Archivio | marzo 25, 2010

GLI ITALIANI E LA CRISI – Stretta sulla spesa, giù gli alimentari

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I DATI ISTAT SULLE VENDITE AL DETTAGLIO

Stretta sulla spesa, giù gli alimentari

In ribasso le vendite di pasta e vino, calo maggiore per i grossi distributori

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ROMA
Le famiglie italiane stringono ancora la cinghia.
La crisi economica, a leggere i dati diffusi oggi dall’Istat sulle vendite del commercio al dettaglio, non è ancora alle spalle e si affronta riducendo gli acquisti, a partire da quelli alimentari. A gennaio – sottolinea l’Istituto di statistica – le vendite complessive sono diminuite dello 0,5% i prodotti alimentari il calo è ancora più forte con un -1% su dicembre (il dato peggiore da aprile 2007) e un -3,3% su gennaio 2009, il dato tendenziale peggiore da marzo 2009, mese considerato di picco per la crisi.

La diminuzione degli acquisti alimentari non ha risparmiato nessuno con un calo tendenziale delle vendite della grande distribuzione del 3,5% e una diminuzione per i negozi più piccoli del 3,1%. Per il comparto non alimentare il calo complessivo delle vendite è stato rispettivamente dello 0,3% su dicembre e del 2,3% su gennaio 2009 con una sofferenza maggiore per la grande distribuzione (-2,9% a fronte del -2% delle imprese operanti su piccole superfici). Gli indicatori peraltro si riferiscono al valore corrente delle vendite e quindi incorporano la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi. In pratica la quantità di merci acquistate è ancora inferiore al 2,6% complessivo di calo delle vendite perchè questo ingloba anche l’aumento dei prezzi. Gli indici tendenziali sono negativi per tutti i settori ma hanno riduzioni meno pesanti rispetto alla crisi le vendite di abbigliamento e calzature (-1,2% per entrambi i settori) dopo aver però subito cali consistenti in precedenza mentre le dotazioni per l’informatica perdono il 4,3% e i prodotti farmaceutici il 4,2%.

Se l’Istat non specifica nel dettaglio quali sono all’interno dei consumi alimentari i beni meno acquistati la Cia (Confederazione degli agricoltori) rileva che nel carrello della spesa ci sono meno pane, carne, vino e olio d’oliva ma soprattutto meno piatti pronti e salumi dop mentre la pasta tiene insieme agli ortaggi (in aumento) e il comparto di latte e derivati. I commercianti hanno commentato i dati con preoccupazione: la Confesercenti sottolinea che l’alimentare è l’ultima cosa che si taglia mentre la Confcommercio evidenzia come i consumi deboli siano figli della bassa crescita. Le associazioni dei consumatori tornano a chiedere al Governo un intervento per la detassazione dei redditi fissi mentre l’opposizione con l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano definisce «fallimentare» la politica dell’Esecutivo, «irresponsabile» nel minimizzare la crisi.

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25 marzo 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201003articoli/53477girata.asp

Premier: “Vendola è uno sprovveduto”. Governatore: “Sì, non mi intendo di escort”

Premier: Vendola è uno sprovveduto
Governatore: sì, non mi intendo di escort

Inchiesta sulla sanità in Puglia: Frisullo resta in carcere, concessi i domiciliari a Valente

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ROMA (25 marzo) – Conferma del carcere per Frisullo, domiciliari per Valente: sono questi i due responsi di oggi nell’ambito dell’inchiesta sulla sanità pugliese, nella giornata in cui il premier Berlusconi accusa Nichi Vendola: «Se non sapeva, allora è uno sprovveduto». Pronta la replica del presidente uscente della Regione Puglia: «Sì, sono uno sprovveduto: non ho competenza in escort».

Pm: Frisullo deve restare in carcere. La Procura della Repubblica di Bari ha espresso parere negativo all’istanza di scarcerazione presentata dalla difesa di Sandro Frisullo (Pd), l’ex vice presidente della giunta regionale pugliese arrestato il 18 marzo scorso nell’ambito di una indagine sulla gestione della sanità nella Asl di Lecce. I tre pubblici ministeri del pool sanità hanno inviato oggi il proprio parere al gip sull’istanza di scarcerazione, affermando che le condizioni di salute di Frisullo, che soffre di diabete, sono compatibili con la detenzione in carcere. L’ex amministratore è in carcere con le accuse di associazione per delinquere e turbativa d’asta.

Domiciliari per Valente. Il gip del Tribunale di Bari Sergio Di Paola ha concesso gli arresti domiciliari all’ex direttore amministrativo della Asl di Lecce, Vincenzo Valente, che fu arrestato e condotto in carcere nell’ambito dell’indagine che il 18 marzo scorso ha portato all’arresto dell’ex vicepresidente della Regione Puglia Sandro Frisullo Il giudice, nonostante il parere della Procura che chiedeva la conferma della detenzione in carcere, ha concesso a Valente i domiciliari, ritenendo che le esigenze cautelari si siano attenuate poiché l’indagato non ricopre più l’incarico di direttore amministrativo della Asl salentina.

Berlusconi: se non sapeva, Vendola è uno sprovveduto. «Se Vendola non sapeva allora è uno sprovveduto»: lo ha detto, a proposito delle vicende giudiziarie sulla gestione della sanità in Puglia, il premier Silvio Berlusconi in un’intervista tv trasmessa oggi da “Telenorba”. Lei ritiene – è stato chiesto al premier – che queste ultime vicende giudiziarie pugliesi potranno avere un effetto sulle elezioni di domenica prossima? «Penso – ha risposto Berlusconi – che queste ultime vicende inducano a delle valutazioni anche per il tempo, i magistrati hanno applicato diverse valutazioni proprio a chi hanno chiamato in causa. Per esempio, per quanto mi riguarda, i processi che sono stati portati a me sono stati poi tutti processi che, si è visto, sono fondati sul nulla. E io non ho avuto nessuna condanna. Ho avuto soltanto delle assoluzioni. Ma erano processi fondati tutti sul principio del “non poteva non sapere”. Io ero il responsabile di un gruppo che aveva 56.000 collaboratori. Con gli ultimi casi, invece, io vedo che la stampa e tutta la sinistra tendono a far sì che Vendola potesse assolutamente fare il contrario, cioè potesse non sapere. E Vendola era responsabile di una giunta di 14 assessori, di cui 5 poi si sono dovuti dimettere. E uno di questi, che si è dovuto dimettere, era addirittura, mi sembra, il vice segretario del partito democratico. C’è poi la storia di Frisullo che addirittura era vice presidente, quindi il principale collaboratore di Vendola. Ecco, nel mio caso, io con 56.000 persone, non potevo non sapere. Nel caso di Vendola, lui può assolutamente non sapere. Ma allora la risultanza che ne viene è che Vendola è uno sprovveduto».

Vendola: sì, sono sprovveduto, non ho competenza in escort. «Devo dirvi la verità: io non sapevo che Frisullo usasse le stesse escort del presidente del Consiglio. Dichiaro sì di essere uno sprovveduto e un ingenuo perché non ho competenza in questo settore in cui il presidente del Consiglio è uno specialista»: è stata questa la replica del presidente uscente della Regione Puglia, Nichi Vendola (Sel), alle parole del premier. «E vorrei anche aggiungere – ha continuato Vendola – che l’esercizio del rispetto nei confronti della magistratura bisognerebbe viverlo nei giorni pari e nei giorni dispari, nei giorni di pioggia e nei giorni di sole, quando la magistratura interviene sugli amici e quando interviene sugli avversari. E vorrei ricordare sommessamente al presidente del Consiglio che la magistratura a cui ha fatto i complimenti per l’arresto di Frisullo è la stessa magistratura che ha chiesto l’arresto di Raffaele Fitto. E la differenza è che io sarò uno sprovveduto, ma ho provveduto e Frisullo dal 5 luglio dell’anno scorso non è più nella mia giunta. Berlusconi non ha provveduto, visto che il ministro iper-indagato, iper-inquisito Raffaele Fitto è ancora ministro di questa Repubblica e continua a fare danni alla Puglia e ai pugliesi a ritmo accelerato».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=95912&sez=HOME_INITALIA

L’Aquila: propaganda elettorale shock della Pdl, la Regione Umbria adisce le vie legali

