Archivio | maggio 9, 2010

Dormire allunga la vita: 6-8 ore il sonno ideale

Dormire allunga la vita
6-8 ore il sonno ideale

Una nuova ricerca realizzata insieme dalle università di Warwick e Napoli smentisce antiche certezze: “riposare” troppo fa male alla salute

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di ENRICO FRANCESCHINI

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Dormire allunga la vita 6-8 ore il sonno ideale

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LONDRA –  Dormite da sei a otto ore per notte, se volete aumentare le probabilità di avere una lunga vita. E’ il verdetto di uno studio sul sonno condotto congiuntamente da un team di scienziati della University of Warwick in Inghilterra e dalla facoltà di medicina dell’università di Napoli in Italia. Il rapporto, pubblicato sulla rivista britannica Sleep e anticipato stamane dal quotidiano Daily Telegraph, afferma di avere trovato “prove inequivocabili” che collegano la privazione del sonno a un deterioramento della salute e a una morte prematura. Ma anche dormire troppo fa male, avverte lo studio, anzi è un campanello d’allarme ancora più pericoloso che dormire troppo poco.

Coloro che dormono abitualmente meno di sei ore per notte, affermano gli autori della ricerca, hanno il 12 per cento di probabilità in più di morire prima di compiere 65 anni rispetto a coloro che dormono da sei a otto ore per notte. D’altro canto, coloro che dormono regolarmente più di nove ore a notte hanno il 30 per cento di probabilità di morire prima di quelli che dormono fra le sei e le otto ore per notte. Studi precedenti avevano già dimostrato che la privazione del sonno è associata con disturbi cardiaci, alta pressione del sangue, diabete e alto tasso di colesterolo. La maggiore novità del nuovo studio è che contraddice le tesi secondo cui dormire molto fa bene.

Sulla stessa rivista britannica Sleep, per esempio, appena la settimana scorsa è uscito un rapporto secondo cui le persone che dormono dieci ore per notte o di più hanno maggiori probabilità di arrivare fino a 100 anni di età. Il ragionamento dietro quello studio era che si pensava che coloro che arrivano ad un’età avanzata hanno una salute migliore e perciò dormono meglio e più a lungo. Tuttavia gli autori della nuova ricerca, condotta analizzando i risultati di 16 studi sull’argomento per un totale di un milione e 300mila persone, ritengono che dormire a lungo sia in realtà un sintomo di disturbi come la depressione e di scarsi livelli di attività fisica.

Il professor Francesco Cappuccio, direttore del programma “Sleep, Health and Society” della University of Warwick  –  scrive il Telegraph  –  afferma: “Il deterioramento del nostro stato di salute è spesso accompagnato da un’estensione dei periodi di sonno. Dormire costantemente da sei a otto ore per notte sarebbe il dosaggio ottimale per la salute”. D’altra parte, nota il professor Cappuccio, se dormire troppo poco è una causa di cattiva salute, più di 6 milioni di persone in Gran Bretagna possono essere a rischio di morte prematura per questo motivo. “Quello che vogliamo dire con questa ricerca  –  sottolinea lo studioso  –  è che il sonno è un fattore estremamente importante per la salute, un fattore che solitamente non viene adeguatamente considerato”. Dormire il giusto, insomma, è importante come mangiare in modo giusto e fare la giusta dose di attività fisica.

Il britannico medio dorme sette ore per notte. Il professor Jim Horne, direttore dello Sleep Research Center della Loughborough University, considera comunque “normale” dormire qualche ora di più o qualche ora di meno. Confermando che da sei a otto ore di sonno per notte è più o meno il riposo ottimale per una vita sana.

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09 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/scienze/2010/05/09/news/dormire_molto_fa_bene-3833506/?rss

SOCIETA’ – Contro la velocità

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Contro la velocità

Quanti conoscono il pensiero dell’economista austriaco Leopold Kohr? Eppure le sue analisi sociali, in particolare della negatività del mito della velocità e del suo impatto sulla nostra vita quotidiana, sono di grande attualità. Nelle metropoli come in Val Susa

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di Gabriele Guccione

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Si fa un gran parlare di alta velocità, soprattutto dopo che la questione – complice la tornata di elezioni regionali – è tornata alla ribalta in Val di Susa. Addirittura si inventano, da un giorno all’altro, «movimenti» a favore della ferrovia ad alta velocità. In contrapposizione ai No Tav che da anni lottano per difendere il proprio territorio, lo hanno chiamato «Si Tav», senza accento, ché a loro l’ortografia gli fa un baffo.

A mancare però non sono solo gli accenti (che pure sarebbero importanti, dato che ormai gli slogan sembrano gli unici strumenti di riflessione politica e sociale) quanto piuttosto una valutazione profonda, nel merito, sulla «velocità». La velocità sembrerebbe cosa naturale – quantomeno necessaria – e infatti il problema non sembra porsi. Tanto che ogni discorso sulle «prospettive di sviluppo», comprese le analisi più o meno sensate sull’opportunità economico-finanziaria di realizzare oppure no la Tav, è intriso di luoghi comuni dati per scontati, per definizione insindacabili perché propri della «maggioranza».

Può sembrare un problema filosofico, e forse lo è, ma si sente forte la mancanza di un’analisi delle categorie che diamo per scontate (in questo caso la «velocità»). Un grande economista austriaco Leopold Kohr (1909-1994), nei suoi studi sullo sviluppo urbano di Portorico (isola nella quale si trovò a insegnare dal 1955 al 1973, dopo la fuga dall’Austria nazista), definì la velocità la «più profonda causa della moderna congestione urbana» (1).
Kohr si definiva un «anarchico filosofico» (2) e, sebbene in Italia sia quasi del tutto ignorato, è stato il maestro e l’ispiratore diretto di importanti studiosi, come Ivan Illich e Ernst F. Schumacher. Nel suo libro, La città a dimensione umana (1976), che raccoglie una serie di articoli e saggi sull’urbanistica a partire dalla realtà portoricana, ad un certo punto affronta nello specifico il tema della «velocità» (3).

