Archivio | marzo 26, 2010

Caso Boffo-Feltri: le ragioni della sospensione: “Ha intaccato la fiducia tra stampa e lettori”

Infeltrimento..

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Il direttore del Giornale sospeso per sei mesi dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia
Il giornalista è stato sanzionato anche per il “caso Farina”, ma assolto per l’articolo scritto su Fini

Caso Boffo-Feltri: le ragioni della sospensione
“Ha intaccato la fiducia tra stampa e lettori”

“Mi dispiace non essere un prete pedofilo o un conduttore di sinistra, altrimenti avrei goduto della protezione di vescovi e sarei diventato un martire dell’informazione”

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Caso Boffo-Feltri: le ragioni della sospensione "Ha intaccato  la fiducia tra stampa e lettori" Vittorio Feltri

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MILANO – Vittorio Feltri non ha preso bene la decisione dell’Ordine dei Giornalisti di sospenderlo per sei mesi per il caso Boffo. Il direttore de Il Giornale si dice dispiaciuto “per le modalità” con cui ha saputo del provvedimento, per il quale – dice – non ha avuto ancora notizia ufficiale. Il giornalista è apparso pacato nei toni:  “Non so che cosa dire. Sospensione? Lo so da chi me lo va dicendo, da amici che mi hanno chiamato al telefono e da quello che ho letto sulla Repubblica. Non ho ricevuto nessuna comunicazione ufficiale: non voglio parlare di deontologia professionale, forse sarebbe eccessivo in questo caso pretenderla, ma almeno di regole di buona educazione. Ripeto, non so ancora nulla, ma mi sarei aspettato di essere informato dei provvedimenti e non venirne a conoscenza a mezzo stampa”. Poi ha aggiunto: “Se a Brachino hanno rifilato due mesi di sospensione per aver mostrato i calzini celesti di un magistrato, non stupisce che a me ne abbiano rifilati sei per aver osato parlare di Boffo dalla cintola in giù. Mi dispiace di non essere un prete pedofilo o almeno un semiprete omosessuale o un conduttore di sinistra, ma di essere semplicemente un giornalista che non può godere, quindi, della protezione dei vescovi, nè diventare un martire dell’informazione”, afferma Feltri in una dichiarazione.
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Le motivazioni: il caso Boffo. Il procedimento nei confronti di Feltri era stato avviato dopo i casi Boffo e Farina ( l?esposto è stato presentato dalla Società Pannunzio per la libertà d?informazione) e dopo la pubblicazione di un articolo sul presidente della Camera Gianfranco Fini. L’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha diffuso le motivazioni che hanno portato alla sospensione: le sanzioni riguardano la vicenda  Boffo e il cosiddetto caso Farina. Il direttore de Il Giornale è stato invece assolto per il caso del pezzo pubblicato su Fini, poiché “ha agito nell’ambito del diritto di cronaca e di critica”. Il provvedimento, tuttavia, non sarà esecutivo fino al decorso del termine di impugnazione, come prevede l’articolo 60 della legge professionale. Il consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, per quanto riguarda il caso Boffo, “ha comminato la sospensione di sei mesi a Vittorio Feltri per la pubblicazione di una serie di articoli in cui ha attribuito – falsamente – al tribunale di Terni informazioni non vere, relative al collega Dino Boffo (ex direttore dell’Avvenire) violando gli articoli 2 e 48 della legge istitutiva dell’Ordine, la n.69 del 1963 e la Carta dei Doveri del giornalista che prevede la pubblicazione di notizie vere e verificate, il dovere dell’attendibilità della fonte e la rettifica tempestiva in caso di notizie pubblicate inesatte”.
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La fiducia tra stampa e lettori. Secondo l’Ordine della Lombardia, “il comportamento di Feltri ha violato non solo la dignità e l’onore del collega Boffo, ma ha anche compromesso il rapporto di fiducia tra stampa e lettori”. Per quanto riguarda il caso Fini – un articolo pubblicato su Il Giornale nel quale si faceva riferimento a presunte inchieste che avrebbero coinvolto lo stesso presidente della Camera, ex parlamentare di An, vicende contenute in alcuni dossier – l’Ordine assolvendo Vittorio Feltri ha osservato che “nel caso specifico ha agito nell’ambito del diritto di cronaca e critica”.
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Il caso Farina. Sul caso Farina infine (l’ex vicedirettore de Il Giornale sospeso a vita dall’Ordine dei giornalisti) l’organo di autocontrollo dei giornalisti lombardi ha comminato la sospensione di 2 mesi allo stesso Feltri “per aver consentito, fermo restando il diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione, nella sua qualità di direttore responsabile, prima di Libero e poi de Il Giornale, la pubblicazione di circa 270 articoli a Renato Farina, ex giornalista radiato dall’Ordine”. E ciò “consentendo a Farina di eludere gli effetti del procedimento inflittogli dallo stesso Ordine professionale”. In questo modo, secondo l’Ordine lombardo “Feltri ha egli stesso sostanzialmente vanificato e deligittimato apertamente la funzione disciplinare dell’Ordine, violando così gli articoli 2 e 48 della legge numero 69 del 1963”. Il Consiglio dei Giornalisti della Lombardia ha tuttavia “inteso la sospensione di 2 mesi relativa al procedimento Farina assorbita dalla maggior sanzione (caso Boffo) comminando quindi la sospensione complessiva di 6 mesi”. Le motivazioni delle sentenze saranno depositate nei prossimi giorni.
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“Faremo ricorso”. “Quella dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia nei confronti di Vittorio Feltri è una sentenza profondamente ingiusta e sbagliata”. Così l’avvocato Gabriele Fava, legale del direttore de Il Giornale, commenta la sanzione. “Faremo ricorso contro questo provvedimento non appena saranno rese note dall’Ordine della Lombardia le motivazioni – aggiunge l’avvocato Fava – La sospensione, tuttavia, non sarà esecutiva fino alla decisione dell’Ordine nazionale dei giornalisti a cui appunto ricorreremo in appello”.
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Le reazioni: Lupi (Pdl). “Ancora una volta abbiamo la prova che nel nostro Paese esistono due pesi e due misure. Ieri sera Santoro ha messo in onda tre ore di puro odio attaccando senza mezzi termini il presidente del Consiglio, oggi apprendiamo che l’ordine dei giornalisti ha deciso di sospendere il direttore del Giornale Vittorio Feltri. La decisione nascerebbe dal caso Boffo. Peccato che Feltri abbia già abbondantemente chiesto scusa riconoscendo il proprio errore. Al contrario, non mi risulta che Santoro abbia chiesto scusa per il festival della parolaccia di Bologna”. E’ quanto afferma il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi. “Sono sicuro, però, che a Santoro non accadrà niente, così come sono sicuro -sottolinea l’esponente del Pdl- che i difensori della libertà di informazione non si stracceranno le vesti per Feltri, oggetto di una misura che sa tanto di ritorsione”.
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Formigoni. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha espresso “piena” solidarietà a Vittorio Feltri. “Una barbarie – ha affermato – contro la libertà di stampa, un gesto di pura intimidazione per scoraggiare tutte le voci scomode e mandare un segnale ai giornalisti che ogni giorno raccontano il Paese, i suoi vizi e le sue virtù, ma si macchiano del terribile peccato di non essere antiberlusconiani”. “Chi sgarra – ha concluso – viene messo nel mirino di censori, pubblici ministeri e assemblee di redazione strumentalizzate, con l’unico risultato che mentre il mondo dell’editoria mondiale sta cambiando radicalmente troppi media italiani perdono tempo in una caccia alle streghe a senso unico”.


