Archivio | marzo 19, 2010

Ambulatorio degli orrori a Rovigo: aborti clandestini fatti da falsa dottoressa cinese

Ambulatorio degli orrori a Rovigo: aborti clandestini fatti da falsa dottoressa cinese

Sequestrati strumenti ginecologici e molte confezioni di farmaci con etichette in cinese

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ROVIGO (19 marzo) – Praticava aborti clandestini in un appartamento adibito ad ambulatorio medico in pieno centro a Rovigo. Una donna cinese, Defei Hu, è stata denunciata dalla Polizia di Rovigo per esercizio abusivo della professione medica, procurato aborto e ricettazione. L’indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Rovigo, è partita da un volantino con scritte in cinese trovato durante un controllo in un laboratorio in viale Porta Po, nel quale si pubblicizzava un ambulatorio medico gestito dal dottor Hu, specializzato anche in medicina abortiva.

Nel depliant nessun indirizzo,
ma solo due utenze telefoniche che erano intestate a un pakistano di 27 anni e a un cinese di 34 anni residente a Padova. Una di queste utenze però era stata riportata in modo errato e solo grazie alla lettura da parte degli investigatori del quotidiano in lingua cinese “Il Tempo Europa Cina” si sono potute notare inserzioni analoghe con il numero di telefono corretto. Ma dell’indirizzo dell’ambulatorio ancora nessuna traccia.

Con la collaborazione quindi di una cittadina cinese, disponibile a chiamare per un appuntamento, gli investigatori sono riusciti a trovare l’appartamento. La potenziale paziente è stata accompagnata in tempo reale con indicazioni telefoniche dal sedicente dottor Hu in un bar per poi essere presa in carico da un complice cinese e condotta fino all’ambulatorio, in pieno centro a Rovigo, in Corso del Popolo 58.

Disposta la perquisizione, gli uomini della Polizia hanno potuto riscontrare che a gestire l’ambulatorio era una donna cinese, Defei Hu, che stava visitando tre connazionali, due adulti e un bambino, su un tavolino adibito a lettino medico.

Nell’appartamento sono stati trovati
macchinari e strumentazioni utilizzati per visite ginecologiche e pratiche abortive, come divaricatori, spirali, isterometri, attrezzi per il raschiamento, cannule da isterosoluzione collegate a un aspiratore per l’utero. Inoltre è stata posta sotto sequestro una sorta di farmacia con numerosi medicinali con etichetta, non sempre presente, in caratteri cinesi e in rarissimi casi bilingue (cinese e inglese).

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=95206&sez=HOME_INITALIA

LEGNANO – Muratori egiziani senza paga in sciopero della fame: «Non lasciamo il cantiere»

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Protesta a Legnano

Muratori egiziani senza paga in sciopero della fame: «Non lasciamo il cantiere»

I lavoratori non percepiscono lo stipendio da 10 mesi. Il titolare: neanche un euro dalla società subappaltatrice

GUARDA IL VIDEO

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LEGNANO – Abd Alla Aten è disperato: da dieci mesi lavora in un cantiere a Legnano senza percepire un euro dalla società che gli ha concesso il subappalto. E senza quei soldi non può pagare i suoi operai – diciotto, tutti egiziani, quelli che si sono alternati in questi mesi. Da quattro giorni sono in sciopero della fame. Giovedì un primo risultato: al cantiere di via Torino si sono visti i sindacati. Enrico Vizza, segretario provinciale della FeNEAL Uil, ha parlato con il committente e spiega: «La catena dei subappalti va sempre a creare problemi sugli ultimi anelli. Non è il primo caso di questo genere, visto anche il periodo di crisi. Le leggi però ci sono e vanno applicate».

LA BATTAGLIA – Gli operai hanno promesso che non abbandoneranno il cantiere finché non riceveranno lo stipendio: «Resteremo qui. L’unica alternativa è tornare in Egitto». Ma ormai l’Italia è il loro Paese: «Anche se – dicono – non si è comportata molto bene con noi».

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Giovanni De Faveri (Rcd)
18 marzo 2010(ultima modifica: 19 marzo 2010)

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_marzo_18/muratori_egiziani_sciopero-1602680952476.shtml

New York Times – Pedofilia, psichiatra accusa: la diocesi di Ratzinger sapeva degli abusi d’un prete / Church Was Warned About Priest, Doctor Says

Pedofilia, psichiatra accusa: la diocesi di Ratzinger sapeva degli abusi d’un prete

Il medico aveva chiesto di impedire a un sacerdote di avere contatti con i ragazzi ma non parlò mai con il futuro Papa

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WASHINGTON (19 marzo) – L’Arcidiocesi di Monaco, guidata all’epoca dal futuro Papa Benedetto XVI, ignorò ripetuti avvertimenti, scritti e orali, lanciati nei primi anni Ottanta da uno psichiatra che aveva in cura un prete accusato di aver abusato sessualmente di alcuni minori. In particolare Werner Huth, questo il nome del medico, chiese espressamente se non fosse il caso di impedire a quel sacerdote, Peter Hullermann, di continuare ad avere contatti con i ragazzi. Lo scrive il sito web del New York Times, in una corrispondenza da Essen, citando un’intervista pubblicata giovedì allo stesso medico.

