Archivio | aprile 2010

IL PUNTO – Crisi greca, rischio europeo

Crisi greca, rischio europeo

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Anche Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia versano in difficoltà: l’intervista ad Alessandro Santoro, docente della Bicocca

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di Luca galassi

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La crisi greca è un campanello d’allarme per tutti i Paesi europei con pesanti problemi di deficit. L’agenzia di rating Standard and Poor’s ha declassato ieri l’affidabilità creditizia a lungo termine del Paese mediterraneo al livello “spazzatura”, primo caso nell’eurozona, e ulteriormente abbassato il rating del Portogallo. I prossimi potrebbero essere Spagna, Irlanda e Italia. Il nostro Paese non è ancora uscito dalla zona a rischio, e con un debito pubblico sei volte superiore a quello greco non è affatto esente da una ‘sindrome greca’. Abbiamo chiesto ad Alessandro Santoro, docente di Scienza delle Finanze presso l’Università degli studi Milano-Bicocca, se dietro le resistenze ad aiutare la Grecia vi siano interessi nascosti o manovre speculative, e se anche l’Italia corre il rischio di bancarotta.

“Il fatto che le agenzie di rating abbiano dimostrato più e più volte, anche di recente, di non essere generalmente molto affidabili anche perché legate a doppio filo a società che hanno interessi precisi nei mercati finanziari, quindi caratterizzate da un forte conflitto di interessi, è un dato indiscutibile. Oggi molte agenzie di rating non sono più legate come in passato ad alcune banche di affari, dato che quelle banche di affari sono fallite. Nel caso specifico non so fino a che punto si possa parlare di speculazione, perché quando la situazione di un Paese peggiora drasticamente come nel caso greco, e come in altri casi, vedi molti Paesi europei negli ultimi due anni, è abbastanza evidente che chi ha prestato soldi a questi Paesi reagisca”.

Non era prevedibile una situazione di questo tipo?

In realtà che la Grecia fosse il Paese che versava in condizioni di finanza pubblica tra le peggiori in Europa, era noto da molto tempo. Il problema è stato che anche la situazione di tutti gli altri Paesi è peggiorata. Tutti hanno sforato i limiti del patto di stabilità, per esempio la Gran Bretagna ha aumentato di 20 punti percentuali il rapporto debito-Pil. La Grecia partiva da posizioni già molto critiche, con un debito pubblico superiore al 120 per cento del Pil, con problemi nel contenimento della spesa, con enormi problemi di evasione fiscale e di economia sommersa. La Grecia è l’unico Paese che abbia una quota di ricchezza sommersa superiore all’Italia. Questi fattori hanno fatto sì che la situazione greca fosse la prima ad evidenziarsi. Forse poteva essere previsto, ma in una certa misura si è scoperto che ‘truccavano’ i conti. Anche questo è un segreto di Pulcinella, però, dato che tutti i Paesi truccano i conti. Lo abbiamo fatto noi alla fine degli anni ’90 anche se non lo abbiamo mai ammesso, utilizzando una serie di contratti finanziari che fanno sparire delle poste di debito e le rinviano nel futuro quando il debito già c’è.

Ci sono rischi per altri Paesi?

Certamente. E’ la terza fase della crisi, che gli economisti più avvertiti, come Rubini, avevano ampiamente previsto. A livello globale c’è stato un grosso intervento degli Stati, per salvare le banche, per salvare i posti di lavoro, per sostenere il ciclo economico. Quella crisi si è trasferita tutta sui bilanci pubblici, la crisi non è finita, si gioca a un livello diverso, ovvero sull’affidabilità degli Stati. Molti Paesi hanno faticato moltissimo a stare a galla, anche a causa delle condizioni già precarie delle loro finanze pubbliche. Vedi l’Italia: i conti presentati nel 2009 presentano una situazione di finanza pubblica come quella dell’inizio degli anni ’90. Ci siamo mangiati diciotto anni di politiche di risanamento. Tutti questi Paesi, Italia, Spagna, Portogallo, hanno anche enormi problemi di economia sommersa e debito pubblico.

Perché la Germania ha questo atteggiamento nei confronti della Grecia?

Per un fatto di credibilità, innanzitutto. Ogni volta che si pensa a un intervento di soccorso o di una singola istituzione finanziaria in difficoltà o di un singolo Paese si pongono i problemi che gli economisti definiscono di azzardo morale. In pratica si rischia di creare un precedente, e vi è l’idea che le politiche fiscali dei Paesi possano essere poco responsabili perché tanto sono nell’euro allora verranno aiutate dagli alti Paesi. La Germania, sapendo che ci sono tanti altri Paesi in difficoltà vuole evitare questo. Vuole evitare interventi che inevitabilmente si riverbererebbero sull’intero sistema. Altro elemento è quello culturale. Per la Germania l’abbandono del marco per l’adozione dell’euro è stata una sofferenza enorme. Tutto ciò che può indebolire l’euro contribuisce a questa situazione di disagio che forse ancora adesso è vissuta in Germania. E forse non è del tutto peregrina l’ipotesi che qualcuno abbia interesse a cavalcare la crisi per avviare il progetto di Europa a due o tre velocità che molti hanno in mente da anni.

Anche l’Italia è in pericolo?

Noi dobbiamo alla riconosciuta abilità mediatica del nostro ministro il fatto di non essere nell’occhio del ciclone. Io sono stato contrario allo scudo fiscale. Detto questo, è ovvio che quello è stato un elemento determinante nel contenimento della situazione italiana. Una situazione che rimane pessima. Il 2008 si è chiuso molto peggio di quanto aveva previsto il governo. Una cosa che non dice nessuno è che i conti italiani presentati a gennaio all’Unione Europea sono stati smentiti due mesi dopo dai conti che l’Istat ha presentato, e che sono quelli ufficiali. Per cui adesso la Ruef, la relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica dovrà spiegare come fare a recuperare i soldi che pensavano ci fossero e non ci sono e soprattutto modificare le previsioni sul 2010 che già ci davano un rapporto debito-Pil al 117 percento e che secondo alcuni calcoli andrà al 119 percento. La Grecia è al 125, non è che sia molto lontana da noi..