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26 marzo 2010
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CASO MILLS – Processo a Berlusconi, ammessi 19 testi. Ghedini: «Impossibile difendersi»

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Udienza al 16 aprile con l’accusa di corruzione dell’avvocato Mills

Processo a Berlusconi, ammessi 19 testi
Ghedini: «Impossibile difendersi»

Il difensore: «In questo modo non sarà possibile provare l’estraneità del presidente Berlusconi alle accuse»

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MILANO – I giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano hanno ammesso 19 testimoni al processo in cui Silvio Berlusconi è imputato per corruzione in atti giudiziari in relazione al «caso» dell’avvocato inglese David Mills. Degli oltre 70 testimoni chiesti dalla difesa del premier, ne sono stati ammessi soltanto 12, tra cui Flavio Briatore. Tutti gli altri sono stati definiti dal collegio «superflui». Il tribunale ha invece ritenuto utile la deposizione di 5 persone indicate dal pm Fabio De Pasquale, tra i quali l’armatore Diego Attanasio, dal quale Mills ha sempre detto di aver ricevuto la presunta somma corruttiva di 600mila dollari. Infine, per i giudici è utile anche ascoltare i 2 consulenti della difesa e dell’accusa. Proprio quest’ultimo verrà sentito nella prossima udienza fissata per il 16 aprile. I giudici del collegio hanno infatti rilevato che, vista la possibilità che venga promulgata la legge sul legittimo impedimento, occorre sentire testimoni «subito reperibili e non avviare rogatorie con l’estero». Alcuni dei testimoni che dovranno essere sentiti risiedono infatti in Paesi stranieri. Sostanzialmente è stata accolta la linea del pm che, a fronte della richiesta degli oltre 70 testi da parte degli avvocati del presidente del Consiglio, aveva detto, prima che cominciasse l’udienza, che «solo 13 persone dovevano essere sentite, il resto è solo per mandare il processo in prescrizione». Il collegio dei giudici in parole povere ha ricordato che la Cassazione decidendo per l’intervenuta prescrizione nel processo a Mills ha messo nero su bianco la sussistenza del fatto reato, di cui ha risposto il legale inglese e di cui adesso risponde Berlusconi.

GHEDINI – Niccolò Ghedini, uno dei difensori di Silvio Berlusconi, sulla decisione dei giudici di ammettere 19 testimoni invece dei 73 chiesti dalla difesa commenta: «Con questa ordinanza ci viene negata la possibilità di difenderci in questo processo». «Sono stati negati gli accertamenti bancari sui movimenti finanziari, si è deciso di non sentire il testimone che aveva gestito il fondo della movimentazione nella presunta corruzione – ha aggiunto l’avvocato Ghedini – in questo modo non sarà possibile provare l’estraneità del presidente Berlusconi alle accuse». «Ci sono negati i testimoni e sono ammessi solo quelli che possono interessare alla Procura della Repubblica – ha proseguito Ghedini -. Ci muoveremo come al solito, staremo qui a fare il processo con quello che ci danno, sperando che ci sia un giudice superiore che vada a rimediare a queste storture».

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Redazione online
26 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_marzo_26/processo-berlusconi-mills_43e1c224-38c6-11df-97c8-00144f02aabe.shtml

«Denudato e picchiato in classe»: Indagata una maestra nel Ferrarese

https://i0.wp.com/www.unita.it/img/upload/image/AREA%202%20304x254/ITALIA/pistoiasilo1.jpgLa foto ritrae l’ingresso dell’asilo di Pistoia, di un altro episodio avvenuto un anno fa e a cui fa riferimento il video dopo la notizia (guardatelo)

A raccontare la vicenda sarebbero stati gli amici del bambino umiliato

«Denudato e picchiato in classe»
Indagata una maestra nel Ferrarese

E’ accaduto in un asilo. L’insegnante ha presentato le dimissioni, la procura apre un’inchiesta

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MILANO – Nudo, in mezzo alla classe, colpito dai compagni. Era questa la punizione riservata dalla maestra a un bambino di sei anni di un asilo di Ferrara, quando faceva i capricci. A riportare la vicenda è il sito Quotidiano.net, secondo il quale la piccola vittima è stata trasferita in un’altra scuola materna mentre l’insegnante sott’accusa ha rassegnato le dimissioni.