L’Aquila: propaganda elettorale shock

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Nelle cassette della posta del Piano C.A.S.E. all’Aquila è comparso questo volantino. Che è uno degli esempi di come si faccia comunicazione-shock in un’area emergenziale. Le 17mila persone che hanno avuto gli appartamenti del piano C.A.S.E. ricevono in prima persona la campagna elettorale del premier e del suo PdL. Una campagna personalizzata e impietosa, che specula, una volta di più, sulla facciata positiva e buona del Governo del Fare. Ricordiamo ancora una volta cosa significhi, all’Aquila, “aver fatto”. Punto primo. “Fare”, durante un’emergenza, è un dovere, non un favore. Le case del Progetto C.A.S.E., imposte dall’alto con decreto, pensate pochi giorni dopo il terremoto e formalizzate il 28 aprile 2009, sono in comodato d’uso; sono costate più o meno 2700 euro al metro quadro; sono state costruite in deroga a vincoli urbanistici e leggi sugli appalti; sono temporanee nell’assegnazione agli sfollati ma permanenti quanto a consumo del territorio; sono state gestite e costruite secondo la logica dell’emergenza e dell’urgenza e dell’indifferibiità dei lavori proprie della Protezione Vivile; hanno visto – come relazionano i Servizi Segreti in parlamento il primo marzo, come scrivono su Terra, come sosteneva da mesi il giornalista di Libera Angelo Venti su Site.it – il forte interesse delle ditte mafiose o con rapporti con la mafia; sono state sbandierate ai quattro venti, con numeri falsati e gonfiati; nascono come “non luoghi”, in quanto non integrati nel tessuto sociale, economico e paesaggistico; 4 siti su 19 scaricano (o perlomeno hanno scaricato per mesi) le acque scure nel fiume Aterno; genereranno all’Aquila un sovradimensionamento abitativo di circa 4500 appartamenti. Il tutto in una città di settantamila abitanti. Un vero e proprio patrimonio da gestire e a rischio fallimento.

Ma nel frattempo, le case del progetto C.A.S.E. vengono anche utilizzate per la facciata governativa: fuori dall’Aquila, per mostrare quanto sia forte questo governo del fare. Dentro l’Aquila, vengono usate per riscattare il “dovuto” ringraziamento da parte di chi ha avuto le C.A.S.E. Con il voto. Esattamente come Denis Verdini, coordinatore del PdL indagato per l’inchiesta sul sistema gelatinosi, chiedeva il ringraziamento degli Aquilani in piazza alla manifestazione del PdL. Il confronto, poi, con l’Umbria e le Marche del 1997, è ridicolo e continua a non tener conto del fatto che con minor tempi e minor costi si poteva dare alle persone una sistemazione provvisoria che le rendesse attive per la propria ricostruzione. Senza usare i container del 1997, ma utilizzando Moduli Abitativi Rimovibili.

Infine. In Umbria i Sindaci e gli enti locali e i cittadini sono stati i veri protagonisti della ricostruzione. Per ricostruire, in sicurezza, com’era e dov’era. Con il volantino, cala il sipario: è l’ultimo attto dell’operzione mediatica sull’Abruzzo, è un volantino che ha il sapore della propaganda a ogni costo, anche sulle vite altrui. E forse anche della beffa, per gli sfollati che sono strumento e oggetto di pubblicità.

Da shockjournalism.com

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NON SIAMO NOI A DOVERCI VERGOGNARE. Per tutti quelli che non hanno avuto la mia stessa sorte.Per le tasse, che torneremo a pagare al 100% ad un anno dal terremoto…”. Vai al blog di Federico D’Orazio
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Aggiornamenti ORE 18.00 :

(Ansa) La giunta regionale dell’Umbria ha deliberato di dare mandato al proprio ufficio legale “per denunciare il Pdl dell’Aquila per falso e danno all’immagine della Regione Umbria“. “Ciò perché – spiega un comunicato della Regione Umbria – ad opera del Pdl dell’Aquila sono in distribuzione cartoline elettorali comparative che mostrano l’immagine di terremotati umbri ancora oggi nei container. L’eventuale risarcimento danni che dovesse essere riconosciuto sara’ devoluto a favore delle popolazioni terremotate dell’Abruzzo”

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VIDEO: Strumentalizziamoci. Un filmato sulla rimozione delle macerie del 14 Marzo 2010 di Luca Cococcetta

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24 marzo 2010

fonte:  http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2461634&yy=2010&mm=03&dd=24&title=propaganda_elettorale_shock

Dall’Agcom multa a Tg1 e Tg5: “Squilibrio a favore del Pdl”

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Sanzione di 100 mila euro per ciascuna testata, unita a un richiamo a “un immediato riequilibrio”
E per i fascicoli inviati da Trani la Procura di Roma iscrive Berlusconi nel registro degli indagati

Dall’Agcom multa a Tg1 e Tg5
“Squilibrio a favore del Pdl”

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Dall'Agcom multa a Tg1 e Tg5 "Squilibrio a favore del  Pdl" Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini

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ROMA – Due sanzioni da 100 mila euro ciascuna a Tg1 e Tg5 per lo “squilibrio tra Pdl e Pd” e la “marginale presenza delle nuove liste”, e in più un richiamo a tutte le emittenti ad “attuare un immediato riequilibrio” tra le forze politiche in vista delle Regionali: sono le decisioni prese oggi all’unanimità dalla commissione Servizi e prodotti dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni. Nel giorno in cui la Procura di Roma decide di iscrivere nel registro degli indagati Silvio Berlusconi, nello stralcio dell’inchiesta Rai-Agcom: le ipotesi di reato sono quelle di concussione e minacce, nei confronti del commissario dell’Authority Giancarlo Innocenzi.
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Le decisioni dell’Agcom. La commissione, “presieduta da Corrado Calabrò, relatori Magri e Sortino, alla luce dei dati di monitoraggio dell’ultimo periodo (14-20 marzo) – spiega una nota – ha rilevato il perdurare di un forte squilibrio informativo tra le forze politiche, in particolare tra Pdl e Pd, e una marginale presenza delle nuove liste che si sono presentate alle elezioni, in violazione del richiamo già rivolto alle emittenti ad attuare il riequilibrio dell’informazione nei notiziari”. “La commissione ha pertanto comminato, all’unanimità, una sanzione di 100.000 euro al Tg1 e al Tg5, che presentavano il maggiore squilibrio, ed ha, nel contempo, rivolto un richiamo a tutte le emittenti – conclude la nota – ad attuare un immediato riequilibrio dell’informazione entro la chiusura della campagna elettorale”. Alla riunione Innocenzi non ha partecipato.
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Il premier indagato. Il nome del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato iscritto oggi nel registro degli indagati della procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte pressioni che sarebbero state esercitate per sospendere il programma “Annozero”. Minacce e concussione i reati configurati a piazzale Clodio, gli stessi già ipotizzati dai magistrati di Trani dai quali hanno ricevuto le carte. L’iscrizione è stata decisa stamattina al termine di una riunione tenutasi nell’ufficio del procuratore Giovanni Ferrara alla presenza dell’aggiunto Alberto Caperna e dei sostituti Caterina Caputo e Roberto Felici. Le presunte pressioni sarebbero state esercitate dal premier nei confronti del commissario Agcom Giancarlo Innocenzi.
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I prossimi passaggi. Entro 15 giorni gli inquirenti romani dovranno trasmettere il carteggio al tribunale dei ministri con le richieste o di archiviazione o di approfondimento della vicenda. Il collegio competente per i reati ministeriali dovrà, entro 90 giorni dal ricevimento del fascicolo, restituirlo alla Procura, a meno che non intervenga archiviazione, per le richieste conclusive: archiviazione o rinvio a giudizio.
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25 marzo 2010
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In onda il Santoro show: 150 piazze per difendere la libertà di stampa / Santoro, il Web sfida la tivù

In onda il Santoro show: 150 piazze
per difendere la libertà di stampa

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ROMA (25 marzo) – Questa sera dal Paladozza di Bologna andrà in onda Raiperunanotte, un mix fra Annozero e una festa di piazza presentata da Michele Santoro in difesa della libertà di stampa. La manifestazione, patrocinata da Fnsi e Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai, è la risposta al silenzio imposto dalla par condicio alle trasmissioni tv per le elezioni.