Nonostante gli avvertimenti dello psichiatra, scrive il giornale, Padre Hullermann, dopo un periodo di terapia, tornò alla sua attività ecclesiastica che prevedeva anche contatti con minori. Il dottor Huth sottolinea nell’intervista di non aver mai avuto comunicazioni dirette con Ratzinger e di non sapere con certezza che il futuro Papa fosse informato dei suoi allarmi. Afferma però di aver avuto molti colloqui con il vescovo del tempo, Heinrich Graf von Soden-Fraunhofen, scomparso nel 2000. Il sacerdote individuato dal medico è stato arrestato nel 1986 per abusi sessuali su minori.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=95197&sez=HOME_NELMONDO

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New York Times

Church Was Warned About Priest, Doctor Says

By NICHOLAS KULISH and KATRIN BENNHOLD
Published: March 18, 2010

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ESSEN, Germany — The German archdiocese led by the future Pope Benedict XVI ignored repeated warnings in the early 1980s by a psychiatrist treating a priest accused of sexually abusing boys that he should not be allowed to work with children, the psychiatrist said Thursday.

“I said, ‘For God’s sake, he desperately has to be kept away from working with children,’ ” the psychiatrist, Dr. Werner Huth, said in a telephone interview from Munich. “I was very unhappy about the entire story.”

Dr. Huth said he was concerned enough that he set three conditions for treating the priest, the Rev. Peter Hullermann: that he stay away from young people and alcohol and be supervised by another priest at all times.

Dr. Huth said he issued the explicit warnings — both written and oral — before the future pope, then Joseph Ratzinger, archbishop of Munich and Freising, left Germany for a position in the Vatican in 1982.

In 1980, after abuse complaints from parents in Essen that the priest did not deny, Archbishop Ratzinger approved a decision to move the priest to Munich for therapy.

Despite the psychiatrist’s warnings, Father Hullermann was allowed to return to parish work almost immediately after his therapy began, interacting with children as well as adults. Less than five years later, he was accused of molesting other boys, and in 1986 he was convicted of sexual abuse in Bavaria.

Benedict’s deputy at the time, Vicar General Gerhard Gruber, said he was to blame for that personnel decision, referring to what he called “serious mistakes.”

The psychiatrist said in an interview that he did not have any direct communications with Archbishop Ratzinger and did not know whether or not the archbishop knew about his warnings. Though he said he had spoken with several senior church officials, Dr. Huth’s main contact at the time was a bishop, Heinrich Graf von Soden-Fraunhofen, who died in 2000.

Even after his conviction in 1986, Father Hullermann, now 62, continued working with altar boys for many years. He was suspended Monday for ignoring a 2008 church order not to work with youths.

The former vicar general of the Munich archdiocese did not respond to repeated attempts to contact him for comment at home. Phone calls to the archdiocese for reaction on Thursday night were not answered. On Wednesday, speaking generally about the question of Father Hullermann’s therapy, a spokesman at the archdiocese, Bernd Oostenryck, said, “Thirty years ago, the subject was treated very differently in society.”

“There was a tendency to say it could be therapeutically treated,” Mr. Oostenryck said.

Father Hullermann was transferred in December 1977 to the St. Andreas Church in Essen, an industrial city in the Ruhr region not far from where he was born in Gelsenkirchen. The three sets of parents who complained to the church said Father Hullermann had had “sexual relations” with their children in February 1979, according to a statement this week by the diocese in Essen.

In the minutes taken by the priest in charge of the parish at the meeting with the parents, he noted that in order to protect their children they “would not file charges under the current circumstances.”

For decades it was common practice in the church not to involve law enforcement in sexual abuse cases. Vowing to change that, Bavarian bishops called Thursday for strengthening the duty of church officials to report cases of abuse, and even urged a change in German law requiring them to do so.

Spared prosecution after his transgressions in Essen, which according to the statement released by the diocese he “did not dispute,” Father Hullermann instead was ordered to undergo therapy with Dr. Huth. The archdiocese said that order was personally approved by Archbishop Ratzinger.