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La velocità causa di tutti i mali

L’economista austriaco parte dall’osservazione che del traffico non esiste soltanto una quantità, ma anche una qualità – sempre elusa nei calcoli ufficiali e tale per cui la «velocità» si trasforma nella «più profonda causa della congestione urbana». Occorre «intendere – spiega Kohr – anche la frequenza degli spostamenti; non solo il tragitto fino alla fabbrica a cinquanta miglia all’ora, ma anche il fatto che questa distanza venga coperta due o quattro volte al giorno. Non solo la quantità, ma la qualità del traffico» (4).
Questa constatazione porta al distinguo tra popolazione numerica e popolazione effettiva. Perché «la velocità ha sulla gente lo stesso impatto che ha sulle particelle della materia. Aumenta, cioè, la loro massa effettiva. Fa sì che una folla che si sposta rapidamente risulti, agli effetti pratici, più grande di un’altra che magari è più numerosa, ma si muove più lentamente» (5).
Kohr intende far comprendere appieno il ragionamento e le logiche, apparentemente nascoste, che regolano gli agglomerati sociali, politici, urbani, ecc. E a partire da queste considerazioni, egli formulò la sua «teoria delle dimensioni», dove la «proporzionalità» è un elemento fondamentale dell’analisi sociale.

«L’elemento che depriva le città del loro ossigeno, sia dal punto di vista letterale sia da quello figurato – spiega meglio Kohr – non è il numero delle persone ma la loro velocità. Non c’è alcun problema di sovrappopolazione a New York, Londra o San Juan all’una di notte, quando la velocità è praticamente zero. Comincia a sorgere alle sei o alle sette del mattino, aumenta durante la prima ora di punta, regredisce, aumenta di nuovo, regredisce e, finalmente, svanisce ancora una volta quando la città si prepara per la notte» (6). E conclude secco: «È quindi la velocità, e non il fatto che vi siano troppe persone, la radice di nostri peggiori problemi urbani». E individua una possibile soluzione: provvedimenti che portino alla «diminuzione della velocità alla quale la gente si muove» (7).

Ma come si fa a ridurre la velocità? «I nostri moderni pianificatori del traffico devono ancora convincersi – scriveva Kohr negli anni ’70 – che ogni nuovo svincolo, superstrada o autostrada urbana che costruiscono (allora i treni ad alta velocità non esistevano, ndr), aumenta la pressione che essi vogliono diminuire, intensificando l’effetto della velocità (a sua volta causa dell’aumento di volume), la cui continua accelerazione non è affatto impedita bensì facilitata dall’estensione spaziale dei loro stessi progetti» (8).
Che fare allora? Imporre dei limiti non è una soluzione, «perché tendono a seguire la velocità in aumento», aumentano di pari passo con il progresso tecnico che consente la fabbricazione di automobili più sicure e comode. Nemmeno si può vietare la costruzione di automobili («almeno finché gli automobilisti avranno diritto di voto»). Quale soluzione allora per affrontare il problema alla radice? «Ridurre non la velocità del movimento, o i mezzi con cui questo avviene, ma i motivi stessi del movimento» (9). E qui sta la proposta autenticamente libertaria e «rivoluzionaria» (più attuale che mai nella sua inattualità) di Kohr, frutto di una profonda critica dello sviluppo in chiave economico-politica, il cui esempio maggiore è rappresentato dalla sua sostanziosa e allo stesso tempo agile e leggera opera The Breakdown of Nations (pubblicata in Italia nel 1960, e mai più ristampata, dalle olivettiane Edizioni di Comunità).

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Perché il signor Rossi corre tanto?

Kohr compie la semplice operazione, frutto di quella ragionevolezza che può apparire al contempo utopia e discorso da bar – ragion per cui non è mai presa in considerazione seriamente dalla partitocrazia e dai poteri economici – di porre una domanda: «Perché il signor Rossi corre tanto?». Già, perché? – ecco la domanda che non «bisogna» porsi. La domanda che accomuna i filosofi ai bambini, quando giunge l’«età dei perché», che tanto «rompe» il mondo degli adulti.

«Che cosa spinge la gente a muoversi con una velocità incrementante il volume e tale da trasformare, quasi ovunque, popolazioni di dimensioni normali in sovrappopolazioni?» (10). Il trasferimento in zone residenziali periferiche, lontano dal lavoro ha creato una difficoltà in passato inesistente, una «distanza tecnologica», una distanza artificiale – dice Kohr – dovuta non ad esigenze economiche ma al progresso tecnologico. E così si è troppo lontani dal mercato dove fare la spesa, dai campi di calcio dove giocare, dalla scuola, dalle strutture ricreative, dalle osterie, ecc. Questo ha reso necessario l’uso dell’auto, per andare lontano sempre più velocemente. «Paradossalmente ci vuole più tempo ora per fare qualunque cosa in macchina, di quanto ce ne volesse prima a piedi», chiosa Kohr.
«Dobbiamo smetterla di incoraggiare la ‘deportazione statistica’» (11), attraverso la costruzione di strade super veloci e altre infrastrutture. Occorre «concentrare il nostro spazio vitale, contrarre le nostre città». Un ritorno, dalle periferie agli «spazi conviviali», dai suburbi alle città «a misura di pedone», all’interno delle quali si possono concentrare tutte le funzioni e le attività umane, dal lavoro al divertimento, dalla partecipazione civica allo studio.

Sarebbe facile interpretare l’analisi di Kohr, e di chi come lui dice «no velocità», come una rivendicazione nostalgica che guarda al medioevo – e molti non mancano di farlo continuando ad affermare ancora oggi, a 40 anni di distanza da Kohr, da Illich, da Ellul, da Pasolini, l’avanzata dello sviluppo – che in realtà è solo «sviluppismo». Quello stesso progresso tecnologico ormai inarrestabile contro il quale ogni voce sembra rimanere inascoltata e priva di «ragionevolezza». Perché la «ragionevolezza», quella «vera», abita le menti di coloro i quali – guarda caso – vivono in quella porzione di mondo ricco e «già sviluppato» che volge le spalle a quei paesi perennemente «in via di sviluppo». Minoranza di una minoranza, che si crede maggioranza.