A Bologna ci saranno 6000 spettatori e saranno collegate 150 piazze d’Italia grazie a radio, tv locali, canali satellitari e digitali. Si comincia alle 21. Ci saranno, tra gli altri, Lucia Annunziata, Giovanni Floris, Vauro, Marco Travaglio, e Daniele Luttazzi, più altri ospiti tra i quali Antonello Venditti, Elio e le storie tese, Nicola Piovani. Sarà possibile vedere la trasmissione su Repubblica tv, Sky e si attende il parere dei legali Rai per Rai News 24.

«Portare a casa ascolti di tipo televisivo sarà positivo, non siamo Sanremo»: così Michele Santoro parla delle aspettative. «Con le nuove forme di comunicazione 50 mila persone hanno reso possibile un evento decente – ha aggiunto – con la loro sottoscrizione si sono fatti editori della loro trasmissione ingiustamente soppressa». Riguardo al quotidiano Libero che ieri, «parlava di un’opzione di licenziamento di Santoro», il conduttore di Annozero spiega che è un atteggiamento «grave da colleghi, dobbiamo sempre affermare il principio che una notizia si pubblica. Libero considera solo ciò che attiene alla propria esperienza, vogliono licenziare gli altri e andare in edicola da soli. È una visione un pò Berlusconiana».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=95868&sez=HOME_INITALIA

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Santoro, il Web sfida la tivù

Decine di siti e di blog coinvolti, centinaia di volontari, e gruppi di ascolto spontanei. “L’espresso” dietro le quinte di “Rai per una notte”. La diretta via Internet (anche sul nostro sito) per parlare di democrazia e di informazione

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di Fabio Chiusi

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Forse è proprio vero che grazie alla Rete non ci potrà essere un secondo “editto bulgaro”. Quanto sta accadendo sui social network, sui blog e sui siti di informazione per “Rai per una notte”, infatti, sembra inverare il concetto espresso da Michele Santoro in una recente conferenza stampa: dopo il 25 marzo sarà più difficile mettere a tacere le voci fuori dal coro.

La serata organizzata al Paladozza di Bologna rappresenta una modalità inedita di interazione tra internet, televisione e società civile: per rendere possibile lo “sciopero bianco” indetto dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, un centinaio di persone stanno offrendo la loro professionalità gratuitamente da settimane; per finanziarla si è fatto ricorso anche alle donazioni raccolte grazie al “passaparola” su Facebook (quasi raggiunto, in pochi giorni, l’obiettivo delle 50 mila sottoscrizioni); per trasmetterla ci si è affidati non solo a realtà professionali come Current, Rainews24 e i siti dei principali quotidiani, ma anche alla buona volontà di svariati blogger e comuni cittadini.

Il tutto coordinato, neanche a dirlo, tramite un apposito sito e una relativa pagina Facebook.

Le iniziative sorte spontaneamente a sostegno dell’evento sono molteplici. Su Facebook è il Popolo Viola ad essere in prima linea.

Innanzitutto, il movimento
si è preso la briga di organizzare proiezioni pubbliche in tutta Italia. Secondo San Precario, l’anonimo ideatore del No Berlusconi Day, ad oggi sarebbero “almeno trenta, tra cui Milano (oltre 450 adesioni), Torino, Genova, Catania e Salerno”.

A Bologna, poi, il Popolo Viola locale non si è limitato a predisporre un maxischermo fuori dal Paladozza, ma ha anche collaborato con la redazione di Annozero nel fondamentale compito di distribuire gli inviti annunciati sabato notte e andati esauriti in poche ore il giorno successivo.

“Altre iniziative a supporto” prosegue San Precario “sono i volantinaggi un po’ ovunque e naturalmente tanta visibilità sulla bacheca della fan page nazionale del Popolo Viola e su quelle locali”. Una platea, è bene ricordarlo, di trecentomila utenti dislocati in una rete di oltre cento gruppi locali.

E mentre Gianfranco Mascia
dal sito Ilpopoloviola.it propone un boicottaggio di Rai e Mediaset in coincidenza con “Rai per una notte” (obiettivo un crollo di almeno un milione di spettatori), un’altra delle tante voci del movimento, quella di Raffaele Pizzari, rivela un interessante esperimento: “Lo staff di VioLive sarà presente a Roma, a Bracciano e a Bologna.

Sul sito VioLive.it pubblicheremo una pagina in cui sarà presente sempre una chat comune e un wall di twitter, mentre sarà possibile “cambiare canale” per seguire i vari streaming: quello ufficiale di Current tv, quello delle interviste a Bologna, quello della proiezione di Bracciano e quello della proiezione di Roma”. Una sorta di vera e propria programmazione televisiva realizzata tramite tecnologie accessibili a tutti e integrata dalle nuove forme di conversazione in tempo reale offerte dai social media.

Qualcosa di simile avverrà anche sulla web tv del sito di Arianna Ciccone, Valigia blu, dove oltre alla diretta sarà possibile interagire tramite una chat istantanea, l’aggiornamento in tempo reale del proprio status su Facebook e la partecipazione al dibattito su un canale appositamente creato su Twitter (in questo caso, l’hashtag è #raiperunanotte). La giornalista rilancerà inoltre i temi di discussione proposti durante la serata sulla pagina “La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini”, da lei creata in occasione della raccolta firme per chiedere al direttore del Tg1 Augusto Minzolini una rettifica della “scivolata” sul caso Mills. In pochi giorni furono oltre 150 mila a ribadire che “prescrizione”, contrariamente a quanto affermato per ben due volte nell’edizione delle 13:30 del 26 febbraio, non è sinonimo di “assoluzione”; oggi gli iscritti sono aumentati di oltre 30 mila unità, e al gruppo si è affiancata una omonima pagina fan che ha già raccolto quasi 5 mila adesioni. Anche qui, numeri di tutto rispetto.

Ma l’iniziativa più originale tra quelle nate spontaneamente su Facebook appartiene a Fausto Minisini, Francesca Fornario e Simone Salis, fondatori di Vieni a vedere internet da me?“. Una sorta di invito a riunirsi non davanti alla televisione, ma alla Rete. E sconfiggere la censura con “birra, pizza e internet”. “Attraverso il gruppo”, spiega Salis “puntiamo ad andare oltre la condivisione strettamente virtuale tipica della Rete e ricreare, in piccolo, anche un?esperienza diretta tra esseri umani. Tramite tanti promotori di queste serate, la diffusione dello streaming arriverà anche tra coloro che da soli non avrebbero partecipato alla visione perché abituati alla tv tradizionale. Ogni utente verrà poi invitato a postare foto e commenti della serata passata con gli amici”. La Rete quindi non solo come luogo di incontro tra “avatar”, ma anche come mezzo di aggregazione e discussione tra persone in carne ed ossa. Non a caso l’immagine che contraddistingue la pagina è una vecchia televisione che ricorda gli anni in cui stare di fronte a un monitor significava riunirsi in un bar affollato o stare insieme a tutta la famiglia. Degna di nota anche la provocazione finale: “Saremo così tanti che all’Auditel saranno costretti a imparare come si usa Internet”.

La sfida viene condivisa e rilanciata da Beppe Grillo, che in un video realizzato da AliceBoum e diffuso su YouTube afferma: “Santoro può sopravvivere senza la tv. La tv è finita. Lui potrebbe fare la trasmissione via web: la gente potrebbe pagare un euro per vederlo, lui prenderebbe gli stessi soldi e in più avrebbe la libertà di dire ciò che vuole”.

AliceBoum ha realizzato per l’evento del 25 marzo diversi video, diventati veri e propri “viral” tramite la diffusione dalle pagine Facebook di Annozero, Retepirata e – ovviamente – Rai per una notte. Anche in questo caso è l’originalità a farla da padrone: in un primo video vengono ritorte le affermazioni di Silvio Berlusconi (“non accettabile in una democrazia”, “non permettere più che questo avvenga”) contro lo stesso Silvio Berlusconi; in un secondo, invece, le note dei Muse e le parole del loro leader Matthew Bellamy si trasformano in un eloquente atto di accusa contro il governo: they will not force us/ they will stop degrading us/ they will not control us /we will be victorious.

Da ultimo, svariati blog ospiteranno, oltre allo streaming dell’evento, contenuti originali, commenti, impressioni a caldo, raccogliendo gli umori del web su quanto starà accadendo a Bologna. Saranno all’opera Metilparaben e Nonleggerlo, ilNichilista – direttamente dall’interno del Paladozza – e Macchianera.