Dr. Huth said he had recommended one-on-one sessions, which Father Hullermann refused. Instead the priest took part in group sessions, usually seated in a circle with eight other patients, who had a mix of disorders, including pedophilia. Dr. Huth, 80, said that Father Hullermann had problems with alcohol, for which he prescribed medication, but that he was “neither invested nor motivated” in his therapy.

“He did the therapy out of fear that he would lose his post” and a “fear of punishment,” Dr. Huth said.

The psychiatrist, whom Father Hullermann had authorized to report to church officials about his treatment on request, said he shared his concerns with them frequently. He said the constraints he put on the priest — that he stay away from children, not drink alcohol, and be accompanied and supervised at all times by another priest — were enforced only intermittently.

Not long after the therapy began, Father Hullermann returned to unrestricted work with parishioners. Archbishop Ratzinger was still in charge in Munich, but church officials have not said if the future pope was kept up to date on the case.

After the future pope’s departure in 1982, Father Hullermann was moved in September to a church in the nearby town of Grafing, where he also taught religion at a local public school. Two years later, the police began investigating him on suspicion of sexual abuse of minors.

The court commissioned another psychiatrist, Dr. Johannes Kemper, to examine him and write an expert opinion for the 1986 trial. “Alcohol played a big role,” said Dr. Kemper, 66, who had examined Father Hullermann in his practice for half a day. As a prelude to sexual abuse, Dr. Kemper said, “he drank, and then under the influence of alcohol he watched porn videos with the youths.”

The prosecutor’s office in Munich confirmed Thursday that Father Hullermann was convicted in 1986 of sexually abusing minors and distributing pornographic images, according to a spokeswoman for the office, Andrea Titz, and sentenced to a fine and five years of probation.

Little information is publicly available about the court proceedings. The court file was sealed after Father Hullermann’s probationary period ended. Dr. Kemper said that at the trial the victims waited outside the courtroom and came in one at a time to testify. He did not remember exactly how many victims there were, saying there were “between 5 and 10.”

The mayor of Garching an der Alz, where Father Hullermann worked for 21 years after his conviction, was sharply critical of the church Thursday for failing to inform the community of the priest’s criminal record at the time he was sent to work there, saying that they had been used “as guinea pigs.”

“Had we known, we definitely would have done something,” said Wolfgang Reichenwallner, the mayor and a friend of Father Hullermann. “We just can’t afford the risk that children in our community are put in harm’s way.”

“We got lucky that nothing seems to have happened,” Mr. Reichenwallner said.

According to the mayor and church officials, there have been no new accusations of sexual abuse since Father Hullermann’s 1986 conviction.

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fonte:  http://www.nytimes.com/2010/03/19/world/europe/19church.html?pagewanted=2&sq=huth&st=cse&scp=1

Cavaliere indagato, il fascicolo a Roma

L’inchiesta su Politica e tv

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Cavaliere indagato, il fascicolo a Roma

Restano invece alla Procura di Trani le indagini su Innocenzi e Minzolini e i testi delle intercettazioni

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Dall’inviato CorSera Giusi Fasano
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TRANI – Le carte sono pronte. Le ultime firme stamattina e poi il fascicolo Berlusconi sarà trasmesso altrove. A Roma, pare, perché è lì che sono stati commessi i reati contestati al presidente del Consiglio: concussione e «violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario». La procura di Trani quindi si è convinta: non è sua la competenza per la parte del caso Rai-Agcom che riguarda il premier Silvio Berlusconi. Restano invece ancorate a Trani (perché commessi qui i reati) le indagini sugli altri due inquisiti, il commissario dell’Authority per le Comunicazioni Giancarlo Innocenzi (accusato di favoreggiamento) e il direttore del Tg1 Augusto Minzolini (al quale è stata contestata la rivelazione di segreto istruttorio). Le carte passano a Roma, è vero. Ma di fatto le intercettazioni ormai note fra il premier e il commissario Agcom resteranno a Trani assieme al fascicolo di Innocenzi (a meno che anche per quel fascicolo si decida la competenza romana). Perché sarebbe impossibile un eventuale processo a Innocenzi che non tenesse conto dei colloqui telefonici con il presidente del Consiglio.

