Rai, meno spot e più debiti: con i politici-padroni conti in rosso

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INCHIESTA ITALIANA/ Oltre 200 milioni di entrate pubblicitarie persi nel 2009
Più i 52 mln cancellati con l’addio a Sky. Il bilancio 2009 chiuderà in grave perdita

Rai, meno spot e più debiti
con i politici-padroni conti in rosso

Perché il servizio pubblico perde tanti soldi mentre i concorrenti privati macinano utili?
Qual è lo stipendio medio di un dipendente di Viale Mazzini, quale la sua produttività?

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di ETTORE LIVINI e ALDO FONTANAROSA

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Rai, meno spot e più debiti con i politici-padroni conti in rosso
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ROMA – Oltre 200 milioni di entrate pubblicitarie (dati Nielsen) andati in fumo nel 2009. Altri 52 milioni di ricavi l’anno cancellati con l’addio a Sky. Più, dulcis in fundo, i 4 milioncini in spot già persi in queste settimane  –  “ma recuperabili”, assicura il dg Mauro Masi  –  con la serrata forzata dei talk show. La Rai fatica sempre di più a far quadrare i suoi conti. Il bilancio 2009 chiuderà con una perdita sensibile (si parla di 45 milioni) grazie solo a una sforbiciata ai costi (100 milioni) in zona Cesarini e a un po’ di cosmesi finanziaria. Il 2010 andrà ancora peggio. E il rischio di una lenta eutanasia finanziaria risulta ormai chiaro persino ai vertici di Viale Mazzini: “Senza interventi sul canone lo squilibrio economico sarà tale da compromettere in tempi brevi la continuità aziendale”, ha messo nero su bianco Masi in una lettera riservata inviata a fine 2009 a Tremonti, Scajola e al presidente dell’Autorità per le Comunicazioni, Calabrò.
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La tv pubblica è in stallo strategico. Da qui al 2012 deve trovare 300 milioni da investire per non perdere il treno delle nuove tecnologie. E il rischio a medio termine – scrive Masi nella missiva – è chiaro: “Un ruolo sempre più marginale nel nuovo contesto digitale”. Condito – ammette il verbale del collegio sindacale della Rai, il 16 dicembre – “da un ridimensionamento dell’offerta generalista gratuita e dalla dismissione di asset industriali con riflessi occupazionali”.
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Il quadro è nero. E il paradosso tutto italiano è sempre lo stesso: il destino (e il vertice) della Rai è in mano a un governo guidato dal socio di riferimento del suo principale concorrente. Che – come dimostrano le intercettazioni dell’inchiesta di Trani – non ha perso il gusto a fare il capo-azienda (la sua). Qual è il reale stato di salute della Rai? Perché la tv pubblica perde un fiume di denaro mentre Mediaset e Sky continuano a far soldi a palate? Quanto pesa la politica a Viale Mazzini? Repubblica ha spulciato bilanci e documenti  interni. Ecco i risultati.