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28 aprile 2010

PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/21638/Crisi+greca%2C+rischio+europeo

Ancora a proposito di 25 aprile – e di ANPI

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“L’antifascismo è un valore che non tutti hanno fatto proprio”

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La lettera aperta di un iscritto Anpi livornese che ben fotografa quello che è stato il 25 aprile 2010 in Italia *

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Un 25 aprile pieno di tensioni e di ipocrisie, pieno di retorica istituzionale ma che non riesce a dare nessuna risposta e nessuna riflessione utile per situazioni presenti, gravi e reali. Ci sono stati momenti di tensione sia a Milano che a Roma (foto e video), raccontati poi dalle televisioni e dai giornali come un intervento dei soliti intolleranti dei centri sociali. Non è stato così, infatti le motivazioni di quelle contestazioni erano ben ancorate a episodi gravi che hanno visto le istituzioni stesse come protagoniste o complici.

A Milano infatti un Consiglio di quartiere aveva dato autorizzazione (anche con i voti del Pd) ad una due giorni di dibattiti e concerti a gruppi neonazisti proprio il 24 e il 25 aprile in un parco milanese.

Dopo le proteste e lo scandalo politico sollevato dagli antifascisti, il Consiglio di quartiere ha tolto il patrocinio all’inziativa che tuittavia si svolgerà il 1 e il 2 maggio sempre a Milano nel parco Ramelli.

A Roma invece appariva chiara da subito la presenza strumentale di gente come Alemanno o la Polverini ad una simile celebrazione.
Entrambi sono legati infatti ad un passato fascista e al legame con gruppi neofascisti che a Roma godono di appoggi e impunità. Basti vedere la presenza della Polverini sulla balaustra della curva laziale
in campagna elettorale ed i festeggiementi a braccio teso con i propri camerati del Comitato elettorale .

Insomma, in un’Italia sempre più fascista e razzista queste contestazioni hanno portato sulla terra chi, come il Pd e le varie associazioni di combattenti, vive queste celebrazioni come una cerimonia staccata dalla realtà e non come un evento di popolo. A Livorno infatti quando alcuni militanti del Csa Godzilla e del Collettivo anarchico hanno intonato “Bella Ciao”, il sindaco e molti partecipanti se ne sono andati in fretta e furia quasi disturbati da questo fuori programma.

La lettera dell’iscritto all’Anpi

Partendo dall’immensa gratitudine per chi 65 anni fa prese armi e coraggio per combattere il fascismo dobbiamo oggi (2010) rammaricarci per le posizioni che L’Associazione Nazionale Partigiani (alla quale sono iscritto da molti anni) sta portando avanti.

Roma e Milano sono state solo le gocce che hanno fatto traboccare il vaso. Non possiamo vedere commemorare il 25 aprile da chi faceva il saluto romano (Polverini) o da chi concede spazi pubblici ai gruppi fascisti per le loro ridicole parate.

Purtroppo sempre più spesso l’ANPI preferisce accompagnarsi alle istituzioni piuttosto che ai giovani che quotidianamente si impegnano e lottano contro ogni forma di fascismo, razzismo e discriminazione, d’altro canto, sempre più spesso, vediamo l’associazione “tirata per la giacca” dal PD.

Smuraglia (presidente dell’ANPI) crede di non essere più solo nella battaglia antifascista perchè sindaci , presidente di regione e di province di destra salgono sul palco per un vuoto cerimoniale. Se l’ANPI non è più sola lo deve SOPRATTUTTO agli antifascisti di oggi.

No caro Smuraglia, no cara ANPI, il 25 aprile non è SOLO una festa e non lo può essere nel nostro paese.

Non lo può essere perchè l’eredità della resistenza è stata tradita dalle stesse istituzioni politiche che considerano la lotta quotidiana fascisti/antifascisti come una guerra per bande e che sempre più spesso lasciano immensi spazi pubblici all’avanzare dei fascisti del terzo millennio, che poi ci si appelli al voto lo ritengo addirittura ridicolo.

Gruppi di estrema destra continuano a moltiplicarsi nel nostro paese coperti dalla destra “istituzionale” la quale non disdegna (vedi Salerno) di attaccare la Resistenza appena possibile.

Per tornare all’oggi, l’ANPI doveva scandalizzare non per la contestazione ma per le prese di posizione della CGIL che chiedeva “l’intervento delle forze dell’ordine” contro quei ragazzi che contestavano chi concede agibilità politica ai fascisti, doveva scandalizzarsi per la presenza della Polverini che qualche settimana fa era circondata dai fascisti della curva laziale sempre pronti ad esporre croci celtiche e immagini del duce.

Purtroppo l’ANPI deve decidere, in una società come quella Italiana dove tutto può essere messo in discussione, non si può sempre appoggiarsi alle istituzioni per portare avanti la battaglia antifascista, perchè le istituzioni stesse hanno dimostrato, se governate dalla destra, ma sempre troppo spesso anche dalla sinistra, di essere partecipi del rifiorire di gruppi fascisti.

L’antifascismo è un VALORE che non tutti hanno fatto proprio e credo che ormai spetti alle nuove generazioni il compito di portarlo avanti.
Quella generazione di antifascisti era in piazza a Milano e Roma ed è sempre mobilitata, senza riguardo per quelle istituzioni che non si siano dimostrate sinceramente antifasciste.L’ANPI deve prendere atto di questo evitando di ascoltare gli amici PD per cui il 25 aprile non è altro che una cerimonia a cui si partecipa con il doppiopetto.

Alessandro Giusti
Tesserato ANPI n 087005

* La lettera è stata pubblicato sul sito livornese www.senzasoste.it

fonte: http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Aprile10/28-04-10LetteraIscrittoAnpi.htm

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L’ALLEGRO REVISIONISMO DELL’ANPI

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di Germano Monti *
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Il comportamento dei vertici dell’ANPI nelle manifestazioni per il 25 aprile e nei giorni successivi è inaccettabile per ogni democratico e ogni antifascista, nonché per ogni persona che non consideri la Storia come uno strumento da piegare alle esigenze della contingenza politica, fino al punto di stravolgere la realtà. Non solo si è deciso di far partecipare alla manifestazione romana la neopresidente di destra della Regione Lazio, Renata Polverini, e il podestà di Roma, Gianni Alemanno (che, per fortuna, ha disertato l’appuntamento), ma si è aperto il palco alla presenza di altri personaggi improbabili, come la colona e ultrà sionista Fiamma Nirenstein, Vicepresidente PdL della Commissione Esteri della Camera, ed i likudniks dell’Associazione Amici di Israele.Nel clima di allegro revisionismo storico incoraggiato dall’ANPI, non ci si può poi stupire se la colona si esibisce con dichiarazioni come quella che segue: “Esprimo tutta la mia solidarietà alla Presidente della Regione Lazio Renata Polverini che è stata contesta con fischi e lancio di uova oggi al corteo a Porta San Paolo per l’anniversario della Liberazione. Plaudo inoltre al Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti per essersi rifiutato di prendere la parola perché ciò era stato negato alla Polverini. Voglio anche ringraziare il presidente nazionale dell’Anpi, Massimo Rendina e Ernesto Nassi, segretario provinciale dell’Anpi Roma, per aver ribadito la necessità di ricorrere all’unità e al rispetto nelle celebrazioni per la Liberazione e per aver ricordato il contributo della Brigata Ebraica alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