Perché ad accusare il commissario dell’Authority ci sono per lo più le chiamate fatte o ricevute da Silvio Berlusconi: le parole scambiate fra i due per “concertare” la chiusura di Annozero, la trasmissione di Santoro sgradita al Cavaliere. Spesso era il presidente che chiamava il commissario e per Innocenzi era quasi sempre un tormento perché gli toccava discutere ogni volta daccapo la stessa richiesta: impedire a Santoro di andare in onda. Le trasmissioni che Berlusconi non avrebbe voluto vedere alla fine non sono state bloccate, nonostante Innocenzi abbia tutte le volte convocato una sfilza di politici, amici magistrati, dirigenti Agcom, Rai, della Vigilanza. Lo scopo era studiare un modo, che apparisse il più legale possibile, per bloccare Annozero. Eppure quando Innocenzi fu sentito dai magistrati di Trani, il 17 dicembre dell’anno scorso, negò categoricamente di aver mai ricevuto pressioni per intervenire su qualche programma televisivo. «Mai» disse davanti alle domande del pubblico ministero Michele Ruggiero. Ne è sicuro? lo incalzò il sostituto «Assolutamente sì». Anzi, di più: disse «Non è nelle nostre competenze imporre la sospensione di un programma ». Ci aveva provato, invece, a più riprese. Il 30 novembre 2009, mentre era al telefono con il vicepresidente della Commissione parlamentare di vigilanza Giorgio Lainati, sembrava convinto di aver trovato una soluzione alle richieste pressanti del premier. Credeva che Santoro stavolta non avrebbe trasmesso la puntata sul caso Mills (che poi invece andò in onda) e immaginava già una reazione possibile: «È evidente che un secondo dopo verrà scatenato il putiferio a Zavoli».

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19 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_19/Cavaliere-indagato-il-fascicolo-a-Roma-giusy-fasano_dcfcd178-3327-11df-82b0-00144f02aabe.shtml

Sud e liste “inquinate”: le mafie si preparano al voto

Le cosche puntano a crearsi aministratori ad hoc
La Procura di Napoli ha acquisito gli elenchi dei candidati

Sud e liste “inquinate”
le mafie si preparano al voto

http://www.partinico.info/?q=image/view/2642

L’obiettivo sono gli affari gestiti dalle Regioni
in particolare gli appalti di ospedali e le Asl

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di GIULIANO FOSCHINI e CONCHITA SANNINO

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Sud e liste "inquinate" le mafie si preparano al voto
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ROMA – A Napoli i magistrati della Procura antimafia hanno già acquisito le liste con tutti i candidati al consiglio regionale della Campania. E hanno cominciato a studiarle. Anche la commissione parlamentare Antimafia, dopo che il presidente Beppe Pisanu ha imposto ai partiti di sottoscrivere un codice etico, si è mossa: e in attesa che le prefetture comunichino ufficialmente le candidature non in regola con quel codice, ha raccolto un centinaio tra informative e segnalazioni di candidati considerati “a rischio”. Le elezioni 2010 in quattro regioni del Sud possono essere condizionate (inquinate o controllate) dalla criminalità organizzata. Che oggi non si limita a fornire pacchetti di voti ai partiti ma scende in campo con candidati propri, politici-affaristi che poi saranno a tempo pieno al servizio delle cosche. È il modello Di Girolamo che può ripetersi all’infinito. L’obiettivo è mettere le mani su parte dei 169 miliardi all’anno gestiti dalle Regioni. Soprattutto appalti di ospedali e Asl, convenzioni esterne e consulenze della sanità, fondi per la formazione. Ma dove vogliono arrivare i clan della camorra e della ‘ndrangheta? Di quanti voti dispongono? Quanti e quali candidati stanno mettendo in pista?
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Un seggio in vendita
Il “tariffario” per il seggio non è omogeneo. Le istruttorie e le sentenze giudiziarie più recenti raccontano che ci sono angoli del Paese in cui l’elezione in Regione può costare la contenuta cifra di 15 mila euro, come per le ‘ndrine calabresi. E ci sono metropoli dagli intrecci malavitosi, come Napoli, dove la stessa carica si acquista con 60 mila euro, oltre alla promessa di lavori pubblici e forniture per i clan. Poi ci sono padrini che non hanno bisogno né di compravendite né di appalti: sono i livelli decisionali del potere criminale che, dalla Sicilia alla Lombardia, puntano a legarsi direttamente con la finanza e le grandi imprese. Accade nel Paese dei 30 mila affiliati organici alle cosche e dei centomila galoppini del voto inquinato. Dove, solo negli ultimi tre anni, le forze di polizia hanno denunciato per associazione mafiosa oltre 7 mila persone. Spiega il procuratore antimafia di Napoli, Giandomenico Lepore: “Il controllo sulle liste è uno screening di rito. Non siamo un ufficio elettorale, dobbiamo solo verificare se siano commessi reati di compravendita del voto”. Ma intanto il 10% dei candidati “segnalati” all’Antimafia ha già alle spalle una condanna, o un rinvio a giudizio, o un’indagine per voto di scambio con i clan.