Gabriele Guccione

Note

  1. L. Kohr, La città a dimensione umana. Pianificazione, bellezza, convivialità nella città policentrica, Como, 1992, pag. 46 (ed. orig. The City of Man: The Duke of Buen Consejo, Editorial de la Universidad de Puerto Rico, University of Puerto Rico, 1976).
  2. Ad un certo punto scrive Kohr: «Se i gusti del pubblico o le norme urbanistiche sono contrari al buon senso, sacrifichiamo non il buon senso ma norme e gusti del pubblico. Questo non significa che le norme vadano violate. Da anarchico, seppure soltanto in senso filosofico, io sono in favore della loro abolizione. Tutto ciò che un sindacato deve fare per mandare in malora una società o una ditta, è di ‘applicare le norme’. Perciò non citate norme o piani regolatori quando si tratta di restaurare case o città. Una pianificazione dovrebbe fare le regole, non ubbidirvi». Ivi, p. 98.
  3. Il saggio in questione si intitola Popolazione numerica contro popolazione effettiva, ivi, pagg. 46-54.
  4. Ivi, p. 47.
  5. Ibidem.
  6. L. Kohr, op. cit., p. 48.
  7. Ibidem.
  8. Ivi, p. 49.
  9. Ibid.
  10. Ibid.
  11. Kohr utilizza il termine «deportazione statistica» perché, sebbene le persone coinvolte nell’esodo vi partecipino volontariamente, non c’è alcuna libertà di scelte per quanto riguarda la dimensione collettiva della quota. A una data velocità, una qualunque società può mantenere solo un certo numero di persone. Se la insostenibile popolazione eccedente di Portorico, prodotta dalla velocità, non partisse per New York, la morte per fame deporterebbe nell’aldilà la stessa massa statistica». Ivi, nota a pag. 54.
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fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

Il Fantasma di Eyjafjallajökull: Che fine ha fatto la nube vulcanica?

Il Fantasma di Eyjafjallajökull
Che fine ha fatto la nube vulcanica?

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http://www.disinformazione.it

Da qualche settimana assistiamo in TV alle spettacolari ed inquietanti immagini del vulcano islandese, che erutta ancor oggi liberando fin oltre la tropopausa (1) una grossa e minacciosa nube.
Minacciosa, certo. Per la salute degli islandesi e per i motori degli aerei di linea.
Così, pochi giorni dopo l’inizio dell’esplosione, la Gran Bretagna pensava bene di chiudere il suo spazio aereo inficiato dall’oscura nube.

Eurocontrol, l’ente europeo responsabile del flusso di traffico aereo, emetteva un’informativa SIGMET con tanto di cartografia ove specificava le tre categorie di zone a rischio: no fly (voli proibiti), conditional (voli ammessi a discrezione del comandante), no restriction (voli permessi).
E allora uno dopo l’altro ogni paese europeo, Italia inclusa, chiudeva il suo spazio aereo a garanzia della sicurezza.

E allora? Tutto corretto, no?
Andando un pò, soltanto un pò a fondo nella questione ci si accorge che qualcosa, come sempre, non torna.
La polvere vulcanica fonde intorno alle temperature di 1100 gradi centigradi e si attacca alle pareti interne della camera di combustione e sul cono di espulsione dei motori, incrementandone oltre i limiti le temperature.
Inoltre corrode e danneggia le pale di compressori e turbine, provocando finanche lo stallo del motore, ma anche le superfici di ali e coda, riducendo la quantità di portanza sviluppata. I finestrini poi si opacizzano, impedendo la visione all’atterraggio, ed i freni diventano meno efficienti.
Drammatico direi!

Ma ci riferiamo ad una nube che, appena fuoriuscita dall’esplosione, contiene particelle nell’ordine di millimetri cubici, cioè di entità tale da provocare quanto sopra. Queste particelle poi, nella misura in cui le correnti ascensionali non sono più sufficienti a mantenerle in sospensione, ricadono al suolo. Le altre, via via più piccole fin sotto il micron, restano sospese e potrebbero essere trasportate dalle correnti a getto (venti d’alta quota) anche per centinaia di chilometri.

Bene: secondo le carte pubblicate da Eurocontrol, le zone a rischio si estenderebbero dall’Islanda fino alla Russia ma anche dall’Islanda fino all’America Centrale!
Capito bene?
In altre parole, le correnti a getto, correnti che spirano da Ovest, avrebbero trasportato le nanoparticelle implicate verso Est fino a svariate migliaia di chilometri MA in qualche modo le stesse sarebbero anche state sospinte controcorrente fino al Portorico!
Questa “curiosa” teoria non è mai stata verificata né avallata da analisi scientifiche dell’aria, effettuate da alcuno degli stati che avevano chiuso il proprio spazio aereo, e neppure da alcun avvistamento da parte di piloti. Puramente una teoria che, per qualche ragione, è apparsa a tutti ragionevole.

Ma perché soltanto oggi appare tale?
Perché per decine d’anni si è volato sull’aeroporto di Catania, con l’Etna attivo e la quotidiana nube traversale alle rotte di volo, soltanto evitandola “a vista” e soltanto di qualche decina di chilometri? Il pilota sa bene che già a tale distanza, ove non è più visibile, la nube si è talmente rarefatta da non rappresentare più un pericolo “tecnico” per l’aeromobile.
Semmai le nanoparticelle invisibili potrebbero porre un problema “medico”, per la salute di chi all’interno dell’aereo le respira, essendo queste in grado di permeare la membrana cellulare e addirittura interferire col DNA: proprio come quelle emesse dai NON pericolosi inceneritori, no scusate, termovalorizzatori.

Ma questo vale anche e soprattutto di chi, nei pressi del vulcano, ci trascorre l’intera sua vita.
Ed ecco che, qualche giorno fa, la BBC intervista un responsabile di Eurocontrol, il quale con assoluta serenità afferma che effettivamente “il computer” avrebbe fornito dei dati errati, delle proiezioni eccessive sulle aree a rischio.
E così oggi la nube è divenuta un fantasma. Prima c’era, ora non c’è più, domani magari ci sarà ancora.
Nessun media più se ne interessa.