La Brigata, infatti, è stata a sua volta contestata con attacchi al corteo che ne sventolava lo stemma insieme a bandiere d’Israele, nonché ad Alberto Tancredi, presidente dell’Associazione romana Amici d’Israele, salito sul palco per prendere la parola. E’ del tutto sconcertante assistere ad atteggiamenti di tale aggressività da parte di gente che ancora osa sventolare bandiere con falce e martello e soprattutto bandiere palestinesi nel giorno della Liberazione, quando si sa che il Gran Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, passava in rivista le truppe naziste insieme al suo alleato Hitler”. Da notare anche che la dichiarazione della colona è titolata sul sito sionista “Informazione Corretta” con un sobrio «Il 25 aprile dei nazicomunisti».

Il sostegno delle cancellerie di Roma e Berlino agli anticolonialisti arabi negli anni 30 e 40, in funzione anti-inglese, è un fatto storico (così come, per lo stesso motivo, lo sono i buoni rapporti intercorsi, nello stesso periodo, fra Gandhi e il fascismo); tuttavia, bisognerebbe anche ricordare che – solo per fare qualche esempio – i terroristi ebrei dell’Irgun ricevettero l’esplosivo con cui distrussero l’ambasciata inglese a Roma dal gerarca repubblichino Pino Romualdi e l’allestimento della marina da guerra israeliana venne curato anche da diversi ex marò della famigerata X MAS di Junio Valerio Borghese, arruolati da Tel Aviv. E la storia di Israele è ricchissima di collaborazioni con i regimi fascisti e torturatori dell’America Latina.

Ci si aspetterebbe dai vertici – nazionali e locali – dell’ANPI una qualche replica alle farneticazioni della colona, magari per farle notare (a proposito di unità e rispetto) che quelle bandiere con falce e martello che tanto disturbano lei e il Presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, sono le stesse impugnate da decine di migliaia di combattenti della nostra Resistenza al nazifascismo e – se proprio vogliamo dirla tutta – è la stessa bandiera che, partita da Stalingrado, è arrivata a sventolare sulle rovine del Reichstag di Berlino, dopo aver accompagnato i soldati dell’Armata Rossa nella liberazione dei prigionieri nei lager dell’Europa orientale, da Auschwitz a Mathausen e Treblinka.

A questo mondo, ognuno deve fare il suo mestiere. I vari Nirenstein, Pacifici e Tancredi fanno i propagandisti dello Stato di Israele, del sionismo e dei neocons: è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. I democratici e gli antifascisti rivendicano la memoria dei combattenti per la libertà di ieri e sostengono quelli di oggi, compresi i Palestinesi vittime dell’occupazione e della pulizia etnica dello Stato sionista. Alla luce degli avvenimenti dell’ultimo 25 aprile, quel che non si capisce è quale sia il mestiere dei dirigenti dell’ANPI.

* Forum Palestina

fonte: http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Aprile10/28-04-10AllegroRevisionismo.htm

L’inutilità dell’antiberlusconismo e la necessità di un altro percorso

L’inutilità dell’antiberlusconismo e la necessità di un altro percorso

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Anticipiamo l’editoriale del numero di Contropiano in uscita nei prossimi giorni

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All’indomani delle elezioni regionali la vittoria della destra (ottenuta nonostante una consistente perdita di voti), ha prodotto il grido d’allarme sulla democrazia. Non sono passate nemmeno tre settimane e, caso unico nella nostra storia dopo una vittoria elettorale, la destra entra in crisi con la spaccatura del PDL. Ma insomma questa destra, indubbiamente impresentabile nella sua immagine e identità, è veramente pericolosa o i nostri antiberlusconiani di sinistra non ci hanno capito niente?

Come Rete dei Comunisti, abbiamo sempre criticato un approccio che se negli anni ’90 poteva sembrare forse più convincente della nostra ipotesi, oggi mostra definitivamente la corda con la sua incapacità di interpretare i continui e sempre apparentemente inaspettati sviluppi: Ci riferiamo alla coazione a ripetere del meno peggio che, nella cultura della sinistra italiana, non riesce nemmeno per un momento ad oggettivarsied a coglierne i propri limiti.

Eppure non sarebbe troppo difficile, basterebbe riprendere i famosi attrezzi della nostra cassetta, (lasciati ad arrugginire) per trovare delle chiavi di lettura meno disperanti o volutamente disperanti, che i “dirigenti” politici ci ripropongono senza sosta. Basterebbe, infatti, usare la vecchia e cara analisi di classe per avvicinarsi a capire la natura effettiva dei governi della destra.

Se andiamo ad analizzare le caratteristiche del blocco sociale e politico che sostiene Berlusconi, quello che emerge è la sua contraddittorietà e la conseguente debolezza, debolezza evidente rispetto ai nodi strategici che pone il livello di sviluppo complessivo imposto nella competizione globale, il che mostra non una incapacità ma una impossibilità per la destra di definire una strategia adeguata per il nostro paese nel contesto della Unione Europea.

Questa impossibilità nasce dagli interessi contraddittori e dalle diverse visioni che questa alleanza eterogenea mostra al suo interno ed a cui la destra vorrebbe dare rappresentanza. Convivono infatti nella struttura politica del centrodestra – PDL, Lega e frattaglie varie – gli interessi della piccola impresa in crisi del nordest ed il voto operaio ancora più in crisi del nordovest (un dato che già era emerso nel 1994), le aree sviluppate del Nord con la questione meridionale, il produttivismo leghista con l’apparato statalista degli ex di AN, l’esaltazione delle leggi di mercato con la malavita organizzata, la Padania con l’Unità Nazionale, gli interessi del monopolista Berlusconi con gli ondivaghi sostegni della Confindustria. La lista potrebbe continuare a lungo se volessimo entrare ancora più nel merito.