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Le mani della camorra
Il caso più clamoroso è a Napoli. Roberto Conte, 43 anni, espulso dai Verdi e dal Pd, torna in una lista che sostiene il candidato presidente del Pdl, Stefano Caldoro. L’ex consigliere regionale è stato condannato in primo grado, otto mesi fa, per concorso esterno in associazione mafiosa, con l’accusa di avere “acquistato” dalla camorra la sua elezione alle regionali del 2000. Ora ha scelto la lista Alleanza di popolo. Conte è anche l’unico degli impresentabili per il quale un padrino pentito, Giuseppe Misso, abbia confermato la costituzione del patto politico-mafioso. Ma qual è la sua storia? Per tre volte, racconta la sentenza, Roberto Conte incontrò il boss Misso. Il padrino lo riceveva nel centro storico di Napoli. Secondo il giudice, a fine corsa, il neo-eletto Conte tornò in quell’appartamento blindato a ringraziare il boss. Lo stesso Misso, due anni fa, ha rivelato le ragioni di quell’accordo: “Ho incontrato il candidato Conte almeno in tre circostanze, sempre a casa mia (…). Quando parlo di un mio proposito di guadagnare molto da questo rapporto, mi riferisco ai discorsi che avvenivano frequentemente tra me e il Conte, al fatto che la sua elezione avrebbe permesso al gruppo Misso di aprire un ciclo delle vacche grasse, gare dei lavori pubblici, forniture di servizi a enti pubblici”. Il boss del quartiere Sanità aggiunge: “Avevo iniziato a sostenere molte spese per mandare in giro i galoppini. Così un giorno Sasà Mirante (un affiliato, ndr) ricevette direttamente dalle mani di Conte una somma di 120 milioni, ovviamente tutta in contanti, poi portata a me, a casa mia”. Dalla storia di Conte ha preso le distanze, ufficialmente, persino un supergarantista come Nicola Cosentino, il coordinatore campano del Pdl per il quale il Gip di Napoli ha chiesto l’arresto per concorso in associazione mafiosa. I sospetti ovviamente toccano anche le elezioni comunali e provinciali. A Caserta, per esempio, per la Provincia l’Udc mette in lista Luigi Cassandra che, in campagna elettorale, riceve una diffida dei carabinieri a non frequentare più personaggi in odore di camorra. Il partito lo invita a ritirarsi. Ma lui rifiuta, e annuncia addirittura un ricorso.
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Pacchetti di controllo
Un business che cambia modalità, quello del traffico di voti. Ma non al punto da non lasciar tracce, come spiega Franco Padrut, storico segretario della Camera del Lavoro a Palermo, uno dei maggiori esperti italiani di flussi elettorali. “Sono rimaste intatte negli anni alcune caratteristiche del controllo del voto, come l’espressione della preferenza, meglio se multipla. Un esempio lampante arriva proprio dal ciclo delle elezioni regionali 2005-2008 dove, al Sud, è stato registrato un tasso di preferenze molto più alto rispetto alla media nazionale: l’89,6% in Basilicata, l’86 in Sicilia, il 78 in Puglia e Abruzzo, il 76 in Campania mentre la media italiana è del 51”. Ma qual è l’incidenza del consenso mafioso nella formazione della rappresentanza? Si calcolava un volume di 4 milioni di voti, fino a qualche lustro fa. Aggiunge Padrut: “L’incidenza oggi è meno vistosa, ma profonda. Il condizionamento la criminalità organizzata tende a esercitarlo su altri livelli: il controllo della spesa pubblica, gli apparati amministrativi. E con l’entrata in vigore del Porcellum il condizionamento delle mafie si è spostato sulla compilazione delle liste più ancora che sul voto”. Ancora una volta il Sud è il banco di prova di questo nuovo modello di infiltrazione nello Stato. Dice Antonio Laudati, ex pm a Napoli e oggi procuratore capo di Bari: “Le mafie non scelgono “il” partito. Lavorano sul multitasking, condizionano da una parte all’altra e oggi più che il controllo del territorio seguono il denaro e la capacità d’acquisirlo. Puntano a inquinare le decisioni su questioni economiche o finanziarie”. Per i magistrati campani Paolo Mancuso e Giovanni Melillo “oggi la camorra ha minori capacità strategiche, ma ha rinsaldato i legami con gli affari, e la politica appare subordinata. Il codice di autoregolamentazione per la selezione dei candidati, approvato all’inizio degli anni Novanta dalla commissione parlamentare antimafia, è rimasto lettera morta”.
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Mafia-politica Spa
In Puglia corre Mario Cito, tarantino, numero uno della lista civica che sostiene il candidato presidente del Pdl Rocco Palese a Taranto, figlio di quel Giancarlo condannato fino in Cassazione per associazione mafiosa. Lui, il figlio, non ha accuse a carico. Anzi, una sì: quella di aver messo sui suoi manifesti elettorali la foto di papà invece della propria. In Basilicata tra i candidati al consiglio regionale rispunta l’uscente Luigi Scaglione, capolista per la lista Popolari uniti che appoggia il candidato presidente di centrosinistra, Vito De Filippo. Scaglione è indagato della procura di Potenza per concorso esterno in associazione mafiosa: è accusato di essere stato alla Regione l’uomo di riferimento del clan camorristico guidato dal boss Antonio Cossidente, ora in cella. Non era una questione di amicizia. Ma di affari. Quali affari? Con quali meccanismi viene cementato il patto tra politici e mafiosi? Scaglione, sostiene la Procura, “avrebbe offerto il personale contributo politico e il sostegno del suo partito per la realizzazione del nuovo stadio sportivo di Potenza che l’organizzazione criminale voleva costruire”. In cambio “avrebbe ottenuto l’appoggio elettorale dagli associati in occasione delle elezioni politiche del 2008”, dove era candidato un amico di Scaglione. Alla base dell’indagine ci sono centinaia di pagine di intercettazioni telefoniche che testimoniano i rapporti esistenti tra il candidato Scaglione e il boss Cossidente.