LA VICENDA – «Siamo sconvolti», dicono i genitori. «Non riusciamo a capacitarci – spiegano – di come questo possa essere avvenuto e ora vogliamo la verità». E’ stato il dirigente del circolo didattico a raccontare ai genitori quello che era successo. «Si è scusato con noi – spiegano – era mortificato, diceva di aver già parlato con quell’insegnante, la quale si era subito dimessa, e che aveva già provveduto ad avviare un procedimento nei suoi confronti. A raccontare quel che succedeva in classe per la prima volta sarebbe stato il migliore amico del bimbo; sua madre poi, dopo essersi confidata con altri genitori e avere ottenuto conferme, si sarebbe presentata dal dirigente. «Ora nostro figlio – riprendono i genitori – non vuole nemmeno più parlare con quel bambino perché forse, anche lui, era tra quelli costretti a colpirlo dall’insegnante». La procura minorile ha aperto un’inchiesta, la maestra è stata indagata per maltrattamenti verso fanciulli.

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Redazione online
26 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_26/violenze-asilo-ferrara_ae9fd736-38c6-11df-97c8-00144f02aabe.shtml

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PER RIFLETTERE

L’ASILO DEGLI ORRORI – attenzione: immagini forti

04 dicembre 2009

l’asilo degli orrori: QUELLO CHE NON VI HANNO FATTO VEDERE..

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09 dicembre 2009

UN SILENZIO CHIAMATO OMERTA’ – Elisa, il corpo trovato in gennaio. Il viceparroco sapeva e ha taciuto / Italia, oltre 25mila persone scomparse. I minori mai ritrovati sono 10mila

Elisa, il corpo trovato in gennaio. Il viceparroco sapeva e ha taciuto

http://www.bournemouthecho.co.uk/resources/images/1079984/?type=display

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di Roberto Brunelli

tutti gli articoli dell’autore

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Fu trascinata nel sottotetto della Santissima Trinità. Non si sa se già morta o ancora viva. I pantaloni li hanno trovati sbottonati e arrotolati intorno a una gamba. Il reggiseno era aperto. I rilievi fatti sui resti di Elisa Claps, così vien fatto sapere da fonti giudiziarie, questo dicono. Ma non dicono perché tutti smentiscano tutti in questo fosco pomeriggio lucano: perché più si avvicina la verità più la verità appare diabolicamente opaca sulla fine della sedicenne che il 12 settembre 1993 scomparve nel nulla, finché, pochi giorni fa, sono stati trovati i suoi resti «in stato molto precario» nel sottotetto di una chiesa. Quella che in queste ore va in scena a Potenza è la fiera delle verità contrapposte.

Versione numero uno: il corpo murato nel sottotetto e rinvenuto ufficialmente il 17 marzo in realtà sarebbe stato scoperto già a gennaio dalle donne delle pulizie. Queste ne avrebbero parlato con il viceparrocco della Ss Trinità, Don Vagno e, forse, anche con il suo superiore, Don Ambrogio. Chi sapeva? E perché, se sapeva, ha taciuto del fatto che ci fossero dei resti umani – pare sia stato trovato anche il teschio – nel sottotetto della chiesa? Perché non si è sporto denuncia? Parlano, le medesime fonti giudiziarie di precisi riscontri scientifici: gli esami effettuati dalla scientifica avrebbero rilevato la presenza di «tracce» di passaggi avvenuti prima del 17 marzo.

Don Vagno, un trentatreenne brasiliano dall’italiano stentato, tace, nel chiuso del suo alloggio nel seminario maggiore, ma agli inquirenti avrebbe confermato il fatto. Nel frattempo, il suo superiore, ossia il parroco della Ss Trinità, Don Ambrogio Apakta, nega di aver mai saputo del cadavere. Il vescovo della città, monsignor Agostino Superbo, chiede «perdono al Signore per quanto non abbiamo fatto per la famiglia di Elisa e per la ricerca della verità», ma ribadisce anche di aver saputo del ritrovamento «solo mercoledì mattina» e di averne parlato successivamente con il questore di Potenza, Romolo Panico, «perché ho avuto l’impressione che qualche aspetto dovesse essere approfondito».

Curiosamente, la Curia ha annunciato ieri pomeriggio una conferenza stampa congiunta con la Questura, che pochi minuti dopo l’ha smentita. Curiosamente, per tutta la giornata era apparso che anche Don Ambrogio «sapesse», ma non è indagato. Versione numero due: le due donne delle pulizie che avrebbero trovato i resti di Elisa negano tutto. Figlia e madre, Annalisa Lo Vito e Margherita Santarsiero, negano di aver trovato i resti di Elisa e negano di averne parlato con Don Vagno, sacerdote da appena un anno. «Mente. Sono tutte bugie. Mia madre non riesce più a dormire, sta male da sabato». Le hanno prelevate e le hanno interrogate in Questura per ore.

«Senza farci bere né mangiare», ricorda Annalisa. «Siamo salite sul terrazzo la prima volta lo scorso 10 marzo con Don Ambrogio e con gli uomini della ditta che incaricata dei lavori di riparazione. Ci sono stata solo pochi attimi, perché sono subito scesa giù per mostrare agli operai da dove provenisse la perdita d’acqua. Io con certezza so che non ho mai trovato alcun cadavere, e l’ho detto anche a Don Vagno, quando sono stata messa a confronto in Questura».