Il centrodestra ha dunque un intoppo che gli viene dalle contraddizioni interne e che gli impedisce di essere progettuale, ovvero di ipotizzare un determinato sviluppo per il nostro paese e perseguirlo in modo forte e coerente. Ma ha anche un intoppo che gli viene dall’alto dei poteri forti europei con i quali Berlusconi è stato costretto a mediare e dai quali ottenere il qualche modo garanzie, un fatto questo dimostrato dalla posizione subalterno assunta da un noto e feroce antieuropeista come Tremonti. Costui è divenuto infatti il cane da guardia della stabilità monetaria europea – ancora meglio dello stesso Padoa Schioppa – tanto da far aumentare le difficoltà al suo schieramento politico con i continui tagli e contenimenti della spesa pubblica.

Ma allora come mai Berlusconi è cresciuto e si è rafforzato in questo quindicennio? La risposta è sotto gli occhi di tutti: grazie alle politiche dei governi di centrosinistra con i partiti della sinistra al proprio interno e subordinati. Questi infatti hanno distrutto, polverizzato e disperso quella che era la base sociale storica di una forte tradizione popolare e culturale di sinistra senza riuscire a mostrare uno straccio di alternativa. D’altra parte come si fa a chiedere il voto operaio al Nord quando la CGIL, che abbaia durante i governi di destra, accetta tutte le scelte antisociali dei governi di centro-sinistra? Come si fa a chiedere il voto al Sud quando l’unico modello di governance del meridione si è rivelato il “bassolinismo”? Come si fa ad essere credibili verso i settori produttivi moderni quando assistiamo a scene da basso impero alla regione Lazio e al comune di Bologna?

Tutto questo, e va ricordato bene, è accaduto sistematicamente in alleanza con i partiti di sinistra e con l’affermarsi di una cultura politica, diffusasi ampiamente anche nei suoi attivisti, che vede l’ombelico del mondo collocato nelle relazioni istituzionali tra partiti; cioè in quella ”politica” metafisica che ritiene secondari e strumentali quegli interessi sociali che hanno prodotto invece nei decenni passati la forza dei comunisti e del movimento di sinistra e democratico.

Se le cose stanno così – e stanno così perché il centrodestra è imploso proprio nel momento di maggior debolezza dell’opposizione – perché continuare ad agitare l’antiberlusconismo come se fosse la questione principale? Perché non porsi il problema delle caratteristiche del blocco sociale della destra e di come destrutturarlo con un adeguato intervento sociale oltre che politico?

La risposta non può essere quella offerta ad esempio dal compagno Claudio Grassi e da settori del PRC quando la sera stessa dei risultati elettorali si sono affrettati a dichiarare morta ogni possibilità di indipendenza della sinistra alternativa dalla alleanza con il PD in quanto, se non ci si allea con il PD, non si prendono i rappresentanti istituzionali.

Le ipotesi prodotte, ad esempio da Grassi, da Vendola e da altri ancora, danno per scontato che in questo paese la sinistra, ed a maggior ragione i comunisti, non hanno alcuna possibilità di presenza politica indipendente, e lo pensano mentre continuano ad affermare esattamente il contrario, nè più nè meno come faceva Bertinotti con il suo “parlare a sinistra per andare a destra”.

Così facendo commettono due gravi errori: il primo è pensare che il popolo comunista e della sinistra possa seguire all’infinito delle mistificazioni. Se è vero che sono stati ottenuti dei rappresentanti istituzionali alle regionali anche grazie ai meccanismi elettorali del maggioritario, è altrettanto vero che le due formazioni di sinistra hanno continuato drammaticamente a perdere voti, questa volta circa il 30% rispetto a solo dieci mesi fa.

Viene inoltre commesso un altro errore, forse più grave perché autolesionista, quando si pensa che la propria disponibilità ad allearsi con il PD rappresenti la propria salvezza. La vicenda Fini, in quanto riflesso delle contraddizioni strutturali della destra, cambia nettamente lo scenario politico italiano. Infatti la rottura di Fini con Berlusconi, quando si determinerà, provocherà una modifica sostanziale dell’opposizione che dovrà scalzare Berlusconi trovando il punto di equilibrio all’interno dei soggetti politici moderati e ultramoderati presenti nelle istituzioni. Questo equilibrio non potrà avere nulla a che vedere nè con la Federazione della Sinistra, (ipotizzare una falce e martello in quel tipo di alleanza con Fini, Casini, Montezemolo, Pisanu etc.è veramente difficile) nè con la velleità vendoliana di mettersi a capo della coalizione di centro sinistra doppiando così l’esperienza pugliese. Casini e tantomeno Fini e i loro azionisti di riferimento – per quanto oggi ancora ipotetico – non potrebbero accettare questo scenario.
Ritorna così sempre più forte la necessità della indipendenza politica della sinistra antagonista dal quadro istituzionale e dal PD, rispetto ai quali le politiche della rimozione, del pragmatismo velleitario, del tatticismo estremo mostrano ormai pubblicamente la corda. Indipendenza politica e organizzazione sono- a nostro avviso ovviamente- i riferimenti per la ripresa dei comunisti e della sinistra, ma sono anche passaggi ineludibili per una dialettica democratica che parta dai settori sociali che nel nostro paese vanno riconquistati alla solidarietà di classe.


Indipendenza ed organizzazione anche di fronte al fallimento della CGIL e non solo sul piano sindacale, ma di fronte alla sua ininfluenza politica e culturale rivelata con l’incapacità di contrastare tra i lavoratori del Nord l’ideologia reazionaria della Lega.

La Rete dei Comunisti su questo ha avanzato analisi e proposte, chiavi di lettura e elementi di programma che sono stati messi a disposizione di tutti i soggetti politici della sinistra antagonista o che si richiamano più esplicitamente all’esperienza comunista. Su questo intendiamo continuare ad agire e discutere nei prossimi mesi a tutti i livelli, consapevoli di non essere autosufficienti ma altrettanto consapevoli che non percorreremo la strade che hanno portato entrambi alla crisi.


