REGIONALI – I sondaggi temono il crollo dell’affluenza: “Frana dei votanti, due milioni in meno” / Un errore chiamarsi fuori

Unanimi le principali società di ricerca: possibile il crollo degli elettori
Nel 2005 il dato si attestò al 71,7 per cento

I sondaggi temono il crollo dell’affluenza
“Frana dei votanti, due milioni in meno”

L’insofferenza verso le urne provocata da disoccupazione e corruzione
Penalizzato soprattutto il Pdl al Sud. Al Nord la Lega può intercettare il malcontento

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di CARMELO LOPAPA

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I sondaggi temono il crollo dell'affluenza "Frana dei  votanti, due milioni in meno"
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ROMA – Un milione, nella peggiore delle ipotesi due milioni di elettori in meno. L’onda lunga della disoccupazione e la corruzione dilagante, lo scontro infinito con i magistrati e le nuove intercettazioni, la censura sui programmi tv non graditi e il pasticcio delle liste. Nel calderone dell’insofferenza è finito di tutto, in queste settimane che hanno preceduto il voto. Adesso, i più quotati istituti demoscopici italiani prevedono un’impennata dell’asticella dell’astensione.
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Nulla a che vedere col record d’Oltralpe, col 48,8 per cento di “diserzione” del secondo turno delle regionali francesi di domenica scorsa (il 53,6 al primo). Comunque un segnale ci sarà anche qui, concordano quasi tutti i sondaggisti, che prendono come soglia di riferimento l’affluenza alle urne delle regionali 2005, quando al voto si presentò il 71,7 per cento. Dato già di suo inferiore di dieci punti in media rispetto alle politiche. Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos, ricollega il rischio astensione al fatto che “dall’inizio dell’anno è cresciuta la preoccupazione dei cittadini rispetto alla crisi e all’incubo disoccupazione. E mentre la domanda di protezione sociale cresce, l’agenda politica è stata occupata da altre questioni: giustizia, intercettazioni, tv, liste. Questo fa sì che una parte dell’elettorato, quello più colpito dalla crisi, si senta preoccupato, deluso”. E ancora, ragiona Pagnoncelli, “il riaffiorare del fenomeno della corruzione alimenta lo sconcerto di un’altra fetta sensibile dell’opinione pubblica”. Tendenzialmente, questa la previsione, “si potrebbe scendere al dato delle europee, cioè 5 punti in meno rispetto alle regionali 2005: se fosse così, ma è solo un’ipotesi, considerati i 41 milioni di elettori, resterebbero a casa circa 2 milioni di elettori”.

Roberto Weber, Swg, dà per scontato che ci sia un fenomeno astensione anche da noi, “sebbene non ai livelli francesi: presumiamo possa aumentare del 4-5 per cento rispetto alle regionali precedenti. La causa? Una quota sempre più ampia della società italiana non dipende dalla politica. C’è una disaffezione, sebbene non determinante, come non lo sono la crisi e i casi di corruzione”. Resta l’incognita sulle “vittime” dell’astensionismo. “Al centrosud il Pdl, forse, mentre al Nord entrambi gli schieramenti, anche se la Lega potrebbe assorbire una quota dei voti in fuga dal Pdl”. Nicola Piepoli, dell’omonimo istituto, è in controtendenza rispetto ai colleghi. Non prevede un’onda di astensionismo. “Avremo il solito 70 per cento di affluenza delle regionali. La gente qui in Italia a votare ci va, lo ha sempre concepito come un dovere, se ne frega anche delle polemiche e della corruzione. Vota anche per cambiare le cose. Il vento francese soffia solo sulla Francia”.
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Ma è l’unico a pensarla così. Alessandro Amadori, alla guida di Coesis Research, calcola un’affluenza ridotta dai 3 ai 6 punti al di sotto del 71 per cento precedente, “perché in Italia è cresciuta la disaffezione verso la politica. Difficile prevedere però chi colpirà: un po’ più probabile il centrodestra. Anche se l’elettorato potrebbe essere indotto a lanciare dei segnali, presentandosi alle urne. In Francia chi è andato a votare ha voluto punire Sarkozy”. In questa lunga vigilia preelettorale c’è stato chi, come l’associazione di Montezemolo “Italiafutura”, ha teorizzato il “non voto come diritto individuale di non accomodarsi alla tavola imbandita dai partiti”. Un segnale di protesta anche questo. Domani il responso.
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28 marzo 2010
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Un errore chiamarsi fuori

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MARIO CALABRESI

direttore de La Stampa

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Forse per capire che giorni ci aspettano varrebbe la pena interrogare un meteorologo: il voto di oggi e domani dovrà stabilire se, come spera Bossi, soffia impetuoso da Est a Ovest il vento del Nord, o se, come scommettono a sinistra, il vento è cambiato e non gonfia più la vela di Berlusconi. E nelle ultime ore è sempre più chiaro che l’area su cui concentrare l’attenzione, la regione in cui verranno misurate la direzione e la forza del vento, è il Piemonte.