E come la SARS , l’aviaria, la suina, l’antrace, le armi di distruzione di massa irachene, l’incrociatore americano mai affondato dai vietcong, il Lusitania attaccato dai tedeschi, Pearl Harbor dai Giapponesi, le Torri Gemelle da chissà chi e via dicendo, anche la nube fantasma passerà in cavalleria, in attesa di essere riesumata e scenograficamente rivestita per la sua prossima missione: la creazione di un problema per la cui reazione popolare indotta già qualcuno avrà sùbito in mano la perfetta soluzione.

Ma cosa è avvenuto nel frattempo?
In una settimana di cancellazioni a tappeto e MILIONI di passeggeri e merci a terra, il mercato globale si è arrestato ed è già a rischio di tracollo: per i pezzi di ricambio non consegnati, l’industria automobilistica BMW è a rischio fallimento, così come lo sono migliaia di altre industrie, oltreché compagnie aeree, Alitalia-CAE in primis.

Cui prodest: a chi giova tutto ciò? Ci sono ancora dubbi?
Ai soliti noti, le eminenze grigie che controllano stati come la Gran Bretagna e quindi il mondo intero, attraverso le loro reti finanziario-politico-militar-sanitario-universitario-massoniche, che avranno a disposizione nuove migliaia di imprese insolventi da acquisire per una pipa di tabacco, nonché milioni di nuovi poveri da inserire nel novero dei loro schiavi, distratti dai propri problemi quotidiani di sopravvivenza.

Che sia stata un’operazione finanziaria, un’esercitazione militare di portata sovranazionale o una manovra occulta d’altro tipo, è di certo qualcosa che comunque noi popolo non avevamo chiesto, votato o approvato, e di cui senza dubbio abbiamo assistito inermi all’ennesima manipolazione mediatica, nonostante ci sforziamo di sedare l’intima voce dell’intuizione in noi che ci pungola alla diffidenza.

Chi può, comprenda. Chi ancora riesce ad avere il tempo e la salute per farlo, discerna ciò che gli viene offerto in pasto dall’establishment mediatico e politico.
Se si vuol essere pecore, disinteressandosene, oppure struzzi, tenendo la testa sotto la sabbia e le chiappe esposte perché si è compreso ma non si ha il coraggio di alzare la testa, si prenda coscienza che presto la testa non la si potrà più alzare, poiché se si accetteranno determinate restrizioni prossime venture non si avrà più la possibilità di replica, di dissenso come ancora esiste oggi.

Quel giorno, a causa di tutte le nostre paure avremo ceduto la nostra autonomia, di azione ma anche di pensiero e sentimento: libertà sarà per noi essere finalmente controllati, perciò al sicuro!
E senza neppure rendersene conto si avrà già il collare addosso, un chip a radiofrequenze sotto pelle come già oggi hanno cani e qualche star hollywoodiana, collegato al Golem, il messia elettronico, senza il cui marchio “non si potrà nè vendere nè comprare” (l’Apocalisse).

Ed il bello è che saremo stati noi, proprio noi, spaventati, lobotomizzati e malati, ad averlo chiesto!

(1) Tropopausa: è lo strato di atmosfera che separa la troposfera dalla stratosfera, in cui avvengono i fenomeni meteorologici. Si trova ad una quota media di circa 12 km e il suo spessore è variabile.

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www.disinformazione.it

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fonte:  http://www.disinformazione.it/vulcano_islandese.htm


Thailandia, oscurato lo streaming di protesta / THAILANDIA: DA PREMIER ULTIMATUM 48 ORE A “CAMICIE ROSSE”

Thailandia, oscurato lo streaming di protesta

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Il governo di Bangkok ha deciso di bloccare l’accesso a Justin.tv, la piattaforma dedicata alle dirette video. Alcuni dei suoi canali avevano dato voce al movimento rivoltoso delle camicie rosse

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di Mauro Vecchio Mauro Vecchio

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Roma – Si tratta di una sgradevole prima volta per Justin.tv, la piattaforma online dedicata allo streaming delle più svariate dirette video, frutto di un primo incontro faccia a faccia con l’agguerrito ecosistema della censura governativa. Le autorità della Thailandia hanno infatti temporaneamente bloccato l’accesso ai principali servizi del portale di San Francisco.

Gli utenti thailandesi sono stati quindi dirottati verso uno spazio web predisposto dalle stesse autorità di Bangkok, messo online per comunicare loro che l’accesso a Justin.tv è stato sospeso a causa di una situazione d’emergenza. Ovvero della sanguinosa rivolta scoppiata nel paese del sud-est asiatico, anche nota come movimento delle camicie rosse.

Un’aspra insurrezione nei confronti del potere centrale di Bangkok, montata già da tempo, ma che solo recentemente ha assunto tratti violenti. Justin.tv era diventata una delle piattaforme più sfruttate dagli oppositori per dare voce online al proprio dissenso. Dissenso incanalato in almeno un paio di finestre video sul sito californiano.

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07 maggio 2010

fonte:  http://punto-informatico.it/2878664/PI/News/thailandia-oscurato-streaming-protesta.aspx

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THAILANDIA: DA PREMIER ULTIMATUM 48 ORE A “CAMICIE ROSSE”

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(AGI) – Bangkok, 9 mag. – Il premier thailandese Abhisit Vejjajiva ha intimato alle ‘camicie rosse’ che occupano da settimane il centro di Bangkok di porre fine alle manifestazioni per avviare un piano che ponga fine alla crisi andando ad elezioni anticipate il 14 novembre. “Se sono sinceri e vogliono aderire al piano di riconciliazione, non e’ piu’ possibile aspettare” ha detto il premier in tv, sottolineando che l’ultimatum scade “entro 48 ore” .

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fonte:  http://www.agi.it/iphone/notizie/201005090900-est-rom0023-thailandia_da_premier_ultimatum_48_ore_a_camicie_rosse

Picchiato dalla polizia, un testimone: «Lui era lì inerme, gli agenti menavano»

Picchiato dalla polizia, un testimone: «Lui era lì inerme, gli agenti menavano»

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Il padre del 25enne: «Gli manca un dente, ha uno spacco in testa e un’impronta di stivale sulla tuta all’altezza del petto»

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ROMA (9 maggio) – «Gli manca un dente, ha uno spacco in testa, un ematoma sul fianco e un’impronta di stivale sulla tuta all’altezza del petto. Potevano benissimo fermarlo e chiedergli che stai facendo qua, mi dai i documenti». Lo ha detto in un’intervista al “Tg3” Mario Gugliotta, padre di Stefano, il ragazzo di 25 anni che ha denunciato di essere stato picchiato da alcuni agenti vicino allo stadio Olimpico mentre era in corso la partita Roma- Inter.