Ma alla Procura di Salerno che ha in carico il caso sono oramai certi che almeno Don Vagno conoscesse la verità e abbia taciuto. Gli investigatori stanno continuando gli interrogatori, sopratutto tra i giovani che in passato hanno frequentato il circolo Newman che si trova al terzo piano della canonica. Sull’indagine la polizia ostenta una certa sicurezza. Il questore: «L’obiettivo principale è quello di individuare il responsabile o i responsabili dell’omicidio di Elisa». Antonio Manganelli, capo della polizia, al Viminale: «Sì, credo che a breve avremo delle novità». È a questa speranza che si aggrappa la famiglia di Elisa, che ha parlato attraverso un comunicato diffuso da Chi l’ha visto?: «Se dovesse essere confermato che il corpo di Elisa è stato ritrovato a gennaio un altro insulto sarà consumatoa alla memoria di Elisa e alla sua famniglia». Parole amare e terribili: «Diciasette anni di dolore non hanno impedito ancora una volta che il silenzio, l’omertà, la tutela di interessi che nulla hanno a che vedere con i valori cristiani prevalessero sulla pietà che si doveva a un corpo straziato». Per oggi, forse l’unica verità è questa.

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26 marzo 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=96677

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Italia, oltre 25mila persone scomparse
I minori mai ritrovati sono 10mila

Il Viminale diffonde i dati della quarta relazione semestrale
I cadaveri non ancora identificati sono 829

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ROMA (25 marzo) – Sono 25.229 le persone nell’elenco delle persone scomparse e mai ritrovate in Italia: ben 91.087 dal 1974 ad oggi, di cui 65.858 ritrovati. Del resto non c’è ancora traccia. Tra questi ultimi, circa 10mila sono minori, quasi tutti stranieri. I cadaveri che non hanno un volto né un nome sono invece 829 e giacciono negli obitori e negli istituti di medicina legale. Sono questi i dati della quarta relazione semestrale sulle persone scomparse diffusi oggi dal Viminale.

Due le novità che dovrebbero favorire il ritrovamento delle persone scomparse: una circolare del Dipartimento di pubblica sicurezza che invita a far partire subito le indagini perché, se si spreca il tempo successivo alla scomparsa, si rischia di perdere definitivamente le tracce di chi si cerca; e la creazione del Risc, il sistema informativo ricerca scomparsi, un grande archivio elettronico che cataloga e gestisce tutte le informazioni sulle persone scomparse e sui cadaveri non identificati, con la possibilità di incrociare i dati.

Le regioni con il più alto numero di scomparsi sono il Lazio (6.479), la Lombardia (3.490), la Campania (3.198) e la Sicilia (2.382). Anche i cadaveri senza nome sono più numerosi in Lazio (205), Lombardia (141) e Sicilia (117). Rispetto al 2008, nel 2009 i ritrovamenti sono aumentati del 12%, gli scomparsi del 2%.

Prefetto Penta: dato su minori sconta vizio di origine. Il commissario straordinario del Governo alle persone scomparse Michele Penta ha sottolineato come «il fenomeno resta preoccupante, ma il dato sui minori sconta un vizio di origine. Si tratta spesso di ragazzi stranieri che fuggono volontariamente dagli istituti o dalla comunità di cui sono ospiti e poi, se fermati, dichiarano di volta in volta false generalità contribuendo così a moltiplicare i casi degli scomparsi». Il 53% dei minori scomparsi, quasi tutti stranieri, si è allontanato da istituti o comunità; il 25% si è allontanato volontariamente dalla famiglia; per il 10% si tratta di un caso di sottrazione da coniuge; l’1% è possibile vittima di reato; per l’11% la causa della scomparsa non è stata determinata.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=95918&sez=HOME_INITALIA

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ATTENZIONE! Avete visto questi minori?
JASMINE ELEONORA SBARAGLI
Scomparso dal:
1-gen-2009
LUCCA Italia
KARIM DHAHRI
Scomparso dal:
13-mag-2005
REGGIO EMILIA Italia
ESTER CAVANI
Scomparso dal:
1-giu-2004
MODENA Italia


ANNA MARIA CAVANI
Scomparso dal:
1-giu-2004
MODENA Italia
NEVE ADELE FIORENTINO
Scomparso dal:
11-giu-2008
BRESCIA Italia

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“Tangente per alzare il prezzo di un farmaco”: Indagato senatore Pdl

L’INCHIESTA

“Tangente per alzare il prezzo di un farmaco”. Indagato senatore Pdl

https://i1.wp.com/www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/C/cursi_adn--400x300.jpgCesare Cursi, Pdl

Lui: falso. «Medici corrotti con 2,7 milioni»

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MILANO — Una tangente di 100.000 euro stanziata nel 2005 dal colosso farmaceutico Ferring per un mediatore e per un senatore, allora sottosegretario alla Salute nel secondo governo Berlusconi e oggi responsabile nazionale per la Sanità del Pdl, allo scopo di far registrare il nuovo farmaco anti-infertilità Meropur al prezzo maggiore (3 euro in più a fiala) voluto dalla società produttrice. E fondi neri aziendali per 2 , 7 milioni d i euro nel 2002-2006, creati con false fatture d’acquisto di decine di migliaia di «libri scientifici», per corrompere medici e far sì che sempre più endrocrinologi prescrivessero ai pazienti l’ormone della crescita commercializzato Zomacton dalla ditta. Per queste due imputazioni di corruzione la Procura di Milano, oltre a indagare il senatore del Pdl Cesare Cursi e i vertici dell’epoca della multinazionale farmaceutica Ferring (culla in Svezia, base in Svizzera, 3.700 dipendenti e 850 milioni di euro di fatturato in 45 Paesi), chiede al gip Gaetano Brusa che la divisione italiana, ora affidatasi all’avvocato Massimo Dinoia, sia temporaneamente interdetta dal contrattare con il Servizio Sanitario Nazionale.