Mauro Casadio per Rete dei Comunisti

Marta, uccisa dal lavoro nero. Confezionava uova a 5 € l’ora

Marta, uccisa dal lavoro nero Confezionava uova a 5 € l’ora

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Fine orribile di una 22enne nel Pavese: è rimasta impigliata nell’ingranaggio del nastro trasportatore. Inutili i soccorsi.  Il padre: sognava un posto stabile

Marta Lunghi, morta in un incidente sul lavoro nel  Pavese (Sacchiero)
Marta Lunghi, morta in un incidente sul lavoro nel Pavese (Sacchiero)

OTTOBIANO (Pavia), 3 aprile 2010UN DIPLOMA chiuso nel cassetto e pochi euro guadagnati in nero. Tanto, doveva essere un’occupazione temporanea quella di Marta Lunghi. Un lavoretto da fare per non stare a casa inoperosa, in attesa di un posto regolare, stabile. Ma quel lavoretto è durato 20 mesi e il posto per la 22enne di Ottobiano, piccolo centro della Lomellina, non arriverà più. Ha perso la vita nell’azienda avicola Gerlo a Pieve del Cairo, dove confezionava uova per 5 euro l’ora. I suoi sogni di giovane donna si sono fermati il 20 marzo negli ingranaggi del nastro trasportatore, quello in cui è rimasta impigliata. E si sono infranti definitivamente quattro giorni dopo, in un letto della seconda Rianimazione del San Matteo di Pavia. Ora, le indagini condotte dalla Direzione provinciale del lavoro hanno portato ad accertare che la ragazza lavorava senza un regolare contratto.

AVEVA COMINCIATO nel luglio del 2008 con un impegno saltuario, due-tre giorni alla settimana. Negli ultimi sei mesi, però, il lavoro era aumentato e Marta veniva occupata con continuità, con un solo giorno di riposo. Anche sabato 20 marzo, quello dell’incidente, si trovava regolarmente in azienda. Aveva cominciato la sua giornata da appena un’ora, quando è rimasta agganciata alla catena della macchina.

ALL’ARRIVO dei soccorritori, un’automedica da Pavia, una da Voghera e un’ambulanza della Croce rossa di Mede, la 22enne era in arresto cardiaco. Rianimata e ricoverata al San Matteo, il suo cuore si è arreso dopo alcuni giorni di agonia. «Speravo di portarla a casa dal policlinico — confessa il padre Luigi —. Forse aveva trovato il ragazzo giusto, sognava di farsi una famiglia. Per quello sperava di trovare un’occupazione stabile, che le garatisse uno stipendio e qualche soddisfazione con un lavoro consono ai suoi studi». Si era diplomata al liceo linguistico di Mortara, Marta. E, subito dopo aver terminato gli studi, accanto all’impegno nella biblioteca comunale e all’interno del centro giovanile del paese, aveva cominciato a dare lezioni private.

«VOLEVA rendersi indipendente e aiutare in casa — prosegue il padre —. Oggi non abbiamo problemi economici, ma con quel poco che guadagnava lei spesso andava a fare acquisti al supermercato per contribuire alle spese. E’ un dolore atroce pensare che chi era preposto a garantirle un’occupazione stabile, non sia stato in grado di farlo e abbia lasciato naufragare tutti i sogni di una ragazza».
Dalla Direzione provinciale del lavoro non sono ancora scattate sanzioni nei confronti dell’azienda, che rischia una multa di 150 euro per ogni giorno in cui la ragazza ha lavorato irregolarmente. Anche gli ispettori dell’Asl stanno indagando sulle cause dell’incidente. «Vogliamo chiarezza — dice Luigi Lunghi — anche se niente potrà mai restituirci nostra figlia». I titolari dell’azienda al momento dell’incidente avevano detto «di non sapere cosa poteva esserle successo». «L’abbiamo trovata riversa sul nastro trasportatore», avevano dichiarato.

MANUELA MARZIANI

fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/cronaca/2010/04/03/313553-marta_uccisa_lavoro_nero.shtml

Sesto S.Giovanni, amianto: gli invisibili scendono in piazza.

Sesto S.Giovanni, amianto: gli invisibili scendono in piazza.

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Un lungo serpentone composto da centinaia di persone ha sfilato dietro lo striscione “PER RICORDARE TUTTI I LAVORATORI UCCISI IN NOME DEL PROFITTO” portato da mogli e figlie degli operai morti per il lavoro e di lavoro. Il corteo dopo aver attraversato le vie della città ha sostato davanti alla lapide che i loro compagni di lavoro e i famigliari delle vittime hanno voluto mettere nell’aprile 1997, sul terreno dove una volta sorgeva la Breda, per ricordare che le morti sul lavoro e di lavoro non sono mai dovute a fatalità o a disgrazie, non sono tragedie imprevedibili.

Davanti alla lapide che recita ”A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista ora e sempre resistenza”, dopo aver ricordato chi ci lasciato quest’anno, si è reso omaggio alle vittime ricordando le battaglie intraprese in fabbrica e nella società per la difesa della salute e della vita umana. Inoltre si ricordato che queste morti sono dei crimini, degli omicidi, causate dalla ricerca del massimo profitto. Ogni anno più di mille lavoratori perdono la vita e migliaia muoiono in silenzio, a distanza di anni, dimenticati, a causa dalle malattie professionali contratte sui posti di lavoro.

Subito dopo il corteo è proseguito fino al Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”, sede del nostro Comitato. Qui il Collettivo Musicale Amianto e Geotermia ha cantato la canzone “LA COOPERATIVA VAPORDOTTI” dedicata alle vittime dell’amianto e dello sfruttamento.
Si è poi tenuta una assemblea aperta in cui hanno preso la parola le vittime dell’amianto e i rappresentanti dei Comitati e delle Associazioni presenti.

Sesto S.Giovanni, 24 aprile 2010

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio. (Sesto San Giovanni)

fonte: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o17409:e1

Ferrara, pestaggio in caserma video inchioda un carabiniere

Ferrara, pestaggio in caserma
video inchioda un carabiniere

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La procura ha aperto un’inchiesta per lesioni contro il militare che nel video si vede picchiare
dei fermati con un manganello. Manconi: “Immagini impressionanti”

Ferrara, pestaggio in caserma video inchioda un carabiniere

Un fermo immagine del video sul pestaggio

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FERRARA Nuovo pestaggio in una sede delle forze dell’ordine. Questa volta il teatro è stata la caserma dei carabinieri di via del Campo a Ferrara. In un video 1, reso pubblico dall’associazione “A buon diritto” di Luigi Manconi si vedono, in momenti diversi, due persone che cadono a terra, forse colpite, circondate da alcuni carabinieri in divisa; e un altro fermato nudo, poi avvolto in una coperta e portato via da personale di pronto soccorso sanitario. Manconi parla di un nuovo “caso di violenza all’interno di un caserma”.