Un testimone ha raccontato al “Tg3” quello che ha visto: «Lui arrivava da sinistra dalla strada di viale Pinturicchio ed era lontano dalla polizia, e il poliziotto poi che si è avvicinato a lui e ha cominciato a menarlo. E poi sono arrivati altri poliziotti a menare questo ragazzo e questo ragazzo inerme con il motorino in mano che non sapeva più cosa fare».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=101053&sez=HOME_ROMA

Pd, la minoranza incalza Bersani: “O cambia o il partito è finito”

Pd, la minoranza incalza Bersani
“O cambia o il partito è finito”

Duro affondo di Beppe Fioroni all’assemblea di Area Democratica: “Se va avanti così è meglio uscire”. Franceschini: “Non chiudiamoci in un fortino”. Fassino: “C’è il rischio di un silenzioso abbandono”

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Pd, la minoranza incalza Bersani "O cambia o il partito è  finito" Beppe Fioroni

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ROMA – “Credo che sia normale provare rabbia”. Beppe Fioroni inizia così il duro attacco alla linea Bersani dal palco dell’assemblea di Area Democratica. Un vero e proprio j’accuse che arriva dopo l’altrettando duro affondo di Walter Veltroni 1 di ieri. Sono davvero agitate le acque dentro la minoranza del Pd. Che continua a chiedere un “cambio di gestione”, minacciando, con alcuni suoi esponenti, abbandoni clamorosi. Oggi è stata la volta di Fioroni (il più duro), Fassino, Franceschini (che hanno escluso scissioni) e Cofferati. Toni diversi, anche se la critica alla segreteria di Pierluigi Bersani è comune.

“Tante volte – dice Fioroni – abbiamo detto che serve una svolta, che deve cambiare linea, profilo e io non voglio che Bersani dica a noi che siamo un disco rotto, noi siamo l’unico disco che può suonare il Pd. Bisogna chiedere alla segreteria di passare dalle parole ai fatti, fare la cosa giusta al momento giusto”. Non basta dare retta a Franco Marini e limitarsi a fare “resistenza”, continua Fioroni. Anche perché, così facendo, “la minoranza potrebbe trovarsi corresponsabile se c’è una gestione unitaria” che non condivide. E a quel punto “è meglio uscire da tutto, altrimenti sembriamo quelli che con il cappello in mano vanno a chiedere le poltrone”.

E’ davvero “arrabbiato” l’ex ministro che critica la strategia delle alleanze, il modo in cui il partito si sta muovendo (“c’è un gruppo dirigente che si rifugia nella memoria o nella fotocopia, nel ricordo di ieri o nello scopiazzamento delle politiche degli altri”) e l’eventualità che, alla fine, questo comporti che il candidato premier sia espressione di un altro partito: “Non ne posso più dell’attesa del Papa nero, del Papa straniero che ci fa vincere, del Berlusconi di sinistra”.

E di “un celere cambio di passo” parla anche Piero Fassino. L’ex segretario dei Ds Pd rivendica la “lealtà” dei Area Democratica nei confronti della segreteria”, ma chiede a Bersani “di non rinunciare al Pd per il quale abbiamo speso tutti insieme energie”. Fassino allontana lo spettro della scissione e chiede un ricambio della classe dirigente. Mettendo in guardia dal “rischio di qualche silenziosa forma di abbandono delle nostre file perchè non si sentono a casa”. Un grande problema di fronte al quale “non possiamo girarci indietro” se il Pd vuole essere un partito del 30-40%.

Poi tocca a Dario Franceschini. Che nega “gelosie” nei confronti di Veltroni, difende il bipolarismo e frena sulle ipotesi di “scissione”: “Questo però non vuol dire non affrontare il disagio e il fatto che ci sono persone che dicono che qui non si sentono a casa loro, che fanno fatica a riconoscersi”. Non a caso Franceschini dice di aver notato, a proposito dei vari abbandoni che ci sono stati negli ultimi mesi, una certa “logica del lasciamoli andare. Abbiamo lasciato che esponenti del partito se ne andassero nel silenzio, senza dolore, perchè c’è chi pensa che tanto restano nel nostro campo e che insieme costruiremo una coalizione. Questo è fuori dalla ragione sociale del Pd”.

Davanti ad una situazione del genere, continua l’ex segretario democratico, non ci si può “voltare dall’altra parte ma bisogna tenere il Pd dentro la missione originaria per cui lo abbiamo fondato”. Vede un bivio, Franceschini, da una parte il rinchiudersi “dentro un fortuno territoriale, identitario, felici di stare solo con quelli che la pensano come noi”, dall’altra il riprendere “la sfida del Pd con tre missioni: un partito plurale e aperto; con vocazione maggioritaria e che ha come obiettivo il cambio del Paese”. Infine il rilancio delle primarie, entro fine ottobre, per scegliere i candidati sindaci nelle grandi città in cui si voterà il prossimo anno.

Sergio Cofferati, invece, segnala il rischio che la minoranza si divida in correnti. “Così ci indeboliamo e diamo alla maggioranza la possibilità di scegliere di volta in volta con chi interloquire” dice l’ex segretario della Cgil. Che, così come avevano fatto Veltroni e Marini, si dice favorevole al contratto unico di lavoro.

Casini: “Resteranno all’opposizione per anni”.
Si dice “ferito” dalle parole di Veltroni. Quell’ insistere con la tesi che con l’Udc si perde non l’ha digerito. E contrattacca: “Che Berlusconi sostenga che l’udc non può che andare con lui lo capisco ma che lo sostenga veltroni per legittimare una polemica con bersani è segno di un’implosione – dice il ledader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini – Se non vogliono avere nulla a che fare con me auguro loro una serena militanza all’opposizione per i prossimi 30 anni”.

