquio e fu per me di grande conforto e soprattutto di aiuto a ritrovare un possibile equilibrio».

Chiedo alla signora Bianca di farmi vedere lo studio del marito. «Eccolo – mi dice – non è stato toccato niente. È tutto come allora, con la sua scrivania e con tutti gli oggetti che lui aveva scelto per renderlo più gradevole». Nello studio moltissimi i libri di materia giuridica. Nelle vetrine graziosi oggetti di argento, che a lui piacevano tanto e che aveva raccolto nel corso degli anni. Molte anche le sue fotografie con abbigliamenti di montagna. Alla parete anche una curiosa collezione di antichi marchi di cavalli, che lui aveva fatto incorniciare. In un’altra vetrinetta la fotografia di una giovanissima e bellissima ragazza, forse scattata nei primi tempi del loro innamoramento.

Nel salutarmi, la signora Bianca mi congeda con una frase: «Peccato che anche Guido non sia qui con noi».

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18 marzo 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=96334

Aversa, 1000 tonnellate rifiuti in strada. Scatta piano della Protezione Civile

Aversa, 1000 tonnellate rifiuti in strada
Scatta piano della Protezione Civile

Protesta al termovalorizzatore di Acerra

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100318_c1_termoacerra.jpg

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ROMA (18 marzo) – Scatterà tra qualche ora un piano straordinario della Protezione Civile per la rimozione dei rifiuti dalla città di Aversa, nel Casertano, dove si sono accumulate negli ultimi giorni oltre mille tonnellate di rifiuti, a causa dello sciopero dei dipendenti del consorzio che si occupa della raccolta.

Il piano è stato disposto dal maggiore generale Mario Morelli, coordinatore della struttura tecnica della Protezione civile, che ieri sera ha incontrato sia il sindaco Ciaramella che gli assessori. La struttura tecnica della protezione civile, però, come spiega lo stesso generale Morelli, ha avviato un piano di monitoraggio anche per altri 57 comuni della provincia di Caserta.

Per Aversa è stata decisa la suddivisione in dieci aree, iniziando proprio da quelle dove la situazione è ritenuta a maggiore rischio. Il generale Morelli, in una lettera inviata al prefetto di Caserta, ha sollecitato l’intervento delle forze dell’ordine per presidiare «i siti e gli impianti strategici pel l’utile conferimento del materiale». «Gli amministratori di Aversa – spiega il generale Morelli – ci hanno ringraziato per questo nostro intervento».

Protesta degli operari ad Acerra. Un’ottantina di operai impiegati nelle ditte del termovalorizzatore di Acerra hanno cominciato il loro turno di lavoro con circa due ore di ritardo, per mostrare solidarietà ai tre precari che da oltre due settimane stanno effettuando uno sciopero della fame ed un presidio davanti all’impianto, per protestare contro il mancato rinnovo del contratto. La manifestazione pacifica dei lavoratori davanti ai cancelli dell’inceneritore, è proseguita fino all’intimazione di sgombero da parte della polizia, che ha poi portato i tre precari nel locale commissariato per accertamenti.

Nessun blocco dell’impianto. Uno dei tre impiegati, che lavoravano per una ditta esterna all’impianto, si è anche sdraiato sull’asfalto in forma di protesta, chiedendo a gran voce la riassunzione nel termovalorizzatore. La manifestazione non ha provocato il blocco dei macchinari di incenerimento dei rifiuti, in quanto i turni della notte sono stati prolungati fino al termine della protesta.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=95092&sez=HOME_INITALIA

ERACLEA – Non gli giocò la schedina da 37 milioni: Operaio fa causa al suo tabaccaio

il caso

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Non gli giocò la schedina da 37 milioni: Operaio fa causa al suo tabaccaio

Eraclea, disoccupato poteva vincere 37 milioni di euro. Adesso è senza lavoro e con quatto figli a carico. Udienza il 10 giugno