L’indagine dei pm Laura Pedio e Antonio Pastore nasce dalla scoperta, in una verifica fiscale della Guardia di Finanza, delle anomale fatturazioni tra l’azienda e una libreria di Chieti Scalo che le avrebbe venduto 86.000 libri scientifici quando il suo magazzino risultava aver trattato mille volumi in tutto. Spiegano ai pm il mistero alcuni dirigenti interni o responsabili regionali degli informatori scientifici, raccontando come chi non raggiungeva i budget prefissati venisse convocato e denigrato in pubblico: «La direzione commerciale ci chiese di stipulare una sorta di accordo nel quale la remunerazione del medico era in funzione al numero di pazienti che il medico procurava» nel mercato degli ormoni della crescita, conteso tra pochi prodotti e quasi tutti uguali, dove dunque era cruciale «fidelizzare» quanti più possibili fra i 650 specialisti del ramo. Anche con «un vero e proprio tariffario» della corruzione: « 2.000 euro per nuovo cliente acquisito, poi 1.500 euro all’anno per cliente mantenuto in terapia». Risultato delle vendite: +53% rispetto al 2000, con punte persino del 77%. La casa madre sapeva? L’amministratore delegato Michel Pettiglew, mette a verbale un ex direttore generale, «disse che, se era importante per il business, bisognava assumere il rischio e sistemare le carte, cioè dare una veste formale spendibile » . Che dal 2007, quando cambiano le normative sui libri, diventa invece un boom di «donazioni a Onlus collegate ai medici prescrittori del farmaco, e parametrate al numero di nuovi pazienti».

A un certo punto l’azienda, per sostituire sul mercato dei farmaci contro l’infertilità il suo Menogon venduto a 7 euro a fiala, vuole registrare il nuovo Meropur a 18 euro a fiala; ma trova l’iniziale opposizione a 14 euro dell’Agenzia del farmaco (Aifa). Alla fine spunta un prezzo sui 17 euro. Come? «Nell’estate 2004 — ammette un ex direttore generale— Gilles Pluntz (vicepresidente per il Sud Europa, ndr) e Pettigrew ci chiesero di trovare un santo in paradiso, un Godfather per dirla proprio come dissero loro». C’è il senatore Cursi, propone il consulente di aziende farmaceutiche Matteo Mantovani, che da Ferring con false fatture si fa dare 100.000 euro, metà per sé e metà asseritamente per l’allora sottosegretario, poi membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficienza degli ospedali. Corruzione? O millanteria? «Non conosco la Ferring— dice Cursi, già capo della segreteria di Amintore Fanfani, interpellato dal Corriere —. Conosco bene Mantovani, promuoveva molte aziende, era persona amodo. So che poi ha avuto problemi, ma sono problemi suoi» (nel 2008 è stato arrestato a Roma con l’accusa d’aver corrotto un funzionario Aifa): «Non so cosa dicesse all’azienda, io di certo non ho preso soldi da lui, né avrei potuto intervenire sul prezzo». Alcuni dirigenti Ferring riferiscono però di un incontro tra Mantovani, Cursi e l’allora direttore generale di Ferring, nel quale il senatore avrebbe preso appunti sulla richiesta dell’azienda, domandato a Mantovani se l’altra persona fosse un amico, e, alla risposta positiva, spiegato che avrebbe avuto bisogno di un piacere, e cioè di un lavoro temporaneo per una parente. In effetti una stretta familiare del senatore risulta aver avuto 5.600 euro per un lavoro da giugno a settembre 2005 in una società collegata (Prex spa). E gli inquirenti stanno anche esaminando la natura di 97.000 euro di flusso da società di Mantovani alla familiare del senatore tra il 2004 e il 2007.

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Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it

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26 marzo 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_26/tangente-senatore-indagato-cursi-ferrarella_e10a5dc6-38a4-11df-97c8-00144f02aabe.shtml

Rai, meno spot e più debiti: con i politici-padroni conti in rosso

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INCHIESTA ITALIANA/ Oltre 200 milioni di entrate pubblicitarie persi nel 2009
Più i 52 mln cancellati con l’addio a Sky. Il bilancio 2009 chiuderà in grave perdita

Rai, meno spot e più debiti
con i politici-padroni conti in rosso

Perché il servizio pubblico perde tanti soldi mentre i concorrenti privati macinano utili?
Qual è lo stipendio medio di un dipendente di Viale Mazzini, quale la sua produttività?

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di ETTORE LIVINI e ALDO FONTANAROSA

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Rai, meno spot e più debiti con i politici-padroni conti in rosso
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ROMA – Oltre 200 milioni di entrate pubblicitarie (dati Nielsen) andati in fumo nel 2009. Altri 52 milioni di ricavi l’anno cancellati con l’addio a Sky. Più, dulcis in fundo, i 4 milioncini in spot già persi in queste settimane  –  “ma recuperabili”, assicura il dg Mauro Masi  –  con la serrata forzata dei talk show. La Rai fatica sempre di più a far quadrare i suoi conti. Il bilancio 2009 chiuderà con una perdita sensibile (si parla di 45 milioni) grazie solo a una sforbiciata ai costi (100 milioni) in zona Cesarini e a un po’ di cosmesi finanziaria. Il 2010 andrà ancora peggio. E il rischio di una lenta eutanasia finanziaria risulta ormai chiaro persino ai vertici di Viale Mazzini: “Senza interventi sul canone lo squilibrio economico sarà tale da compromettere in tempi brevi la continuità aziendale”, ha messo nero su bianco Masi in una lettera riservata inviata a fine 2009 a Tremonti, Scajola e al presidente dell’Autorità per le Comunicazioni, Calabrò.
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La tv pubblica è in stallo strategico. Da qui al 2012 deve trovare 300 milioni da investire per non perdere il treno delle nuove tecnologie. E il rischio a medio termine – scrive Masi nella missiva – è chiaro: “Un ruolo sempre più marginale nel nuovo contesto digitale”. Condito – ammette il verbale del collegio sindacale della Rai, il 16 dicembre – “da un ridimensionamento dell’offerta generalista gratuita e dalla dismissione di asset industriali con riflessi occupazionali”.
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Il quadro è nero. E il paradosso tutto italiano è sempre lo stesso: il destino (e il vertice) della Rai è in mano a un governo guidato dal socio di riferimento del suo principale concorrente. Che – come dimostrano le intercettazioni dell’inchiesta di Trani – non ha perso il gusto a fare il capo-azienda (la sua). Qual è il reale stato di salute della Rai? Perché la tv pubblica perde un fiume di denaro mentre Mediaset e Sky continuano a far soldi a palate? Quanto pesa la politica a Viale Mazzini? Repubblica ha spulciato bilanci e documenti  interni. Ecco i risultati.