Tutto questo insieme di sforzi, compiuti a titolo perfettamente gratuito tra l’altro, dimostrano ancora una volta come la Rete sia un essenziale strumento di libertà. Che incoraggia la creatività degli individui. Che promuove inedite forme di cooperazione tra sconosciuti che, nel nome di un ideale (la tutela di una informazione plurale e senza censure) e consentendo il raggiungimento di obiettivi concreti (la predisposizione di una proiezione in piazza, ad esempio), hanno l’opportunità di conoscersi e, magari, piacersi.

Se questo esperimento dovesse avere successo potrebbe diventare un format vero e proprio, e andare oltre i pur lodevoli “talk show” sorti in Rete per ovviare al vuoto informativo imposto dalla “par condicio” (Telebavaglio, Mentana Condicio e Giro d’Italia 4×4). Un esempio o, con le parole di Marco Travaglio, una “prova generale” per i tempi non facili che verranno. E un modo per ribadire che, finché internet sarà libero, non ci sarà bavaglio che tenga.

La diretta web sarà trasmessa anche su Espressonline.it
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23 marzo 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/santoro-il-web-sfida-la-tivu/2123537&ref=hpsp

«Semi d’acciaio» che uccidono bambini

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«Semi d’acciaio» che uccidono bambini

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Una storia, come tante, in un non precisato paese dilaniato dalla guerra civile un medico, una suora, una giornalista e due guerriglieri incrociano le loro vite in un ospedale da campo allestito in una vecchia scuola abbandonata. Un territorio strappato ai bambini e disseminato di mine. Ognuno porta con se la propria storia: il dramma di Suor Teresa che ha visto morire o mutilare i suoi piccoli allievi, Francesco, medico volontario, che tenta il riscatto della propria vita, la giornalista Rukia che deve decidere se far nascere il suo bambino in quell’inferno. E i guerriglieri, governativo e ribelle, ognuno dei quali convinto della propria causa. Ma la violenza non dà mai soluzione. Nessuna pace, nessun vincitore. La guerra non ha mai ragione. Non esistono armi “buone” o armi “cattive”. E nessuna arma è più accettabile di altre. Invece è certo che le mine antiuomo e le bombe cluster, più di altre, sono armi che colpiscono le popolazioni civili, devastano i territori rendendoli insanabili per decine di anni.

Ed è alle vittime di questi conflitti, soprattutto ai bambini, che lo spettacolo teatrale “Semi d’acciaio” è dedicato, nella speranza di riuscire, con l’aiuto del teatro, a raccontare come un mondo senza di loro è un mondo senza futuro. “Semi d’acciaio” è un progetto articolato che comprende un’opera teatrale, un convegno e una serie di incontri con gli studenti delle scuole superiori, sul drammatico tema delle mine antipersona. Il progetto, ideato e scritto da Leonardo Petrillo, con la collaborazione drammaturgica di Giancarlo Brancale e Angela Di Noto, è un progetto teso a richiamare l’attenzione sul delicato argomento delle mine antipersona che tuttora uccidono, feriscono o mutilano ogni anno milioni di persone tra cui soprattutto bambini, i più esposti ai pericoli degli ordigni inesplosi.

Una grave minaccia, che purtroppo si presenta ancora prepotentemente a dieci anni dall’entrata in vigore della Convenzione di Ottawa, e ricordata dallo stesso Santo Padre in un suo appello a quei paesi che ancora non hanno aderito alla Convenzione. Questo richiamo, all’indomani della IV Giornata internazionale promossa dall’ONU per la sensibilizzazione sul problema delle mine antipersona, giunge da stimolo ulteriore per coinvolgere l’opinione pubblica e per diffondere i problemi relativi alla questione delle mine, rivolgendo una particolare attenzione ai giovani, cui affidiamo il futuro dell’umanità.

Lo spettacolo è in scena al Teatro Tor Bella Monaca di Roma (Info: 06.2010579) il 25 marzo (ore 21) e il 26 marzo (ore 10.30). Poi al Teatro India, sempre a Roma (Info: 06.684000311) il 28 e 29 (ore 21) e il 30 marzo alle 21 e anche alle ore 17.00. Il progetto Semi d’acciaio è realizzato da NERAONDA srl con il sostegno di: Comune di Roma in collaborazione con Zètema – Ministero della Gioventù – ETI e con il patrocinio di Regione Lazio – Provincia di Roma – Camera di Commercio di Roma – Arma dei Carabinieri – Croce Rossa Italiana – UNICEF – BANCA ETICA. Info. www.teatrodiroma.net
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25 marzo 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=96620

CLAMOROSA ANTICIPAZIONE – Caso Claps, corpo di Elisa scoperto da sacerdoti mesi fa

Le addette alle pulizie trovarono il cadavere diverso tempo prima del 17 marzo
La notizia fu comunicata ai preti della Santissima Trinità

Caso Claps, corpo di Elisa
scoperto da sacerdoti mesi fa

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Caso Claps, corpo di Elisa scoperto da sacerdoti mesi fa
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POTENZA – Il cadavere di Elisa Claps fu scoperto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza alcuni mesi prima del ritrovamento ufficiale avvenuto il 17 marzo. La notizia, anticipata dall’Agenzia dei giornali locali del Gruppo Espresso, ha trovato conferme in ambienti giudiziari. La scoperta fu fatta da alcune donne delle pulizie, che comunicarono la notizia ai sacerdoti della chiesa.
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25 marzo 2010
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Dove è stata ritrovata Elisa Claps


Elisa Claps: Uno sfogo amaro della mamma di Elisa – “Non l’hanno voluta cercare”

“Corpo forse non è stato mai cercato”.
Lo ha detto in un’intervista con Sky Tg24 il fratello di Elisa, Gildo Claps, secondo il quale le indagini devono ora “fare chiarezza su responsabilità e depistaggi”.
Perché parla di depistaggi? ha chiesto il giornalista: “Forse – ha risposto Gildo Claps – bisognava proteggere l’assassino o qualche altra persona”. E subito dopo si è detto certo che vi siano stati “condizionamenti nelle indagini” che avrebbero portato proprio a non cercare il cadavere.

TORINO – L’università manda i libri al macero, studenti e prof salvano 4mila volumi / L’altra faccia della cultura: CARTA DA MACERO! TU PAGHI, IO PUBBLICO…

L’università manda i libri al macero, studenti e prof salvano 4mila volumi

La facoltà di Lettere svuota i magazzini, studenti e docenti salvano 4mila libri. Il preside Massobrio: “Si tratta di doppioni e l’idea di venderli è assurda”. Il professor Migone: “Un’immagine negativa per tutto l’ateneo”

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di  SARA STRIPPOLI

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L'università manda i libri al macero studenti e prof salvano 4mila  volumi

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Platone non ama Cartesio e proprio non gli va di finire al macero, seppure in compagnia dell’opera omnia di Aristotele in greco o di un saggio con gli scritti inediti del Ciaffi, latinista famoso. È parsa dunque davvero un po’ surreale l’immagine che si è vista martedì pomeriggio davanti a Palazzo Nuovo: scatoloni di libri abbandonati nelle aiuole recintate in attesa di essere portati al macero, tesi di laurea e migliaia di volumi editi da Giappichelli o Gheroni, la maggior parte dei quali siglati Università di Torino, facoltà di magistero. Il ragno che ha alzato tutto in massa e sgomberato definitivamente l’area è arrivato soltanto questa mattina. Per fortuna però, studenti e professori, sconcertati dall’idea che fosse proprio l’Università a mandare al macero quei volumi senza tentare una soluzione alternativa (una biblioteca disponibile o un punto di distribuzione gratuita) sono corsi a rovistare nelle scatole e hanno portato in salvo una parte dei volumi, finiti così nell’atrio di Palazzo Nuovo e a disposizione degli studenti incuriositi da quei vecchi reperti.

“Quando ce ne siamo accorti abbiamo fatto una selezione e ne abbiamo portati dentro oltre quattromila – racconta Gaia, una delle rappresentanti dei ragazzi di Lettere – e i ragazzi hanno gradito. L’Università ha sgomberato parte della cantina per ripulire ma a nessuno a quanto pare è venuto in mente che si potesse inventare qualcosa di diverso che non fosse abbandonare i libri là fuori”. Ieri mattina, i volumi rimasti si potevano contare sulle dita di una mano: molte copie di manuali di geografia, “La politica mediterranea inglese” edita da Gheroni nel 1952, “Scritti Vari” di filosofia, anno di pubblicazione il 1950, “Le fonti italiane della Romola di George Eliot”, editore Giappichelli.