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È il 29 ottobre del 2007, per esempio, quando nello studio di un professionista di Potenza i due si incontrano. “Ti ho chiesto – dice il boss al politico – uno sforzo, perché noi siamo propensi ad aprire, a intavolare una trattativa. Tu che cose vorresti (…) garantisci tu per le persone”. “L’unica condizione – gli risponde Scaglione – è creare un’opportunità di investimento per il quale qualcuno si senta coinvolto (…) Troviamo per esempio una forma di investimento… Una società costituita apposta che sia propensa a costruire un nuovo stadio”. Effettivamente la società la fonderanno: la Immobiliare Gemelli Sr, gestita da un prestanome. Ma Scaglione sembra pensare a tutto: “Io posso creare le condizioni per presentare un progetto finale, dove riusciamo a ottenere finanziamenti dall’esterno. (…) Però poi qualcosa la devi mettere tu nero su bianco, cioè i rapporti sono più tuoi (…) è chiaro che va costituita la società, ci sono i fondi europei per queste cose… Sai, io aspiro a parlarne nel consiglio regionale”. Il boss apprezza il discorso. È contento, e ringrazia il politico: “Così – dice Cossidente – non cacciamo nemmeno i soldi alla fine (…) Luigi, tu sei secondo me il miglior tramite, il miglior rappresentante, la migliore persona di fiducia”. Scaglione, sostengono i carabinieri della procura di Potenza nelle mille pagine di informativa depositate, sapeva con chi aveva a che fare. Per la cronaca, il candidato senatore amico di Scaglione e dei clan non fu eletto. Ora però Gigi ci riprova.
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La profezia di Seminara
In Calabria con 15 mila euro si compra il voto di un’intera cittadina. Cassano Jonico nello specifico. In pratica si acquista un seggio. Lo ha fatto nel 2005 Franco La Rupa, ex consigliere regionale dell’Udeur. “Fu lui – scrivono i pm di Reggio – a stringere attraverso l’intermediazione di Luigi Garofalo un accordo con Antonio Forastefano, boss della ‘ndrangheta, in forza del quale si impegnava a corrispondere denaro in cambio di voti”. Quindicimila euro, appunto. La Rupa ora non ci riprova. Non lui direttamente, per lo meno. In lizza con la lista Noi Sud, che appoggia il candidato presidente del Pdl, Giuseppe Scoppelliti, c’è suo figlio Antonio. “Vergogna”, ha gridato in commissione Antimafia Angela Napoli, deputata del Pdl che contro “queste candidature in odore di ‘ndrangheta” ha annunciato che alle prossime elezioni non andrà a votare. In Calabria, secondo i dati arrivati all’Antimafia, i candidati a rischio sono 21: 16 sostengono la candidatura di Scopellitti, cinque quella di Loiero. Il procuratore capo di Reggio, Giuseppe Pignatone, spiega: “La ‘ndrangheta si muove sempre quando ci sono interessi in ballo, succede nell’economia e anche nella politica, l’esperienza ci dice che ha sempre votato e fatto votare. È quindi ipotizzabile che succeda anche per le prossime elezioni”. Ma a favore di chi? Il procuratore non fa nomi. La Napoli sì: il primo è quello di Tommaso Signorelli (Socialisti uniti), anche lui con Scopellitti presidente. Il candidato fu arrestato nel dicembre del 2007 nell’inchiesta della Dda di Catanzaro che portò allo scioglimento, per infiltrazioni mafiose, del Comune di Amantea. Era lui – dice la procura antimafia – “il politico di riferimento del clan” che per tre anni almeno (dal 2004 al 2007) avrebbe favorito i Gentile-Africano nell’acquisizione degli appalti e dei servizi nel porto di Amantea. Capolista dell’Udc (che qui corre con il Pdl) è Pasquale Tripodi, ex assessore regionale Udeur. Di lui parla il pentito Cosimo Virgiglio, e dei suoi rapporti con il boss Rocco Molé, poi fatto fuori dai cugini Piromalli nel febbraio de 2008.
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In Calabria ci sono poi quelli che non ci saranno. Domenico Crea, consigliere regionale uscente, è in carcere da due anni per concorso esterno in associazione mafiosa con i clan della Locride. Nel 2009 è stato condannato anche Pasquale Inzitari, astro nascente dell’Udc reggino, consigliere provinciale. I boss si sono vendicati del suo tradimento facendo saltare in aria ad aprile del 2008, con un’autobomba, il cognato Nino Princi. E, due mesi fa, gli hanno ammazzato il figlio Francesco. Nel mirino dei magistrati anche Mariano Battaglia, candidato alle scorse regionali. È stato arrestato per l’operazione Topa, che si occupò delle infiltrazioni mafiose nel comune di Seminara. Seminara è un paesino dell’Aspromonte nel quale i clan sono in grado di controllare i voti uno per uno. Nel fascicolo del pm Roberto Di Palma c’è un’intercettazione nella quale i boss dicono che, alle comunali, la lista da loro sostenuta prenderà 1050 voti. A spoglio terminato i magistrati ne conteranno 1056.
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19 marzo 2010
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Regione Sicilia, pensione record all’ex burocrate: 1.369 euro al giorno