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SE LO STATO EVADE IL CANONE
Quali sono le fonti di entrata della Rai? In sostanza due: il canone e la pubblicità. Ogni 100 euro incassati da Viale Mazzini 50,4 arrivano dall’abbonamento (1,6 miliardi nel 2008) e 37 dagli spot (il resto da convenzioni con lo Stato e da cessione di diritti). Il tasso d’evasione sull’imposta per la tv è in crescita costante: a inizio millennio viaggiava al 21%, oggi siamo a un soffio dal 28%, contro una media europea dell’8%.
In Campania e Sicilia, le partite di Napoli e Palermo (squadre in odore di Champions) registrano ascolti da primato sia su Sky che su Mediaset Premium. E i tifosi pagano per vedere le gare senza farsi problemi. Ma quando si tratta di versare il canone, 45 famiglie campane e 41 siciliane ogni 100 se ne dimenticano. Tradotto in soldoni, l’evasione costa 550-600 milioni di mancate entrate l’anno per le reti pubbliche, quanto basterebbe per dare loro totale sicurezza finanziaria. Non solo.
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A gennaio 2010, il consigliere d’amministrazione Nino Rizzo Nervo ha denunciato il fenomeno della “evasione di Stato”. Molti tra Comuni, Regioni, ministeri, ospedali non pagano l’imposta. E dimenticano di onorarlo centinaia di imprese, banche, studi professionali. In tutta Italia solo 188mila soggetti extra-famiglie onorano l’abbonamento con un gettito bonsai da 58 milioni.
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Se il canone è al palo, ancor meno soddisfazioni arrivano dagli spot. Nel 2009 sono calati del 16,8%, aprendo un buco di 223 milioni (dati Nielsen) a bilancio. Mediaset (meno 8,4%) è andata molto meglio. Una costante: dal 2004 a oggi, il Biscione ha visto i ricavi pubblicitari salire in Italia del 12% mentre quelli della Rai sono crollati con tassi a due cifre. Le reti del premier hanno un appeal irresistibile per i grandi inserzionisti: nel 2009 – calcola lo studio Frasi – le tv di Stato hanno perso il 2,12% di share e il 2,05% dell’intera torta pubblicitaria. Mediaset ha visto l’audience scendere dello 0,64% ma – miracolo italiano – porta a casa una crescita (+1,23%) della sua fetta. La Rai, tra l’altro, compete con l’handicap: Sipra (che raccoglie la sua pubblicità) è senza amministratore delegato dall’autunno e nessuno si è sentito in dovere di sostituirlo.
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LE ENTRATE INGESSATE
C’è margine per far salire le entrate? Poco, per limiti strutturali ed errori strategici. Il canone italiano è il più basso d’Europa: 109 euro contro i 215,76 della Germania o i 263,3 dell’Austria. E cresce meno dell’inflazione (+10 percento in sei anni). Le entrate dell’abbonamento dovrebbero per legge essere sufficienti per garantire il servizio pubblico. Ma tra il 2005 e il 2008 il “buco” su questo fronte  –  come emerge dalla contabilità separata di Viale Mazzini  –  è stato di 1,01 miliardi. Una voragine che il ministero dell’Economia ha “il potere-dovere di colmare” come scrive il collegio sindacale dell’azienda chiedendo ritocchi adeguati o più lotta all’evasione.
L’appello è per ora caduto nel vuoto per l’impopolarità politica di una campagna contro gli evasori. Anzi: i giornali più vicini al socio di riferimento Mediaset hanno lanciato campagne un po’ sospette per il boicottaggio dell’abbonamento. E la proposta di agganciarlo alla bolletta elettrica in chiave anti-elusione, come già si fa in Grecia, sostenuta dal consigliere d’amministrazione Angelo Maria Petroni, è ancora al palo. Ora il direttore generale della Rai Masi crea una task-force con l’obiettivo di mettere a punto  –  insieme al ministero per lo Sviluppo Economico  –  una nuova strategia anti-evasione. A capo della task-force, c’è il responsabile delle Relazioni istituzionali della tv di Stato, Marco Simeon, dirigente già in Mediobanca, vicinissimo all’Opus Dei.
Il budget pubblicitario prevede per il 2010 un +3,9% di spot. Qualcosa come 40 milioni di entrate aggiuntive. Che però non bastano a coprire nemmeno i 52 milioni di ricavi cancellati dal bilancio con l’uscita dei canali Rai da Sky. Pesa anche la rinuncia strategica alla pay-tv, una prateria che è terreno di conquista per Mediaset: i canali Premium del Biscione garantiscono già oggi 560 milioni di fatturato aggiuntivo (e utili dal 2010) a Cologno.
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IL NODO DEI COSTI
Quanto costa la Rai? Risposta semplice: molto più dei concorrenti privati, anche per gli obblighi legati al servizio pubblico, come il network di sedi regionali. Viale Mazzini ha 13.366 dipendenti (la metà della Bbc e della tv statale tedesca Ard che pure hanno share minori) tra cui 2.006 giornalisti – il quadruplo di Mediaset e sette volte quelli di Sky – 345 dirigenti, 128 orchestrali e coristi e persino 12 medici ambulatoriali. Ogni lavoratore Rai, calcolano con precisione chirurgica gli analisti di R&S Mediobanca, costa 89mila euro (81mila quelli del Biscione, 50mila da Murdoch) ma produce “solo” 278mila euro di fatturato contro i 659mila degli uomini di Cologno e 673mila da Murdoch. Su 100 euro incassati da viale Mazzini, 32,3 servono per pagare gli stipendi, contro i 12,3 di Mediaset e i 7,4 di Sky.
Più costi, naturalmente, si traducono in meno utili. Il margine operativo netto della società guidata da Mauro Masi è di 2,1 euro ogni 100 di entrate. I network di Berlusconi (24 euro su 100 di utili) e quelli del tycoon australiano (11,1) fanno molto meglio.