Certo si tratta di elezioni regionali, non va dimenticato, e la nostra scelta determinerà soprattutto il modello di sanità che vogliamo, ma anche gli investimenti per le case, il lavoro, i trasporti o il turismo. È per questo che abbiamo preso un’iniziativa originale e impegnativa come quella di pubblicare domenica scorsa un dossier curato da Luca Ricolfi dove poter valutare in modo obiettivo come sono state governate le tredici amministrazioni per le quali siamo chiamati a votare. Quel dossier che potete consultare ancora sul nostro sito (www.lastampa.it/elezioni2010) è stato realizzato sulla base di dati oggettivi, sui quali misurare come si sono comportate le persone che oggi si presentano al vostro giudizio. Non abbiamo dato alcuna indicazione di voto, com’è tradizione di questo quotidiano, ma riteniamo di aver dato in modo onesto a ciascuno la possibilità di farsi un’idea e di scegliere. La capacità di fornire analisi e contesti pensiamo sia uno dei compiti fondamentali che hanno i giornali nell’epoca in cui si è bombardati ventiquattr’ore al giorno dall’informazione.

Detto ciò non possiamo fare finta che si risolva tutto all’interno dei confini regionali e nascondere che, come in ogni tornata elettorale che coinvolge una maggioranza dei cittadini italiani, la partita è più complessa e questa volta capace di condizionare la sorte e le dinamiche degli ultimi tre anni della legislatura.

Così non è campanilismo sostenere che il voto in Piemonte ha assunto una valenza particolare, ma la consapevolezza che tra Novara e Cuneo si è aperto un grande laboratorio che dovrà dare almeno tre risposte fondamentali: 1) la spinta propulsiva che due anni fa ha dato una grande vittoria al presidente del Consiglio e ha continuato a tenere il suo gradimento a livelli record è in grado di fargli conquistare tutte e tre le grandi Regioni del Nord o sta perdendo forza? 2) la Lega, che prova il sorpasso sul Pdl, è capace di affermarsi anche a Ovest del Ticino e di prendere il governo di una seconda Regione chiave oltre al Veneto, diventando così la forza politica capace di decidere i futuri assetti del Nord? 3) l’alleanza tra il Pd e l’Udc è vincente o gli elettori di Casini non sono disposti a guardare a sinistra e preferiscono tornare nella casa berlusconiana?

I verdetti che verranno disegneranno le coalizioni del futuro e saranno la base per costruire programmi, strategie e per scatenare richieste e rese dei conti a destra come a sinistra.
La posta in gioco, in qualunque modo la pensiate e qualunque sia la risposta che avete in testa per le tre domande, dovrebbe spingervi ad andare a votare. Si è parlato molto in questi ultimi giorni di astensionismo per effetto della sorpresa delle regionali francesi, dove sono andati ai seggi meno della metà degli elettori. Un segno grave di distacco e indifferenza in un Paese che, quanto e più del nostro, è storicamente appassionato al dibattito politico. Certo è una tendenza generale, ha l’aria di una malattia comune alle democrazie occidentali. Negli Stati Uniti o in Inghilterra, dove i sistemi democratici sono ben più maturi del nostro, i tassi di partecipazione al voto sono tradizionalmente molto più bassi. Il che significa che spetta al cittadino scegliere non solo per chi votare ma anche eventualmente di non votare. Qualcuno l’ha definito una forma di obiezione civile. Nel dominio del dibattito astratto è tutto vero, ma noi ci ostiniamo a pensare che non votare sia in definitiva la rinuncia a un diritto e anche un po’ a un dovere.

Per quanto negativo possa essere il nostro giudizio sull’insieme della politica, o sull’uno e sull’altro dei candidati, per quanto nauseabonda sia stata questa campagna elettorale, il momento in cui decidiamo di restare a casa corrisponde ad una resa. Non illudiamoci così di punire i partiti: astenersi significa chiamarsi fuori, non farsi carico del futuro del Paese, rinunciare a dare un’indicazione della direzione che vorremmo. E chi rinuncia a dire la sua non ha mai ragione.

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28 marzo 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7149&ID_sezione=&sezione=

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