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SE LO STATO EVADE IL CANONE
Quali sono le fonti di entrata della Rai? In sostanza due: il canone e la pubblicità. Ogni 100 euro incassati da Viale Mazzini 50,4 arrivano dall’abbonamento (1,6 miliardi nel 2008) e 37 dagli spot (il resto da convenzioni con lo Stato e da cessione di diritti). Il tasso d’evasione sull’imposta per la tv è in crescita costante: a inizio millennio viaggiava al 21%, oggi siamo a un soffio dal 28%, contro una media europea dell’8%.
In Campania e Sicilia, le partite di Napoli e Palermo (squadre in odore di Champions) registrano ascolti da primato sia su Sky che su Mediaset Premium. E i tifosi pagano per vedere le gare senza farsi problemi. Ma quando si tratta di versare il canone, 45 famiglie campane e 41 siciliane ogni 100 se ne dimenticano. Tradotto in soldoni, l’evasione costa 550-600 milioni di mancate entrate l’anno per le reti pubbliche, quanto basterebbe per dare loro totale sicurezza finanziaria. Non solo.
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A gennaio 2010, il consigliere d’amministrazione Nino Rizzo Nervo ha denunciato il fenomeno della “evasione di Stato”. Molti tra Comuni, Regioni, ministeri, ospedali non pagano l’imposta. E dimenticano di onorarlo centinaia di imprese, banche, studi professionali. In tutta Italia solo 188mila soggetti extra-famiglie onorano l’abbonamento con un gettito bonsai da 58 milioni.
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Se il canone è al palo, ancor meno soddisfazioni arrivano dagli spot. Nel 2009 sono calati del 16,8%, aprendo un buco di 223 milioni (dati Nielsen) a bilancio. Mediaset (meno 8,4%) è andata molto meglio. Una costante: dal 2004 a oggi, il Biscione ha visto i ricavi pubblicitari salire in Italia del 12% mentre quelli della Rai sono crollati con tassi a due cifre. Le reti del premier hanno un appeal irresistibile per i grandi inserzionisti: nel 2009 – calcola lo studio Frasi – le tv di Stato hanno perso il 2,12% di share e il 2,05% dell’intera torta pubblicitaria. Mediaset ha visto l’audience scendere dello 0,64% ma – miracolo italiano – porta a casa una crescita (+1,23%) della sua fetta. La Rai, tra l’altro, compete con l’handicap: Sipra (che raccoglie la sua pubblicità) è senza amministratore delegato dall’autunno e nessuno si è sentito in dovere di sostituirlo.
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LE ENTRATE INGESSATE
C’è margine per far salire le entrate? Poco, per limiti strutturali ed errori strategici. Il canone italiano è il più basso d’Europa: 109 euro contro i 215,76 della Germania o i 263,3 dell’Austria. E cresce meno dell’inflazione (+10 percento in sei anni). Le entrate dell’abbonamento dovrebbero per legge essere sufficienti per garantire il servizio pubblico. Ma tra il 2005 e il 2008 il “buco” su questo fronte  –  come emerge dalla contabilità separata di Viale Mazzini  –  è stato di 1,01 miliardi. Una voragine che il ministero dell’Economia ha “il potere-dovere di colmare” come scrive il collegio sindacale dell’azienda chiedendo ritocchi adeguati o più lotta all’evasione.
L’appello è per ora caduto nel vuoto per l’impopolarità politica di una campagna contro gli evasori. Anzi: i giornali più vicini al socio di riferimento Mediaset hanno lanciato campagne un po’ sospette per il boicottaggio dell’abbonamento. E la proposta di agganciarlo alla bolletta elettrica in chiave anti-elusione, come già si fa in Grecia, sostenuta dal consigliere d’amministrazione Angelo Maria Petroni, è ancora al palo. Ora il direttore generale della Rai Masi crea una task-force con l’obiettivo di mettere a punto  –  insieme al ministero per lo Sviluppo Economico  –  una nuova strategia anti-evasione. A capo della task-force, c’è il responsabile delle Relazioni istituzionali della tv di Stato, Marco Simeon, dirigente già in Mediobanca, vicinissimo all’Opus Dei.
Il budget pubblicitario prevede per il 2010 un +3,9% di spot. Qualcosa come 40 milioni di entrate aggiuntive. Che però non bastano a coprire nemmeno i 52 milioni di ricavi cancellati dal bilancio con l’uscita dei canali Rai da Sky. Pesa anche la rinuncia strategica alla pay-tv, una prateria che è terreno di conquista per Mediaset: i canali Premium del Biscione garantiscono già oggi 560 milioni di fatturato aggiuntivo (e utili dal 2010) a Cologno.
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IL NODO DEI COSTI
Quanto costa la Rai? Risposta semplice: molto più dei concorrenti privati, anche per gli obblighi legati al servizio pubblico, come il network di sedi regionali. Viale Mazzini ha 13.366 dipendenti (la metà della Bbc e della tv statale tedesca Ard che pure hanno share minori) tra cui 2.006 giornalisti – il quadruplo di Mediaset e sette volte quelli di Sky – 345 dirigenti, 128 orchestrali e coristi e persino 12 medici ambulatoriali. Ogni lavoratore Rai, calcolano con precisione chirurgica gli analisti di R&S Mediobanca, costa 89mila euro (81mila quelli del Biscione, 50mila da Murdoch) ma produce “solo” 278mila euro di fatturato contro i 659mila degli uomini di Cologno e 673mila da Murdoch. Su 100 euro incassati da viale Mazzini, 32,3 servono per pagare gli stipendi, contro i 12,3 di Mediaset e i 7,4 di Sky.
Più costi, naturalmente, si traducono in meno utili. Il margine operativo netto della società guidata da Mauro Masi è di 2,1 euro ogni 100 di entrate. I network di Berlusconi (24 euro su 100 di utili) e quelli del tycoon australiano (11,1) fanno molto meglio.