Quanto investe la Rai? Poco, dice chi ci lavora sul campo, lamentando mezzi tecnici obsoleti. Un’impressione che trova conferme puntuali sul bilancio. Viale Mazzini apre ancora il portafoglio per i diritti – specie per le fiction – ma poco per gli impianti. La spia è la percentuale di investimenti materiali già ammortizzati, indice che misura la rotazione delle attrezzature (per cui a valore più alto corrisponde un magazzino più vecchio): la Rai è all’81,8%, Mediaset al 64%. Sky al 59%.
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L’EUTANASIA FINANZIARIA
La pubblicità in crisi, i costi alti, l’addio al satellite e le incertezze strategiche hanno un risultato scontato: la Rai è in pesante passivo. Non solo: per la prima volta nel 2009 ha fatto debiti con le banche (attingendo a un finanziamento da 200 milioni). Quanto perderà nei prossimi anni? Il 2009 si chiuderà con un rosso di circa 45 milioni, malgrado un taglio dei costi di 100 milioni rispetto al budget e grazie a operazioni di finanza creativa (viene azzerata una riserva rischi straordinari pari a 40 milioni). Il budget prevede un 2010 in perdita per 118 milioni anche per i costi di Mondiali di Calcio e Olimpiadi invernali e un buco simile dovrebbe aprirsi nei conti 2011. Quasi 300 milioni in fumo destinati ad assottigliare sia il tesoretto a disposizione per gli investimenti che i 576 milioni di capitale di Rai Spa.
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IL PREZZO DELLA POLITICA
Quanto pesa la politica? Ancora molto. E non solo nella nomina ai vertici di viale Mazzini di cda disegnati con il manuale Cencelli, abilissimi a filtrare umori (e telefonate) dei palazzi romani ma spesso di dubbia competenza. La Rai paga decine di dirigenti e direttori per non fare niente. Sono gli epurati, i “trombati”, gli uomini e le donne che uno spoil-system rigorosamente bipartisan rottama quando arriva al potere, per fare posto ai paladini di turno. Lo scorso 17 dicembre, in pochi minuti, sono stati nominati 22 nuovi vicedirettori tra cui 5 per Rai International (società in ristrutturazione con 50 giornalisti in organico e due vice-direttori già a ruolo ma inattivi). La Corte dei Conti ha riaperto nelle ultime settimane un’istruttoria sul parcheggio dei dirigenti e dei direttori giornalistici nulla-facenti. E la Corte dei Conti si occupa anche di Alfredo Meocci, direttore generale nominato malgrado la manifesta incompatibilità nel 2005. Costato 14 milioni di multa a viale Mazzini.
Sempre a proposito dei costi della partitocrazia, ci sono dirigenti ormai usciti dalla scena  –  nel pieno di clamorosi casi politici – che provano a rientrare dal portone principale della Rai accompagnati da risarcimenti milionari. Sono passati due anni dalle telefonate tra Berlusconi e Agostino Saccà. In quelle chiamate, il Cavaliere raccomandava un’attrice a Saccà, potente capo di RaiFiction. Berlusconi voleva blandire un senatore del centrosinistra, portarlo dalla sua parte e togliere la maggioranza al governo Prodi. Saccà pagò il caso con l’allontanamento dal suo potentato. A febbraio 2009, la Procura di Roma ha archiviato le posizioni di Berlusconi e Saccà. A luglio, il Tribunale di Roma ha riconosciuto a Saccà una indennità di preavviso, ma non il reintegro nella Rai che il dirigente aveva intanto lasciato. Ora Saccà conduce una nuova offensiva, a colpi di carte bollate.
Il 28 gennaio scorso, il direttore generale della Rai Masi informa il consiglio di amministrazione che Saccà minaccia una richiesta di risarcimento di 10 milioni. E descrive un possibile accordo pacifico che prevede intanto il pagamento a Saccà di 1,2 milioni netti. Non solo. Saccà verrebbe beneficiato di un contratto quadriennale in favore della sua nuova società di produzione – la August’s Sun di cui è socio e amministratore unico – che fornirebbe sceneggiati della tv di Stato.
Altra incognita per i conti aziendali, dunque, è il contenzioso. Ci sono cause eccellenti, come quelle minacciate da Saccà; ci sono le cause dei precari. In viale Mazzini tra il 2006 e il 2007 ben 539 dipendenti hanno lasciato l’azienda grazie agli incentivi. Peccato (per i conti Rai, s’intende) che, mentre questi 539 uscivano dalla porta, altre 600 entravano dalla finestra, assunti per ordine del giudice, dopo anni ed anni di precariato.
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UNO SHARE DI TERZA ETA’
Esiste un reale rischio finanziario per la Rai? Nel 2008, la Cgil lanciò per prima l’allarme, dopo aver passato ai raggi X i conti aziendali dal 2002 al 2006. L’indagine segnalava, tra l’altro, un pesante rischio anagrafico per la tv di Stato. Lo share, in effetti, tiene, ma gli spettatori di viale Mazzini sono sempre più vecchi, un target poco ambito dalla pubblicità. L’età media degli ascoltatori è stata nei primi due mesi 2010  –  calcola la Barometro di Luigi Ricci  –  di 57 anni contro i 56,7 di un anno fa. Nel target commerciale (15-64 anni)  –  quello che orienta le spese degli inserzionisti  –  lo share della Rai è sceso di quasi 5 punti (dal 39,6 al 34,9%) tra il 2004 e il 2009 mentre quello del Biscione è rimasto al 42% Certo, l’azienda lancia canali sul digitale terrestre per giovani (l’età media per gli ascoltatori di RaiGulp è 24,8 anni). Ma il pubblico dai capelli bianchi delle ammiraglie Rai è numeroso, quello di RaiGulp esiguo. Dribblare la crisi finanziaria, con un’audience di questo tipo, sarà ancora più complesso.
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26 marzo 2010
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Casini: “Il premier è un leader dimezzato. Si vede che è confuso”