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Era direttore generale dell’emergenza rifiuti, Cuffaro lo premiò, l’attuale giunta ha provato a impugnare ma ha perso davanti alla Corte dei conti

Regione Sicilia, pensione record
all’ex burocrate 1.369 euro al giorno

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di EMANUELE LAURIA

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Regione Sicilia, pensione record all'ex burocrate 1.369 euro al  giorno La sede della Regione Sicilia

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PALERMO – L’ultimo grand commis dell’ente più generoso d’Italia, alla fine, si è portato a casa una pensione da favola: mezzo milione di euro l’anno. Ha lottato un paio d’anni, l’avvocato Felice Crosta, per un diritto che alla fine gli è stato riconosciuto dalla Corte dei Conti. Quei soldi gli spettano.
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Perché così ha stabilito una legge della Regione siciliana, approvata nella stagione d’oro del governatore Cuffaro. E l’amministrazione, proprio in questi giorni, si sta adeguando, aprendo la cassa. Mezzo milione. Cioè 41.600 euro al mese, 1.369 euro al giorno. Cifra lorda, sia chiaro. Ma destinata a fare impallidire persino capi di Stato, governatori di Bankitalia e giudici della Corte costituzionale: Giorgio Napolitano, per dire, ha un’indennità annua di circa 220 mila euro. Carlo Azeglio Ciampi, prima di insediarsi al Quirinale, si vide riconoscere da Palazzo Koch una pensione da 34 mila euro al mese. Mentre Romano Vaccarella e Gustavo Zagrebelsky, ex presidenti della Consulta, percepiscono rispettivamente assegni di quiescenza pari a 25.097 e 21.332 euro mensili, secondo i dati rivelati da L’Espresso nel 2008.
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Il superburocrate siciliano, insomma, non si limita a doppiare i colleghi della Regione, tutti beneficiati dal vecchio sistema di calcolo retributivo, ma si candida a tutti gli effetti per la palma del dipendente pubblico più pagato d’Italia. Fra quelli in servizio e a riposo. Sfondando con decisione pure il tetto ai trattamenti previdenziali “obbligatori” posto nell’ormai lontano ottobre del 2003 dal consiglio dei ministri: 516 euro al giorno, il vecchio milione di lire. Crosta quasi triplica quella somma.