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09 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/05/09/news/fioroni-pd-3931043/?rss

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Lazio, Polverini minaccia le dimissioni poi smentisce: spero accordo con Udc

Lazio, Polverini minaccia le dimissioni poi smentisce: spero accordo con Udc

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Casini: non siamo accattoni. Gasparri: rispetteremo i patti
Il caso Fabiani, la presidente: non parlo di pettegolezzi

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di Marco Giovannelli
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ROMA (9 maggio) – Quasi una falsa partenza, uno sprint ai box e motori ancora fermi. La giunta regionale stenta a partire e Renata Polverini sembra sull’orlo di una crisi di nervi al punto che avrebbe detto ai suoi «o si va avanti o mi dimetto». Una minaccia, più che una promessa, per una donna abituata a comandare nell’Ugl senza tanti compromessi mentre ora alla Regione deve fare i conti con i partiti che la sorreggono, quelli che tentennano come l’Udc, l’opposizione e quell’enorme schiera di ex consiglieri regionali del Centrodestra che dopo l’esclusione della lista del pdl a Roma hanno continuato a fare campagna elettorale in cambio di promesse trasformate dopo il voto in un pugno di mosche.

Nel pomeriggio la smentita: non mi dimetto. «Sono stata eletta da tanti cittadini di questa regione ed è vero che l’unica che può mandare a casa tutti quanti sono io. Nel rispetto del patto elettorale ho il dovere di governare la Regione per cinque anni». Così il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, ha risposto ai giornalisti che le chiedevano conferma sulle indiscrezioni secondo le quali avrebbe minacciato di dimettersi. «No, assolutamente no», ha aggiunto. E poi, «le dimissioni non si minacciano; semmai si danno».

I posti in giunta per l’Udc ci sono. «Stiamo lavorando, i posti per l’Udc ci sono, si tratta soltanto di concludere il prima possibile e con esito positivo questa questione. Speriamo entro il 12 maggio». Lo ha detto il presidente della Regione Lazio Renata Polverini «Nei giorni scorsi – ha continuato Polverini – lo stesso segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ha sempre detto che l’Udc è nella coalizione, bisogna solo aggiustare le questioni che riguardano la giunta. Stiamo lavorando tutti in quella direzione».

Due posti per due donne oppure subito rimpasto. L’Udc aveva chiesto (e ottenuto) in campagna elettorale tre assessorati uno dei quali con la delega alla vice presidenza per Luciano Ciocchetti. Ora in giunta sono rimasti solo due posti per due donne perché lo Statuto indica in 11 il numero massimo di assessori dello stesso sesso e già ci sono 11 assessori uomini. Quindi niente giunta per Ciocchetit o rimpasto.

Alemanno: spero in rapida soluzione.
Renata Polverini sembra sempre di più “An dipendente”. Alemanno e Gasparri anche oggi hanno parlato della situazione della Regione. «Renata ci ha illustrato la situazione attuale. Si spera sia tutto a posto per il 12 maggio». Così il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha risposto ai cronisti che gli chiedevano cosa è emerso dall’incontro svoltosi in serata sul tema della messa a punto della giunta regionale del Lazio, specie sul fronte dell’Udc, a cui ha partecipato insieme al capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Alemanno ha aggiunto che «non c’è nulla di nuovo». Poi, in merito all’eventuale ingresso dell’Udc in giunta regionale ha tagliato corto: «questo dovete chiederlo a Polverini».

La data del 12 maggio, comunque, è quella fissata per la prima riunione del consiglio regionale, dove dovrà essere eletto il presidente dell’aula.

Casini: non siamo accattoni. Pierferdinando Casini sceglie una platea importante come quella che segue su Rai3 “In mezz’ora” per stuzzicare il governatore del Lazio. «I patti elettorali erano chiari, noi siamo persone serie e abbiamo fatto un accordo. Se la Polverini non lo rispetta è un problema suo e la soluzione è solo nelle sue mani. Non siamo accattoni che per un assessorato o due rinunciano a un problema di principio», sottolinea ancora Casini.

Gasparri: rispetteremo i patti. Renata Polverini non risponde a Casini e per lei lo fa Maurizio Gasparri con parole che rassomigliano più a un manifesto elettorale che a un contributo per risolvere i problemi. «La maggioranza di centrodestra sarà coesa e sarà certamente rispettato il patto politico-elettorale con l’Udc che entrerà presto nel governo della Regione Lazio. I valletti di Marrazzo si devono rassegnare. La presidente della giunta ha idee chiare ed è in corso, a tutti i livelli, un utile confronto per raggiungere le migliori intese possibili per un buon governo del Lazio. Non ci sono gialli, non ci sono preoccupazioni, tutto procede nella massima armonia possibile». Gasparri getta acqua sul fuoco ma non indica soluzioni che chiedono esponenti dell’Udc. In verità soluzioni per ora non ce ne sono con una giunta ingessata intorno ad ex azzurri, ex An e storaciani. E proprio da qui che nasce il nervosismo di Renata Polverini costretta a trattare cercando equilibrismi alla quale non è abituata.

Storace: Casini esagera. «Casini esagera, altro che storie. Dalla Polverini hanno avuto in regalo tre consiglieri regionali con il listino», interviene Francesco Storace, consigliere regionale del Lazio e segretario nazionale de La Destra, Francesco Storace.

Robilotta: Casini ha le chiavi della giunta, che disastro. «Casini attacca Berlusconi e lavora per un governo tecnico di larghe intese. Contemporaneamente l’Udc, grazie alla non presentazione della lista del Pdl a Roma, ha le chiavi della stabilità della giunta regionale. Questo è il disastro compiuto dal gruppo dirigente del PdL di Roma e del Lazio che ancora non se ne rende conto». Lo ha detto il consigliere regionale Pdl uscente Donato Robilotta

L’opposizione all’attacco. «La Polverini non è nelle condizioni di governare», afferma Roberto Di Giovan Paolo, senatore del Pd e dirigente del partito nel Lazio. «Renata Polverini sta offrendo uno spettacolo con al centro trattative su poltrone invece che una sana e legittima discussione sulle politiche e le iniziative da prendere in questi primi giorni decisivi per la Giunta regionale – dice il deputato del Pd Michele Meta, ex assessore regionale nella giunta di Piero Badaloni -. Non si è mai visto nella storia della nostra Regione, una paralisi di queste dimensioni con il Pdl incartato. Se davvero la presidente Polverini intende ricorrere alla minaccia delle dimissioni deve fare chiarezza prima di tutto con i cittadini».