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26/3/2010 (7:10) – INTERVISTA

Casini: “Il premier è un leader dimezzato. Si vede che è confuso”

Allearsi con Bersani? Deve mollare Di Pietro

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di CARLO BERTINI
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Il leader dell’Udc Pierferdinando Casini

ROMA
Passiamo dai giuramenti di Pontida,
ai falò di Calderoli e al trasferimento del Senato federale a Torino. E c’è ancora chi pensa che siamo governati da una maggioranza di persone serie. La cosa è stupefacente». Pier Ferdinando Casini sta per trasferirsi da Milano in Piemonte per dare man forte a Mercedes Bresso e fa un sobbalzo quando sente le parole con cui Berlusconi invita a non votare l’Udc anche se alleato con il centrodestra in alcune regioni chiave come Lazio e Campania. «Si vede che non ricorda di avermi implorato di stringere alleanze e che mi considera l’unico suo nemico se mentre sta a Bruxelles si occupa di noi invece che della crisi greca. Mi sembra confuso e disperato e da lunedì sarà un leader dimezzato se a vincere sarà la Lega contro la quale siamo noi l’unico baluardo».
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Visto che lo stato dei rapporti è questo, se la sentirebbe di dire che non sarà mai più alleato con il Pdl?
«Se la direzione di marcia è quella del populismo in salsa leghista, cioè Berlusconi, o la riedizione dell’Ulivo Bersani-Di Pietro, noi andremo soli anche alle prossime politiche».
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E allora, visto che lei ha definito “penosa” questa campagna, perché voi dell’opposizione avete subito l’agenda dei temi dettata dal premier?
«Noi abbiamo parlato di sanità, lavoro, famiglia. Ma questa è la stagione dei fuochi di artificio, manca solo la promessa sul bollo auto. Beninteso, sono gli ultimi fuochi, la gente è ormai disincantata rispetto alla politica delle promesse. E più Berlusconi ci attacca, chiedendo il voto utile, più sono contento, perché in molti si chiederanno: ma utile a chi? A lui e alla difesa dei suoi interessi?».
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Faccia una previsione: in quante regioni vincerete e che percentuale prenderà l’Udc?
«Noi abbiamo fatto una scelta semplice: andare da soli in molte realtà, al Sud contrastare una deriva di malgoverno, da Loiero a Bassolino; e al Nord bloccare la Lega. In Piemonte e in Liguria si sta cercando in modo fuorviante di spostare l’attenzione sui temi etici: la Lega sta alzando in modo vertiginoso il suo tasso di arroganza, non solo con noi, anche con il Pdl. Galan in Veneto si è spostato per fare spazio a Zaia e ora Bossi gli ha detto che lui è buono giusto per andare a pescare, non gli vogliono dare neanche un ministero. E allora dico ai piemontesi: prima di farvi padanizzare pensateci bene».
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Preferisce non azzardare pronostici?
«Noi avremo una doppia contabilità, una è quella dei voti e cercheremo di consolidare quel 6,5% delle europee. Ma poi i voti si pesano: se in alcune regioni avessimo una piccola flessione ma fossimo determinanti, ci metterei la firma. Per il resto, credo che in Piemonte sono molti i liberali e moderati che non hanno nessun interesse ad omologare la loro regione al Veneto».
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Se Cota e la Bonino invece la spuntassero, sarebbe un fallimento della vostra strategia?
«No, non si potrebbe trarre una conclusione del genere guardando solo a due regioni su tredici».
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Viceversa, se vincessero la Polverini e Caldoro, voi avreste contribuito a rafforzare il premier. O no?
«Se stessi nella logica di elezioni politiche sì, ma la rifiuto. E’ una critica che ci lascia del tutto indifferenti, perché è apparso chiaro che le alleanze variabili sono l’unico modo per non essere logorati né da una parte né dall’altra. E non penso sia in gioco il governo nazionale, anche perché più Berlusconi andrà avanti più gli sarà difficile giustificare non aver fatto nulla. La stessa rissa permanente tra Fini e Berlusconi dimostra che forse non aveva tutti i torti chi in tempi non sospetti aveva qualche dubbio e si è assunto la responsabilità di non accettare posti».
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Fini le ha mai dato ragione su questo punto in privato?
«No comment. Io procedo dunque per la mia strada con un’opposizione seria, poi è chiaro che il salto di qualità che noi faremo dando vita ad un nuovo partito dipenderà anche dalle modalità con cui si determineranno i fatti in casa d’altri. E con questo intendo lo sgretolamento dei partiti maggiori e lo scoppio delle contraddizioni tra Lega e Pdl, perché da domattina il vero oppositore del premier sarà Bossi».
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E con il Pd potrà mai costruire qualcosa di stabile?
«Bisogna essere onesti, Bersani ha cercato di mostrare ragionevolezza, ma il suo problema serio è la compagnia di giro che si porta dietro, se avrà coraggio di creare una discontinuità rispetto all’Ulivo. Perché se la strategia della nuova segreteria è passare da Veltroni che si libera di Rifondazione Comunista, al recupero del Prc di Bersani, c’è da mettersi le mani nei capelli. Deve avere il coraggio di solcare strade nuove, altrimenti pure se vincesse non riuscirà a governare. Dovrà mollare gli alleati impresentabili e con i quali non è possibile una convergenza politica nei fatti».

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