Il video è nel fascicolo dell’inchiesta aperta dalla procura di Ferrara per lesioni contro un carabiniere 2 e per resistenza a pubblico ufficiale contestata a quattro giovani. Il filmato riguarda i fatti accaduti il 24 febbraio scorso (e riferiti allora da mezzi di informazione) quando i quattro, dopo essere stati arrestati in stato di ebbrezza per resistenza a pubblico ufficiale, furono trattenuti per ore in caserma. “Ma uno dei fermati – spiega Manconi – ha subìto pesanti maltrattamenti e violenze e colpi inferti con manganello a opera di uno, e forse non solo uno, appartenente all’Arma. Le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza installata nei locali della caserma, sono impressionanti: un giovane uomo, ammanettato, totalmente inoffensivo e non in grado di difendersi, viene aggredito, colpito con lo sfollagente, buttato per terra. Proverà a rialzarsi per due volte e per due volte verrà colpito. Senza che alcuno gli presti soccorso. Si tratta, giova ricordarlo – sottolinea – di una persona affidata a un apparato dello Stato, all’interno di una caserma dello Stato, che ne deve garantire l’incolumità”. Per concludere: “Come le cronache dolorosamente riportano con frequenza crescente, dobbiamo dire che non si tratta affatto di un caso isolato”. 

Sul caso la procura di Ferrara, pm Barbara Cavallo, ha subito aperto un’inchiesta, ordinato una perizia per pulire le immagini, e ora si dovrà determinare se vi siano responsabilità da parte dei militari (non solo l’unico già indagato) o se le loro azioni siano state innescate dalla resistenza dei giovani, trattenuti per tre ore, in un clima di tensione e di “guerriglia” causata da loro (uno si era denudato, uno si era ferito ad un braccio e sanguinante rincorreva i carabinieri per infettarli) come aveva sottolineato Alberto Bova, legale del carabiniere indagato, che aveva aggiunto come il video non facesse trasparire nessun atto violento. Secondo quanto riferito a suo tempo da uno dei legali dei giovani, Barbara Simoni, nell’integrale del video a disposizione della magistratura si vedrebbe un carabiniere che con un manganello in mano prima carica il gesto e poi colpisce un ragazzo seduto e ammanettato. Quindi si vedono altri carabinieri, da identificare, in ginocchio su un altro ragazzo.

Il primo carabiniere, ora indagato per quel colpo di manganello, è stato riconosciuto dallo stesso legale, perché lo aveva assistito come parte civile, in altri episodi di arresti per resistenza. Dopo aver visto il video e riconosciuto il militare indicandolo, ha scelto di assistere i ragazzi. L’avvocato Bova, aveva sottolineato che tutto è avvenuto dopo che i quattro ragazzi fuori controllo che avevano aggredito i carabinieri e provocato danni, ferendo gravemente cinque militari. Per i giovani, che risiedono nella provincia di Rovigo, è pendente in tribunale il processo per direttissima, ‘congelato’ e fissato all’11 maggio in attesa degli sviluppi della nuova inchiesta.

fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/29/news/pestaggio_ferrara-3714568/?rss

Piattaforma Bp. Governatore Louisiana dichiara stato emergenza

Piattaforma Bp. Governatore Louisiana dichiara stato emergenza

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Chiazza di petrolio sempre più vicina alle coste

New York, 29 apr. (Apcom) – Il governatore della Louisiana, Bobby Jindal, ha dichiarato oggi lo stato d’emergenza, dato che la chiazza di petrolio fuoriuscita dalla piattaforma della Bp è sempre più vicina alle coste di questo Stato nel sud-est degli Stati Uniti. La Guardia costiera prevede per venerdì il suo arrivo sulle sponde della Louisiana. La decisione consente ai responsabili locali di chiedere risorse statali e federali per far fronte “all’impatto anticipato dell’arrivo del petrolio lungo le coste della Louisiana”, spiega un comunicato del governatore diffuso nella capitale della Louisiana, Baton Rouge. Questa fuga “minaccia le risorse naturali dello Stato, in particolare le terre, l’acqua, i pesci, la fauna selvatica, gli uccelli e altre risorse biologiche, e minaccia la sussistenza degli abitanti della Louisiana che vive lungo le coste”. L’incidente avvenuto il 20 aprile sulla piattaforma petrolifera gestita dalla British Petroleum è ormai diventato un problema di livello nazionale. Il presidente Barack Obama invierà domani tre membri del suo Gabinetto nel Golfo del Messico per supervisionare le operazioni di contenimento del disastro. Sul posto andranno il Segretario degli Interni Ken Salazar, il Segretario della Sicurezza Nazionale Janet Napolitano e l’amministratore per la protezione ambientale Lisa Jackson. L’addetto stampa della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha annunciato inoltre che l’amministrazione invierà navi militari e soldati sottolineando che Obama ha ordinato l’uso “di tutte le risorse possibili” per far fronte all’emergenza nel Golfo del Messico. La fuoriuscita di petrolio al momento è stimata intorno ai 5mila barili al girono, cinque volte più di quanto era stato previsto in un primo tempo.(con fonte Afp) Copyright APCOM (c) 2008

fonte: http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/news/articolo/lstp/202722/

Niger, l’altra faccia del business minerario

Niger, l’altra faccia del business minerario

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Non solo risorse e occupazione, in Niger le miniere di uranio gestite da Areva stanno provocando gravi danni ambientali ed economici, come denuncia Greenpeace.

Ad Akokan, in Niger, non conviene respirare a cuor leggero ed è meglio evitare di bere acqua. In realtà, forse sarebbe bene anche non passeggiare per le strade. Akokan è una città tossica, un piccolo villaggio in cui si respira, si beve e si cammina sul veleno. E’ questa l’altra faccia della medaglia di quelle miniere di uranio gestite da Areva, che avrebbero dovuto fare da volano all’economia del Paese e invece si sono trasformate in un boccone avvelenato, nel vero senso della parola.