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VENEZIA – Tre. Quattro. Sette. Quarantaquattro. Cinquantadue. Ottantanove. Quella striscia di sei numeri se la ricorderà per tutta la vita. Voleva giocarli, insieme ad altri otto, il 18 novembre del 2008, il giorno prima che quei sei numeri fossero estratti come sestina vincente del Superenalotto, ma un problema al terminale della sua tabaccheria di fiducia glielo impedì sul momento e poi il tabaccaio, nonostante se ne fosse impegnato, se ne dimenticò. Il jackpot era di 36 milioni 718 mila 687 euro e 18 centesimi. Una cifra impressionante, che gli avrebbe cambiato la vita, tanto più che oggi, con quattro figli a carico, ha anche perso il lavoro da operaio in una grande fabbrica metalmeccanica e dunque è disperato. Dopo un anno e mezzo, però, T.P., 37enne di Eraclea, ha deciso: quei soldi li vuole e li chiederà di fronte ad un giudice contro colui che quel danno enorme gliel’ha causato. «Il mio cliente era arrivato puntuale all’appuntamento con la dea bendata – sintetizza in maniera efficace il suo legale Luca Pavanetto, che ha firmato il ricorso – ma la negligenza altrui glielo ha impedito. Ora si trova ad affrontare una situazione che è di vero sconquasso totale, per questo chiediamo una sentenza esemplare». Il tribunale di San Donà ha già fissato l’udienza per il 10 giugno prossimo.

Tecnicamente quel 18 novembre ci sarebbe stato quello che il legale definisce «un contratto di mandato non rispettato». T.P. si era presentato alle cinque del pomeriggio da F.G., suo tabaccaio di fiducia in piazza Garibaldi ad Eraclea. Compilò una schedina con un sistema di 14 numeri, che da mesi continuava a giocare tutte le settimane: tutti numeri legati ad eventi famigliari e che dunque erano una sorta di schema fisso. In quel momento però il sistema non era in funzione («ma non era segnato da nessuna parte all’esterno », spiega il legale) e dunque i due, che si conoscevano da tempo, si mettono d’accordo. Il giocatore lascia al tabaccaio i numeri da giocare e i sette euro di importo della schedina e questi si appunta su un foglietto: «T. pagata se non giocata chiamare» e il numero di cellulare da contattare in tempo utile per potergli consentire di farlo altrove. «Te la giocherò appena il sistema si riattiverà», lo rassicura. Alle 19,33 dello stesso giorno però arriva la telefonata in cui F.G. comunica a T.P. che non è riuscito a giocarla in quanto la linea è rimasta interrotta. Il mancato milionario ha di fronte la fidanzata e il padre di lei e comunica loro subito quanto accaduto, augurandosi che non fosse davvero la schedina vincente. Nemmeno se lo sentisse. E infatti l’indomani quando vengono estratti i numeri e nessun italiano fa jackpot lui si sente ribollire il sangue. Quei quasi 37 milioni di euro potevano finire nelle sue tasche se fosse stata giocata la sua combinazione. «Me li sogno di notte», dice. Il giorno seguente T.P. si era recato alla tabaccheria chiedendo spiegazioni e il proprietario si era scusato per l’accaduto dicendo che oramai «non ci dormiva la notte per l’errore commesso» e fotocopiava il post-it su cui erano scritte le indicazioni. «Il mio cliente aveva dato l’incarico ad una persona di cui si fidava ciecamente di svolgere una determinata opera e l’aveva pagata», continua il legale. Fin qui la versione dell’uomo. Il tabaccaio, contattato, nega tutto ma non entra nei dettagli. «La mia versione è molto diversa ma la dirò in tribunale – taglia corto -. Ne vedremo delle belle». L’uomo ha dato mandato all’avvocato Alessio Vianello, che per ora però non si espone. «Stiamo studiando le carte e valutando altre iniziative non solo difensive per fare luce su una situazione che presenta tante zone grigie», sottolinea il legale.

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Alberto Zorzi
18 marzo 2010

fonte:  http://corrieredelveneto.corriere.it/veneziamestre/notizie/cronaca/2010/18-marzo-2010/non-gioco-schedina-37-milioni-operaio-fa-causa-suo-tabaccaio-1602676818040.shtml