Polverini e il caso Santini: petegolezzi. Fabiana Santini è da due giorni al centro di un attacco mediatico e politico iniziato da Esterino Montino, capogruppo del Pd. Montino è partito dal coinvolgimento dell’ex ministro Claudio Scajola nel polverone delle inchieste giudiziarie sugli appalti per chiedersi se non fosse coinvolta anche Fabiana Santini, ex segretaria particolare di Scajola. «Io non commento i pettegolezzi», ha risposto Renata Polverini.

Miele: declino del Pd. «Comprendiamo che Esterino Montino, un tempo factotum della giunta Marrazzo abbia ora molto tempo libero e non abbia di meglio da fare che costruire fantasiose storie su presunte voci che riguarderebbero l’assessore Santini. Contro di lei solo gossip e l’evidente declino del Pd».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=101067&sez=HOME_ROMA

LEGGE BAVAGLIO – Un colpo alle investigazioni, un testo pieno di trappole

Ogni giorno vi raccontiamo il testo e i pericoli
della nuova legge sulle intercettazioni telefoniche

Un colpo alle investigazioni
un testo pieno di trappole

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di LIANA MILELLA

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 Un colpo alle investigazioni un testo pieno di trappole  Angelino Alfano, ministro della Giustizia

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ROMA  – Un unico articolo,
per 35 commi, ben 23 pagine nel fascicolo del Senato che reca un’intestazione assai indicativa: “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine”. Frutto della fiducia che Berlusconi impose alla Camera l’11 giugno 2009. Un testo che, se sarà effettivamente approvato entro giugno, cambierà la storia delle investigazioni e della cronaca giudiziaria in Italia. È proprio quello che vogliono il premier, il Guardasigilli Angelino Alfano, la maggioranza. Un testo che, a ogni pagina, riserva più di un “veleno” per magistrati e giornalisti.

IL TESTO DELLA LEGGE

Il nostro viaggio nella riforma delle intercettazioni e nei guasti che essa produrrà non può che cominciare dalla “madre” dei misfatti, la rivisitazione e la riscrittura dell’articolo 266 del codice di procedura penale che, nella versione approvata nel 1989, ha regolamentato e consentito migliaia di inchieste e ha fatto arrestare migliaia di responsabili di migliaia di reati. Ma con il nuovo 266 e i paletti imposti ai pm tutto sarà diverso. Per almeno due buoni motivi. Se è vero che resta invariato il tetto massimo degli anni di pena (cinque) per cui è possibile disporre gli ascolti e se rimangono invariati i “gravi indizi di reato” necessari, si aggiungono però altre e ben più rigide regole che vincoleranno l’attività investigativa dei pubblici ministeri.

LA MOBILITAZIONE IN RETE: DIECIMILA FIRME CONTRO LA LEGGE
CLICCA QUI PER ADERIRE

Non basterà avere un “grave indizio di reato” per chiedere un’intercettazione a carico di un personaggio sospetto, ma si dovrà essere certi, come scrive la legge, che “le utenze siano intestate a soggetti indagati o siano agli stessi effettivamente e attualmente in uso”. E qualora la registrazione della telefonata dovesse riguardare “soggetti diversi” che hanno rapporti con l’indagato, si potrà procedere soltanto se, “sulla base di specifici atti di indagine risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede”. Non solo, dovranno esistere “concreti elementi per ritenere che le relative conversazioni o comunicazioni siano direttamente attinenti ai medesimi fatti”.

Non è che la prima di altre “trappole” disseminate lungo i 35 commi. Prima ancora di richiedere e ottenere le intercettazioni che devono provare l’esistenza del delitto, il pm dovrebbe disporre ancora prima della prova che invece va cercando con l’ascolto. Non solo: ma deve avere anche la certezza che “i fatti” per cui vuole “sentire” più di un telefono siano pure gli stessi. Un’esempio? A Trani indagavano per un anomalo comportamento dell’American Express nella gestione delle carte di credito revolving. Ma sono finiti a scoprire le pressioni di Berlusconi per mettere a tacere talk show come Annozero e Ballarò. Bene, trattandosi di “fatti” differenti, quelle intercettazioni non sarebbero più state possibili.

Ma questo non è che l’inizio di tante altre contraddizioni e anomalie…

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09 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/rubriche/la-legge-bavaglio/2010/05/09/news/un_colpo_alle_investigazioni_un_testo_pieno_di_trappole-3946497/?rss

Nordreno Westfalia , la Cdu va ko. La Merkel perde anche il Senato

TEST ELETTORALE IN GERMANIA

Nordreno Westfalia , la Cdu va ko
La Merkel perde anche il Senato

La debacle del cancelliere in uno dei Land più popolosi e ricchi. La grande rinascita del partito socialdemocratico

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Angela Merkel (Ansa)
Angela Merkel (Ansa)

BERLINO – Le elezioni tenute nel Nord Reno-Westfalia (Ovest) rappresentano la prima grande sconfitta regionale per la cancelliera tedesca Angela Merkel dalle politiche del settembre 2009. I partiti della coalizione di centrodestra del cancelliere tedesco sono stati sconfitti alle urne perdendo così anche la maggioranza nel Senato federale.

TRIONFO SPD – La coalizione rosso-verde è riuscita per un soffio ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel Nordreno-Westfalia (Nrw), che per i prossimi cinque anni governerà con 93 seggi su 185. Lo annuncia la seconda rete televisiva Zdf, secondo la quale il partito socialdemocratico di Hannelore Kraft anche se di pochissimo è riuscito a sopravanzare la Cdu del governatore uscente Juergen Ruettgers. La Spd ottiene infatti il 34,5% rispetto al 34,3% del partito cristiano-democratico, con i Verdi che raddoppiano i consensi passando dal 6,2 al 12,4% e la Linke di Oskar Lafontaine che fa un nuovo trionfale ingresso nel tredicesimo land su sedici con il 5,7%. Deludente il risultato del partito liberale, che è salito di qualche decimo al 6,6% rispetto al precedente 6,2%.