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Il sultano dei servitori della pubblica amministrazione è un dirigente di lungo corso che negli ultimi due lustri ha gestito l’emergenza rifiuti in Sicilia. Un’emergenza che non è finita: gli Ato, gli organismi che dovevano assicurare il servizio di raccolta e smaltimento, hanno accumulato oltre un miliardo di debiti, la gara per i termovalorizzatori è stata annullata dall’Unione europea e i cassonetti stracolmi autorizzano ormai i paragoni con la Campania. Ma Crosta, prima da vicecommissario per l’emergenza poi da capo dell’agenzia siciliana per i rifiuti, in questi anni ha visto accrescere i propri compensi fino a 460 mila euro. Una cifra che il suo mentore, l’ex governatore Salvatore Cuffaro, gli accordò nel marzo 2006. Un’indennità che a Crosta è valsa come base pensionabile, in forza di un emendamento approvato dall’Assemblea regionale siciliana a fine 2005, cioè proprio alla vigilia della sua nomina: un caso? Chissà. Di certo, nella Regione dove oggi impera Raffaele Lombardo – che ha rotto con l’ex amico Cuffaro – oggi non si fanno salti di gioia. Anche perché, oltre all’assegno mensile, l’ente dovrà riconoscere a Crosta circa un milione di arretrati e la somma relativa alla rideterminazione del Tfr. In un primo momento, l’amministrazione si era opposta alla liquidazione della maxi-pensione, riconoscendo “solo” 219 mila euro all’ex dirigente. Crosta si è però rivolto alla Corte dei Conti che ha attestato il suo diritto. La legge si può discutere. Ma va applicata. “Non si tratta certo di un regalo, io ho lavorato per 45 anni”, si difende l’interessato. La Regione siciliana dai conti in rosso – due miliardi di deficit – non ha potuto che fare appello alla sentenza della magistratura contabile.
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L’ultimo beneficio, peraltro, va a pesare su una spesa previdenziale già ragguardevole: oltre 560 milioni per pagare le pensioni di un esercito di ex dipendenti (14.917) più folto del personale in servizio. Tutti a carico del bilancio, perché la Regione siciliana è fra i pochi enti in Italia a non avere ancora attivato un fondo quiescenza, pur avendolo istituito per legge. E continua a erogare baby-pensioni a tutti coloro che dimostrano di avere un parente infermo da accudire. Un’estensione tutta siciliana della legge 104 – anch’essa figlia di una norma varata dall’Ars – che ha premiato negli ultimi anni 700 impiegati andati a riposo con 25 anni di anzianità (ne bastano 20 per le donne). Ne ha approfittato anche l’ex segretario generale Pier Carmelo Russo. Che a dicembre, dopo il pensionamento, è stato promosso assessore regionale dal governatore Lombardo.
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19 marzo 2010
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Salvatores: i tg italiani figli della P2 / ELSA MORANTE SU MUSSOLINI

Salvatores: i tg italiani figli della P2

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Per Gabriele Salvatores nonostante il divertente e applaudito `Happy Family´ presentato stamani a Roma, nelle sale dal 26 marzo distribuito da 01 in 300 copie, in Italia c’è ben poco da ridere. I Tg sono virtuali, si dicono troppe bugie, il clima ricorda quella del ventennio e si sta inverando il progetto della P2. Lo spunto è una frase del film detta da Fabio De Luigi «la gente non la si può prendere in giro e alla fine gli si deve dire la verità» che lui commenta così nell’affollata conferenza stampa: «viviamo un’epoca in cui si dicono troppe bugie e dove i telegiornali sono realtà virtuali».

Ma poi spiega meglio cosa intendeva a margine dell’incontro stampa di stamani:«i tg hanno oggi più che mai il potere di dire delle bugie e per chi li vede come mia madre è difficile far capire loro la verità».

E aggiunge: «Il fatto è che in Italia si sta abbassando, anzi si è abbassato, il gusto degli italiani. Questo era il progetto della P2 che, non dimentichiamolo, voleva dire propaganda 2. E l’uso dei media era uno dei mezzi per realizzare questo piano che voleva rendere gli italiani meno sensibili alle cose».

Non a caso ha aggiunto il regista di Mediterraneo: «In questi giorni va forte su Internet una lettera di Elsa Morante (dal titolo Il capo del governo,Ndr.) in cui la scrittrice che parla di Mussolini sembra stia parlando di oggi, di Berlusconi. Il fatto è che l’italiano ha poca memoria ed è un pò Pulcinella e un pò Arlecchino, ovvero servo di due padroni». Siamo insomma un popolo, conclude Salvatores «che non ha il concetto di Stato, noi tendiamo a delegare il potere e poi trascuriamo o ce ne freghiamo di come questo viene fatto». E ce n’è anche per la paura, oggetto di un monologo iniziale del film che viene da una piece teatrale omonima a firma di Alessandro Genovesi e prodotta dal Teatro dell’Elfo di Milano:«la paura è sempre stata usata dai poteri forti, Chiesa e Stato per dominare meglio. E se non siamo presi tutti dalla paura allora c’è chi ce la fa venire».

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17 marzo 2010

fonte:  http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/cultura/2010/03/17/AMkbYLVD-salvatores_figli_italiani.shtml

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ELSA MORANTE SU MUSSOLINI

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Roma 1° maggio 1945

Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia. Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale.

Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.

Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).

Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.

Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).

Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto. Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.

In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.

Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.

Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.

Pagina di diario, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988, poi in Opere (Meridiani), Milano 1988, vol. I, pp. L-LI.

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17 marzo 2010

fonte:  http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/cultura/2010/03/17/AMfQPLVD-elsa_morante_mussolini.shtml