Villaggi tossici. Le accuse al colosso francese, leader nel settore dell’energia nucleare, sono elencate, nero su bianco, in un dossier pubblicato il 30 marzo da Greenpeace, redatto in base ai dati ottenuti dalle ispezioni effettuate lo scorso novembre. Un rapporto che smentisce le dichiarazioni della società pubblica. Areva, già chiamata in causa nel 2007, si era impegnata a bonificare i territori in cui sorgono le miniere di uranio che ha in concessione. Secondo i tecnici della Ong ambientalista, però, quelle bonifiche non hanno mai avuto luogo e il risultato è che nelle città minerarie di Akokan e Arlit, a circa 850 chilometri a nordest della capitale Niamey, 80 mila persone vivono esposte a forti dosi di radioattività, causata dall’estrazione dell’uranio, minerale necessario come combustibile per la produzione di energia nucleare ed impiegato grezzo nella costruzione di armi atomiche.
Ad Akokan è stato registrata nell’aria una concentrazione di radon, un gas naturale tossico, 500 volte superiore a quella normale. Ma qui sono contaminate anche le strade, perché costruite con pietre ottenuto dallo scarto radioattivo della produzione mineraria.
Ad Arlit, invece, quattro campioni su cinque hanno certificato la pericolosità dell’acqua, con livelli di tossicità oltre i limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Secondo Rianna Teule, una delle menti della campagna di Greenpeace in ambito nucleare, “chiunque trascorresse anche meno di un’ora al giorno in questi posti, sarebbe esposto ad una quantità di radiazioni superiore a quella annuale, fissata come limite dalla International Commission on Radiological Protection, riconosciuta per legge in diversi Paesi”. Semplificando, in quei distretti è pericoloso fermarsi persino per meno di un’ora al giorno, figurarsi viverci.
Né l’attività estrattiva minaccia solo la salute degli abitanti delle aree minerarie. E’ in pericolo, infatti, anche l’economia locale che, soprattutto nel nord-est del Paese poggia ancora sulla pastorizia. Le miniere, che per funzionare hanno bisogno d’acqua, assorbono le già esigue risorse idriche. Per questo, nella regione di Agadez è a rischio la sopravvivenza dei Tuareg, dei Kounta e dei Fula, così come quella di altre popolazioni nomadi che vivono di pastorizia.

La scommessa nigerina. Il Niger, però, uno dei Paesi più poveri del mondo, all’ultimo posto per i parametri fissati dallo Human Development Index, ha scommesso sull’estrazione dell’uranio e in particolare su Areva che, presente con le sue due sussidiarie, Somair e Cominak, è il più importante partner commerciale e la più grande fonte occupazionale dello stato africano, dal quale ricava oltre la metà della sua produzione di uranio. Per il governo nigerino, insomma, le miniere sono una risorsa preziosa e non conviene stare troppo a sottilizzare: una eccessiva fermezza nei confronti delle compagnie straniere in tema di difesa dell’ambiente e della salute della propria popolazione, potrebbe provocare una fuga delle società minerarie verso altri lidi. Proprio quel che il Niger teme come il peggiore dei mali, visto che solo nel 2009 ha autorizzato l’avvio di 139 progetti di ricerca per l’individuazione di nuovi siti a compagnie canadesi, cinesi e australiane. Di sicuro c’è che una terza importante miniera vedrà la luce tra il 2013 e il 2014, a Imouraren, per il quale Areva avrebbe previsto un investimento di quasi due milioni di dollari. Un giacimento enorme – uno dei più grandi bacini uraniferi del mondo, si legge sul sito della compagnia francese che nel 2009 è salita al primo posto tra i produttori di uranio – che potrebbe restare produttivo per oltre 35 anni.
Ma il Niger è in buona compagnia.

Il trend africano. L’intero continente africano, più in generale, può vantare un’imponente ricchezza del sottosuolo, su cui siedono governi deboli e facilmente corruttibili. Un binomio che fa gola a chi ha capitali da investire
Si trovano in Africa, ad esempio, due delle quattro nuove miniere di uranio aperte tra il 2006 ed il 2009: Langer Heinrich, in Namibia, e Kayelekera, in Malawi.
Il 20 per cento circa della produzione mondiale di uranio nel 2008 proveniva dall’Africa, in particolare da Namibia, Niger e Sudafrica, ma in futuro la cifra è destinata a crescere, dal momento che nei prossimi anni nuovi impianti minerari saranno aperti nella Repubblica Centrafricana, in Namibia e in Botswana, dove negli ultimi anni sono state concesse 138 licenze esplorative, 112 delle quali nell’area del Central Kalahari Game Reserve, dove vivevano i Boscimani, prima che il governo li espellesse, nel 2002. Erano d’intralcio al progresso.
Tre Paesi in cui Areva è presente, così come in Mozambico, attraverso la sua sussidiaria Uramin, società britannico-canadese acquisita nel 2007, un consistente pacchetto delle cui azioni (il 49 per cento) è stato poi rivenduto alla cinese Cgnpc. Se si considera che il colosso francese ha miniere anche in Namibia e Gabon e che conduce esplorazioni o si accinge a farlo in Algeria, Ciad, Congo e Libia si comprende quale sia la sua forza in Africa, continente dove sta scoppiando la febbra mineraria.
L’ultima arrivata è la Tanzania, con due importanti depositi di ossido di uranio individuati nel centro e nel sud del Paese, per un peso pari a oltre 25 mila tonnellate, vale a dire 2,2 miliardi di dollari, su cui metteranno le mani le australiane Mantra Resources e Uranex Resources.

Alberto Tundo

fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/21454/Niger%2C+l%27altra+faccia+del+business+minerario

Un congresso di svolta moderata

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di Giorgio Cremaschi

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Tanti segnali fanno temere che nel Congresso della Cgil, la prossima settimana, si verifichi una profonda svolta moderata nei contenuti e nella vita interna dell’organizzazione.
Nel confronto nei luoghi di lavoro e anche nei primi congressi territoriali, la maggioranza aveva attenuato le differenze per acquisire consensi. Anzi, una delle scelte di fondo nella campagna congressuale della mozione 1 è stato quello di denunciare la mancanza di reali differenze politiche tra le due mozioni e, di conseguenza, l’incomprensibilità delle diverse posizioni. Ora le cose vengono sempre più brutalmente chiarite. (…)