Quanto investe la Rai? Poco, dice chi ci lavora sul campo, lamentando mezzi tecnici obsoleti. Un’impressione che trova conferme puntuali sul bilancio. Viale Mazzini apre ancora il portafoglio per i diritti – specie per le fiction – ma poco per gli impianti. La spia è la percentuale di investimenti materiali già ammortizzati, indice che misura la rotazione delle attrezzature (per cui a valore più alto corrisponde un magazzino più vecchio): la Rai è all’81,8%, Mediaset al 64%. Sky al 59%.
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L’EUTANASIA FINANZIARIA
La pubblicità in crisi, i costi alti, l’addio al satellite e le incertezze strategiche hanno un risultato scontato: la Rai è in pesante passivo. Non solo: per la prima volta nel 2009 ha fatto debiti con le banche (attingendo a un finanziamento da 200 milioni). Quanto perderà nei prossimi anni? Il 2009 si chiuderà con un rosso di circa 45 milioni, malgrado un taglio dei costi di 100 milioni rispetto al budget e grazie a operazioni di finanza creativa (viene azzerata una riserva rischi straordinari pari a 40 milioni). Il budget prevede un 2010 in perdita per 118 milioni anche per i costi di Mondiali di Calcio e Olimpiadi invernali e un buco simile dovrebbe aprirsi nei conti 2011. Quasi 300 milioni in fumo destinati ad assottigliare sia il tesoretto a disposizione per gli investimenti che i 576 milioni di capitale di Rai Spa.
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IL PREZZO DELLA POLITICA
Quanto pesa la politica? Ancora molto. E non solo nella nomina ai vertici di viale Mazzini di cda disegnati con il manuale Cencelli, abilissimi a filtrare umori (e telefonate) dei palazzi romani ma spesso di dubbia competenza. La Rai paga decine di dirigenti e direttori per non fare niente. Sono gli epurati, i “trombati”, gli uomini e le donne che uno spoil-system rigorosamente bipartisan rottama quando arriva al potere, per fare posto ai paladini di turno. Lo scorso 17 dicembre, in pochi minuti, sono stati nominati 22 nuovi vicedirettori tra cui 5 per Rai International (società in ristrutturazione con 50 giornalisti in organico e due vice-direttori già a ruolo ma inattivi). La Corte dei Conti ha riaperto nelle ultime settimane un’istruttoria sul parcheggio dei dirigenti e dei direttori giornalistici nulla-facenti. E la Corte dei Conti si occupa anche di Alfredo Meocci, direttore generale nominato malgrado la manifesta incompatibilità nel 2005. Costato 14 milioni di multa a viale Mazzini.
Sempre a proposito dei costi della partitocrazia, ci sono dirigenti ormai usciti dalla scena  –  nel pieno di clamorosi casi politici – che provano a rientrare dal portone principale della Rai accompagnati da risarcimenti milionari. Sono passati due anni dalle telefonate tra Berlusconi e Agostino Saccà. In quelle chiamate, il Cavaliere raccomandava un’attrice a Saccà, potente capo di RaiFiction. Berlusconi voleva blandire un senatore del centrosinistra, portarlo dalla sua parte e togliere la maggioranza al governo Prodi. Saccà pagò il caso con l’allontanamento dal suo potentato. A febbraio 2009, la Procura di Roma ha archiviato le posizioni di Berlusconi e Saccà. A luglio, il Tribunale di Roma ha riconosciuto a Saccà una indennità di preavviso, ma non il reintegro nella Rai che il dirigente aveva intanto lasciato. Ora Saccà conduce una nuova offensiva, a colpi di carte bollate.
Il 28 gennaio scorso, il direttore generale della Rai Masi informa il consiglio di amministrazione che Saccà minaccia una richiesta di risarcimento di 10 milioni. E descrive un possibile accordo pacifico che prevede intanto il pagamento a Saccà di 1,2 milioni netti. Non solo. Saccà verrebbe beneficiato di un contratto quadriennale in favore della sua nuova società di produzione – la August’s Sun di cui è socio e amministratore unico – che fornirebbe sceneggiati della tv di Stato.
Altra incognita per i conti aziendali, dunque, è il contenzioso. Ci sono cause eccellenti, come quelle minacciate da Saccà; ci sono le cause dei precari. In viale Mazzini tra il 2006 e il 2007 ben 539 dipendenti hanno lasciato l’azienda grazie agli incentivi. Peccato (per i conti Rai, s’intende) che, mentre questi 539 uscivano dalla porta, altre 600 entravano dalla finestra, assunti per ordine del giudice, dopo anni ed anni di precariato.
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UNO SHARE DI TERZA ETA’
Esiste un reale rischio finanziario per la Rai? Nel 2008, la Cgil lanciò per prima l’allarme, dopo aver passato ai raggi X i conti aziendali dal 2002 al 2006. L’indagine segnalava, tra l’altro, un pesante rischio anagrafico per la tv di Stato. Lo share, in effetti, tiene, ma gli spettatori di viale Mazzini sono sempre più vecchi, un target poco ambito dalla pubblicità. L’età media degli ascoltatori è stata nei primi due mesi 2010  –  calcola la Barometro di Luigi Ricci  –  di 57 anni contro i 56,7 di un anno fa. Nel target commerciale (15-64 anni)  –  quello che orienta le spese degli inserzionisti  –  lo share della Rai è sceso di quasi 5 punti (dal 39,6 al 34,9%) tra il 2004 e il 2009 mentre quello del Biscione è rimasto al 42% Certo, l’azienda lancia canali sul digitale terrestre per giovani (l’età media per gli ascoltatori di RaiGulp è 24,8 anni). Ma il pubblico dai capelli bianchi delle ammiraglie Rai è numeroso, quello di RaiGulp esiguo. Dribblare la crisi finanziaria, con un’audience di questo tipo, sarà ancora più complesso.
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26 marzo 2010
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