Il voto nel land più industrializzato e popoloso della Germania, a cui ha partecipato oltre un quarto del corpo elettorale nazionale con 13,3 milioni di elettori, ha segnato una clamorosa disfatta del partito cristiano-democratico di Angela Merkel e la spettacolosa rinascita del partito socialdemocratico, che dopo 13 anni dall’arrivo al potere di Gerhard Schroeder torna a vincere un’elezione in Germania ed a riconquistare la «cassaforte elettorale della sinistra», governata per 39 anni fino al 2005.

DISASTRO ELETTORALE – La prevista sconfitta della Cdu si è trasformata in un disastro elettorale, con il partito della Merkel che ha portato a casa il peggior risultato dal 1947, quando aveva conseguito il 37,6%. La bocciatura della coalizione nero-gialla a Duesseldorf, dove ha governato negli ultimi 5 anni, è anche un sonoro schiaffo al governo di Berlino di analogo colore, poiché la vera causa del disastro elettorale del partito della Markel è la concessione degli aiuti miliardari alla Grecia. Fino ad alcune settimane fa, prima che si spalancasse l’abisso della crisi greca, il governatore uscente del Nrw, Juergen Ruettgers, dominava largamente nei sondaggi, con una percentuale che sfiorava il 40%, mentre la Spd arrancava poco sopra il 30%. Ma il continuo martellamento della stampa nazionale e regionale, soprattutto di tendenza conservatrice, sulla necessità di negare gli aiuti alla Grecia ha da un giorno all’altro rovesciato il quadro politico.

MERKEL SENZA MAGGIORANZA IN SENATO – Adesso la Merkel con il voto odierno ha perso la maggioranza al Bundesrat, il Senato federale, con il risultato che non potrà più far passare nessuna delle grandi leggi di riforma che intendeva mettere in cantiere. Intanto c’è polemica sul fatto che le due reti pubbliche televisive invece di dare spazio a speciali sul terremoto elettorale odierno, mandano in onda un poliziesco ed una telenovela tratta dall’ennesimo romanzo della scrittrice inglese Rosamunde Pilcher. Il sito online del settimanale ‘Der Spiegel’ spiega che all’interno della sua redazione i giornalisti sono «esterrefatti». «Nel Nordreno-Westfalia c’è un testa a testa politico emozionante, ma le reti pubbliche scelgono l’intrattenimento. Nel primo canale Ard è in onda un poliziesco, il secondo della Zdf trasmette un legnoso film della Pilcher con dialoghi su arte e amore. Che roba!»

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Redazione Online
09 maggio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_09/germania_voto_43b5faec-5b42-11df-8949-00144f02aabe.shtml

Il Colosseo perde i pezzi. Cedono tre parti di intonaco – Colosseo, gli archeologi a Bondi: tragedia sfiorata, urgono interventi

Il Colosseo perde i pezzi. Cedono tre parti di intonaco

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Piccolo cedimento nella galleria dell’ambulacro centrale, transennata la zona coinvolta

Tre pezzi di intonacosi staccano dal Colosseo (ANSA)

Tre pezzi di intonaco si sono staccati dal Colosseo nella notte tra sabato e domenica. Ad aver ceduto è una parte del rivestimento della galleria dell’ambulacro centrale, per una superficie inferiore a un metro quadrato.

I detriti hanno sfondato le reti metalliche di protezione collocate al di sotto della volta e sono stati trovati a terra dal personale di sorveglianza questa mattina, alle 6. L’area in cui si è verificato il cedimento – verso il Colle Oppio, vicino alla statua equestre – è stata transennata, ma l’incidente non ha impedito la regolare apertura al pubblico dell’Anfiteatro Flavio.

Il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro, ha dichiarato che “la situazione è sotto controllo”. L’episodio, però, ha subito fatto pensare al recente crollo nella Domus Aurea e al più generale problema della manutenzione del patrimonio archeologico della Capitale. Secondo il ministero, il cedimento è dovuto a “variazioni termoigrometriche” e “si tratta di superfici per le quali in diverse parti della fabbrica sono in corso interventi di restauro e per altre, come quelle in questione, gli interventi sono già progettati e si è in attesa di poterli appaltare”.

La galleria dell’ambulacro centrale da cui sono caduti i tre frammenti di malta (ANSA)
I pezzi di intonaco in primo piano (ANSA)
L’area transennata (ANSA)

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/05/colosseo-cade-cornicione.shtml?uuid=88fb10e0-5b8a-11df-b160-dce348480905&DocRulesView=Libero

Colosseo, gli archeologi a Bondi: tragedia sfiorata, urgono interventi

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ROMA (9 maggio) – La Confederazione Italiana Archeologi ha espresso sgomento alla notizia del crollo di parte del nucleo cementizio di una volta del Colosseo. L’incidente fortunatamente è avvenuto la mattina molto presto, non causando feriti dal momento che il monumento era ancora chiuso.

«Ancora una volta – ha dichiarato il presidente Giorgia Leoni – si è sfiorata la tragedia: se il crollo fosse avvenuto a monumento aperto avrebbe potuto colpire qualcuno tra le migliaia di visitatori che, specialmente la domenica, affollano l’anfiteatro. Lo stato in cui versa il Colosseo è uno dei motivi alla base del Commissariamento della Soprintendenza Archeologica di Roma e, a distanza di oltre un anno e mezzo, evidentemente la struttura commissariale non ha individuato gli strumenti necessari a garantirne la conservazione.».

La Confederazione Italiana Archeologi rinnova la richiesta di un intervento urgente del ministro Bondi per verificare lo stato di sicurezza in cui versano i monumenti archeologici e perchè faccia chiarezza circa il sistema di gestione dei fondi affidati alle strutture commissariali operanti nel settore dei Beni Archeologici, a Roma in particolare. «Chiediamo, inoltre, al Ministro un’analisi seria e trasparente affinchè si verifichino i lavori svolti fino ad oggi dalle strutture commissariali operanti a Roma, riflettendo sull’effettiva opportunità di mantenerle attive».

Fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=29036&sez=HOME_ROMA&npl=&desc_sez=

colosseo