La docente di Storia della lingua latina Valeria Lomanto mostra tutta contenta il suo bottino, gli Scritti inediti del Ciaffi: “È un latinista famoso, questo è un testo che potrebbe essere usato ancora oggi”. L’Università che piange per i tagli non poteva vendere i libri ad un prezzo simbolico di 1 euro?, si interroga la professoressa: “Sembra assurdo che siano gli studenti a salvare i libri”. Le accuse arrivano anche dal professore di Storia del Nord America Gian Giacomo Migone: “Mi sembra che in questo modo l’Università regali un’immagine di superficialità. Una studentessa mi ha portato un volume che giudico di grande interesse, sarebbe stato un vero peccato vederlo finire in un cassonetto”. E Chiara, dell’Associazione Altera, è lì a rispondere dei tanti studenti incuriositi che si avvicinano con timidezza i volumi chiedendo se si potevano prendere: “Io ho salvato l’opera omnia di Aristotele in greco, l’abbiamo portata nella stanza della nostra associazione”. Ma sono matti a buttare via i libri? dice Matteo che si è accaparrato sette volumi.

Il preside di Lettere Lorenzo Massobrio, avvertito dai ragazzi, è cascato dalle nuvole, ma non sembra particolarmente turbato dall’operazione sgombero: “Certo la decisione non dipende da me, il problema è di chi dirige la logistica, ma comunque tutti i responsabili delle biblioteche sono stati consultati. E che altro si doveva fare con uno sgombero? Si mettono i libri da qualche parte in attesa che se li portino via”. Vendere i libri è un’idea assurda, aggiunge Massobrio “ma sono contento che i ragazzi abbiano seguito il mio consiglio, andare a prendersi direttamente i libri, una scelta di buon senso”.

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25 marzo 2010

fonte:  http://torino.repubblica.it/cronaca/2010/03/25/news/universit_libri_macero-2888286/?rss

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CARTA DA MACERO! TU PAGHI, IO PUBBLICO… E SIAMO TUTTI SCRITTORI! EDITORIA A PAGAMENTO, INDUSTRIA DEL GENIO ITALICO! AUTORI DISPOSTI A TUTTO PUR DI PUBBLICARE

UN BUSINESS FIORENTE CHE ORA ATTRAE ANCHE MARCHI NOBILI
CONSIGLIO: RIVOLGETEVI A UNA TIPOGRAFIA, NON ALLE CASE EDITRICI

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Umberto Eco, quarant´anni fa, li chiamava “autori della quarta dimensione”. Casalinghe inquiete e colonnelli in pensione, ragionieri in cerca di riscatto o mariti insoddisfatti, il bancario che ci ritira l´assegno o la vicina di pianerottolo. Talvolta anche giovani acculturati e sussiegosi, afflitti dal complesso dell´outsider.

Una comunità che vive parallela a quella riconosciuta, con le sue regole, le sue riviste, i suoi dizionari critico-biografici: alieni di un altro pianeta. Provvisti di doppio cognome o di ambizioni frustrate, incarnano il genio poetico nazionale: la nobile aspirazione alla scrittura che talvolta travalica e schiaccia la meno fulgida abitudine alla lettura.
Disposti a tutto pur di pubblicare: anche chiedere un prestito o sacrificare le vacanze, per un libro destinato a rimanere invisibile, “la quarta dimensione” appunto.

Se in quasi mezzo secolo tutto è cambiato – la società letteraria spazzata via dal mercato editoriale, la critica seppellita dalla promozione, Internet che apre nuovi spazi e imprevedibili orizzonti, i consumi culturali rivoluzionati dall´elettronica – il sotterraneo talento patrio resiste inalterabile, alimentando oggi come allora il business delle case editrice a pagamento. L´industria del genio italico, per dirla con Eco. L´ossatura del costume letterario nazionale.

L´identikit dell´aspirante scrittore può aver subito in questi decenni leggeri slittamenti. Meno blasonato (cade il doppio cognome), più ricco di medaglie pubbliche (l´assessore è una tipologia assai presente), più frequentemente di genere maschile, talvolta dotato di studio professionale avviato. La titolazione, no, quella è rimasta pressoché identica, specie nel genere lirico: a Mesti Palpiti e Cuore dolente citati da Eco fanno da pendant Il canto ammaliante della vita e Scampoli di gioia pescati in alcuni dei siti contemporanei.

Ma soprattutto immutata nel tempo si presenta quella che viene definita «la strategia acchiappapolli», tecnica felicemente sperimentata da questa schiera di pseudoeditori. Basta mettere a confronto l´esilarante analisi di Eco con le denunce che ripetutamente affiorano specie su Internet contro la “Quarta Dimensione”…

L´esca può essere nascosta in una pubblicità di prima pagina dei principali quotidiani che annuncia pomposamente “Scrittori Emergenti” oppure “Novanta opere di poesia” con indicata la data di scadenza per il “concorso”. L´epilogo è sempre malinconico: l´esordiente alleggerito dai duemila ai cinquemila euro e inesorabilmente alle prese con il proprio capolavoro invenduto, pubblicato in centinaia di copie e condannato all´invisibilità, se non negli scaffali di amici e famigliari.

È sulla distribuzione e sulla promozione che si gioca infatti l´equivoco dell´editoria a pagamento: nonostante suadenti promesse, massima parte di questi marchi raramente approda in libreria. Qualcuno di questi libri potrà galleggiare in precario equilibrio sulle scrivanie delle redazioni per poi scivolare silenziosamente negli scatoloni destinati a carceri o attività di beneficenza. Per l´autore QD – Quarta Dimensione – è il crollo d´una illusione. L´editore QD se ne farà una ragione. Nato “per libera grazia dello spirito poetico nazionale” – così sintetizza Eco – potrà contare su solide entrate finanziarie.

La strategia, s´è detto, è sempre eguale. Al principio è l´agnizione, il riconoscimento del genio fino allora incompreso. Ma l´alto valore poetico non sempre si sposa con i crudeli meccanismi del mercato. Così alla commozione iniziale subentra rapidamente la richiesta di un “aiutino” finanziario, per la copertura intera o parziale delle spese di produzione o anche per l´acquisto di un certo numero di copie.

Sull´entità della cifra richiesta – e sulla promessa di distribuzione – si gioca in fondo la spregiudicatezza dell´editore a pagamento, tipologia variegata che può includere imprese oneste e volenterose ma anche affaristi senza scrupolo. In una seria mappatura commissionata dall´Editrice Bibliografica, Maria Grazia Cocchetti fissa intorno ai millecinquecento/duemila euro la cifra richiesta da contratti standard per un librino di poesie di cinquanta pagine, ma sono frequenti anche richieste superiori fino ai cinquemila euro, testimoniate all´autrice da esordienti saccheggiati (L´autore in cerca di editore, pagg.144 euro 10).
L´aspirante artista difficilmente rinuncerà al sogno d´una vita, aprendosi inconsapevole a nuove avventure. Non è rara una successiva comunicazione dell´editore nella quale mestamente s´annuncia che il libro non ha riscontrato il favore previsto e che dunque egli si vede costretto a mandare al macero il capolavoro, a meno che l´autore non gradisca rilevarlo con ragionevole sconto sul prezzo di copertina. Come si fa a dir di no? Il cavalier Evemero Altamura De Gubernatis – questo il personaggio tratteggiato da Eco – non può lasciar scomparire nel nulla di una cartiera l´opera che gli ha dato fama e felicità inaudita. Ne comprerà altre copie, si farà nuovi amici per regalargliele, le distribuirà ai giovani autori o ai baroni della critica. Oggi niente è cambiato. Tradotto in euro, un assegno di altri duemila è assicurato.
Può sorprendere che gli affari della “Quarta Dimensione” – talvolta arricchiti da un sottomercato di presentazioni-premi-dizionari autogratificanti che mescolano la tua anonima firma a quella di Gadda e Montale – continuino a proliferare oggi che la tecnica digitale consente soluzioni meno onerose. Messa via l´illusione della distribuzione in libreria, perché non rivolgersi a una tipografia o a un book on demand, il sevizio nato per stampare rapidamente dispense o atti di convegni? Il richiamo della pseudoeditoria – con le copertine color pastello e un risvolto che grida al capolavoro – sembra essere più forte, talvolta irresistibile.