Sempre più veloce è il riavvicinamento a Cisl e a Uil. Il 1° Maggio a Rosarno, che giustamente il congresso della Fiom ha criticato per l’ambiguità dei contenuti, è un modo per tacere le differenze sull’arbitrato, sulla Bossi-Fini, sulle politiche discriminatorie del Governo, che Cisl e Uil nei fatti sostengono.
In secondo luogo la politica contrattuale della Cgil è stata pubblicamente annunciata da Guglielmo Epifani con brutale chiarezza al congresso della Fiom. Si è detto che la Cgil è per il rientro nell’accordo separato e che, alla verifica di esso, tra due anni, questo verrà fatto.
Infine, il valore simbolico degli inviti alla Presidente della Confindustria e al Ministro del Welfare. Nessuno può negare il significato politico e non di pura cortesia di questo fatto. Questo è il segno evidente di una maggioranza che si vuole riappacificare, che mette la sordina ai presidi davanti a Montecitorio sull’arbitrato, mentre si prepara ad applaudire, come è avvenuto al Congresso della Flai, chi ha varato quella legge.
A tutto questo si aggiunge un clima di irrigidimento nella vita democratica interna dell’organizzazione, una spinta alla centralizzazione che viene anche confermata da alcune modifiche richieste per lo Statuto. Una Cgil più centralistica, più intollerante verso il dissenso e, soprattutto, più disposta all’unità con Cisl e Uil che a quella interna con la propria minoranza.
Salvo sorprese, questo è quanto si annuncia nel Congresso della prossima settimana. Sta alla minoranza organizzarsi per rispondere e continuare nella propria iniziativa.

Roma, 29 aprile 2010

fonte: http://www.rete28aprile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1172:2942010-un-congresso-di-svolta-moderata&catid=10:primo-piano&Itemid=29


Fiori inceneriti

Fiori inceneriti

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Oltre novamtacinquemila voli saltati, collegamenti interrotti ma le ceneri del vulcano islandese hanno colpito anche un settore strategico per molti Paesi africani: i fiori

La cenere sparata dal vulcano islandese Eyjafjallajokull non ha solo oscurato parte dei cieli europei ma anche l’orizzonte economico di breve periodo (per ora) di alcuni Paesi africani.
Con gli aerei, impossibilitati ad atterrare nella maggior parte degli aereoporti del vecchio continente, sono rimaste a terra anche le merci, azzerando i flussi commerciali dei prodotti che viaggiano per via aerea, cioè quelli che arrivano da più lontano o che hanno tempi di consegna strettissimi a causa della loro deperibilità. E ad essere colpiti duramente sono stati quei Paesi africani esportatori di fiori, piante e pesce fresco, come Kenya, Sudafrica, Tanzania e Uganda.

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Danni collaterali. Stephen Mbithi sembra incredulo quando dice: “Ce la siamo vista la siccità, con El Nino e pure con la violenza post-elezioni ma una cosa del genere non l’avevamo mai vista”.
Mbithi è il direttore dell’Associazione keniota degli esportatori di prodotti freschi, una categoria potente e importante, perché quasi un quarto del Pil del Paese africano proviene dall’orticoltura, che l’anno scorso ha portato nelle sue casse quasi un miliardo di dollari, rappreentando la seconda voce per incidenza nel bilancio dopo il turismo.
Ed è proprio l’Europa che assorbe il 95 per cento delle esportazioni floreali keniote. La notte di martedì scorso, la situazione è parsa migliorare, quando cinque voli da e per l’Europa hanno ripristinato il collegamento col Kenya ma una settimana di totale paralisi ha causato danni ingenti.
Già il venerdì successivo l’eruzione del vulcano dal nome impronunciabile, all’aereoporto Jomo Kenyatta di Nairobi giacevano casse di fiori per oltre 500 tonnellate e un valore che superava il milione di euro. Secondo i dati forniti dal Kenya Flower Council, il Kenya ha subito perdite del valore di circa tre milioni di dollari al giorno, per un totale di oltre 15 milioni, stima che coincide con quella fornita da benjamin Gatland, direttore del Southern African Fairtrade Network. “Molti produttori – ha spiegato Gatland – hanno perso l’intero raccolto. Nel complesso abbiamo buttato un milione di rose al giorno”. E a questo danno, bisognerà aggiungere i mancati guadagni prodotti dal calo dei prezzi dei fiori che riusciranno ad arrivare nei mercati europei, a causa del loro deperimento.
«In media, consegnamo circa mille tonnellate di merce al giorno per un valore di circa tre milioni di dollari», ha raccontato Mbithi al quotidiano nigeriano This Day. Il problema della produzione floreale è che, diversamente da quella agricola, non viene assorbita dal mercato locale, qualora quello estero si chiuda improvvisamente.

Il volo del “cigno nero”. Sabato mattina, erano stati cancellati nove voli tra Nairobi, Parigi, Londra e Amsterdam, sede di uno dei più grandi mercati di fiori di tutto il mondo. Non essere presente per diversi giorni in una delle piazze più importanti del mondo, ha causato perdite ingenti per i produttori locali, dato che l’Europa, infatti, assorbe addirittura il 97 per cento della produzione di fiori kenioti destinati al mercato estero.
Anche Erastus Mureithi, chairman del Kenya Flower Council e proprietario della Suera Flowers Company, si mette le mani nei capelli davanti ad uno scenario drammatico, prodotto da quello che gli economisti specializzati in situazioni di crisi e rischio definiscono “black swan”, cigno nero, cioé un evento totalmente inaspettato e impossibile da prevedere o inserire in un modello.
Una settimana di paralisi ha prodottodanni ingenti ma se la situazione fosse durata più a lungo, allora sarebbe stata una catastrofe, dal momento che in Kenya le 300 società che operano nel mercato floreale impiegano direttamente circa 100 mila lavoratori che, calcolando l’intero indotto, diventano 1,2 milioni. I raccoglitori ora temono di restare senza lavoro.
E non solo in Kenya. Per lo scalo di Nairobi, infatti, transita anche il 60 per cento delle esportazioni di fiori della Tanzania, Paese che ha perso 250 mila dollari al giorno.
Peggio è andata all’Uganda, che in sei giorni ha perso oltre due milioni di euro. Nei quartieri generali di Ugarose e Rosebud, due delle società più importanti del Paese, si respira il panico. Solo Rosebud ha buttato in pochi giorni oltre 40 tonnellate di fiori.
Le aziende keniote hanno provato a organizzarsi e a spedire i loro carichi nel sud della Spagna per farla arrivare via terra in Francia e Olanda ma si tratta di un palliativo più che di un’alternativa. Dopo due giorni, la qualità dei fiori risulta già compromessa e c’è il rischio che la merce venga rispedita al mittente. Carichi di pesce fresco proveniente dall’Uganda sono stati respinti, tanto che un importante esportatore locale ha preferito regalare 50 tonnellate di frutta e verdura agli orfanotrofi del Paese.

fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/21577/Fiori+inceneriti