In pochi tra gli autori più affermati sono disposti a confessare l´esordio da clandestini, pur preceduti da un´illustre schiera che annovera Camilleri e Moravia, e ancora prima Pirandello e Proust. Non se ne fa un problema Federico Moccia, il quale candidamente dichiara d´aver debuttato a sue spese presso il Ventaglio con il fortunato Tre metri sopra il cielo. Ma da noi il passaggio da una Dimensione all´Altra, pur possibile, è ancora raro, non come in America dove in cima alle classifiche dei bestseller si possono trovare proprio loro, i self published men, partiti in sordina e poi contesi dalla grande editoria (il genere prediletto è la varia). A Denver, nel Texas, esiste perfino una libreria specializzata in edizioni a pagamento. Da noi no, sarebbe impensabile. Chissà in futuro.

Una caparbia giornalista free lance, Silvia Ognibene, ha censito nel suo volumetto ‘Esordienti da spennare’ una quindicina di editori a pagamento (Terredimezzo, pagg. 142, euro 12). Dalle edizioni Il Filo a Libroitaliano, da Alberti a Maremmi-Firenze Libri, da Aletti ad Angelo Parisi, da Antitesi a Il Rovescio, l´autrice ha inviato a ciascuno di questi marchi il suo “fritto misto” Racconti d´America e altre storie, pagine prive di coerenza sul piano dello stile e dei contenuti. L´entusiasmo nell´accoglierlo è stato corale, così come comune è apparsa la richiesta all´esordiente di contribuire alle spese.

«L´editore a pagamento», dice Daniele Di Gennaro di Minimum Fax, «non legge, non seleziona e manda in stampa tutto quel che gli arriva. Per questo non è serio annoverarlo nella categoria degli editori. È un servizio che ti viene offerto, che non contempla rischio o investimento». Il fatto è che alcuni dei marchi QD – “Quarta Dimensione” per rimanere a Eco – figuravano anche nel catalogo della piccola editoria in mostra a Roma nel dicembre scorso. Come riuscire a farsi largo tra editori più o meno rigorosi?
Il primo ad animare una “campagna libri puliti” fu diversi anni fa Marcello Baraghini, outsider dell´editoria non nuovo a battaglie incendiarie: il libro di Miriam Bendia, Editori a perdere (Stampa Alternativa) suscitò un discreto clamore. Oggi il dossier Esordienti da spennare viene accolto dagli interessati nel più totale silenzio. Eppure accade spesso che trappole analoghe a quella tesa da Silvia Ognibene vengano disseminate presso i marchi della Quarta Dimensione. Recente vittima è stato Il Filo, sigla che vanta la presidenza di Alda Merini, autori come Pessoa e Paz, sponsorizzazioni variamente articolate tra Maurizio Costanzo e Manlio Sgalambro. Una spericolata raccolta di trenta poesie, che mescola Califano ed Emily Dickinson, Bukowski e Orietta Berti, Tagore e Giorgio Gaber, è stata selezionata dal Filo nella sezione “Scrittori emergenti” con una proposta di pubblicazione in cambio di milleottocento euro: proposta respinta al mittente (alla beffa il Giornale ha dedicato una pagina). Qualcuno può reagire con veemenza, replicando che anche marchi più nobili hanno l´abitudine di coprire le spese con l´aiuto degli autori. E qui s´apre una zona torbida, il lato oscuro degli editori, che quarant´anni fa non era certo immaginabile. L´editoria più prestigiosa che pubblica in cambio del bonifico.

Un analista puntuale come Giuliano Vigini, direttore dell´Editrice Bibliografica e tra i più autorevoli osservatori del mercato librario, non smentisce il fenomeno: «È vero: oggi in Italia sono diverse migliaia gli autori che pubblicano a proprie spese presso marchi storici o comunque di gran nome. Una quota equivalente a quelli che si rivolgono ai piccoli publisher a pagamento». Non sovvenzioni di enti pubblici o biblioteche o dipartimenti universitari né finanziamenti di banche o fondazioni: il riferimento è a privati, facoltosi professionisti che aprono il portafoglio per dar lustro al figliolo o a sé medesimo, e l´editore incassa senza battere ciglio. «In quindici anni di attività», interviene Di Gennaro di Minimum Fax, «abbiamo ricevuto molte offerte di danaro: se le avessimo accettate oggi saremmo ricchi, ma la casa editrice sarebbe stata snaturata». È la faccia inconfessabile dell´editoria. Nella sua inchiesta su L´autore in cerca di editore per la Bibliografica, Maria Grazia Cocchetti lo definisce “un tabu”, vissuto dallo stesso editore come l´altra parte di sé. «Sebbene non ufficialmente, in alcuni casi, molte sigle prestigiose prevedono questo servizio». Doctor Jekyll e Mr Hyde.

Non sempre l´autore fai-da-te appartiene al genere abbiente con ambizione letterarie, artefice di romanzi autobiografici, lettere sentimentali, sillogi poetiche per la fidanzata. Alla specie può iscriversi anche lo studioso appassionato del Seicento o il cacciatore di archivi con la mania del documento prezioso: «Sì, va bene, ma chi ti compra?», è l´obiezione più frequente mossa dal coscienzioso editore di qualità. Così – in mancanza dei sempre più esigui fondi pubblici – il rischio viene tamponato dall´acquisto preventivo da parte dell´autore di diverse centinaia di copie: segno anche questo dell´appiattimento dell´industria culturale. Ne risulterà stravolta la fisionomia dell´editore, che da imprenditore pronto a rischiare e scommette sui libri acquista tutt´altro profilo. E ne risulta sfigurato il mercato editoriale, che di frequente annovera esordi narrativi altrimenti inspiegabili. Quarta e Terza Dimensione che si fondono e confondono: questo Eco non poteva certo prevederlo.

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fonte:  http://www.ciropiccinini.it/index.php?itemid=1507

INCHIESTA-DENUNCIA: Omissioni e Abusi di Nostra Madre Chiesa

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Omissioni e Abusi di Nostra Madre Chiesa

Un viaggio attraverso gli scandali che stanno investendo il Vaticano e che, dall’Irlanda agli Stati Uniti, non risparmiano certo l’Italia

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di Vania Lucia Gaito da Il Fatto Quotidiano del 24 marzo 2010

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IL CORAGGIO DI PARLARE

Mi chiamo Marco Marchese. Sono stato abusato per quattro anni, da quando ne avevo dodici. Ero in seminario, pensavo di avere la vocazione”. Cominciò così, diretto, chiaro. Secco come uno schiaffo. “All’epoca abitavo a Favara, vicino ad Agrigento. Sono nato in Germania, poi quando avevo otto anni ci siamo trasferiti in Sicilia. Volevo diventare prete, almeno lo credevo. Sicché entrai in seminario: fu lì che accadde. All’epoca don Bruno era un assistente, un diacono. Divenne prete l’anno successivo. Mi legai fortemente a lui: sembrava una persona affettuosa, e io mi trovavo fuori di casa ed ero piccolo. Mi circondava di attenzioni. Il seminario, sa, è un po’ come un collegio: si mangia lì, si dorme lì. Andavamo a trovare la famiglia una volta alla settimana, spesso ogni due. Inserirsi è difficile, e trovarsi accanto una persona che si mostra amichevole, affettuosa, fa sentire meno soli”. Parlando, cincischiava con il tovagliolo di carta, un tormento gli mangiava le dita, guardava il piattino, la tazzina, il tavolo. Poi mi posò addosso il suo sguardo malinconico. “Accadde una domenica pomeriggio. Era dicembre, e fuori pioveva. In genere, nei pomeriggi di domenica, si giocava a calcetto nel cortile del seminario. Invece quella volta don Bruno venne da me e mi invitò nella sua camera a riposare. Accadeva spesso che noi ragazzi entrassimo nelle camere degli assistenti. Magari per fare due chiacchiere. Invece quel pomeriggio lui mi spogliò, mi baciò, e poi… poi abusò di me”. Per un attimo la voce vacillò, sembrò sul punto di rompersi, ma riprese. Con lentezza, in un rievocare che dava ancora dolore. “Dopo lui andò in bagno. Quando tornò mi chiese solo: ‘Ti sei sporcato?’. Mi diceva di non preoccuparmi, che non c’era nulla di male. La nostra era solo un’amicizia, un’amicizia particolare, ecco. Così mi diceva. E io gli credevo. Non avevo mai avuto esperienze sessuali, e gli credevo. Mi diceva che era normale, che era giusto. Mi diceva anche che non dovevo dirlo a nessuno, perché avrei suscitato invidie, gelosie. E io non lo dissi a nessuno. Neanche quando l’abuso si ripeté. E poi si ripeté ancora, e ancora. Soprattutto quando pioveva. Veniva a chiamarmi e io andavo da lui”. Sul suo volto fiorì un sorriso amaro, una smorfia alla propria ingenuità di un tempo. “Del resto, io mi ero convinto che la nostra fosse un’amicizia ‘divina’, come diceva lui. Era un uomo di Dio: con lui pregavo, mi fidavo. Ciecamente”. “E poi? Che cos’è accaduto?” “Dopo un anno, lui divenne prete e lasciò il seminario. Però i nostri rapporti divennero ancora più stretti, perché divenne il mio padrino di cresima. Così, nei fine settimana che avevo a disposizione e durante le vacanze, andavo a trovarlo nella sua parrocchia. E accadeva anche lì. In sacrestia. A casa sua. Nel pomeriggio. Anche la sera, se restavo a dormire. Per quattro anni”. […]

Alla fine in tribunale non ci erano arrivati. La trasmissione [Mi manda Raitre del 15 dicembre 2006, ndr] aveva sollevato un grosso scalpore, l’avvocato della Curia aveva saputo attirare perfino le antipatie dei cattolici più accesi. Il vescovo aveva dovuto fare marcia indietro e ritirare la richiesta di danni. Anzi, fece di tutto per evitare il processo civile. Don Bruno firmò un accordo con il quale riconosceva ogni responsabilità e si impegnava a corrispondere a Marco un risarcimento per i danni morali. “Si trattava di cinquantamila euro”. Le mani adesso riposavano tranquille sul tavolo, accanto alla tazzina. “Li ho impiegati per sovvenzionare la mia associazione. Si chiama Mobilitazione Sociale. Ci occupiamo soprattutto di ascoltare e aiutare i bambini vittime di abusi”. Per la prima volta sorrise davvero. Un sorriso aperto, giovane, fiducioso. Durò solo un attimo.“C’è talmente tanto da fare, e se ne sa così poco. Il mio non è un caso isolato. Anzi. Le associazioni contro la pedofilia ricevono migliaia di telefonate, di e-mail, di segnalazioni. Non ci sono solo io. La maggior parte delle vittime non ha il coraggio di denunciare. Subisce e tace. Nonostante i dolori dentro, nonostante gli incubi, i malesseri, il desiderio di morire”. Il sole era scomparso dietro le case, il cielo scuriva, e in via dell’Orologio si accendevano i lampioni. Nell’aria tiepida della sera, la gente sciamava verso i locali, i bar, i ristoranti. Per i vicoli rimbalzavano richiami, chiacchiere, risate. Le donne avevano vestiti leggeri che ondeggiavano intorno alle gambe, tacchi che si impigliavano tra le “balate”, sorrisi come lampi di bianco. Gli uomini profumavano di dopobarba e lanciavano occhiate alle ragazze. Sembrava una serata qualunque. Il viaggio nel silenzio era appena incominciato.

DON GELMINI: “SCHERZI DA PRETE”

“Non mi hanno creduto nemmeno quando per loro facevo il corrispondente lì in Bosnia. La mia strada e quella di don Pierino si sono incrociate molte volte. In un certo momento della mia vita sono finito a vivere in un borgo della Sabina, Castel di Tora, dove il ‘Don’ aveva messo su una comunità spirituale. C’era un numero ristretto di ragazzi, tutti piuttosto avvenenti, ma ben poco spirituali . Andavano di nascosto a comprar vino e alcolici in paese. Con un paio di loro feci amicizia, entrai in confidenza. Mi confermarono quello che già sapevo. Monsignor Giovanni d’Ercole, funzionario del Vaticano con il quale ero in rapporti per via del mio lavoro, lo sapeva. L’avevo informato anni fa su don Pierino: gli avevo detto tutto, che adescava i ragazzi, che molti anni prima aveva adescato anche me assieme a un amico, e che ora era accusato dai suoi ragazzi di molestie sessuali. Padre Federico Lombardi, all’epoca direttore dei servizi giornalistici di Radio Vaticana, lo sapeva. Durante un’accesa discussione glielo dissi in faccia chi erano e cosa erano stati certi preti per me, gli dissi di don Pierino e di come l’avevo conosciuto, non batté ciglio. Poco dopo gli mandai una lettera. Lo informai fino ai dettagli: manco mi rispose. Scrissi anche alla Procura di Terni, ho fatto un esposto senza firmarmi. Mia madre era ancora viva, avevo due figli piccoli. Lottavo nella totale solitudine, e poi avevo paura che mi accusassero di smania di protagonismo. Ma lo sapevano tutti. Uno di quelli che sapevano era il vescovo di Terni, monsignor Gualdrini. E poi lo dissi al segretario della Cei, che mi attaccò il telefono in faccia. Lo dissi a monsignor Salvatore Boccaccio al tempo vescovo di Poggio Mirteto e ora di Frosinone, telefonai a don Ciotti: era perplesso, mi disse di avere le mani legate”. “Ho un dubbio atroce, Bruno. Se lo sapevano tutti, com’è stato possibile che lasciassero centinaia di ragazzi inermi nelle mani di qualcuno che avrebbe potuto approfittarsi della loro debolezza, del loro bisogno di aiuto, del loro bisogno di protezione?”. Mi guardò con amarezza, si passò una mano irruvidita in mezzo ai capelli grigi, a pettinare i pensieri. “Lo sapevano perché io lo avevo detto, e non ero mica il solo. I ragazzi della comunità lo sapevano tutti. Chi non ci stava veniva allontanato, oppure se ne andava da solo. Nessuno si è mai preso la briga di vedere cosa succedeva in queste comunità”. […]

Di quella giornata, un ospite mi raccontò: “Il più bel regalo di compleanno, ottant’anni ieri, don Pierino Gelmini l’ha avuto da Silvio Berlusconi: dieci miliardi di vecchie lire. Il più bel regalo, senza compleanno, Berlusconi lo ha avuto da don Gelmini, sempre ieri, che ha ordinato di accoglierlo con un canto di ‘Alleluja’ a tutto volume. Ovunque entrasse il premier, prima nella sala mensa e poi nell’auditorium della Comunità Incontro, veniva preceduto dalle note gloriose riservate, in Chiesa, a onorare il Signore. Un incontro di due ego travolgenti quello di ieri ad Amelia, nella struttura per il recupero dei tossicodipendenti nata nel 1979. Don Gelmini che spiegava al premier: ‘Preferirei essere Papa che capo del governo’. Berlusconi che gli diceva, dopo avere visto i preti, destinati alla successione da don Pierino, inginocchiarsi e promettergli fedeltà: ‘Mi hai dato un’idea, quasi quasi chiamo i miei ministri azzurri e li faccio inginocchiare davanti a me…’.Una festa-show con GigiD’Alessio che cantava la sua nuova canzone Non c’è vita da buttare dedicata ai ragazzi persi e che salutava Berlusconi con un “salve collega”. Amedeo Minghi che dedicava un videoclip a don Pierino. Ad Amelia, per omaggiare questo fenomenale prete, esarca precisa lui, che a ottant’anni ha una vitalità e un’energia travolgenti, sono arrivati in tanti a iniziare dal capo del comitato dei festeggiamenti, il ministro delle Telecomunicazioni Maurizio Gasparri. C’erano anche il ministro Rocco Buttiglione, il ministro Lunardi, Gustavo Selva, una sfilata di sottosegretari. Della prima Repubblica c’era l’ex ministro De Lorenzo che sembrava avere una missione: parlare con Berlusconi. E quando c’è riuscito, l’ha baciato, anche. A rappresentare l’opposizione, la presidente della Regione Maria Rita Lorenzetti, che nel salutare il padrone di casa, seduto nell’auditorium in prima fila vicino a Berlusconi, gli ha riconosciuto il grande impegno nella lotta contro la droga, ma ha anche detto: ‘Non siamo d’accordo su molte cose’. Non c’era il fratello di don Pierino, padre Eligio stava male. Una giornata lunga, iniziata di mattina presto nello studio privato di don Pierino dove sono arrivati in tanti a salutarlo, molti genitori di ragazzi salvati dalla comunità. Un padre è entrato piangendo, con una busta da lettera in mano piena di soldi da offrire a colui che aveva ridato la vita a suo figlio. ‘Era rinato qui dentro, purtroppo poi fuori non ce l’ha fatta’. Don Pierino ha preso la busta e lo ha abbracciato. ‘Suo figlio era un cantautore’, ha spiegato poi. A mezzogiorno tutti a messa. Don Pierino è entrato tra due ali di sacerdoti, seguito dal cardinale Jorge Maria Mejia. Mischiato tra i concelebranti c’era anche Alessandro Meluzzi, ex deputato azzurro, psichiatra fino a qualche giorno fa impegnato a commentare in tv gli irrecuperabili de L’Isola dei famosi, e adesso qui, in comunità di recupero, in un angolo di Umbria, con il saio da frate e la croce indosso. Nelle pause del serrato programma, Rocco Buttiglione ha parlato della sua prossima terza prova da nonno, la figlia partorirà ad agosto, e ha rivelato di aver cambiato idea su quale sia la vera vocazione della donna: ‘Credevo che fosse essere mamma. A un certo punto ho anche pensato che potesse essere suocera. Adesso che vedo mia moglie con i nipoti ho capito che la vera vocazione è quella di essere nonna. Un ruolo che la ringiovanisce di vent’anni’. Come sempre, era difficile capire se scherzava o diceva sul serio”.

IL CASO AMERICANO

A Boston cominciò così. In sordina, senza troppo rumore. L’avvocato che mise la prima pietra aveva un nome armeno, difficile da pronunciare: si chiamava Mitchell Garabedian, e non era mai stato uno di quegli avvocati inseguiti dai giornalisti all’uscita dell’aula di dibattimento. Si era laureato all’Università statale, si era sempre occupato di piccoli casi. Insomma, uno sconosciuto. Uno fra i tanti avvocati di Boston. Gli piaceva il suo lavoro; certe mattine arrivava in ufficio prestissimo e andava avanti a lavorare fino a tarda sera. Era il 1994 quando un uomo era entrato nel suo studio, s’era seduto di fronte alla vecchia scrivania, e gli aveva parlato di padre Geoghan. Mitch non lo sapeva, ma quell’incontro avrebbe segnato la sua vita. “Ero un ragazzino normale” raccontò l’uomo all’avvocato, “andavo bene a scuola e mi piaceva lo sport. Facevo anche parte di una squadra. Non avevo neanche dodici anni, ma mi dicevano che ero un bravo atleta. I miei genitori erano orgogliosi di me. Poi arrivò lui. I miei si fidavano, lo consideravano quasi una persona di famiglia: lo invitavano a cena, a qualche partita di bridge, ai compleanni. Spesso, dopo cena, mi portava fuori a prendere un gelato, a fare un giro in macchina. Nessuno ha mai saputo che mi facesse quelle cose. Non lo dissi neppure a mia madre, a mio padre. Per loro, padre Geoghan era un buon amico, un amico di tutta la famiglia. Come potevo dirgli che mi faceva quelle cose? Stavo male. Riuscivo a fare solo questo: star male. Certi giorni non andavo nemmeno a scuola, agli allenamenti. Lasciai la squadra. E comincia i a bere. Ero solo un bambino, Dio mio, ero solo un bambino”.

GLI INTOCCABILI LEGIONARI DI CRISTO

Il potere della Legione di Cristo all’interno della Chiesa è tale che Lennon, uno degli accusatori di Maciel, parlando dei rapporti tra quest’ultimo e il Vaticano, affermò: “Maciel è intoccabile. Ha lavorato con molti Papi, conosce i procedimenti interni, conosce vescovi, conosce cardinali, conosce quelli che hanno realmente il potere, e li conosce bene, molto bene”. Alejandro Espinosa, nel libro El prodigioso ilusionista, il seguito di El legionario, avanza sospetti e ipotesi inquietanti sulla vita del fondatore dei Legionari di Cristo. Già in El legionario, Espinosa aveva fatto riferimento alle “morti provvidenziali” di alcuni nemici di Maciel, ma è soprattutto nel suo secondo libro che le ipotesi si fanno dettagliate. Espinosa parte dagli anni giovanili del sacerdote, dai tempi in cui frequentava il seminario retto da suo zio, il vescovo Rafael Guizar y Valencia, e sostiene che si siano verificate circostanze quanto meno singolari, coincidenze preoccupanti. Sembra che lo stesso giorno della sua morte, il vescovo avesse avuto un’accalorata discussione con Marcial Maciel, e avesse decretato la sua espulsione per mancanza di attitudine allo studio, per mancanza di spirito di sacrificio e di vocazione al sacerdozio, oltre che per avere saputo dei suoi approcci sessuali nei confronti di seminaristi più giovani. Pare sia arrivato perfino a dire che se avesse proseguito il cammino verso l’ordinazione si sarebbe esposto alla dannazione eterna. Rafael Guizar y Valencia morì poche ore dopo. Un dettagliato resoconto sulla sua morte, racconta che fu impossibile coricarlo nel letto e dovettero lasciarlo steso al suolo, spiegando che volle giacere lì “come san Francesco”. A dodici anni dalla morte, le spoglie del vescovo furono riesumate per essere trasportate dal cimitero di Xalapa alla Cattedrale: aprendo la bara, il corpo fu trovato integro, ma i suoi capelli bianchi erano diventati rossicci. Espinosa sostiene che Maciel possa aver avvelenato lo zio con il cianuro, secondo alcune confessioni che lo stesso Maciel gli avrebbe fatto quando Alejandro era stato in seminario, e la colorazione rossiccia dei capelli dovrebbe esserne testimonianza, così come l’impossibilità di trasportare il vescovo agonizzante nel letto, poiché le convulsioni e gli spasmi dell’avvelenamento sono tali da riuscire a fratturare la colonna vertebrale. Tuttavia, padre Rafael González Hernández, il sacerdote che si è occupato della canonizzazione del vescovo, smentisce assolutamente l’ipotesi di un omicidio: “Monsignore Guizar morì nel 1938 a causa di un’insufficienza cardiaca e di un attacco di diabete. Aveva sessant’anni ma era piuttosto malandato per aver speso la vita al servizio dei fedeli”. Espinosa prosegue con l’elenco delle morti “provvidenziali” tra quelli che disturbarono Maciel. Padre Francisco Orozco Yepes morì in strane circostanze, mentre viaggiava dall’Irlanda a Roma, dove aveva il fermo proposito di denunciare le perversioni di Marcial Maciel davanti alla Sacra Rota Romana. Non si sa che cosa o chi lo convinse ad abbandonare l’aereo allo scalo di Madrid, si sa solo che preferì affittare un’automobile all’aeroporto e fare migliaia di chilometri per raggiungere Roma, dove non arrivò mai.

Un vescovo del Messico, che si opponeva al riconoscimento canonico della Legione di Cristo, fu minacciato da Marcial Maciel durante una discussione, davanti a testimoni. Pochi giorni dopo, un camion investì l’automobile del vescovo: morirono due dei suoi quattro occupanti ma il prelato riuscì a uscirne indenne. Nello stesso mese, si verificò un secondo incidente con la stessa dinamica del precedente, questa volta con esito tragico per il vescovo. Anche la morte di Juan-Manuel Fernández Amenábar, come abbiamo visto, avvenne in circostanze singolari: soffocato da un pezzo di pollo mentre era in ospedale, dove si stava riprendendo da un ictus. Perfino Juan José Vaca temeva una reazione alla lettera che inviò a Maciel quando lasciò la Legione. Perciò quella lettera, nella quale gli rimproverava il danno irreparabile che gli aveva fatto e gliene domandava conto, conteneva un avvertimento: “Desiderando essere assolutamente sincero con lei, l’informo che l’originale di questo scritto, più altre undici copie, si trovano dentro buste sigillate, in un deposito inaccessibile agli indiscreti. Queste dodici buste recano già il nome e l’indirizzo dei destinatari – alte personalità della Chiesa e della società che, nel caso, conosceranno il loro contenuto – e immediatamente giungeranno nella mani dei destinatari, in due circostanze. La prima, nel caso in cui io muoia o sparisca inaspettatamente… “.

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fonte:  http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2461543&title=2461543